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OSPEDALI SENZA INFERMIERI: EMERGENZA DA NORD A SUD

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

CORSIE SEMPRE PIU’ VUOTE, PAZIENTI RICOVERATI IN AUMENTO… SERVIREBBERO 25.000 INFERMIERI

Pochi giorni fa, a margine del suo intervento dal palco dell’assemblea Anci di Bari, il premier Renzi ha annunciato che lo Stato italiano tornerà  presto a bandire concorsi di assunzione nella Pubblica amministrazione: «Diecimila posti di lavoro suddivisi tra forze dell’ordine, infermieri e dottori».
Un numero che però potrebbe anche non bastare, soprattutto nel caso degli infermieri
«Per salvare il nostro Sistema Sanitario Nazionale dal collasso ne servirebbero almeno 25 mila», è l’allarme lanciato da Cecilia Taranto, responsabile per la Sanità  della segreteria nazionale Fp Cgil.
Un’affermazione che sembra trovare riscontro nei dati a disposizione.
Secondo l’analisi del Conto Annuale, periodo dal 2007 al 2014, pubblicata dalla Ragioneria Generale dello Stato, infatti, il Ssn ha perso in soli 5 anni 30 mila dipendenti, di cui si può stimare che un 70% siano infermieri e operatori socio-sanitari.
Nel 2009 il personale ammontava complessivamente a 693 mila unità , ridotte poi a 663 mila nel 2014, e con una progressione simile è probabile che negli ultimi due anni se ne siano perse almeno altre 6 mila.
«Ma se andassimo a vedere regione per regione il quadro sarebbe ancora più drammatico», prosegue la Taranto
Un male diffus
Perchè, se c’è un aspetto che accomuna tutte le regioni del nostro paese, sembra proprio essere quello delle carenze a livello di personale operativo del sistema sanitario.
Dai 1563 dipendenti in meno che lamentano le associazioni sindacali della Puglia, agli oltre 3000 che mancherebbero in Piemonte, fino alla piccola Valle d’Aosta che con soli 703 tra infermieri e operatori socio-sanitari ne avrebbe bisogno di altri 100.
E questi sono solo alcuni dei numeri, mentre è più difficile fare una valutazione di regioni come Calabria, Molise e Campania che, sottoposte a piano di rientro, sono considerate tra quelle in più gravi condizioni
Pazienti in aumento e corsie degli ospedali sempre più vuote, dunque.
Le cause di una situazione del genere vanno ricercate essenzialmente nel progressivo blocco del turnover e delle assunzioni in un settore lavorativo dall’età  media sempre più alta e considerato come estremamente logorante, tanto da essere inserito dal governo nella platea di lavoratori che potranno usufruire del cosiddetto «Ape social» per ottenere un accesso agevolato alla pensione.
All’ester
«Una realtà  come quella di altri paesi europei, dove per ogni sei malati c’è un infermiere, sarebbe utopistica qui da noi, ma almeno bisognerebbe cercare di coprire i pesanti vuoti che vengono lasciati ogni anno – afferma la rappresentante della Cgil – anche perchè altrimenti si mettono a rischio i diritti dei lavoratori, ma soprattutto la sicurezza dei pazienti».
Cosa che, purtroppo, capita già  adesso. Per mandare avanti gli ospedali e le altre strutture sanitarie in condizioni di personale ridotto, infatti, le amministrazioni sono tornate a mettere in discussione norme come la 161 del 2014 che garantisce ai dipendenti sanitari un riposo di 11 ore tra un turno di lavoro e l’altro
O cercano comunque di aggirarle magari ponendo gli orari di reperibilità  proprio in mezzo ai turni di riposo, azzerando le ferie e spostando personale da altri settori affidandogli mansioni per cui non è stato preparato a sufficienza.
Come capita nei Pronto soccorso e nelle Emergenze, i reparti dove la preparazione di un infermiere è più importante e dove le carenze di personale oggi si fanno sentire maggiormente
«Renzi propone un rattoppo, nient’altro. Per risollevare il nostro Sistema Sanitario Nazionale servirebbe un programma di turnover organizzato secondo le esigenze di ogni regione e non qualche migliaio di assunzioni una tantum», conclude Cecilia Taranto.

Lorenzo Gottardo
(da “La Stampa“)

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TRA SETTE ANNI UN ITALIANO SU TRE NON AVRA’ PIU’ IL MEDICO DI FAMIGLIA

Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile

FUGA VERSO LA PENSIONE, CHI SE NE VA NON VIENE RIMPIAZZATO DALLE GIOVANI LEVE… ENTRO IL 2023 SARANNO 16.000 IN MENO

Addio caro, vecchio medico di famiglia.
Entro sette anni 20 milioni di italiani potrebbero rimanere senza il proprio dottore di fiducia. Perchè tra numeri troppo chiusi per i giovani che vogliono aprirsi uno studio di medicina generale e vecchi camici bianchi in fuga da una professione strangolata dalla burocrazia che non li soddisfa più, entro il 2023 verranno a mancare 16 mila medici di famiglia.
Calcolando che mediamente ognuno di loro segue oggi 1200 pazienti, vuol dire che un assistito su tre rimarrà  senza medico.
Un fenomeno diffuso in tutta Italia, anche se i numeri sono più allarmanti a Nord.
In Piemonte, ad esempio, nei prossimi sette anni lasceranno lo studio 1173 medici di famiglia, in Lombardia 2776, in Veneto 1600, in Liguria 527.
Considerando la popolazione, non sono pochi. E il problema è per ogni quattro dottori che lasciano, ce n’è solo uno pronto a subentrare se le regioni continueranno, come fanno oggi, a elargire con il contagocce le borse di studio per accedere alla professione.
I numeri della bomba demografica medica, diffusi al congresso nazionale della Fimmg, la Federazione dei medici di famiglia, sono quelli dell’Enpam, il solido ente previdenziale dei camici banchi, che col perdurare di questa fuga dalla professione qualche problema potrebbe cominciare ad averlo.
I dati parlano chiaro.
Da oggi al 2023 andranno in quiescenza 21.700 medici di famiglia, che se prima appendevano il camice al chiodo verso i 70 anni «ora si ritirano intorno ai 67.
O anche prima, se hanno raggiunto i 35 anni di contribuzione» spiega Vincenzo Pomo, coordinatore della Sisac, l’organismo che per la parte pubblica contratta i rinnovi delle convenzioni mediche. «Bisogna aumentare i posti nelle scuole post-laurea di medicina generale, altrimenti sul territorio rimarranno solo i pazienti», denuncia il presidente dell’Enpam, Alberto Oliveti.
I dati diffusi dalla Fimmg gli danno ragione: le Regioni che programmano l’accesso alla professione non vanno oltre i 900 borsisti l’anno, mentre le uscite marciano al ritmo più che triplo: oltre tremila camici bianchi ogni dodici mesi.
«E non è che poi i giovani vengano tanto incentivati a intraprendere la formazione in medicina generale, visto che – puntualizza il vicesegretario nazionale vicario della Fimmg, Silvestro Scotti – i giovani che scelgono la specialistica, come chirurgia od ortopedia, possono contare su una retribuzione mensile di 1700 euro. I borsisti che aspirano a diventare medici di famiglia a malapena raggiungono gli 800 euro».
Ma a parte la questione economica a spiegare il vuoto c’è anche e soprattutto il fatto che la formazione dei giovani specialisti la fa l’università , che per questo riceve lauti finanziamenti e che, nonostante il numero chiuso, ha tutto l’interesse a mantenere più cattedre possibili.
Quella dei futuri medici di famiglia è invece a carico delle Regioni. Che da un lato tirano i cordoni della borsa, dall’altro – insieme al governo centrale – pensano a un nuovo modello di assistenza per il futuro dove il primo punto di contatto per il cittadino sul territorio non sarà  più il medico di base ma infermieri e tecnici della riabilitazione, con alle spalle èquipe mediche pronte a intervenire alla bisogna.
Un sistema che si pensa possa far limitare le prescrizioni e, quindi, produrre risparmi. «Qualcuno nella stanza dei bottoni – ipotizza Scotti – vuole un modello di cure territoriali senza medici di famiglia?».
I numeri sembrano dire che il sospetto è più che fondato.

Paolo Russo
(da “La Stampa”)

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LA CORRUZIONE NELLA SANITA’ COSTA 6 MILIARDI L’ANNO, COINVOLTA UNA ASL SU TRE

Settembre 30th, 2016 Riccardo Fucile

CANTONE: “E’ ANCHE COLPA DELL’INGERENZA DELLA POLITICA”

La corruzione nella Sanità  italiana “fagocita” 6 miliardi di euro l’anno, sottratti ad innovazione e cura dei pazienti per finire nelle tasche di corrotti e corruttori. Un male contagioso che ha coinvolto ben una asl su 3 in Italia.
Sono i dati emersi dal Rapporto 2016 “Curiamo la corruzione”, presentato lo scorso aprile e curato da Transparency International Italia, Censis, Ispe-Sanità  e Rissc.
Proprio di corruzione e rischio di ingerenza della politica e della criminalità  nel settore sanitario ha parlato oggi a Roma il presidente della Autorità  nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, in occasione del Congresso delle Società  scientifiche italiane di chirurgia.
Secondo il Rapporto, in ben il 37% delle asl si sono verificati episodi di corruzione negli ultimi 5 anni, «non affrontati in maniera appropriata», e il 77% dei dirigenti sanitari ritiene che ci sia il rischio concreto che all’interno della propria struttura si verifichino fenomeni di corruzione.
Tre sono gli ambiti maggiormente a rischio: quello degli appalti, delle assunzioni e degli acquisti. Con una “falla” preoccupante: l’esame dei Piani anticorruzione, previsti dalla Legge 190/2012, di 230 aziende sanitarie, rivela che nel 40% dei casi si sono limitate a un adempimento formale dell’obbligo di legge e solo una struttura sanitaria su 4 ha risposto in pieno alle norme.
Inoltre, secondo dati diffusi lo scorso aprile dal sottosegretario all’Istruzione, Università  e Ricerca, Davide Farone, il malcostume imperversa anche fra i cittadini e «2 milioni di italiani hanno pagato bustarelle per ottenere favori, mentre 10 milioni hanno effettuato visite mediche “in nero”».
«Legami con politica e criminalità  organizzata», appalti con il «più alto tasso di proroghe, spesso illegali» e reparti gestiti da primari «che non hanno mai fatto un concorso».
A dirlo senza mezzi termini è il presidente dell’Autorità  nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone, ribadendo l’assoluta necessità  di maggiori meccanismi di controllo e trasparenza. «In molti casi si è verificato un legame fra Sanità , politica e criminalità  organizzata, e l’ingerenza della politica e uno dei problemi della Sanità . Ciò – ha detto – nasce per esempio dalle considerazioni sugli scioglimenti delle Aziende ospedaliere e delle Asl».
Il punto, ha avvertito, è che «su molte questioni che riguardano i vertici delle strutture sanitarie c’è una forte influenza della politica, che in alcune zone significa anche un pezzo dell’influenza della criminalità . Lo scioglimento di alcune Asl ne è la riprova”. Ma i rischi arrivano pure dalla concentrazione di potere che si potrebbe determinare con le nuove Centrali uniche di acquisto: «Ciò significa – ha spiegato – che quanto più aumenti il potere, tanto più, ovviamente, devi mettere dei contrappesi. In questo caso, i contrappesi sono dati dalla trasparenza e dalla necessità  che ci siano commissioni trasparenti”.

(da agenzie)

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236.000 EURO: LA RESPONSABILE COMUNICAZIONE DELLA LORENZIN GUADAGNA COME MATTARELLA

Settembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

L’AUTRICE DELLA CAMPAGNA FALLIMENTARE SUL FERTILITY DAY E’ DANIELA RODORIGO

Come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, migliaio di euro in più o in meno.
E’ quanto guadagna la dirigente di prima fascia del Ministero della Salute Daniela Rodorigo.
Sarà  lei a pagare le conseguenze delle campagne di comunicazione fallimentari lanciate per il Fertility Day: ieri il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha comunicato di aver attivato il procedimento disciplinare e di revoca dell’incarico dirigenziale nei confronti del responsabile della direzione generale della comunicazione del Dicastero, dopo le polemiche per l’opuscolo “razzista”.
Laureata in Giurisprudenza e un curriculum di tutto rispetto, già  componente esterno della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia del Servizio Sanitario Nazionale, docente alla Sapienza e diversi master conseguiti, Rodorigo ha avuto diversi incarichi come dirigente pubblico.
Ed essendo dirigente di prima fascia si porta a casa una retribuzione lorda annua di 236mila euro (nel rispetto della legge che prevede il tetto di 240mila euro agli stipendi dei dipendenti pubblici), così composta:
Stipendio annuo (55mila euro) + retribuzione posizione quota fissa (36mila euro) + retribuzione posizione quota variabile (76mila euro) + premio di risultato, che comprende il risultato 2013 più l’acconto sul 2015 (43mila euro) + altro (25mila euro).
Si tratta dei dati aggiornati all’anno 2015.
La direzione della comunicazione ministeriale era già  finita al centro delle polemiche per i manifesti a sostegno del piano nazionale per la fertilità : quelli, per capirsi, che raffiguravano una donna con in mano una clessidra accompagnata dallo slogan “La bellezza non ha età . La fertilità  sì”.
Dopo il ritiro dei manifesti è arrivato il secondo passo falso del Dicastero: la copertina dell’opuscolo divulgativo con le due immagini contrapposte delle buone e delle cattive abitudini.

(da “Huffingtonpost”)

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LORENZIN NON NE AZZECCA UNA: RITIRATO L’OPUSCOLO RAZZISTA E APERTA UN’INDAGINE

Settembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

NELL’OPUSCOLO DEL MINISTERO LE CATTIVE ABITUDINI RAPPRESENTATE COME RAGAZZI NERI: IL MINISTRO REVOCA IL MANDATO AL DIRETTORE DELLA COMUNICAZIONE

Cicogne, clessidre, banane avvizzite, ansia da figlio unico. E adesso un opuscolo informativo che sa di razzismo. E che dopo una giornata di polemiche viene ritirato. Sembra non avere fine il pasticcio comunicativo intorno al ‘fertility day’.
Dopo le critiche suscitate dalla prima versione della campagna pro-nascite voluta dalla ministra della Salute Beatrice Lorenzin, si era deciso di virare l’iniziativa su prevenzione e stili di vita sani.
Un messaggio più ecumenico e scientifico, che avrebbe dovuto mettere d’accordo un po’ tutti. Peccato che in uno degli opuscoli del ministero dedicati al binomio vita sana-fertilità , questo rapporto venga tradotto iconograficamente in un confronto bianchi contro neri: da un lato ragazzi biondi e sorridenti ad illustrare le “buone abitudini da promuovere”.
Dall’altro giovani neri con le treccine a rappresentare i “cattivi compagni da abbandonare”. E sui social è di nuovo bufera.
Il ministero si è difeso: “Quello nella foto per noi non è un ‘nero’ ma un ragazzo come gli altri”.
Ma poi in serata l’annuncio: l’opuscolo viene ritirato e viene aperta un’indagine interna. Lorenzin revoca inoltre il mandato al direttore generale per la comunicazione del ministero.
Facciamo un passo indietro.
Il 28 luglio 2016, il Consiglio dei ministri approva la proposta della ministra Lorenzin di istituire per il 22 settembre di ogni anno una giornata nazionale dedicata all’informazione sulla fertilità  umana, accompagnata però da una campagna di comunicazione che chiede alle donne di fare più figli e farli presto, scatenando accese polemiche sui social.
L’immagine più criticata è quella di una ragazza con una clessidra in mano, a simboleggiare la corsa inarrestabile dell’orologio biologico. La contestazione sale al punto che il 1° settembre lo stesso Matteo Renzi prende le distanze dalla campagna pubblicitaria (“Non ne sapevo niente – dichiara il premier – e non conosco nessuno dei miei amici che fa un figlio perchè vede un cartellone pubblicitario”).
E la ministra decide ritirare le cartoline sgradite, sostituendole con altre senza immagini. Oggi, però, emerge il nuovo scivolone.

Monica Rubino
(da “La Repubblica”)

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LA LISTA D’ATTESA E’ LUNGA MESI, MA PAGANDO LA VISITA E’ DOMANI

Settembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

I RITARDI AIUTANO LA CORRUZIONE A SCAPITO DELLA SALUTE: L’INCHIESTA DI “PRESA DIRETTA”

La formula recita più o meno così: «La lista d’attesa è di diversi mesi. Ma a pagamento può venire già  domani».
Il cortocircuito della sanità  pubblica sta in queste due frasi, che sempre più spesso gli italiani si sentono ripetere quando si rivolgono a ospedali statali.
I dati nazionali diffusi dall’ultimo Pit Salute 2015, realizzato dal Tribunale del Malato, parlano di tempi medi per le prestazioni che sono ben lontani dai 30 e 60 giorni previsti rispettivamente per visite ed esami diagnostici dal piano del Ministero della Salute recepito dalle Regioni e tuttora in vigore.
Nei giorni in cui puntuale si ripresenta il balletto di fine estate sui possibili tagli alla sanità , conviene infatti ripartire dai numeri: tredici mesi per una risonanza magnetica; un anno per una mammografia o una Tac; nove mesi per un’ecografia; sette per una radiografia.
E ancora: tredici mesi per una visita psichiatrica, nove per un controllo oculistico, otto per un appuntamento dal cardiologo, sei per essere ricevuti dall’oncologo e altrettanti dall’ortopedico.
Sono tempi inaccettabili perchè rischiano di compromettere il senso stesso della prevenzione e della diagnosi tempestiva.
A raccontare la sanità  negata è il reportage «Liste d’attesa», realizzato da Alessandro Macina per il programma di Riccardo Iacona «Presa diretta», in onda su Raitre.
Un viaggio tra ritardi, disorganizzazione e impossibilità  di accedere alle cure al punto da doverci rinunciare.
Gli ultimi dati Censis dicono che nell’ultimo anno 11 milioni di italiani — uno e mezzo in più rispetto all’anno precedente — hanno rinunciato alle terapie a causa dei tempi troppi lunghi e dell’impossibilità  di pagare una visita privata o in intramoenia. Mentre è in costante aumento la spesa sanitaria annuale sostenuta di tasca propria dai pazienti: 34,5 miliardi nel 2015, oltre 500 euro a persona.
In due anni l’incremento è stato del 3,2%, il doppio rispetto all’aumento della spesa per i consumi delle famiglie nello stesso periodo, pari a +1,7%.
«Chi ha più soldi, oggi si cura prima e meglio. Ma così si lede anche un principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini rispetto alla cura», ammette il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che sta studiando una strada per frenare il ricorso all’intramoenia.
Il mancato rispetto delle liste di attesa, inoltre, è il principale responsabile del fatto che i pazienti debbano andare fuori Regione a fare gli esami.
La chiamano «mobilità  passiva» e costa alla collettività  un sacco di soldi: 300 milioni di euro alla Regione Campania, 270 alla Calabria, 200 milioni alla Puglia.
Fin qui i dati. Ma la realtà  rischia di essere anche peggiore.
Nelle Regioni dove non c’è ancora un unico centro di prenotazione, come prevede la legge, ma tanti Cup che non sono in rete tra di loro, può essere difficile persino riuscire a prenotare una visita.
“DUEMILA EURO AL PRIMARIO PER ESSERE OPERATO PRIMA”
Mazzette per saltare le lunghe liste d’attesa. Nelle pieghe di un servizio pubblico che non riesce a far fronte alla domanda si annida la corruzione.
L’inchiesta della Procura di Salerno ha svelato un collaudato sistema di malaffare all’Ospedale Ruggi, dove il dottor Luciano Brigante, primario di neurochirurgia, è stato arrestato a giugno con l’accusa di aver dato la precedenza ad alcuni pazienti in cambio di denaro.
«Abbiamo versato duemila euro in contanti per passare avanti agli altri», racconta Teresa Di Giacomo, sorella di Angelo.
Il fratello ha lottato due volte contro il cancro. Quando è morto, il 2 dicembre 2015, aveva 49 anni. «Il professore ci chiamò in disparte, ci disse che doveva essere operato d’urgenza. Spiegò che la lista d’attesa era lunga un paio di mesi. Ma aggiunse che pagando, invece, l’intervento si sarebbe potuto fare subito».
La signora Teresa, disperata, non ebbe esitazioni: «Tornai a casa con mia sorella e parlammo con gli altri fratelli. Ognuno di noi mise un tot e raccogliemmo la cifra richiesta». I duemila euro vennero consegnati direttamente nelle mani del primario, «in una busta bianca».
Nel gorgo d’illegatità  dell’ospedale pubblico Ruggi di Salerno c’erano interventi svolti abusivamente da chirurghi non autorizzati, operazioni eseguite a pagamento senza che fosse mai stato fatturato un solo euro, un giro di mazzette con importi che andavano dai 1.500 euro fino a 20.000 euro per un singolo intervento.
La Corte dei Conti contesta ora ai presunti responsabili dei fatti un danno erariale di 566 mila euro.
Secondo l’ultimo report di Transparency international, ogni anno la corruzione sottrae alla sanità  sei miliardi di euro, un’azienda su tre ha registrato fenomeni di corruzione e oltre il 90% delle strutture è a rischio tangenti.
“OGGI BASTANO DUE GIORNI PER L’ESAME SALVAVITA”  
Prenotazioni, esame e referto: tutto in due giorni. Nel panorama a tinte fosche della sanità  italiana, non mancano le eccellenze. Come quella dell’istituto tumori dell’ospedale Regina Elena di Roma, dove da qualche giorno hanno raggiunto un risultato degno di nota.
Nel dipartimento di medicina nucleare, infatti, sono riusciti ad abbattere le liste d’attesa per l’esame Pet, una tac fondamentale per la diagnosi del cancro.
«Ora riusciamo a fare 24 esami in un giorno, prima erano molti di meno», racconta la dottoressa Marta Branca, commissario straordinario degli Istituti Ifo.
«Avevamo una lista d’attesa di tre mesi, un tempo improponibile per un malato di tumore che deve ottenere una diagnosi. Questo faceva sì che molte persone decidessero di andare a fare questo esame al Nord, oltretutto con un costo maggiore per la Regione Lazio a causa della mobilità  passiva. Oggi la lista d’attesa è di 2 giorni». Di fatto i tempi sono azzerati. Al paziente basta telefonare per richiedere l’esame e ottiene subito un appuntamento.
Questo miglioramento è stato reso possibile da più fattori: innanzitutto è stato riorganizzato e ottimizzato tutto il percorso dell’utente, a partire da quando arriva in reparto.
Ora si visitano più pazienti, con minore dispendio di risorse: si sono ottimizzati i turni del personale evitando le sovrapposizioni ed è migliorato l’utilizzo del costoso radiofarmaco necessario per l’esame Pet.
Alla riorganizzazione dei processi interni si sono aggiunti inoltre importanti investimenti tecnologici fatti con la Regione e il Ministero.
Anche le modalità  di lavoro sono cambiate. I nuovi macchinari permettono «diagnosi più selettive e precoci, con un risparmio di studi diagnosti aggiuntivi», aggiunge la dottoressa Branca. «I processi sono più scorrevoli, la formazione è continua per garantire personale sempre più specializzato e l’interdisciplinarietà  è garantita».

Gabriele Martini
(da “La Stampa”)

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SANITA’: IL DIRITTO ALLE CURE MESSO A RISCHIO DALLA CORSA AL RISPARMIO

Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile

GARE AL MASSIMO RIBASSO ANCHE PER I SALVAVITA… ECCO COSA C’E’ DIETRO I NUOVI “DISCOUNT DELLA SALUTE”

Una foto, un tessuto, due cerniere.
La prima è il prodotto di una “pinzatrice” cinese che costa circa 150 euro e per questo va per la maggiore, nonostante il risultato.
L’altra è occidentale, costa almeno il doppio, e per questo fatica a stare sul mercato delle pubbliche forniture, nonostante la resa e la tenuta siano visibilmente migliori.
La fotografia del problema parte da qui. Perchè quelle non sono cerniere dei jeans: sono punti metallici per la sutura dopo un intervento chirurgico.
Quella foto, in altre parole, tocca la carne stessa degli italiani. Al pari di defibrillatori, valvole cardiache, pompe di insulina per i diabetici, stent e altro ancora.
Un grande discount della salute, senza più limiti.
E’ il rischio che corre l’ultimo tentativo di razionalizzare la spesa pubblica.
Dopo anni di tagli lineari e spending review la forbice passa oggi per 33 “centrali d’acquisto”, in sostituzione di 35mila stazioni appaltanti, che sono ormai il fulcro del processo decisionale di approvvigionamento di beni e servizi nella pubblica amministrazione.
Dopo due anni di gestazione, la riforma è operativa da gennaio: per legge, le nuove centrali (21 regionali, una nazionale, 9 città  metropolitane e due province) esperiscono gare in base a criteri individuati da Consip con gare unificate a livello nazionale.
Le centrali d’acquisto regionali (Arca) li utilizzano poi come parametro per le loro procedure d’acquisto. Una meccanismo che — nelle intenzioni — punta a migliorare la trasparenza nel mercato delle forniture e ridurre i costi con economie di scala.
Tentativo sacrosanto, ma che in un contesto di tutela della salute pubblica non è privo di pericoli. Non ultimo, quello di vanificare l’aspettativa di risparmio dichiarata di 10-12 miliardi di euro.
A segnalarlo per primi sono i produttori di dispositivi medici ad alta tecnologia, dove la qualità  dei materiali, le soluzioni innovative e l’esperienza fanno la differenza.
L’allarme parte dalla Lombardia, dove si concentra il 30% delle imprese del settore. Qui le gare sono a pieno regime e Assobiomedica, l’associazione di categoria, contesta il nuovo sistema di ricognizione sul mercato perchè — sostiene — finisce per attribuire al prezzo un peso ponderale sproporzionato rispetto alla componente qualititativa.
Lo sbilanciamento deriva dalla genericità  dei capitolati che si limitano a indicare caratteristiche tecniche “di base”, senza dettagliare sub-criteri qualitativi e tecnici, così da consentire a chiunque di parteciparvi, grandi e piccoli che siano, perchè tutti li raggiungono.
La vera gara, a quel punto, si gioca solo ed esclusivamente sull’offerta economica più vantaggiosa. Il risultato è un profluvio di procedure d’acquisto dove a vincere sono proprio produttori, terzisti o rivenditori di marchi d’importazione che propongono materiali e dispositivi di prezzo e qualità  inferiori. Che poi però finiscono in sala operatoria: dalla valvola cardiaca al defibrillatore.
Un rischio ben chiaro al Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità , Walter Ricciardi, che a ilfattoquotidiano.it conferma: “E’ un nodo scoperto che dobbiamo assolutamente sciogliere. Finchè risparmi sui bulloni e le biro può anche andare bene, ma qui si tocca la vita dei cittadini. Se il criterio del massimo ribasso viene trasferito tal quale alla sanità , si mette a rischio il loro diritto a ricevere cure idonee. E si sbaglia anche sul fronte della spesa: un impianto sbagliato va rifatto, e il paziente torna in ospedale con ulteriore aggravio nei conti”.
Se gli va bene, aggiungiamo noi. In un’intervista al nostro giornale Ricciardi anticipa quanto dirà  martedì 13 settembre nel corso incontro che si terrà  a Roma, organizzato da OSI — Officina Sanità  Italia, promosso dai big del medical device.
Ci saranno il direttore generale dell’assessorato della Regione Piemonte, il capo dell’ispettorato generale per la spesa sociale della Ragioneria generale dello Stato e il consigliere giuridico di Maria Elena Boschi.
Ascolteranno con le loro orecchie quello che l’ad di Medtronic Italia, Luciano Frattini, ha già  espresso in una lettera trasmessa alle associazioni dei pazienti e alle società  scientifiche lombarde: “Purtroppo — si legge — si moltiplicano gli esempi in cui capitolati di gara scellerati portano all’aggiudicazione di prodotti scelti solo sul parametro economico, limitando pericolosamente o addirittura eliminando ogni parametro qualitativo, il tutto ispirato a un distorto senso di risparmio”.
Si discuterà  di standard ma soprattutto di chi li fissa o li infrange, anche “secondo legge”. Il primo problema riguarda il “cosa”, cioè la pinzatrice che sutura la pancia degli italiani.
Perchè l’Italia, mentre imboccava l’autostrada del massimo ribasso, recepiva quasi fuori tempo massimo una direttiva europea (2014/24/UE) di segno esattamente contrario, che introduce modalità  innovative nella interazione tra Pubblica amministrazione e fornitori, come il cosiddetto “dialogo competitivo”, che punta a tutelare l’innovazione nei sistemi, proprio al fine di trovare la soluzione più adeguata in termini di qualità  e di prezzo e non solo di prezzo.
La richiesta dei produttori è di andare avanti sulla strada degli standard, ma con un occhio fisso sulla qualità  clinica. Già , ma come?
E siamo al “chi” della questione. Uno dei nodi più delicati sul tavolo è il contributo e il peso che assume il “clinico” nella predisposizione dei capitolati e nelle aggiudicazioni che accorpano in uniche gare fabbisogni terapeutici differenziati.
E’ lo specialista a sapere cosa e quanto comprare per provvedere alle necessità  di cura. Solo lui sa quando l’asticella del ribasso nella scelta di approvvigionamento va a scapito della salute dei pazienti.
Il coinvolgimento dei clinici nelle nuove gare — uniche, ma per soddisfare fabbisogni terapeutitici differenziati — sarebbe, di fatto, minimo.
Tanto che — denunciano le aziende — non mancano casi di valutazioni tecniche in palese contraddizione con le richieste del capitolato, di lotti deserti per via di un prezzo a base d’asta di gran lunga inferiore ai valori effettivi di mercato.
Ricorrenti sono poi i casi di sottostima dei quantativi rispetto alle reali esigenze delle aziende ospedaliere che generano poi “vuoti” nelle singole strutture e nell’intera offerta terapeutica regionale.
Dare la parola ai clinici, dunque, ma quali? Il nodo è complesso e soprattutto delicato. Lo specialista deve avere la più ampia esperienza possibile, ma non può essere legato in alcun modo a un produttore.
Un corridoio stretto, perchè l’alto tasso di innovazione del settore è garantito proprio dalla stretta e continua interazione tra medico-azienda-paziente, tanto che molte delle migliorie e dei brevetti introdotti arrivano direttamente dai clinici che impiantano tutto il giorno materiali e dispositivi o fanno ricerca con le aziende.
Allora, come garantire la competenza clinica e disinnescare il conflitto d’interessi?
Nel campo dei dispositivi medici non esiste un’agenzia (come l’Aifa per i farmaci) che funga da ente programmatore/regolatore e fornisca indicazioni e criteri precisi.
Non esiste, d’altra parte, un albo professionale competente con profili clinici da cui attingere per le valutazioni di gara.
Quando sono partite le centrali d’acquisto regionali (Arca) hanno dovuto fare una ricognizione tra gli specialisti e predisporre una lista di medici ospedalieri per formare dei team. Con quale logica, non è dato sapere: il caso, l’amicizia, la competenza? Così, di volta in volta, si è attinto liberamente ai professionisti, zizagando tra il rischio del conflitto e quello (anche peggiore) dell’inesperienza.
Il risultato, finora, è la messa all’angolo degli aspetti tecnico-qualitativi.
E così, dicono i produttori ma l’Istituto Superiore di Sanità  conferma, non si può continuare. Perchè si arriva a toccare il diritto dei cittadini a cure idonee.
La grana finisce sul tavolo di Raffaele Cantone perchè è l’Anac che dovrà  selezionare le professionalità  competenti per le gare nazionali.
L’orientamento, per ora, sembra quello di “pescare” tra gli ordini dei medici e dalle università . Soluzione che non trova molti consensi perchè, ad oggi, non sono state delineate professionalità  adeguate in grado di prestare la propria competenza clinica e specialistica per gare che coinvolgono tecnologie salvavita altamente innovative. “Quello è l’anticamera del ‘prendo chi mi è comodo’, dice un produttore.
Anche l’Istituto Superiore di Sanità , che ha sostenuto Consip nelle prime ricognizioni in sanità , sembra più orientato verso un modello di accreditamento affidato a un soggetto terzo che fissi in modo chiaro e oggettivo le clausole di incompatibilità .
E guarda alle società  scientifiche che potranno fornire una lista di tecnici tra cui scegliere, da vincolare a un accordo di privacy e di “no conflict”, per cui dovranno dichiarare — sotto la propria responsabilità  — se sono sponsorizzati da aziende, se hanno partecipato a congressi, se stanno lavorando in attività  di ricerca in quel momento e con chi, se sono nel board scientifico di qualche azienda.
Problema: in Italia non c’è un riconoscimento giuridico della figura della società  scientifica, proprio quella che (in teoria) dovrebbe saper esprimere al meglio un giudizio tecnico sui dispositivi.
E l’Anac, per legge, non può avere rapporti con soggetti non riconosciuti giuridicamente. Un rebus anche normativo tutto da sciogliere. Ecco perchè all’incontro del 13 settembre è invitato anche il legislativo del ministro per le Riforme, insieme agli assessori regionali alla sanità , l’anticorruzione, il ministero dell’Economia e l’Istituto superiore di Sanità .
Il rischio “discount” sui dispositivi salvavita, a questo punto, chiama in causa tutti.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL NOBEL ELOGIA GLI OSPEDALI ITALIANI: “MIA MOGLIE OPERATA D’URGENZA A ROMA, SERVIZIO ECCELLENTE”

Agosto 14th, 2016 Riccardo Fucile

L’ECONOMISTA AMARTYA SEN SCRIVE AL “CORRIERE” PER RINGRAZIARE

Un malore, il ricovero al Policlinico Gemelli di Roma, un intervento chirurgico d’emergenza. Un’operazione di routine che spinge l’economista premio Nobel Amartya Sen a elogiare il servizio sanitario nazionale in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera
Sen si trovava nella Capitale con la moglie che improvvisamente si è sentita poco bene.
“Ricoverata al Gemelli di Roma, ha ricevuto immediatamente le cure professionali del caso e poichè i medici hanno deciso di sottoporla a intervento chirurgico di emergenza, questo è stato eseguito nel corso della notte (alle 4 del mattino, il chirurgo in persona mi ha rassicurato che il complesso intervento era andato a buon fine). Le cure e l’assistenza ricevute da mia moglie al Pronto Soccorso e in reparto presso l’ospedale Agostino Gemelli sono state eccellenti.
L’economista è rimasta così impressionato dalla qualità  e dall’efficienza del nosocomio – di proprietà  vaticana ma convenzionato con il pubblico – da paragonarlo alle migliori cliniche private di Boston dove risiede.
“L’intervento è stato eseguito dal dottor Armando Antinori, un chirurgo di grandissime capacità , che era di turno quella notte. Non esagero nell’affermare che un professionista medico del suo calibro non si sarebbe certamente trovato ad eseguire un intervento di emergenza di notte in un grande ospedale privato in nessuna parte del mondo.”

(da “Huffingtonpost”)

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INFERMIERI, MANCANO 47.000 ADDETTI: “MASSACRATI DAGLI STRAORDINARI E PAGATI SEMPRE MENO”

Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile

IN CINQUE ANNI PERSI 7.500 ADDETTI, CON UN CALO DEL 2,2% DELLA FORZA LAVORO

Pochi, massacrati dagli straordinari e pagati sempre meno.
Questa la fotografia degli infermieri italiani scattata da Ipasvi, la federazione nazionale dei professionisti del settore.
Secondo un rapporto stilato dall’associazione, servono 47mila persone per raggiungere un “numero minimo necessario ottimale per garantire subito l’efficienza del territorio”. Anche perchè, sottolinea la federazione, meno infermieri e straordinari troppo pesanti significa un maggiore tasso di mortalità  negli ospedali.
Dal 2009 al 2014, infatti, il Servizio sanitario nazionale ha perso circa 7.500 addetti, con un calo del 2,21% della forza lavoro.
Nel dettaglio, la contrazione maggiore in valori assoluti si registra in Campania con 2.102 infermieri in meno, seguita dal Lazio con -1.893 e dalla Calabria a -1.444. Ma in percentuale, spiega il rapporto, il primato spetta alla Calabria che perde il 16,31% dei suoi infermieri in cinque anni.
La scarsità  di addetti diventa evidente anche anche in rapporto al numero di pazienti. In media, in Italia un infermiere si occupa di 12 pazienti, mentre in alcune Regioni si arriva anche a un rapporto di 1 a 18.
Cifre a dir poco lontane dall’obiettivo indicato dalla federazione di un infermiere ogni 6 pazienti.
“Studi internazionali hanno dimostrato che la mortalità  aumenta con il diminuire degli organici infermieristici — commenta Barbara Mangiacavalli, presidente Ipasvi — e in particolare un minor carico di pazienti per singolo infermiere permette la riduzione della mortalità  dei pazienti del — 20%, se si portano da 10 a 6 i pazienti totali affidati a un singolo infermiere”.
Ma la salute dei pazienti, secondo la federazione, è messa a rischio anche dalla quantità  di straordinari che devono fare gli infermieri italiani.
Nel 2014, questa voce è in aumento in quasi tutte le Regioni rispetto a tre anni prima. “Le punte maggiori si hanno nel primo gruppo in Campania e nel Lazio, dove lo straordinario copre il 4,5% della retribuzione media e in Calabria (4%)”, fa notare il rapporto.
“La ridotta vigilanza può portare a errori clinici che possono compromettere il benessere del paziente — aggiunge la presidente Mangiacavalli — In uno studio relativo alle ore di lavoro degli infermieri per la sicurezza del paziente, i rischi di errori e gli errori sono aumentati quando gli infermieri hanno svolto turni straordinari oltre le 12 ore, incrementando 3 volte il rischio di cadere in errore e più del doppio il rischio di incorrere in un quasi-errore”.
E a fronte del maggiore impegno degli infermieri, le loro buste paga si assottigliano con il passare degli anni. Dal 2011 al 2014 le retribuzioni si sono ridotte di circa 70 euro all’anno a testa.
A trascinare verso il basso il dato è la Liguria (-664 euro), il Friuli Venezia Giulia (-419 euro) e la Puglia (-310 euro).
“A fronte di questa situazione al limite — afferma il Movimento 5 Stelle in una nota — l’azione messa in campo dal governo e dal ministro della Salute in particolare, è stata — prosegue la nota -costante e chiara: prosecuzione dei tagli nel comparto sanità , blocco del turnover, mancato adeguamento alla normativa europea sull’orario di lavoro del personale medico sanitario. Chi cerca risposte adeguate rispetto ai problemi del comparto andando a bussare alla porta di questo esecutivo sta solo perdendo tempo”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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