IL MITO DEL SANGUE DEI SOVRANISTI
TRUMP CHE PARLA DI “MIGRANTI CHE AVVELENANO IL SANGUE DEL NOSTRO PAESE” FARA’ SCUOLA ANCHE IN EUROPA
Blut und Boden, Sangue e Suolo: torna la magnifica ossessione
trumpiana, e stavolta non solo indica una direzione ai conservatori d’Occidente ma segnala che non bisogna più avere paura delle parole.
Se fino a ieri l’immigrazione era nemica per motivi pratici, perché rubava il lavoro, trascinava in basso i salari, alimentava la criminalità, inquinava le tradizioni, adesso si può andare dritti al punto: «avvelena il sangue del nostro Paese». Trump lo ha ripetuto di durante un appuntamento di campagna elettorale nel New Hampshire. Lo aveva già detto in un’intervista, suscitando le reazioni dell’Anti-defamation League, organizzazione internazionale ebraica contro il razzismo che aveva segnalato l’evidente assonanza con le elaborazioni del nazismo. La protesta deve averlo elettrizzato e quindi ha riproposto la frase, stavolta davanti a un grande pubblico, per vederne l’effetto: applauditissimo.
Se qui in Europa la sola idea che esista un “sangue statunitense” fa un po’ ridere, visto che non c’è italiano, irlandese, polacco, francese, greco o ungherese che non abbia un parente americano a pieno titolo, negli Usa l’idea degli immigrati come un virus, una peste, un nuovo Aids che contamina il corpo della nazione, sembra funzionare, almeno nell’opinione pubblica di destra.
E bisognerà prendere sul serio le frasi di Trump perché non sono solo uno slogan. Segnalano un salto di qualità importante nell’argomento che unifica i sovranismi e che ne ha determinato il successo ovunque: la battaglia contro l’immigrazione clandestina e la generica diffidenza verso gli immigrati, visti come cittadini di qualità inferiore rispetto a quelli consacrati, appunto, dall’elemento del sangue.
La lotta alla contaminazione migratoria è stata nell’ultimo decennio il vero fattore unificante delle destre mondiali e il tema di maggior consenso che hanno saputo produrre.
Conservatori britannici, sovranisti polacchi e ungheresi, destre italiane, francesi, tedesche, svedesi, finlandesi, spagnole, hanno ricette economiche disparate e spesso confliggenti, riferimenti internazionali e schemi di alleanze assai diverse, posizioni variegate sui diritti, la giustizia, il welfare, la religione, ma su una cosa sola si ritrovano: l’idea che l’anima delle nazioni sia nella continuità della discendenza dei nativi doc, e che questa continuità sia a rischio quotidiano a causa dell’immigrazione.
Peraltro, almeno qui in Europa, le classi dirigenti hanno ancora freni inibitori nel linguaggio. Il premier inglese Rishi Sunak, l’albanese Edi Rama e Giorgia Meloni, che due giorni fa hanno firmato il loro patto contro l’immigrazione clandestina, lo hanno presentato come una questione di legalità e lotta alla tratta di esseri umani.
Hanno evocato il “radicalismo della Thatcher”. Hanno immaginato centri di identificazione e rimpatrio fuori dai confini dell’Unione. Ma si si sono fermati ben prima di pronunciare termini che la cultura democratica ritiene inaccettabili e urticanti. “Deportazione”. “Campi di detenzione”. “Trasferimenti forzati di massa”.
Sono le parole novecentesche legate ai lager, alla shoah, agli esodi forzati dello stalinismo, che nessuno finora aveva osato riproporre nel discorso pubblico. Trump no, non ha avuto paura di urlarle al microfono: nel suo comizio ha usato con disinvoltura tutte e tre le espressioni associandole alla difesa del “sangue americano”. Ed è immaginabile che quel ragionamento, visto il successo che ha avuto, sarà elemento centrale di ogni evento della sua corsa per le primarie.
Possiamo solo sperare che non faccia scuola anche da noi.
In teoria l’Europa comunque collocata, di sinistra, di destra, di centro, sovranista o progressista, dovrebbe essere vaccinata contro l’ideologia del sangue e la sua farsesca replica in bocca a un miliardario americano: a differenza degli Stati Uniti l’ha vista all’opera e ne ha pagato le conseguenze.
Ma la coincidenza tra la campagna elettorale Usa e le elezioni europee nel Vecchio Continente autorizza qualche preoccupazione: una barriera si è rotta, l’indicibile può essere detto, forse diventare normale.
(da La Stampa)
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