Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
KAST VUOLE “RIPULIRE” LA STORIA DEL REGIME, ABOLIRE LA COMMISSIONE CHE INDAGA SULLA SORTE DEI 1.210 CILENI DESAPARECIDOS E GRAZIARE I 141 DETENUTI CONDANNATI PER VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI… IN PIENO STILE TRUMP, HA PROMESSO DI ESPELLERE I 330 MILA IMMIGRATI CLANDESTINI E DI LICENZIARE BUONA PARTE DEI FUNZIONARI PUBBLICI, DEFINITI “PARASSITI”
Augusto Pinochet, l’uomo che dal 1973 al 1990 impose sul Cile un regno del terrore,
con ogni probabilità sta sorridendo nella tomba. Un suo grande ammiratore, il fanatico di estrema destra José Antonio Kast, è appena stato eletto presidente con il 58% dei voti, sbaragliando l’avversaria di centrosinistra, la comunista Jeannette Jara, fermatasi al 42%.
È la prima volta, da quando trentacinque anni fa nel Paese è stata restaurata la democrazia, che un sostenitore della dittatura ottiene la presidenza.
Il suo programma e le sue promesse, oggi tristemente familiari alle donne e agli uomini degli Stati Uniti e di altri Paesi, hanno fatto presa su una popolazione arrabbiata, confusa e desiderosa di un cambiamento radicale: la promessa di espellere tutti i 330 mila immigrati clandestini e di usare il pugno di ferro contro il crimine e il narcotraffico, il licenziamento di innumerevoli funzionari pubblici (che uno dei suoi consiglieri più stretti ha definito «parassiti») e l’impegno a ridurre l’inflazione.
È possibile, quindi, vedere questo risultato come uno dei tanti esempi della tendenza mondiale verso l’autoritarismo nativista, ma in un Paese la cui lotta vittoriosa per la democrazia è stata, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, fonte di ispirazione per il mondo intero, è particolarmente sconcertante.
I cileni furono capaci di liberarsi della dittatura, in particolare con il referendum dell’ottobre 1988, quando i tentativi del generale Pinochet di mantenere indefinitamente il governo del Paese vennero sonoramente sconfitti; un voto tanto più coraggioso perché aveva sfidato un regime che controllava i media, l’economia e la forza pubblica.
La stella di Pinochet si offuscò ulteriormente nel 1990, quando fu restaurata la democrazia, e ancora nel 1998, quando il generale fu arrestato a Londra con l’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità e, successivamente, quando si scoprì che aveva sottratto al Paese milioni di dollari.
Sembrava che la sua morte, il 10 dicembre del 2006 (ironia della sorte: è la giornata internazionale per i diritti umani), avesse inflitto il colpo di grazia alla sua influenza. In tutte le città del Cile si riunirono folle festanti che scandivano «Adiòs, General».
Quasi vent’anni dopo, vorrei essere stato meno profetico. Molti sostenitori di Pinochet, recalcitranti, avevano continuato a venerarlo (per aver salvato il Cile dal comunismo, per aver imposto la legge e l’ordine, perché le sue politiche economiche neoliberiste avevano, secondo loro, fatto del Cile un Paese «moderno»). Ma erano una minoranza. La vittoria di Kast va quindi interpretata come un terremoto politico ed etico.
L’uomo più potente del Paese cercherà di ripulire il passato violento della dittatura, le esecuzioni, gli esilii, le torture e i campi di concentramento. E ha già annunciato di voler graziare i 141 detenuti condannati dalle corti cilene per violazioni dei diritti umani, compreso Miguel Krasnoff, che per i suoi crimini è stato condannato a più di mille anni di prigione.
Inoltre, Kast ha intenzione di abolire l’Istituto per i diritti umani
e la commissione incaricata di indagare sulla sorte dei 1.210 cileni tuttora desaparecidos. Di più: fautore di un cattolicesimo reazionario e tradizionalista, è contrario all’aborto, anche in caso di stupro o di rischio per la vita della madre; ha votato contro le unioni civili per le coppie omosessuali; respinge le rivendicazioni delle popolazioni indigene riguardo ai loro diritti e alla loro identità.
In questa crociata per riscrivere il passato e riplasmare il futuro, Kast incontrerà la resistenza dei milioni di cileni che hanno votato contro di lui; anche se al momento sono una minoranza, sono gli eredi di una tradizione centenaria di ricerca della giustizia
Quel fiume traboccherà di indignazione quando Kast proverà a smantellare il welfare creato da tanti uomini e donne che sono stati disposti a rischiare la vita per costruire un paese fondato sulla solidarietà anziché sul profitto.
Non hanno avuto paura in passato e non ne avranno ora. Ma perché la mobilitazione che si opporrà a Kast abbia successo, per fare in modo che questa sia solo una parentesi nelle alterne vicende del Cile e non una tendenza dominante dei prossimi decenni, la resistenza avrà bisogno di un altrettanto valoroso tentativo di trovare una via d’uscita dalla crisi.
Perché Kast non avrebbe vinto se i partiti di centrosinistra e le loro élite non avessero fallito nel tentativo di proporre un’alternativa percorribile, se non avessero perso il contatto con i problemi che assillano il cittadino medio. Ciò di cui c’è bisogno adesso è un profondo rinnovamento intellettuale delle forze
progressiste, una dolorosa resa dei conti con i nostri limiti.
Serve uno sforzo per capire come la lotta per la democrazia può essere collegata alla lotta per avere case e lavori migliori, a quella contro le devastazioni dell’apocalisse climatica, a quella per l’uguaglianza, in un mondo dominato dai super ricchi.
Ora che il Cile ferito e instabile si unisce alla schiera delle nazioni che si trovano a fare i conti con l’autoritarismo, la frase che ho usato tanti anni fa in occasione della morte di Pinochet torna a essere attuale: «La battaglia per l’anima del mio Paese è appena cominciata».
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
IL TYCOON HA UTILIZZATO QUESTI ORDINI PER IMPORRE DAZI SU LARGA SCALA, CERCARE RAPPRESAGLIE CONTRO I SUOI “NEMICI” E INTERVENIRE SU QUESTIONI DI OGNI TIPO, DALL’IMMIGRAZIONE ALLA PRESSIONE DELL’ACQUA NELLE DOCCE…UN TERZO DEGLI ORDINI ESECUTIVI È STATO IMPUGNATO NEI TRIBUNALI
Donald Trump ha firmato più ordini esecutivi in meno di un anno di presidenza di quanti ne avesse firmati nell’intero primo mandato, aggirando ripetutamente il Congresso e costringendo i tribunali a confrontarsi con i limiti costituzionali del suo potere.
Lo scrive il Washington Post. Lunedì Trump ha firmato un provvedimento che dispone la designazione del fentanyl come “arma di distruzione di massa”, il 221/mo ordine esecutivo del suo secondo mandato.
Dalla sua inaugurazione, Trump ha utilizzato questi ordini per imporre dazi su larga scala, cercare rappresaglie contro quelli che considera i suoi nemici e intervenire su questioni culturali di
ogni tipo, dalle leggi sull’immigrazione alla regolamentazione della pressione dell’acqua nelle docce.
Secondo un’analisi del Wp basata su dati delle organizzazioni non profit CourtListener e JustSecurity, un terzo degli ordini esecutivi di Trump è stato esplicitamente impugnato in tribunale entro il 12 dicembre.
I presidenti statunitensi hanno progressivamente concentrato il potere esecutivo per aggirare il Congresso sin dall’inizio del XX secolo. Tuttavia, Trump ha accelerato una tendenza che si è intensificata negli ultimi decenni, in un contesto di calo dell’attività legislativa e di crescente scontro partitico.
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
LA PRESA PER I FONDELLI DEL GOVERNO: TASSANO LE BANCHE COME SE NON SAPESSERO CHE POI SI RIFANNO SUI CLIENTI
Negli ultimi dieci anni tenere un conto corrente è diventato progressivamente più
caro per le famiglie italiane. A certificarlo è un’analisi della Banca d’Italia, che prende in considerazione i costi realmente pagati dai correntisti, ricavati direttamente dagli estratti conto del 2024. Non si tratta quindi di prezzi “di listino”, ma di spese effettive, sostenute cioè giorno per giorno.
Quanto costa oggi un conto corrente tradizionale
Per chi utilizza un conto corrente bancario tradizionale, cioè gestito in filiale, la spesa media annua ha superato la soglia dei 100 euro, arrivando a 101,1 euro, leggermente più alta rispetto all’anno precedente; questo aumento è avvenuto nonostante una riduzione di alcune voci fisse, come il canone base o il costo della carta di debito. Il problema principale, infatti, non è tanto il prezzo del “pacchetto” iniziale, quanto l’aumento delle commissioni sulle singole operazioni e il fatto che i clienti oggi fanno più movimenti rispetto al passato. Ogni prelievo, bonifico o servizio accessorio pesa di più sul totale finale. Cosa significa
Significa che anche se il canone mensile resta stabile, un cliente che preleva spesso contanti o utilizza bonifici immediati può trovarsi a fine anno con una spesa complessiva più elevata.
Conti online: più convenienti, ma non immuni dagli aumenti
Diverso è invece il discorso per i conti correnti online, che continuano a essere la soluzione meno costosa. Qui i prezzi unitari dei servizi sono scesi, ma l’aumento dell’operatività ha comunque fatto crescere la spesa media, che si attesta a 30,6 euro all’anno, cioè circa 1,7 euro in più rispetto al 2023. In sostanza, anche se le commissioni sono più basse, il maggior utilizzo del conto (pagamenti digitali, trasferimenti frequenti di denaro) porta a spendere leggermente di più.
Conti postali: rincari più evidenti
Per i conti correnti postali, invece, l’aumento è stato più marcato: sono cresciute sia le commissioni applicate sia il numero di operazioni effettuate dagli utenti. Il risultato è una spesa media annua salita da 67,3 a 71,6 euro.
Il peso crescente dei conti online
Un dato interessante riguarda la spesa media complessiva, calcolata tenendo conto di tutte e tre le tipologie di conto. Questa si è ridotta a 85,3 euro, in calo rispetto all’anno precedente; non perché i conti costino meno, ma perché sempre più persone scelgono conti online, che abbassano la media generale. In altre parole, la diffusione dei conti digitali ha compensato l’aumento dei costi e dell’operatività.
Commissioni su credito e sconfinamenti
Restano stabili le commissioni per la messa a disposizione dei fondi (cioè il costo applicato quando la banca concede una linea di credito), ferme intorno all’1,6% del fido accordato. Al contrario, è aumentato il costo della cosiddetta istruttoria veloce, applicata quando si va in rosso o si supera il limite del conto: la commissione media è salita a 16,2 euro.
Dieci anni di rincari: il bilancio finale
Guardando al lungo periodo, il quadro è ancora più chiaro: dal 2014 al 2024, il costo medio di gestione di un conto corrente è infatti aumentato del 23%, passando da 82,2 a oltre 101 euro. Le spese fisse (come canoni e servizi base) sono cresciute in modo contenuto, mentre a pesare di più sono state le spese variabili, aumentate di oltre il 34%. A incidere sono soprattutto: l’aumento dei costi dei prelievi agli sportelli automatici e il maggiore utilizzo di operazioni a pagamento, come i bonifici istantanei.
Le critiche delle associazioni dei consumatori
Le associazioni dei consumatori lanciano un vero campanello d’allarme: mentre le famiglie italiane vedono crescere costantemente le spese legate al conto corrente, le banche continuano ad aumentare i prezzi, nonostante gli alti profitti. L’Unione Nazionale Consumatori osserva come la breve pausa nei rincari dello scorso anno sia stata solo temporanea, e sottolinea che la vera difficoltà per i clienti deriva dalla scarsa concorrenza nel settore. In pratica, senza alternative realmente vantaggiose, le famiglie si trovano a dover sostenere costi sempre più alti, a fronte di servizi che non migliorano significativamente. È un meccanismo che rende evidente quanto oggi sia fondamentale scegliere con attenzione la tipologia di
conto e monitorare l’uso dei servizi bancari, per evitare che le spese variabili diventino un peso insostenibile.
(da Fanpage)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA DEI SENATORI CHE, PER FAR PASSARE IL TESTO IN TEMPO, DOVRANNO TORNARE DALLE VACANZE IL 29 DICEMBRE
Sul calendario di Giorgia Meloni c’è una data cerchiata in rosso: 30 dicembre. Non oltre. Con possibilità di anticipare tutto anche prima di Natale. Così non sarà perché il Senato, tra uno slittamento e l’altro, fino al 23 è impegnato con la legge di Bilancio.
Ma la premier non demorde: entro la fine dell’anno la maggioranza a Palazzo Madama deve approvare la riforma della Corte dei Conti che contiene la riduzione dei poteri di controllo (e non solo) dei giudici contabili, l’allargamento dello scudo erariale presumendo la “buona fede” degli amministratori pubblici e la limitazione delle sanzioni.
Una riforma a cui il governo tiene molto per rivendicare il superamento della cosiddetta “paura della firma” e su cui Meloni punta anche per la campagna referendaria della separazione delle carriere che si concluderà a marzo.
La premier ne aveva parlato anche dopo lo stop della Corte dei Conti alla delibera del Cipess sul Ponte sullo Stretto usando la riforma come ritorsione nei confronti dei giudici contabili: “La risposta più adeguata a un’intollerabile invadenza che non fermerà l’azione del governo sostenuta dal Parlamento”, aveva scritto Meloni il 29 ottobre in una nota ufficiale.
Ma c’è una ragione più specifica per cui Palazzo Chigi vuole approvare la riforma della Corte dei Conti entro il 31 dicembre: quella data, infatti, scade lo “scudo erariale” per gli amministratori nelle condotte legate ai progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. I giudici contabili si sono più volte espressi contro questa misura (che esclude la punibilità per la “colpa grave”)
La riforma che è già stata approvata alla Camera e in commissione al Senato non lo proroga, ma di fatto lo “supera” eliminando una parte consistente dei poteri di controllo e successivi dei giudici contabili e riducendo al minimo le responsabilità erariali per gli amministratori: viene introdotta la “presunzione della buona fede” per gli amministratori pubblici che, in assenza di dolo, non andranno incontro a contestazioni erariali.
È per questo che Palazzo Chigi vuole far diventare legge la riforma entro la fine dell’anno: per evitare di lasciare “scoperti”
gli amministratori che devono finire di “mettere a terra” i progetti del Pnrr.
Ma c’è un ostacolo: per approvarla il 29 e 30 dicembre, i senatori dovranno tornare dalla settimana bianca e dalle vacanze natalizie rischiando di rovinarsi i viaggi per le mete esotiche in vista di Capodanno. Così, sotto traccia, è iniziato uno scontro molto duro tra Palazzo Chigi e la maggioranza al Senato per decidere se rientrare o meno tra Natale e Capodanno.
D’altronde molti senatori avevano già programmato le ferie, prenotato alberghi e voli (anche in luoghi molto lontani dall’Italia) con largo anticipo perché consapevoli del fatto che quest’anno, a differenza dello scorso, avrebbero dovuto approvare la manovra entro il 23 dicembre chiudendo i battenti prima di Natale.
Il governo teme che, in cambio di un approccio “collaborativo” sulla legge di Bilancio, l’opposizione chieda di rinviare la riforma della Corte dei Conti ad anno nuovo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
LA SOLITA ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA PER DISTOGLIERE GLI ITALIANI DAL LORO FALLIMENTO NEL RISOLVERE I PROBLEMI REALI
Il giochino è fin troppo smaccato e semplice, per non essere immediatamente
riconosciuto.
Il primo indizio è nei discorsi di Giorgia Meloni e Matteo Salvini ad Atreju, che insistono nell’indicare i cosiddetti maranza come nemico pubblico numero uno. La prima, definendo la loro presunta impunità come “repubblica delle banane”, un epiteto non esattamente felice, visto che sta parlando delle seconde generazioni di migranti , figli e nipoti di chi è arrivato anni fa dal nord Africa. Il secondo, che più sbrigativamente, li definisce “rompicoglioni”. Entrambi che sembrano far ricadere su di loro – ossia su quel gruppo sociale che ai tempi delle rivolte nelle banlieue francesi, Nicolas Sarkozy definì a suo tempo “racaille”, cioè feccia – tutti i problemi di ordine pubblico italiani. Prendendosela, come da tradizione, con quel pezzo di società che risiede, lavora, paga le tasse e consuma in Italia, ma non può votare in Italia. E che da mesi è oggetto di una sistematica campagna di denigrazione nei talk show filo-governativi su Rai e Mediaset.
Il secondo indizio è nella canea anti islamica che si è scatenata dopo l’attentato antisemita di Bondi Beach a Sydney. Un
attentato che è servito alla totalità dei maitre a penser della nostrana destra di governo – generosamente ospitati dai giornali di proprietà de deputato leghista Antonio Angelucci – per rilanciare la tesi dello scontro di civiltà contro il mondo islamico, considerato mandante morale della strage australiana. Assieme, ovviamente, a chi in questi mesi ha manifestato per la pace a Gaza e ha denunciato le brutalità dell’esercito israeliano
Il terzo indizio sta nell’intemerata di Giorgia Meloni, che sempre ad Atreju ha sfoggiato le sue qualità di investigatrice invitando a votare sì al prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, contro i presunti disastri su Garlasco della magistratura. Diciamo presunti, perché al netto della riapertura delle indagini, per ora non ci risulta un nuovo processo per accertare chi ha ucciso Chiara Poggi e per ribaltare la sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi. Al netto dei giudizi di merito, fatichiamo a comprendere cosa c’entri tutto questo con la separazione delle carriere.
Tant’è: ecco tre nemici freschi freschi con cui riempire le pagine dei giornali, i titoli dei telegiornali e le scalette dei talk show. Per evitare che si parli dell’economia al palo, del caro vita, della sanità sempre più in crisi, della pressione fiscale da record e di tutto quel che non va in Italia.
Cominciate a farci la bocca, che non si parlerà d’altro, da qui al 2027. E il bello è che chiunque proverà a distogliere l’attenzione su questi tre capri espiatori sarà il quarto bersaglio della destra: quei maledetti giornalisti che non accettano di farsi dettare agenda e nemici da chi comanda.
(da Fanpage)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
GIÀ DA UN ANNO L’ACCESSO DEI VISITATORI È CONTINGENTATO, CON UN TETTO MASSIMO DI 400 PERSONE. DA GENNAIO CI SARANNO DUE CORSIE, UNA PER I ROMANI E UNA PER I TURISTI… L’INTROITO SARA’ DESTINATO A MIGLIORARE I SERVIZI TURISTICI DELLA CAPITALE
Un ticket di due euro. E’ quello che dovranno pagare i turisti dal 7 gennaio per visitare la Fontana di Trevi , mentre l’accesso per i romani continuerà a essere gratuito. Una scelta che dovrebbe portare nelle casse comunali 20 milioni di euro, secondo quanto scrive il Corriere della Sera.
Già da circa un anno il deflusso dei visitatori è contingentato, con un tetto massimo di 400 persone che possono sostare nell’area. Da gennaio saranno organizzate due corsie, una per i romani e l’altra per i turisti, e chi dovrà pagare potrà utilizzare anche la carta di credito.
Voluta dall’assessore al Turismo e grandi eventi, Alessandro Onorato, e condivisa dall’amministrazione comunale, la scelta va nella direzione di salvaguardare la fontana più grande di Roma, capolavoro tardo-barocco di Nicola Salvi, che soltanto nei primi sei mesi di quest’anno ha registrato oltre 5 milioni e 300mila visitatori, più di quanti ne ha totalizzati il Pantheon nell’intero 2024 (4.086.947 ingressi).
Le risorse derivanti dal pagamento del ticket dovrebbero essere destinate al miglioramento dell’offerta e dei servizi turistici
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
PER “PESARSI”, IL SEGRETARIO DI FORZA ITALIA, ANTONIO TAJANI, HA IMBASTITO UN CONTRO-EVENTO A MILANO, LA CONFERENZA NAZIONALE DELL’EXPORT E DELL’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE, E HA INVITATO I PARLAMENTARI A PARTECIPARE. MA IL BLITZ DEL MINISTRO DEGLI ESTERI RISCHIA DI FINIRE IN UN FLOP
Il Parlamento, palazzo Grazioli o Milano? Agenda fitta quella del parlamentare di
Forza Italia per domani, mercoledì 17. Si sovrappongono gli appuntamenti e s’impone la scelta politica: in aula, con Tajani o con Occhiuto?
A palazzo Grazioli, storica residenza romana del Cavaliere, l’agenda prevede il convegno organizzato da Roberto Occhiuto, presidente della regione Calabria: si chiama “In libertà. Pensieri liberali per l’Italia”.
Un evento non visto esattamente con entusiasmo dai vertici del partito, messi in allarme anche dalle parole di Pier Silvio Berlusconi che ha caldeggiato «facce nuove» per Forza Italia. Ecco perché la Conferenza nazionale dell’export e dell’internazionalizzazione delle imprese, organizzata a Milano con protagonista Antonio Tajani, ha il sapore del controevento.
Occhiuto, “In libertà”, si propone di raccogliere quelle sfide tanto care a Berlusconi e che questo centrodestra troppo conservatore non sembra avere molto a cuore. La scelta di palazzo Grazioli, sede oggi della stampa estera, è simbolica. […] Guai a chiamarla corrente, però: «È un semplice convegno», minimizza la sottosegretaria Matilde Siracusano, compagna del governatore calabrese.
Non basta però a sminuire i sospetti, come dimostra l’invito fatto recapitare negli ultimi giorni da Tajani agli eletti di Forza Italia: venite tutti a Milano per la terza edizione della Conferenza nazionale dell’export. […] L’invito, con link per la registrazione, è partito giorni fa. Tra gli iscritti, raccontano, ci sarebbe una cospicua delegazione pugliese.
Per tutti e per tutte, però, non sarà facile defilarsi dagli impegni d’aula: Camera e Senato, infatti, dovranno ascoltare le comunicazioni di Meloni e poi votare le risoluzioni di maggioranza, dove il centrodestra ha comunque una maggioranza ampia, capace di attutire l’assenza di qualche azzurro e azzurra.
Certo, sfilarsi dai palazzi per un’ora e due per raggiungere palazzo Grazioli è un conto, impegnarsi in un viaggio per Milano un altro.
(da La Stampa)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO LA MORTE DI KIRK, L’EX MODELLA È DIVENTATA UNA PRESENZA COSTANTE NELLE TV E SUI SOCIAL, DOPO CHE È STATA PER ANNI DIETRO LE QUINTE SU INDICAZIONE DEL MARITO (CHE SOSTENEVA CHE LE DONNE DOVESSERO PENSARE SOLO ALLA CASA E A FARE FIGLI)
Erika Kirk, la vedova dell’attivista di destra Charlie Kirk, ucciso a settembre in un attentato, nel giro di tre mesi è passata da icona Maga a bersaglio della base conservatrice.
La accusano di avere il pianto facile, di versare troppe lacrime nei posti sbagliati: in tv, ai comizi, ai gala, nelle interviste davanti alle telecamere. Ogni volta Kirk comincia in modo messianico a rivolgere lo sguardo verso il cielo, come a collegarsi spiritualmente con il marito, da cui ha avuto due figli, adesso di uno e tre anni.
Erika, ex modella e aspirante attrice, aveva cominciato a farlo due giorni dopo la morte del marito, quando si era fatta riprendere in lacrime davanti alla bara dell’attivista e poi in un collegamento streaming in cui aveva dichiarato agli americani “Voi non sapete che cosa avete scatenato”, asciugandosi in modo un po’ teatrale un solo occhio, quello sinistro.
Ma a quel tempo, con la ferita fresca di una tragedia molti erano passati sopra ai dettagli delle sue apparizioni. Da allora, però, Erika Kirk non ha più smesso: rimasta per anni dietro le quinte, seguendo le indicazioni del marito secondo cui le donne devono pensare alla casa e a fare figli, ha abbracciato il nuovo protagonismo di volto di Turning Point, l’organizzazione da milioni di dollari fondata dal marito e rivolta ai giovani americani conservatori cristiani bianchi.
La vedova è passata da uno streaming all’altro, raccolte fondi con star dei reality, show, interviste a Fox News, Cbs, New York Times, incontri con il pubblico, mostrando sorrisi, pollici alti, e alternando momenti in cui, improvvisamente, appare distrutta dal dolore, in lacrime, e con lo sguardo rivolto verso il cielo.
E’ successo anche durante un incontro allo Studio Ovale, davanti al presidente Donald Trump. Ma poi l’abbraccio molto più che amichevole dato sul palco di una convention al vicepresidente JD Vance, di cui aveva detto “mi ricorda molto Charlie”, aveva moltiplicato i mugugni. Adesso anche gli influencer di destra hanno cominciato a mostrare segnali di insofferenza. Il blogger suprematista Nick Fuentes non ha usato giri di parole: “E’ chiaro ormai che sta recitando. Fermati”.
Candace Owens, commentatrice televisiva repubblicana, ha parlato di apparizioni “controproducenti”. Anche una star dei reality, dove la finzione e il reale si confondono, Christine Quinn, ha scritto su X: “Erika Kirk è ovunque meno che con i suoi figli”. “Charlie diceva che le donne dovevano badare ai figli, e lei sta facendo l’opposto”, ha scritto un utente.
Nei prossimi giorni la vedova comincerà un tour per promuovere il libro postumo del marito dal titolo “Fermati, in nome di Dio”. Qualcuno, sui social, sostiene che quel messaggio potrebbe valere anche per lei.
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
ASSAD VIVE IN UN SUPER-ATTICO IN UNA DELLE ZONE RESIDENZIALI PIÙ CARE AL MONDO. LUSSO ALLO STATO PURO: ARREDI DALLE FINITURE DORATE, LAMPADARI DI CRISTALLO E AMPI DIVANI CHE RICORDANO I PALAZZI MEDIORIENTALI
Quattordici anni di guerra civile, 600mila morti e 14 milioni di profughi dopo, l’ex
presidente siriano Bashar al-Assad torna ai suoi amati oftalmoscopi. Nel suo esilio a Mosca, l’ex dittatore studia russo, ma soprattutto cerca un’abilitazione per tornare a fare l’oculista
Secondo indiscrezioni raccolte dal Guardian, l’ex dittatore potrebbe cercare clienti nell’élite russa. Non che abbia bisogno di soldi, quelli non gli mancano proprio, ma l’oftalmologia è sempre stata la passione di Bashar e finita l’esperienza di potere, può finalmente tornare al primo amore.
«Venga a prendere un the da noi, mio marito le controllerà la pressione oculare», potrebbe dire la moglie Asma ai nuovi vicini. Ormai l’ex presidente siriano abita accanto ai ricchi e potenti di Russia. La famiglia Assad vive infatti sulla prestigiosa direttrice Rublyovo-Uspenskoye a ovest di Mosca.
«Una delle zone residenziali più care al mondo» dice il New York Times, «con ville tentacolari» e aree recintate e super protette. Tra i pini secolari del bassopiano attraversato dal Volga, il dottor Bashar al-Assad rischia di dover vivere il resto dei suoi giorni.
Il lusso è garantito da anni di ladrocini non solo suoi, ma dell’intera famiglia. Il guaio è che rischia di restare isolato dal resto del mondo a causa delle regole imposte per l’accoglienza da Vladimir Putin. Poche e controllate interviste, basso profilo, nessuna attività politica e ancora meno interferenze nei confronti del nuovo regime siriano. Più che l’antica alleanza con lui e con il padre, per Putin vale l’esigenza di andare d’accordo con il nuovo governo di Damasco e mantenere aperte le basi militari russe in Siria.
Quindi, escluso da una rincorsa al potere, come può passare il tempo l’ex presidente Bashar al-Assad? L’oftalmologia lo soccorre. Per lui è una sliding door di ritorno 31 anni dopo. Era il 1994 quando in un incidente d’auto morì il fratello Basel. Basel era il maggiore dei figli di Hafez, il preferito del padre e della madre, quello educato sin da piccolo ad essere un duro, a comandare, a conoscere la vita militare e dominare la macchina repressiva messa insieme dal fondatore della dinastia.
Bashar, invece, non aveva mai mostrato alcun interesse per la politica, men che meno aveva manifestato quelle doti da criminale di guerra che invece spiccavano in Basel e anche nel fratello minore Maher. La scelta cadde comunque sul dottorino. Bashar obbediente lasciò Londra e l’oftalmologia, tornò a Damasco per un corso accelerato di dittatura ereditaria. Entrò nell’esercito, divenne ufficiale e comandante del Libano occupato poi, come nei piani, alla morte del padre, nel 2000 divenne presidente.
L’ex presidente non è ancora stato visto in giro per Mosca. Fa una vita estremamente riservata: studio, università, playstation e poco altro. La moglie Asma pare guarita dalla leucemia con cui ha combattuto per anni ed è comparsa alla discussione di laurea della figlia Zein al-Assad, 23 anni, assieme agli altri figli dell’ex coppia presidenziale.
Lei e i figli sono stati avvistati in negozi esclusivi a fare compere e hanno anche avuto qualche permesso per volare negli Emirati Arabi dove abitano molti conoscenti esiliati come loro e dove la famiglia si sentirebbe più a proprio agio a causa del clima e della lingua.
Per il momento, però, gli emiri non hanno ancora garantito la sicurezza dell’esilio dell’ex dittatore come ha fatto il solo Putin. Il sogno di Bashar sarebbe quindi quello di tornare a curare gli occhi degli altri, magari anche ad operare visto che, si dice, avesse un’ottima mano.
Come ai tempi di Londra Bashar a causa della passione per l’oftalmologia non pensa a quello che potrebbe succedergli. Allora la scomparsa del fratello lo costrinse a diventare presidente. Ora un ripensamento o la caduta di Putin potrebbero costringerlo ad occuparsi della propria difesa legale in un tribunale internazionale per crimini di guerra.
(da Corriere della Sera)
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