Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
“DAI RAGAZZOTTI DEL CENTRODESTRA SOLO VETI E DISTINGUO, PEGGIO CHE ALL’ASILO”
Le gazebarie volute per Bertolaso, al pari delle consultazioni popolari imposte da Salvini, per non dire
delle comiche primarie del Pd, non entreranno nei libri di storia come esempio accademico di coinvolgimento degli elettori.
Andrebbero regolate per legge, o addirittura abolite del tutto.
Tuttavia questi presupposti non fanno venir meno l’obbligo, soprattutto per il centrodestra morente, a uno scatto di reni e di responsabilità : là fuori c’è Roma, c’è un Partito democratico allo sfascio e un MoVimento 5 Stelle che si trascina troppi interrogativi circa l’adeguatezza di una classe dirigente a curare i mali della Capitale. Verrebbe da dire: chi ha più testa la usi, e chi non ce l’ha la trovi.
Perchè il clamoroso plebiscito per San Guido poteva rappresentare la svolta nel ricompattamento di una coalizione dilaniata da veleni, colpi bassi, tradimenti e tatticismi.
La scusa per resettare pagliacciate incomprensibili.
La resurrezione, insomma, per tentare il miracolo anche a costo di turarsi il naso. E invece no.
Puntualissima è arrivata sul tavolo la carta che anzichè far scopa, spariglia: dopo un irritante tira e molla di mesi, soprattutto dopo aver appoggiato pubblicamente Bertolaso per differenziarsi da Salvini (pro Marchini) il candidato ideale che non s’è voluto candidare, cioè Giorgia Meloni, ieri si è improvvisamente candidata per il Campidoglio nel preciso istante in cui Bertolaso si godeva il trionfo dei gazebo.
Un tempismo perfetto da leader in (dolce) attesa.
E allora non resta che inchinarsi a Berlusconi: è stato l’unico a portare un candidato e a metterci la faccia, a differenza dei suoi alleati, i ragazzotti della nuova generazione del centrodestra che non hanno messo la faccia su niente se non sui propri veti e i propri distinguo.
Berlusconi, al contrario, è sceso in strada nonostante Bertolaso non sia certo in una posizione di forza nel quadro complessivo del centrodestra.
Una lezione di stile anche a Renzi, che appena intravide la malaparata si scrollò di dosso la grana Marino rifilandola a Orfini.
Essendoci ancora in giro un gigante come il Cavaliere verrebbe da dire che non tutto è perduto e che una speranza, forse, c’è.
Epperò poi uno si guarda intorno e li vede tutti lì, come all’asilo, dietro i banchi a tirarsi i cancellini, a farsi le linguacce.
Fino a ieri all’appello rispondevano in troppi, da Bertolaso a Marchini fino a Storace. Adesso in classe si è aggiunta l’alunna Meloni, senza contare l’inserimento al volo della scolaretta Pivetti e la preannunciata presenza in classe, in fondo a destra, dei discoli postfascisti che a Roma qualche voto prezioso si portan via.
Sei, sette candidati al posto di uno. Oggi poteva essere Bertolaso, domani la Meloni. Avanti il prossimo, continuiamo così, facciamoci del male.
Gian Marco Chiocci
(da “il Tempo”)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA PARTITA CHE SI GIOCA A ROMA VA AL DI LA’ DEI CONFINI DELLA CITTA’
Come le streghe sul Monte Calvo, tre destre si sono date convegno attorno al colle romano del Campidoglio.
Secondo le regole di ogni sabba che si rispetti urlano insulti e parole senza senso, ma nè le oche della leggenda nè le campane del mattino sembrano in grado di dissolvere il rumore del loro litigio.
Sotto il colle, Roma assiste stremata e incolpevole, soprattutto impotente.
Già ha vissuto la prova delle primarie anonime del Pd, con manciate di schede bianche gettate nei seggi per far crescere meccanicamente il numero di elettori che languiva politicamente.
Poi l’ossimoro vivente delle primarie di destra con un solo nome sulla lista, quello di Bertolaso, imposto da Berlusconi ma immediatamente contestato dai due partner del Cavaliere, Salvini e Meloni: come se a destra l’unica forma di consultazione possibile fosse il plebiscito, sanzione demagogica di un fatto compiuto, ma ormai senza più la forza nè l’autorità per realizzarsi fino in fondo.
Uno strumento napoleonico, ma per uno schieramento politico che ha smarrito ormai ogni ombra di bonapartismo.
Il risultato è surreale. Incapace di discutere di politica, la destra parla della gravidanza della Meloni, con Bertolaso che la invita a “fare la mamma”, la Lega che la difende scoprendosi improvvisamente femminista per un giorno, e intanto cova ormai apertamente la contro-candidatura della leader di Fratelli d’Italia, mettendo nell’angolo Berlusconi che promette di “ridere in faccia” ai politici di professione: perchè “vengono i brividi” a pensare che gente “incapace di amministrare un’edicola” possa credere di poter fare il sindaco di una città come Roma.
Sotto gli stracci che volano a destra, bisogna però cercare di capire la sostanza del problema, nuovissimo.
Non si tratta infatti di un litigio tra “i tre leader” come titolano comprensivi e nostalgici i giornali di destra, e nemmeno di un “tradimento”, termine che nel vocabolario berlusconiano ricorre ogni volta che la strategia dell’ex premier entra in difficoltà .
Il punto è un altro: Roma, com’è giusto che sia trattandosi della capitale del Paese, sta dilatando sul suo palcoscenico millenario la crisi definitiva dell’idea di una destra di governo, che Berlusconi aveva suscitato nel 1994, ventidue anni fa.
La partita che si gioca attorno all’aula Giulio Cesare del Campidoglio, infatti, va molto al di là dei confini di una città non governata da anni.
È prima di tutto una contesa di eredità , senza nemmeno che Berlusconi abbia firmato il suo testamento politico.
Il capo di Forza Italia è ancora in sella, rinchiuso nell’ultimo ruolo politico che gli è rimasto: non più candidato premier, non più con il suo nome sulla lista, non più padrone di mezza Italia elettorale ma piuttosto unico federatore possibile delle diverse anime di destra che si inseguono nel Paese.
È proprio questo ruolo che gli viene contestato nel momento in cui Salvini e Meloni decidono di mettersi in proprio nella Capitale.
Gli istinti populistici vengono prima e valgono di più del talento federativo dell’ex premier, pessimo uomo di governo sempre, ma più volte capace di costruire una coalizione vincente intorno a sè.
Quanto all’esperienza e all’autorità di un ex uomo di Stato, che ha guidato tre volte il Paese, la neodestra non sa che farsene, protesa com’è ad attaccare le istituzioni.
Così l’ex Cavaliere è solo in un Palazzo sempre più disabitato, costretto a fare il lungo inventario dei suoi errori e a difendere l’ultima trincea politica residua, quella di Forza Italia, dalla sfida oltraggiosa di Salvini e Meloni che lo attaccano da fuori, come se non valesse nemmeno la pena di lanciare un’opa su un guscio vuoto.
Quella a cui stiamo assistendo, in effetti, è una vera e propria “scalata esterna” al potere berlusconiano, che chiude un’epoca.
La partita interna – chi è il reggente, chi compone il direttorio nei misteri di Arcore, chi sarà il delfino – è diventata improvvisamente irrilevante, come un impero che si disfa da solo, in quell’autunno del potere tipico di brutti romanzi sudamericani. Il punto vero è la fine dell’egemonia berlusconiana sul “campo” che lui stesso ha prima evocato, poi recintato e quindi guidato per più di vent’anni.
Senza una vocazione istituzionale, ma con una fortissima inclinazione per il potere, la costruzione mezza meccanica e mezza ideologica del miracolo berlusconiano nel ’94 (un partito nuovo baricentro di un’alleanza a due teste inconciliabili, la Lega a Nord e An a Sud) proiettava comunque e fin da subito la destra resuscitata in una dimensione di governo che non aveva mai conosciuto, anche se per Berlusconi la conquista del Palazzo era per comandarlo più che per governarlo.
La scelta travagliata e incerta di aderire infine alla famiglia europea del Partito Popolare dava al berlusconismo una cornice d’obbligo moderata e governativa, utile a tenere a bada gli istinti cesaristi e una pratica drammatica di dismisura e abuso di potere, dalla legislazione ad personam al conflitto di interessi.
La cornice stessa oggi salta, perchè viene al pettine il nodo fondamentale dei vent’anni berlusconiani: non aver creato una moderna cultura conservatrice in un Paese che non l’ha mai conosciuta, essendo stato a destra prima fascista, poi doroteo, infine berlusconiano, mai conservatore nel senso europeo e moderno del termine. È una esatta e inevitabile conseguenza della prassi del cesarismo autocratico che contempla se stesso al potere in un eterno presente, convinto di essere immortale e comunque non sostituibile, se non per via dinastica.
Il risultato è la mancata creazione dello spazio culturale di una destra di governo: c’è un “campo” a destra, ci sono i voti e c’è la storia di un’esperienza titanica e tragica. Manca una cultura che lo rappresenti e lo renda vivo, lo racconti e lo riproduca, selezionando una classe dirigente con criteri diversi dall’ossequio e dalla fedeltà , che peraltro a destra ha sempre una data di scadenza.
In questo vuoto si liberano e dilagano due sottoculture, oggi rappresentate sulla maestosa scena romana dagli inconsapevoli Meloni e Salvini.
Da un lato un post-fascismo quirite che rinuncia ad ogni dimensione nazionale proprio mentre agita un’idea di nazione non come ideale ma come rifugio; dall’altro un etno-centrismo radicale e spaventato che predica l’egoismo come criterio della nuova politica.
Uniti nella povertà di una nuova ideologia che si nutre di paure e chiusure, dipinge un Paese perennemente sotto attacco, minacciato, depredato dalle èlite, ingannato dalle istituzioni, infiltrato dagli stranieri e dagli “zingari”, in una politica che non si accorge di aver sostituito del tutto i sentimenti con i risentimenti.
Un Paese in continua minorità psicologica, che proietta l’idea di una destra di ruspa e di piazza ma non di governo, dunque anch’essa di minoranza quasi per definizione.
Ai due sfidanti della neodestra italiana manca una cultura nazionale, persino l’ambizione di parlare all’intero Paese rappresentandolo, e non solo a una sua parte, impaurendola.
Finisce qui, dunque, l’avventura della destra italiana di governo, soppiantata da due surrogati minori benchè radicali, che messi insieme non riescono nemmeno a proiettare l’immagine d’importazione di un lepenismo all’italiana.
Il troppo lungo tramonto dell’ex Cavaliere oltre a non lasciare rimpianti non lascia nemmeno principi ereditari all’orizzonte, come forse voleva il suo inconfessato disegno.
Arrivano soltanto i barbari, e in Campidoglio non ci sono più oche.
Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
“CI SONO PERSONE CHE PER EGOISMO DI PARTITO LA SPINGONO A FARSI DEL MALE”
Silvio Berlusconi stoppa la candidatura di Giorgia Meloni a sindaco di Roma, perchè la leader di Fratelli
d’Italia è incinta e, da mamma, non potrà occuparsi di Roma a tempo pieno.
Matteo Renzi invece la incoraggia, anche se auspica la vittoria del centrosinistra al Campidoglio: “Certo che che una mamma può fare il sindaco! – afferma il premier – Io, poi, mi auguro che il sindaco di Roma lo faccia Giachetti”.
Silvio Berlusconi fa notare che “le donne hanno cinque mesi di lavoro non obbligatorio” quando diventano mamme, “è chiaro a tutti che una mamma non può dedicarsi a un lavoro terribile” come amministrare Roma che “è in una situazione terribile, ci sono persone che per egoismo di partito cercano di spingerla a questo e a fare il suo male”.
Il leader di Forza Italia in diretta a Radio anch’io commenta gli ultimi sviluppi polemici nel centrodestra tra Guido Bertolaso e Giorgia Meloni, dicendo che “fare il sindaco significa stare in ufficio 14 ore al giorno, non credo sia una scelta giusta nell’interesse di Giorgia” ha detto Berlusconi.
“Bertolaso ha chiarito che è stata una battuta fatta per difendere la Meloni da chi la tira per i capelli. È noto quanto io la stimi e apprezzi il suo impegno; sono io che, non a caso, ne ho fatto uno dei ministri più giovani. È una cosa chiara a tutti che una mamma non si può dedicare ad un lavoro terribile, Roma è in un situazione terribile e poi la stessa Giorgia lo aveva escluso, ci sono persone che la stanno spingendo a candidarsi” dice ancora Berlusconi.
“In politica come nella vita la parola va rispettata, confermeremo le nostre scelte nelle città più importanti dove le primarie della sinistra hanno portato i peggiori politici della storia. Se la casa è allagata serve un idraulico non uno che sa fare bene i comizi.
Da una parte c’è la concretezza di Bertolaso, dall’altra le chiacchiere della politica” ha concluso.
Guido Bertolaso aveva chiarito sul Corriere della Sera le sue dichiarazioni nei confronti della Meloni. “Ho parlato a Giorgia come se fosse mia moglie. La campagna elettorale è un impegno gravoso, dalle sei del mattino a mezzanotte, bisogna andare in giro tra buche, topi, sporcizia, campi rom” spiega Bertolaso in un’intervista al Corriere della Sera.
“Mia moglie cercherei di tutelarla, proteggerla, coccolarla, anzichè mandarla in tutti i Municipi romani. Ho parlato in sua difesa,niente altro”, precisa Bertolaso, sottolineando che Meloni “è una donna a cui voglio molto bene e che stimo”.
“Le manderò un mazzo di rose”, conclude l’ex capo della Protezione civile.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA LETTERA DI BERTOLASO ALLA MELONI SU “IL TEMPO”: “MIE PAROLE STRUMENTALIZZATE”
Cara Giorgia,
dopo aver letto la tua nota di questo pomeriggio vorrei chiarire, con la schiettezza che mi contraddistingue, che nella mia intervista a «FuoriOnda» di ieri, volutamente strumentalizzata, non ritengo ci fosse nulla di offensivo nei tuoi confronti, nè in quello delle donne che vivono la straordinaria esperienza di «dare la vita».
Non ho mai detto che una donna in gravidanza non può fare la campagna elettorale e non può fare il Sindaco. E un tale pensiero nemmeno mi sfiora.
Oltre a essere da sempre impegnato a combattere pregiudizi e discriminazioni, sono un medico e so bene che la gravidanza è tutt’altro che una malattia, e che non preclude alcun obiettivo a chi si trova nella più dolce delle attese.
D’altronde, gli esempi sono tantissimi e in ogni campo. Anche quando annunciasti la tua gravidanza si discuteva della tua candidatura a Sindaco di Roma e, se non ricordo male, fosti proprio tu a voler riflettere bene sulla possibilità di volerti e poterti impegnare in tale sfida.
Oggi la mia premura, accompagnata da sincere parole di affetto, si rivolgeva a quanti, in queste ore (come allora), ti stanno tirando in ballo strumentalmente, con l’unico scopo di alimentare polemiche che non hanno alcuna ragione di essere, spesso facendo leva proprio sulla tua gravidanza.
È quest’atteggiamento che trovo inqualificabile e degno di speculatori.
Ciò che intendevo dire e che ribadisco oggi è: «lasciate Giorgia in pace e non usatela nel bieco tentativo di metterci uno contro l’altro».
Questo è il mio pensiero e null’altro. In tutte le occasioni ho precisato che riconosco il diritto alla maternità quale priorità da rispettare e tutelare in tutte le sue forme, compresa la libertà di scegliere quali sono gli obiettivi e i limiti che ciascuna donna vuole darsi.
Più volte nelle nostre conversazioni private abbiamo affrontato e convenuto proprio su questo tema.
Colgo quest’occasione per chiederti un impegno comune: battiamoci per dare alle donne la libertà di scegliere il loro presente e il loro futuro; impegniamoci concretamente per costruire una rete di servizi dedicata alle mamme e all’infanzia, degna della Capitale di un Paese civile; promuoviamo norme e regolamenti stringenti che permettano alle donne una reale conciliazione tra gli impegni familiari e quelli di lavoro.
Con questo chiarimento mi auguro si possa mettere la parola fine a questa polemica del tutto fuori luogo e che non giova a nessuno, tanto meno ai cittadini che attendono risposte concrete.
Con affetto e stima, Guido Bertolaso.
(da “il Tempo“)
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
HANNO PERSO TUTTI LA FACCIA: PER UNA VOLTA BERLUSCONI MENO DEGLI ALTRI
Gli elettori romani di centrodestra ne hanno le scatole piene del teatrino che da settimane stanno inscenando i leader di riferimento.
In politica, come nella vita, quando si firma un’intesa e si dà la propria parola occorre avere la dignità di mantenerla: questo distingue gli uomini (e le donne) dai quaquaraqua.
Vi sono pochi ma precisi elementi certi in questa sceneggiata.
Berlusconi aveva proposto Marchini, ricevendo il veto della Meloni. Poi aveva chiesto alla Meloni di candidarsi lei e aveva ricevuto un no.
Alla fine sul nome di Bertolaso avevano raggiunto l’intesa: firmato da Berlusconi, Salvini e Meloni.
Nessuno li aveva obbligati, potevano dire no, ma hanno detto sì.
Se uno non è Giuda mantiene la parola, anche se si accorgesse nel frattempo di aver fatto un errore. Non sta ogni giorno a minare il proprio campo per nascondere la scarsa consistenza delle sue truppe o perchè non ha ancora deciso cosa fare da grande.
Non partecipa alle gazebarie per destabilizzarle il giorno prima e criticarle il giorno dopo.
Non hanno capito che l’unico che non ha nulla da perdere è Berlusconi: Forza Italia a Roma è al 7-8%, con il traino della polemica su Bertolaso non può che aumentare (infatti è già al 9%)
E che farebbe adesso la Meloni?
Ha detto che è pronta a immolarsi se tutti glielo chiedono.
Qundi se fosse in buona fede (e Forza Italia non glielo chiede), non dovrebbe rimangiarsi l’ennesima parola data e correre solo con Salvini per coprire le magagne del leader leghista che a Roma non prende neanche il voto di sua madre.
In conclusione, chi resta col cerino in mano non è Berlusconi che in ogni caso farà una figura meno brutta del previsto, ma i tenores scoppiati della destra capitolina che da trent’anni sanno solo parlare di rom e farsi poi beccare con le mani in pasta con Mafia capitale.
Perchè prima di parlare di “chiudere i campi rom”, bisognerebbe conoscere le norme internazionali che li tutelano: giusto chiuderli, ma poi devi dargli alloggi attrezzati, basta col raccontare balle agli italiani.
Oggi la Meloni annuncerà che corre per il Campidoglio con l’appoggio di Salvini e Berlusconi andrà avanti con Bertolaso.
Comunque è un bene che ciascuno si scelga i compagni di merende più simili: quando si renderanno conto di non contare una mazza, magari ritorneranno sulla Terra.
A cominciare dalla certa destra asociale che pensa di fare la campagna elettorale sui cambi di pannolini nei rotocalchi rosa.
Perchè ormai anche una gravidanza fa spettacolo.
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
“PER ME PIU’ VOTANTI CHE A PRIMARIE PD”
“La Meloni deve fare la mamma, mi pare che sia la cosa più bella che possa capitare ad una donna“.
Così il candidato sindaco di Roma del centrodestra, Guido Bertolaso, ospite a “Fuori Onda” (La7) risponde a una domanda sul possibile ruolo della leader di Fratelli d’Italia nella sua squadra.
“Non vedo perchè qualcuno — spiega l’ex capo della Protezione civile — debba costringere la Meloni a fare una campagna elettorale feroce proprio nel momento in cui deve incominciare ad allattare. Credo che sia una cattiveria. Io, comunque, mi candido”.
Poi in merito alle gazebarie di Forza Italia che, secondo il comitato elettore di Bertolaso alle 19 hanno visto il candidato al 96,7% con 45mila-48mila romani al voto, l’ex Protezione civile dice: “Sono venuti i romani e hanno detto quello che pensano in modo chiaro e sono stati più di quelli che sono andati a votare per le primarie del Pd. Con Salvini penso di aver già chiarito: le ruspe sono un metodo demagogico“.
Infine, rispetto alla vicenda giudiziaria che lo vede imputato per omicidio colposo per il terremoto a L’Aquila, Bertolaso dice: “Rinuncerò alla prescrizione e mi sottoporrò al giudizio della magistratura”
Ieri un Silvio Berlusconi in grande forma era apparso a Roma per sostenere il candidato sindaco di Forza Italia. Su questo nome il Cav è deciso: su Bertolaso non si torna indietro.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA MELONI RICAMBIA IDEA O FORSE NO: “PRONTA A CANDIDARMI”, BERTOLASO USA LA RUSPA: “TICKET IMPROPONIBILE”. “RINGRAZIO SALVINI: CON IL SUO MODO DI FARE CONTRO ROMA HA SUSCITATO LA REAZIONE POSITIVA DEI ROMANI”
Appena Bertolaso ha decretato il successo delle Gazebarie, ecco miss “piede in due scarpe” lanciare la sua candidatura con appena tre mesi di ritardo: “Chiedo un incontro risolutivo a Berlusconi e Salvini nella giornata di domani. Metto a disposizione anche la mia candidatura come gesto di amore e responsabilità .“.
In tre giorni è passata da “organizzatrice delle Gazebarie” a “No alle Gazebarie pro Bertolaso” fino al sacrificio estremo “sono pronta a sacrificarmi”, come se glielo avesse chiesto qualcuno, a parte Pappone (e pure per fregarla).
Quindi la Meloni si candiderà ? Eh no, troppo facile, va bene anche Bertolaso.
“Guido Bertolaso può essere un buon candidato e un buon sindaco se riesce a unire le forze di centrodestra. Se riesce a farlo e a vincere le perplessità che ancora diverse persone hanno, Fdi sarà con lui come lealmente ha fatto dall’inizio“.
Forse dimentica che non è stato Bertolaso a dire no a Salvini, ma Salvini a dire no a Bertolaso, ma andiamo avanti.
Allora va bene Bertolaso ?
Dipende: “se si presta a strumentalizzazioni che sono utili a tutelare un partito, allora saremo costretti a fare scelte diverse“.
Allora non vanno bene le gazebarie?
“Abbiamo contribuito al risultato dei gazebo invitando i romani a votare con spirito unitario. Anche il nostro impegno è stato sfruttato per delegittimare me e il movimento che rappresento.”
Ah ecco, allora le gazebarie, ora che sono andate bene, le ha organizzate anche Fdi, basta saperlo.
E noi che pensavamo che le avesse delegittimate lei alla vigilia, quando ha detto che non era più d’accordo.
Poi l’umorismo finale: “Potrei aggregarmi alla fiera della irresponsabilità collettiva“: tranquilla lo hai già fatto, non è necessario il bis.
Quando a Bertolaso viene chiesto cosa ne pensa dell’ipotesi che Meloni scenda in campo, l’ex capo della protezione civile ribatte: “Un ticket con Meloni per la sfida del Campidoglio? E’ improponibile. Il city manager (ruolo che andrebbe a ricoprire nell’ipotesi ticket con vittoria della leader Fdi-An alle elezioni) non fa il lavoro che fa il sindaco – ha detto Il city manager è il direttore generale del Comune, che è un esecutivo di quelle che sono le indicazioni politiche e operative che gli dà il sindaco e la giunta. Quindi siamo su due piani completamente diversi. o ci metto la faccia, non faccio operazioni per conto di altri”.
La corsa di Guido Bertolaso al Campidoglio appare ormai un dato di fatto.
Lo stesso leader di Forza Italia Silvio Berlusconi mette in chiaro che non ha intenzione di rimettere in discussione la candidatura.
“Se c’è una rottura”, dice, rispondendo ai cronisti che gli chiedono delle tensioni con Lega e Fdi, “è quella tra gli uomini d’azione che fanno, e quelli che sono politici per professione. Nella giunta di Bertolaso ci sarà gente d’azione. I politici facciano i politici, facciano i convegni e parlino. Qui bisogna decidere e lavorare.”
Nel pomeriggio aveva detto: “quando arriverà un politico che mi dice ‘voglio essere io al posto di Bertolaso’ lo guarderò e gli riderò in faccia. E gli dirò ‘mi vengono i brividi a pensare che tu possa immaginare, tu che non saresti capace di amministrare un’edicola, di fare il sindaco di una città come Roma’”.
Il messaggio agli alleati, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, non potrebbe essere più chiaro.
E il diretto interessato acquista sicurezza: “Io sono il candidato del centrodestra, non di un singolo partito”, dice Bertolaso, e annuncia: “Non ho motivi di dovermi fermare, sono i romani che mi spingono a questo punto, non i partiti. E se i romani mi spingono, allora vado avanti come una ruspa fino alla fine”.
Dopo di che rivendica: “Due mesi fa Salvini mi ha chiamato e mi ha detto ‘voglio che ti candidi a sindaco di Roma’. Io a quella telefonata sono rimasto, non l’ho più sentito”.
Così avvia la sua campagna elettorale, scegliendo per l’esordio una intervista a ‘Domenica Live’ su Canale5 con Barbara D’Urso.
Bertolaso risponde poi a Salvini: “lo ringraziamo – afferma – il suo agire e il suo affermare fatti, decisioni e idee che vanno contro l’interesse della Capitale, secondo il mio punto di vista, ha stimolato la reazione positiva di molti romani”.
Domani è un altro giorno, si vedrà …
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
“HANNO VOTATO QUASI 50.000 ROMANI”… BERTOLASO OTTIENE IL 96,7% DI CONSENSI
Guido Bertolaso fa l’en plein alle ‘gazebariè. Incassa il sì del 96,7% dei «quasi 50 mila romani votanti»,
secondo la stima presentata dallo stesso candidato sindaco del centrodestra. Che ora punta dritto al Campidoglio.
«Possiamo andare avanti anche senza Salvini», tuona l’ex capo della Protezione civile, che esclude un ticket con Giorgia Meloni – «improponibile» lo definisce – e si dice «molto preoccupato» per la situazione della Capitale, dal degrado al problema buche. «Il governo dovrebbe dichiarare lo stato di emergenza», afferma.
E lancia un appello a Palazzo Chigi per anticipare le comunali, a fine aprile o inizio maggio, ipotizza.
La ‘prova gazebò di Bertolaso è terminata oggi alle 13.30 quando hanno chiuso i banchetti voluti da Silvio Berlusconi per una sorta di ‘referendum’ sulla candidatura del suo ex sottosegretario.
Anzi, qualche banchetto ha ‘sforatò con gli orari: alcuni seggi hanno dovuto prolungare l’apertura a causa delle numerose persone ancora in fila che desideravano esprimere la loro opinione, spiegano dal comitato Bertolaso.
Fatto sta che alla due giorni di ‘gazebariè, secondo gli organizzatori, hanno partecipato quasi 50 mila romani.
«Siamo contenti, ci scusiamo per i disguidi ma la macchina organizzativa nel complesso credo abbia funzionato in modo egregio» commenta Bertolaso durante una conferenza stampa nel tardo pomeriggio per snocciolare i primi numeri della consultazione: le cifre, non ancora definitive, parlano del 96,7% dei votanti a favore della sua candidatura. Il 3,3% appena avrebbe invece votato no.
«I cittadini hanno risposto con entusiasmo e con grande vivacità a questa nostra chiamata. Un risultato straordinario» commenta Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia.
A proposito delle polemiche sul sistema di votazione, Bertolaso replica:
«Il documento d’identità è stato preso. In molti casi è stato registrato in altri no. Non avevamo imposto una regola ferrea», replica Bertolaso.
(da “il Messaggero”)
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
BERLUSCONI: “I GAZEBO LI HANNO CHIESTO SALVINI E LA MELONI, ORA DISERTANO”… L’ULTIMA DI SALVINI: NASCONDERSI IN UN LISTONE UNICO PER NON FARSI CONTARE… ORA VA A BUSSARE ALLA PORTA PERSINO DI FITTO… LA MELONI HA PERSO IL TRAM, PER GUIDARE IL CENTRODESTRA BISOGNA AVERE LA PATENTE
Veri o falsi che siano, i risultati del primo giorno delle gazebarie volute da tutti e poi boicottate da Lega e Fdi, sono comunicati in serata dal Comitato organizzatore in una nota:
“La risposta agli scettici la stanno dando i romani. Alle 18, orario di chiusura dei gazebo è stata stimata un’affluenza tra le 29-31.000 persone. Una partecipazione oltre ogni aspettativa già per il primo giorno, tanto che alcuni seggi hanno dovuto chiudere anticipatamente avendo terminato le schede. Ecco perchè domani il kit dei gazebo sarà rifornito di schede aggiuntive».
«Spero che tanti altri cittadini andranno a esprimere la loro opinione domattina – aggiunge Bertolaso – Poi domani sera avremo i risultati definitivi, ma quel che è certo è l’avviso di sfratto al malgoverno di questa città ».
Poche ore prima Berlusconi, in visita ai seggi aveva dichiarato: «Bertolaso sono sicuro che vincerà al primo turno perchè i romani hanno buon senso».
A questo punto indietro non si torna, insomma. E a chi gli chiede notizie sulle intenzioni della Meloni risponde: «L’ho sentita questa mattina, mi aspetto che mi dica cosa vuole fare. Auspico che si aggreghi a questa nostra campagna con Bertolaso candidato sindaco». Sottointeso: se non lo fa, andiamo avanti da soli.
La Meloni ora frena: «L’unica possibilità che io corra è che lo faccia per vincere. E per vincere dobbiamo starci tutti, Lega e Storace compresi».
Ma se Berlusconi non è d’accordo, ovvio che la Meloni non va a bruciarsi.
Ma non è tutto, stavolta Silvio ha nel mirino Salvini.
«A questo punto la coalizione salta in tutta Italia» avrebbe minacciato il leader azzurro.
Salvini ormai ne spara una al giorno, ora ipotizza un centrodestra alternativo che a Roma sarebbe battezzato con uno spericolato asse Storace-Marchini ma che in tutta Italia potrebbe vedere persino un accordo con Raffaele Fitto.
Un delirio da fantascienza.
A cui si aggiunge una condizione chiesta da Salvini alla Meloni: un listone unico del centrodestra a Roma dove infilare qualche suo uomo senza esporsi alla brutta figura di presentare la lista Noi con Salvini che prenderebbe percentuali minime.
Ovviamente la Meloni non ci sta, vuole una lista di partito in grado di sfruttare il «traino» della candidata.
E neanche a farlo apposta, proprio oggi il sondaggio Ipsos di Pagnoncelli, certifica l’aggancio di Forza Italia (13%) alla Lega (13,2%) a livello nazionale .
Qualcuno continua a parlare di leadership senza averne titolo, dopo aver perso il 3% in pochi mesi.
Un manicomio.
(da agenzie)
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