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SANITA’ LOMBARDA, UNA OPPORTUNITA’ PER CHI VUOLE LUCRARE SULLA NOSTRA SALUTE

Aprile 11th, 2018 Riccardo Fucile

LA CURA DELLE PERSONE E’ DIVENTATO UN ENORME BUSINESS …. AUMENTO VERTIGINOSO DI STRUTTURE PRIVATE FINANZIATE DA SOLDI PUBBLICI IN SETTORI ALTAMENTE REMUNERATIVI

Ancora arresti nella sanità  lombarda, ancora accuse pesantissime contro medici e dirigenti sanitari. Un triste rituale che si ripete periodicamente e che in questi anni ha coinvolto tutti i ruoli istituzionali: presidente regionale, assessore alla Sanità , direttori generali, direttori sanitari, primari, medici oltre ovviamente imprenditori e politici loro amici.
Alcune cliniche milanesi sono diventate famose in tutta Italia e non sempre per meriti proprio scientifici: S. Rita, Maugeri solo per citarne alcune, senza dimenticarsi che, nell’ormai lontano 1992, l’inchiesta di Mani Pulite cominciò proprio con un arresto alla casa di cura Pio Albergo Trivulzio.
Non siamo di fronte ad un sistema sanitario che funziona in modo ottimale ed eventualmente a poche mele marce che delinquono, come afferma l’assessore regionale.
E’ il sistema stesso, così com’è congegnato, che offre immense opportunità  per chi vuole arricchirsi illegalmente sul corpo e sulla pelle dei propri concittadini.
La cura delle persone è stata trasformata in un grande business; la presenza delle strutture sanitarie private accreditate e quindi finanziate dalla Regione con soldi pubblici attraverso il sistema dei rimborsi è aumentata in modo vertiginoso soprattutto nei settori più redditizi: le chirurgie, l’alta specialità , le strutture per ricovero degli anziani ecc.
La torta da spartirsi è enorme. Giovanni Falcone diceva “seguite i soldi e troverete la mafia” e di soldi nella sanità  ce ne sono veramente tanti.
La spesa sanitaria in Lombardia supera i 18 miliardi, pari ad oltre il 70% del bilancio regionale. Era ampiamente prevedibile che pratiche illegali si sarebbero concentrate in questo settore ed è inaccettabile che dentro l’istituzione pubblica (quando non è collusa con chi delinque!) poco o nulla sia stato fatto per contrastare tale possibilità .
Alcuni semplici esempi.
Nell’epoca digitale e delle banche dati, è mai possibile che la Lombardia non abbia costruito un osservatorio per identificare i macroscopici conflitti d’interesse presenti nel mondo sanitario?
Oggi si scoprono primari che direttamente, o attraverso propri familiari, sarebbero azionisti di aziende che producono strumenti diagnostici e protesi e si scopre che “casualmente” gli ospedali, ove costoro operano, indirizzano le ordinazioni verso queste stesse società .
Sarebbe stato sufficiente intrecciare qualche dato per far scattare un’attenzione particolare su determinati acquisti; andrebbe resa obbligatoria una dichiarazione pubblica sulle relazioni e gli interessi economici e finanziari dei medici e dei dirigenti del Servizio Sanitario.
Basterebbe incrociare i dati relativi ad alcune pratiche diagnostiche e ad alcuni interventi chirurgici (quelle con i rimborsi più elevati) realizzati nelle strutture private accreditate con quelle realizzati nelle corrispondenti strutture pubbliche per far sorgere il sospetto che non tutte le operazioni fossero necessarie; si sarebbero evitate amputazioni e trapianti finalizzati solo a produrre guadagni per singoli professionisti e per le strutture dove questi operano, verso le quali andrebbe immediatamente annullato l’accreditamento concesso dalla Regione.
Non basta avere i Nuclei Operativi di Controllo alle dipendenze delle Asl; è necessario metterli in condizione di svolgere efficacemente il proprio lavoro: non avvisare in anticipo la clinica interessata dell’imminente ispezione; non concentrare l’attenzione su aspetti puramente formali quanto piuttosto sull’appropriatezza degli interventi chirurgici e della prestazioni diagnostiche erogate.
Non è sufficiente mettere sul proprio sito web “Il piano anticorruzione” se poi nessuna autorità  indipendente ne verifica la realizzazione spulciando, ad esempio, i vari contratti d’acquisto.
Sarebbero necessari anche interventi a livello nazionale.
Ad esempio per interrompere la catena di nomine politiche che costruisce in ogni regione la piramide della sanità : i direttori generali sono nominati dalla regione, primari non si diventa più per concorso con relativi punteggi, ma si acquisisce l’idoneità  al primariato attraverso un bando basato sui titoli e su un colloquio; poi è la direzione della struttura sanitaria a compiere la scelta definitiva.
E spesso non è la competenza scientifica a prevalere ma una vicinanza che può trasformarsi in complicità .
“Non vedo, non sento, non parlo”, il motto delle famose tre scimmiette, pare essere diventato, con i tempi coniugati al passato, il mantra dei direttori generali, dei direttori sanitari e degli assessori alla sanità  regionale ogni volta che la magistratura fa scattare qualche arresto.
Tutte le inchieste che si sono susseguite non sono centrate su singoli isolati reati, ma su sistemi delinquenziali complessi con una molteplicità  di attori, sistemi che difficilmente possono sfuggire a chi dovrebbe vigilare.
Sarebbe quindi lecito aspettarsi, e chiedere, le dimissioni almeno dei direttori generali degli ospedali coinvolti e una verifica di idoneità  alla mansione per i funzionari regionali addetti alla direzione dei sistemi di controllo.
Un’ultima enorme preoccupazione.
La Regione Lombardia sta cercando di convincere i cittadini lombardi con malattie croniche, 3 milioni e 350.00 persone, ad affidare la cura di tali patologie ad un “gestore” che nel 70% dei casi è una società  privata che opererebbe con soldi pubblici. Essendo enti profit è legittimo pensare che il loro obiettivo più che la salute sarà  il profitto. Alla voracità  non c’è limite e la torta è immensa (la spesa sanitaria per i malati cronici in Lombardia supera i 10 miliardi).
O li fermiamo ora o ben poco rimarrà  del tanto decantato sistema sanitario lombardo.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SANITA’ IN LOMBARDIA, LA POLITICA CONTINUA A PRENDERCI IN GIRO

Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile

MA SI FA PROPAGANDA RIDUCENDO I TICKET… STRUTTURE PRIVATE POSSONO FARE QUELLO CHE VOGLIONO SENZA CHE NESSUNO CONTROLLI… GLI APPALTI SONO TRUCCATI DA SEMPRE

Nel primo giorno di riunione del nuovo Consiglio regionale Lombardo per far piacere ai cittadini hanno ridotto i ticket sanitari. Misura certamente da campagna elettorale che va rispettata se a bilancio.
Il problema è che occorrerebbe non estraniarla da una riforma vera da applicare al più presto. Ricordo che l’ultima è stata portata a termine da quel Fabio Rizzi di cui non si sente più parlare. Risparmio di soldi veri dei cittadini, altro che riduzione del ticket di immagine.
Così ci si meraviglia come strutture private accreditate con il sistema nazionale possano fare liberamente quello che vogliono senza che nessuno, a cominciare dai cittadini, dica qualcosa.
Mi viene da citare la Casa di Cura S. Pio X di Milano che da tempo chiude reparti in modo tale da farla diventare gradatamente polo di ostetricia e ginecologia da un lato e ortopedico dall’altro. Una trasformazione in atto da quando è entrata nella galassia sanitaria di Rocca-Humanitas.
Certo i Drg ortopedici sono elevati e redditizi ma in Regione chi controlla gli accreditamenti?
Qual è il sistema che equipara pubblico e privato?
Perchè il privato accreditato non ha gli stessi reparti del pubblico?
Io sono a favore del privato accreditato, a patto che si abbiano gli stessi oneri ed onori, ma toglierei l’accreditamento immediatamente a una struttura di territorio che non abbia il pronto soccorso (la Pio X non l’ha mai avuto) e chiuderei immediatamente il privato accreditato che fa tante visite private relegando quelle con la mutua a poche unità  (qualcuno controlla cosa succede in Pio X?).
D’altronde in sanità  i politici continuano a prendere in giro i cittadini.
In un’altra Regione, la Liguria, guidata da una giunta simile a quella lombarda, succede che vengano arrestati undici dirigenti corrotti.
Toti dice: “Una mela marcia non fa la qualità  della sanità  ligure, che è fatta di professionisti seri, di migliaia di persone oneste che fanno il proprio lavoro”.
Bastava , per non mangiare quella mela marcia, che avesse letto con attenzione qualche tempo fa. Bastava controllare gli appalti che sono “truccati” da sempre e non meravigliarsi ancora una volta, difendendo il sistema. Corrotto.
La distribuzione reale delle risorse e dei reparti e il controllo dei soldi che ne derivano (l’ospedale pubblico in perdita perenne perchè è oberato di lavoro anche senza guadagno mentre la struttura privata accreditata viene autorizzata a tenere aperti solo reparti che fanno guadagnare) insieme al controllo della spesa pubblica in sanità  può portare a una svolta reale.
Il giochetto propagandistico dei ticket ormai fa ridere. Per non piangere.
E non dimentichiamo i vari casi che riguardano primari ancora irrisolti, che partono in Regione Lombardia tanti anni fa in concomitanza del “sistema Formigoni” (Santa Rita, San Raffaele, Stamina ecc) e che — in alcuni casi — rimangono ancora di attualità .

(da “il Fatto Quotidiano“)

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BRESCIA, BIMBA DI 4 ANNI MUORE PER UN’OTITE DEGENERATA, DUE OSPEDALI L’AVEVANO RIMANDATA A CASA

Aprile 6th, 2018 Riccardo Fucile

LA PICCOLA DA UN MESE E MEZZO AVEVA FEBBRE E DOLORI AL COLLO

Sarebbe morta per la degenerazione di un’otite che ha causato un’infezione acuta una bambina di soli quattro anni, Nicole, di Gottolengo, in provincia di Brescia.
Lo riporta il Giornale di Brescia. La piccola da un mese e mezzo aveva febbre e dolori al collo. Era stata visitata all’ospedale di Manerbio e alla Poliambulanza, ma era stata rimandata a casa.
Secondo quanto riporta il quotidiano, sabato la bambina era peggiorata ed era stata portata dai genitori prima alla Poliambulanza dove i medici avevano di nuovo deciso di non ricoverarla.
Quindi al Civile di Brescia dove le condizioni della piccola sono apparse subito gravissime. La bimba è stata portata nel reparto di Rianimazione Pediatrica ed è morta Ieri pomeriggio.
La bambina è stata salutata su Facebook dalla scuola dell’infanzia del paese con il messaggio “Ciao piccolo dolce Angioletto”.
Il caso è stato segnalato dall’ospedale Civile alla Procura che avrebbe disposto l’autopsia. I genitori, una   giovane coppia molto legata alla parrocchia, avrebbero dato l’assenso al prelievo degli organi. Il corpo di Nicole dovrebbe fare ritorno oggi a Gottolengo e i funerali dovrebbero svolgersi tra domani, sabato e lunedì.
“La nostra comunità  perde una dolce creatura ed abbraccia commossa i giovani genitori. Soli non sarete”: è il messaggio rivolto dal sindaco di Gottolengo, Giacomo Massa, ai genitori della piccola. “Piccola Nicole, ‘Beyond the door there’s peace I’m sure And I know therèll be no more tears in heaven'” ha concluso citando la canzone una canzone di Eric Clapton.

(da agenzie)

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DI MALE IN PEGGIO: IN TRE ANNI LE LISTE DI ATTESA NELLA SANITA’ SONO AUMENTATE DI 30 GIORNI

Marzo 20th, 2018 Riccardo Fucile

88 GIORNI PER UNA VISITA OCULISTICA, 90 PER UNA COLONSCOPIA

Cgil contro le liste di attesa nel sistema sanitario pubblico. Il sindacato presenta uno studio di Crea (Consorzio per la ricerca economica applicata) dal quale si ricava che i tempi di sarebbero allungati per chi ha bisogno di visite ed esami, passando da una media di 20 a una di 27 in 3 anni.
Il privato, come è noto e come confermato dal lavoro in questione, è più rapido. “Solo con più occupazione e con un potenzialmente della sanità  pubblica si possono cambiare i dati negativi emersi dal report – dice Serena Sorrentino, segreteria generale della Funzione pubblica Cgil – Un modello positivo da seguire può essere l’Emilia Romagna dove sono riusciti a ridurre le liste d’attesa. Occorre invertire la rotta del definanziamento del Ssn e garantire un adeguato livello occupazionale attraverso un piano di assunzioni”.
Lo studio valuta i dati di quattro Regioni molto diverse in fatto di sanità : Lombardia, Veneto, Lazio e Campania. Viene fatta una media delle attese per le varie prestazioni, cosa che ovviamente non tiene conto dei tempi realmenente necessari ai pazienti a seconda della zona del Paese e addirittura della città  dove vivono.
“Nel dettaglio, se si vuole prenotare una visita nel pubblico, per una rx articolare si dovranno aspettare 22,6 giorni prima di avere un appuntamento; attesa che sale a 96,2 giorni per una colonscopia. Le stesse prestazioni in intramoenia registrano attese di 4,4 e 6,7 giorni, nel privato convenzionato di 8,6 e 46,5 giorni, nel privato a pagamento a 3,3 e 10,2 giorni” . Crea sostiene che le attese siano aumentate, confrontando i suoi dati con ricerche svolte da altri istituti e associazioni negli anni passati. Così si dice che una visita oculistica nel pubblico richiedeva nel 2014 circa 61 giorni a fronte degli attuali 88, per una ortopedica si è passati da 36 a 56 giorni.
L’indagine ha analizzato anche i costi per le visite mediche. “La spesa dei cittadini per prestazioni in intramoenia e a pagamento risultano abbastanza consistenti – osserva lo studio – ma in tanti casi non molto distanti dal costo del ticket pagato nelle strutture pubbliche e private accreditate”.
La Cgil dice che “la sanità  privata fa riferimento all’offerta pubblica per calibrare la propria e rendersi competitiva, puntando sul rapporto qualità -prezzo e dunque accorciando notevolmente, con prezzi di poco superiori al ticket, i tempi di attesa. Il privato trovato un suo specifico posizionamento derivante dalle inefficienti del pubblico e il servizio sanitario nazionale continua ad arretrare soccombendo al privato”.

(da “La Repubblica”)

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ASL VERBANIA, CONCORSI E BANDI DESERTI: NON SI TROVANO I MEDICI PER GLI OSPEDALI

Marzo 15th, 2018 Riccardo Fucile

NESSUNO SI E’ PRESENTATO: “DISERZIONE CHE PREOCCUPA”…   E POI CI SONO MEDICI PADAGNI CHE SI LAMENTANO DI ESSERE DISOCCUPATI

Non è la prima volta che succede e la ragioni ormai sono chiare: gli ospedali del Verbano Cusio Ossola faticano a essere attrattivi nei confronti dei medici.
Anche l’ultimo concorso per un ortopedico e quattro avvisi di mobilità  per un chirurgo, un igienista, un cardiologo e un oncologo sono andati deserti.
Nei mesi scorsi non era andata meglio col reclutamento di altre figure specialistiche. Pare che nessuno voglia venire a lavorare negli ospedali dell’estremo Nord del Piemonte, a Verbania come a Domodossola.
I giovani laureati che accedono alle specializzazioni sono molto richiesti e con davanti a loro più opzioni difficilmente rispondono alle offerte di piccole strutture di provincia.
I sostenitori dell’ospedale unico provinciale – tra loro medici e addetti ai lavori – sono convinti che l’accentramento in un solo presidio di competenze, servizi e apparecchiature consentirà  anche di richiamare figure professionali qualificate, contrastando l’attuale disinteresse per il Vco.
Ma se il progetto è ancora alle fasi iniziali, l’esigenza però è immediata e non può essere messa «in lista di attesa».
La direzione generale dell’Asl – dando notizia della difficoltà  nel reperire professionisti specializzati – si dice impegnata nel trovare una via d’uscita al problema «per non acuire ulteriormente le criticità  presenti nelle strutture aziendali» ma non nasconde la preoccupazione di fronte alla «presa d’atto delle diserzioni».
Convenzioni con medici esterni all’Asl – come nel caso dei pediatri – è una delle strade fin qua praticate.

(da “La Stampa”)

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NEGLI OSPEDALI LIGURI NIENTE PIU’ FARMACI IN DOTAZIONE QUANDO SI E’ DIMESSI: E’ IL REGALO DELLA GIUNTA LEGHISTA CON LA RUOTA DI SCORTA DEL GABIBBO BIANCO

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

MEGLIO SPENDERE SOLDI NEGLI SPOT DEL RED CARPET CHE PER LA SALUTE DEI LIGURI … LA PROTESTA DEL TRIBUNALE DEL MALATO SUI TAGLI

Sette giorni e cambia tutto per la consegna dei farmaci ai pazienti che vengono dimessi dagli ospedali.
Ora, spesso ma non sempre, tornano a casa con una “dotazione” gratuita per il primo ciclo di cure; le medicine vengono consegnate direttamente dagli infermieri o, in alcuni casi, dalla farmacia dell’ospedale.
La norma in vigore da anni fino a mercoledì 28 febbraio prevede la consegna di due o più confezioni (in base al numero delle compresse o delle fiale) in grado di assicurare fino a un massimo di 60 giorni di terapia.
In caso di farmaci monodose – spesso si tratta di antibiotici – la fornitura gratuita è di due settimane.
Dopodichè il paziente deve andare dal medico di famiglia – oppure chiedere una visita a domicilio – farsi prescrivere le medicine per il secondo ciclo di terapia, andare in farmacia ad acquistarle e pagare il ticket se non è esente per reddito o per patologia cronica.
Dal giovedì 1 marzo scattano i tagli nella dotazione di chi viene dimesso.
Così ha deciso Alisa, l’azienda regionale che coordina le Asl e gli ospedali liguri da Sanzana a Bordighera. «Il fabbisogno necessario a soddisfare il primo ciclo di terapia è costituito da una confezione pari a non più di trenta giorni di terapia e in caso di farmaci monodose al numero di pezzi necessario a garantire non più di 7 giorni di terapia», scrive il direttore sanitario della Asl 3 genovese Paolo Cavagnaro in una lettera inviata alle direzioni di tutti gli ospedali genovesi, Gaslini, compreso.
Le novità  indigeste, come è già  successo in altre occasioni, non sono state pubblicizzate dalla Regione.
La prima a protestare per la “stretta” passata sotto silenzio è Rita Hervatin, coordinatore ligure del Tribunale per i diritti del malato: «Sono preoccupata per i disagi a cui andranno incontro i malati dimessi dagli ospedali che saranno costretti ad andare, in anticipo, a farsi prescrivere le medicine e poi ad acquistarle in farmacia. Non posso fare a meno di richiamare il presidente Toti e l’assessore Viale ad un maggior coinvolgimento, nei processi decisionali, delle associazioni di tutela dei malati, nonchè alla sempre proclamata ma quasi mai praticata trasparenza nell’azione amministrativa e gestionale».

(da agenzie)

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COSI’ STANNO UCCIDENDO LA SANITA’ PUBBLICA

Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile

IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE COMPIE 40 ANNI, SEMPRE PIU’ AGGREDITO DA TAGLI E PRIVATIZZAZIONI… MENTRE LE LISTE DI ATTESA SI ALLUNGANO, I GIOVANI MEDICI VENGONO SOTTOPAGATI E GLI INFERMIERI COSTRETTI A TURNI DI 16 ORE

Quella mattina del 24 agosto Giuseppe Teori, ortopedico all’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti, se la ricorda benissimo, anche se ha perso il conto dei volti scioccati che gli sono passati davanti.
Su 240 barelle allineate c’erano i corpi martoriati degli abitanti di Amatrice. Lesioni, ferite di ogni tipo, fratture da schiacciamento.
Nella notte, mentre dormivano, la terra aveva tremato e le case erano crollate su di loro. «È stato un miracolo», racconta l’ortopedico.
Già , ma il miracolo l’hanno fatto soprattutto i 400 giovani medici accorsi da tutte le province del Lazio per salvare vite umane: «Molti di loro li conosco, è gente che da 16 anni tira avanti con un contratto a termine, sono giovani che prendono 100 euro per una guardia medica notturna o si accontentano di 20 euro e una pizza per fare il medico alla partita di pallone».
E un altro miracolo, quel giorno, l’hanno fatto i macchinari dell’ospedale che una volta tanto non si sono inceppati, nonostante vent’anni di carriera e rattoppi continui, che spesso obbligano il dottore a ripetere più volte gli esami.
Quella dell’estate 2016 è stata una situazione straordinaria, estrema, in cui il Sistema sanitario nazionale ha dimostrato di essere all’altezza di una catastrofe.
Ma poi ci sono poi i miracoli ordinari, nelle corsie d’Italia.
Quelli che si fanno tutti i giorni da dieci anni, da quando è cominciato il mantra dei tagli: meno 70 mila posti letto, meno diecimila professionisti, meno 175 ospedali.
Giovani medici precari, macchinari nell’83 per cento dei casi obsoleti. E vecchi primari: il 52 per cento dei camici bianchi ha più di 55 anni, record europeo.
Nel 2018 il Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni. Fu istituito nel ’78 (Tina Anselmi ministro della Sanità ) con il compito non solo di curare la malattia, ma anche di prevenirla e di educare i cittadini alla salute.
Un compleanno poco allegro. perchè proprio quest’anno, per la prima volta in assoluto, l’Organizzazione mondiale della sanità  ha lanciato l’allarme sulla sostenibilità  del modello italiano.
La spesa sul Pil cala
Stando ai dati pubblicati dal Consiglio dei ministri nel Documento di economia e finanza, nel 2018 il rapporto tra la spesa sanitaria e la ricchezza prodotta nel Paese, cioè il Pil, scenderà  a quota 6,5 per cento, soglia limite indicata dall’Oms.
Sotto, non è più possibile garantire un’assistenza di qualità  e neppure l’accesso alle cure, con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita.
L’emergenza continuerà  nel 2019, quando si scenderà  al 6,4 per cento, per poi sprofondare al 6,3 nel 2020. «Fino al 2015 i tagli sembravano giustificati dalla crisi economica, ma anche adesso che abbiamo imboccato la ripresa il definanziamento è inarrestabile», dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dove da anni si studia con analisi e report la sanità  italiana
Impietosa è la fotografia scattata dal Cergas, il centro studi dell’Università  Bocconi di Milano, che ogni anno tasta il polso alla salute nel nostro Paese.
«Il nostro è il sistema che costa meno in assoluto: con pochi soldi riusciamo ad avere livelli qualitativi di cure intensive simili a Francia e Germania. Ma stiamo ponendo una pesante ipoteca sul futuro, perchè manca tutto il resto. Dopo l’ospedale, non c’è assistenza per gli anziani non autosufficienti, che oggi sono 2,8 milioni e tra 10 anni saranno 3 e mezzo. Non avendo altro posto dove stare, il 60 per cento di quelle persone continua a entrare e uscire dagli ospedali, ingolfandoli. E il carico dell’invecchiamento è sulle spalle delle famiglie, che non possono reggere oltre», spiega Francesco Longo, direttore del Cergas
Liste d’attesa fuori controllo
Un segno tangibile dell’affanno del sistema sono le liste d’attesa fuori controllo. Qualche esempio? Tre mesi e mezzo per una visita oculistica a Milano, quasi quattro per una mammografia al Sud, dicono i numeri di Cittadinanza Attiva. Il risultato è che molti italiani “consumano meno sanità ”, cioè spesso rinunciano: alle analisi, alla prevenzione, alle terapie. Dice l’Istat che il 6,5 per cento della popolazione ritarda o non si cura più.
Eppure qualcuno ce l’ha fatta ad affrontare il problema delle liste.
Come l’Emilia Romagna, che ha usato la strategia del bastone e della carota. La carota sono i 15 milioni l’anno di incentivi alle aziende sanitarie virtuose; il bastone è stata la minaccia di licenziare i dirigenti incapaci di risolvere l’emergenza entro 18 mesi.
In più la regione si è dotata di un software che settimanalmente monitora il servizio in ogni struttura. «Siamo disposti a regalare il nostro modello alle altre regioni», dice Antonio Brambilla, responsabile sanità  dell’Emilia. Chissà  chi accetterà  la sfida. Per ora solo il Lazio si è messo in scia.
L’Emilia ha anche messo una spada di Damocle sui reparti che funzionano peggio, minacciando la sospensione della libera professione fino a che non si riducono le liste d’attesa.
Già , perchè la metà  dei medici del Servizio sanitario nazionale ha l’abitudine di tenere il piede in due scarpe, metà  giornata lavora nel pubblico, l’altra nel privato. Tutto legale, ci mancherebbe. Ma discriminante socialmente: i benestanti possono avere diagnosi e terapie molto prima di chi benestante non è.
La correlazione fra libera professione dei medici e liste d’attesa è un tema su cui si sofferma anche Raffaele Cantone, il capo dell’Anac, l’agenzia nazionale contro la corruzione: «La sanità  è ai primi posti per il rischio corruzione e le liste d’attesa ne sono uno snodo importante, perchè rappresentano uno degli strumenti attraverso cui si verifica lo sviamento dal pubblico. È legittimo che un cittadino scelga il sistema privato, ma quando quest’ultimo diventa di fatto obbligatorio, allora è certamente un fatto illecito. Servono regole più chiare», avverte Cantone.
Del resto le cifre parlano da sole: le liste d’attesa hanno fatto impennare la spesa privata per la salute, le famiglie sono arrivate a sborsare – di tasca propria o tramite una mutua privata – oltre 35 miliardi.
Eppure l’ultima classifica Bloomberg colloca la sanità  italiana al terzo posto al mondo per efficacia: «Succede perchè l’ente americano mette in relazione l’aspettativa di vita con i soldi spesi per la salute. E visto che gli italiani, per vari motivi, sono particolarmente longevi, la contestuale riduzione del finanziamento ci fa conquistare il podio», spiega Cartabellotta.
Che mostra invece il dato più puntuale (e drammatico) dell’Euro Index Consumer Health: qui l’Italia è al ventiduesimo posto su 35 paesi, ma soprattutto è crollata di 11 posizioni in dieci anni.
Uno dei nostri beni più preziosi, in termini di welfare, si sta sgretolando. Aggiunge Cartabellotta: «L’indice più accurato per valutare l’efficacia del sistema sanitario è la cosiddetta “aspettativa di vita in buona salute”, per la quale siamo al di sotto della media europea. Insomma viviamo sì a lungo, ma peggio che altrove».
La vergogna dei doppi turni
Intanto i sindacati di medici e infermieri hanno deciso di entrare in “stato d’agitazione” dal 22 gennaio, preannunciando disagi negli ospedali pubblici. La protesta, dicono, è l’unico modo per attirare l’attenzione dei politici, tutti presi dalla campagna elettorale. «Il diritto alla salute è già  stato tolto. E i politici hanno il dovere di dirci quale modello di sanità  intendono dare agli italiani», dice Costantino Troise, segretario dell’Anaao, il maggior sindacato dei medici.
Anche il ministro uscente della Salute, Beatrice Lorenzin, è in campagna elettorale con il suo nuovo partito, Civica Popolare, per il quale ha lanciato lo slogan «nido gratis per tutti». Ma secondo Troise la sua gestione della sanità  non merita la sufficienza: «Sono state fatte anche cose positive, non lo nego. Ad esempio l’Italia è fra i pochi paesi a garantire i costosi farmaci per la cura dell’epatite C. Ma questa è anche la legislatura che ha accentuato più di tutte il definanziamento del servizio sanitario. Forse perchè è il ministero dell’Economia a decidere tutto?», si domanda Troise.
E snocciola i dati: nel 2013 la quota di spesa pubblica era del 7,1 per cento sul Pil, nel 2018 è scivolata al 6,5. «Francia e Germania spendono il 30 per cento più di noi», incalza il sindacalista dei medici.
I dottori chiedono anche più soldi (i loro salari sono fermi da dieci anni) e lo sblocco del turnover, che consentirebbe l’ingresso di nuovo personale negli ospedali.
Legittimo, ma il rapporto Cergas dice che l’emergenza più grave è un’altra: mentre il numero dei medici è pressochè in linea con quello della Germania e della media europea, sul fronte degli infermieri andiamo malissimo: ci sono 5,4 unità  ogni mille abitanti contro i 9 della media Ocse, i 10,2 della Germania, i 18 della Svizzera.
E in Italia quelli in servizio, sia per far quadrare i conti famigliari (guadagnano 1.200 euro al mese o meno) sia per non lasciare i reparti scoperti, sono spesso costretti a doppi turni, fino a 16 ore consecutive: con un inevitabile crollo d’ attenzione e di cura per i pazienti e con un massacro per loro.
All’inizio di gennaio, ad esempio, un’infermiera di 66 anni dell’ospedale di Anzio ha dovuto fare un doppio turno al termine del quale è caduta a terra colpita da un’emorragia cerebrale. Come – o peggio – che in un film di Ken Loach.
Anche per i posti letto in Italia siamo molto indietro: 3 ogni mille abitanti contro i 4 della media Ocse e gli 8,1 della Germania.
«In Italia un medico costa come tre infermieri. Forse bisognerebbe puntare su questi ultimi, ma una svolta di questo tipo, in Italia, non è facile da mettere in atto», dice il professor Longo della Bocconi.
L’altra emergenza sono i giovani.
Spiega Andrea Filippi della Cgil medici che il calvario della precarietà  è iniziato nel 2001, quando sono comparsi i primi contratti a termine. Oggi ci sono 12 mila specialisti con rinnovo annuale e una paga base di circa 80 euro al giorno. Gli anni di attesa per una stabilizzazione sono 15.
Dalle regioni al collasso, tipo la Campania e la Calabria, i giovani fuggono e cercano lavoro al nord. Come ha fatto Chiara (nome di fantasia necessario per garantirle il suo posto da medico precario), napoletana, emigrata in terra comasca: «Ho provato a cercare lavoro a Capua, dove riuscivo a guadagnare 100 euro netti ogni dodici ore di turno in guardia medica, meno di una colf. Poi sono venuta in Brianza: qui ho un contratto di sostituzione in guardia medica e prendo 240 euro per 12 ore di turno notturno, sempre con partita Iva. Ma non basta per arrivare alla fine del mese, così nelle altre notti lavoro all’Humanitas, un ospedale privato di Milano che mi paga 14 euro netti all’ora».
Ma per i medici la discesa verso gli inferi del precariato è ancora lunga e dal girone del cottimo si passa a quello del caporalato.
Così lo definisce Alessandro Vergallo, presidente dei medici anestesisti e rianimatori, che ha inviato una serie di segnalazioni al ministero indicando i nomi delle cooperative che, in regime di subappalto, gestiscono interi reparti di ospedali pubblici e cercano urgentemente medici.
Succede a Caorle e Bibione, dove la cooperativa Cssa cerca medici «per il weekend nei punti di primo intervento».
Succede al San Camillo di Roma e all’ospedale di Cervia dove la Medical Line Consulting cerca specialisti per poterli inserire «all’interno di alcuni di questi progetti lavorativi», come recita l’annuncio.
Accade a Pieve di Coriano (Mantova), dove la Medical Service Assistance ricerca «collaboratori per il presidio ospedaliero, da inserire in sala operatoria».
Vergallo sostiene che l’assunzione di medici attraverso coop è diventata una prassi, avallata dalla patologica carenza di personale: «Un fenomeno che fior di commissari e direttori generali nominati dalla politica non sono stati in grado di prevedere. La situazione è drammatica, ma non per questo bisogna tappare i buchi in modo illegale», dice Vergallo.
Camici bianchi in fuga
In fondo alla catena sanitaria, gli ultimi sono i medici neolaureati e gli specializzandi. Il sistema formativo permette a un solo medico laureato su due di accedere al percorso di specializzazione.
Quest’anno per 6.676 contratti di specialistica, si sono presentati in 15 mila, dicono da Federspecializzandi. Sono rimasti appiedati ottomila neolaureati, costati allo Stato 24 mila euro ciascuno per la formazione. Ed è probabile che molti prenderanno la via dell’estero, e che saranno ben accolti da Inghilterra, Germania e Francia.
Chi invece resta in Italia per la specializzazione si fa carico di grossissime responsabilità . Carte alla mano, il sindacato dei medici anestesisti mostra come alle volte nelle sale operatorie di Borgo Trento e nell’azienda ospedaliera universitaria integrata di Padova l’unico anestesista presente sia in realtà  un giovane specializzando, che in teoria dovrebbe essere affiancato da un anestesista vero.
Idem nelle sale rianimazione post operatorie. «Per far fronte all’assenza di anestesisti, in una sala operatoria interviene lo specializzando che si registra con la sigla Mif, “medico in formazione”.
In un’altra sta l’anestesista, che fa da tutor e, in caso di urgenza, dovrebbe correre ad aiutare il giovane», racconta Vergallo. È sempre filato tutto liscio, tranne una volta. Era il 2008 e un giovane anestesista, lasciato solo in sala rianimazione, sbagliò una manovra. Il paziente morì. Il giovane fu accusato di omicidio colposo.
Il miracolo, quella volta, non ci fu.

(da “L’Espresso”)

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PAGHI LA VISITA E SALTI LE ATTESE: COSI’ SI DIROTTANO I PAZIENTI AI PRIVATI

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

IN TRE ANNI 10.000 MEDICI OSPEDALIERI TAGLIATI … NEGLI ULTIMI DIECI ANNI 10.000 POSTI LETTO IN MENO

Non siamo alla mazzetta da duemila euro richiesta a Padova per anticipare i tempi di un’operazione, ma poco ci manca.
Il dato che racconta la situazione è uno: più di un italiano su due, per l’esattezza il 59,2 per cento dei pazienti, preferisce pagare la visita a un medico specialista (ospedaliero o privato) per accorciare poi i tempi di ricoveri, analisi e accertamenti diagnostici.
Che ci sia qualcosa di opaco nel rapporto tra visite a pagamento e gestione delle liste d’attesa lo indica il Rapporto annuale sugli ospedali curato da Ermeneia per conto dell’Aiop, l’associazione delle cliniche private.
Solo nell’ottobre scorso l’Istat ha certificato che il 9,7 per cento delle famiglie, ossia due milioni e 700 assistiti, richiede una visita a pagamento prima affrontare terapie o operazioni chirurgiche.
Un modo per aggirare le liste d’attesa, perchè il medico che fa la visita a pagamento è poi in grado di agevolare gli interventi successivi.
Altrimenti i tempi sono lunghi, specie nei casi di risonanze, tac e mammografie per le quali si supera anche un anno.
Del resto lo stesso “mister anticorruzione”, il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, pur sostenendo ieri che «quella delle mazzette non è la prassi», ha additato la scarsa trasparenza nella gestione delle liste d’attesa come una delle principali fonti di corruzione in sanità .
Che pagare in sanità  non sia spesso una libera scelta lo dimostra un altro dato del rapporto Aiop: la prima causa, indicata dal 46,5 per cento degli assistiti, dei ben 40 miliardi di spesa sanitaria privata è da far risalire proprio alle attese troppo lunghe.
I manager di asl e ospedali interpellati ammettono che a volte nei reparti i primari conservano qualche letto libero per i propri pazienti privati.
Un po’ come fanno i ristoratori con i tavoli riservati per i loro clienti. Solo che qui parliamo di diritto alla salute, non di primo, secondo e coperto.
I diretti interessati puntano l’indice contro i tagli che hanno dilatato i tempi di attesa, ma ammettono che qualcosa non va.
«L’attività  privata non è tutto un malaffare e aggirare le liste d’attesa è un reato, ma capita che un medico dia una mano a un proprio paziente privato trovando una motivazione clinica per accelerare i tempi», afferma Costantino Troise, segretario del principale sindacato dei camici bianchi ospedalieri, l’Anaao.
«Ma è chiaro che la gente si rivolga al privato se il pubblico arretra, perdendo in tre anni 10 mila medici e 70 mila posti letto nell’ultimo decennio».
Per arginare il fenomeno della visita privata “accorcia tempi” qualche regione in realtà  s’è mossa.
L’Emilia Romagna non autorizza l’attività  a pagamento dei medici ospedalieri quando in reparto non si rispettano i tempi massimi di attesa, che sono di 72 ore per le urgenze, 10 giorni per quelle un po’ meno gravi e rispettivamente di 30 e 60 giorni nel caso delle visite e accertamenti differibili.
Altrettanto ha annunciato di voler fare nel Lazio Nicola Zingaretti.
Una strada aperta dall’ex governatore della Toscana, Enrico Rossi, che con il cambio della guardia in Regione si è interrotta lì. Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale dei diritti del malato, indica come arma per arginare il fenomeno la gestione trasparente delle liste d’attesa.
«Prima di tutto bisogna porre fine al fenomeno illegale delle liste chiuse che non fanno accettare prenotazioni e che possono celare qualsiasi loro aggiramen
Un’indagine del Tribunale del malato ha poi dimostrato che per gli interventi oncologici non è così nel 13 per delle strutture del Nord, ma quasi nella metà  di quelle del Centro e nel 55 in quelle del Sud.
Percentuali tra le quali è più facile far passare la spintarella.

(da “La Stampa”)

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IN ITALIA VISITE LAMPO DAL MEDICO DI BASE: 9 MINUTI PER PAZIENTE

Novembre 11th, 2017 Riccardo Fucile

L’UNIVERSITA’ DI CAMBRIDGE STILA LA CLASSIFICA MONDIALE… IN SVEZIA PIU’ DEL DOPPIO, NEL BANGLADESH SOLO 48 SECONDI

«Chi è l’ultimo?». Dopo questa famigerata frase inizia l’attesa. È quanto accade in un qualsiasi studio di medicina di base.
Aspettando il proprio turno – tra una persona e l’altra il flusso è rallentato da chi dice «devo solo ritirare una ricetta» – il pensiero va subito al tempo che il medico dedicherà  alla visita.
Nel nostro Paese, ultimi studi alla mano datati 2015, mediamente 9 minuti. C’è chi però sta peggio e chi molto meglio.
A tracciare una classifica di quanto durano i colloqui con il medico di base ci ha pensato Greg Irving della University of Cambridge in uno studio pubblicato sul British Medical Journal. I risultati non sono per nulla omogenei: meno di 5 minuti per metà  della popolazione mondiale con un minimo di 48 secondi in Bangladesh e oltre 22 minuti in Svezia.
La classifica
Lo studio dei ricercatori inglesi aveva un preciso intento, ovvero studiare l’impatto potenziale su pazienti e sistema sanitario della lunghezza delle visite dal medico.
Per fare ciò gli autori dello studio hanno utilizzato i dati provenienti da 178 studi relativi a 67 Paesi per un totale di quasi 29 milioni di visite.
Oltre al caso limite della nazione asiatica si va da un minimo di 5 minuti per l’Austria a salire: Germania 7,6 minuti, Gran Bretagna (9,22), Danimarca (10), Olanda (10,2), Spagna (10,4), Malta (14), Lussemburgo (15), Francia (16), Svizzera (17), Finlandia (17,9), Bulgaria (20) e Svezia (22,5).
Nello studio non è stata analizzata l’Italia ma secondo un’indagine della Società  Italiana di Medicina Interna il tempo medio di una visita non supera i 9 minuti. Un tempo dunque del tutto simile a quanto accade Oltremanica.
L’empatia con il paziente
La statistica italiana aggiunge però qualcosa che lo studio inglese non fa trasparire: in quei nove minuti totali già  dopo 20 secondi il racconto del paziente viene interrotto dalle domande del dottore che, per due terzi del colloquio, tiene gli occhi incollati al computer. Una modalità  che fa crollare così l’empatia tra medico e assistito.
Eppure nell’economia globale del nostro sistema sanitario un maggiore ascolto porterebbe benefici a non finire.
Diverse indagini dimostrano che il rapporto medico-paziente può considerarsi già  una forma di terapia: un buon rapporto non solo riduce di quattro volte il rischio di ricoveri ma aumenta di oltre il 30% le probabilità  di tenere sotto controllo ipercolesterolemia, diabete e rischio cardiovascolare riducendo il pericolo di complicanze e lo stress generato dagli accertamenti diagnostici.
Per contro – e lo studio inglese lo afferma chiaramente – a visite sempre più corte si associano prescrizioni di molti farmaci e un uso eccessivo di antibiotici.
La qualità  dell’ascolto
Attenzione però a pensare che i medici non siano consci del problema. Da un’indagine presentata in febbraio dal Tribunale per i diritti del malato e da Cittadinanzattiva emerge che un medico su tre ritiene insufficiente il tempo dedicato ad ogni assistito.
Quanto dovrebbe allora durare una visita per essere considerata soddisfacente? In questo caso ci viene in aiuto uno studio dell’Università  di Basilea.
Indipendentemente dalla durata della visita è il tempo dedicato all’ascolto a fare la differenza: durante lo studio i dottori hanno affrontato un percorso di formazione con un’attenzione particolare all’aspetto dell’ascolto attivo.
I risultati hanno indicato che i medici, in realtà , non rischiano di essere sommersi di parole dai loro pazienti. Per l’80% degli assistiti due minuti di racconto e di ascolto attivo da parte del professionista sono sufficienti per uscire soddisfatti dalla visita.
L’abito fa il monaco
Ma c’è di più e i medici di base dovrebbero prendere nota.
Il paziente medio non solo guarda al tempo dedicato con tanto di cronometro ma è molto attento al dress-code.
Anche in questo caso ci aiuta uno studio del British Medical Journal: l’apparenza è un fattore chiave per conquistare la fiducia di un paziente. Consigli? Per le donne vietate gonna sopra al ginocchio, sandali e orecchini vistosi.
Per l’uomo banditi i capelli lunghi. Per entrambi via anelli, piercing e scarpe da tennis. Ah, non dimenticatevi il camice.

(da “La Stampa”)

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