IL CENTRODESTRA SI COMPORTA DA STRUZZO, COSI’ FAVORISCE L’AVANZATA DI VANNACCI
LA MAGGIORANZA CONTINUA A PRENDERE TEMPO MA DEVE DECIDERE IN FRETTA SE PORTARLO O MENO IN COALIZIONE
Vannacci chi? A ventiquattr’ore dall’ultimo sondaggio che piazza il capo di Futuro nazionale al sei
per cento, in crescita di oltre un punto, sopra a una Lega in caduta libera verso il cinque, tutti i soggetti della partita preferiscono fingersi disinteressati al dibattito su una possibile alleanza. Tattica dello struzzo. No comment. No reazioni. Pure Vannacci, potendo, direbbe: Vannacci chi? È il primo a sapere che quel sei per cento è figlio della sua personalissima marcia su Roma, e cioè della marcia sul palazzo di Giorgia Meloni, dell’attacco alla vecchia destra in nome della cosiddetta vera destra. Ed è ovvio che se vuole avanzare ulteriormente mica lo potrà fare dicendo: tutto risolto, ci accorderemo, avanzeremo insieme. L’ultima sentenza della premier – «La politica non è aritmetica» – vale anche per lui, per il generale, e spiega l’ambiguità di un capopopolo che sembra avere idee precise su tutto tranne che sulla domanda fondamentale di ogni sfida politica: con chi stai?
I sondaggisti finora hanno quotato Fn a prescindere dalla sua collocazione, ma bisognerebbe interrogarsi su quanti voti perderebbe Vannacci se si allineasse con l’attuale centrodestra, rimangiandosi di fatto le critiche che lo hanno portato a mollare la Lega, a bullizzare Forza Italia come «partito eterodiretto dal denaro», ad
alludere a Meloni come amica del globalismo e di Ursula von der Leyen. Chissà se funzionerebbe ancora il racconto sovranista una volta privato del suo alone barricadero, con la sporca dozzina candeggiata dalla trattativa su quanti seggi, quanti posti nel listino, quante poltrone da sottosegretario in una nuova, ipotetica maggioranza. Lui, in tutta evidenza, pensa che no, non gli gioverebbe.
Sono passati cinque mesi dalle dimissioni di Vannacci dalla Lega e dal primo sondaggio che gli accreditava il 4,2 per cento. Tre mesi dalla formale adesione del gruppo di Gianni Alemanno all’impresa. Un mese dall’acquisizione di un gruppetto di parlamentari che fa rumore alla Camera (e ha votato a più riprese contro la fiducia al governo). Ci sarebbe stato tutto il tempo per chiarire la collocazione del nuovo partito, ma Vannacci non sembra interessato. «Se vuole mi chiami lei», dice per interposta intervista a Meloni. «Se vuole parlargli, Giorgia alzi il telefono», ribadisce Gianni Alemanno. Siamo fermi lì da un pezzo. Ed è probabile che il generale andrà avanti così, perché la strategia dell’ambiguità paga, i sondaggi ingrassano, e se – come tutti dicono – Futuro nazionale punta alla doppia cifra entro la fine dell’anno c’è piuttosto da aspettarsi una escalation polemica.
Il generale deve mobilitare gli scontenti, sedurre i delusi, attirare l’attenzione degli incerti, denunciare, pungere: la sua guerra asimmetrica è appena cominciata. Lo scenario atlantico offre suggestioni fantastiche al superego del leader di Fn. Diventare l’uomo di Donald Trump in Italia. Farsi capofila tricolore del mondo Maga. Usare le nuove parole d’ordine – “Remigrazione!” tra tutte – per qualificarsi come fratello di J.D Vance, Pete Hegseth e tutti quelli che al primo punto della critica all’Europa mettono l’eccesso di mollezza verso gli stranieri, il cedimento alla sostituzione etnica.
Magari le ambizioni sono esagerate, ma il centrodestra comincia ad averne paura perché fino a ieri pensava di aver a che fare con un picconatore facile da demolire, oppure da annettere al momento giusto. Adesso si accorge che entrambi gli obbiettivi risultano più complicati del previsto. Vannacci coltiva speranze troppo larghe per rinunciare alla sua posizione barricadera in cambio di un accordo adesso. E quando si arriverà al dunque, alla vigilia della presentazione delle liste, chissà dove sarà arrivato in termini numerici e politici. Chissà quali spropositi avrà pronunciato. Quali sconquassi minaccerà nelle relazioni europee e negli equilibri di maggioranza. Quanti seggi (soprattutto) chiederà in forza dei sondaggi. Trincerarsi nel no comment, far finta che il problema non esista, aiuta la maggioranza a prender tempo ma non è tattica né strategia: è abbastanza evidente che una decisione andrà presa in fretta, perché la posizione dello struzzo avvantaggia solo l’avanzata del generale e delle sue truppe.
(da La Stampa)
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