MELONI E LA POLITICA ESTERA DEGLI ESPEDIENTI
SE C’E’ UNA COSA CHE NON PUO’AIUTARE UNO DEI PAESI PIU’ INFDEBITATO D’EUROPA Eì IL SOVRANISMO … E SE C’E’ UNA PERSONA CHE NON VUOLE IL NOSTRO BENE E’ TRUMP
È stato confortante sentir dire da Giorgia Meloni che la politica estera non è Temptation Island, perché a giudicare dagli ultimi giorni di querelle avvelenata tra lei e Donald Trump, agli italiani era parso il contrario. Era sembrato che ogni dichiarazione e controdichiarazione, l’audio di lui, il video di lei, il post social di lui, la risposta subito sotto di lei, somigliassero più a un battibecco tra ex che a un confronto serio tra il presidente degli Stati Uniti e la presidente del Consiglio italiana. Che avrebbe potuto evitare di rilanciare, come hanno fatto prima di lei gli altri leader europei sotto attacco, da Macron a Merz a Sánchez. Ma ha scelto invece di farlo nel goffo tentativo di usare lo scontro per costruire l’immagine di una leader tutta d’un pezzo che non guarda in faccia nessuno. Con tanto di post social che riprendono volto fiero e passo marziale.
Ed è questo il punto: l’immagine di Giorgia Meloni. L’intera politica estera del nostro Paese, negli ultimi quattro anni, ha ruotato intorno al bisogno della premier di ottenere un risultato pressoché impossibile: diventare credibile come leader di un’Unione europea in cui non ha mai creduto; essere considerata affidabile per il blocco occidentale che ha deciso di difendere l’Ucraina — prima dell’avvento di Trump — nonostante avesse al suo interno le posizioni filorusse della Lega e come principali alleati i migliori amici di Putin, vedi alla voce Viktor Orbán; mantenere un atteggiamento antisistema seguendo e cercando di piegare a suo vantaggio tutte le regole del sistema.
L’ambiguità è stata possibile fino all’avvento di colui che avrebbe dovuto essere il suo miglior alleato, quel Donald Trump che ha a lungo inseguito in competizione con Salvini, il leader di un movimento Maga con cui dal primo giorno ha cercato ed enfatizzato punti in comune, prima di capire che il nostro Paese non è pronto per
derive illiberali. Neanche se a promuoverle sono gli eredi dello zio Tom. Di qui, il cortocircuito. Illuminato dalle parole del segretario della Nato Mark Rutte.
L’Italia non ha tolto il suo sostegno agli Stati Uniti, non ha fatto nulla per sottrarsi agli impegni presi dai trattati, ha continuato a non condannare e non condividere l’avventura militare di Israele e Usa in Iran concedendo — come già successo in passato — le sue basi per voli logistici e non di attacco. Ed è facile pensare che Donald Trump non avrebbe preteso nulla di più, se non fossero intervenute due condizioni. La prima è che Meloni gli aveva fatto credere di essere sempre e comunque dalla sua parte, con le continue prese di distanza dalla Francia di Emmanuel Macron e dalle intenzioni dei volenterosi in Ucraina, il suo corteggiamento nei confronti di Elon Musk e degli aedi del trumpismo sancito dagli inviti ad Atreju, la sua reazione fiacca contro l’imposizione dei dazi, la sua sfida alla Corte penale internazionale nel caso Almasri, condotta in perfetto stile sovranista.
Anche solo per questo, e per il rifiuto italiano di riconoscere la Palestina e di sposare le risoluzioni europee contro Benjamin Netanyahu, era immaginabile che Trump prevedesse un sostegno più solido. Ma a far scoppiare tutto è stato il secondo elemento, che più che alla realtà appartiene alla narrazione.
Come già avvenuto in passato senza che il ministero della Difesa ne desse notizia, l’Italia non ha autorizzato alcuni voli «cinetici» di aerei militari americani verso l’Iran. Non ha cioè permesso che partissero dalle nostre basi azioni d’attacco. Pur continuando a consentire tutte le altre, come ha spiegato Rutte volendo fare chissà se un favore o un torto all’Italia.
Questo prevedono gli accordi, questo sostengono i trattati a meno che non si entri in guerra, questo dice il protocollo, solo che — dopo la sconfitta epocale del referendum — il governo italiano non si è limitato a negare un decollo offensivo. Lo ha lasciato trapelare, rivendicandolo e così decidendo di mostrare una nuova distanza dalle politiche della Casa Bianca.
Meloni non ha davvero ostacolato Trump, non ha lavorato con i suoi avversari, a partire dal canadese Mark Carney che ha proposto un’alleanza delle medie potenze contro il risorgere degli imperi, non si è messa dalla parte di chi cerca di sostenere
la forza del diritto nel momento in cui vengono creati illusori board of peace utili a fare affari immobiliari più che a salvare Gaza, la Cisgiordania, il Libano. Ha raccontato una storia che pensava fosse utile al suo consenso, e che le si è invece ritorta contro perché il sovranista in capo non consente ambiguità, ma pretende obbedienza.
La presidente del Consiglio ha sempre risposto con fastidio a chi le chiedeva una politica estera più autonoma, che non vivesse di espedienti, di ritardi studiati, di vertici con altri leader europei saltati all’ultimo momento — per un francobollo! — di mozioni sull’Ucraina sempre più vuote per non spaccare la maggioranza, di tentativi di rallentare il percorso di integrazione europea che ha bisogno di difesa comune e voto a maggioranza.
E non ha mai ammesso quello che forse, dopo Temptation Island, dovrebbe aver capito: se c’è una cosa che non può aiutare uno dei Paesi più esposti e indebitati d’Europa, è il sovranismo. Se c’è una persona che non ha alcun interesse a volere il bene del nostro Paese, così come non vuole il bene dell’Unione europea, è Donald Trump. Se c’è un comportamento che non può permettersi con il re della verità alternativa, è giocare con la propaganda.
Adesso, dovrebbe solo sentire il dovere di spiegare al Parlamento a quale verità dobbiamo credere su Sigonella: a quella di Trump, di Rutte o del governo italiano.
(da Repubblica)
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