Aprile 20th, 2017 Riccardo Fucile
IL CONDUTTORE E LE DIFFERENZE TRA LE DUE VERSIONI
Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, scrive oggi una lettera al Corriere della Sera in cui prende
atto che il servizio è stato inteso come «contro i vaccini obbligatori» e prende atto di non essere stato «sufficientemente chiaro», anticipando l’intenzione di «fornire ogni chiarimento ai telespettatori nella prossima puntata». Ecco la lettera integrale di Ranucci:
Caro direttore,
sento il bisogno di scrivere queste righe in seguito al clamore che ha suscitato il servizio trasmesso lunedì sul Papilloma virus. Il servizio è cominciato con una grafica che specificava nei dettagli l’utilità del vaccino, nella quale abbiamo affermato che questo vaccino previene il tumore al collo dell’utero. Il programma proseguiva con un mio intervento nel quale letteralmente affermavo: «Quest’inchiesta non è contro l’utilità dei vaccini, in tema di prevenzione si tratta della scoperta più importante degli ultimi 300 anni», anche se tale vaccino è consigliato, ma non obbligatorio. Specificavo poi che il tema del servizio erano le reazioni avverse, e fornito gli elementi dimostrati dall’Oms, nel centro di Uppsala in Svezia. Su tali reazioni avverse, il Mediatore europeo ha accolto il reclamo di un gruppo di ricercatori danesi del Cochrane.
Si tratta di scienziati accreditati, a cui dobbiamo il ritiro dal commercio di un farmaco a base di Sibutramina, un farmaco antiobesità , che aveva provocato decessi. Su questo reclamo accolto dal Mediatore, ha espresso la sua valutazione in contraddittorio la dottoressa Enrica Alteri,a capo del Comitato di valutazione dei medicinali per l’ Agenzia europea del farmaco. In Italia le reazioni avverse devono essere comunicate alla Farmacovigilanza, e si è scoperto che coloro che hanno reazioni avverse non sempre riescono a segnalarle. Su questo punto è stato chiesto il parere del più importante farmacologo italiano, Silvio Garattini, il quale ha confermato che il sistema della farmacovigilanza ha delle criticità . In onestà ci sembrava doveroso portare all’attenzione delle autorità competenti una mancanza di trasparenza.
Tutto questo è stato inteso come un servizio contro i vaccini obbligatori. Se è stato compreso in questo modo, prestando di conseguenza il fianco a strumentalizzazioni, significa che non sono stato sufficientemente chiaro. Di questo mi assumo ogni responsabilità , e anticipo attraverso il suo giornale l’intenzione di fornire ogni chiarimento ai telespettatori nella prossima puntata di Report. Ci tengo a ribadire l’importanza delle vaccinazioni obbligatorie e quelle consigliate anche perchè ho sempre fatto vaccinare i miei figli.
Benissimo.
Solo a mo’ di promemoria per Ranucci, allora, facciamo notare al conduttore di Report che quello che racconta nella lettera al Corriere non è ciò “è stato inteso” come un servizio contro i vaccini obbligatori. Per il semplice motivo che il servizio che Ranucci ha così ben riassunto nella sua letterina non è il servizio che è andato in onda. Non sappiamo se Ranucci non abbia visto il servizio o è semplicemente in malafede ma ci si chiede come mai abbia omesso, nel suo resoconto, di menzionare gli aspetti controversi del servizio.
Perchè per come la racconta Ranucci al direttore e ai lettori del Corriere effettivamente c’è poco da dire: un servizio di quel genere non sarebbe mai stato visto come un’inchiesta contro i vaccini (obbligatori o meno visto che quello anti-HPV è facoltativo).
Ma ci viene il dubbio che un servizio costruito in quel modo probabilmente non sarebbe mai andato in onda su Report.
Nell’inchiesta di Alessandra Borella ci sono infatti alcuni elementi ulteriori che convenientemente Ranucci non cita. Ad esempio curiosamente non viene menzionata l’opinione del dottor Yehuda Shoenfeld, forse a Report si sono accorti che le sue ipotesi per il momento non sono supportate da dati scientifici dimostrati?
L’unico esperto citato è Silvio Garattini che non a caso nell’intervista mandata in onda non parla di vaccini ma rileva la mancanza della replicazione dei dati e solleva il sospetto di un possibile conflitto di interessi con le case farmaceutiche.
Ed è giusto chiedere maggiore trasparenza e controllo sui dati, strano però che la stessa richiesta di controllo non si applichi anche ai ricercatori che vengono intervistati nel servizio.
Ranucci poi non menziona l’intervista a Beniamino Palmieri dove il medico dell’Università di Modena spiega di aver riscontrato partendo dal 2008 e fino al 2011 “come il 60 per cento delle ragazze vaccinate con i due classici vaccini Gardasil e Cervarix anti-HPV manifestassero delle reazioni avverse”.
Nè Palmieri nè la Borella specificano di che tipo di reazioni avverse si tratta: sono gravi?
Il contesto nel quale è inserito il contributo di Palmieri — ovvero dopo i drammatici racconti di alcune ragazze che sostengono di aver subito gravi reazioni avverse dopo il vaccino contro il Papilloma virus — lascia intendere di sì.
Questo però è scorretto sia dal punto di vista scientifico che dal punto di vista giornalistico. Del resto anche quando si parla dei 71 mila casi di reazioni avverse registrate dall’Uppsala Monitoring Center la cifra sembra esagerata rispetto ai dati dell’UMC (qui il link) che parla di poco meno di 40 mila casi riportati e riferisce che la maggior parte delle reazioni avverse (Adverse Event, AE) riferite sono lievi (Report non lo specifica) e che conclude:
A causal association between these AEs and HPV vaccination remains uncertain; however, given the medical seriousness of this safety concern, we believe that a more definitive study of the findings presented here is essential to ensure continued confidence in the HPV vaccine.
Un’altra cosa che Ranucci evita accuratamente di menzionare nella sua lettera è il riferimento al caso di Pasqualino Rossi: nel servizio la vicenda giudiziaria che ha visto coinvolto Rossi — accusato di aver preso una mazzetta per non far ritirare dal commercio l’Aulin — viene presentata da Borella in un altro modo.
La giornalista di Report infatti in due occasioni ricorda agli spettatori che Rossi è stato fotografato mentre prendeva una tangente (vero) ma senza dire che era per la vicenda di Aulin e invece dicendo chiaramente:
Ora, metti tutto questo, e metti che i controllori sono finanziati dai controllati. E metti anche che chi era nel comitato di valutazione del vaccino è stato beccato mentre percepiva una mazzetta da chi doveva appunto valutare e che invece di essere cacciato via è stato promosso.
Non discutiamo qui dell’opportunità di promuovere un dirigente beccato con le mani nella marmellata (è evidente che Report ha ragione) ma l’utilizzo della vicenda per dire che EMA non funziona e che la valutazione del vaccino anti-HPV è stata condizionata da tangenti è quanto meno pretestuosa, visto che Rossi è stato arrestato, indagato e poi prescritto per un altro caso di corruzione.
Ci sono prove che Rossi abbia percepito tangenti per far approvare Gardasil o Cervarix? Anche questa volta la risposta è no. E anche questa volta Ranucci non ne parla nella sua lettera.
L’ultimo aspetto controverso è quello che riguarda l’intervista alla dottoressa Antonietta Gatti che ha spiegato agli spettatori che i vaccini sono contaminati da metalli pesanti.
Lo ha fatto utilizzando una criticatissima ricerca fatta in collaborazione con il marito Stefano Montanari, una vecchia conoscenza del mondo dell’antivaccinismo che qualche tempo fa ha deciso di lasciare la battaglia.
La Borella si è difesa dicendo che non ha intervistato Montanari: vero, ha intervistato sua moglie che ha esposto i dati della loro criticatissima e contestatissima ricerca. È da quella ricerca (link) che la Gatti snocciola le cifre sulle contaminazioni da metalli pesanti ritrovate nei vaccini Gardasil e Cervarix (due delle 44 formulazioni esaminate).
Convenientemente, oltre ad omettere il fatto che Montanari è co-autore della ricerca la Borella non riferisce che i due coniugi sostengono che il vaccino contro morbillo-parotite-rosolia “è associato con casi di autismo”.
Nè Borella si preoccupa di evidenziare tutti i dubbi sulla veridicità dello studio come ad esempio la mancanza di un gruppo di controllo o di studi che mettano in correlazione la presenza di nanoparticelle con le reazioni avverse descritte all’inizio del servizio.
Questo collegamento viene lasciato allo spettatore che — oopportunamente imbeccato dal taglio del servizio — è portato a pensare che sono i metalli pesanti che contaminano i vaccini a causarle. E dal momento che la Gatti dice di averne rilevati in 44 vaccini la conclusione è che tutti i vaccini sono contaminati da metalli pesanti e che tutti i vaccini non sono sicuri.
Infine c’è il modo con cui è stato deciso di gestire il contatto con Roberto Burioni: in prima battuta Report si è giustificato dicendo che Burioni — contattato dalla redazione — non ha risposto.
Si è scoperto poi che la giornalista di Report ha mandato un messaggio privato a Burioni su Facebook il 2 gennaio e che dopo che in un commento il 16 febbraio Burioni (senza per altro sapere che Alessandra Borella è una giornalista di Report) le ha dato della capra ignorante la giornalista ha dedotto “che non fosse interessato”. Questo significa che per oltre un mese la redazione di Report non è riuscita a trovare il modo di contattare il dottor Burioni attraverso canali più diretti e sicuri ma che semplicemente ha affidato ad un unico messaggio su Facebook (uno delle migliaia che Burioni riceve al giorno) il tentativo di contatto.
Questo se non altro dà la misura di quanto a Report abbiano a cuore il contraddittorio. Ma di tutto questo Sigfrido Ranucci non chiede scusa e non ne parla e preferisce continuare a chiedersi come mai il loro servizio è stato inteso (da anti-vaccinisti e pro-vaccini) come un servizio “contro i vaccini”.
Chissà quale servizio ha visto Ranucci. Di sicuro non quello che è andato in onda. In ogni modo adesso ha un (lungo) elenco di cosine da rettificare nella prossima puntata di Report.
Visto che alla trasmissione della Gabanelli abbiamo sempre riconosciuto serietà , non dubitiamo che sarà così.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 6th, 2017 Riccardo Fucile
COINVOLTA UN’AZIENDA SU QUATTRO… IN TESTA LE LISTE DI ATTESA, LA SEGNALAZIONE DEI DECESSI E I FAVORITISMI AI PAZIENTI PROFESSIONISTI
Il vaccino anticorruzione nella sanità italiana ha iniziato a entrare in circolo, ma è ancora a metà strada: nell’ultimo anno la malattia corruttiva ha coinvolto il 25,7% delle Aziende sanitarie.
Non alla stessa maniera sul territorio: la maglia nera va al Sud, dove le strutture in cui risulta almeno un episodio di corruzione sono il 37,3% del totale.
E’ in estrema sintesi quello che emerge dal lavoro che ha coordinato Transparency International Italia, con Censis, ISPE Sanità e RiSSC hanno riassunto nel Rapporto Curiamo la Corruzione 2017, presentato a Roma per gettare una luce sulla percezione della corruzione in sanità , sulla valutazione delle contromisure adottate e analizzare gli sprechi e le inefficienze nelle aziende sanitarie.
Il progetto vuole proprio supportare il Servizio sanitario italiano, offrendo una cassetta degli attrezzi adeguata; ma parte dalla constatazione che poco più della metà delle aziende sanitarie osservate non ha adottato piani anti-corruzione adeguati.
“Il sistema sanitario italiano si è attrezzato per gestire i rischi di corruzione e minimizzarne gli effetti, ma bisogna fare di più e continuare a investire su ricerca, formazione, dialogo e nuove tecnologie perchè un fenomeno complesso come la corruzione possa essere combattuto in modo efficace. Soprattutto, bisogna migliorare gli strumenti di analisi e la quantità e qualità dei dati disponibili. Inoltre, bisogna ridurre le differenze tra regioni che emergono in modo significativo anche nella lotta alla corruzione e agli sprechi”, sostengono i ricercatori.
La percezione della corruzione
Secondo le risultanze dell’indagine, nel 25,7% delle Aziende sanitarie si sono verificati episodi di corruzione nell’ultimo anno.
E’ altissimo (63,2%) il numero dei responsabili per la prevenzione della corruzione intervistati, la corruzione in sanità rimane stabile.
Una quota simile crede però che i problemi siano altrove: il 64,7% dei responsabili per la prevenzione ritiene che il rischio nella propria azienda sia moderato, solo il 5,9% lo giudica elevato. I settori ritenuti maggiormente a rischio dagli intervistati sono quello degli acquisti e delle forniture; le liste d’attesa e le assunzioni del personale.
Rischi di corruzion
Oltre la metà (51,7%) delle Aziende Sanitarie non si è adeguatamente dotata di strumenti anticorruzione, come previsto dalla legge del 2012. Quando si tratta di rischi di corruzione più frequenti, l’elenco è così composto:
violazione delle liste d’attesa (45%)
segnalazione dei decessi alle imprese funebri private (44%
favoritismi ai pazienti provenienti dalla libera professione (41%)
prescrizione di farmaci a seguito di sponsorizzazioni (38%)
falsificazione delle condizioni del paziente per aggirare il sistema delle liste d’attesa (37%
I rischi di corruzione più elevati sono:
sperimentazione clinica condizionata dagli sponsor
prescrizione di farmaci a seguito di sponsorizzazioni
la violazione dei regolamenti di polizia mortuaria
favoritismi ai pazienti provenienti dalla libera professione
segnalazione dei decessi alle imprese funebri privat
La ricaduta economica degli sprech
i ricercatori, se si sommano gli impatti di sprechi e corruzione con un indicatore di inefficienza si raggiunge il 6% delle spese correnti annue del SSN: l’ammontare delle potenziali inefficienze nell’acquisto di beni e servizi sanitari nel Ssn è stimato in circa 13 miliardi di euro.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 23rd, 2017 Riccardo Fucile
NORBERTO CONFALONIERI ERA “AL SERVIZIO DELLE MULTINAZIONALI DELLE PROTESI, LESIONI AI PAZIENTI”… EVVIVA IL MODELLO LOMBARDIA CHE PIACE TANTO A TOTI E AI LEGHISTI
Il primario ortopedico dell’Ospedale Pini, Norberto Confalonieri, pioniere degli interventi con tecnica computer assistita, è finito agli arresti domiciliari (la procura aveva chiesto il carcere) con le accuse di corruzione e turbativa.
E’ indagato anche per lesioni sui pazienti.
Secondo le indagine del Nucleo di polizia tributaria, il medico avrebbe messo a disposizione delle due società la propria funzione, sponsorizzando l’acquisto di protesi ortopediche.
In cambio avrebbe ricevuto denaro e inviti a programmi televisivi e a convegni. Ma anche “contratti di consulenza ‘occulti’ e altre utilità materiali e immateriali, economicamente apprezzabili, estese anche ai suoi familiari”.
Tipo i viaggi all’estero per tutta la famiglia. Le indagini però vanno avanti perchè gli inquirenti vogliono far luce anche sui danni fisici riportati da alcuni pazienti.
“Ho rotto un femore a una vecchietta per allenarmi”, si legge nelle intercettazioni, mentre i colleghi di lui dicevano: “Non gli rimane che operare le renne”.
La sua era infatti “una tendenza all’intervento chirurgico mediante impianto di protesi a massa”, un paziente indebitato dopo l’operazione era arrivato a minacciare il suicidio.
Il blitz
La gip Teresa De Pascal, su richiesta dei pm Fusco e Mantella, ha fatto eseguire l’arresto e anche 5 misure interdittive nei confronti del responsabile acquisti e forniture dell’ospedale di Sesto San Giovanni, e di 4 dipendenti delle multinazionali Johnson & Johnson e B. Braun. Le due società sono indagate in base alla legge 231 sulla responsabilità delle imprese.
I danni ai pazienti.
Gli inquirenti milanesi stanno facendo accertamenti sui danni fisici subiti da almeno tre o quattro persone (al vaglio, però, ci sono anche altri casi) che sono state operate, soprattutto per protesi alle ginocchia, con la tecnica della “navigazione chirurgica computerizzata” nella casa di cura San Camillo di Milano, dove il medico operava in regime privato.
Stando alle indagini, poi, alcuni pazienti, viste le complicazioni dopo gli interventi al San Camillo, sarebbero stati rioperati al Pini in regime pubblico.
Stando alle indagini della Gdf e dei pm milanesi, Confalonieri avrebbe ‘spinto’, anche in casi in cui non era necessario, nell’utilizzo della tecnica delle protesi con “navigazione computerizzata”, di cui parla a lungo nel suo sito personale.
“Ho rotto il femore a una vecchietta per allenarmi”.
E di lesioni esplice parla lui stesso al telefono. “Eh l’ho rotto (…) gli ho fatto la via d’accesso bikini (…) per allenarmi (…) oggi ho fatto una vecchietta per allenarmi no!”.
Il primario parlava di aver “provocato la rottura di un femore ad un’anziana paziente 78enne, operata” nel pubblico, come si legge nell’ordinanza, “a suo dire per ‘allenarsi’ con la tecnica d’accesso anteriore ‘bikini'” in vista di un “intervento privato”.
Oppure, sempre intercettato, diceva: “Invece dei punti gli ho messo una cerniera così la apro più facile”, per poi fare una risata.
O anche, “se va in mano a un altro collega sono finito”, nel caso di una 40enne – cui aveva rotto un femore durante l’operazione in clinica – che doveva essere rioperata nel pubblico dopo un intervento andato male.
Le intercettazioni.
“Senti una cosa – chiede al medico Maria Grazia C. – com’è andato il femore …spugnoso che si è rotto?”. E lui risponde: “Eh l’ho rotto….è come andato…l’ho lasciato lì così perchè…gli ho fatto la via d’accesso bikini… va beh adesso non dirmi… Per allenarmi su quella lì che devo fare privatamente… è quella lì che devo fare il 30”. La donna allora dice: “Oggi hai fatto una prova” e Confalonieri ribadisce: “Oggi ho fatto una vecchietta per allenarmi no!”. “Meno male… vuoi che mi opero… Se vuoi mi opero per allernarti perchè se no fa malissimo eh”, ironizza la donna e lui: “E niente cosa succede se gli metto dentro… gli ho cacciato dentro sta protesi e ho visto che era rotto..”.
Stando a queste parole, l’operazione era stata eseguita nella struttura pubblica Cto – ora Gaetano Pini – come “allenamento” in vista di un altro intervento, con la stessa tecnica, da svolgersi nella casa di cura San Camillo dove Confalonieri lavora in regime privato.
Nel caso della 40enne, invece, si legge nelle intercettazioni: “Invece dei punti gli ho messo una cerniera così la apro più facile”, poi la “risata” sulle condizioni di salute della donna da lui operata in regime privato, e a cui aveva rotto un femore, e che voleva rioperare all’ospedale in regime pubblico.
Il 18 aprile del 2016, infatti, il medico contattava un coordinatore infermieristico del Pini per “richiedere un posto letto” per la paziente “da lui operata privatamente” il 30 marzo. Diceva: “Ho bisogno di un posto letto per domani (…) se riesci a farlo perchè ho rotto un femore a una paziente della San Camillo (la casa di cura privata) e devo rifarlo (…) se riesci a farmi anche una stanza singola”. E in un’altra telefonata diceva ancora: “Se va in mano a un altro collega sono finito”.
Il paziente indebitato: “Mi suicido”.
Un paziente operato dal primario “mesi dopo le complicanze sofferte”, il 10 aprile del 2016 “si rivolge nuovamente a Confalonieri con toni disperati” e in una telefonata dice: “Per evitare di aspettare 9 mesi perchè altrimenti l’infezione sarebbe andata avanti ho dovuto pagare di tasca mia”.
“Sono senza lavoro – aggiunge il paziente – senza casa, con 35mila euro di debiti, io mi suicido”. Affermazioni alle quali Confalonieri replica dicendo: “Mi scusi, bastava che lei venisse da me e glielo facevo con la mutua”.
Confalonieri aveva deciso di impiantare una protesi al ginocchio al paziente anche se, sottolinea il gip De Pascale nell’ordinanza di custodia cautelare, “come ammesso da lui stesso, le conseguenze negative apparivano prevedibili già a priori, alla luce del quadro clinico del paziente particolarmente sfavorevole”.
E quando la moglie dell’uomo, in un’intercettazione del 19 novembre 2015, si lamenta per al situazione del marito, l’ortopedico si difende dicendo: “Non si può mettere più una protesi, ha capito? No, non è impossibile quell’osso lì non tiene e poi è infetto” e aggiunge “praticamente è come se l’osso fosse di spugna, un osso di spugna ha capito?”. La donna replica: “Però lei doveva valutare un attimo prima di operare”.
E Confalonieri risponde dicendo quella che il gip definisce “una risposta disarmante, il linea con la sua spregiudicata tendenza all’intervento chirurgico mediante impianto di protesi ‘a massa’”. Confalonieri ridendo dice: “Lei è un bel tipo, abbiamo tentato, gliel’ho già detto, abbiamo tentato!”.
I colleghi: “Non gli rimane che operare le renne”.
Quello che il gip definisce “il metodo estremamente interventista” di Confalonieri sembra confermato da una conversazione tra alcuni suoi colleghi. “Gli interlocutori – appunta il magistrato – si lasciano andare a commenti inequivoci circa il metodo estremamente interventista di Confalonieri:”… non gli rimane che operare le renne di Babbo Natale poi ha operato tutti in questo periodo”.
Operazioni che, talvolta, sembrano presentare, stando alle intercettazioni, degli elementi di grave rischio per i malati. Di fronte a “ulteriori approfondimenti medici chiesti da una cardiologa nei confronti prima di un’operazione, la dura reazione di Confalonieri è questa: ‘Andiamo avanti… andiamo avanti… non mi fotte un cazzo a me della cardiologa’, mentre alquanto stizzita risulta la risposta della collega: “Andiamo avanti… però se ci succede qualcosa andiamo in galera tutti e due!'”.
In un altro caso, Confalonieri, “pur essendo a conoscenza che un membro della sua equipe sia altamente infettivo per avere contratto la varicella, lo invita ugualmente a recarsi in sala operatoria per eseguire un intervento protesico: ‘Vai, vai tranquillo!”. Nel gennaio 2016, il chirurgo, “dopo avere appena saputo dal collega che ha dovuto amputare una gamba a un paziente a causa di gravi complicanze seguite all’impianto di una protesi al ginocchio, gli suggerisce seccamente: ‘Hai fatto la protesi immediata? e vabbe’, comunque facevi scena… tanto non vi cambiava niente… comunque quando c’hai qualche caso… magari ti do qualche dritta per fare un po’ di scena”.
“Consolidata rete corruttiva”.
Il procuratore di Milano Francesco Greco descrive il medico come “al centro di una ramificata e consolidata rete di relazioni corruttive”. Confalonieri “in situazione di conflitto di interessi e in violazione dei propri doveri d’ufficio, in un arco temporale dal 2012 al 2015, ha costantemente asservito la sua funzione agli interessi delle società fornitrici di protesi ortopediche Johnson & Johnson Medical spa e B.Braun Milano spa”.
I nomi dei coinvolti.
Le misure interdittive riguardano Luigi Ortaglio, responsabile del Provveditorato economato dell’azienda socio-sanitaria territoriale Nord Milano di Sesto San Giovanni, accusato di turbativa d’asta e per cui è stata disposta la sospensione dall’esercizio della pubblica funzione per un anno.
Per altri 4 indagati, invece, accusati di corruzione e turbativa, è stata emessa la misura del “divieto temporaneo di esercitare le rispettive attività professionali e imprenditoriali nonchè ogni altro ufficio direttivo delle persone giuridiche delle imprese” per un anno. Si tratta di dipendenti delle multinazionali fornitrici di protesi, quelle che secondo le accuse Confalonieri ‘sponsorizzava’ per l’acquisto nella struttura sanitaria.
Le misure interdittive sono state emesse, in particolare, nei confronti di Natalia Barberis e Stefania Feroleto, rispettivamente agente di commercio e dipendente della ‘DePuy Orthopeadics’ in Johnson&Johnson Medical spa. E poi a carico di Fabio Barzaghi e Sabrina Consonni, rispettivamente agente distributore e dipendente della B. Braun Milano spa.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL DOTT. DI CICCO: “LA POLITICA CAMBI SISTEMA E NON CI ACCUSI”
“Prendersela con noi è stata la variabile tragicomica a una vicenda già drammatica. Quando sono arrivato in ospedale domenica, ho guardato in faccia i miei colleghi e gli infermieri a fine turno. Ed erano tutti particolarmente provati, con gli occhi quasi spiritati per la notte che avevano dovuto attraversare, insieme ai poveri pazienti”. Anamnesi di una Sanità sdraiata a terra, proprio come quelle pazienti.
Parla Pietro Di Cicco, 52 anni, da quasi venti stimato medico a Nola, nel pronto soccorso dello “scandalo”.
Dottor Di Cicco, quello di Nola è un caso eccezionale?
“Non direi proprio. Quasi tutti gli ospedali del Sud finiscono nelle condizioni in cui l’Italia ha visto che era messa Nola, sotto il peso di un eccezionale afflusso di pazienti”.
Cosa pensa della richiesta di licenziamento, che auspica la Regione?
“Provo tristezza e sgomento. L’idea che si esponga facilmente alla pubblica condanna uno o più colleghi con cui dividi tante ore di lavoro, tante situazioni di rischio, provoca amarezza”.
Quanti siete e per quanti ammalati, nella media?
“In pronto soccorso, 17 medici. Significa 3 per turno, per una media di 160 accessi al giorno, ma che nei giorni del picco e delle famose foto postate sui social erano 300 pazienti al giorno”.
Di cosa avreste bisogno, per non finire alla gogna?
“Non solo di più barelle, non solo di posti letto. Noi come ospedale siamo messi anche bene, abbiamo servizi che funzionano, ma siamo piccoli. Ciò che manca davvero è un’organizzazione efficiente della rete sul territorio. Invece non c’è”.
È l’inadeguatezza segnalata anche dal ministro Lorenzin, che rimbrottava De Luca.
“Devo dire che stavolta il ministro ha ragione, dice cose assolutamente condivisibili”.
Che cosa non ha funzionato, provocando la dèbà¢cle dei pazienti stesi a terra?
“In Medicina d’urgenza esiste una regola: io devo andare nel tempo giusto nell’ospedale giusto. In Campania spesso accade il contrario: approdi in un pronto soccorso, da cui già era partito l’Sos di non fare arrivare più nessuno, per poi attendere l’ulteriore ricerca di un posto letto e prepararti a un nuovo trasferimento. Avremmo bisogno di un 118 che sappia dove portare i pazienti: perchè se tu mi mandi una persona che necessita di cure ortopediche e io qui non ho l’ortopedico, siamo già in una situazione allucinante che mette il paziente, e poi anche me, in una iniziale situazione di sofferenza. È quello che è accaduto a Nola. È quanto accade in Campania continuamente, e in tanti presìdi del Sud. Ma vede, per la politica e le istituzioni non è mica un’emergenza”.
Non lo è?
“Non lo è. Lo è diventata solo perchè qualcuno ha fatto quelle foto, che sono giustamente urticanti. E costringono a fare qualcosa. Magari la più mediatica: prendersela con chi sta in pronto soccorso”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile
COME IN UN CAMPO DI PRIMA EMERGENZA…. LA RIVOLTA DEI CITTADINI DOPO LA DENUNCIA SU FB
La foto sembra quella di un ospedale da campo e invece è il “Santa Maria della Pietà “, il presidio sanitario di Nola (1200 pazienti solo questa settimana) nel Napoletano: i pazienti vengono curati a terra.
L’ospedale viene preso d’assalto e il pronto soccorso va in tilt.
Non ci sono letti, nè barelle e uomini e donne sono adagiati su coperte e lenzuola stese sul pavimento.
Medici e paramedici fanno il loro lavoro inginocchiati, con le giacche avento addosso, perchè fa freddo, fa freddo fuori e fa freddo nei corridoi (che non sono corsie).
Oggi nell’ospedale mancava anche l’acqua. Sono dovuti intervenire i vigili del fuoco con le autobotti. E all’ospedale di Nola l’emergenza sembra la quotidianità .
La denuncia dei pazienti curati per terra arriva su Facebook: “Ecco come vengono curati e dove vengono messi i pazienti all’ospedale di Nola….”. Decine i commenti.
E il governatore Vincenzo De Luca dispone l’apertura immediata di una indagine interna “per una puntuale verifica dei fatti e per accertare tutte le responsabilità “, si legge in una nota.
“A settembre sono stata ricoverata dieci giorni a Nola- scrive Marzia B. – e lo provato sulla mia pelle sette giorni su dieci su una barella e un medico mi disse.. Signora pregate… Allora ebbi il dubbio di essere in chiesa e non in ospedale”.
“Che vergogna…ho una bruttissima esperienza di quell’ospedale ma perchè non lo chiudono”, scrive Maria Assunta F. E Loredana M. B.: “È una cosa indecente…togliere la dignità a chi sta male….vergogna!!!
“Io ho visto delle cose e Nola spero di non arrivare mai …skifoooo”, posta Pamela E. N.
“Ragazzi che vergogna — scrive Carmine A. – È bruttissimo vedere persone per terra al pronto soccorso”.
E il “caso Nola” diventa subito politico con attacchi espliciti alla gestione De Luca.
Come al solito nessuno si era accorto di nulla, opposizione compresa che poi sa solo fare polemiche a posteriori.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
ASSUNZIONI BLOCCATE E NUMERI CHIUSI… MANCHERANNO CHIRURGHI, GINECOLOGI E PEDIATRI
Dopo una passeggera crisi di vocazione i ragazzi hanno ripreso a fare a spinte per entrare nelle
facoltà di medicina, ma tra blocchi delle assunzioni e numeri troppo chiusi nelle ancora più ambite scuole di specializzazione nei prossimi dieci anni dai nostri ospedali rischiano di sparire 40mila camici bianchi.
Una desertificazione di ambulatori e corsie che, insieme agli altri 16mila medici di famiglia mancanti da qui a sette anni, rischia di mandare in tilt il nostro sistema di assistenza sanitaria.
Anche perchè a mancare all’appello saranno soprattutto chirurghi, ginecologi, pediatri, internisti, specialità delle quali non si può fare a meno
A lanciare l’allarme sulla fuga dagli ospedali d’Italia è uno studio condotto dall’Anaao, il più forte sindacato di categoria, pronto allo sciopero sotto le feste se il governo non metterà sul piatto proposte concrete per arginare il problema e soldi per rinnovare un contratto fermo al palo da sette anni
Intanto i numeri dello studio parlano chiaro: tra il 2021 e il 2015 dalle attuali circa diecimila uscite l’anno si passerà a oltre 5.600 pensionamenti, perchè attaccheranno il camice al chiodo i dottori figli del baby boom.
Così in un decennio andranno in quiescenza 47.300 specialisti ospedalieri più 8.200 universitari e specialisti ambulatoriali.
In tutto un esodo di 55.500 medici.
E siccome vige il parziale blocco delle assunzioni, che consente di sostituire solo un camice bianco su quattro, significa che all’appello mancheranno appunto 40mila dottori. Nemmeno a dire che a contenere le perdite serviranno gli stanziamenti dell’ultima legge di stabilità , visto che servono a stabilizzare settemila precari che già lavorano e non ad assumere nuova forza lavoro.
Lo stesso dicasi delle tremila assunzioni programmate lo scorso anno dal Governo, quasi tutte ferme al palo perchè la maggioranza delle regioni si è guardata bene dal presentare i dati sui propri fabbisogni
Così nei nostri ospedali i medici iniziano a scarseggiare e a mettere sempre più capelli bianchi.
Già oggi quasi la metà di loro, per l’esattezza il 48,7%, ha più di 55 anni, con gli ultrasessantenni sopra quota 20% mentre i giovani tra i 30 e i 34 anni sono appena l’1,7%.
«Medici più anziani di noi in Europa non li ha nessuno e nel mondo siamo secondi dietro solo ad Israele», rimarca il Vice segretario nazionale vicario dell’Anaao, Carlo Palermo, tra i curatori dell’indagine ancora inedita. E non trovando sbocchi in Italia sempre in maggior numero ripiegano il camice in valigia ed emigrano all’estero.
A richiedere la documentazione per poter esercitare oltre confine erano solo in 369 nel 2009, sono diventati 1.836 lo scorso anno.
«Ognuno di loro è costato sui 150mila euro per la formazione, è come dire che regaliamo 1.800 Ferrari l’anno agli altri Paesi», sottolinea Palermo
Ma carenza e invecchiamento della nostra classe medica non sono solo colpa dei blocchi delle assunzioni imposti dalla finanziarie degli ultimi anni.
A fare il resto c’è anche un «imbuto formativo», che a fronte di richieste d’ingresso sempre più pressanti e pensionamenti sempre più massicci continua a lesinare con il contagocce i posti disponibili nelle scuole di specializzazione.
Oggi le porte si aprono a 6.100 laureati in medicina mentre ce ne sarebbe bisogno di 7.900 l’anno.
Come dire che continuando di questo passo in un decennio, qualora si tornasse pure ad assumere a piene mani, mancherebbero pur sempre quasi 20mila neo-specializzati a rimpiazzare chi esce.
Intanto già ora quelli che ci sono non bastano. La riprova viene dalle oltre settemila segnalazioni sul mancato rispetto dello stop ai turni massacranti imposto dalla direttiva europea sull’orario di lavoro.
Denunce che minacciano ora di avviare altrettanti ricorsi.
Paolo Russo
(da “La Stampa”)
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Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile
C’E’ CHI ENTRA AL MATTINO E 12 ORE DOPO INIZIA IL TURNO DI NOTTE
“Quest’anno ho lavorato 150 ore oltre l’ordinario turno di servizio. Ore extra che non mi verranno
pagate. Ho quasi 70 giorni di ferie arretrate e ci sono colleghi che ne hanno accumulati 120″.
È lo sfogo di un medico della provincia di Lecce. E il cahier de dolèances è solo all’inizio: “Lavoro tre domeniche su quattro e non posso neanche recuperare le festività , perchè non ho il giorno di riposo settimanale garantito. Come potrei, se nel mio reparto siamo appena sette medici ma in base alla pianta organica dovremmo essere il doppio? Nessuno di noi fa più libera professione intramuraria. Io ho 61 anni e sono il più giovane. Sta diventando un incubo, non ce la facciamo più ad andare avanti così”.
Il suo è tutt’altro che un caso isolato, a un anno esatto dall’entrata in vigore della direttiva europea sull’orario di lavoro del personale medico e sanitario che prevede come minimo 11 ore consecutive di riposo giornaliero e massimo 48 ore di lavoro settimanale compreso lo straordinario.
Il recepimento ha messo alle corde gli ospedali italiani, da tempo sotto organico a causa del blocco del turnover.
Risultato: giovedì 17 novembre i medici hanno manifestato con un sit-in davanti al Parlamento chiedendo risorse adeguate per nuove assunzioni e stabilizzazione dei precari e per il 28 novembre quelli dipendenti dalla sanità pubblica hanno indetto uno sciopero.
Oggi da Milano a Palermo decine e decine di camici bianchi lavorano anche dopo aver stimbrato il cartellino, gratuitamente, in barba all’obbligo di riposo tra un turno e l’altro e, molto spesso, superando anche il limite delle 48 ore settimanali.
“È l’unica maniera per non lasciare scoperti i reparti. A me il primario lo chiede più volte al mese. Capita che sia stanca e poco lucida, ma come faccio a dire di no?”, racconta una dottoressa del nord.
Nel capoluogo lombardo un pediatra non ha avuto alternative: per somministrare ai suoi pazienti le terapie contro le allergie, non rimandabili e fissate al mattino, è entrato in ospedale alle 8 senza timbrare e dodici ore dopo ha iniziato il turno di notte che gli era stato assegnato, senza rispettare la pausa di 11 ore.
I rischi però sono altissimi, perchè se il medico non risulta ufficialmente in servizio non gode della copertura assicurativa.
“Io sono un chirurgo e personalmente non mi assumerei mai questa responsabilità “. Stavolta a parlare è un’altra dottoressa della provincia di Milano. “Se succede qualcosa al paziente, cosa faccio? Chi risponde? Ma ho tanti colleghi che accettano questo pericolo, altrimenti le liste di attesa si allungano, gli interventi in agenda saltano. E naturalmente le ore in sala operatoria sono gratis”. Da un ospedale di Roma un ragazzo di 27 anni denuncia: “Sono uno specializzando nel reparto di anestesia e ogni settimana lavoro almeno 60 ore anzichè 38”.
Il sindacato dei medici dirigenti (Anaao) della Lombardia ha sottoposto a tutti gli iscritti un sondaggio anonimo per capire se gli ospedali si attengono alla normativa europea sull’orario di lavoro.
Il quadro che ne esce è preoccupante.
Il 40 per cento dei camici bianchi non rispetta l’intervallo di riposo di 11 ore nelle 24 ore tra un turno e quello successivo. Il 60 per cento ha ammesso che non sono previste forme di tutela per chi è reperibile nel caso dovesse essere chiamato di notte (per esempio, se il turno inizia il pomeriggio successivo alla reperibilità ).
Due su dieci non recuperano il festivo lavorato e tre su dieci superano le 48 ore alla settimana. Stessa stima di chi sta in corsia senza aver prima timbrato il cartellino.
In attesa dello sblocco del turnover, che il governo ha annunciato per il 2017 con la possibilità di stabilizzare 7mila precari, lo strumento più richiesto ai medici dalle direzioni sanitarie aziendali per tamponare la carenza di organico sono le prestazioni aggiuntive: ore di lavoro in più programmate per un certo periodo e concordate con il medico, a cui vengono pagate a parte.
In alcune realtà sono diventate la norma.
In una asl di provincia come quella di Frosinone nel 2015 sono stati spesi quattro milioni di euro circa in prestazioni aggiuntive.
“Alla fine del 2016 invece il conto sarà dimezzato grazie a un’ultima infornata di medici e infermieri”, assicura il commissario straordinario Luigi Macchitella, che aggiunge: “Il fondo usato per compensare lo straordinario l’anno scorso è stato sfondato di quattro milioni di euro. Quest’anno dovremmo stare dentro la cifra. Ma dal 2017 cinquanta medici andranno in pensione e sarà un problema”.
Per ottimizzare le risorse succede che i turni di guardia vengano accorpati per unità operative e non più organizzati per singoli reparti. E nei casi peggiori non si può più contare sulle urgenze.
“Nel mio reparto non si fa più assistenza h24 ma solo per 12 ore al giorno. Niente urgenze dunque”, lamenta un medico dalla Calabria.
“Nella chirurgia dell’ospedale di San Severo sono in 5 anzichè 9 e in ortopedia, dove sono in 2 al posto di 7, da luglio hanno bloccato i ricoveri e i pazienti sono stati trasferiti in altre strutture a una trentina di chilometri di distanza — spiega Massimo Correra, segretario dell’Anaao di Foggia -. Mentre negli ospedali di Cerignola e Manfredonia per l’insufficienza di anestesisti vengono programmati al massimo tre/quattro interventi al mese, il personale ormai basta soltanto per le urgenze”.
Chiara Daina
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
MEDICI CATTOLICI: “SE DONNA IN PERICOLO, SI DEVE INTERVENIRE”
Vaticano e medici cattolici chiariscono. 
Chiarimenti che giungono dopo il caso della morte di Valentina Milluzzo, anche se la Procura ha spiegato che non è una morte conseguente al fatto che i dodici medici presenti in reparto, erano tutti obiettori di coscienza .
Sono comunque tutti indagati dalla Procura di Catania con il reato ipotizzato di concorso in omicidio colposo plurimo.
Un atto dovuto, per fare eseguire come incidente probatorio l’autopsia su Valentina Milluzzo, la donna di 32 anni alla diciannovesima settimana di gravidanza, deceduta il 16 ottobre scorso dopo aver perso, con altrettanti aborti, i due gemellini che aspettava in seguito alla fecondazione assistita.
Per i magistrati, che tutti i 12 medici fossero obiettori di coscienza è un falso problema, o comunque non è un problema attinente al caso.
La Procura guarda attraverso la cartella clinica ai protocolli d’intervento e di assistenza prestata alla paziente, oltre che ai controlli ai quali è stata sottoposta durante il ricovero e in particolare durante la crisi che ha preceduto il decesso.
L’autopsia dovrebbe slittare alla prossima settimana.
Sono arrivati stamane nell’ospedale Cannizzaro di Catania gli ispettori inviati dal Ministero della Salute. Fanno parte del team due componenti nominati dal Ministero, un carabiniere del Nas e due tecnici della Regione Siciliana.
Proprio il ministro Beatrice Lorenzin ha commentato dicendo che “l’obiezione di coscienza attiene al profilo deontologico e riguarda la coscienza dei medici, ma non ha a che fare con casi come questo: l’obiezione di coscienza attiene infatti all’interruzione volontaria di gravidanza e non in casi in cui si tratta di salvare la vita di una donna. Sono due questioni – ha detto – che attengono a due sfere diverse”.
Una posizione che viene confermata anche da ambienti cattolici.
L’obiezione di coscienza è “il luogo dove si misura il fondamento della dignità umana” sottolinea il Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, sottolineando in particolare la “dignità inalienabile dell’essere umano in quanto creato da Dio”.
Ma allo stesso tempo, prosegue il cardinale, il problema “non è solo quello della sua affermazione, ma anche quello della sua limitazione, al fine di evitare” di arrivare a “un’anarchia di fatto e ad un’arbitraria sottrazione agli obblighi di legge”.
L’Associazione Medici Cattolici Italiani, da sempre impegnata a sollecitare i medici ad esercitare l’obiezione di coscienza “come esercizio di un diritto di valore costituzionale recepito nel codice di deontologia medica”, in relazione a quanto avvenuto a Catania, ritiene “doveroso ribadire che non può essere invocata l’obiezione di coscienza quando la donna versa in pericolo di vita”.
Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dei medici cattolici, spiega che “di fronte al pericolo di morte della madre, invece, deve scattare l’obbligo grave e irrinunciabile per il medico di fare tutto il possibile per salvarla”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
“QUEL DOTTORE MI DISSE: FINCHE’ BATTONO I CUORI DEI BIMBI NON POSSO FARE NULLA, SONO OBIETTORE DI COSCIENZA”… CI SONO PIU’ TESTIMONI CHE CONFERMANO, ANCHE SE ORA L’OSPEDALE NEGA
«Lo ha detto a me, a me personalmente. Erano le 8 di sera, mia moglie urlava dal dolore da quasi dodici ore. Quando ho chiesto al medico di aiutarla, di fare qualcosa, mi ha risposto: “Sono un obiettore di coscienza. Non posso intervenire fino a quando c’è un battito di vita”».
Francesco Castro si batte vigorosamente la mano sul petto, quasi a giurare che quella che dice è la pura verità .
Affondato sul divano dello studio del suo legale, l’avvocato Salvatore Catania Milluzzo, si scuote per un attimo dall’abbandono e dallo sconforto assoluto che lo attanagliano da domenica, quando ha deciso di riportarsi a casa il corpo di Valentina, dicendo no all’autopsia che era stata suggerita dalla direzione dell’ospedale Cannizzaro
In ospedale negano decisamente che il medico di turno abbia mai detto quella frase e si chiedono come mai abbiate deciso di presentare denuncia solo due giorni dopo la morte di sua moglie. Cosa risponde?
«Cosa ne dovevo sapere io che quel medico era obiettore di coscienza, chi me lo doveva dire se non lui? Lo ha detto a me, e lo ha ridetto ai genitori di Valentina due volte, una delle quali fuori dalla sala travaglio davanti a testimoni, altre persone che non conosco ma che erano lì perchè familiari o amici di un’altra partoriente. Io non so chi siano, ma chiedo loro di farsi avanti e confermare quello che dico. In ogni caso per gli inquirenti non sarà difficile trovarli. Quanto al fatto che domenica abbia detto no all’autopsia preferendo riportare a casa Valentina, non credo sia troppo difficile comprendere il perchè: ero impazzito per il dolore, volevo solo che questo incubo finisse, che mia moglie potesse finalmente riposare in pace. Poi a casa, con un minimo di calma, ci siamo confrontati e abbiamo deciso che era giusto presentare denuncia»
Quando e perchè il medico le ha detto quella frase?
« In serata, prima che mia moglie espellesse il primo bambino. Valentina si era sentita male la mattina dopo colazione, le era salita la febbre, le avevano dato l’antipiretico, era scesa subito ma poi era ritornata a 39. Nel frattempo aveva cominciato a vomitare e ad avere dolori lancinanti. Chiedeva aiuto e nessuno faceva nulla, l’infermiera diceva che doveva aspettare il medico che era in sala parto. Fino alle 3 del pomeriggio nessuno l’ha vista, poi l’hanno fatta scendere nella zona parto. Che cosa stesse succedendo a noi non lo ha mai spiegato nessuno. Anzi, prima ci hanno detto che aveva una colica renale. Lei continuava ad urlare, chiedeva aiuto, chiedeva di essere sedata, io sono entrato in quella sala dieci minuti e sono uscito perchè non ce la facevo più. A quel punto ho chiesto al medico di fare qualcosa e lui mi ha dato quella risposta. E poi l’ha ridetto a mia suocera e a mio suocero. Chiedete a loro»
Salvatore Milluzzo, il papà di Valentina, funzionario di banca, siede di fronte a Francesco e scandisce bene le parole
«Certo che lo ha detto anche a noi. Mia figlia aveva la pressione a 50, la temperatura a 34, sola sul lettino che gridava. Il medico ci ha detto che il battito dei bambini cominciava ad affievolirsi e che stava per perderli e li avrebbe espulsi. A quel punto io e mia moglie gli abbiamo chiesto di fare presto, di farli uscire tutti e due il prima possibile e di fare qualsiasi cosa pur di far finire in fretta questo calvario. Valentina urlava in maniera disumana da più di dodici ore, le ultime parole che ha detto a mia moglie sono state: “Mamma, sto morendo”. E mia moglie per farle coraggio le ha risposto: “Non si muore di parto”. Abbiamo chiesto al medico di fare presto e lui ci ha dato la stessa risposta che aveva dato a Francesco, ma mai nessuno, mai, ci ha fatto capire che Valentina era in pericolo di vita»
Francesco annuisce e con un filo di voce aggiunge: «Quei bambini li attendevamo con gioia, Valentina si era sottoposta a un lungo percorso per averli, pensavamo di avercela ormai fatta. Quando dalla visita di controllo e’ venuto fuori che rischiava un parto prematuro ho deciso di portarla in ospedale per sentirci sicuri e assistiti e invece adesso lei non c’è più, loro non ci sono più e io non ho più niente».
(da “La Repubblica”)
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