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CASO EPSTEIN, I SONDAGGI PUNISCONO TRUMP: SOLO IL 23% APROVA LA GESTIONE DELLA VICENDA

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

I SOSPETTI SUI TENTATIVI DI CANCELLARE LE PROVE

Secondo un sondaggio Reuters-Ipsos, le immagini diffuse dai democratici hanno avuto pesanti ripercussioni sul consenso del tycoon. Il caso Jeffrey Epstein continua a scuotere la politica americana, e l’attenzione si concentra di nuovo sul presidente Donald Trump. Venerdì scorso i democratici del Congresso hanno reso pubbliche delle foto che ritraggono uomini di potere, tra cui lo stesso Trump, insieme al finanziere pedofilo e ad alcune giovani. Le immagini hanno immediatamente avuto ripercussioni sul consenso del tycoon: secondo un sondaggio Reuters-Ipsos, solo il 23% degli americani approva la gestione della vicenda da parte del presidente, mentre il 52% la critica
Chi compare nelle nuove foto diffuse dai democratici
Epstein, morto nel 2019 in un carcere di New York, era accusato di aver organizzato un giro di abusi sessuali su minorenni coinvolgendo un ristretto gruppo di amici influenti. Nelle nuove immagini compaiono anche l’ex presidente Bill Clinton, il regista Woody Allen, lo stratega di Trump Steve Bannon e l’imprenditore Richard Branson. Dai documenti emerge anche che la principessa Sofia di Svezia, allora giovane modella a New York, avrebbe visitato più volte l’isola privata dei Caraibi di Epstein. Altri materiali sensibili sono destinati a essere resi pubblici entro il 19 dicembre, data fissata dal dipartimento di Giustizia.
Cosa dicono i sondaggi
La Casa Bianca ha cercato di minimizzare l’impatto delle rivelazioni, ma i numeri dei sondaggi preoccupano i repubblicani: due americani su tre ritengono che Trump fosse a conoscenza del giro di pedofili, incluso il 39% degli elettori del suo partito. Una percezione che potrebbe incrinare il sostegno attorno al presidente, soprattutto mentre crescono i sospetti su eventuali tentativi di cancellare prove compromettenti. In questo contesto, alcuni senatori democratici hanno chiesto un audit formale dei documenti di Epstein per ricostruire tutta la «catena di custodia» dei file e verificare eventuali interferenze. Il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, ha invocato «piena trasparenza», mentre associazioni di vittime e legali sollecitano un controllo indipendente.
Le procedure rallentate
Secondo il Wall Street Journal, già a maggio, durante un
incontro alla Casa Bianca, la procuratrice generale Pam Bondi avrebbe informato Trump che il suo nome compariva nei documenti. Da allora, le procedure legate ai file sono state rallentate in modo insolito, mentre l’Fbi ha mobilitato quasi mille agenti per esaminare ogni documento, spendendo oltre un milione di dollari in straordinari. Molti vedono in questa lentezza un tentativo di proteggere Trump, ipotesi che i democratici e una parte dell’elettorato repubblicano vogliono chiarire.
(da agenzie)

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LA UE USATA COME BANCOMAT

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

PERCHE’ LA STRATEGIA DEL VETO E’ DIVENTATA UN RICATTO

Se l’Europa ha deciso così lentamente sull’Ucraina e su Gaza, o non ha deciso affatto, è perché chiunque dei 27 può dire «dissento», mettendo il veto. E bloccare completamente i lavori. Tanto più ora che ad Est si allargano i Paesi filorussi. È il meccanismo dell’unanimità. Nato con intenti nobili, per garantire i singoli Paesi che «nulla sarà fatto contro di voi», è stato poi sostituito in tanti settori dal voto a maggioranza qualificata. Si applica però ancora in politica estera e di sicurezza; adesione alla Ue; fisco; finanze comunitarie; cittadinanza. E su temi minori. Ma per capire l’impatto e il potere dell’unanimità — o del veto — è utile focalizzarsi sugli anni della guerra in Ucraina.
Ungheria, il serial player del veto
Non esiste un registro ufficiale dei veti europei. Tuttavia, Eu Veto Tracker di Michael Ovádek li cataloga dal 2011 in base a notizie verificate. Da allora ce ne sono stati 46. L’Ungheria è la più attiva: 19 in totale. Con una vera accelerazione dopo l’invasione russa dell’Ucraina: tra il 2022 e il 2025 per ben 12 volte il premier Orbán ha tenuto tutti in scacco. Vediamone i veti più dirimenti.
Maggio 2022: Budapest blocca l’embargo al petrolio russo; per levarlo, otterrà l’esenzione per l’oleodotto Druzhba.
Dicembre 2022: veto ungherese sui 18 miliardi di aiuti macro-finanziari a Kiev; viene tolto dopo un compromesso sui fondi Ue bloccati a Budapest.
Novembre/dicembre 2023: veto sull’Ukraine Facility da 50 miliardi; si parla apertamente di ricatto in cambio dello sblocco dei fondi di coesione; Orbán cede nel febbraio 2024.
2024: blocco o minaccia di veto sul riutilizzo dei profitti dagli asset russi; ispirerà soluzioni alternative ai funzionari Ue per neutralizzarlo.
Gennaio 2025: bloccata la censura alla Bielorussia per violazione dei diritti umani.
Marzo 2025: nuovo veto sugli aiuti all’Ucraina.
Giugno 2025: blocco con la Slovacchia del 18° pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Settembre 2025: stop all’avvio dei negoziati con Kiev per l’ingresso nella Ue.
Dicembre 2025: nella partita per usare gli asset russi fermi in Belgio, Orbán ha già fatto sapere che – dovessero essere garantiti con gli Eurobond — lo impedirà con il veto.
L’alleato slovacco
Dall’autunno 2023 Orbán ha un nuovo alleato: il filorusso Robert Fico che ha vinto le elezioni in Slovacchia. Ora i veti si combinano: la Slovacchia ha affiancato l’Ungheria due volte nei «no» alla Ue. Come scrive il think tank tedesco SWP, siamo di fronte a una vera e propria «strategia del veto», a cui l’Ungheria ricorre in modo seriale e dove la Slovacchia è il junior partner. Ma è importante comprendere il meccanismo: il veto talvolta viene tolto per ottenere il via libera ai fondi di coesione, che l’Europa blocca perché Budapest viola lo Stato di diritto (attualmente, sono fermi 18 miliardi). Altre volte per incassare vantaggi politici e economici da rivendersi in casa. Si tratta insomma di una «contrattazione istituzionale» — Stato di diritto contro deroghe nazionali —, imperniata su un ostruzionismo strutturale. In parole povere, non è altro che uno strumento di
ricatto che va a vantaggio dell’aggressore russo.
I veti degli altri
Dal 2011, sono 15 i Paesi che hanno fatto il ricorso al veto. Fece clamore nel 2018 il veto alla condanna del trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, da parte di Repubblica Ceca, Romania e Ungheria. Ma anticipò divisioni future.
Nel 2020 Cipro si oppose alle sanzioni al regime bielorusso (finché non ottenne un segnale anti-Turchia). Nel 2017 la Grecia affossò una censura alla Cina sui diritti umani: voleva difendere le proprie relazioni economiche con Pechino. La logica di fondo mostra come spesso i «no» si usano a vantaggio di avversari europei come Russia e Cina. Per essere poi tolti di fronte di incentivi economici.
Interessante il caso polacco. In passato, Varsavia è stato il secondo utilizzatore di veti dopo l’Ungheria (7 contro 19). Con l’arrivo del premier europeista Donald Tusk nel 2022, la Polonia è diventata un partner affidabile a Bruxelles. Inoltre, vista la propria storia di invasioni e il diffuso sentimento antirusso, è una naturale sostenitrice di Kiev. Sperando che il presidente sovranista Karol Nawrocki, eletto a giugno, non scombini le carte. Però nell’Est europeo — dove le forze sovraniste e anti-Ue sono state sia sconfitte (Polonia) che capaci di risorgere (Slovacchia) —, con democrazie più mobili che nell’Ungheria orbaniana, un nuovo governo può radicalmente cambiare i giochi a Bruxelles. Come si comporterà Andrej Babis, il miliardario anti-euro populista filorusso, appena nominato premier ceco? Finora Praga è stata un forte e creativo alleato di Kiev: ha perfino guidato una cordata in grado di procurare un milione di munizioni, quando l’Ucraina restò quasi a secco. Con Babis è alta la probabilità che la Repubblica ceca faccia fronte comune con Ungheria e Slovacchia. Parliamo di 3 Paesi che in totale sommano poco più di 25 milioni di abitanti, ma in grado di mettere in fuori gioco la Ue su molti fronti.
I più grandi profittatori
Gli utilizzatori seriali del veto sono tra i maggiori beneficiari del trasferimento dei fondi della Ue. L’Ungheria ha ricevuto dalla Ue tra il 2004-2023 la bellezza di 68 miliardi di euro netti, che secondo le stime della Commissione hanno fatto crescere il Pil quasi del 2% all’anno. Inoltre, nel periodo 2021-27 le sono destinati 21,7 miliardi di fondi di coesione e 5,8 di sovvenzioni. Il tutto, ovviamente senza contare l’effetto traino sull’economia.
In rapporto alla popolazione la Slovacchia è il secondo maggior «beneficiario netto» dell’Unione: ha ottenuto 24 miliardi netti tra il 2004 e il 2023, con un impatto, si stima, sul Pil del 3% annuo. La Repubblica ceca (2004-2024) ha incassato un trilione di corone, ossia 40 miliardi di euro. La Polonia, che ha ottenuto un trasferimento per 250 miliardi, ha un saldo netto negli stessi vent’anni di 162 miliardi.
Gli investimenti hanno indubbiamente permesso il «catch-up» con il resto d’Europa, cioè di avvicinarsi al tenore di vita mediano nella Ue. L’Ungheria è passata dal 63% del 2004 al 74% attuale; la Slovacchia dal 50% al 68% del 2022; la Repubblica ceca dal 75% al 91%; la Polonia dal 51% all’80% del 2023. Ovviamente, il buon uso dei soldi ha fatto la differenza. Se oggi si parla di un miracolo economico polacco, se gli stipendi crescono più che in qualsiasi altro Paese Ue, se si
è rovesciato perfino il saldo immigratorio — e per la prima volta più polacchi rientrano dalla Germania di quanti vi emigrino — la Polonia lo deve alla riuscita integrazione europea.
L’oligarca ungherese
Il 90% della spesa pubblica in Ungheria è fatta con fondi Ue: vuol dire che Orbán può usare la spesa nazionale per indirizzare le politiche a cui tiene di più. Non solo. La peculiarità ungherese (e in parte slovacca) è l’uso «oligarchico» di questi soldi. Una parte consistente è gestita da amici imprenditori di Orban, come il genero István Tiborcz, l’«elettricista» che ha vinto gli appalti per i lampioni pubblici, o Lőrinc Mészáros, l’idraulico diventato l’uomo più ricco d’Ungheria
Si è scritto molto, anni fa, della costruzione della Puskas Arena a Felcsút, nel villaggio natale di Orbán — affidata al fido Mészáros. Uno stadio per omaggiare l’amore del leader per il pallone: ha 4 mila posti, sebbene il suo villaggio conti 2mila abitanti. Nel costo è compreso un trenino dalla vicina valle di Vál, che nei primi 17 giorni — quando ci salì il giornalista del Guardian — non aveva trasportato neppure un passeggero.
Italia si, Italia no
In una certa misura, nessuno rinuncia al veto. Per l’Italia, l’hanno agitato governi di centro-sinistra e centro-destra: Berlusconi, Renzi (sui migranti) e Conte, che lo ventilò la notte della trattativa sul Pnrr, in cui poi arrivarono 194 miliardi. Però l’Italia è stata sempre tra i Paesi che ne chiedono il superamento. Nel 2023 venne anche istituito un club informale degli amici del voto a maggioranza (Italia, Germania, Francia, Spagna, Belgio, Finlandia, Olanda, Slovenia). E la fine dell’unanimità è un
cavallo di battaglia delle famiglie politiche europeiste da anni: da quando l’allargamento ha reso più farraginoso il funzionamento della Ue. Ed è stato invocato da tutti i Presidenti della Repubblica italiana e dai suoi presidenti del Consiglio. Draghi lo ritiene propedeutico alla sua agenda.
Però il 24 ottobre scorso, questo indirizzo è cambiato. Giorgia Meloni dice in Parlamento: «Non sono favorevole ad allargare il voto a maggioranza, in luogo dell’unanimità, all’interno delle istituzioni europee». Aggiungendo che «certo sarebbe utile per l’Ucraina, ma su molti altri temi le posizioni della maggioranza potrebbero essere distanti dalle nostre e dai nostri interessi nazionali, che è mia priorità difendere».
E spiazza il ministro degli Esteri Tajani, vicepresidente del Ppe, che a botta calda dichiara: «Penso invece che si debba fare qualche passo in avanti», poi però in un’audizione alla Camera il 9 novembre si corregge e lo definisce «non all’ordine del giorno». In una recente intervista al Corriere è tornato a invocare la necessità di passare a maggioranza in molti ambiti; ma in tutta risposta FdI ha ribadito la posizione della premier. Un cambiamento significativo, perché allontana l’Italia (Paese fondatore) dal gruppo di Paesi che vogliono superare il meccanismo dell’unanimità per dare alla Ue più forza e rapidità d’azione, e la colloca su posizioni più vicine al campo sovranista.
Superare lo stallo
Sui fondi russi congelati in Belgio si decide il 18 dicembre. Sappiamo che Ungheria e Slovacchia sono contrarie ad un utilizzo in favore dell’Ucraina, ma il testo è costruito in modo
che alcune soluzioni (ma non tutte) permettano di evitare il veto. Si deve in ogni caso superare l’opposizione del Belgio, che detiene gli asset. Ma allora – aldilà delle soluzioni sul tavolo per i beni russi, che è anche una partita finanziaria – quali strumenti ci sono per una politica estera comune, per superare l’unanimità? Pronti già oggi?
1. La «passerella». Mai usata finora, ma prevista dal trattato di Lisbona. In casi limitati consente al Consiglio europeo di decidere a maggioranza, purché prima vi abbia acconsentito all’unanimità. Una scappatoia che permette ad uno o più Paesi di chiamarsi fuori senza bloccare gli altri.
2. L’astensione costruttiva. Fino a un terzo dei Paesi si astiene (e viene esentato dall’impegno), permettendo agli altri di agire.
3. Le cooperazioni rafforzate. Consentono a un gruppo di Paesi di portarsi avanti in alcuni settori, cooperando volontariamente tra loro. Se attuata, può essere un game changer
In prospettiva potrebbero permettere di costruire un primo, più stretto nucleo della difesa. Magari sul modello dei volenterosi per l’Ucraina. Che resta — è importante notarlo – un’iniziativa fra governi, dove un ruolo guida ce l’ha la Gran Bretagna (che è fuori dalla Ue) insieme a Francia, Germania e Polonia. Eppure, dopo la pubblicazione del documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale Usa che semplicemente liquida l’Europa o la battezza come l’avversario, in molti Paesi cresce il senso di urgenza, una maggiore volontà di autonomia strategica. In Germania, storica alleata degli Usa, si parla di «seconda svolta epocale», dopo il distacco dalla Russia.
Ci sono poi i precedenti storici. L’Europa ha sempre agito
allargando piccoli nuclei. Quando si è deciso di adottare l’euro, erano in 12 Paesi, oggi sono diventati 20. Sull’abolizione delle frontiere (Schengen) erano d’accordo in cinque, ora si è estesa a 29, ed è entrato anche chi sta fuori dalla Ue, ovvero Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera.
Ed è quello che si sta provando a fare con la difesa europea. L’Ucraina insegna: tenere il diritto di veto su tutta la politica estera permette a chi rema contro, e incassa fondi come da un bancomat, di fermare l’azione di tutti.
(da agenzie)

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“ALBERTO NON DIMENTICA MAI IL MIO COMPLEANNO, QUALCOSA NON STA FUNZIONANDO”: ARMANDA, LA MADRE DI ALBERTO TRENTINI, IL COOPERANTE ITALIANO DETENUTO DA TREDICI MESI IN VENEZUELA: “BISOGNA CAMBIARE STRATEGIA. QUESTI 13 MESI DI PRIGIONIA PER ALBERTO SONO STATI UNA CRUDELTÀ QUOTIDIANA. NOI GENITORI CI SENTIAMO SVUOTATI. VIVIAMO UN’AGONIA CHE NON SI PUÒ DESCRIVERE”

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

“LA PRIGIONIA DI ALBERTO DEVE INDIGNARE GLI ITALIANI, LE NOSTRE ISTITUZIONI E I COMUNI CITTADINI. GRIDERÒ FINCHÉ AVRÒ FIATO. NESSUNA ENERGIA PUÒ ESSERE RISPARMIATA PER RIAVERE ALBERTO A CASA

“Povero Alberto, si sarà illuso di poterci chiamare. Lui non dimentica mai la data del mio compleanno. Io ho atteso inutilmente quella telefonata perché avevo bisogno di sentire il timbro della sua voce e di capire come vive questa situazione così dolorosa e ingiusta”. Lo afferma, in un’intervista a La Repubblica, Armanda, la madre di Alberto Trentini, detenuto da tredici mesi in Venezuela.
“Secondo me – aggiunge – bisogna cambiare strategia: occorrerebbe designare una persona che sappia rapportarsi con Maduro e con i suoi collaboratori, perché se dopo 395 giorni di prigionia non ci sono risultati, qualcosa non sta funzionando. Sappiamo bene che i carcerieri di Alberto sono in Venezuela e non in Italia, ma occorre convincerli a restituirci nostro figlio”.
“Questi 13 mesi di prigionia – prosegue la madre di Trentini – per Alberto sono stati una crudeltà quotidiana, per lui e anche per noi. Mi fa male soltanto pensare che dolore e quanta delusione hanno segnato tutti questi mesi di prigionia e di isolamento. Sofferenze così forti minano il fisico e l’animo per sempre. Noi genitori ci sentiamo svuotati. Viviamo un’agonia che non si può descrivere”.
“La prigionia di Alberto – conclude – deve indignare gli italiani, le nostre istituzioni e i comuni cittadini, perché è costretto in carcere per così tanto tempo senza avere alcuna colpa. Spero che sempre più voci si uniscano alle nostre proteste. Io, se necessario, griderò finché avrò fiato. Nessuna energia può essere risparmiata per riavere Alberto a casa
(da agenzie)

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IL COMIZIO DELLA MELONI AD ATREJU? UNA OVERDOSE INCOMPRENSIBILE DI LIVORE E RABBIA CONTRO CHI NON LA PENSA COME LEI. UN VITTIMISMO RIDICOLO QUANDO A FARSENE BANDIERA È LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE GOVERNA DA OLTRE TRE ANNI. QUANDO INIZIERÀ MELONI A PRENDERSI LA RESPONSABILITÀ DELLA SITUAZIONE?

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

NELLE PREVISIONI ECONOMICHE UE LA CRESCITA 2025 DELL’UE SARÀ DEL +1,1%, QUELLA ITALIANA DI UN MISERO +0,4%, QUASI TUTTI I 27 CRESCERANNO PIÙ DI NOI… LA PRODUZIONE INDUSTRIALE È ZERO E I SALARI SONO I PIÙ BASSI D’EUROPA: MELONI HA PARLATO DEI ‘GRANDI GRUPPI FINANZIARI’ FAVORITI DALLA SINISTRA. MA SI DIMENTICA DI DIRE UNA SOLA PAROLA SULLA PIÙ GRANDE SCALATA BANCARIA ITALIANA DAL DOPOGUERRA AD OGGI, QUELLA DI MPS SU MEDIOBANCA/GENERALI, FAVORITA DAL SUO GOVERNO IN TUTTI I MODI (C’È UN’INCHIESTA APERTA SULLA LEGITTIMITÀ DI QUESTI MODI) IN STRETTA ALLEANZA E RACCORDO CON QUEI POTERI FORTI A LEI PROSSIMI

Ogni volta, seguendo questa Atreju di governo ci si stupisce per la quantità di rancore che la presidente del Consiglio insiste a spargere contro tutto e tutti: la sinistra, i poteri forti, le banche, Bruxelles, giù giù fino ai bersagli del momento, che siano i giudici di Garlasco o quelli che provano a tutelare i figli della
famigliola di svitati del bosco, Greta Thunberg, Francesca Albanese, Maurizio Landini, e, naturalmente, i giornalisti sgraditi come il nostro Michele Serra, colpevole di aver colto in maniera chirurgica il carattere «consociativo» di questa festa di partito alla quale in tanti hanno detto sì «per campare».
Eppure chi sta pro tempore a palazzo Chigi dovrebbe esprimere una visione in cui si possa riconoscere la maggior parte degli italiani, Su un punto tuttavia Serra si sbagliava, scrivendo di una «ammucchiata pacifica e paciosa», forse perché ancora non aveva ascoltato il comizio finale della premier, con quella overdose davvero incomprensibile di livore e rabbia contro chi non la pensa come lei.
Un vittimismo che sarebbe eccessivo persino sulla bocca della leader di un piccolo partito di minoranza, ma che diventa ridicolo quando a farsene bandiera è la presidente del Consiglio che governa da oltre tre anni, oltretutto alleata con Lega e Forza Italia che il Paese lo governavano anche prima con Draghi. Sono passati quasi cinque anni da quando non c’è una maggioranza di centrosinistra, per la precisione 4 anni e 10 mesi da che il governo giallo-rosso è caduto: quando inizierà Meloni a prendersi la responsabilità della situazione italiana?
Visto che siamo in tema Atreju, vediamolo questo paese di Fantàsia dipinto dalla presidente del Consiglio. È vero, lo spread è basso (visto che la Germania è ferma) ma nelle previsioni economiche europee la crescita 2025 dell’Ue sarà del +1,1%, quella italiana resterà inchiodata a un misero +0,4%, quasi tutti i Ventisette cresceranno più velocemente di noi.
È un Paese che ha ricominciato a correre quello in cui la
produzione industriale è zero e i salari sono i più bassi d’Europa? Meloni non ne parla, ma mettere la polvere sotto il tappeto non funziona e nei «mercati rionali», per citare le sue parole, se ne sono accorti. Non abbiamo imprese all’avanguardia sull’Intelligenza artificiale, il settore su cui si misura la competitività del futuro, e il governo sta facendo poco o nulla per porvi rimedio.
Secondo l’osservatorio del Politecnico di Milano, le aziende italiane sono agli ultimi posti in Europa per adozione dell’IA nei loro processi. Toc toc. Meloni ha attaccato il sindacato per un presunto silenzio su Stellantis, dicendo una bugia (basta una semplice ricerca nell’archivio di Repubblica), ma ha omesso di dire cosa abbia fatto lei, il suo governo, per contrastare la crisi del settore automotive, che in Italia appare più grave che altrove.
Si è anche dimenticata di citare l’ex Ilva, che sprofonda senza un piano industriale Ha parlato dei Benetton e dei «grandi gruppi finanziari» che sarebbero stati favoriti dalla sinistra. Ma si è dimenticata di pronunciare una sola parola sulla più grande scalata bancaria italiana dal dopoguerra ad oggi, quella di Mps su Mediobanca/Generali, favorita dal suo governo in tutti i modi (c’è un’inchiesta aperta sulla legittimità di questi modi) in stretta alleanza e raccordo con quei poteri forti a lei prossimi, politicamente e “geograficamente”.
(da Repubblica)

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MELONI GRAN CABARET! IL MOMENTO PIU’ ALTO DEL BAGAGLINO DI CASTRONERIE DELLA DUCETTA A ATREJU: “QUELLI DI SINISTRA SI PORTANO SFIGA DA SOLI COME CON LA CARTA DELLA PAGODA AL MERCANTE IN FIERA” (MANCO TOMAS MILIAN!)

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

UNA FRASE DEL GENERE COME LA TRADUCI A TRUMP O XI JINPING? AVVISO AI NAVIGATI: NEL MERCANTE IN FIERA, TRA LE CARTE “PORTA-SFIGA”, NON C’E’ SOLO LA PAGODA: C’E’ ANCHE IL LATTANTE

Giorgia Meloni estrae la ‘carta della pagoda’ nel suo intervento di chiusura a Atreju. La presidente del Consiglio, nel discorso di oggi 14 dicembre, in un passaggio fa riferimento ad una delle carte più note del gioco mercante in fiera e sfrutta le ‘qualità’ della pagoda, carta tradizionalmente ritenuta poco fortunata. “Ogni volta che a sinistra parlano male di qualcosa va benissimo. Cioè: parlano male di Atreju ed è l’edizione migliore di sempre; parlano male del governo, il governo sale nei sondaggi; hanno tentato di boicottare una casa editrice, è diventata famosissima. Insomma, si portano da soli una sfiga che manco quando capita la carta della pagoda al Mercante in fiera, visto che siamo in clima natalizio, allora grazie a tutti quelli che hanno fatto le macumbe”, dice la presidente del Consiglio.
Cos’è la carta della pagoda al Mercante in fiera
Ma perché proprio la pagoda? Il mercante in fiera, gioco che anima le tavolate di Natale nelle case degli italiani, ha regole consolidate da decenni: la distribuzione delle carte, le aste per aggiudicarsi quelle ancora disponibili, l’eliminazione di quelle ‘sfortunate’ e l’estrazione dei 5-6 premi finali. Tra le carte vincenti, narra la leggenda, la pagoda non c’è praticamente mai.
Tutte le carte in realtà sono equivalenti e la vincita dipende solo dall’estrazione casuale delle carte premiate alla fine della partita. Tuttavia, in molte tradizioni familiari e regionali italiane, alcune carte sono considerate “portasfortuna” o “portafortuna” per pura superstizione, senza basi nelle regole ufficiali.
Tutti o quasi si tengono alla larga dal lattante, il neonato in carrozzina. Accanto a lui, appunto, brilla per motivi sbagliati la celeberrima pagoda. E’ solo un luogo comune, un’innocua superstizione. Così come non ha fondamento la fama di ‘carta fortunata’ che accompagna, ad esempio, il moschettiere. Lui, dicunt, vince spesso e volentieri.
(da agenzie)

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UN PAESE SENZA VERGOGNA: MAZZETTE PER RILASCIARE LE SALME AL POLICLINICO DI PALERMO: “VEDERE LA MOGLIE? 50 EURO”

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

LE TANGENTI ANDAVANO DA 50 A 200 EURO, 15 RICHIESTE DI ARRESTO

Vedere la salma della propria consorte prima che sparisca nei meandri dell’obitorio sotto al Policlinico di Palermo costava 50 euro. Il prezzo, seguendo un preciso tariffario che quattro impiegati della struttura avevano definito, saliva fino a 100 euro per facilitare il lavoro alle pompe funebri e sbloccare faccende burocratiche più rapidamente.
La procura del capoluogo siciliano ha chiesto l’arresto di 15 persone, tra cui gli impiegati Salvatore Lo Bianco, Marcello Gargano, Antonio Di Donna e Giuseppe Anselmo e undici titolari e dipendenti di diverse agenzie funebri. Gli indagati sono
accusati a diverso titolo di associazione a delinquere, concussione e corruzione.
Il sistema delle mazzette
Quello che si era creato nell’obitorio del Policlinico era un vero e proprio giro di mazzette standardizzato, che veniva presentato come la regola anche alle pompe funebri che per la prima volta si mettevano in contatto con i dipendenti dell’ospedale. «Noi siamo abituati che tutti quelli delle ditte lasciano dei soldi… E li dobbiamo dividere», ha detto intercettato uno dei quattro inservienti dell’obitorio, che dietro a pagamenti in contanti «acceleravano e oliavano la definizione delle pratiche inerenti il rilascio delle salme o la materiale vestizione dei defunti». In alcuni casi si sarebbero fatti pagare pure 200 euro per l’espianto di un pacemaker.
La scoperta casuale e il «sistema» da 400 euro al mese
L’indagine sarebbe partita per un caso completamente fortuito e da lontano. La procura di Milano, mentre intercettava la telefonata di una pompa funebre lombarda per un caso separato, ha captato una frase di Francesco Trinca, imprenditore di una pompa siciliana: «Qui funziona così, sempre 100 euro gli si dà se si vuole fare», diceva quest’ultimo spiegando che ci fosse la necessità di pagare un sovrapprezzo da corrispondere agli impiegati della camera mortuaria per permettere il trasferimento da Palermo a Milano di un cittadino greco deceduto in Sicilia. Il sistema, ben rodato, fruttava un introito mensile non trascurabile ai dipendenti dell’ospedale: «Solo giugno, dal primo fino all’ultimo, ho messo da parte 400 euro», diceva uno di loro.
(da agenzie)

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IL COMITATO DI REDAZIONE DI “REPUBBLICA” REPLICA ALLA MELONI: “CONOSCIAMO I SUOI RAPPORTI CON IL COMPRATORE GRECO, INVECE CHE TUTELARE INTERESSI STRANIERI DI RICCHI IMPRENDITORI, PENSI A PROTEGGERE CHI VIVE DEL PROPRIO LAVORO”

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

“LA USCITA DI SCENA DI ELKANN DAL MONDO DELL’EDITORIA SIA ALMENO DIGNITOSA”

Invece di occuparsi di una crisi industriale che riguarda 1.300 lavoratrici e lavoratori e al contempo di fare la propria parte per salvaguardare il pluralismo dell’informazione, ieri dal palco della sua kermesse la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preferito sfoderare l’arma della più bassa propaganda politica per parlare di Gedi: attaccando un partito di opposizione, un sindacato e un articolo di Michele Serra su questo giornale che rappresenterebbe «una sinistra isolata e rabbiosa».
Anche stavolta le sue parole denotano scarsa attitudine istituzionale, visto che Meloni in teoria rappresenta tutti i cittadini di questo Paese e non solo i suoi elettori. In più sono completamente false rispetto a fantasiosi accordi tra l’attuale editore di Gedi su Stellantis e le interviste fatte dalle colleghe e dai colleghi nel corso degli anni a Maurizio Landini, segretario generale della Cgil.
Ci risulta piuttosto che Meloni coltivi ottimi rapporti sia con John Elkann che con il possibile acquirente di Gedi: se proprio ritiene di potersi rendere utile visto il ruolo che ricopre, e di cui spesso si dimentica, le suggeriamo di utilizzare la sua influenza per gestire questo delicato passaggio tutelando non gli interessi — per la gran parte esteri — di grandi e ricchi imprenditori, ma delle persone che qui vivono del proprio lavoro.
Lo sfregio di Meloni, casualmente, fa il paio con il video nel quale lo stesso Elkann annuncia il rifiuto a prendere in considerazione l’offerta ricevuta per l’acquisto della Juventus. «La Juve, la sua storia, i suoi valori, non sono in vendita», sono le sue parole. Concetti che non valgono per Repubblica, la Stampa e le altre testate del gruppo di cui ha gran fretta di disfarsi. Confidiamo che la sua uscita di scena dal mondo dell’editoria sia almeno dignitosa, nel rispetto delle garanzie occupazionali e di indipendenza che non solo le lavoratrici e i lavoratori ma anche il sottosegretario all’editoria Alberto Barachini gli hanno chiesto di mettere nero su bianco nelle clausole del contratto di compravendita in via di definizione.
Il Comitato di redazione di Repubblica

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CILE, VINCE LE PRESIDENZIALI IL SOVRANISTA KAST

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

FIGLIO DI UN NAZISTA, AMMIRATORE DI PINOCHET, TRUMPIANO E RAZZISTA

José Antonio Kast, candidato di ultradestra e noto sostenitore del regime di Augusto Pinochet, è il nuovo presidente del Cile.
Ha vinto con il 58,16% delle preferenze, contro il 41,84% ottenuto dalla sua sfidante e candidata della coalizione di sinistra Jeannette Jara.
Kast ha 59 anni e una lunga carriera alle spalle. Un risultato storico quello di oggi, sia perché per la prima volta dal ritorno alla democrazia, in Cile prende il potere un presidente di ultradestra, sia perché Kast ha ottenuto una percentuale di voti schiaccianti rispetto a Jara e, secondo i primi conteggi, è il presidente più votato nella storia del Paese.
“Vi rimangono 100 giorni per andarvene dal Cile”. Questa è la frase che nelle ultime settimane il candidato di ultradestra ha ripetuto giorno dopo giorno – in un inquietante conto alla rovescia – minacciando i 300.000 migranti irregolari che oggi si trovano in Cile. La minaccia ha spaventato migliaia di persone che si sono precipitate nel nord del Paese, scappando in Perù
attraverso la frontiera. La situazione è diventata così grave che il governo peruviano ha dovuto decretare lo Stato d’emergenza, mentre Kast continuava a minacciare i migranti assicurando loro che sarebbero stati espulsi quando avrebbe assunto come nuovo presidente del Cile a marzo.
Il candidato di ultradestra ha corso al ballottaggio finale contro Jeannette Jara, 51 anni, politica del Partito comunista ed ex Ministra del lavoro dell’attuale governo cileno, guidato dal progressista Gabriel Boric. Al momento di votare, nel seggio di Paine (nella zona sud della capitale), Kast ha dichiarato: “Oggi è il giorno dei cittadini, non della politica. È una grande giornata per il Cile e chi vince dovrà impegnarsi a governare per tutti i cittadini del Paese”.
Kast, proveniente da una famiglia tedesca arrivata in Cile dopo la seconda guerra mondiale e il cui padre faceva parte del partito nazista, ha un profilo che fa discutere.
Ha militato per molti anni nel partito di destra cileno UDI che ha lasciato nel 2016, per poi fondare nel 2019 il Partido Republicano, di cui è ancora oggi il leader.
Dopo essere stato eletto deputato, si è candidato alle presidenziali per la prima volta come indipendente nel 2017 e di nuovo nel 2021. Ma, se nel 2017 aveva ottenuto solo l’8%, nel 2021 aveva vinto il primo turno delle elezioni per poi perdere al ballottaggio finale contro il progressista Gabriel Boric, attuale presidente del Cile.
Durante le elezioni del 2021, erano stati molti i cittadini che al ballottaggio finale avevano scelto di votare Boric, spaventati dal fatto che – in caso di vittoria di Kast – ci sarebbero potuti essere
preoccupanti retrocessi in tema di diritti. In quella campagna il candidato era stato estremo, facendo dichiarazioni controverse riguardo ai diritti delle donne e della comunità LGBT, con frasi come “Se Augusto Pinoche fosse vivo, voterebbe per me”.
Per questo motivo, nella campagna attuale, Kast ha moderato i toni, cercando di ottenere anche i voti del centro. Ma il sostegno del candidato alla dittatura di Pinochet è noto e lo è anche per retaggio familiare. Uno dei suoi fratelli, Miguel, ha svolto un ruolo cruciale durante la dittatura: era un Chicago boy, è stato ministro e presidente della Banca centrale cilena e ha esercitato una grande influenza in campo economico e sociale.A queste elezioni sono stati chiamati a votare oltre 15 milioni di cittadini cileni e per la prima volta dal 2012, il voto è stato obbligatorio per le elezioni presidenziali. La giornata è stata concitata, con un allarme bomba in un seggio della città costiera di Valparaíso e con un messaggio inviato dalla compagnia energetica Lipigas agli usuari della sua applicazione, invitando a votare per Boric. L’invio del messaggio è stato massivo, in violazione alla legge cilena, e ha scatenato grosse polemiche nel Paese. Ai seggi, che si sono chiusi regolarmente alle 18, si sono registrate sin dalla mattina lunghe file; secondo i primi dati si dovrebbe confermare l’affluenza record registrata nel primo turno elettorale, lo scorso 16 novembre, in cui l’85% dei cittadini ha votato. Primo turno che era stato vinto dalla candidata di sinistra Jara, che aveva ottenuto il 26,9% delle preferenze, distanziandosi di pochi punti da Kast, che aveva ottenuto il 23,9%.
(da agenzie)

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TUTTE LE BUFALE DI MELONI AD ATREJU: CENTRI IN ALBANIA, TASSE AL CETO MEDIO, CONSENSO INFORMATO, MANOVRA, GIUSTIZIA, FAMIGLIA NEL BOSCO, GARLASCO

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

UN DISCORSO DI UN’ORA PIENO DI SLOGAN E FAKE NEWS INDEGNE: ECCO TUTTE LE BALLE RACCONTATE SENZA CONTRADDITTORIO

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiuso l’edizione di Atreju con un lunghissimo discorso, durato più di un’ora, in cui ha citato diversi temi utili alla propaganda del governo.
Un intervento infarcito di narrazioni distorte, fake news e slogan usurati urlati dal palco, come al solito senza un contraddittorio. Abbiamo messo insieme alcuni passaggi particolarmente critici del discorso, scandito da dati imprecisi o parziali.
L’evento di oggi è stato soprattutto l’occasione per evocare i tanti nemici del governo, come i giudici faziosi che ostacolano l’operato dell’esecutivo e impediscono il cammino delle riforme e delle misure previste dalla roadmap meloniana.
Se i centri in Albania non funzionano non è colpa dei giudici
Cominciamo con i centri in Albania, semi-vuoti non certo per il volere delle toghe rosse o di giudici politicizzati, ma perché l’impostazione di quel modello è contrario alle leggi italiane ed europee. Meloni ha detto di nuovo che quelle strutture per i migranti funzioneranno presto, dopo lo stop stabilito dai giudici. “I centri in Albania funzioneranno, solo che funzioneranno
grazie ai giudici con un anno e mezzo di ritardo. E lo dico anche perché chi dice che si configura un danno erariale, il tema c’è signori ma non è al governo che va mossa la contestazione visto che potevamo partire un anno e mezzo fa”.
Dunque Meloni ammette che potrebbe esserci un danno erariale, dopo la recente denuncia che è stata fatta anche da ActionAid: il protocollo Italia-Albania potrebbe quindi sfociare in un danno erariale al vaglio dei magistrati contabili, per l’ingente spreco di risorse pubbliche.
Stando ai dati raccolti da ActionAid, gli stanziamenti definitivi per l’allestimento dei centri ammontano a 73,5 milioni di euro. In generale, per l’avvio del protocollo la Difesa ha bandito gare per 82 milioni di euro e firmato contratti per oltre 74 milioni, di cui effettivamente erogati oltre 61 milioni. Più del doppio rispetto ai 31,2 milioni di euro inizialmente previsti per i lavori. Lavori per centri praticamente inutilizzati.
Ma la colpa non ricade naturalmente sui giudici, che si sono limitati ad applicare la legge, non convalidando il trattenimento dei migranti nel centro di Gjader, e smontando così quel modello.
Dal 2024 diverse pronunce hanno confermato la stessa interpretazione, fino ad arrivare alla sentenza della scorsa estate della Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha stabilito che “uno Stato membro non può includere nell’elenco dei Paesi di origine sicuri” un Paese che “non offra una protezione sufficiente a tutta la sua popolazione”.
Meloni ha già stabilito che i giudici hanno sbagliato sul caso Garlasco
I giudici sono stati citati più volte da Meloni nel suo discorso, anche per rilanciare il tema dell’imminente referendum sulla Giustizia. “Mi auguro che gli italiani confermino la riforma della Giustizia al referendum. Avanti con la storica riforma della giustizia”, ha detto chiudendo la manifestazione. “Votate per voi stessi e per il futuro della nazione. Votate perché non ci possa più essere una vergogna come quella di Garlasco”.
Ora, a prescindere dal fatto che non si capisce come il tema della separazione delle funzioni tra giudice e pm possa essere collegato alle indagini sul caso Garlasco e all’omicidio di Chiara Poggi, la presidente del Consiglio sembra aver emesso già la sua sentenza sul caso, stabilendo in pratica che c’è stato un errore giudiziario.
Dopo che nel 2015 è arrivata la condanna definitiva di Alberto Stasi – assolto in primo e secondo grado e poi condannato nel nuovo processo di appello del 2014 a 16 anni di carcere – la Procura di Pavia a marzo 2025 per la terza volta ha iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, amico del fratello della vittima e attualmente unico indagato per concorso nell’omicidio di Chiara Poggi con Stasi o con ignoti. Recentemente una perizia ha stabilito che sulle unghie della vittima sono state trovate tracce di dna compatibili con i familiari maschili della linea paterna di Sempio. Ma naturalmente non ci sono nuove verità sul caso, oltre a quella giudiziaria che si conosce fino ad ora, e Meloni non ha alcun elemento che possa sostenere la tesi dell’errore dei giudici o dell’innocenza di Stasi. Ad oggi, lo ricordiamo, non è iniziato alcun processo contro Sempio, e per quanto ne sappiamo, potrebbe anche non iniziare mai.
La famiglia al centro della retorica meloniana: Meloni come Salvini utilizza la storia dei bimbi nel bosco
Ma gli strali contro la giustizia italiana non sono finiti. Come aveva fatto poco prima Matteo Salvini su quello stesso palco, anche la premier ha voluto ricordare la vicenda della famiglia nel bosco, sempre in chiave anti giudici. Lo Stato che si vuole sostituire alle mamme e ai papà ha dimenticato i suoi limiti, come lo ha superato chi non si è fatto remore a difendere la decisione di mettere in comunità dei bambini che vivono con i propri genitori nella natura e poi però rimane in silenzio davanti alla vergogna di bambini che vivono nelle baraccopoli nei campi Rom, che vengono mandati a fare accattonaggio o a rubare. Sono banali principi di buon senso”, sono state le parole pronunciate da Meloni questa mattina.
Dunque Meloni dice che la decisione di spostare quei bambini in comunità, insieme alla loro madre che continua a vederli, è stata sproporzionata. Ma parla appunto di “buon senso”, non di diritto o di tutela dei minori. Della vicenda ci siamo occupati in diversi articoli, e chiaramente le cose sono un po’ più complesse di come le racconta la premier. Sappiamo infatti che la decisione del tribunale non è arrivata di punto in bianco, per il capriccio di un giudice. Dalle verifiche dei servizi sociali erano emerse condizioni sanitarie ed educative precarie, perché la famiglia viveva in un rudere, “fatiscente e privo di utenze”, sprovvisto di acqua corrente e di un bagno, munito solo di un gabinetto a secco collocato all’esterno. Inoltre, ed era questo il fatto più grave, nell’ordinanza del giudice che ha disposto l’affidamento ai Servizi sociali si parla di pericolo di “lesione del diritto alla vita di relazione”, sancito dall’articolo 2 della Costituzione. I bimbi non vanno a scuola, e l’homeschooling, cioè l’educazione a casa prevista nei casi in cui i minori non frequentano la scuola, pur essendo stata conforme alle norme (secondo quando affermato dal ministero dell’Istruzione) non sarebbe stato comunque efficace. Come ha raccontato la tutrice dei minori, Maria Luisa Palladino, i bambini della famiglia nel bosco, una bambina di 8 anni e due fratellini di 6, “non sanno leggere” e starebbero imparando ora l’alfabeto. “La bambina più grande, sotto dettatura, sa scrivere solo il suo nome”. Il caso non si è ancora chiuso, e il 16 dicembre, presso la Corte d’appello dell’Aquila, è in programma l’udienza per il ricorso contro l’ordinanza emessa dal tribunale dei minori. Meloni però anche in questo caso sembra aver tratto le sue conclusioni.
Meloni dice che spetta solo ai genitori l’educazione dei figli, ma dimentica le disuguaglianze
In generale la retorica di Giorgia Meloni tocca il concetto di famiglia nel suo complesso. La premier si dice contenta del provvedimento, approvato alla Camera, sul consenso informato obbligatorio che va richiesto alle famiglie per attività scolastiche che riguardano i temi della sessualità, alle medie e alle superiori. “I figli non sono dello Stato o dell’ideologia, ma delle mamme e dei papà”, ha tuonato con veemenza, dicendosi “orgogliosa che il nostro governo stia difendendo la libertà educativa e il ruolo dei genitori nell’educazione dei figli, per questo rivendico con orgoglio la norma sul consenso informato per l’educazione sessuale nelle scuole, perché una volta per tutte educare i figli su materie così delicate è compito dei genitori, lo Stato non può
sostituirsi alla famiglia, può sostenerla, può accompagnarla, ma niente di più”. In pratica Meloni sta dicendo che il compito di educare i figli non spetta alla scuola pubblica, ma alle famiglie. Come si assicurano però le stesse condizioni di partenza a tutti i ragazzi, se alla scuola non viene permesso di entrare nel processo educativo?
Il grosso limite del ddl Valditara sul consenso informato obbligatorio, lo abbiamo sottolineato più volte, è che rischia di aumentare le disuguaglianze tra gli studenti. Nel caso dell’educazione alla sessualità, che in Italia non è una materia obbligatoria ma solo extracurriculare, come si può assicurare a tutti i ragazzi l’accesso a una corretta informazione? Meloni insomma difende a priori il primato della famiglia, ma dimentica che non sempre i genitori dispongono di strumenti economici e culturali adeguati per formare i propri figli.
Meloni dice che la sinistra non ha condannato Albanese per il “monito” ai giornalisti, ma non è vero
Nel mirino della premier finiscono anche alcune figure che il governo considera un simbolo dell’opposizione di sinistra, personaggi noti, come Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, che è stata al centro delle polemiche per la frase pronunciata dopo il raid di un gruppo di ProPal a La Stampa lo scorso 28 novembre. Meloni, nel rinnovare la sua solidarietà ai giornalisti della Stampa per l’assalto alla loro redazione, ha ricordato “le parole vergognose di Francesca Albanese, la nuova eroina a cui il Pd sta regalando riconoscimenti mentre lei partecipa giuliva a incontri con leader di Hamas, che di questo episodio ha detto che sia di monito. E i paladini della libertà di stampa muti. A sinistra hanno problema serio con il concetto di libertà”.
In realtà gli esponenti dell’opposizione non sono rimasti in silenzio dopo le dichiarazioni di Albanese, e anche se Schlein e Conte non hanno citato esplicitamente quelle dichiarazioni problematiche, diversi parlamentari anche del Pd hanno preso le distanze dalle frasi della relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati. Il senatore dem Filippo Sensi, che ha detto di provare “orrore” per “le parole di Francesca Albanese sulla aggressione fascista alla redazione de La Stampa”. Oppure Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, secondo cui “Non c’è nessun monito in quell’aggressione”, perché “quella è violenza e ignoranza che dobbiamo respingere con forza”.
Anche da parte del partito di Matteo Renzi, tramite il deputato Davide Faraone, è arrivata una netta condanna: “Anche un fatto gravissimo come l’assalto alla sede della Stampa è stata trasformata da Francesca Albanese in una specie di esercizio di equilibrismo morale dove, alla fine, l’unica cosa che cade rovinosamente è il buonsenso”.
Per Meloni il governo sta aiutando il ceto medio, ma i numeri le danno torto
La presidente del Consiglio ad Atreju ha rivendicato ancora una volta l’attenzione al ceto medio, ricordando il taglio della seconda aliquota Irpef, contenuto in manovra. Ma i numeri contraddicono l’ennesima autocelebrazione. “Dicono che noi favoriamo i ricchi perché abbiamo tagliato di due punti l’Irpef ai redditi fino a cinquantamila euro l’anno, perché per loro chi guadagna 2500 euro lordi al mese e magari ci mantiene tre figli e ci paga il mutuo è ricco. Noi invece abbiamo un’altra idea di chi siano i ricchi in Italia: i gruppi di potere che gestivano le concessioni autostradali, quelli che monopolizzavano determinati settori industriali, i grandi gruppi finanziari. Sono tutte realtà nelle quali la sinistra al governo ha ampiamente garantito il suo favore. Non accettiamo lezioni da chi fa il comunista con il ceto medio e il turbocapitalista a favore dei potenti”.
Ma come è stato ampiamente dimostrato da diverse analisi, il taglio dell’Irpef per la seconda fascia, dal 35% al 33% fino a 50mila euro, produrrà un beneficio scarso per i redditi più bassi e piuttosto contenuto anche per quelli medio-alti. Per esempio chi ha un reddito da 30mila euro lordi l’anno, pari a circa 1700 netti al mese, si ritroverà solo 3 euro di taglio mensile alle tasse. E addirittura chi ha un reddito di 29mila euro avrà un beneficio annuo di 20 euro, cioè di 1,70 euro al mese. Una beffa.
Come ha messo in evidenza la Fondazione Nazionale dei Commercialisti, man mano che si sale nella fascia di reddito il vantaggio aumenta. La riduzione dell’aliquota dal 35 al 33% non produrrà un aumento per chi fa parte del primo gradino dello scaglione (fino a 28mila euro di reddito), mentre sopra questo scaglione il beneficio è comunque esiguo:
Redditi fino a 28mila euro: nessuna variazione, poiché restano nella prima fascia
Redditi tra 28mila e 50mila euro: beneficio medio da 20 a 440 euro l’anno.
Redditi tra 50mila e 200mila euro: risparmio massimo di circa 440 euro annuali, pari a 36,7 euro al mese.
(da Fanpage)

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