Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile
SONO DUE MILIONI IN PIU’ RISPETTO AL 2012…VOLA IL PRIVATO: + 3,2%
Più cure, ma solo per chi può pagare. Se infatti è arrivata a 34,5 miliardi di euro la spesa sanitaria sostenuta
di tasca propria dai cittadini italiani, sono diventati 11 milioni nel 2016 gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagarle di tasca propria.
Sono 2 milioni in più rispetto al 2012. E’ quanto emerge dalla ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute, presentata oggi a Roma al VI ‘Welfare Day’.
Anziani quasi un quarto.
Se gli italiani spendono meno e risparmiano su molte cose, quando si tratta di cure e terapie, se se le possono permettere, preferiscono non rinunciare.
L’incremento della spesa sostenuta dai cittadini è stato del 3,2% nel 2013-2015, il doppio dell’aumento di quella complessiva per i consumi delle famiglie nello stesso periodo, pari a +1,7%.
La ‘sanità negata’ mette a rischio soprattutto le fascie più deboli della popolazione: riguarda 2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni di millennial, la generazione nata tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni del Duemila.
Pensionati e quei giovani, spesso senza un posto di lavoro e con una vita precaria, che rinunciano a curarsi. Una tendenza quella di ‘tagliare’ le spese sanitarie legata alla crisi e economica ed emersa nei precedenti rapporti del Censis e dell’Istat.
Caro ticket.
L’andamento della spesa sanitaria privata – segnala ancora l’indagine Censis-Rbm Assicurazione Salute – è tanto più significativo se si considera la dinamica deflattiva, rilevante nel caso della diminuzione dei prezzi di alcuni prodotti e servizi sanitari.
Nel Servizio sanitario nazionale il ticket è aumentato fino a superare il costo della stessa prestazione in una struttura privata. Il 45,4% dei cittadini ha pagato tariffe nel privato uguali o di poco superiori al ticket che avrebbe pagato nel pubblico. Questo dato cresce di 5,6 punti percentuali rispetto al 2013.
Le liste d’attesa.
Il 72,6% delle persone che hanno dovuto scegliere la sanità privata lo ha fatto a causa delle liste d’attesa che nel servizio sanitario pubblico si allungano.
Pagare per acquistare prestazioni sanitarie è ormai un gesto quotidiano: più sanità per chi può pagarsela.Sono inoltre 7,1 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso all’intramoenia (il 66,4% proprio per evitare le lunghe liste d’attesa).
Il 30,2% si è rivolto alla sanità a pagamento anche perchè i laboratori, gli ambulatori e gli studi medici sono aperti nel pomeriggio, la sera e nei weekend.
Peggiora la qualità del Ssn.
Per il 45% degli italiani la qualità del servizio sanitario della propria regione è poi peggiorata negli ultimi due anni (lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il 52,8% al Sud), per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata. Il 52% degli italiani considera inadeguato il servizio sanitario della propria regione (la percentuale sale al 68,9% nel Mezzogiorno e al 56,1% al Centro, mentre scende al 41,3% al Nord-Ovest e al 32,8% al Nord-Est)
La lunghezza delle liste d’attesa è il paradigma – secondo l’indagine – delle difficoltà del servizio pubblico e il moltiplicatore della forza d’attrazione della sanità a pagamento.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRESTIGIOSO PREMIO A CARLOTTA ANTONIOTTI DI PISA ED EMANUELA PALMERINI DI BOLOGNA
Ci sono anche due giovani ricercatrici italiane tra i premiati dell’American society of clinical oncology (Asco),
il più importante appuntamento annuale dedicato all’oncologia, in corso a Chicago fino al 7 giugno.
Si tratta di Carlotta Antoniotti e di Emanuela Palmerini, due oncologhe under 30 premiate con il prestigioso Conquer cancer Foundation Merit Award Recipients 2016.
Carlotta Antoniotti, 29enne toscana di Podenzana (Massa Carrara), è impegnata nello studio di forme tumorali colon-rettali presso il Polo Oncologico dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana.
Emanuela Palmerini, 30 anni, di Urbino, è invece specialista in forme oncologiche dell’apparato locomotore e sta coordinando uno studio di fase 3 sulla sinovite pigmentosa, all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna.
Il Merit Award è uno dei più prestigiosi premi dell’oncologia internazionale che premia, tra gli altri, i migliori giovani oncologi.
Il premio tradizionalmente rappresenta un’opportunità di lancio verso la ricerca internazionale e risultati sempre migliori per la lotta al cancro.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2016 Riccardo Fucile
BILANCI MAI PRESENTATI, REGISTRI NON AGGIORNATI PER ANNI… IL CONTO E’ DI 400 MILIONI
Una montagna di debiti, ma anche no. Forse un po’ meno di quelli presunti oppure, chi lo sa, un bel po’ di più…
All’azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria (Asp) dire che i conti non tornano è un eufemismo.
Ci sono fatture pagate non si sa per cosa; si stima che ce ne siano alcune incassate due, forse tre volte; risultano «ignoti» parte degli stessi fornitori; sono stati liquidati valanghe di decreti ingiuntivi di pagamento e ne arrivano ancora in continuazione.
Inutile dire che mai una volta a qualcuno è venuto in mente di presentare opposizione. Tale è il caos patrimoniale della Asp che nessuno – ma proprio nessuno – oggi saprebbe dire a quanto ammonta esattamente il suo debito: le cifre ipotizzate vanno da un minimo di 400 milioni di euro a un massimo del tutto indefinito.
E non hanno ancora trovato il bandolo della matassa nemmeno i supercontabili della Kpmg, i revisori voluti dai ministeri di Economia e Salute per aiutare le regioni con i piani di rientro.
Il loro conteggio più aggiornato (di pochi giorni fa) parla – testuale – di debito «presunto»: 276 milioni di euro al 31 dicembre 2014.
Ai quali vanno aggiunte le pretese dei creditori dal 1° gennaio 2015 a oggi che potrebbero far lievitare la cifra, appunto, a 400 milioni di euro o anche più.
Le richieste di chiarimenti
Se la partita fosse chiusa così andrebbe già benissimo. Il fatto è che ogni mese c’è qualcuno che si presenta dal tesoriere della banca per incassare, attraverso decreti ingiuntivi firmati dai giudici, vecchie somme mai pagate dalla Asp.
E spesso – molto spesso – non si riesce a risalire alla documentazione che corrisponde a quelle fatture.
Per provare a venirne a capo sono stati contattati 1.926 fornitori.
La sostanza era: «Vi dobbiamo qualcosa?». Hanno risposto 788 e i loro chiarimenti sono parte del debito presunto di oggi.
E gli altri 1.138? Niente. Ancora nessuna risposta.
Il che significa che, potenzialmente, potrebbero essere anche tutti creditori. Senza contare il fatto che ai 1.926 contattati ne vanno aggiunti altri 607 che – scrive la Kpmg – «rimangono ignoti e non è stato possibile trovare i riferimenti in azienda».
Ignoti, cioè con un nome e un indirizzo sulla carta, ma nei fatti inesistente.
Sono aziende trasferite? Fallite? Chiuse? Inventate per truffare la Asp? Mistero.
Come è un mistero il fatto che dai vecchi documenti risulti pagato un debito di 395 milioni di euro per fatture che però, in gran parte, non si sa a cosa si riferiscano.
Il bilancio inesistente
Com’è possibile?, viene da chiedersi. Semplice: per anni e anni i responsabili amministrativi della Asp non hanno preso nota dei conti pagati e, quindi, non li hanno cancellati dalla lista dei debiti.
Non sono mai esistiti libri contabili obbligatori. Nè ha funzionato la comunicazione fra la Asp e il tesoriere (Banco di Napoli e poi Banca Nazionale del Lavoro) che liquidava le somme ai creditori prelevandole dall’Azienda sanitaria.
Men che meno si è potuto registrarle nel bilancio, almeno finchè c’è stato un bilancio. Perchè per il 2014 e 2015 il bilancio non esiste.
Semplicemente non è stato presentato. Non pervenuto. Risultato: si naviga a vista e nessuno osa prendersi la responsabilità di firmare questo o quel debito da liquidare, perchè nessuno può avere la certezza che lo stesso debito non sia stato già pagato. È anche per questo motivo che negli uffici contabili della Asp è una specie di corsa alle dimissioni.
L’esperto da 600 euro al giorno
Massimo Scura – il commissario straordinario mandato dal governo l’anno scorso a riorganizzare la sanità calabrese – racconta tutto il suo sconcerto: «Ho chiesto al direttore della ragioneria di fare le verifiche sul pagamento delle fatture e decidere quali chiudere e quali no. Era un suo compito. Mi ha risposto, testuale: non ci penso nemmeno lontanamente, non posso essere certo di non pagare per la seconda volta. Gli ho detto che allora poteva dimettersi e così ha fatto: si è dimesso dall’incarico ed è passato altrove». Allora Scura è andato dai vertici amministrativi: «Ho detto al responsabile: toccherebbe a lei, e sa che ha fatto questo signore? Si è messo in malattia per 15 giorni dopodichè si è dimesso anche lui dall’incarico».
Terzo passaggio: «Ho nominato un advisor preso da fuori per evitare possibili pressioni ambientali». Tanto per chiarire: un super esperto a 600 euro (lordi) al giorno. Dice Scura: «È durato tre mesi e poi è scappato anche lui accampando scuse varie, secondo me invece se n’è andato proprio per le pressioni ambientali anche se non l’ha mai detto chiaramente».
Sanità = bancomat
Adesso il progetto del commissario è creare una squadra ad hoc: «Metterò in piedi una macchina feroce e usciremo da questo pantano» promette, ignorando chi parla di bancarotta imminente o chi lo accusa di immobilismo. Sa bene che molto dipenderà da quanti creditori si presenteranno all’incasso nei prossimi mesi. Magari si riuscirà a smascherarne qualcun altro dopo «il tizio che voleva sei milioni di euro – racconta lui –: stavano per pagare le sue fatture quando hanno scoperto che le avevano già liquidate a un altro…»
Da queste parti «sanità = bancomat», dicono tutti. Chi ha «prelevato» senza averne diritto ha impoverito risorse e servizi di un territorio che serve circa 350 mila utenti e che conta gli ospedali di Locri, Polistena, Melito Porto Salvo, Gioia Tauro e Palmi.
La conseguenza di quell’impoverimento sul territorio è stata una richiesta di assistenza sempre più grande per gli Ospedali Riuniti della città di Reggio, punto di riferimento per altri 200 mila utenti.
Ma a Reggio non riusciranno ancora per molto a farsi carico dei servizi non garantiti nella provincia. Quindi delle due l’una: o la Asp rimette a posto i conti e rialza la testa oppure trascina giù anche l’azienda ospedaliera reggina, in equilibrio da 15 anni e che nel 2015 ha chiuso i conti con 600 mila euro di attivo: «Temo sia l’ultima volta» avverte il direttore generale Frank Benedetto.
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 8th, 2016 Riccardo Fucile
GERMANIA E FRANCIA HANNO RIFORMATO IL WELFARE, NOI NO… E SOLO IL 4% DEGLI OVER 65 RICEVE L’ASSISTENZA DOMICILIARE
Corticella, prima periferia di Bologna, «Centro disturbi cognitivi» del servizio sanitario della
Regione Emilia Romagna.
La diagnosi di Mario, uno dei due milioni e mezzo di italiani non autosufficienti con più di 65 anni, è semplice: Parkinson-demenza. E’ la sua vita a non essere stata semplice per niente.
E se il volto umano è la cartina che segna tutti i territori in cui abbiamo vissuto, quella di sua moglie Rossella, che ha 75 anni come lui, deve essere stata persino peggio, perchè mentre entra con il marito nello studio numero sei della dottoressa Antonella Tempestini, il suo sguardo si porta dentro tutta la fatica di questi anni.
Deve avviare le pratiche per chiedere l’invalidità del marito, il cui destino è segnato. Tra poco non riuscirà più a deglutire, avrà bisogno del pannolone e di essere imboccato tre volte al giorno.
Così serve la pensione da 500 euro per assumere qualcuno che stia con lui quando lei va a fare la spesa, o magari a trovare la sorella.
E’ probabile che l’assegno arriverà , anche se appena il 12% dei tredici milioni e mezzo di anziani lo ottiene.
Statisticamente poco più di uno su due di coloro che ne hanno bisogno. Mentre uno su tre, aggiungono impietosamente i numeri, a differenza di Mario vive da solo.
E anche se la solitudine non è il Parkinson, è altrettanto pericolosa.
«La solitudine è forse il problema più grave di tutti, perchè in un 75enne anche un piccolo deficit cognitivo peggiora rapidamente, trasformandosi in una valanga che porterà l’anziano in una struttura residenziale se non c’è nessuno che gli resta di fianco», dice il professor Marco Trabucchi, geriatra e professore di neuropsicofarmacologia dell’Università di Tor Vergata.
Il futuro prossimo
Nel giro di un paio di decenni il problema rischia di trasformarsi in una catastrofe.
Ma come agisce lo Stato per tutelare se stesso e soprattutto chi si trova o si troverà in una condizione di debolezza, cioè ciascuno di noi? Mario e Rosella non hanno figli. O meglio, non li hanno più. Sono morti uno a 38 e l’altro a 45 anni, per colpa di una malattia genetica e non curabile: paraparesi spastica.
E mentre Rossella parla per 45 minuti con la dottoressa Tempestini, Mario guarda altrove in un posto fuori dallo spazio e dal tempo che conosce solo lui.
Quello che conosce lei – eterna accudente con la capacità organizzativa di un manager – è invece una quotidianità piena di pianti nascosti in cui la sua identità viene espropriata per la necessità di «stare accanto», «di pensare a», «di preoccuparsi per, in attesa di» e la sua agenda è piena di appuntamenti sanitari e schemi di terapie complesse e con nomi indicibili.
Il caregiver familiare
Anche per questa sua attività decisamente privata esiste un nome tecnico mutuato dall’inglese: caregiver familiare.
Un esercito di quasi tre milioni e mezzo di persone che vive seguendo un calendario meticoloso di gesti quotidiani dedicati ai genitori, ai propri mariti o alle proprie mogli, in attesa che si allarghi un sistema di welfare sempre più sgonfio in cui i caregiver come Rossella coprono l’80% delle prestazioni e delle spese.
«Senza un robusto incremento del finanziamento pubblico per l’assistenza agli anziani non autosufficienti il sistema è destinato a un inevitabile e progressivo declino, ma il punto è che la politica ha passato i primi dieci anni del secolo immaginando una riforma che non ha mai fatto e ora le priorità sono cambiate e l’attenzione si è concentrata sulla povertà più in generale», dice il professor Cristiano Gori, coordinatore del Quinto rapporto sugli anziani non autosufficienti promosso dall’Irccs-Inrca per il network nazionale per l’invecchiamento.
Soluzioni possibili? Una la offre Alberto De Santis, presidente dell’associazione nazionale strutture per la terza età . «Se i lavoratori dipendenti e autonomi rinunciassero a un giorno di ferie potremmo creare un fondo da destinare a chi in vecchiaia è particolarmente fragile».
Il modello tedesco
La proposta è mutuata dal modello tedesco, dove i lavoratori rinunciano non a uno, ma a tre giorni di ferie per assicurarsi un futuro familiare e personale sereno. Così, per esempio, se un signore di Berlino vuole andare un mese in ferie, ci penserà lo Stato a mandare e a pagare con mille e quattrocento euro un infermiere professionale che si prenderà cura della madre o del padre bloccati in casa.
In Germania, cioè, già nel 1995 hanno immaginato e realizzato una riforma per l’assistenza continuativa (Long Term Care) e altrettanto hanno fatto in Francia nel 2002, in Spagna nel 2006 e in Gran Bretagna nel 2014.
L’Italia, dice ancora il rapporto sulla non autosufficienza, «è l’unico grande Paese europeo a non avere riorganizzato in maniera organica il suo sistema» anche se «riguardo alle politiche sociali è positivo che il Fondo Nazionale per la non autosufficienza sia tornato ad avere una dotazione di 400 milioni di euro nel 2015, si tratta infatti della principale risorsa per gli enti locali a cui attingere per finanziare interventi sociali e socio sanitari» come l’assistenza domiciliare o i servizi di prossimità e teleassistenza.
«Il ritorno del fondo è certamente un bene, ma si tratta di una goccia nell’oceano. D’altra parte, a differenza di quello che succede con Papa Francesco, avete mai sentito Renzi parlare di anziani?», chiede Trabucchi.
E anche Gori ha una domanda fa fare: «A che cosa siamo disposti a rinunciare se vogliamo immaginare un futuro diverso?».
Aspettando la riforma
In attesa di una riforma del sistema che si preoccupi del 21% della popolazione, il ruolo dei caregiver è destinato a ridursi se è vero che il rapporto tra le persone con una età compresa tra i 45 e i 64 anni e le persone con oltre 75 anni si dimezzerà entro il 2050 e che la famiglia tradizionale sta cambiano forma, lasciando spazio a comunità sempre più ristrette. E se è vero che l’assistenza domiciliare integrata (Adi) e i servizi di assistenza domiciliare forniti dalle aziende sanitarie locali hanno una funzione decisiva è anche vero che appena il 4,3% degli italiani over 65 vi fa ricorso.
Dunque, ancora una volta, lo sforzo per consentire a chi ha disabilità psichiche e funzionali di continuare la propria esistenza a casa viene consegnato a famiglie e associazioni di volontariato.
L’alternativa sono strutture residenziali, pagate per metà dal pubblico, che costano comunque al privato dai 1800 euro al mese in su.
Cifre che con la crisi in pochi possono permettersi, tanto che nelle strutture private non ci sono più liste d’attesa, ma oltre 17 mila posti letto disponibili. Perciò la domanda di Gori ritorna: a che cosa siamo disposti a rinunciare per immaginare un futuro diverso?
Duecentovendiduemila contatti
Rosa Romano, pensionata e dirigente dell’Auser Filo d’argento ha rinunciato al suo tempo libero. Seduta al tavolo del centro d’ascolto di Legnano assieme ai colleghi, mostra numeri che sono la testimonianza di un successo capace di attirare l’attenzione di omologhe associazioni belghe: «Nel 2015, solo qui in Lombardia, nei nostri 21 punti di ascolto abbiamo avuto 222 mila contatti». Duecentoventiduemila.
Le linee sono aperte 24 ore su 24 e gli anziani chiamano per ogni problema: ansia, voglia di fare due chiacchiere, consigli, bisogno di avere la spesa e le medicine a casa o magari la necessità di farsi accompagnare a una visita medica.
Esigenze che l’Auser riesce a soddisfare anche grazie ai finanziamenti frutto di un accordo con la Regione Lombardia che dovrebbe essere rinnovato in queste ore. «Speriamo, non c’è motivo perchè così non sia», dice moderatamente preoccupata Rosa, mentre Libera, una delle volontarie compone il numero della signora Anna. «Come sta Anna? Si sta preparando il pranzo? E che cosa mangia oggi?». Anna racconta e Libera ottiene due risultati. Le fa compagnia e verifica che la donna, ultraottantenne, si preoccupi delle sue esigenze primarie, cibo, pulizia, salute.
La piazza virtuale di Gallarate
Pochi chilometri più in là , a Gallarate, Lino Campioni, anche lui dirigente Auser e responsabile del centro socioculturale («tutto attaccato perchè le due dimensioni sono inscindibili») «Figli del lavoro» gestisce una vera e propria piazza virtuale via Internet.
Parte degli anziani del centro sono collegati tra loro via Skype e nel primo pomeriggio si mettono davanti alle televisioni connesse con i computer e parlano comodamente seduti sulla poltrona di casa.
E anche Campioni sperimenta quotidianamente quanto sostiene il professor Trabucchi: «Le persone che hanno accesso alla nostra piazza virtuale hanno ridotto del 40% il ricorso al medico di famiglia. Lo Stato ha scarsissima attenzione per gli anziani. Ma queste persone sono una risorsa straordinaria. Basterebbe guardarli quando ballano e ricominciano a innamorarsi per capire».
La storia di Maria
A Torino, in via Renier, Giovanna, apre la porta dell’appartamento al terzo piano senza ascensore. E’ lei che sedici ore a settimana aiuta la signora Maria Giovaniello a lavarsi o a fare la spesa e Maria, che ha 87 anni, è invalida al 100%, ed è la settima di otto fratelli (una dei tre rimasti in vita) è legata a lei come se fosse la nona sorella. Maria vive grazie alla reversibilità del marito (600 euro) e a un assegno di accompagnamento da 500 euro, 150 dei quali servono per garantire parte dello stipendio di Giovanna, che a suo modo è un’eccezione.
Dipendente di una cooperativa, è una badante italiana in un mondo di badanti straniere.
Delle sue 830 mila colleghe, infatti, il 90% viene dall’estero, circa un quarto dalla Romania. Due terzi di loro lavorano in nero. Giovanna no. Maria, donna di grande spirito, ha fatto le cose per bene.
«Ho avuto una vita complicata. Mio marito è stato malato per anni, poi è morto di tumore e io ho campato mangiando colli di pollo. Ma sono lucida e i miei figli mi stanno vicino. Mi piacerebbe solo che qualcuno mi portasse ancora in gita, come facevano le associazioni di volontariato quando potevo camminare. Ma non mi lamento. A mia sorella è andata peggio di me. Ha l’Alzheimer e non riconosce più nessuno. I figli l’hanno dovuta ricoverare e oggi pagano duemila euro al mese. “Sono bravi, ma che fatica».
Una fatica condivisa da milioni di persone in Italia, ma difficilmente percepita dallo Stato. «La verità è che la nostra classe politica non è all’altezza», sentenzia Trabucchi. E a questo punto, come sostiene Karl Jasper: «l’ultima questione da sapere è se dal fondo delle tenebre un essere può brillare» o come dice più semplicemente la signora Giovaniello, esprimendo il desiderio che più le sta a cuore, «c’è qualcuno che può portarmi un’ultima volta al mare?».
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
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Maggio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI 25 ANNI IL NUMERO DELLE DENUNCE E’ AUMENTATO DEL 300%
Gli incidenti In base ai dati del Rapporto del ministero della Salute su 753 eventi avversi accaduti in sette anni, più di 100 l’anno si sono verificati nei reparti di degenza.
Il numero e la tipologia delle segnalazioni appaiono assai variabili tra le diverse Regioni e tra le diverse strutture sanitarie
In 7 anni negli ospedali italiani si sono verificate 26 operazioni sulla parte sbagliata del corpo e 16 su un altro paziente.
Sono gli errori chirurgici segnalati al Ministero della Salute e contenuti nel database ufficiale del dicastero
Ci sono stati 159 casi di materiale dimenticato all’interno del paziente durante gli interventi, con conseguenti nuovi interventi e 135 decessi o danni imprevisti.
Mentre sono state 471 le cadute che hanno provocato la morte o gravi danni e 295 suicidi o tentati suicidi.
Duemila segnalazioni
In totale le segnalazioni arrivate sono state quasi 2.000 tra il settembre 2005 e il dicembre 2012, tramite il sistema Simes, il Sistema informativo per il monitoraggio degli errori in sanità che il ministero della Salute ha raccolto nel quinto Rapporto di monitoraggio degli eventi sentinella.
A volte si tratta di errori chirurgici, nelle terapie farmacologiche e nelle trasfusioni, decessi o gravi conseguenze per errata attribuzione del codice del Triage e durante il trasporto, all’interno o fuori dalla struttura sanitaria.
Poi ci sono i casi di violenza, ai danni degli operatori o dei degenti.
Troppo spesso i problemi si verificano in sala operatoria. Porte scorrevoli che si aprono e si chiudono e che per errore fanno arrivare sotto i ferri la persona sbagliata.
Diverse e con conseguenze variabili anche le complicazioni legate agli interventi chirurgici: si sono registrate 26 procedure chirurgiche in una parte del corpo sbagliata, 32 procedure errate nel paziente giusto, oltre che 16 in quello sbagliato.
Errori in parte evitabili
Volendo fare ricorso a dati più recenti, durante un convegno dello scorso anno organizzato dall’Associazione Salute e Società Onlus e dall’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, sugli otto milioni di ricoveri che si verificano ogni anno in Italia si registrano 320.000 casi di danni o conseguenze più o meno gravi per il paziente provocati da errori in parte evitabili
In circa due casi su tre gli incidenti sono diretta conseguenza di problemi organizzativi, solo in un terzo dei casi c’è una negligenza o imperizia da parte del personale sanitario. Nonostante questo, negli ultimi 25 anni il numero di denunce a carico dei professionisti è cresciuto del 300% e in tutta Italia le cause pendenti sono 12.000, per richieste di risarcimento danni superiori a 2,5 miliardi di euro a cui si aggiungono circa 13 miliardi di spesa per il Servizio Sanitario Nazionale dovuti alla medicina difensiva
A «macchia di leopardo”
In base ai dati del Rapporto del ministero della Salute, su 753 eventi avversi accaduti in sette anni, più di 100 l’anno si sono verificati nei reparti di degenza, e a seguire, 359 in sala operatoria.
Molti gli incidenti quando il paziente va in bagno: sono stati 130 in 7 anni. L’esito di questi episodi in 683 casi è stato il decesso, ma per fortuna il dato è in diminuzione rispetto al rapporto precedente, seguito da traumi conseguenti a una caduta (305) e nuovo intervento chirurgico (203).
Il rapporto sottolinea inoltre che «il numero e la tipologia delle segnalazioni appare assai variabile tra le diverse Regioni e tra le diverse strutture sanitarie» e che gli errori, quindi, ci sono ma «a macchia di leopardo».
Flavia Amabile
(da “La Stampa“)
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Aprile 6th, 2016 Riccardo Fucile
CANTONE: “E’ UN TERRENO DI SCORRIBANDA PER I DELINQUENTI, AGIRE SULLE LISTE DI ATTESA”
«Penso che la sanità , per l’enorme giro d’affari che ha intorno, non può essere sottovalutata ed è un terreno di scorribande per delinquenti di ogni tipo. Abbiamo comunque una sanità che assicura standard elevatissimi, ma la corruzione abbassa anche il livello dei servizi».
A dirlo il presidente dell’Autorita nazionale anti-corruzione Raffaele Cantone, in occasione dell’incontro “Curiamo la corruzione” a Roma.
«Sui numeri sarei molto cauto – dice riferendosi alle cifre relative alla corruzione in sanità – ma credo però che vi sia un problema molto significativo, sia di sprechi sia di fatti corruttivi. Siamo intervenuti mettendo in campo un nuovo piano anticorruzione concordato anche con i tecnici del ministero della Salute e prossimamente firmeremo un altro protocollo per andare a controllare come i piani anticorruzione vengono applicati dalle singole Asl. Non si può intervenire solo con la repressione, ma mettendo in campo una serie di strumenti preventivi che cambino la mentalità ». L’allarme corruzione, secondo Cantone, riguarda episodi accertati nel 37% delle Asl. «Contro la corruzione nella sanità abbiamo messo in campo strumenti nuovi, abbiamo fatto delle linee guida ed individuato gli snodi su cui intervenire: primo fra tutti quello delle liste di attesa, ma anche gli ambiti legati alle aziende farmaceutiche e persino, ad esempio, la gestione delle sale mortuarie», ha detto Cantone.
«Sarebbe bello che le liste d’attesa potessero essere trasparenti, ma ciò è molto difficile, perchè ci sono in gioco i valori della privacy. Dobbiamo però intervenire e fatti come quello di Salerno (dove sono stati effettuati arresti per mazzette sulle liste di attesa) mi inquietano».
Per questo nel «nostro piano anticorruzione – ha sottolineato Cantone – abbiamo indicato le liste di attesa proprio come una delle maggiori criticità ». Bisogna, ha concluso, «creare nella sanità anticorpi anticorruzione, a partire dagli operatori».
Naturalmente fondamentali saranno i controlli.
«Stiamo per firmare un nuovo protocollo con il ministero della Salute, per avviare stretti controlli al fine di verificare se le Asl si sono adeguate alle norme ed i piani anticorruzione; andremo cioè a controllare come i piani anticorruzione vengono applicati», ha spiegato Cantone.
«Lo faremo con i tecnici del ministero della Salute per capire se le Asl rispettano veramente tali norme o se si tratta solo di un rispetto sulla carta». Inoltre, ha sottolineato, «con l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali Agenas stiamo lavorando per mettere a punto un codice etico forte, che non sia però carta straccia».
Il punto, ha concluso, è che «non si può intervenire solo con la repressione e dopo, ma mettendo in campo una serie di strumenti preventivi che cambino la mentalità ».
(da “La Repubblica”)
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Aprile 5th, 2016 Riccardo Fucile
CASSINO: NIENTE VISITE E ANALISI NONOSTANTE UN QUADRO CLINICO MOLTO SERIO…HA FIRMATO E SE N’E’ ANDATO, ORA E’ ALL’OSPEDALE DI FROSINONE
Ventisette ore. Sdraiato su una barella lungo il corridoio del Pronto soccorso. 
Intorno infermieri che passano, medici che parlano ma lo ignorano, barellieri che fanno su e giù.
Ventisette ore in attesa all’ospedale di Cassino (Frosinone). Aspettando analisi, controlli, diagnosi. Una giornata senza sapere cosa non funziona. E poi ancora una notte intera. E nessuno che si preoccupi di quel ragazzo sulla barella e dall’aspetto malato.
«Non ti alzare da lì – anzi gli dicono -, altrimenti non ti resta neanche più quella perchè la prende qualcun altro».
Da lì non si è mosso, quindi. Ventisette ore.
Dalla mattina di venerdì primo aprile al mezzogiorno di sabato 2.
Vittima è un 27enne, elettricista di Pontecorvo, cuore della Ciociaria con 14 mila abitanti, arrivato all’ospedale Santa Scolastica di Cassino con una «situazione epatica non proprio tranquilla».
Lui ha aspettato, paziente e speranzoso, «prima o poi qualcuno mi dirà qualcosa».
Invece nessuno si è fermato da lui. Nonostante le chiamate di assessori locali, medici amici. E allora la decisione, allo scadere della ventisettesima ora: firmare e uscire, nonostante un quadro clinico molto serio.
I genitori allora lo hanno preso a portato via, di corsa a Frosinone, all’ospedale Spaziani, dove oggi è ancora ricoverato.
«Una storia incredibile»
«Quel ragazzo era in uno stato tale che giustificava un ricovero immediato, invece lo hanno ignorato per tutto quel tempo». Così Anselmo Rotondo, sindaco di Pontecorvo, farmacista del paese e soprattutto amico della famiglia dell’elettricista, ha deciso di rendere pubblica l’odissea del 27enne.
«Si è sentito male la sera del giovedì – racconta -, la sua pelle era diventata tutta gialla; allora venerdì mattina è andato alla Casa della Salute qui a Pontecorvo: ma lì vengono trattati solo i codici verdi e gialli e non c’è un laboratorio di analisi».
Lo mandano allora a Cassino, appena 15 chilometri di distanza.
«Lì – continua il sindaco Rotondo – avrebbero potuto e dovuto fargli tutte le analisi necessarie, avrebbero capito immediatamente cosa stava succedendo al suo fisico». Invece, è stato «parcheggiato» in corridoio, sulla barella. E da lì non s’è più mosso.
«I genitori erano preoccupatissimi, mi hanno chiamato – dice ancora Rotondo – e io ho cercato di intervenire come potevo, ho fatto chiamare l’ospedale anche dal mio assessore alla sanità (Gianluca Narducci, ndr ), ma non è servito a nulla, ho telefonato anche io». Inutile.
Dopo 27 ore la «fuga» verso Frosinone e il ricovero. La diagnosi ancora riservata.
Ma intanto, il sindaco Rotondo ha scritto una nota ufficiale in cui chiede spiegazioni per quanto successo al suo concittadino: «L’ho inviata al commissario della Asl di Frosinone Luigi Macchitella, al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin: dovranno darmi delle risposte».
Claudia Voltattorni
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 1st, 2016 Riccardo Fucile
“BISOGNA PASSARE A UN SISTEMA MISTO: ASSISTENZA GRATUITA SOLO A CHI E’ DAVVERO INDIGENTE”
La Sanità come le pensioni? 
In un Paese sempre più vecchio e che cresce poco, un ripensamento del Servizio sanitario nazionale «sarebbe opportuno», dice Federico Spandonaro, docente di Economia sanitaria all’Università di Roma Tor Vergata.
Che avverte: «Bisogna fare molta attenzione: anche nel passaggio al sistema contributivo le pensioni Inps si sono ridotte, ma i sistemi complementari, in un momento di scarsa crescita finanziaria, non hanno fatto faville…».
Come si può intervenire nella sanità ?
«La cosa più equa sarebbe avere una redistribuzione della spesa sanitaria tra pubblico e privato. Dal punto di vista del cittadino è meglio pagarsi le 10-20 euro della scatola dell’antibiotico che serve a curare una bronchite (tanto più che circa il 28% della spesa sanitaria farmaceutica è per scatole che costano meno di 5 euro) ma avere dal sistema sanitario i 30 mila euro del farmaco quando si ha un problema serio. Questo però si scontra con un problema tipicamente italiano».
Quale?
«Tutto questo funziona bene se si ha un sistema fiscale che funziona altrettanto bene. Chi è davvero indigente dovrebbe avere tutte le prestazioni assicurate dal pubblico, gli altri potrebbero pagarsi una parte delle terapie. Il problema che non sempre si capisce dove sta la vera indigenza. In questo momento in Italia abbiamo esenzioni che sono ridicole da un punto di vista sociale: una persona dal reddito medio-alto se è iperteso ha diritto ad avere gratuitamente il beta-bloccante, che costa meno di 20 euro al mese. Mi chiedo: ha ancora senso assicurare con fondi pubblici cose del genere?».
L’ultimo rapporto dell’Aifa segnala che l’anno scorso abbiamo «sforato» il budget per la spesa farmaceutica per 1,7 miliardi. Come se ne esce?
«Ci sono due strade, ma sono poco praticabili. Se il nostro Pil crescesse di almeno il 2% l’anno i fondi ci sarebbero. Inoltre, ci sarebbe spazio per abbassare i prezzi dei farmaci più innovativi. La sensazione è che i prezzi non siano più giustificati dai costi della ricerca quanto da aspetti legati alla finanza: avere un farmaco ad alto costo contribuisce al valore dei titoli delle società farmaceutiche in Borsa. Non si può dimostrare, ma il sospetto c’è nel caso di farmaci come quelli per l’Epatite C. Come si vede, l’unico sistema è rimodulare la spesa tra pubblico e privato».
Ci sono modelli in altri Paesi a cui possiamo ispirarci per ridisegnare la sanità risparmiando?
«Direi di no, noi spendiamo un 30% in meno dei 14 principali Paesi Ue dove ci sono sistemi mutualistici. Là si spende di più, non per via di sprechi ma perchè vengono erogati servizi superiori ai nostri».
Noi invece spendiamo meno e abbiamo sempre di meno?
«Se si guardano le statistiche Eurostat sui cittadini che dichiarano di avere problemi di salute di lunga durata, dieci anni fa l’Italia stava messa molto meglio del resto d’Europa. Ora – nonostante siamo favoriti dalla dieta e dal clima – ci stiamo allineando ai Paesi del Nord».
Riterrebbe utile importare il sistema americano in Italia?
«Spero che non accada: la quota pubblica è talmente bassa che le disparità sono enormi. La suddivisione tra risorse pubbliche e private è del 50%. Non pensiamo però che in Italia la spesa sia completamente statale. Siamo al 70% di pubblico e al 30% di privato».
Che cosa non funziona, allora?
«Il punto è che in Italia, oggi, la spesa privata serve più che altro a saltare le liste d’attesa e coprire altre inefficienze. Servirebbe un sistema con una spesa meglio ridistribuita. Se chi ha maggiori disponibilità economiche avesse una sanità integrativa con strutture dedicate in cui lo Stato partecipasse solo in parte, questo sgraverebbe le liste d’attesa negli ospedali pubblici e creerebbe davvero un sistema complementare. La spesa prima ancora che cambiata, va riqualificata».
Francesco Spini
(da “La Stampa”)
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Aprile 1st, 2016 Riccardo Fucile
NEGLI OSPEDALI IL 50% DEI MACCHINARI E’ OBSOLETO… E SPENDIAMO 1 MILIARDO IN FARMACI GRIFFATI
I nuovi macchinari per la radioterapia che riescono a colpire con precisione chirurgica le cellule tumorali al punto da poter fare a meno del bisturi costano dai 2 ai 6 milioni di euro.
Restano un miraggio per gli ospedali d’Italia, dove la metà dei macchinari è obsoleta. Da Oltreoceano stanno sbarcando le super-pillole contro Aids, tumori, Alzheimer e altri gravi malattie. Il costo medio è di 100 mila euro a ciclo terapeutico.
Troppi per poterli garantire a tutti quelli che ne hanno bisogno.
E poi c’è una popolazione che invecchia ma mica tanto bene se, come afferma la relazione sullo stato sanitario del Paese, gli anni di disabilità che ci attendono sono ben 16. Ed anche questi sono costi.
Dopo aver fatto i conti con l’emergenza pensioni, per l’Italia sembra giunto il momento di mettere mano alla questione sanità .
«La selezione è già in atto non solo per i farmaci ma anche nella chirurgia. Nell’efficiente Lombardia abbiamo liste d’attesa di nove mesi perchè non ci sono soldi nè per i dispositivi chirurgici, nè per pagare gli anestesisti» dice Francesco Longo, economista sanitario della Bocconi, che di vie di uscita ne vede una sola: «Portare il livello di finanziamento al livello dei Paesi europei con i quali dovremmo confrontarci».
Come la Germania, dove la spesa sanitaria pubblica è di 2500 euro a cittadino contro i nostri 1800.
Di miliardi in più, secondo l’economista, ne occorrerebbero 10.
Di sicuro con una sanità integrativa ferma al palo e un sistema di ticket che esenta oltre la metà della popolazione i 111 miliardi di oggi sembrano non bastare più.
Se n’è accorta la Corte dei Conti, che vede nel 2015 un rosso da un miliardo nei conti della sanità , dopo anni di tenuta a suon di addizionali Irpef regionali.
E vede rosso anche l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco che indica in un miliardo e 700 milioni lo sforamento della spesa farmaceutica ospedaliera, quella dove finiscono i medicinali più innovativi e costosi.
E se il piatto piange oggi figuriamoci domani quando i super-farmaci saranno molti di più.
Bisognerebbe risparmiare sui medicinali più datati, quelli con il brevetto scaduto venduti come generici. Ma sarà la potenza del marketing farmaceutico o la diffidenza degli italiani, da noi il farmaco griffato la fa ancora da padrone.
Tant’è che in un anno abbiamo speso di tasca nostra quasi un miliardo di euro per pagare la differenza di prezzo tra il generico e la pillola «di marca», pur di restare fedeli a quest’ultima.
Contraddizioni che ritroviamo anche nel pianeta ospedali, dove si preferiscono spendere soldi per centinaia di reparti con più medici che pazienti, come dimostrano i rapporti dell’Agenas (l’Agenzia per i servizi sanitari regionali), piuttosto che acquistare tecnologia.
Le apparecchiature diagnostiche obsolete sono 6400, con il 72% dei mammografi e il 76% dei sistemi radiografici datati più di 10 anni, racconta un recente rapporto di Assobiomedica.
Del resto basta vedere la storia dei «chirurghi robot». Sbandierati come la nuova frontiera della chirurgia e capaci di abbattere la percentuale di errore, restano fuori dalla sale operatorie, se non per interventi a pagamento, visto che le tariffe di rimborso agli ospedali non tengono conto dei 9mila euro in media di costo aggiuntivo.
E non è che nel territorio le cose vadano meglio.
Secondo la Bocconi dei 2 milioni e mezzo di disabili, l’80% si arrangia da sè in assenza di assistenza domiciliare.
Scricchiolii sinistri di un pezzo del nostro welfare che continuiamo a chiamare universalistico ma che è già diventato selettivo.
A discapito dei più deboli.
Paolo Russo
(da “La Stampa”)
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