Ottobre 30th, 2017 Riccardo Fucile
CHI VUOLE PARTECIPARE DEVE ESSERE “CAPACE DI COMPRENDERE INTERLOCUTORI CON SPICCATE CARATTERISTICHE DIALETTALI”
“Essere capaci di comprendere anche interlocutori con spiccate caratteristiche dialettali”: è
una delle caratteristiche richieste nel capitolato d’appalto che l’Asl Napoli 3 Sud di Torre del Greco ha indetto la gara per “la fornitura di servizio di supporto e gestione azione amministrativa per gli uffici”, responsabile del procedimento la dottoressa Rosaria Comito, Termine ultimo presentazione offerte: le ore 11 del 10 novembre.
In altre parole, per aggiudicarsi l’appalto (base d’asta 207.mila euro pìù Iva per la durata di un anno), le aziende che partecipano alla gara dovranno avere personale in grado di capire il dialetto napoletano, anche per poter gestire (è uno degli altri requisiti richiesti agli addetti) “conversazioni problematiche”.
La ASL in questione ha utilizzato il MEPA (Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione) per avviare il processo di gara con il canale RDO (Richiesta di Offerta) invitando i fornitori che sono iscritti sullo stesso MEPA alla categoria “Servizi Specialistici”.
Il Mercato Elettronico della P.A. (MePA) è un mercato digitale dove possono essere effettuate negoziazioni dirette, veloci e trasparenti per acquisti sotto la soglia comunitaria
In ogni caso, specifica il bando, “per’ l’accettazione del personale proposto (quello che l’azienda aggiudicatrice allocherà presso gli uffici dell’Asl), sarà facoltà della Committente procedere ad un colloquio di approfondimento per verificare la corrispondenza delle competenze riportate nel CV”.
E qui la faccenda si complica: chi e come sarà chiamato a valutare il grado di comprensione del napoletano da parte dei candidati che un’azienda propone? E che livello è richiesto: A1, A2, B1…?
Anche perchè il requisito linguistico, nell’elenco delle competenze richieste, precede altre che, in linea teorica, dovrebbero essere più importanti, come
avere un livello di istruzione almeno pari alle medie superiori
saper utilizzare strumenti informatici standard
saper navigare in modo efficace un sito internet ed applicazioni Web oriented
“Non parteciperò alla gara”, dice una fonte a neXt Quotidiano, “anche perchè non ho nessun dipendente napoletano, ma è la prima volta in 35 anni di fornitura di servizi ad enti”.
Secondo Babbel, la app per imparare le lingue, per gli italiani tra le lingue più studiate per ragioni lavorative si trova l’inglese (77%), il francese (30%) e il tedesco (21%).
Forse dovrà aggiornare il bouquet dell’offerta con il napoletano.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: sanità | Commenta »
Ottobre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
SU DIECI MEDICINALI VENDUTI SOLO DUE SONO “GENERICI”… MA GLI ITALIANI CHE SI LAMENTANO PERCHE’ NON ARRIVANO A FINE MESE DOVE SONO?
Sicuramente i loro nomi, presi dai principi attivi che li compongono, non li aiutano. 
Quasi tutti sanno cos’è l’anti virale Oki. Pochi che il suo equivalente generico è il ketoprofene.
Così come è uno scioglilingua pronunciare Abciximab, il nome del gemello antivirale Aciclovir.
Però i prezzi dovrebbero essere dalla loro parte, visto che sono almeno del 50% inferiori alla fotocopia griffata.
Eppure il mercato dei generici, pur in costante crescita, in Italia non decolla. Basti pensare che da noi acquistiamo solo due scatole su 10 senza griffe, che in Germania hanno la metà del mercato.
Non sfondano nè in farmacia, nè in ospedale, dove stanno andando deserte due aste di acquisto su dieci, denunciano gli industriali delle pillole low cost.
L’onda d’urto
Un sistema sull’orlo di una crisi di nervi che fa sperperare risorse utili a fronteggiare l’onda d’urto dei farmaci innovativi dai prezzi stratosferici.
Proprio in questi giorni la Food and Drug Administration americana ha sdoganato due trattamenti genetici. Yescarta, contro le neoplasie maligne dei tessuti linfatici e Kymriah indicato per forme gravi di leucemia.
Il primo trattamento ha un costo di 373mila dollari, il secondo di 475mila. Davanti a queste cifre il Fondo speciale di 500 milioni per i medicinali innovativi rischia di essere prosciugato anzitempo, lasciando fuori dal nostro mercato terapie che promettono di combattere più efficacemente malattie come cancro, Alzheimer o Hiv.
Il risparmio
E poi i generici farebbero bene anche alle nostre tasche, visto che ogni anno spendiamo circa un miliardo di quel ticket occulto che è il differenziale, non rimborsato dallo Stato, tra il prezzo del generico e del suo analogo griffato. Non simili, ma proprio uguali, per principio attivo, via di somministrazione, forma farmaceutica (pillola piuttosto che supposta) e persino eccipienti.
Tre terapie su cinque somministrate in ospedale – denuncia Assogenerici, l’associazione dei produttori delle pillole senza griffe – sono a base di farmaci fuori brevetto e il 24% sono generici. E già così si perdono per strada un po’ di soldi, perchè non sempre il medicinale venduto con il nome di fantasia abbassa il prezzo a livello del fratello gemello senza griffe.
Come dimostra appunto quel miliardo di euro sborsato dai cittadini per pagare il sovraprezzo. Ma il problema, come denuncia sempre Assogenerici, è che il 20% dei bandi resta deserto, e quindi in mano ai prodotti più costosi griffati. Per gli industriali “genericisti” la colpa è nello schiacciamento sempre più al ribasso dei prezzi, che metterebbero a rischio la sostenibilità delle imprese. A tal punto da farle battere in ritirata.
Il direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco, Mario Melazzini, a sua volta spiega: «Per trarre il massimo vantaggio dai generici le aziende che controllano sia la produzione degli originali che degli equivalenti devono operare nella consapevolezza della loro responsabilità sociale».
Detto in altre parole: occorre superare il conflitto di intessi tra chi produce entrambe le categorie di farmaci e privilegia quelli più costosi con “firma”.
E questo proprio mentre da qui a fine anno andranno fuori brevetto 16 medicinali super-star, tra cui il Cialis, con un mercato di oltre un miliardo di euro.
Per capire il potenziale effetto in termini di risparmio basta dare un’occhiata ai numeri dell’Imatinim, uno dei primi anti-cancro intelligenti, disponibile da marzo in formato “generico”. Se prima per un mese di terapia ci volevano 1.800 euro, ora ne bastano 45, per un risparmio di oltre 200 milioni. Ossigeno utile a finanziare i farmaci innovativi.
(da “La Stampa”)
argomento: sanità | Commenta »
Settembre 15th, 2017 Riccardo Fucile
BENVENUTI NELLA SANITA’ PRIVATA CHE PIACE TANTO AL CENTRODESTRA … “HANNO AGITO A DISCAPITO DELLA SALUTE PUBBLICA”… DALLE AZIENDE SOLDI AI CHIRURGI PER IMPIANTARE ARTI ARITFICIALI SCADENTI
Una caccia famelica dove le prede sono i pazienti più deboli e anziani che fiduciosi si affidano
indifesi ai medici di base che li mettono nelle mani di chirurghi corrotti che non esitano ad impiantare nei loro ginocchi e nelle loro anche protesi scadenti.
È raccapricciante lo spaccato che emerge dall’ennesima inchiesta sulla sanità che ha portato a 21 misure cautelari, tra arresti e sospensioni dal servizio, smascherando un’associazione criminale che faceva capo ai rappresentanti di una azienda italo-francese.
Al vertice della piramide, secondo la Procura di Monza, c’erano due rappresentanti della Ceraver Italia srl, «costola» italiana della francese «Les laboratories osteal medical» che commercializza le protesi, il responsabile commerciale Denis Panico e l’agente Marco Camnasio.
Sono finiti in carcere con Marco Valadè, Fabio Bestetti, chirurghi ortopedici del Policlinico, e Claudio Manzini, primario di ortopedia degli Istituti clinici Zucchi, strutture sanitarie private di Monza convenzionate con il servizio sanitario nazionale. Le indagini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano hanno scoperto che per impiantare le protesi Ceraver i chirurghi ricevevano tangenti (soldi, regali e viaggi) proporzionati al numero di impianti fatti che in alcuni casi sono stati più di cento l’anno.
A procacciare i pazienti ci pensavano i due della Ceraver ingaggiando medici di base in mezza Italia, molti in Lombardia, che mettevano a disposizione dei chirurghi i propri studi professionali per 300 euro al mese più il 20% della parcella dello specialista che lì vistava decine di persone la volta e che, in questo modo, incassava altri soldi e ancora altri quando poi li operava.
Le case di cura convenzionate, infatti, versano legalmente una percentuale tra il 10 e il 15% di ciò che incassano dal Ssn, che va da 9.000 a 13.000 euro per questi interventi. Erano interessati solo alle strutture private dove non ci sono appalti pubblici di fornitura e i chirurghi scelgono le protesi e ai pazienti di fuori regione per i quali si saltano le liste d’attesa e non si applicano i rigidi costi fissi previsti dai drg della Lombardia.
Per loro le regioni di provenienza coprono tutte le spese.
Lo ammette al telefono un tecnico della Ceraver parlando con Camnasio: «Il nostro interesse sono le cliniche convenzionate perchè sono quelle che ci fanno fare i soldi». E Camnasio: «Se si vogliono fare le protesi in fretta bisogna uscire fuori regione».
Tra il 2007 e il 2012 nel reparto ortopedico del Policlinico di Monza 2.368 pazienti sono stati ricoverati ciascuno da quattro a più volte, in un caso addirittura 19 volte.
In ciascuna seduta chirurgica sono state fatte 12 operazioni (un giorno addirittura 36) con una media di 5/6 protesi impiantate mentre al Niguarda e al Fatebenefratelli, ospedali pubblici, di queste operazioni se ne facevano solo 4 a seduta.
Tutta da verificare la assoluta necessità degli interventi visto che, come ha detto il procuratore di Monza Luisa Zanetti, che ha guidato l’inchiesta dei sostituti Manuela Massenz e Giulia Rizzo, i chirurghi non erano «guidati dalle finalità di cura dei pazienti ma dai propri interessi».
Le protesi Ceraver (indagata per violazione della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle società ) non erano neppure le migliori sul mercato per facilità d impianto.
Lo dicono chiaramente gli stessi chirurghi che nelle intercettazioni le definiscono «di merda». «Quanto più era inidonea la protesi, tanto più era alto il “disturbo”», dove “disturbo” stava per “tangente”, spiega Massenz che parla di «una convergenza di interessi in cui si incunea l’esigenza di profitto delle case produttrici», ma mette anche in guardia dal non criminalizzare «l’intera classe medica in gran parte composta da persone di valore».
Il gip Federica Centonze ha disposto gli arresti domiciliari per nove tra chirurghi e medici anche loro accusati di corruzione. Come Filippo Cardillo, chirurgo della casa di cura San Giovanni di Milano, Carmine Naccari Carlizzi, della Columbus di Milano e della Mater Domini di Castellanza, il chirurgo dell’Humanitas-Gavazzeni di Bergamo Michele Massaro, Andrea Pagani e Lorenzo Panico in attività nell’Istituto clinico Sant’Ambrogio di Milano.
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: sanità | Commenta »
Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile
“INOSSERVANZA DEI PIU’ ELEMENTARI DOVERI PROFESSIONALI” A LORETO MARE… E LA POLITICA CONTINUA A PARLARE DI CAZZATE LONTANE DAI PROBLEMI REALI
Al pronto soccorso dell’ospedale Loreto Mare di Napoli è arrivato alle 21.46 dello scorso 16 agosto.
Vittima di un incidente stradale, un ragazzo di 23 anni aveva un politrauma, fratture multiple.
Scatta il ricovero in codice rosso. E iniziano ore di attesa che, secondo quanto denunciano i sanitari, potrebbero essere risultate fatali. Il ragazzo il giorno dopo è morto.
E’ il consigliere regionale della Campania, Francesco Borrelli, a rendere nota la storia. E lo fa diffondendo la denuncia presentata dal responsabile del Pronto soccorso dell’ospedale Loreto Mare, Alfredo Pietroluongo. “Dopo le indagini radiografiche e Tac veniva riportato in codice rosso dove i rianimatori constatavano un progressivo peggioramento delle condizioni generali ed un progressivo calo dell’emoglobina ai valori 7 – si legge nella denuncia – Si provvedeva a richiedere il sangue in urgenza e alle ore 1.04 avveniva il ricovero in Chirurgia con prognosi riservata ed in imminente pericolo di vita”.
“Ciò nonostante – continua la denuncia – il paziente rimaneva in codice rosso impegnando due unità infermieristiche del Pronto Soccorso con visibile disagio per il resto delle attività dello stesso pronto soccorso mentre le anestesiste intervenute rientravano in rianimazione”.
Passa ancora del tempo, fino alle ore 1.45 quando Pietroluongo scrive che “venuto a conoscenza del fatto che il paziente era in attesa da circa due ore di essere trasportato in un altro Presidio per eseguire una angioTac e la cosa si rallentava perchè non vi era accordo su quali infermieri avrebbero dovuto eseguire il trasferimento” chiede al medico che aveva in carico il 23enne “di provvedere ad accelerare i tempi dell’iter diagnostico anche perchè il codice rosso era bloccato da circa quattro ore”.
Il medico di turno risponde che “sapeva lui cosa doveva fare e che le cose andavano bene così”.
Nel frattempo viene deciso chi doveva accompagnare il paziente. Ma intanto “alle ore 3.30 il padre del ragazzo quasi in lacrime, infuriato, mi veniva a chiedere cosa si stava aspettando, preoccupato delle condizioni del figlio che peggioravano”.
Pietroluongo cerca di parlare con il medico che stava seguendo il caso e scoppia uno scambio di accuse.
A quel punto “mi precipitavo al Pronto soccorso chiedendo che un infermiere del Pronto soccorso si offrisse volontario per l’accompagnamento e raccomandavo di far partire immediatamente l’ambulanza con rianimatore e chirurgo a bordo”.
Il gruppo parte “ma senza rianimatore”.
Il 23enne arriva all’ospedale Vecchio Pellegrini: gli vengono trasfuse altre tre sacche di sangue e i medici criticano l’assenza dell’autoambulanza rianimativa, mezzo che non è stato ottenuto neanche per il ritorno al Loreto Mare dove il paziente rientra alle ore 8.30.
Viene condotto in rianimazione dove muore.
“A motivo di quanto esposto credo che i fatti evidenzino una superficialità di comportamento ed un disprezzo per la tutela dell’utenza ancora prima dell’inosservanza ai più elementari doveri professionali – conclude la denuncia – Chiedo ove mai si dovesse ravvisare una condotta omissiva di intervenire e di denunciarle alle autorità competenti”.
Chiederò al direttore dell’ospedale Loreto Mare di avviare un’indagine interna – dichiara Borrelli nel post – per fare luce sulla gravissima vicenda che ci è stata segnalata, relativa alla morte di un giovane di ventitrè anni, giunto al Pronto Soccorso in gravissime condizioni lo scorso 16 agosto e morto il giorno seguente dopo aver atteso per ore il trasferimento presso l’ospedale Vecchio Pellegrini”.
“La denuncia di ritardata assistenza, firmata proprio dal responsabile del Pronto Soccorso Alfredo Pietroluongo – continua il consigliere regionale – parla chiaramente di oltre quattro ore trascorse tra l’arrivo in codice rosso al Loreto Mare, la stabilizzazione del paziente e il successivo trasferimento al Vecchio Pellegrini, per di più senza ambulanza rianimativa. Un fatto gravissimo che deve essere approfondito in modo capillare poichè occorre comprendere la natura di questo ritardo e verificare se lo stesso abbia compromesso ulteriormente il quadro clinico del ragazzo già complesso”.
(da “La Repubblica“)
argomento: sanità | Commenta »
Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
QUESTA TESTIMONIANZA PERCHE’ NESSUN ALTRO FIGLIO, MARITO O PADRE POSSA MORIRE CON UNA VOCE CHE TI DICA “RIMANGA IN ATTESA”
“Rimanga in attesa”. Una cordiale voce di donna me lo ripete in italiano, inglese e
spagnolo. Il telefono è tra orecchio e spalla, mentre con tutta la forza cerco di sollevare mio padre che è mezzo steso a terra, una gamba piegata sotto l’addome, l’altra tesa indietro.
Respira, si lamenta e dal viso scendono a terra gocce di sangue.
“Rimanga in attesa”.
Dentro di me sono convinta di poterlo rialzare, ma il solo sforzo per impedirgli di scivolare ancora è enorme, soprattutto per me che sono uno scricciolo e lui un omone. Gli dico che gli voglio bene, che andrà tutto bene e che arriverà presto qualcuno ad aiutarci.
“Rimanga in attesa”.
Sono passati più di due minuti ed è la seconda chiamata al 118. Attacco e riprovo a chiamare: “Rimanga in attesa “.
La terza chiamata la faccio dal mio cellulare e parte alle 3:19. Nel frattempo arrivano mio fratello e la compagna.
“Rimanga in attesa “.
Lo sollevano, lo poggiano sul letto e vedo mio padre che si sta spegnendo. La chiamata è ancora aperta, sotto le grida di mia madre sento la voce registrata: “Rimanga in attesa”.
Non so cosa fare, vorrei solo un’ambulanza, qualcuno che ci aiuti. Urlo contro la voce registrata.
Prendo una spugnetta bagnata e gliela passo sul viso, provo a mettergli qualche goccia d’acqua in bocca. Poi il dubbio: “Forse non dovevo farlo, forse non può ingoiare. E se soffoca?”.
Ma a suggerirmi cosa fare non c’è nessuno, al telefono ho solo la voce di donna. Mio fratello nel frattempo va in cerca di un’ambulanza al pronto soccorso di Albano Laziale, il paese in provincia di Roma in cui ci siamo trasferiti per fuggire dal caos della Capitale.
La cosa buffa è che da casa mia si può quasi vedere nelle camere per la degenza perchè abitiamo nella via proprio sotto l’entrata principale della struttura.
In totale ci separano 300 metri, praticamente un minuto di macchina. Mio fratello però torna a mani vuote, dal pronto soccorso dicono che “non hanno ambulanze a disposizione al momento”.
“Rimanga in attesa”, continua la voce.
Questa volta però decido che in attesa non rimango più: lascio la chiamata aperta e corro fuori. Intanto, alle 3:26 parte un’altra chiamata al 118 dal telefono della ragazza di mio fratello. La sua attesa si aggiunge alla mia.
Fuori, scalza, suono ai vicini. In casa c’è solo la figlia minore. Le chiedo di aiutarmi a chiamare i soccorsi e anche lei ci prova. Poi, d’improvviso la vocina dal mio smartphone si interrompe, mi rispondono.
All’operatore dico dove abito, gli spiego del rumore tremendo che mi ha svegliata e di come ho trovato mio padre.
Gli dico che è ancora vivo, ma che sta per morire. Gliel’ho visto in faccia. Serve un’ambulanza urgentemente. Mi dice “Ok, trasferisco la chiamata alla centralina del 118 più vicina a lei”.
E anche qui la beffa, uno dei punti da cui partono è a pochi minuti da casa. Ritorno in attesa, di nuovo la voce cordiale di donna.
Urlo, mi sembra un incubo. Al telefono della vicina risponde un altro operatore: gli spiego tutto di nuovo.
Sottolineo che ho già parlato con loro, che mi hanno già messo in attesa con il 118, ma che mio padre non ha più tempo, morirà se non si sbrigano.
Torna la voce di donna. Mollo il telefono con la chiamata aperta alla vicina, le dico di non riagganciare e di ripetere cosa ho detto io casomai qualcuno dovesse rispondere. Corro in mezzo alla strada e comincio a urlare aiuto.
Anche la vicina urla, vede un uomo uscire dalla casa di fronte. Lo raggiungo gli dico di entrare in casa mia, che deve correre perchè papà sta morendo e il 118 non risponde e devo portarlo al pronto soccorso.
“Rimanga in attesa”, continua la voce dal telefono della mia vicina.
Quella del mio cellulare si è zittita, non so se ho riagganciato io o lo hanno fatto loro. Continuo a urlare ed esce un altro uomo. Imploro aiuto anche a lui mentre alla vicina il numero per l’emergenza sanitaria riaggancia il telefono.
L’attesa è finita, ma in tutti i sensi: papà è morto.
Alle 3:34 e alle 3:36 mi chiama un numero privato: “Signora se la vuole ancora, le mando un’ambulanza “.
Volevo aiuto e ho avuto solo una voce registrata.
L’autopsia forse dirà che si è trattato di un ictus o di un’ischemia, in ogni caso darà una spiegazione a quel tonfo che ho sentito.
Forse però non saprò mai perchè ho atteso così tanto una risposta dal centralino unico del 112, perchè abbiamo dovuto chiamare in tre, perchè mi hanno rimesso altri minuti in attesa dopo aver parlato con l’operatore.
Mi domando se fosse accaduto mentre non c’era mia madre che correva a prendere il telefono o mentre non c’ero io che mi sono svegliata e che, dopo averla calmata, le ho detto di prenderlo quel telefono.
O se non ci fossero stati, nella casa accanto, mio fratello e la ragazza. Mi chiedo a quante persone quella vocina abbia detto di rimanere in attesa, a quanti quei minuti sarebbero potuti servire per non perdere la vita.
Per mio padre forse non avrebbero potuto fare nulla, ma una voce umana mi avrebbe almeno aiutata, guidata, supportata. Ho dovuto caricare mio padre in macchina.
Mio fratello ha dovuto guidare con le gambe tremolanti. Alle 3:34 o alle 3:36, quell’ambulanza a noi non serviva più. Eravamo già al pronto soccorso, qualche minuto più tardi ci hanno ufficializzato la morte.
Mio padre si chiamava Gianfranco e faceva il cameriere, era un uomo devoto al suo lavoro. Un padre e un marito con i suoi pregi e i suoi difetti.
E questo racconto è perchè nessun altro padre, marito o figlio, nessun altro amico o cugino, possa morire con una voce che ti dica “Rimanga in attesa”.
(da “La Repubblica”)
argomento: sanità | Commenta »
Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile
LA TRAGICA ODISSEA DEL RAGAZZO MORTO POCO DOPO L’ARRIVO IN OSPEDALE
Marco si è sentito male domenica, mentre era con suo fratello e gli amici.
Un ragazzo gentile di 24 anni che parlava cinque lingue, impegnato come volontario per tradurre le informazioni ai richiedenti asilo. Si lamentava per i forti dolori all’addome.
I crampi che provoca l’appendicite quando si infiamma. È corso in ospedale, dove lo hanno subito dimesso. «Ma io sto malissimo, mi fa male la pancia!», ripeteva. Non gli hanno creduto.
Nelle ore successive i dolori aumentano. La sera, Marco non riesce più a stare in piedi. Suo fratello e i suoi amici lo portano alla farmacia di turno, quella di Piazza Garibaldi, a un passo dalla stazione centrale di Napoli. Il farmacista si rifiuta di aprire la porta. Vede il ragazzo contorcersi per il dolore. Lo pregano di chiamare un’ambulanza.
Attendono per più di un’ora, mentre Marco è riverso a terra, ma l’ambulanza non arriva.
I ragazzi corrono alla fermata dei taxi più vicina, quella di Piazza Mancini. Per accompagnare Marco in ospedale servono dieci euro per la corsa. «Eccoli!», dicono, ma il tassista si rifiuta di caricarli. «Per piacere, sta malissimo!». Niente da fare.
I ragazzi sollevano Marco e lo scortano a un’altra farmacia. Il farmacista osserva il ragazzo e gli suggerisce di acquistare farmaci per quindici euro. Marco inghiotte i farmaci, torna a casa, vomita.
Suo fratello e i suoi amici tentano di nuovo di chiamare un’ambulanza, invano. Si rivolgono a Mauro, che è medico. Telefona anche lui: «Non possiamo mandare un’ambulanza per un ragazzo che vomita».
«Ma sta male — li supplica Mauro — è urgente!». Ricostruisce i fatti parlando al telefono con i colleghi, spiega i sintomi. Marco rantola, ha quasi perso conoscenza. «Niente ambulanza, dovete portarlo a farsi visitare alla guardia medica. Nel caso, poi, l’ambulanza la chiamano loro».
Suo fratello e gli amici lo prendono in spalla, corrono disperati verso Piazza Nazionale. Fermano una volante dei Carabinieri ma nemmeno quelli vogliono caricare Marco in macchina. Si rimettono a correre.
Quando arrivano a destinazione Marco non risponde più.
I medici capiscono che bisogna chiamare un’ambulanza e operarlo al più presto, ma il più presto era prima.
Poco dopo l’arrivo in ospedale, Marco è morto
È morto perchè non si chiamava Marco ma Ibrahim Manneh e veniva dalla Costa D’Avorio, come l’abbiamo ribattezzata noi europei nel 1500, quando abbiamo razziato tutti gli elefanti della zona portandoli all’estinzione.
La denuncia è partita dai suoi amici: gli attivisti dello sportello medico e legale gratuito dell’Ex Opg Occupato. Stamattina hanno convocato una conferenza stampa per denunciare questa incredibile storia di razzismo, ingiustizia e malasanità . Non è la prima che denunciano: in un anno di attività ne hanno seguite tante.
Quella della ragazza shrilankese alla quale, dopo il parto, non consentivano di riconoscere sua figlia perchè non aveva i documenti. «Se entro dieci giorni non riconosci il bambino che hai partorito, vieni denunciato per abbandono di minore». I documenti li aveva persi nell’incendio che aveva distrutto la casa. I Carabinieri non avevano accettato la denuncia di smarrimento perchè la ragazza non aveva i documenti. «Ora la bimba ha otto mesi, si chiama Violetta».
Quelle delle decine di ragazzi bisognosi di cure mediche urgenti e intrappolati anche loro in un Comma 22: per ricevere cure urgenti servivano i documenti che arrivavano dopo mesi. «Abbiamo aperto un tavolo con la prefettura e abbiamo ottenuto una circolare ministeriale che chiarisce che non c’è bisogno dei documenti per essere curati».
Quella delle decine di minorenni soli che arrivano dalla Libia con i segni della tortura addosso: «Li legano, li gettano a terra, li percuotono sotto i piedi e sulle gambe con i bastoni chiodati fino a spaccargli le ossa. Un ragazzo che abbiamo appena visitato ha perso un occhio per una manganellata». Siccome sono ferite cicatrizzate, all’ospedale non vengono refertate, quando invece sarebbe necessario per ottenere asilo politico.
Quella di Chek, che rischiava di finire come Ibrahim. «Per mesi lo hanno ricoverato e dimesso senza fargli analisi. Solo grazie al nostro intervento e dopo molte insistenze hanno acconsentito a fargli un emocromo e una elettroforesi dell’emoglobina che ha confermato il nostro sospetto: Chek ha un’anemia falciforme omozigote. Adesso sarà seguito da un centro specialistico e curato in modo adeguato ma se fosse morto, chi avrebbe spiegato perchè ai suoi genitori? Chi spiega il perchè per i tanti figli che muoiono attraversando deserti e mari?».
L’ambulatorio popolare dell’Ex Opg va avanti grazie a una rete di medici volontari. «Molti di loro non hanno alcuna appartenenza politica», spiega Mauro Romualdo, che voleva partire come medico volontario per l’Africa ma poi l’Africa l’ha trovata a Napoli.
Ci sono specialisti di medicina generale, il ginecologo Enrico che lavora in una struttura convenzionata, l’ortopedico Francesco detto Ciccio, un primario in pensione, una pneumologa, una psichiatra del Policlinico, specializzandi in Infettologia, medicina interna legale, infermieri e psichiatri allo sportello di ascolto e sostegno psicologico.
L’ambulatorio si è costituito grazie alle donazioni, come i due ecografi arrivati da un ginecologo in pensione. «Sono tante le gravidanze che abbiamo seguito. Da poco è nato Denis, il figlio di una ragazza cinese. «Non parlava italiano, ci capivamo traducendo sul telefono».
Per questo, all’Ex Opg ci sono anche i corsi gratuiti di italiano. «Vengono a farsi visitare anche tanti abitanti del quartiere e delle altre zone di Napoli. Un napoletano che non sapeva leggere e scrivere sta imparando qui». Il controllo popolare della salute, lo chiamano.
Garantire le cure mediche ma anche l’istruzione, l’assistenza legale contro lo sfruttamento e il lavoro nero, il doposcuola, l’asilo, perchè le cure non sono solo le medicine, cura è prendersi cura, capire i bisogni, ascoltare.
Per salvare Ibrahim sarebbe bastato ascoltarlo e invece è morto di razzismo: un male incurabile, sebbene la ricerca stia facendo passi avanti e passi indietro. Passi indietro a Chioggia, passi avanti a Napoli, all’Ex Opg, dove si aiutano gli immigrati a casa loro, cioè qui.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: sanità | Commenta »
Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI AGNOLETTO: “SOVVERTIMENTO TOTALE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE IN LOMBARDIA”
“Un sovvertimento totale del servizio sanitario nazionale in Lombardia”. Questa l’opinione di Vittorio Agnoletto, medico e docente dell’Università statale di Milano, sulla delibera della giunta guidata da Roberto Maroni che ha istituito la figura dei gestori: “Sono delle società private, che possono anche non avere nulla a che fare con la medicina, ai quali sarà affidata la gestione dei cittadini con patologie croniche, che con il gestore dovranno firmare un contratto privato”.
Mentre per le altre malattie, i cittadini continueranno a rivolgersi al medico di base, per quelle croniche il gestore provvederà a fissare gli esami presso erogatori di servizi sanitari scelti da lui e non dal malato: “Essendo un gestore privato vorrà evitare di spendere tutto il budget messo a disposizione dalla Regione per quel cittadino e vorrà cercare di risparmiare per fare profitto”.
Tra le conseguenze della delibera, secondo Agnoletto, salterà il rapporto medico-paziente e il malato perderà la libertà di scegliere dove fare un esame: “Se per una malattia cronica vorrà andare da uno specialista di fiducia dovrà farlo privatamente, a pagamento”.
Mentre lo scopo di ottenere risparmi sulla spesa sanitaria non verrà raggiunto: “La Regione risparmierà sulle cure e sugli esami diagnostici, perchè per ogni patologia stabilisce un tetto che non può essere superato. Ma complessivamente spenderà molto di più per gli stipendi dei manager dei gestori e per la burocrazia”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: sanità | Commenta »
Giugno 8th, 2017 Riccardo Fucile
RAPPORTO CENSIS: SALE A 35,2 MILIARDI DI EURO LA SPESA DI TASCA PROPRIA PER LA SANITA’
Il sistema sanitario nazionale rischia il collasso per insufficienza di risorse. 
Si stima, infatti, che manchino dai 20 ai 30 miliardi di euro per garantire il mantenimento degli attuali standard assistenziali.
E già nell’ultimo anno 12,2 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato prestazioni sanitarie (1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente).
Di questi 2/3 sono affetti da malattie croniche, a basso reddito, le donne e i non autosufficienti.
Non solo: 7,8 milioni di italiani hanno dovuto utilizzare per le spese sanitarie tutti i propri risparmi o indebitarsi con parenti, amici o presso banche e istituti di credito vari.
E la spesa di tasca propria per la sanità è salita a 35,2 miliardi di euro (+4,2% nel periodo 2013-2016).
Sono alcuni dei dati emersi dal VII Rapporto RBM — Censis sulla Sanità in Italia, presentati oggi in occasione del 7° Welfare Day.
Le lunghe attese.
Lo sanno bene le donne over 50 che ogni anno devono fare la mammografia: i tempi di attesa nei centri pubblici sono estenuanti e scoraggiano.
Ma anche per gli altri esami diagnostici non si scherza e oltretutto spesso c’è anche l’esborso del ticket.
Sono queste le ragioni principali per cui tanti italiani vanno nel privato e pagano a tariffa intera.
Secondo i dati del Censis, per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno l’attesa arriva a 142 giorni.
“Per una colonscopia l’attesa media è di 93 giorni ma al Centro di giorni ce ne vogliono 109. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni, ma al Sud sono necessari 111 giorni” ha spiegato Francesco Maietta, responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis.
E ancora: sono 67 i giorni di attesa per una visita cardiologica ma si sale a 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni, ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (+18 giorni rispetto al 2014), con un picco di 77 giorni al Sud.
In viaggio per l’Italia.
Cosa pensano gli italiani del Sistema sanitario nazionale? Nonostante le cose vadano di male in peggio, il 64,5% ne è soddisfatto, mentre il 35,5% è insoddisfatto. Al Sud però i soddisfatti sono solo il 47,3%, mentre sono il 60,4% al Centro, salgono al 76,4% al Nord-Ovest e arrivano all’80,9% al Nord-Est.
“Dati – ha proseguito Maietta – che spiegano come mai continua a crescere anche la mobilità sanitaria che è passata da un costo di 3,9 miliardi nel 2015 a quota 4,3 miliardi nel 2016 e che riguarda tra i 6 e gli 8 milioni di cosiddetti ‘pendolari della sanità ‘”.
Spesa privata in crescita.
Tutti questi lati oscuri della sanità pubblica spiegano perchè la spesa sanitaria privata continua a crescere sforando quest’anno quota 35 miliardi, una vera e propria “tassa” aggiuntiva che oggi pesa per circa 580 euro pro capite, e che di qui a 10 anni, per evitare il crack finanziario del Servizio Sanitario Nazionale e/o ulteriori tagli alle prestazioni sanitarie, finirà per superare gli oltre 1.000 euro a testa.
Le cure meno accessibili.
Sono nove le voci di spesa per le quali si fa più fatica ad avere accessibilità alle cure: “Al primo posto – ha spiegato Marco Vecchietti, Consigliere Delegato di RBM Assicurazione Salute che da 7 anni promuove, insieme al Censis, un’indagine sullo stato della Sanità nel nostro Paese – le visite specialistiche (74,7%), seguite dall’acquisto dei farmaci o dal pagamento del ticket (53,2%), per proseguire con gli accertamenti diagnostici (41,1%), l’odontoiatria (40,2%), le analisi del sangue (31%), lenti e occhiali da vista (26,6%), le prestazioni di riabilitazione (14,2%), protesi, tutori, ausili vari (8,9%), e per concludere le spese di assistenza sociosanitaria”.
Chi è più in difficoltà .
Tra i cittadini che hanno dovuto affrontare spese sanitarie private, hanno incontrato difficoltà economiche il 74,5% delle persone a basso reddito (ma anche il 15,6% delle persone benestanti), il 21,8% al Nord, il 35,2% al Centro, fino al 53,8% al Sud. E hanno avuto difficoltà ben il 51,4% delle famiglie con al proprio interno una persona non autosufficiente che hanno affrontato spese sanitarie di tasca propria.
Anziani più colpiti.
Come è facilmente intuibile, la spesa sanitaria privata pesa di più su chi ha meno, su chi vive in territori più disagiati e sugli anziani che hanno più bisogno di cure: fatta 100 la spesa sanitaria privata pro-capite degli italiani, per un anziano si arriva a 146. Un anziano spende di tasca propria per la sanità più del doppio rispetto a un millennial e quasi il 50% in più rispetto a un babyboomer.
Il modello francese.
Come uscire da questa crisi? Attualmente solo il 20% degli italiani riesce a tutelarsi da questa situazione sempre più difficile attraverso una polizza sanitaria integrativa, prevista dal proprio contratto nazionale di lavoro o dalla propria azienda o stipulata individualmente, rispetto alla quasi totalità dei francesi (circa il 97,5%) e a più di un terzo dei tedeschi (oltre il 33%).
Ecco perchè nel corso del Welfare Day sono state presentate due proposte alle istituzioni. “Occorre puntare su un modello di Assicurazione sociale integrativa alla francese, istituzionalizzato ed esteso a tutti i cittadini, che garantirebbe finanziamenti aggiuntivi per oltre 21 miliardi di euro all’anno, attraverso i quali integrare il Fondo sanitario nazionale” ha detto Vecchietti. “Dobbiamo prendere atto che oggi abbiamo un universalismo sanitario di facciata, fonte di diseguaglianze sociali, a cui va affiancato un secondo pilastro sanitario integrativo per rendere il nostro Ssn più sostenibile, più equo e veramente inclusivo”.
Il modello tedesco.
Un’altra proposta è quella dell’esternalizzazione di alcune forme di assistenza come prevede il modello tedesco: “Invece di accettare passivamente la rinuncia alle cure da parte di milioni di italiani questa soluzione permetterebbe di promuovere un’assunzione di responsabilità per i cittadini con redditi più alti (15 milioni di cittadini) mediante l’assicurazione privata della totalità delle loro cure sanitarie con un risparmio previsto per la spesa sanitaria pubblica dai 18,5 miliardi di euro a 3,1 miliardi annui da investire a favore dei cittadini più bisognosi sia economicamente che a livello di salute” ha concluso Vecchietti.
(da agenzie)
argomento: sanità | Commenta »
Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile
COME LA LEGA VENDE LA SANITA’ AI PRIVATI: LA LEGGE ASSURDA DELLA REGIONE LOMBARDIA DOVE IL GESTORE NON SARA’ UN MEDICO MA ENTI PRIVATI CHE POTRANNO LUCRARE SULLA SALUTE DI 3,3 MILIONI DI MALATI FRAGILI E CRONICI
Il titolo, purtroppo, non è uno scherzo, ma è quello che sta avvenendo in Regione Lombardia.
Per ora riguarda una sola Regione ma, se dovesse realizzarsi, è probabile che in pochi anni troverà estimatori anche in molte altre parti d’Italia.
E’ una vicenda (volutamente) complicata ma proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile, convinto che ognuno abbia diritto di essere pienamente informato su quello che riguarda il presente e il futuro della sua salute.
Con due delibere, la n. 6164 del 3 gennaio e la n. 6551 del 4 maggio 2017, la giunta regionale lombarda, senza nemmeno una discussione in Consiglio regionale, sta modificando totalmente l’assistenza sanitaria in Lombardia e cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78.
La non costituzionalità di tali delibere è stata sollevata attraverso un ricorso al Tar dall’Unione Medici Italiani .
Gli Ordini dei medici di Milano e della Lombardia sono insorti: la giunta regionale si è limitata ad inserire qualche modifica di facciata proseguendo a vele spiegate verso una terza delibera attuativa attesa in questi giorni.
La vicenda riguarda, secondo le stime della Regione, circa 3.350.000 cittadini “pazienti cronici e fragili” che sono stati suddivisi in tre livelli a seconda della gravità della loro condizione clinica.
Costoro riceveranno in autunno una lettera attraverso la quale la Regione li inviterà a scegliersi un “gestore” (la delibera usa proprio questo termine) al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, un atto formale con validità giuridica, la gestione della propria salute. Il gestore potrà essere loro consigliato dal medico di base o scelto autonomamente da uno specifico elenco.
Il gestore, seguendo gli indirizzi dettati dalla Regione, predisporrà il Piano di Assistenza Individuale (Pai) prevedendo le visite, gli esami e gli interventi ritenuti da lui necessari; “il medico di medicina generale (Mmg) può eventualmente integrare il Pai, provvedendo a darne informativa al Gestore, ma non modificarlo essendo il Pai in capo al Gestore”.
La Regione ha individuato 65 malattie, per le quali ha stabilito un corrispettivo economico da attribuire al gestore a secondo della patologia presentata da ogni persona da lui gestita.
Se il gestore riuscirà a spendere meno della cifra attribuitagli dalla Regione potrà mantenere per sè una quota dell’avanzo, eventualmente da condividere con il Mmg che ha creato il contatto.
Il gestore non deve per forza essere un medico, può essere un ente anche privato e deve avere una precisa conformazione giuridica e societaria e può gestire fino a… 200.000 persone.
E’ facile immaginare che nelle scelte dei gestori conterà maggiormente il possibile guadagno piuttosto che la piena tutela della salute del paziente, il quale potrà cambiare gestore ma solo dopo un anno.
Scomparirà ogni personalizzazione del percorso terapeutico e ogni rapporto personale tipico della relazione con il medico curante. Per una società che gestirà 100/200.000 Pai (Piani di Assistenza) ogni cittadino è un numero asettico potenziale produttore di guadagno.
Il Mmg viene quindi privato di qualunque ruolo, sostituito da un manager e da una società ; ed è questa una delle ragioni che ha fatto scendere sul piede di guerra i camici bianchi.
Se avesse potuto la Lombardia avrebbe cancellato la figura dei Mmg, ma per ora una Regione non può modificare i pilastri di una legge nazionale come la legge 833.
Ma all’orizzonte c’è il referendum sull’autonomia regionale voluto dal presidente leghista, un referendum consultivo ma che verrà fortemente enfatizzato.
Ci sentiremo dire che l’autonomia da Roma permetterà di rendere pienamente operativa questa “eccellente riforma regionale”. Di bufale sulla sanità ne abbiamo già sentite molte, da Renzi alla Lorenzin e questa non sarà l’ultima.
Una “legge eccezionale”, sosterrà la Regione, perchè eviterà che cittadini malati, in maggioranza anziani, debbano impazzire con le ricette, le telefonate interminabili ai centralini regionali per fissare le visite, le code agli sportelli, le liste di attesa ecc. ecc.
La Regione Lombardia non dirà che tutti questi disagi sono stati costruiti ad arte, prima da Roberto Formigoni e poi da Roberto Maroni, per spingere i cittadini verso la sanità privata che li aspetta con gioia per lucrare ulteriormente sulla loro pelle.
Se il Tar non cancellerà queste delibere e se le organizzazione della società civile non si ribelleranno è forte il rischio che molti nostri concittadini accetteranno quasi con riconoscenza il piano della Regione; salvo poi accorgersi che ad essere trascurata sarà proprio la loro salute.
Ma allora sarà troppo tardi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: sanità | Commenta »