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A PROPOSITO DI DATORI DI LAVORO NON SOVRANISTI: TAYLOR SWIFT REGALA ALLO STAFF DEL SUO TOUR UB BINUS EXTRA DI 200 MILIONI DI DOLLARI; “UN MODO PER DIRVI GRAZIE, TUTTO E’ ANDATO BENE GRAZIE A VOI”

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

LA CANTANTE HA ELARGITO CIRCA 50.000 DOLLARI A TESTA… LA TROUPE IN LACRIME

Dopo aver riscritto i record della musica dal vivo (e non solo), Taylor Swift sceglie di condividere il successo con chi l’ha accompagnata in ogni tappa. Al termine dell’Eras Tour, la tournée durata 21 mesi che ha toccato 21 Paesi con 149 concerti e incassato circa 2 miliardi di dollari in biglietti venduti, la popstar ha distribuito oltre 197 milioni di dollari in bonus a tutto lo staff. Non è la prima volta che Taylor Swift dimostra attenzione verso chi lavora con lei dietro le quinte. Già nel 2023 aveva premiato gli autisti dei camion dell’Eras Tour con bonus superiori ai 100mila dollari ciascuno
A chi è stato dato il bonus
Un gesto che ha colto di sorpresa la troupe e che, secondo quanto raccontato, ha provocato commozione e lacrime. I bonus sono stati destinati a chiunque abbia lavorato al tour: dagli autisti dei camion agli addetti al catering, dai parrucchieri e truccatori ai fisioterapisti, fino ai tecnici video, ai carpentieri, ai tecnici degli strumenti, al team scenico e a chi si è occupato del merchandising. Nessuno escluso.
Il bigliettino dato al suo team
Il momento della sorpresa è documentato anche in una docuserie dedicata alla cantante. In una scena si vede Swift riunire il suo team e consegnare a ciascuno un bigliettino. «Tutti avete lo stesso messaggio sulle vostre auto, quindi speravo che poteste aprirlo insieme», dice la popstar. Poi aggiunge: «Questa parte del tour è stata più dura di qualsiasi cosa io abbia mai fatto dal vivo. Voi l’avete affrontata con entusiasmo, curiosità e una resistenza incredibile. Il tour è andato così bene grazie al duro lavoro di tutti noi».
Quanto ha dato a ciascuno
A leggere ad alta voce il messaggio è uno dei ballerini, Cam: «Carissimo Cam, abbiamo girato il mondo proprio come avevamo deciso di fare. Abbiamo incantato il pubblico, ma abbiamo anche sentito la mancanza delle nostre famiglie». E ancora: «La mia gratitudine non viene tutta da una banca, ma ecco XXX dollari solo per dirti grazie. Con affetto, Taylor». L’importo esatto del bonus non viene svelato e resta censurato, ma secondo i calcoli di alcuni media americani si aggirerebbe intorno ai 50mila dollari a persona.
(da Open)

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TRUMP APPLICA LA VECCHIA REGOLA BERLUSCONIANA: IL NEMICO SI COMPRA; È QUELLO CHE INTENDE FARE IL PRESIDENTE AMERICANO CON LA “CNN”

Dicembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

FARLA ACQUISTARE DALLA PARAMOUNT DEI SUOI AMICI LARRY E DAVID ELLISON CHE HA PROMESSO A “THE DONALD” DI SMEMBRARE IL CANALE TELEVISIVO CHE DA ANNI LO ATTACCA… PER CAPIRE COME OPERANO GLI ELLISON BASTA VEDERE LA CBS, ACQUISTATA DA LORO E FATTA A PEZZI. CENTO GIORNALISTI SONO STATI CACCIATI E SONO STATI ASSUNTI UN MUCCHIO DI CRONISTI FILO-CONSERVATORI

L’immensa libreria di contenuti, certo. Il servizio streaming HboMax (in arrivo in Italia il 13 gennaio), anche. Ma c’è un terzo oggetto del contendere nell’acquisizione di Warner Bros Discovery. Tre lettere: Cnn. Nell’accordo raggiunto tra la casa cinematografica di Burbank e Netflix non c’è. Insieme ad altri canali come Tnt, la cable news sarà inglobata in un’altra società chiamata Global Network, non compresa nel chiacchierato pacchetto di 82,7 miliardi di dollari.
Paramount, che era invece uscita sconfitta dalla guerra di offerte insieme al gigante Comcast, è tornata direttamente dagli azionisti Warner con 108,4 miliardi di dollari in contanti, per tutto il gruppo. Il punto è che vuole la Cnn, disperatamente. L’obiettivo è certamente quello di accomodare le volontà di Donald Trump,
che non a caso si è detto «scettico» sulla proposta di Netflix ed è molto vicino alla famiglia Ellison, cioè a David e Larry. Il primo è il proprietario di Paramount Skydance, il secondo è il padre, fondatore della big tech Oracle e imprenditore chiave nel consorzio per rilevare le azioni di TikTok negli Stati Uniti.
Le urla del tycoon
«La Cnn deve essere venduta», ha urlato il presidente americano. E in un incontro alla Casa Bianca, scrive il Wall Street Journal, David Ellison ha rassicurato il tycoon di voler apportare cambiamenti radicali all’emittente di Atlanta e alla sua programmazione, sempre che riesca a metterci sopra le mani.
Al tycoon questo scenario farebbe indubbiamente comodo, poiché negli anni la Cnn è stata tutto fuorché allineata al mondo trumpiano, perciò da lui spesso tacciata di essere «il braccio armato dei democratici» e «fake news». L’ennesima aperta ostilità all’informazione, come testimoniano le cause temerarie del presidente contro New York Times, Wall Street Journal e Abc.
Ma quali sono i cambiamenti che intende Ellison? In ciò sta facendo scuola di autoritarismo il caso della Cbs News, acquisita da Skydance quando si è fusa con Paramount a fine agosto di quest’anno. Nelle ultime settimane, la redazione è stata sconvolta: fuori cento giornalisti e politiche di diversità e inclusione, dentro la nuova direzione della giornalista filo-conservatrice e anti-woke Bari Weiss (ex editorialista del Nyt e fondatrice della newsletter destrorsa The Free Press, acquistata da Ellison per 150milioni di dollari).
Cambi di volto anche sul notiziario della sera: i due anchorman Maurice DuBois e John Dickerson – visti gli sviluppi – hanno lasciato il network. E nei giorni scorsi è arrivata la nomina del conduttore Tony Dokoupil, spostato dal tg della mattina alla prima serata, prendendo quella che fu la scrivania dello storico giornalista americano Walter Cronkite.
Contemporaneamente all’offerta ostile per Warner, Paramount ha poi imbastito una campagna dai toni altisonanti, cercando il favore degli azionisti e del pubblico per una sua presa del gruppo. Lo ha fatto lanciando il sito internet «Building a stronger Hollywood». Retorica spicciola dal retrogusto Maga, ma che gioca sull’idea che una loro presa degli studi di Burbank sarebbe a favore dei consumatori, e che avrebbe il via libera “facile” dal dipartimento di giustizia Usa.
E mentre una portavoce della Commissione europea ha chiarito a Domani che Netflix e Warner «non hanno ancora formalmente segnalato l’acquisizione alla Commissione», a Washington sono iniziate le visite a corte.
Sia gli Ellison che Ted Sarandos, co-Ceo di Netflix, si sono incontrati con Donald Trump. Il tycoon ha confermato di essere «coinvolto nella decisione», ma è riduttivo. Lui è invischiato in questo caso fino al collo, per amicizie e parentele. A coprire larga parte di quei 108 miliardi sono infatti diversi consorzi, tra questi ecco sbucare alcuni fondi sovrani mediorientali (Arabia Saudita, Abu Dhabi e Qatar) e Jared Kushner, il genero del presidente (quindi marito di Ivanka Trump).
Il quadro di influenze di questo Monopoli ora è un po’ più chiaro, ma non per questo meno preoccupante. E, a ben vedere, in questa lotta all’ultimo verdone non è veramente importante
chi vince. Lavoratori e analisti sono concordi nel dire che la situazione è rischiosa per l’intera industria dello spettacolo.
(da agenzie)

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“TRUMP STA PERDENDO IL SUO TOCCO MAGICO”, SE NE SONO ACCORTI ANCHE AL “WALL STREET JOURNAL”, QUOTIDIANO DI PROPRIETÀ DI RUPERT MURDOCH

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

“11 MESI DA PRESIDENTE GLI SONO STATI SUFFICIENTI PER DARE SUI NERVI A TUTTI, DELUDERE I PROPRI FAN E FAR INFURIARE I PROPRI NEMICI. TRUMP È UN RAZZO CHE NON SALE, MA VA GIÙ. TUTTI I SONDAGGI DICONO CHE È IN CALO, SOLO IL 31% DEGLI AMERICANI APPROVA LA SUA GESTIONE IN MERITO ALL’ECONOMIA, IN CALO RISPETTO AL 40% DI MARZO. LA SUA APPROVAZIONE IN MATERIA DI IMMIGRAZIONE AL 38%, IN CALO RISPETTO AL 49% DI POCHI MESI FA” – GLI AMERICANI NON GLI PERDONANO L’AUMENTO DELL’INFLAZIONE, CHE SVUOTA IL PORTAFOGLI DEI CITTADINI, E LO SCANDALO EPSTEIN CHE FA PRECIPITARE IL SUO CONSENSO

“Trump potrebbe stare perdendo il suo tocco magico”. Ad affermarlo è un editoriale del Wall Street Journal che si concentra sui suoi primi 11 mesi di secondo mandato: “è un razzo che non sale, ma va di lato o giù. Tutti i sondaggi dicono che è in calo”. Un sondaggio AP-NORC ha riferito che la sua approvazione in materia di economia e immigrazione è “diminuita sostanzialmente” dalla primavera, con il 31% degli americani che approva la sua gestione delle questioni economiche, in calo rispetto al 40% di marzo, e la sua approvazione in materia di immigrazione al 38%, in calo rispetto al 49%.
“Le recenti vittorie dei democratici nel New Jersey e in Virginia, e la corsa alla carica di sindaco di Miami di questa settimana, fanno sembrare il 2026 decisamente tinto di blu. In tutta onestà, 11 mesi da presidente sono sufficienti per dare sui nervi a tutti, deludere i propri fan e far infuriare i propri nemici. Ma lui è in difficoltà, circondato da sbalzi d’umore, sfide e segnali negativi”, si legge.
L’editoriale ripercorre i tumulti che progressivamente hanno affollato il primo anno di presidenza: il caso Epstein, le defezioni nel fronte Maga, la lotta all’immigrazione clandestina, l’inflazione, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la violenza verbale di Trump che i “sostenitori del presidente hanno sopportato per 10 anni” come ‘tassa’ “da pagare per avere qualcuno audace e duro”. “Ma il suo incitamento all’odio, in un’epoca di violenza politica, finirà per ferire qualcuno”, afferma l’editoriale.
“Chi circonda il presidente ritiene che il prossimo grande momento per lui arriverà a gennaio, con il discorso sullo stato dell’Unione, quando potrà azzerare la situazione con un grande discorso. Forse. Questi discorsi non hanno più il potere che avevano un tempo, ma ne conservano ancora un po’.
Potrebbe concentrarsi su cose a cui la gente pensa davvero: l’intelligenza artificiale, l’inflazione e come gli americani tra i 30 e i 40 anni possano organizzarsi per comprare una casa, avere un bambino e mantenere in piedi questa cosa ingombrante chiamata America”, conclude l’editoriale del Wsj.
(da agenzie)

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SONDAGGIO GHISLERI: IL 57,4% DI NOSTRI CONNAZIONALI, NELLA MIGLIORE TRADIZIONE DEI VILI, RITIENE CHE ZELENSKY DOVREBBE ACCETTARE UN ACCORDO DI PACE ANCHE CON LA CONCESSIONE DI TERRITORI ALLA RUSSIA

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

GLI ITALIANI SI SPACCANO SULL’UTILIZZO DEGLI ASSET CONGELATI DI MOSCA PER FINANZIARE E RICOSTRUIRE L’UCRAINA: IL 46% È D’ACCORDO. MA IL TEMA RACCOGLIE CONSENSI TRA GLI ELETTORI DELLA MAGGIORANZA IN MISURA PIÙ MODERATA RISPETTO ALLE OPPOSIZIONE

Un sondaggio realizzato da Only Numbers per la trasmissione Porta a Porta, rivela che il 46,1% degli italiani si mostra favorevole all’uso dei beni finanziari congelati della Russia sui territori europei per finanziare il riarmo e la ricostruzione dell’Ucraina. Si tratta di un progetto che raccoglie ampi consensi tra tutti gli elettorati, con alcune eccezioni significative.
Tra i sostenitori del Movimento 5 Stelle, ad esempio, i “favorevoli” si arrestano al 39,0%, mostrando invece una netta concentrazione di giudizi negativi nei confronti della proposta (47,5%). Stessa posizione critica è assunta da alcuni partiti più piccoli, come ad esempio Democrazia Sovrana e Popolare di Marco Rizzo (67,0%), e dal 40,5% dei cittadini che, da almeno un paio di tornate elettorali, non partecipano più alla chiamata al voto o si sentono “indecisi”.
Tra i partiti della maggioranza, il tema raccoglie – comunque – consensi, ma in misura più moderata (49,1%), a differenza delle opposizioni che si mostrano decisamente più favorevoli, con percentuali che sfiorano il 60.0%. Questo divario evidenzia una spaccatura politica e sociale che rende il tema dell’utilizzo dei beni congelati uno degli argomenti più controversi nel dibattito pubblico italiano ed europeo.
A questo quadro si aggiunge una preoccupazione diffusa tra gli italiani riguardo l’evoluzione dello scenario geopolitico
internazionale. In particolare, un italiano su due (51,1%) è convinto che un eventuale accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin, con il sostegno a latere della Cina – e magari dell’India -, escluderebbe totalmente l’Europa dal contesto geopolitico globale.
Anche su questa posizione emerge una certa sintonia da parte di tutti gli elettorati, addirittura con una certa assonanza di Alleanza Verdi e Sinistra (58,8%) con la Maggioranza (60,0%), ma con una certa freddezza tra le fila del Partito Democratico (42,6%) e -ancora una volta- del Movimento 5 Stelle (45,8%). È come se i partiti di governo si dimostrino più fiduciosi nell’avere ancora un margine di manovra importante con gli Usa, mentre le opposizioni sembrano confidare maggiormente –ad eccezione di Alleanza Verdi e Sinistra- nella democrazia del “vecchio continente”.
Questa visione si inserisce in un contesto più ampio di crescente incertezza riguardo al futuro ruolo dell’Europa nel panorama internazionale, e solleva interrogativi sulle scelte strategiche dell’Italia e dei suoi alleati.
A queste preoccupazioni si aggiunge una riflessione sulle scelte politiche in relazione all’Ucraina. Un numero significativo di italiani (57,4%) ritiene che Volodymyr Zelensky dovrebbe accettare un accordo di pace anche con la concessione di territori alla Russia. Tra i sostenitori di questa posizione, spiccano il 75,5% degli elettori della Lega di Matteo Salvini e il 64,0% degli elettori di Fratelli d’Italia, e il 54,4% dei sostenitori di Forza Italia. Più sorprendente è posizione del Movimento 5 Stelle (57.6%), che si avvicina – ancora una volta – con maggiore
convinzione a quelle della Lega e di Fratelli d’Italia. Questo scenario suggerisce una dinamica complessa, in cui l’Europa sembra trovarsi compressa tra le scelte atlantiche di Donald Trump da un lato e quelle asiatiche della Cina dall’altro. Un processo che rischia di escluderci dalle decisioni globali che dovrebbero invece vederci protagonisti, o quanto meno partecipi.
(da “la Stampa”)

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LA MANOVRA FA SBANDARE LA MAGGIORANZA; È STATA ANNULLATA LA SEDUTA DELLA COMMISSIONE BILANCIO DEL SENATO, CONVOCATA PER LE 23 DI STASERA

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

LA MISURA CHE BLOCCA I PAGAMENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE AI PROFESSIONISTI NON IN REGOLA CON IL FISCO PROVOCA IL MALCONTENTO DI FRATELLI D’ITALIA E DELLA LEGA, COSÌ COME I TAGLI ALLA RAI E ALLE TIVÙ LOCALI… MONTANO LE POLEMICHE IN MERITO ALLE TASSE SULLE CONSEGNE DALLA CINA, DESTINATE A SALIRE A CINQUE EURO A PACCO

Stallo sulla manovra. La seduta della commissione Bilancio del Senato, convocata per le 23 di stasera, sarà sconvocata. Secondo quanto si apprende, saltano anche gli incontri bilaterali con i gruppi parlamentari previsti nel pomeriggio. I lavori dovrebbero essere aggiornati a domani.
Nessun voto si è ancora tenuto dunque sulla legge di Bilancio, in prima lettura a Palazzo Madama e che deve essere approvata dal Parlamento entro la fine dell’anno. Tra le modifiche che ancora devono essere depositate, il pacchetto sugli enti locali e alcune novità sulla sicurezza sul lavoro. Attesa anche la riformulazione dell’emendamento sull’oro di Banca d’Italia.
Liti e ritardi frenano il cammino della manovra. Il Tesoro ha fatto un passo decisivo depositando un pacchetto di emendamenti nuovi e riformulandone altri, tuttavia su molte norme non c’è ancora accordo con la maggioranza. La misura che blocca i pagamenti della Pubblica amministrazione ai professionisti non in regola con il Fisco ha provocato il malcontento di Fratelli d’Italia e della Lega, così come i tagli alla Rai e alle tivù locali.
Anche la messa a punto dell’iperammortamento per le imprese, l’incentivo per gli investimenti sui beni strumentali che diventerà triennale (fino al 30 settembre 2028), sconta qualche intoppo legato all’attuazione con il ministero di Adolfo Urso che non ha trovato la quadra con il Mef.
Sempre per quel che riguarda la maxi deduzione per le aziende, è possibile che salti la maggiorazione prevista per gli investimenti green. La normativa attuale, infatti, stabilisce una deduzione tra il 50% e il 180%, in base al valore degli investimenti, che cresce tra il 90% e il 220% per gli impianti di produzione di energia rinnovabile e sistemi di stoccaggio.
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, ieri sul palco di Atreju, non si sbilancia: «Abbiamo lavorato insieme per far in modo che l’iperammortamento fosse triennale, speriamo rimanga così, credo che questa sia la via per dare una visione a lungo termine a chi fa investimenti».
Le altre questioni che hanno alzato la tensione dentro la maggioranza sono nate nelle ultime 48 ore, a causa delle proposte di modifica del governo che riducono di 20 milioni i fondi delle tivù locali e di 30 milioni le entrate della Rai nel triennio. E poi c’è tutta la partita degli autonomi. Ma andiamo con ordine.
La relazione tecnica sul provvedimento delle reti locali chiarisce che l’incremento complessivo del Fondo per il pluralismo è ottenuto a vantaggio esclusivo del comparto della carta stampata, mentre le piccole emittenti televisive subiscono un taglio strutturale. Pure in questo caso il ministero di Urso si contrappone al Mef e giudica «intollerabile» l’intervento. La Lega chiede la retromarcia: «Il sostegno pubblico all’editoria è necessario ma non a scapito dei presidi informativi sul territorio». E Fdi ha presentato una modifica che cancella i tagli a tivù locali e Rai.
Sui professionisti è muro contro muro. La modifica portata in commissione Bilancio dal Mef stabilisce il blocco di qualsiasi emolumento della Pubblica amministrazione verso lavoratori autonomi in debito con il fisco. La stretta si applica a tutti i compensi a carico dello Stato, senza limiti di importo. Gli avvocati vedono profili di incostituzionalità e minacciano ricorso qualora l’emendamento venga approvato.
Intanto, montano le polemiche sulle tasse sui pacchi. Come ha scritto questo giornale, l’imposta sulle consegne dalla Cina è destinata a salire a cinque euro. Il contributo di due euro sui pacchetti di valore inferiore a 150 euro, deciso dal governo con un emendamento in legge di Bilancio, potrebbe sommarsi al dazio di tre euro fissato dall’Ecofin per la merce extra Ue che entra in Europa. Il timore delle associazioni dei consumatori è che il sovrapprezzo venga scaricato sugli utenti che acquistano prodotti online.
A proposito dei lingotti di via Nazionale, chiusa la partita con la Bce, si attende la formalizzazione del provvedimento. Il riferimento sull’oro che appartiene al popolo italiano ci sarà, ma accompagnato dalla rassicurazione che le riserve restano in capo a Palazzo Koch, in conformità alle regole dei Trattati europei.
Tra i nodi da sciogliere c’è l’aumento dell’uso del contante da 5 mila a 10 mila euro con il pagamento di un bollo di 500 euro per chi ne beneficia. L’esecutivo ci sta ragionando. Oggi in Senato nuove misure in arrivo, difficile però che si cominci a votare nella notte
(da agenzie9

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“SE I QUOTIDIANI ITALIANI RIMANGONO IN MANI ITALIANE, È MEGLIO” : ANTONIO TAJANI SI FA PORTAVOCE DI PIER SILVIO BERLUSCONI, CHE VEDE NEL GRECO THEO KYRIAKOU UN COMPETITOR PERICOLOSO (ALFIERE DI QUEL CAPITALISMO DI STAMPO LIBERISTA, PER NULLA “LIBERAL”)

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

LA TRATTATIVA DI ELKANN PER LA VENDITA DEL GRUPPO GEDI STA SCOMBUSSOLANDO IL GOVERNO: LEGA E FRATELLI D’ITALIA SONO BEN CONTENTI DI SISTEMARE PER LE FESTE I “COMUNISTI” DI REPUBBLICA E STAMPA

«Se i quotidiani italiani rimangono in mani italiane, è meglio». Antonio Tajani, interpellato sulla vendita del gruppo Gedi ai greci di Antenna, lo dice senza giri di parole. Pur precisando di credere «nel libero mercato, che alla fine decide». Il dibattito sulla cessione del gruppo editoriale controllato da Exor, di cui fanno parte La Stampa e La Repubblica, arriva ai vertici del governo.
«Meglio se restano italiane, per la libertà di informazione e per l’interesse nazionale – dice il ministro degli Esteri -. Speriamo che le cose volgano al meglio e si possano preservare i posti di lavoro e l’indipendenza dei giornali».
Un appello che l’altro vicepremier, Matteo Salvini, non sembra volere fare suo: «Siamo un Paese libero. Quindi, ognuno è libero di fare impresa e di comprare giornali, aziende, fabbriche, negozi e radio – spiega il ministro dei Trasporti -. Mi interessa sicuramente la tutela occupazionale, però mi sembra surreale che ora occorra decidere chi compra La Stampa o La Repubblica».
Parole che suonano come un via libera all’acquisizione da parte del gruppo greco di Theo Kyriakou. E che vengono criticate dal leader di Avs Angelo Bonelli: «Salvini banalizza, non si tratta di “decidere chi compra un giornale”, ma di difendere il pluralismo dell’informazione e la qualità della nostra democrazia – avverte -. L’editoria non è una fabbrica qualsiasi: è un presidio democratico».
Tra gli esponenti di governo interviene anche Guido Crosetto, che la prende da un’altra prospettiva: «Quando un editore non ha più voglia, è meglio che vada via – dice il ministro della Difesa al nostro giornale – ma il passaggio di proprietà deve avvenire con tutte le garanzie necessarie».
(da agenzie)

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ZAIA REFERENTE PER IL NORD? SALVINI GLISSA: “L’ORGANIZZAZIONE DEL PARTITO NON INTERESSA AI CITTADINI” . L’IRRITAZIONE DEL LEADER CHE CONGELA IL DOSSIER CHE HA SPACCATO IL CARROCCIO

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

L’INIZIATIVA E’ PARTITA DALLA LEGA LOMBARDA E HA TROVATO L’APPOGGIO DEL GOVERNATORE ATTILIO FONTANA, ENTRATO NEL MIRINO DI PARTE DELLA LEGA PER AVER ACCUSATO ALTRI COMPAGNI DI PARTITO DI “PREFERIRE L’AMATRICIANA” E AVER DIMENTICATO LE BATTAGLIE PER IL NORD … I FEDELISSIMI DI SALVINI HANNO RESPINTO L’INIZIATIVA PARTITA DA BRESCIA, MA IL SEGRETARIO LOMBARDO ROMEO RILANCIA

Matteo Salvini ha scelto la strada del disinnesco. “Di organizzazione interna del partito abbiamo modo di parlare, abbiamo sedi per parlarne, ma non penso che sia la priorità per i cittadini”, ha tagliato corto a Milano il leader del Carroccio, congelando il dossier sulla nomina di Luca Zaia come referente del partito per le regioni del Nord. La proposta era partita da Brescia e in pochi giorni è diventata un test politico per tutta la Lega. Ma è in Lombardia che si è prodotto il vero attrito.
L’iniziativa, costruita con una raccolta firme “dal basso”, è arrivata fino a via Bellerio dopo aver raccolto consensi in diverse sezioni, dalla Lombardia al Piemonte e al Veneto. Gli stessi sponsor hanno cercato di spegnere subito l’idea di una resa dei conti interna: “Non è un’iniziativa contro Salvini”, ha ripetuto Michele Maggi, segretario cittadino della Lega a Brescia, sostenendo che se l’obiettivo fosse stato mettere in discussione la segreteria federale la richiesta sarebbe stata un’altra. Il punto, nella loro lettura, è riportare al centro la “questione settentrionale” e dare rappresentanza politica a un Nord che teme di contare meno dentro il partito.
Il tema è entrato ufficialmente nel perimetro lombardo anche perché ha trovato l’appoggio del governatore Attilio Fontana, entrato nel mirino di parte della Lega per aver accusato altri
compagni di partito di preferire l’amatriciana. Un assist che ha reso più difficile liquidare tutto come folklore di sezione. Nel direttivo regionale della Lega giovedì sera è emersa la spaccatura tra i fedelissimi di Matteo Salvini e i segretari provinciali di Brescia e Bergamo. I più vicini al leader – in particolare Luca Toccalini e Silvia Sardone – hanno respinto con decisione l’iniziativa partita da Brescia, contestandone sia il metodo sia il merito.
Ai promotori è stato imputato di aver aggirato le procedure interne e di aver dato corpo a una proposta che, seppure indirettamente, finirebbe per mettere in discussione la leadership di Matteo Salvini.
A rilanciare la proposta di affidare a Luca Zaia un ruolo di riferimento per le Regioni settentrionali sono stati quindi i segretari provinciali di Brescia, Roberta Sisti, e di Bergamo, Fabrizio Sala, che hanno sottolineato la necessità di una figura capace di rappresentare stabilmente le istanze dei territori dentro il partito. Le critiche più nette sono però arrivate dal segretario lombardo Massimiliano Romeo, che non ha nascosto l’irritazione verso l’atteggiamento di alcune figure considerate troppo allineate al leader.
Sullo sfondo resta il malcontento che serpeggia ai piani alti della Lega lombarda per l’intesa che ha garantito al partito la conferma alla guida del Veneto, a fronte – secondo una lettura diffusa al di là delle smentite ufficiali – della rinuncia al Pirellone. “E’ emersa – ha alla fine sintetizzato Romeo – una grande attenzione per le istanze della base soprattutto in relazione alla proposta di un modello organizzativo (Csu/Cdu)
che dia rappresentanza al Nord e che vada a rafforzare il movimento e la segreteria, come già proposto nella mia relazione del congresso della Lega Lombarda del 15 dicembre scorso”.
(da agenzie)

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LA DIREZIONE DISTRETTUALE ANTIMAFIA HA CHIESTO IL PROCESSO PER CORRUZIONE PER IL PRESIDENTE DELLA REGIONE MOLISE ROBERTI (FORZA ITALIA) E ALTRI 43 IMPUTATI

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

COINVOLTA ANCHE LA MOGLIE ELVIRA GASBARRO E DUE SOCIETA’ OPERANTI NEL SETTORE DEI RIFIUTI

Mazzette smaterializzate ovvero l’ipotizzata corruzione in cambio di vantaggi o assunzioni. La Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso ha chiesto il rinvio a giudizio per il presidente della Regione Molise, Francesco Roberti, e per altre 43 persone coinvolte nell’inchiesta denominata ‘Memory’, che ipotizza appunto un sistema di corruzione e traffico illecito di rifiuti con collegamenti alla criminalità organizzata pugliese, ma senza scambio di denaro.
Il procedimento sarà aperto con l’udienza preliminare fissata per il 22 gennaio. L’inchiesta della Dda coinvolge, oltre a Roberti, la moglie del governatore, Elvira Gasbarro, e due società operanti nel settore dei rifiuti.
Secondo la Procura, Roberti, all’epoca dei fatti sindaco di Termoli e poi presidente della Provincia di Campobasso tra il 2019 e il 2023, avrebbe favorito l’azienda Energia Pulita Srl nell’ottenimento di autorizzazioni e affidamenti pubblici in cambio di vantaggi personali, tra cui l’assunzione della moglie e l’affidamento di lavori a imprese considerate compiacenti. Nelle carte dell’inchiesta, gli inquirenti parlano di “mazzette smaterializzate”.
Roberti, esponente di Forza Italia, guida la Regione Molise da due anni e mezzo. Nei mesi scorsi aveva chiesto di essere ascoltato dai magistrati, presentandosi a maggio per depositare una memoria difensiva di 200 pagine.
La posizione di Roberti, pur rientrando nel filone della presunta corruzione, resta distinta da quella degli altri soggetti coinvolti nei reati di stampo mafioso, che comprendono associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsione, riciclaggio e smaltimento illecito di rifiuti.
Gli indagati includono esponenti della criminalità foggiana, imprenditori, tecnici, professionisti e funzionari pubblici. L’inchiesta si concentra sul periodo in cui Roberti ricopriva incarichi politici locali, ovvero il suo ruolo di sindaco di Termoli e presidente della provincia di Campobasso. Le contestazioni infatti riguardano il periodo tra il 2020 e il 2023, gli anni in cui Roberti ha ricoperto questi incarichi, ed era membro del consiglio generale della Cosib, consorzio di cui fa parte anche una società coinvolta nelle indagini, Energia Pulita srl. Quindi l’accusa non si estende agli altri filoni di indagine riguardanti estorsioni, droga e traffico di rifiuti.
(da agenzie)

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LA STRAGE DI BAMBINI A GAZA: DOPO RAHAF, ALTRI DUE PICCOLI MORTI DI FREDDO

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

IN UN CAMPO DI SFOLLATI LA BIMBA E’ MORTA ASSIDERATA… IL GELO HA UCCISO ANCHE ALTRI DUE PICCOLI: MA QUANTO E’ BUONO E CIVILE ISRAELE…

Tutto l’inferno di un popolo è nel corpo gelido di Rahaf Abu Jazar, 8 mesi, morta ieri per assideramento fra le braccia impotenti della madre, mentre l’inverno si rovesciava in forma di
tempesta sul deserto di macerie di Gaza. «Pioveva, faceva molto freddo e avevo ben poco per tenerla al caldo. L’ho nutrita e messa a dormire. L’ho avvolta meglio che potevo, ma non è bastato. Sono stata presa dal panico tutta la notte. Poi all’improvviso, ho trovato la mia bambina immobile, morta», ha raccontato la madre, una fra le migliaia di profughi costretti a vivere nelle tendopoli di Khan Yunis, nel sud della Striscia.
La Protezione civile ha riferito di aver ricevuto in poche ore più di 2.500 richieste di aiuto. Sulle pagine social con cui i gazawi cercano di sopravvivere al precoce oblio del mondo sfilano i video della battaglia con la pioggia, il vento, la marea inarrestabile del fango. Gli uomini armati di pale e zappe raspano il fondo di quella che ormai è una palude limacciosa su cui poggiano come palafitte le tende trapassate dal diluvio, lavoro utile solo a scacciare per un poco impotenza e disperazione, a scaldare le ossa sotto gli indumenti inzuppati dal turbinio universale.
«Non c’è una tenda che sia scampata all’alluvione. Le condizioni sono terribili. Nel campo ci sono persone anziane, malati», racconta Ahmad Abu Taha, un altro profugo di Khan Yunis. Secondo l’Onu sono almeno 850mila i gazawi costretti a vivere nelle tende di 761 campi profughi.
Una tragedia annunciata
Con largo anticipo i media israeliani hanno preparato la popolazione all’ira funesta di Byron, la tempesta di freddo, vento, e grandine. Le nuvole corvine e i rossi fulmini delle carte meteorologiche si arrestavano tuttavia ad Ashkelon, l’ultima città al confine con Gaza, il cui cielo è restato privo di simboli.
Da settimane migliaia di tende attendono di poter varcare il confine, i pali che le reggono sono considerati da Israele minacciosi utensili soggetti al “doppio impiego”.
Il Consiglio norvegese per i rifugiati denuncia che le Nazioni Unite e le altre istituzioni coinvolte negli aiuti umanitari hanno potuto introdurre dall’inizio della tregua a oggi solo 15.600 tende, capaci di ospitare appena 88mila individui. Il sistema idrico devastato dai bombardamenti non è in grado di drenare l’enorme e improvvisa massa d’acqua, fra le strade e campi cosparsi di pattume scorrono i liquami, si moltiplicano le infezioni, soprattutto fra i bambini.
Sorge lo spettro del colera
A Gaza City il sindaco Yahya al-Sarraj ha denunciato l’allagamento di molti rifugi, ordinato la chiusura delle strade più pericolose. Tre palazzi sono collassati accartocciandosi sull’asfalto, il cemento ritorto minato dall’erosione insistente della pioggia. Tutto si ferma sotto la bufera. Ogni movimento può farsi malattia, ogni malattia dramma nella Striscia dove oltre il 60% delle strutture sanitarie non ha ancora ripreso a funzionare. «È straziante parlare con i genitori e i bambini. Le restrizioni impediscono qualsiasi ricostruzione e il ritorno a una parvenza di normalità per i più piccoli, come una casa e l’accesso all’istruzione formale. I servizi di protezione e supporto psicosociale non sono raggiungibili per bambini privi di indumenti di base. Un genitore mi ha detto che non può comprare scarpe ai propri figli. Un altro bambino mi ha raccontato che passa la notte sveglio al freddo perché le sue lenzuola e coperte sono fradicie dopo che la tenda si è allagata»,
racconta “Shurouq”, operatrice di Save the Children a Gaza.
Gli altri casi
Un altro neonato è morto stamattina per il freddo nel campo di al-Shati. Per assideramento ha perso la vita anche Hadeel al-Masri, 9 anni, in un rifugio per sfollati a ovest di Gaza.
(da agenzie)

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