Aprile 1st, 2016 Riccardo Fucile
IL WELFARE SANITARIO STA DIVENTANDO INSOSTENIBILE: ECCO PER QUALI RAGIONI
C’è una bomba sociale nel futuro degli italiani. Non è eventuale, come quella del terrorismo, perchè lo
scoppio è, purtroppo, inevitabile.
Non è percepita nella sua gravità , come quella dell’immigrazione, esasperata per motivi elettorali da una politica che, invece, preferisce ignorarla.
Ma è quella che rischia di sconvolgere di più l’esistenza di tanti nostri cittadini e delle loro famiglie: l’impossibilità , per i prossimi decenni, di assicurare a tutti la Sanità pubblica.
In tutto il mondo, il giudizio sull’assistenza che il nostro Stato fornisce a chi si ammala è molto positivo.
È vero, infatti, che la riforma del 1978, quella che istituì il Servizio sanitario nazionale, è tuttora un modello invidiato da molte nazioni, ma, con il passare del tempo, il rispetto del dettato costituzionale che prescrive il diritto alle cure per tutti i cittadini è rimasto sulla carta.
In concreto, già oggi è ormai largamente disatteso.
In futuro, sarà una garanzia inattuabile.
I motivi sono molteplici, ma, tutti insieme, costringeranno a prendere atto dell’insostenibilità di un sistema di welfare sanitario che si fondava su una situazione demografica, economica, sociale molto diversa dall’attuale.
I numeri non sono opinioni e le previsioni della demografia sono più attendibili di quelle meteorologiche.
Alla fine degli Anni 70 del secolo scorso, una grande moltitudine di giovani, nati nell’epoca del baby-boom, con il loro lavoro prevalentemente a tempo indeterminato e, quindi, con i loro contributi, poteva assicurare a un numero abbastanza ridotto di nonni e di genitori un futuro garantito da pensioni e cure sanitarie.
Quel futuro, purtroppo, non era molto lungo, perchè le aspettative di vita erano minori, i progressi della medicina non così promettenti, le condizioni economiche peggiori.
Ora le prospettive sono totalmente differenti: pochi giovani, in larga parte con occupazioni precarie, chiamiamole pure «flessibili» per pudore linguistico, dovranno mantenere generazioni numerosissime, longeve, per fortuna, ma costrette a lamentare quei tanti acciacchi che l’età comunque non risparmia.
È dunque inevitabile che i costi dell’attuale sistema sanitario siano destinati a un fragoroso e doloroso scoppio.
Non sono solo demografi ed economisti, però, ad accendere le micce a questa bomba.
Due sciagurate decisioni, a cavallo del secolo, hanno peggiorato ulteriormente la situazione.
Dal 1999, una serie di sentenze hanno fatto nascere in Italia un tale contenzioso giudiziario nel settore delle sanità da provocare la nascita della cosiddetta «medicina difensiva».
Sono circa 300 mila, infatti, le cause pendenti nei confronti dei medici, per un costo stimato di 10-14 miliardi di euro, cioè quasi il 10% del fondo sanitario nazionale.
L’ovvio risultato è quello di un aggravio sensibile sia sul sistema giudiziario italiano, considerato, poi, che il 97 % dei procedimenti si conclude con un proscioglimento, sia sui costi di quello sanitario, perchè non c’è argine alla valanga di cure, medicine, esami diagnostici non necessari, ma utili per evitare denunce che nascono dalla falsa convinzione, ormai diffusa, che il «diritto alla cura» equivalga al «diritto alla guarigione».
Su questo fronte, bisogna dare atto che è stata approvata dalla Camera, e lo sarà pure dal Senato entro l’estate, una legge che modifica la normativa, in modo da assicurare ai malati una doverosa tutela e un doveroso risarcimento negli effettivi casi di «malasanità », ma che riduce i rischi di speculazione, le cosiddette «liti temerarie».
Come, d’altra parte, si è riconosciuta la pericolosità di restrizioni burocratiche, dettate puramente da esigenze finanziarie, al libero giudizio dei medici sulle necessità dei loro pazienti.
L’altra decisione, questa volta di natura politica, che ha reso di fatto inevaso il dettato costituzionale sul diritto dei cittadini alle cure è la pessima riforma federalista del 2004, quella che ha prodotto 21 modelli diversi di sistema sanitario sul territorio nazionale.
Si è prodotto un infernale circolo vizioso fondato sulla mancata eguaglianza degli italiani di fronte alla malattia.
Le regioni con una sanità di migliore livello attirano pazienti che arrivano dai territori più penalizzati. Con il risultato, non solo di maggiori disagi e costi per i malati «migranti», ma di impoverire sempre di più le regioni di provenienza, costrette a pagare rimborsi cospicui a quelle che hanno provveduto, in vece loro, alle cure dei loro corregionali.
Così le casse sanitarie più gonfie diventano sempre più ridenti, quelle più misere, sempre più piangenti.
Anche su questo federalismo «malato», per restare in tema, si sta cercando di porre qualche rimedio, perchè la riforma costituzionale che dovrà essere sottoposta a un prossimo referendum riduce le competenze delle Regioni nella sanità ai soli aspetti organizzativi e di programmazione, riservando al governo centrale il compito di stabilire gli indirizzi generali.
Così come la legge di stabilità dovrebbe garantire minori influenze politiche nella scelta dei direttori generali e dovrebbe porre un freno a quella scandalosa «gonfiatura» del personale amministrativo dovuta agli interessi clientelari ed elettorali dei partiti.
Provvedimenti, per carità , opportuni e che potranno essere utili a tamponare una situazione che si avvia al collasso e soprattutto che costringe molti italiani a rivolgersi o all’assistenza privata, per chi se lo può permettere, o a rinunciare, in molti casi, alle cure anche più necessarie.
Le lunghe, insopportabili, vergognose attese per una visita o per un intervento nei nostri ospedali pubblici sono la dimostrazione, più evidente e più clamorosa, che il modello della nostra sanità , concepito nel 1978, è ormai scaduto.
Luigi La Spina
(da “La Stampa”)
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Marzo 11th, 2016 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEI FAMILIARI
Tutte le 9 cardiochirurgie campane (cinque pubbliche e quattro private accreditate) non avevano una
sala operatoria libera nella notte tra l’8 e il 9 marzo e Francesca Napolitano, una donna di 42 anni di Bagnoli, in gravissime condizioni, ricoverata all’ospedale San Paolo a Napoli per una sospetta miocardite con versamento pericardico (condizione che tiene il cuore stretto in una morsa impedendogli di battere), è morta dopo un’attesa di tre ore e il trasferimento alle 6 del mattino al Monaldi.
Non è un caso di Malasanità . I medici hanno fatto tutto il possibile per salvarla.
Le procedure sono state rispettate. Ma è un tragico effetto della riorganizzazione ospedaliera.
La donna infatti è arrivata al pronto soccorso del San Paolo con un tamponamento cardiaco. SI tratta di un urgenza che non richiede un vero e proprio intervento chirurgico, ma un drenaggio.
Il San Paolo non è attrezzato per queste emergenze, perciò ha allertato il 118 che ha chiamato tutte le strutture pubbliche e private accreditate.
Alla fine, alle sei del mattino, la donna è arrivata al Monaldi, nonostante l’ospedale non abbia l’emergenza cardio chirurgica.
“In quel momento avevamo le due sale chirurgiche esistenti erano entrambe impegnate, una per un trapianto di cuore e l’altra attivata (alle 3 di notte) per un aneurisma dissecante dell’aorta in trasferimento dal Cardarelli- spiega il responsabile Gian Antonio Nappi – Comunque quando è arrivata qui la donna non aveva bisogno di una sala chirurgica, ma solo di un drenaggio, che abbiamo fatto. Purtroppo però è intervenuta un’aritmia maligna”.
La domanda ora è: se la donna fosse stata portata subito in ospedale e le fosse stato fatto il drenaggio, si sarebbe salvata?
“Sì hanno chiamato anche noi – spiega Celeste Condorelli, ad della Clinica Mediterranea – Ma non abbiamo l’ok per l’emergenza cardiaca. Potremmo essere operativi in 20 giorni, ma non siamo autorizzati”.
A Napoli ( Asl Napoli 1) gli ospedali autorizzati per l’emergenza sono: il Cardarelli, Il Loreto Mare, Il San Paolo, Il Fatebenefratelli, Villa Betania, il Pellegrini.
Tutti però senza la cardiochirurgia.
Ecco perchè Francesca Napolitano non ha trovato subito un ospedale in cui tamponare la sua emergenza cardiaca.
I familiari della donna hanno sporto denuncia e la cartella clinica è stata sequestrata dai carabinieri. La salma è stata trasportata alla sala settoria del policlinico Federico II dove sarà anche effettuata l’autopsia.
Una dettagliata relazione dell’accaduto è stata trasmessa dalla direzione del Monaldi agli uffici della Regione.
Enrico Coscioni, cardiochirurgo e consigliere di De Luca precisa: “Per salvare la donna non c’era bisogno di una sala operatoria. Spero si capsica che la signora non è morta per malasanità ”.
Resta però la realtà , quella di una donna che per una notte intera a Napoli ha cercato una struttura sanitaria (pubblica o privata) in cui essere assistita.
Le dovevano fare solo un drenaggio cardiaco. Ma il piano sanitario, con le autorizzazioni per le cardiologie d’emergenza, è al momento bloccato.
Giuseppe Del Bello
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 23rd, 2016 Riccardo Fucile
SANITA’ LOMBARDA: DIRIGENTI OSPEDALIERI PRESSANO MEDICI PER FAVORIRE STRUTTURE PRIVATE
“Ci siamo dovuti difendere con le unghie e coi denti”. 
E’ quanto racconta Antonella Sparaco, primario del reparto di odontoiatria dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, dopo l’ennesimo scandalo che ha colpito la Sanità lombarda con l’arresto, tra gli altri, del presidente della commissione Sanità in regione, il leghista Fabio Rizzi, e dell’imprenditrice Paola Canegrati, che proprio nell’odontoiatria, secondo gli inquirenti, aveva costruito un business milionario grazie a una rete di contatti che dai vertici della politica regionale arrivava ai funzionari di molte aziende ospedaliere.
“In decenni di attività — riferisce la dottoressa Sparaco — devo riconoscere che in più occasioni siamo stati avvicinati dai service privati che volevano subentrare al nostro posto; ma io e i miei colleghi abbiamo resistito”.
E senza fare nomi spiega: “Ho ancora memoria di quello che alcuni nostri amministratori passati mi venivano a dire. Mi caldeggiavano il subentro dei privati nella gestione del servizio di odontoiatria”.
Proprio come nelle carte dell’inchiesta ‘Smile’, che ha scoperchiato il sistema di tangenti, i privati bussavano alle porte dei dirigenti delle strutture ospedaliere.
“Le indicazioni — prosegue la Sparaco — giungevano da parte di direttori sanitari piuttosto che da direttori generali del passato, che formulavano una richiesta esplicita per permettere l’ingresso dei privati negli ambulatori di odontoiatria. I quali agiscono sulle alte sfere di un ospedale, che a loro volta provano a convincere i medici direttamente coinvolti. Io e diversi miei colleghi abbiamo resistito, ma tanti altri no. Ecco perchè negli anni — riferisce la Sparaco — almeno sei o sette professionisti li ho persi anch’io”.
Nell’ambulatorio della dottoressa Sparaco, difendere l’odontoiatria pubblica significa soprattutto occuparsi di “pazienti marginali: anziani, sieropositivi e persone affette da gravi patologie che difficilmente nelle strutture private troverebbero delle risposte ai loro bisogni.
“Si prenda il caso dei malati di Aids, che altrove vengono spesso mandati via”, denuncia la Sparaco, che lamenta le lunghe liste di attesa che l’ambulatorio è costretto a imporre ai pazienti.
E rilancia: “Speriamo che ora in Lombardia ci sia un cambio di rotta, noi siamo disponibili a crescere, ad accettare ancora più pazienti e a lavorare di più”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
LA SPESA SANITARIA IN ITALIA E’ IN REALTA’ GIA’ PIU’ BASSA DELLA MEDIA OCSE
“Non ci sono tagli alla sanità ”. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi lo ha ripetuto così tante volte
che viene la tentazione di crederci.
Invece nella legge di Stabilità i tagli ci sono eccome e si sommano a quelli delle manovre precedenti.
L’analisi pubblicata ieri dall’Ufficio parlamentare di bilancio, l’autorità indipendente che vigila sui conti pubblici, è la smentita definitiva al premier e dovrebbe aprire un certo dibattito.
Perchè a chi contesta i tagli c’è sempre chi risponde che in sanità l’offerta genera la domanda, quindi è chiaro che più si spende più i cittadini chiederanno di spendere, in un aumento senza fine.
Ma in Italia la spesa sanitaria è più bassa che nella media dei Paesi ricchi dell’Ocse: 6,5 per cento del Pil contro il 6,8 medio.
Quindi non spendiamo troppo, ma un po’ meno degli altri.
Meglio quindi spostare la discussione su quanto si sta tagliando, con quali criteri e con quali conseguenze.
La legge di Stabilità porta il finanziamento del Servizio sanitario nazionale nel 2016 dai 113,1 miliardi previsti a 111.
Che sono più dei 109,7 del 2015 ma meno di quelli sulla base dei quali tutta la sanità pubblica aveva impostato i propri bilanci per l’anno prossimo.
A questi si aggiungono i tagli alle Regioni che possono ricadere sulla sanità : il governo toglie 4 miliardi nel 2017 e 5,5 nel 2018 e nel 2019. Soldi che andranno trovati negoziando tra Palazzo Chigi e governatori.
Se non si arriva a un accordo, ci pensa l’esecutivo a tagliare la spesa “tra i settori di spesa regionale, compresa dichiaratamente la sanità ”, come scrive l’Upb.
A tutto questo si sommano gli effetti dell’austerità degli anni scorsi: la legge di Stabilità 2015 combinata con il decreto enti locali ha reso permanente un taglio da 2 miliardi che potrebbe aumentare se gli altri settori non faranno i loro risparmi (per ora non indicati).
L’Upb dice che sembra “inevitabile” che la legge di Stabilità appena approvata dalla Camera colpisca ulteriormente la Salute.
Il governo però ha scritto nel testo che viene garantito il “rispetto dei livelli essenziali di assistenza” (Lea). Come? Non si sa.
“Rimane da dimostrare la concreta compatibilità tra la riduzione del finanziamento programmata e la sostenibilità del servizio sanitario nazionale”, scrive l’Upb.
Se il conto non torna, ci sono solo due esiti: o si sforano i tetti di spesa, o peggiorano i servizi.
Anche perchè la spending review che dovrebbe assicurare di concentrare i tagli sui famosi sprechi non esiste.
Come denuncia l’Upb, le azioni che dovrebbero migliorare il rapporto tra costi per lo Stato ed efficacia della spesa “non sono specificate, se non in piccola parte”.
È tutto delegato a Regioni e direttori generali. Provvedimenti come il contestato “decreto appropriatezza”, quello che stabiliva criteri più stringenti per gli esami rimborsabili, fanno risparmiare (106 milioni).
Ma devono essere concepiti per fare ordine ed evitare degenerazioni perchè — nota l’Upb — producono consistenti risparmi solo se intaccano anche le “prestazioni efficaci”.
Queste riduzioni lineari di spesa fatte con l’accetta si intersecano con una ristrutturazione profonda del Servizio sanitario nazionale che riduce la costosa assistenza ospedaliera (i posti letto sono passati da 4 per mille abitanti nel 2005 a 3,4 nel 2012, la media Ue è 5,3) e rafforza i servizi sul territorio.
Almeno nelle regioni in grado di gestirli: curare un paziente a casa costa meno e garantisce un servizio migliore, ma richiede un coordinamento tra amministrazioni efficienti e organizzate.
Purtroppo il grosso delle risorse continua a essere assorbito dalle regioni peggiori, mentre quelle virtuose devono impazzire per trovare nuovi risparmi e sopperire alla inefficienza di quelle che sprecano.
Le conseguenze colpiscono, come spesso succede, soprattutto i più deboli: dai numeri di Eurostat si scopre che c’è un 6 per cento di italiani che ha rinunciato alle visite mediche perchè troppo costose.
Ma la percentuale sale al 13,1 tra il 20 per cento più povero.
Gli scoraggiati da prezzi, liste d’attesa o distanza dal medico sono il 7,1 nella popolazione generale ma il 14,6 tra i più poveri.
Il dato è chiaro: se salgono i costi o si riduce l’offerta, i più abbienti quasi non se ne accorgono perchè migrano verso il privato.
Chi non ha possibilità di scelta subisce un disagio doppio rispetto alla media. L’Ufficio parlamentare di bilancio nota che le “tensioni” che stanno emergendo nell’organizzazione dei servizi potrebbero “rivelarsi insostenibili se prolungate nel tempo”.
Negare i tagli nella speranza che nessuno se ne accorga o che almeno non ne attribuisca la paternità al governo, come prova a fare Renzi, è pericoloso.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA MODA DEI MEDICI CAMPANI ALL’INSAPUTA DEL PAZIENTE INTUBATO
La moda del selfie arriva anche in sala operatoria. 
La tentazione di scattarsi una foto mentre si sta operando sta contagiando molti medici che, sorridenti, con guanti insanguinati e mascherine colorate, salutano all’obiettivo. Foto rigorosamente con il paziente disteso, intubato, o un taglio in primo piano che dia il senso dell’intervento.
Scatti che poi vengono postati, come se fosse la cosa più normale del mondo, sui social network, o pubblicati da alcuni blog, diventando di dominio pubblico.
Come accaduto ad una èquipe medica tutta al femminile di Napoli che ha pensato bene di pubblicare una foto mentre era in corso l’intervento.
Si vede e anche bene l’incisione sull’addome. Il sangue. Già , il sangue che è in bella mostra sui guanti delle dottoresse che ferme, immobili, fissano il cellulare che le sta immortalando. Immortala le mascherine alla moda come i copricapo sterili con stelline e cuoricini.
Il pollice è all’insù in segno di vittoria, di un buon lavoro che stanno facendo. All’insaputa del paziente che dorme su quel lettino sul quale si è addormentato speranzoso.
Il selfie in sala operatoria non è un reato nè la violazione di un divieto imposto da alcun direttore ospedaliero, ma certo non appare sinonimo di classe e buon gusto. Tantomeno di rispetto per un paziente che entra in una sala operatoria.
Ma se a Napoli l’èquipe medica sorride dinanzi all’addome, nel salernitano, sempre due dottoresse, postano sui social una foto con un paziente intubato. Il cui volto è parzialmente riconoscibile.
E riecco il copione: capello appena curato dal parrucchiere, trucco marcato sugli occhi, mascherine alla moda. Una sfilata che contagia. Anche i colleghi uomini.
In provincia di Avellino, un medico entra in sala operatoria con una tuta anti contaminazione. Di spalle, fa capolino la gamba del paziente.
Lo stesso che rende reale, bella e affascinante una professione spettacolarizzata sui social.
«Simpatica», ancora, anche quella foto che vede in primo piano l’anestesista del salernitano con il pollice all’insù mentre alle sue spalle, in sala operatoria, i colleghi lavorano.
Ma non la dottoressa che ha il tempo di distrarsi e partecipare al selfie. Sorridendo e sporgendosi verso l’obiettivo.
Un numero di scatti destinato a crescere. Sempre più medici, ogni giorno, postano su facebook una foto in camice, in corsia, con i colleghi, in pronto soccorso.
Altro luogo preferito per dimostrare che si sta salvando una vita. Non prima di un autoscatto che vede un direttore d’unità di un ospedale del salernitano in primo piano vicino al paziente reduce da un incidente.
Dulcis in fundo, i commenti. Neanche a consumarsi le dita per far scivolare con il mouse verso il basso lo schermo del computer, si trova chi condanna queste foto.
Una sola timida voce ha scritto: «Ma che fate».
Forse era un collega e non è stato preso in considerazione. Poi i complimenti si sprecano: «Belli, bravissimi, che bella dottoressa». Sarà . E saranno anche bravi.
Ma il paziente si sentirebbe più sicuro, forse, sapendo che l’attenzione è tutta su di lui. E non al cellulare pronto a scattare.
Rosa Coppola
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
DEBITI MILIARDARI DELLE AZIENDE SANITARIE: LA RICERCA DELLA BOCCONI
Viviamo mediamente di più (82,9 anni) ma l’8% di noi rinuncia alle cure perchè costano troppo. Spendiamo 33 miliardi di tasca nostra per la salute e dalla riabilitazione alle visite e gli accertamenti specialistici i costi “out of pocket” sono la maggioranza e solo le cure in ospedale sono quasi sempre gratis.
Abbiamo ridotto del 40% asl e ospedali-azienda e dal 1990 tagliato ben 130mila posti letto, ma curarsi fuori dall’ospedale è quasi impossibile da Roma in giù.
Da tre anni i bilanci e il conto economico sono addirittura in attivo, ma lo stato patrimoniale delle aziende sanitarie è un disastro con debiti miliardari nascosti a partire dalle regioni sotto piano di rientro che riguardano ormai quasi metà degli italiani.
E gli investimenti restano una chimera.
Parola della Bocconi: una cosa e il suo opposto, una specie di Giano bifronte, la sanità pubblica italiana.
Con la palla al piede di un Sud che arranca e i suoi pazienti che pagano un doppio svantaggio di cure che mancano e di costi in più. E questo, nonostante gli sforzi di questi anni, i tagli a colpi d’accetta che continuano a lasciarci un sistema che è una grande incompiuta.
Ecco il check più aggiornato della sanità pubblica italiana. Il quadro che esce dal «Rapporto Oasi 2015» curato dall’intero staff del Cergas Bocconi, che sarà presentato oggi a Milano, parla chiaro.
Tra ombre che si stagliano nette, ma anche segni eloquenti di miglioramento. Che però non bastano mai, anzi.
E un giudizio che emerge dal rapporto, di cui è responsabile scientifico il professor Francesco Longo: poichè il 35% del Fondo sanitario è esternalizzato con prestazioni acquistate dai privati, è più facile tagliare in sanità , colpendo proprio i trasferimenti alle “terze economie”, che toccare altrove nella spesa pubblica. Insomma, si colpiscono i privati e intanto si abbassa l’asticella delle prestazioni.
Col risultato, però, che tra un colpo d’accetta e l’altro di margini per altri interventi per risparmiare non ce ne sono più così tanti. Certo, c’è ancora da razionalizzare e da colpire tra sprechi e inefficenze. Ma fino a un certo punto.
Perchè i segnali di riduzione dei servizi e delle prestazioni sono appunto forti e pesanti.
Col management che intanto deve operare sul fronte e che non sempre ha armi e mezzi anche legislativi giusti per poter sempre incidere dove serve. Anche se poi, si fa rilevare, nell’opinione pubblica il «messaggio» della lotta alle inefficenze prevale «sul tema dell’equità ».
A conferma, scrivono gli autori del rapporto del Cergas Bocconi, «che le attuali policy stanno godendo di una narrativa politica favorevole ed efficace». Una «narrativa», appunto, non sempre la realtà dei fatti
Una realtà che racconta come la spesa sanitaria pubblica tra il 2009 e il 2014 ha registrato una crescita media annua dello 0,7%, ribaltando il +6% annuo del quinquennio precedente.
Frutto dei tagli e dei mancati aumenti dopo l’esplosione della grande crisi.
Da tre anni l’equilibrio di bilancio complessivo sta reggendo, c’è stata una «robusta» capacità di risposta alle misure messe in cantiere, con i manager diventati «esecutori materiali» sul campo delle manovre.
Mai però a costo zero per gli italiani. Soprattutto nelle regioni sotto tutela, che hanno potuto mostrare conti apparentemente in rosa grazie alle super addizionali e ai ticket. Mentre è cresciuta la spesa dei cittadini.
Con un livello di qualità e quantità dei servizi che non raramente «è stato intaccato».
E con risultati patrimoniali che segnano rosso profondo, sempre al Sud, sempre dove i conti non tornano. A dispetto dei trend di salute, di aspettativa di vita, di crescita del sistema.
Un ginepraio. Per uscire dal quale il Cergas Bocconi presenta una ricetta in dieci punti: tagliare i reparti che hanno poca attività , ridurre gli ospedali a partire dalla trasformazione di quelli piccoli, accorpare le aziende e ridisegnarne la geografia, dare una missione specifiche a quello con budget che supera 1 mld di euro, ridefinire accesso ed erogazione dei servizi in base alla “tipologia” dei pazienti.
Ma anche fare trasparenza nei criteri di accettazione dell’innovazione farmaceutica senza barriere regionali, spingere sull’Hta e sui sistemi informativi.
Poi due jolly non facili: integrare meglio col Ssn quei 33 miliardi l’anno di spesa privata e attuare un mix di politiche per il personale per affrontare la mancanza di medici e il loro invecchiamento o il burn out che esplode.
Magari, perchè no, di riflesso per dare più opportunità ai giovani.
Roberto Turno
(da “La Stampa”)
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Novembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA SUI TAGLI ALLA MANOVRA
Da uno dei più grandi ospedali di Roma, il “San Camillo”, il direttore generale Antonio D’Urso pima prova a tranquillizzare: «Siamo al limite ma reggiamo. La salute dei nostri pazienti non è peggiorata, nonostante i tagli».
Poi, di fronte all’equazione “meno risorse più prestazioni da erogare” ammette: «Questa volta rischiamo di non farcela».
Nota un peggioramento della salute degli italiani dopo oltre 30 miliardi di tagli alla sanità in 5 anni?
«Siamo al limite. Questo è vero. Ma ancora reggiamo. In Italia la quota di popolazione che dichiara di soffrire di una qualche patologia è la più bassa d’Europa e nel mio ospedale devo dire che in questi ultimi anni non abbiamo osservato un peggioramento dello stato di salute dei nostri utenti».
Medici e infermieri però si lamentano di non farcela più a furia di turni massacranti per carenza di personale. Da voi come vanno le cose?
«Paghiamo come tutti gli effetti del prolungato blocco del turnover, che per di più è generalizzato. Noi qui abbiamo carenze di anestesisti, cardiologi, medici dell’emergenza e magari in altre specialità siamo in sovrannumero. Qui nel Lazio ogni 10 professionisti che vanno in pensione se ne sostituiscono meno di due. E questo genera anche un innalzamento dell’età media di medici e infermieri».
Con che risvolti sull’assistenza?
«Negativi, perchè a una certa età c’è meno disponibilità a sacrificarsi in turni e guardie mediche. Così è difficile garantire una buona funzionalità dell’ospedale».
Vi si accusa di continuare a sprecare, soprattutto nell’acquisto di beni e servizi…
«Per quelli non sanitari, come mense, pulizia, riscaldamento abbiamo recuperato molto grazie alle gare centralizzate. Anche per i beni sanitari, come protesi, stent, farmaci procediamo con le gare. Ma con quello che c’è…».
Nel senso?
«Che come risulta dal rapporto Crea-sanità molti farmaci innovativi non arrivano proprio sul nostro mercato. E mi risulta che la stessa cosa valga per diversi dispositivi medici».
Le risorse diminuiscono ma ci sono da pagare i nuovi e costosi medicinali e da garantire più prestazioni con i nuovi Lea. Ce la farete?
«Siamo in difficoltà . Questa volta rischiamo di non farcela. Le Regioni dicono che il sistema rischia di saltare e dalla prima linea di un grande ospedale devo purtroppo confermare».
Paolo Russo
(da “La Stampa”)
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Ottobre 29th, 2015 Riccardo Fucile
LO STUDIO: “GLI OVER 75 CON PROBLEMI DI SALUTE AUMENTATI DELL’ 8%”
Eccolo qui l’effetto tagli sulla nostra sanità : avevamo nonni tra i più in salute d’Europa ed ora stiamo perdendo terreno; oltre il 30% dei farmaci innovativi non arriva sui banchi delle farmacie; la spesa privata per curarsi sale del 14% e 2,7milioni di italiani rinunciano a visite e analisi; crescono le diseguaglianze da una regione all’altra per l’accesso alle prestazioni; per vaccinare i nostri figli spendiamo meno che nel resto dell’Unione europea
Quanto siano state poco indolori gli ultimi anni di manovre sanitarie lo dice l’undicesimo Rapporto del Crea sanità dell’Università Tor Vergata, presentato ieri a Roma con il titolo non casuale «L’universalismo diseguale».
Il gap con l’Europa
La nostra spesa è oramai inferiore del 28,7% a quella dei Paesi Ue.
E gli effetti iniziano a vedersi. Solo 10 anni fa i nostri ultrasettantacinquenni con problemi di salute erano meno del 55%.
Un record europeo, visto che la media era quasi di 10 punti superiore. Ora quella forbice si è ridotta a soli 4 punti con noi al 63%.
«Il peggioramento della performance italiana non è distribuito equamente», sottolinea il rapporto, che indica nella classe media quella più a rischio di “razionamento” delle cure.
Questo probabilmente perchè i più ricchi possono comunque ricorrere al privato, mentre i più poveri sono almeno esenti dai super-ticket.
I fenomeni di impoverimento per le spese socio-sanitarie si sono ridotti (100mila famiglie in meno avrebbero varcato la soglia di povertà ), ma resta il fatto che 2,7 milioni di italiani ha rinunciato a curarsi per motivi economici.
La cura dimagrante ha riguardato anche l’offerta dei farmaci. Il consumo di quelli innovativi approvati dall’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, è inferiore del 38,4% rispetto a quelli medi di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
Siamo più bravi nel contrastare il fenomeno del consumismo farmaceutico si dirà . Ma un’altra tabella del rapporto mostra il contrario: dal 2009 al 2014 oltre il 32% dei medicinali approvati dall’Ema non ha varcato i confini italici.
Neanche in fatto di vaccinazioni stiamo messi bene. Ci lamentiamo di avere indici di copertura sotto la soglia di sicurezza del 95% ma poi per immunizzare i nostri bimbi spendiamo appena 4,79 euro a testa contro i 10 della Francia, gli 11,3 della Germania e i 19 della Svezia
Lo stato di salute della nostra sanità varia però da regione a regione.
Tra differenti modi di applicare i ticket, maggiori o minori liste d’attesa, mini prontuari farmaceutici regionali, l’indice di equità per l’accesso alle prestazioni sanitarie stilato dal Crea mostra differenze abissali.
Fatto cento l’indice nazionale si va dalla maglia nera Campania con indice 206 all’equo Trentino Alto Adige con indice 33. Ma con l’aggiunta delle Marche tutte le regioni meridionali sono sotto la media nazionale
Cittadini penalizzati
Stesse iniquità si ritrovano sul piano fiscale, con i cittadini delle regioni in piano di rientro dal deficit penalizzati dalle super-addizionali Irap ed Irpef.
Basti pensare che nel Lazio l’addizionale della tassa sul reddito da lavoro è superiore dell’88% a quella versata in Basilicata.
Come si esce da questo impasse lo spiega Federico Spandonaro, Presidente del Crea: «Occorre una moratoria che mantenga invariata la spesa sul Pil. Con la certezza delle risorse disponibili sarà poi possibile rivedere la lista delle priorità d’intervento». Magari senza continuare a spacciare il razionamento delle cure con il falso universalismo del tutto gratis a tutti.
Paolo Russo
(da “La Stampa”)
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Ottobre 26th, 2015 Riccardo Fucile
REGIONI SENZA SBOCCHI: “INUTILI I TICKET PIU’ CARI”
La legge di stabilità ha tolto 2,5 miliardi rispetto alle richieste, mentre crescono gli impegni: 3
miliardi per i farmaci, 900 milioni dai Lea e 300 milioni per i vaccini. Anche il ritocco delle tasse sulle prestazioni non aiuta, fa solo fuggire i cittadini verso il privato
Una carta che nessuno vuol giocare. Perchè è impopolare, faticosa da applicare e soprattutto non farebbe incassare abbastanza soldi.
Le Regioni protestano, su tutti il Veneto di Luca Zaia annuncia che impugnerà la decisioni.
Ma anche i più critici escludono l’aumento del ticket e lavorano facendo spending review a livello locale — limando i costi dell’attività degli ospedali e di quelle territoriali, centralizzando gli acquisti — ma anche trattando a Roma. §
Non è ancora chiusa infatti la partita per i finanziamenti statali alla sanità del futuro. Certo, il fondo è quello, 111 miliardi di euro per il 2016 cioè almeno due miliardi e mezzo in meno di quanto era atteso, ma su alcune voci di spesa c’è ancora da discutere.
Un esempio? La farmaceutica. Sono già arrivati sul mercato molti medicinali innovativi come quelli per l’epatite C e altri sono attesi nei prossimi anni.
Bisogna capire quali costi ricadranno sulle Regioni e quali saranno sostenuti dall’industria farmaceutica attraverso il sistema del payback.
E’ solo una stima, ma si parla di 3 miliardi di spesa per le molecole nuove in arrivo nei prossimi anni. Una botta del genere vanificherebbe l’incremento del fondo
Il lavoro adesso è dunque sulla riduzione della spesa più che sulle entrate delle tasse, anche Irpef e Irap che sono già ai massimi nelle realtà regionali in difficoltà economiche.
Se si guarda ai ticket, poi, la sanità italiana è uno spezzatino.
Ogni Regione ha il suo sistema. I punti di partenza sono i 36,15 euro per la specialistica (visite ed esami) e i 10 euro aggiuntivi introdotti nel 2011, poi nel tempo ogni realtà locale ha modificato il meccanismo per far contribuire i cittadini. Il tutto per un incasso totale di appena 3 miliardi di euro l’anno, condizionato dal fatto che in Italia il 70% di chi si rivolge al sistema sanitario è esente. La maggior parte dei pazienti non paga e se si alzano le tasse sulle prestazioni sanitarie finirà che chi invece è tenuto a versare il ticket si rivolgerà sempre più al privato, e nelle casse regionali non entrerebbero soldi.
Nessuna delle Regioni in piano di rientro ha intenzione di utilizzare questa leva, lo escludono ad esempio Piemonte, Puglia e Sicilia.
L’unica che interverrà è il Lazio, ma non con l’idea di aumentare bensì per riformare tutto il sistema.
«Non vogliamo assolutamente incrementare il ticket — dice l’assessore alla Sanità siciliana Baldo Gucciardi — Lavoreremo su altre leve per ridurre la spesa. Ad esempio centralizzeremo gli acquisti. Questa misura presto sarà obbligatoria».
Nella legge di Stabilità c’è scritto che dal primo gennaio 2016 le Asl non potranno più fare gare. Sarà obbligatorio affidarsi a centrali uniche, come fanno già ad esmepio Toscana, Emilia e Veneto, oppure appoggiarsi alla Consip
«Noi probabilmente usciremo dal piano di rientro — dice l’assessore alla Sanità del Piemonte Antonio Saitta — Per il 2016 non dovremmo avere difficoltà , il problema è la prospettiva, il futuro”».
Il fondo sanitario nazionale quest’anno è andato a 111 miliardi dopo i 109,7 dell’anno scorso. Il punto è che nel 2017 le Regioni avranno 3,9 miliardi di tagli che nel 2018 e 2019 saliranno a 5,4.
Non è chiaro se quelle riduzioni peseranno sul fondo, bloccando gli incrementi oppure no. Si deciderà tutto entro gennaio 2017 ma abbassare il finanziamento a tutta la Regione incide comunque, indirettamente o direttamente, sulla sanit�
Nelle incognite del futuro rientra, come detto, la spesa farmaceutica che è destinata a lievitare.
Già quest’anno le Regioni dovranno ripianare parte di quella ospedaliera. «Se non interveniamo bene in questo campo rischia di finire tutto fuori giri », dice in modo eloquente il responsabile degli assessori alla Salute nella conferenza delle Regioni, l’emiliano Sergio Venturi.
Michele Bocci
(da La Repubblica”)
argomento: sanità | Commenta »