Ottobre 19th, 2010 Riccardo Fucile
COTA RISCHIA DI PERDERE LA POLTRONA DA GOVERNATORE PER IL RICONTEGGIO DEI VOTI: FORSE E’ SEMPRE A ROMA PER ABITUARSI E NON FARSI FREGARE UNA FUTURA POLTRONA… HA PURE ALLESTITO UNA SEDE DISTACCATA DELLA REGIONE PIEMONTE A DUE PASSI DAL SENATO…IN COMPENSO HA PARTECIPATO A 15 TRASMISSIONI TELEVISIVE SU PROBLEMI NAZIONALI
Le ultime notizie non sono buone, non tanto per la democrazia evocata da Bossi, quanto per il governatore Cota: anche le schede di Torino, dopo quelle del resto del Piemonte, premiano la speranza della Bresso di ribaltare il risultato delle regionali.
Nelle 850 sezioni torinesi riconteggiate finora, su un totale di 2.318, nell’ 80% dei casi manca il voto “diretto” a Roberto Cota.
Quindi quei voti saranno sottratti dal Tar a quelli ottenuti a marzo e il vantaggio di 9.372 voti che Cota poteva vantare sulla Bresso è destinato ad evaporare.
Se il trend rimanesse questo, la Bresso potrebbe vincere con oltre 2.000 voti di margine.
Sull’esito del riconteggio, il Tar dovrebbe deliberare il 4 novembre (salvo rinvio), annullando le elezioni e riportando il Piemonte al voto, oppure restaurando la zarina in Piazza Castello.
Ma se anche il Consiglio di Stato, su istanza di Cota, cambiasse i termini di valutazione delle 15.000 schede esaminate, Cota non avrebbe scampo sulle 27.000 della lista tarocco dei Pensionati, dati a una lista “inesistente” e per la quale si sta procedendo penalmente nei confronti di Michele Giovine, reo di aver presentato firme false persino dei candidati.
Il rischio (e la quasi certezza) è che queste 27.000 schede vengano tutte dichiarate annullate, in quanto la lista non aveva titolo a presentarsi.
Qualcuno si pone il quesito: Cota è vittima o no di un attentato alla democrazia?
Diciamo subito che ha vinto per 9372 voti, usufruendo di 4 liste tarocco che hanno portato 42.000 voti.
La cronaca racconta che i “Verdi verdi” e la lista dei “Pensionati” avevano offerto i loro servigi anche alla Bresso che ha avuto l’intelligenza di rifiutare, mentre Cota li ha utilizzati.
E che altre due liste pro Cota, “Al centro con Scanderebech” e “Consumatori per Cota” dovevano raccogliere le firme e non l’hanno fatto, quindi anch’esse sono state dichiarate irregolari.
I maligni dicono che Cota si sia stia in ogni caso organizzando.
Dal 3 maggio ad oggi, su 36 sedute del Consiglio regionale del Piemonte ha partecipato solo a 8, disertando tutte le riunioni di commissione e dando occasione all’opposizione di polemizzare, issando sulla solita sedia vuota del governatore una sua gigantografia.
Cota è sicuramente apparso più spesso in Tv che in Regione, in ben 15 trasmissione televisive dove ha parlato non del Piemonte, ma di problemi nazionali.
E soprattutto viene avvistato ormai spesso a Roma: era presente persino al famoso pranzo della riconciliazione con la Capitale, sempre accanto a Bossi tra un rigatone e un altro.
Persino la nuova sede distaccata della Regione Piemonte l’ha voluta a due passi da Palazzo Madama.
Che sia per sorvegliare che i suoi colleghi di partito non lo lascino col culo per terra, qualora perdesse la carica di governatore?
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Ottobre 18th, 2010 Riccardo Fucile
IL NUOVO INTERESSANTE SAGGIO DI GIORDANO BRUNO GUERRI SU BRIGANTI, PATRIOTI E ILLUSI: PROVE DI GUERRE CIVILI 1860-70
Pubblichiamo l’introduzione del libro di Giordano Bruno Guerri “Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio 1860-70 (Mondadori, pagg. 302, euro 20)” in uscita martedì prossimo.
Un saggio anti-retorico che diventa un’occasione – in questo 150 º anniversario dell’Unità d’Italia – per sfatare molti luoghi comuni che orientano il nostro giudizio sul Risorgimento.
Ciò che accadde nel 1861 realizzava il sogno secolare di poeti, politici e intellettuali.
L’Italia «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», invocata da Alessandro Manzoni, non era più un’astrazione.
Ma in che modi e con che spirito fu compiuta l’impresa? Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?
Realizzata dalla classe dirigente piemontese grazie soprattutto all’abilità diplomatica di Cavour e al temperamento incendiario di Garibaldi, l’Unità integrava davvero identità , culture, tradizioni, persino lingue diverse?
Oppure si raggiungeva soltanto l’unità politica?
«Si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani», recitava la celebre sentenza di Massimo d’Azeglio, con retorica sufficiente a velare un’intenzione che non c’era – almeno non in tutta la classe dirigente – e non ci sarebbe stata.
Lo stesso d’Azeglio scrisse, in una lettera privata: «La fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso».
Una parte del nuovo Stato era già «italiana», l’altra non lo era affatto.
Occorreva dunque educarla a essere diversa da sè, a costo di snaturarla.
Ai primi segni di insofferenza del Sud, nacque subito una contrapposizione rancorosa: «noi» contro «loro». «Noi», i civilizzatori; «loro», i brutali indigeni. «Noi», i portatori di giustizia e legalità ; «loro», i briganti.
A dividere gli uni e gli altri, c’era una diversità radicale e radicata, non un’inconciliabilità momentanea. Qualcosa di molto simile a un’estraneità , che si finì per aggravare.
La storia – a partire dalla Rivoluzione francese – aveva insegnato che, appena si annunciano grandi cambiamenti, dal cuore antico di masse amorfe e analfabete prorompe l’animus di un’opposizione sanguinaria.
Per sminuirne la portata, tale opposizione veniva svilita – dagli intellettuali, dai politici e dall’opinione pubblica – a una viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali.
Si trattava, invece, di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale. Ma, per liquidarla, i maestri della Rivoluzione francese avevano già capito che il segreto stava nell’accomunare la rivolta al delitto comune.
Anche in Italia la ribellione – di reazionari, contadini e clericali – contro lo Stato appena costituito fu etichettata «brigantaggio». Al Sud c’erano banditi veri, criminali comuni, prima, durante e dopo l’Unità .
A questi delinquenti vennero equiparati i «briganti», come vennero chiamati i meridionali in lotta per scacciare gli «stranieri» che sbandieravano una fratellanza forzata; dall’altra parte non c’erano parenti, affini, connazionali, bensì un popolo nemico, un invasore brutale e arrogante, venuto da lontano.
Nessuna solidarietà , nessuna vicinanza, nè culturale, nè umana, nè politica: i briganti non si sentivano «italiani».
I nemici erano usurpatori, colonizzatori arrivati per conquistarli e per cancellare la loro storia, i costumi, i legami e le appartenenze. Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè l’uno venisse a patti con l’altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale.
Si preferì l’azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare.
Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele.
Ufficiali e soldati italiani si sentirono avamposti in pericolo, esploratori in una terra popolata da una razza diversa, percepita come inferiore .
Con la legge Pica, dell’agosto 1863, il governo italiano – in pieno accordo con il Parlamento – impose lo stato d’assedio, annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adottò la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri.
Mentre accadeva tutto questo, c’era chi vedeva dietro il brigantaggio l’intervento del Papa, chi la longa manus borbonica, e in parte avevano ragione.
Ma ne aveva di più chi suggeriva, inascoltato, che la causa principale andasse ricercata nelle oggettive condizioni di minorità sociale e di miseria della plebe meridionale.
La verità su cui al Nord tutti concordavano è che, appena nata, l’Italia era già madre di due figli diversi: uno di cui andare fieri, l’altro bisognoso di severe lezioni.
Per gli uomini dei Savoia, i briganti erano l’emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato.
Ma non basta l’approccio razzistico a spiegare l’atteggiamento tenuto nei suoi confronti, c’è dell’altro: potremmo chiamarla la sindrome del «chi ce l’ha fatto fare?».
Si spiegano così prima la spietatezza della repressione, poi l’adozione di una politica economica e sociale del tutto inadeguata ai problemi del Mezzogiorno; più tardi la perseveranza con cui quei problemi vennero liquidati come sintomi indelebili di arretratezza e di parassitismo.
Il brigantaggio rappresentava il segnale d’allarme di un guasto grave, e non solo per l’ordine pubblico.
Il modo in cui fu combattuto sviluppò quella che sarebbe diventata la «delinquenza organizzata», e accrebbe a dismisura la gravità di una questione meridionale destinata a incancrenire la vita politica del Paese perpetuando la contrapposizione Nord-Sud.
I contadini saliti sui monti furono – con le sole armi che avevano a disposizione, la disobbedienza e il banditismo – i ribelli di una storia che li aveva ignorati, di un processo che aveva sancito la rimozione della loro cultura e della loro tradizione.
Furono la spina nel fianco del potere, almeno per cinque lunghissimi anni.
Saranno sconfitti, ma grazie alla loro rivolta, si rafforzò la sensazione che la terra abitata da quel popolo sarebbe stata la «palla al piede» della nazione.
«Ci avete voluti, imponendoci la vostra volontà : ora pagate le conseguenze».
Ecco cosa sembrava dire il Sud al conquistatore.
Tutto ciò rivela gli errori e le colpe di una classe dirigente a cui dobbiamo riconoscere i meriti storici di avere realizzato un processo unitario non più rinviabile.
Allo stesso tempo, i padri della patria devono essere giudicati anche sui piedistalli dove, intangibili, li ha collocati la retorica di un Risorgimento popolato solo da piccole vedette lombarde, tamburini sardi e giganti del patriottismo.
È una retorica che vuole il nostro Risorgimento fatto solo di eroi, di martiri, di Bene opposto al Male.
È una storia alla quale tuttora manca una profonda opera di revisione storiografica .
Perciò il brigantaggio postunitario è stato, lungo il secolo e mezzo di storia nazionale, poco più di una parentesi della quale si sono perse le tracce, quasi un incubo da rimuovere e censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.
I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della damnatio memoriae.
A loro, non spetta l’onore delle armi. Gli sconfitti sono scomparsi nella zona d’ombra in cui li ha relegati la cattiva coscienza dei padri della patria.
Una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia.
C’è solo da sperare che, con le prossime celebrazioni dei 150 anni di Unità nazionale, si rinunci almeno in parte al conformismo retorico e patriottardo: aggettivo molto diverso da «patriottico».
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Ottobre 15th, 2010 Riccardo Fucile
AVEVAMO RAGIONE NOI: IL PRESENTATORE DELLA LISTA, ALFREDO MILIONI, SE NE ERA ANDATO PER MODIFICARLA, NESSUNO GLI HA IMPEDITO L’ACCESSO…IL SETTIMANALE “L’ESPRESSO” PUBBLICA IL VERBALE DI ARCHIVIAZIONE DELLA PROCURA DI PERUGIA: IL TRACCIATO DEL CELLULARE RIVELA CHE MILIONI ERA A SEI KM DA PIAZZALE CLODIO E ALLA FINE E’ STATO COSTRETTO A RITRATTARE…PER BERLUSCONI ERA STATO UN COMPLOTTO
Il Cavaliere urlò che al suo partito era stato impedito di presentarsi.
E fece anche un ‘decretino’ apposta.
Bene, ora è ufficiale, era tutta una balla: Alfredo Milioni era uscito e nessuno lo ha mai ostacolato.
Milioni di balle. E anche grosse. Raccontate sulla vicenda delle liste del Pdl per le regionali del Lazio, presentate da Alfredo Milioni fuori tempo massimo e non ammesse.
Una polemica che ha tenuto banco per giorni e che ha rischiato di mettere in forse la poltrona di Renata Polverini.
Ora però un’inchiesta dei pm perugini Dario Razzi e Massimo Casucci getta finalmente luce sul pasticciaccio.
Ma andiamo per ordine.
È il 27 febbraio scorso, ultima data utile per la presentazione delle liste dei candidati alle regionali del 28 e 29 marzo.
Incaricati di presentare quella del Pdl a Roma e provincia sono due personaggi secondari: Alfredo Milioni e Giorgio Polesi. I due arrivano in tempo presso l’ufficio elettorale del Tribunale di Roma di piazzale Clodio.
Eppure non presentano la lista. Perchè?
“Stavo a chiacchierà con delle persone, poi sono uscito”, spiega nel suo slang romanesco Alfredo Milioni in un’intervista a caldo a “Repubblica”, “ho approfittato per mangià qualcosa”.
Le ricostruzioni ufficiose parlano invece di contrasti dell’ultimora nel Pdl, di trattative in extremis per inserire in lista l’uno o l’altro nome che avrebbero provocato il disastroso ritardo in Tribunale.
Intanto però il panino di Milioni diventa immediatamente proverbiale, oggetto di infiniti sfottò.
Ma le reazioni dei politici Pdl sono di tutt’altro tono. “In questo paese la democrazia deve prevalere sulla burocrazia e sulla violenza”, tuona Renata Polverini durante una manifestazione di piazza, convocata il giorno dopo per protestare contro la mancata presentazione della lista del Pdl nel Lazio.
“È stato compiuto un gesto di violenza contro due persone perbene che si sono lasciate intimidire da esponenti del Partito radicale e da qualche altra forza della sinistra”, incalza la Polverini.
Violenza? Sì, perchè Milioni e Polesi l’hanno raccontata così: loro erano nell’area deputata alla presentazione delle liste fin dalle 11,30.
Milioni si era allontanato di poco, il tempo di un panino e al suo ritorno i militanti radicali, che erano lì per presentare la lista Bonino, avevano scatenato il finimondo.
La baraonda aveva provocato l’intervento del presidente dell’ufficio elettorale, che aveva chiesto alle forze dell’ordine di creare un cordone, così i due si erano ritrovati fuori dall’area giusta e la presentazione della loro lista era saltata.
Nel Pdl l’autogol di Milioni provoca accuse inferocite di dilettantismo, poi, però, l’ordine di scuderia prevale: nessuna colpa di Alfredo.
“Ci è stato impedito di presentare le liste”, insiste Berlusconi qualche giorno dopo, in una conferenza stampa infuocata a via dell’Umiltà , “non vi è stata da parte nostra nessuna responsabilità riconducibile ai nostri dirigenti. Il comportamento della sinistra è stato ed è antidemocratico e meschino”. Seguono le carte bollate.
In una querela alla Procura di Roma, Milioni e Polesi denunciano per violenza privata alcuni militanti radicali – individuati poi nelle persone di Diego Sabatinelli e Atlantide Di Tommaso – accusandoli di aver “inscenato una provocazione destinata a impedire la presentazione di altre liste”.
Nella denuncia finisce anche il presidente dell’Ufficio elettorale, Maurizio Durante, il magistrato che, una volta scoppiata la bagarre, aveva disposto la creazione del cordone. Per lui l’accusa è di abuso di ufficio.
Ed è stato il coinvolgimento di questo magistrato a far finire la querela alla Procura di Perugia, competente per i procedimenti che chiamano in causa le toghe capitoline.
Sentito dai magistrati perugini, Milioni dichiara di essersi allontanato da Polesi verso le 11,45, ma da quel momento fino alle 12,30 è “rimasto sempre lungo il corridoio principale, oppure lungo il corridoio parallelo”.
I radicali, però, “insieme ad altri rappresentanti di liste avverse, sostanzialmente gli impedivano di accedere fisicamente all’ufficio elettorale”.
Risentito qualche settimana dopo, Milioni “mutava versione”, come scrivono i pm nella loro richiesta di archiviazione: nessuno sbarramento insormontabile creato dai radicali aveva impedito loro l’accesso all’ufficio elettorale.
Sabatinelli e Di Tommaso “non pronunciarono nei nostri confronti frasi minacciose, non ci fu alcun contatto fisico”, dichiara Milioni ai pm, “fecero un po’ di chiasso e si limitarono a sdraiarsi per terra”.
Al che i magistrati concludono che l’accusa di violenza privata è “palesemente insussistente e sostanzialmente ritrattata dagli stessi denuncianti”. Così come infondata è l’accusa di abuso di ufficio contro Maurizio Durante
Ma non è finita: dopo aver disposto l’acquisizione dei tabulati telefonici, i pm perugini scoprono che tra le 11,40 e le 12,30 del 27 febbraio il telefonino di Milioni “disegna un percorso che lo porta fino a verso la via di Pineta Sacchetti”. Dunque non è vero che quel giorno i due delegati del Pdl sono rimasti ininterrottamente davanti alla cancelleria, come insisteva Berlusconi nella sua conferenza stampa.
Via di Pineta Sacchetti è a sei chilometri dal piazzale Clodio: si trova nell’area del XIX municipio di Roma, di cui è presidente Milioni. “L’oggettivo e non confutabile riscontro della localizzazione del suo telefono cellulare”, scrivono i pm, “apre ad altre possibili verità , nascoste tra le molte falsità riferite, circa i reali spostamenti del Milioni e le loro effettive ragioni”.
Insomma, doppio autogol per Milioni.
In un colpo solo è riuscito a mettere a segno l’esclusione della lista che era incaricato di presentare e l’innesco di un’inchiesta che ha smascherato le sue panzane.
Un record.
I pm Razzi e Casucci hanno chiesto l’archiviazione della denuncia di Milioni e Polesi.
I radicali, però, non intendono mollare: l’avvocato Giuseppe Rossodivita, che ha assistito Sabatinelli e Di Tommaso nel procedimento, annuncia una denuncia per false dichiarazioni ai pm e calunnia contro Milioni, ma non solo.
“A questo punto”, dichiara Rossodivita, “ci aspettiamo che la Procura di Roma agisca anche in riferimento alla querela per diffamazione presentata da Marco Pannella e da Diego Sabatinelli nei confronti di Renata Polverini”.
( Stefania Maurizi – da l’Espresso)
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Ottobre 6th, 2010 Riccardo Fucile
NON GLI BASTAVA UNA BADANTE: ORA BOSSI HA ASSUNTO IL CAMERIERE CHE GLI ACCENDE IL SIGARO E LA POLVERINI CHE LO IMBOCCA…. LA DESTRA DEI SERVI VA IN SCENA IN PIAZZA MONTECITORIO PER IL “PRANZO DELLA PACE”…COME SE BOSSI AVESSE SOLO SCHERZATO E GLI INSULTI AI ROMANI NON FACESSERO PARTE DI UNA IDEOLOGIA CHE DA ANNI MIRA A DIVIDERE IL PAESE
Umberto Bossi e Gianni Alemanno arrivano in piazza Montecitorio per il cosiddetto “pranzo della pace” a base di polenta, cicoria e vino dei Castelli e si scatena l’assedio di fotografi, giornalisti e tv per uno dei più patetici avanspettacoli che la politica potesse mostrare al Paese.
Il pranzo era stato organizzato forse da qualche produttore di format televisivi per sancire la pace fra la Capitale e Bossi, dopo le polemiche sulla frase del leader della Lega: sono porci questi romani.
Ad accompagnare il leader della Lega c’è una folta delegazione del Carroccio: oltre ai ‘padroni di casa’, il ministro della Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli, Luca Zaia, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e la presidente della Regione Lazio Renata Polverini.
“Spero proprio che con questo pranzo si possa mettere fine a questa lite che è fatta soprattutto di parole e non di fatti – ha detto la governatrice (che poveretta non ha capito nulla dell’ideologia del Carroccio) – siamo tutti qui per dare un segnale positivo e mi auguro che questo paese sia in grado di accogliere questo segnale”.
Certo quello dei tromboni che non sanno cosa dicono…
La Russa, protagonista, tanto per cambiare, di un diverbio con alcuni avversari politici, a un certo punto è stato accompagnato via dagli uomini della sicurezza:”Vergogna, buffone, ti sei venduto Roma”.
“E’ stato lui a venirci contro dicendo che siamo vergognosi”.
Il pranzo tra il sindaco Gianni Alemanno e alcuni rappresentanti della Lega, si è trasformato in un patetico evento da «tifo da stadio».
Da una parte e i leghisti con bandiere della Padania che gridano «Bossi, Bossi», e rappresentanti del Popolo di Roma, organizzazione vicina al sindaco, che gridano: «Alemanno, Alemanno sindaco di Roma».
Uno a uno e palle al centro.
Visto che il ministro per le riforme Umberto Bossi non aveva il piatto con i rigatoni al sugo è stato il presidente della Regione Lazio Renata Polverini a imboccare il Senatur per fargli assaggiare il piatto romano.
Patetica.
Bossi, Alemanno e Polverini hanno anche assaggiato la polenta, la coda e il parmigiano e bevuto Lambrusco e Frascati doc.
Poco dopo, il primo cittadino di Roma, in un eccesso di servilismo, ha preso un accendino e acceso il sigaro a Bossi.
Entro novembre Alemanno vorrebbe portare a casa anche il decreto che stabilisce i nuovi poteri alla Capitale e cercare di rivedere il numero dei consiglieri capitolini, ridotti proprio da Calderoli da 60 a 48.
Un «antipasto» già pesante, al quale far seguire i nodi (strettissimi) dell’introduzione dei pedaggi sul Gra e sulla Roma-Fiumicino e lo svolgimento di una tappa del Gran Premio a Roma.
No avendo capacità di ottenerle in proprio, pur militando nel primo partito italiano, deve fare il maggiordomo.
Dignità zero.
C’è stata anche una contestazione che ha portato in piazza circa 200 persone.
Hanno cantato a squarciagola l’inno d’Italia e lanciato cori contro il sindaco di Roma (“Ladri ladri” e “Andate a lavorare”) con esposizione di diversi striscioni: “Sindaco vassallo”, “Alemanno cameriere”.
Promossi.
“Cattivo gusto, cattivo gusto…”, lamenta il leader Udc Pier Ferdinando Casini: “Ci sono tante trattorie, piazza del Parlamento non è il luogo per fare banchetti. Alemanno poteva invitarlo in trattoria o a casa sua”.
Sarcastico ma realistico.
Can can finale: la presa per i fondelli è finita.
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Settembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
SE LA LEGA E’ ARRIVATA AL GOVERNO CON LA CLASSE DIRIGENTE CHE SI RITROVA E’ ANCHE GRAZIE AD UN’OPPOSIZIONE FANTOCCIO, INCAPACE DI COGLIERE LE OCCASIONI PER METTERLA ALL’ANGOLO…DI PIETRO E BERSANI ALZANO LA VOCE E POI FLIRTANO CON I SECESSIONISTI…E ALEMANNO FA SOLO TEATRO
Il leader della Lega Nord e ministro per le Riforme, Umberto Bossi, dopo due giorni ci
ripensa e, per mera convenienza, fa finta di fare marcia indietro e si scusa per la sua interpretazione della storica sigla SPQR (“Per me vuol dire sempre Sono Porci Questi Romani”).
Al tempo stesso ha pure il coraggio di denunciare “la strumentalizzazione” di quella che nelle sue intenzioni doveva essere “solo una battuta”.
“Chiedo scusa ai cittadini se si sono sentiti offesi, ma era una battuta. La cosa è stata strumentalizzata, sono stato impiccato per una frase”.
Solo una battuta, dunque, che volete che sia, aveva ragione Berlusconi, costata al Senatùr la mozione di sfiducia presentata dal Pd che però, di fronte alla retromarcia del leader del Carroccio, decide di evitare il passaggio parlamentare che si presentava difficile per il Senatur e per la tenuta della maggioranza visto che anche i finiani, oltre alle opposizioni, erano pronti a votare contro il ministro.
Poteva essere messo in difficoltà e chi corrono a salvarlo?
Non Fini, ma Bersani e Di Pietro, la finta opposizione che abbiamo in Italia.
“Abbiamo già ottenuto il risultato perchè, rispetto alle altre volte, ci sono state scuse formali”, spiega il capogruppo Dario Franceschini. “Un risultato e una vittoria di una mozione – aggiunge – che metteva molta paura sia nel merito sia per le modalità di votazione”.
Forse metteva paura anche al Pd, si vede.
Non si sa mai che cada il governo.
E questa sarebbe l’opposizione?
Anche l’Idv si mostra conciliante. “Prendiamo atto delle scuse formali di Bossi – ha detto Antonio Di Pietro – proprio per non alimentare ulteriori polemiche, le accettiamo nella speranza che questa storia possa servirgli da lezione”.
Pure i duri e puri preferiscono non rischiare che Bossi venga sfiduciato e il governo cada.
Si unisce alla compagnia anche Alemanno che pigola: “Scuse accettate, ma venga in Campidoglio”.
“Tutte le strumentalizzazioni su questa vicenda devono terminare – dice il primo cittadino di Roma -. Però vorrei che ci fosse chiarezza anche politica per il futuro in maniera tale che ci sia, come era nel patto iniziale, rispetto per Roma Capitale, in sintonia col progetto del federalismo fiscale”.
Doroteo, l’ex contestatore di Bush.
E buon ultimo arriva il patetico sagrestano Bondi: “Bossi ha nuovamente testimoniato di essere non solo un leader politico autorevole ma anche un galantuomo raro nella vita politica italiana” .
Mancava solo che si inchinasse davanti all’altarino.
Il presidente del gruppo Idv alla Camera Massimo Donadi, forse non avvisato da Di Pietro, dice invece l’opposto : “Le scuse di Bossi sono tardive, poco convinte e assolutamente insufficienti. Non risolvono in alcun modo il problema della violenza verbale della Lega e dei quotidiani attacchi all’unità nazionale, alle istituzioni e alla Costituzione. La politica è stata sino ad oggi troppo condiscendente nei confronti della Lega. E’ il momento di dire basta”.
Condividiamo.
Peccato che queste parole avrebbe dovuto dirle una destra seria, mandando a casa, con un sì al voto di sfiducia, l’ultimo segretario di partito della prima Repubblica ancora in attività , beccato con una mazzetta da 200 milioni.
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Settembre 29th, 2010 Riccardo Fucile
DEDICATA DAI ROMANI A BOSSI
Un ciuccio attempatello e scarcagnato
-che ar cambio ormai nun vale più ‘na sega-
er socio der Sovrano Re Patacca,
(quello che cià er pendaglio raggrumato
ma core appresso a tutte le patonze)
se ne sortì, grattannose la panza,
cò na frasetta pè alliscià la Lega:
“li romani, sò porci, sò ladroni e sò magnaccia!”
Pè scaccolasse via ‘sta vijaccata
ed allustrasse er popolo indignato,
li servi der Patacca fanno er coro:
ma nun è gnente, è solo ‘nà frescaccia,
‘na cosa detta senza la malizzia
da chi nun sa tenesse un cecio in bocca!
Ce vole propio tanta cattiveria
pè penzà che er somaro raja il vero.
Anzi, er ciuccio, a ripensacce mejo,
-informeno i scagnozzi der Magagna-
è solo un martire der libbero penziero.
E quanno torna ne la Capitale,
ve la fa vede lui Roma Capoccia,
cor fatto che ha inventato la padagna
-la gran cuccagna fonte di bisboccia
je svòta la saccoccia e se la magna.
Se va a rubbà la trippa puro ai gatti
e fa er federalismo cò l’abbacchio.
Ma li romani a ‘sti buffoni a cacchio
che calano da loro a cercà rogna
ar massimo je fanno ‘na scafetta,
e pe risponne ar ciuco ed ar suo
rajo
-romani sì, ma mica sò cornuti-
je fanno con il voto un ber cucchiaio
e poi con carma -tranquilli, nun c’è fretta-
li vonno vède all’arberi pizzuti.
(di ellekappa-trilussa)
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Settembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
MENTRE BOSSI DA’ FUORI DI TESTA E CHIAMA “PORCI” I ROMANI E LA RUSSA GLI LECCA IL CULO, MONTEZEMOLO ATTACCA: “LA LEGA E’ CAPACE SOLO DI PROCLAMI: E’ CORRESPONSABILE DI 16 ANNI DI PROMESSE NON MANTENUTE”… “DUBITIAMO CHE GLI ELETTORI ABBIANO MANDATO BOSSI IN PARLAMENTO PER DIFENDERE COSENTINO E BRANCHER”
La Fondazione ItaliaFutura, vicina a Luca Cordero di Montezemolo, ex presidente degli industriali, alza la voce.
Ieri il leader del Carroccio Umberto Bossi aveva replicato alle critiche mosse da Confindustria al governo, liquidandole con un “è facile parlare”.
Oggi ItaliaFutura contrattacca col testo che riproduciamo.
Ha ragione Bossi. È facile parlare e più difficile agire.
Bisogna ascoltarlo quando discetta sul valore dei proclami perchè si tratta di un vero esperto in materia.
Negli ultimi sedici anni ha costruito il successo della Lega sul lavoro di organizzazione del partito ma anche sulle provocazioni (e ultimamente su qualche gesto).
Di fatti invece se ne sono visti ben pochi. Se non la corresponsabilità della Lega in questi sedici anni di non scelte che hanno portato il paese ad impoverirsi materialmente e civilmente.
Anche sul fronte delle rivendicazioni specifiche del suo elettorato, Bossi ha combinato ben poco (guardare alle promesse sul federalismo per credere). Dubitiamo infatti che i suoi elettori l’abbiano mandato in Parlamento per difendere Cosentino o Brancher.
Ha ragione Bossi: in Italia (e in particolare nella sua Padania immaginaria) la chiacchiera va per la maggiore e delle parole a vanvera di una classe politica screditata gli italiani ne hanno piene le tasche.
In particolare quelli che lavorano e producono (e al convegno di Genova della Confindustria ce n’erano tanti). Quegli italiani che, a differenza di Bossi, tengono in piedi il paese con i fatti e non con le parole.
Il primo a correre a difendere il Senatur non è stato neanche un leghista, ma il lecchino coordinatore del Pdl La Russa: “Montezemolo si candidi e così potremo vedere qual è il suo consenso”.
Parla lui che aveva garantito: “Mi impegnerò personalmente in Veneto e vedrete che il Pdl alle regionali avrà più voti della Lega”.
E non ha avuto neanche la dignità di dimettersi dopo la figura che ha fatto.
Ieri sera poi Bossi è andato fuori di testa completamente.
Parlando in tarda serata, nel corso di un’iniziativa a Lazzate, il leader del Carroccio si è scagliato contro l’ipotesi di spostare il Gran Premio di Formula Uno da Monza nella capitale.
“I romani se lo possono dimenticare – ha detto – Monza non si tocca e a Roma possono correre con le bighe”.
Ma non è stato, questo, l’unico riferimento “storico” del leader leghista.
Che se l’è presa anche con la sigla SPQR, ovvero l’acronimo del latino Senatus Populusque Romanus, “il Senato e il popolo romano”.
“Basta con quella sigla, io dico ‘sono porci questi romani'”, ha detto Bossi fra gli applausi del pubblico.
Feccia sul palco e feccia sotto.
Mentre la destra italiana o dorme o è collusa, mentre il presidente del Consiglio riceve questi “segnati da Dio” alle cenette del lunedì con tutti gli onori, mentre la Lega è sommersa di scandali, ma nessuno a destra (a parte noi da anni e i finiani da poco) osa sollevare la questione morale della padagna ladrona.
Il partito affaristico leghista che governa l’Italia sta esalando l’ultimo rutto.
Gled aria nuova.
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Settembre 16th, 2010 Riccardo Fucile
AL FRESCO DEL GIARDINO SULLA NOMENTANA, VANNO A BACIARE LA MANO ALL’AMBASCIATORE LIBICO ANCHE MANGANELLI E DE GENNARO, D’ALEMA E LA TORRE, VALENTINO PARLATO E LA BIANCOFIORE, CARRA E PISANU, LA TODINI E LA MARZOTTO, LA PARIETTI E DINI… CONFINDUSTRIA, MILITARI E POLITICI, TUTTI A CELEBRARE il 41° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE
L’ipocrisia della classe politica italiana si era già potuta notare ieri mattina a Montecitorio, quando Elio Vito, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha letto in Aula la relazione del governo sulla sparatoria di cui è rimasto vittima il peschereccio italiano ad opera della motovedetta libica in acque internazionali (oltre 30 miglia dalla costa).
Una relazione taroccata che tende a sminuire le responsabilità libiche, in nome della real politik e degli interessi economici.
Da segnalare lo squallido gioco delle parti ad opera della Lega; prima Maroni aveva quasi giustificato i libici, colpevoli “solo” di aver scambiato il peschereccio italiano per un una nave che trasportava clandestini, poi il leghista Stefani sulla Padania invece sosteneva la linea dura al grido “le scuse non possono bastare”, infine Cota che difendeva Maroni e, in preda ad allucinazioni, lo definiva “un grande ministro”.
Anche un grave incidente, dove i nostri marinai hanno rischiato di morire assassinati, viene utilizzzato per le lotte interne alla Lega tra le varie correnti.
In Parlamento l’umore sulla vicenda libica oscillava invece tra l’imbarazzo e lo sdegno per il comportamento dei seguaci di Gheddafi.
Ma il meglio della farsa doveva ancora arrivare: sarebbe andata in scena la sera in via Nomentana, presso l’Ambasciata libica a Roma, dove si celebrava il 41° anniversario della Grande Rivuluzione del 1 settembre, ovvero la commemorazione di un colpo di Stato, quello con cui Muammar Gheddafi prese il potere nel 1969.
Una festa che celebra l’apologia della dittatura in uno Stato dove vengono negate le libertà fondamentali, dove gli oppositori vengono eliminati fisicamente, dove i profughi vengono abbandonati nel deserto, quando non vengono imprigionati o affogati in mare.
E a poche ore dalle mitragliate sparate ad altezza d’uomo contro i nostri marinai, senza alcun soprassalto di dignità , ecco sfilare il gotha imprenditoriale, politico e militare del nostro Paese, per chinarsi a baciare la mano all’ambasciatore libico a Roma.
Politici che avrebbero potuto essere a far finta di piangere ai funerali dei nostri connazionali, ora si abbuffano nei giardini ben curati sulla Nomentana.
Un party raffinato cui hanno pensato bene di non mancare il nostro ministro degli Interni Maroni, il capo della Polizia, Antonio Manganelli, il direttore del Dipartimento informazioni per la sicurezza, Gianni De Gennaro.
I quali non si sono posti la domanda se lo loro prsesnza fosse cosi opportuna in questo momento, per rispetto al popolo italiano ancora indignato dal comportamento dei libici e in attesa di spiegazioni.
Ma non erano i soli: pronti ad omaggiare Gheddafi vi erano anche Enzo Carra e Pisanu, i piediellini Biancofiore e Pianetta, i Pd Massimo D’Alema e Nicola La Torre, fino a Valentino Parlato del Manifesto e a Lamberto Dini.
Tra il ghota industriale non mancavano la Marzotto, Colaninno e la Todini, con cotorno di militari, peones e veline.
Una bella serata, insomma, per festeggiare chi non rispetta i diritti umani, chi non riconosce il limite delle 12 miglia di acque territoriali, chi spara ai nostri lavoratori.
Complimenti a tutti.
argomento: Costume, denuncia, destra, economia, Esteri, Giustizia, governo, LegaNord, Libia, Parlamento, PD, PdL, Politica, radici e valori, Roma, Sicurezza | 1 Commento »
Settembre 10th, 2010 Riccardo Fucile
DA TELECAFONE AL CONSIGLIO PROVINCIALE, DALLA ORGANIZZAZIONE DEI PULMANN PER CONTESTARE FINI ALL’ALLOGGIO VIP A ROMA, DAL CIRCOLO “SILVIO CI MANCHI” ALLE GITE A VILLA CERTOSA: COME SI FA STRADA NEL PDL…. E SULLA CASSIA SPUNTA UN ALTRO APPARTAMENTO DEL PREMIER DOVE VIVE LA VALLETTA ADRIANA VERDIROSI
Scoppia il caso “casa” nel Pdl: ma questa volta non riguarda quella di Scajola, bensì quella di Francesca Pascale. Pubblichiamo l’articolo del “Fatto quotidiano”, ripreso dal “Corriere della Sera” e da altri quotidiani italiani, lasciando a voi ogni commento.
“Magari potessi, magari”, gridava a Gad Lerner la giovane Francesca Pascale nella trasmissione
L’Infedele incentrata sullo svilimento del corpo delle donne. La ragazza difendeva Papi-Silvio di fronte alle critiche per lo stile di vita poco morigerato.
“Tutta invidia” secondo la giovane napoletana. “Magari potessi farlo anche io”, diceva allora ammiccando ai telespettatori.
Finalmente quell’antico desiderio, almeno in parte, si è realizzato.
Un frammento dello specchio delle brame berlusconiano, Francesca lo ha agguantato.
Dopo l’ingresso nel partito di Berlusconi, dopo l’ingresso nella villa sarda di Berlusconi, è riuscita finalmente a insediarsi in pianta stabile in una casa del Cavaliere.
Il Fatto Quotidiano ha scoperto che la ragazza napoletana eletta consigliere provinciale a Napoli nel 2009, abita in un appartamento di Silvio Berlusconi.
Per l’esattezza è inquilina della Immobiliare Dueville Srl, partecipata al 40 per cento dalla Dolcedrago di Berlusconi e per il restante 60 per cento dalla Holding Prima e dalla Holding Ottava, due delle 22 società omonime che controllano la Fininvest.
Non basta: sempre mediante la Dueville, nello stesso periodo, il presidente del consiglio ha comprato un secondo appartamento a Roma in zona Cassia.
Sul citofono si legge da pochi mesi il cognome di Adriana Verdirosi, un’altra valletta che compariva nelle liste dei nomi delle candidate per le elezioni europee del 2009, poi depennate grazie all’intervento pubblico di Veronica Lario.
Berlusconi non è nuovo ad acquisti immobiliari a Roma.
Nel 2004 comprò mediante un’altra società un attico alla Balduina dove la conduttrice della RAI Sonia Grey abitava in affitto da anni.
Per la sua vecchia fiamma Virginia Sanjust nel 2006 spese 2 milioni e 250 mila euro per un appartamento in piazza Campo dei Fiori.
La storia di Francesca Pascale, rispetto alle altre, assume anche un risvolto di interesse pubbblico.
L’amica napoletana del presidente del consiglio è stata candidata alle elezioni provinciali del 2009 e gratificata con una consulenza al ministero dei beni culturali.
Ora si scopre che il Cavaliere e la giovane promessa del Pdl di Posillipo sono legati oltre che dalla passione politica anche da quella per le belle case.
L’appartamento in questione è inserito in un comprensorio signorile in cima a via Cortina d’Ampezzo, in zona Trionfale, è composto di una sola camera, servizi e terrazzo ed è costato al Cavaliere ben 470 mila euro.
Un prezzo molto elevato ma che si giustifica per la presenza del box e soprattutto per il contesto.
Il palazzo è videosorvegliato e presidiato all’ingresso da un portiere ed è dotato di una bella piscina condominiale circondata dal verde e dai lettini prendisole.
Al citofono risponde Catuscia Pascale: “Francesca non c’è”, dice con grande disponibilità , “io sono sua sorella e sono venuta a trovarla. Ogni tanto, visto che vivo a Latina, mi appoggio qui”.
Quando il cronista chiede perchè la sorella abita in una casa del presidente del consiglio, lei cade dalle nuvole: “ma cosa dice? La casa non è di Berlusconi, mia sorella è in affitto qui da circa un anno e non mi ha mai detto nulla del genere. Mi viene da ridere solo all’idea”.
Le visure della conservatoria dei registri ipotecari di Roma raccontano un’altra storia: il 19 ottobre del 2009 la società Immobiliare Dueville Srl con sede in Segrate, rappresentata da Marco Sirtori, compra dalla Alef Immobiliare pagando 370 mila euro in contanti e estinguendo il mutuo di 99 mila euro che ancora gravava sull’immobile.
Una somma alla quale bisogna aggiungere i 24 mila euro incassati dal mediatore immobiliare e le tasse pari a 47 mila euro.
L’esborso di oltre 540 mila euro è solo un investimento immobiliare del Cavaliere o anche un bel gesto verso la giovane collega di partito?
La sorella dice che Francesca Pascale è in affitto e che in famiglia nessuno sapeva dell’insigne locatore.
Per capire se si tratta dell’ennesimo caso di un politico ben accasato “a sua insaputa”, Il Fatto Quotidiano ha cercato di ottenere la versione di Francesca Pascale, ma la consigliera provinciale non si è fatta viva.
Il rapporto tra la giovane napoletana e il Cavaliere nasce nel 2006.
A quel tempo questa giovane laureata è famosa più per i suoi balletti ancheggianti che per le sue idee.
In una trasmissione cult sulla tv locale Telecapri (“Il Telecafone”) balla e canta insieme a tre colleghe: “se mostri un po’ la coscia si alza l’auditelle, se muovi il mandolino si alza l’auditelle, se abbassi la mutanda si alza l’auditelle”.
A Napoli il ritornello inventato dal cabarettista Oscar Di Maio lascia il segno.
Su Youtube i video dell’attuale consigliere provinciale di Napoli che struscia il suo top mozzafiato sul compiaciuto comico Di Maio restano tra i più cliccati.
Il telecafone pelato sorride vestito come un camorrista e canta il suo inno ironico al “cafunciello”.
Francesca Pascale e le colleghe improvvisano un merengue sull’erba mentre il lui sventola un tubo di gomma con pose alla Merola (Mario, beninteso, non Valerio) e schizza acqua sulla telecamera.
Purtroppo per i patiti del genere, al culmine di questa fulminante parabola nello show biz partenopeo, che lascia una scia generosa di immagini sulla rete, Francesca Pascale abbandona una strada segnata per scendere (o meglio salire) in campo.
La sua ascesa dal sifone di Telecapri alla piscina di Roma, dal Telecafone al Telepadrone, è una traiettoria istruttiva della selezione della classe politica nel mondo berlusconiano.
Nel 2006 Francesca Pascale fonda con un paio di amiche il circolo “Silvio ci manchi” ispirato dalla nostalgia che attanagliava il Vesuvio per la dipartita del premier da Palazzo Chigi.
Le animatrici del comitato fanno tutte carriera: Francesca Pascale è consigliere in provincia dal 2009; Emanuela Romano è assessore a Castellamare di Stabia dal 2010, ma diventa celebre il 28 aprile 2008 quando il padre si cosparge di benzina come un bonzo sotto Palazzo Grazioli minacciando di darsi fuoco se Silvio non provvede a sistemare la figlia.
Mentre Virna Bello, bionda pienotta che si autodefinisce la Braciolona, è oggi assessore a Torre del Greco.
Quando le tre ragazze vengono fotografate mentre scendono dall’aereo privato del Cavaliere a Olbia, è Francesca Pascale quella più decisa del terzetto che si incammina con piglio da leader verso Villa Certosa.
E, mentre la Romano con i giornali nega di essere lei, Francesca rivendica la sua deliberata scelta politica: “Ma che scherziamo, certo che siamo noi! A ottobre del 2006 ci siamo presentate e appena qualche settimana dopo siamo partite in aereo per Villa Certosa”. A Repubblica proclamava: “non c’è niente di cui vergognarsi, era una convention politica”. Continua »
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