Destra di Popolo.net

L’ITALIA È IL GRIMALDELLO DI TRUMP PER SPACCARE L’EUROPA: LA CASA BIANCA FINGE DI SMENTIRE LA VERSIONE ALLARGATA DELLA STRATEGIA USA PER LA SICUREZZA NAZIONALE, IN CUI SI PARLA CHIARAMENTE DI “LAVORARE DI PIÙ CON ITALIA, AUSTRIA, UNGHERIA E POLONIA PER ALLONTANARLI DALL’UE”. MA IL PIANO È PROVATO DAI FATTI

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

LA MELONI È INSERITA A PIENO TITOLO NELL’INTERNAZIONALE SOVRANISTA: È OSPITE QUASI FISSO ALLA CONFERENZA CPAC…PATRIOTI? NO SERVI DI INTERESSI STRANIERI

Prima che la Strategia Usa per la sicurezza nazionale venisse pubblicata dalla Casa Bianca — secondo il sito Defense One — ne circolava internamente una versione più lunga, che proponeva che gli Stati Uniti puntassero su alcuni Paesi per «rendere l’Europa di nuovo grande»: Paesi dove i governi sono ideologicamente allineati con quello americano come Austria, Ungheria, Italia e Polonia, con cui «lavorare di più… con l’obiettivo di allontanarli» dall’Ue, scrive il sito che afferma di aver visionato il testo.
«E dovremmo appoggiare partiti, movimenti, figure intellettuali e culturali che puntano alla sovranità e alla preservazione-restaurazione di modi di vita europei tradizionali… restando pro-americani».
Defense One aggiunge che il testo propone di creare un nuovo raggruppamento di Paesi, chiamato C5 (Core 5) con i 5 Paesi «chiave» Usa, Cina, Russia, Giappone e India, svincolato dalle regole del G7 e senza la Ue.
La Casa Bianca nega: «Non esiste altra versione alternativa, privata o classificata» della Strategia, ha detto ieri la vice-portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. «Il presidente Trump è trasparente, ha messo la firma su una Strategia di sicurezza nazionale che dà chiare indicazioni al governo Usa… altre cosiddette “versioni” vengono fatte uscire da persone lontane dal presidente».
Il dipartimento di Stato ha confermato comunque di apprezzare la politica dell’Italia sull’immigrazione, sottolineando la preoccupazione per quella dell’Ue in un briefing con i giornalisti dopo l’invio di un cablo alle ambasciate e ai consolati Usa in Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda, in cui si chiede loro di raccogliere dati sui crimini e gli abusi dei diritti umani legati ai migranti poiché «le migrazioni di massa sono una minaccia esistenziale alla civiltà occidentale e minano la stabilità degli alleati-chiave» (temi in linea con la Strategia Usa).
II 24 novembre, a una domanda del Corriere , un portavoce del dipartimento di Stato ha risposto che «ci sono un paio di governi in Europa che hanno avuto il coraggio di contrastare la narrazione prevalente, le bugie sull’apertura radicale dei confini e la premier Meloni è una di essi, con il premier Orbán e alcuni amici in Polonia».
Pochi giorni fa Matt Schlapp, presidente della Conservative Political Action Conference, la lobby trumpiana più potente degli Stati Uniti, ci aveva detto che vorrebbe organizzare una conferenza in Italia per promuovere l’agenda sovranista. Fonti vicine al governo hanno lasciato intendere di non essere interessate, ma lui ha risposto così a Repubblica: «We will get it done», lo faremo.
(da “Corriere della Sera”)

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LA CUCINA ITALIANA E’ PATRIMONIO DELL’UNESCO, PECCATO CHE GLI ITALIANI NON POSSANO PIU’ PERMETTERSELA

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

MENTRE MELONI CELEBRA IL RICONOSCIMENTO CHE “ONORA LA NOSTRA IDENTITA’” (QUALE?), GLI ITALIANI FANNO I CONTI CON IL CAROVITA ALIMENTARE… ORMAI IL MADE IN ITALY SE LO POSSONO PERMETTERE SOLO GLI STRANIERI

Mentre il Titanic affondava, l’orchestrina suonava valzer e inni religiosi per calmare le persone. Allo stesso modo, mentre in Italia sempre più persone devono fare i conti con l’aumento dei prezzi degli alimenti e dei ristoranti, il governo celebra il riconoscimento che l’Unesco ha assegnato alla cucina italiana, che da oggi è “patrimonio dell’umanità”.
“Siamo i primi al mondo ad ottenere questo riconoscimento che onora quello che siamo, che onora la nostra identità. – si gonfia il petto Giorgia Meloni – Perché per noi italiani la cucina non è solo cibo, non è solo un insieme di ricette”. Bene, bravi, bis. Ma ci sarebbe anche da dire, già che ci siamo, che per gli italiani la cucina sarebbe comunque soprattutto cibo, cibo che scarseggia sempre di più sulle nostre tavole. O che comunque costa sempre più caro.
Ce lo dice l’Istat, quando racconta che nel 2024 gli italiani hanno mantenuto invariata la spesa per i consumi, tagliando tuttavia quella per alimentari e bevande, a causa del sensibile aumento dei prezzi, pari a circa il 2,5%. Un dato, questo, che si somma a quello degli anni precedenti e che, nel giro di quattro anni appena, ha portato a un aumento dei prezzi alimentari di circa 25
punti percentuali, quasi otto punti percentuali in più rispetto all’inflazione generale.
Le cose non vanno meglio quando si mangia fuori casa, peraltro. Un’indagine di Altroconsumo dello scorso anno, infatti, ci racconta che oggi per mangiare in pizzeria spendiamo in media il 16% in più rispetto all’estate 2021.
Ecco: forse per onorare al meglio la nostra identità servirebbe potersela permettere la cucina italiana. Magari facendo qualcosa affinché gli stipendi si adeguino al crescente costo della vita, ad esempio.
Altrimenti, come ormai accade sempre più spesso, il made in Italy finisce per essere un bene di lusso che gli italiani non si possono più permettere. Vale per i vestiti, per le località turistiche, per le case in città sempre più in mano al mercati degli affitti brevi, e ora pure per una pizza.
Insomma, l’Italia è diventata il patrimonio del resto dell’umanità, quella più ricca di noi.
Triste nemesi, per il governo dei patrioti.
(da Fanpage)

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LE RAGAZZE DEL NAPOLI WOMEN OGGETTO DI INSULTI SESSISTI DOPO UNA PARTITA CON UNA SELEZIONE UNDER 14 MASCHILE: “TORNATE A FARE LE BALLERINE, PU**ANE”

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

UNA FECCIA DI 13ENNI SFIGATI CHE NEANCHE LO SPORT RENDE UMANI… E BASTA CON LE TEORIE SOCIOLOGICHE, CALCI SI’ MA NEL CULO E MAI PIU’ SU UN CAMPO DI PALLONE

Dopo la partita tra la squadra femminile Napoli Women Under 17 e la selezione maschile Under 14/15 del Don Guanella di Scampia, alcuni giovanissimi calciatori del Don Guanella, tutti appena 13enni, hanno pubblicato sui social una serie di insulti sessisti contro le ragazze. Dai commenti offensivi come «tornate a fare le ballerine» fino a espressioni volgari come «le avete prese, pu**ane» e «vogliamo i reggiseni», il linguaggio usato ha scatenato indignazione per la gravità delle offese e per l’età dei
protagonisti. Le immagini diffuse sui social dai ragazzi hanno fatto il giro delle chat dei familiari che hanno denunciato l’accaduto. Sul caso è intervenuto il deputato di Avs, Francesco Emilio Borrelli, che ha parlato di «degrado morale»: «Questi messaggi, di cui i ragazzi si sono persino vantati sui social, non sono goliardia, ma manifestazioni di un sessismo inaccettabile che non possiamo permettere venga tollerato».
La lettera aperta della squadra femminile
Il Napoli Women ha pubblicato una lettera aperta per condannare l’accaduto e offrire una risposta costruttiva. «Le nostre ragazze – minorenni, atlete, figlie, studentesse – sono state oggetto di insulti sessisti e omofobi che nulla hanno a che fare con lo sport. Frasi volgari, allusioni esplicite, commenti sul corpo femminile e versi che imitavano atti sessuali. Parole pesanti, violente, che non dovrebbero mai essere pronunciate da un adulto, figuriamoci da ragazzi così giovani», si legge nella missiva. L’associazione denuncia che «nessuna ragazza dovrebbe mai sentirsi umiliata per il semplice fatto di essere donna» e che il calcio deve essere un luogo sicuro e inclusivo. La società invita la squadra, i tecnici e i ragazzi coinvolti a partecipare a una giornata formativa presso un centro antiviolenza e antidiscriminazione, per riflettere sul rispetto, sulla parità di genere e sull’uso delle parole. «Non per punire, non per umiliare, ma per offrire un’occasione vera di consapevolezza», conclude il Napoli Women.
(da agenzie)

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LA “SOLUZIONE COREANA” PER LA GUERRA IN UCRAINA: COSA SIGNIFICA E CHI LA PROPONE

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

NEL PACCHETTO NEGOZIALE DI KIEV C’E’ UNA ZONA DEMILITARIZZATA LUNGO LA LINEA DEL CESSATE IL FUOCO, MONITORATA DA UNA FORZA DI INTERPOSIZIONE, MENTRE L’ENTRATA NELLA UE ARRIVEREBBE NEL 2027… IL PIANO DI RICOSTRUZIONE ECONOMICA E’ UN AFFARE PER GLI STATI UNITI E UN FAVORE ALLA RUSSIA

Una soluzione coreana per la crisi ucraina. Nel pacchetto negoziale su cui discutono Stati Uniti e Russia ci sono tre documenti: il piano di pace, le garanzie di sicurezza e la ricostruzione economica.
I punti sono in totale sette e tra questi c’è quello di una zona demilitarizzata che dovrebbe essere creata lungo l’intera linea del cessate il fuoco, dal Donetsk alle regioni di Zaporizhzhia e Cherson, e monitorata come quella tra le due Coree.
Resta però l’ostacolo principale, quello su cui le posizioni sembrano irremovibili. Ovvero la cessione della parte di Donetsk ancora in mani ucraine, che Vladimir Putin pretende a tutti i costi.
La soluzione coreana per l’Ucraina
Il piano è stato raccontato dal Washington Post. Quello della soluzione coreana è un termine geopolitico che fa riferimento alla Guerra di Corea (1950-1953). L’armistizio tra Sud e Nord prevedeva una linea di demarcazione permanente lungo il 38esimo parallelo che divide in due la penisola.
La nascita della Zona Demilitarizzata (DMZ) in Ucraina implica il congelamento del conflitto lungo le attuali linee del fronte. E la divisione del paese in due blocchi, con la parte occidentale legata all’Europa e quella orientale lasciata alla Russia. L’Ucraina riceverebbe garanzie di sicurezza da potenze occidentali, ma non l’adesione completa alla NATO. E questa soluzione richiede la disponibilità di forze di interposizione. Che potrebbero essere statunitensi, europee o Onu.
L’adesione all’Ue
In questa prospettiva l’Ucraina entrerebbe nell’Unione Europea già nel 2027. Superando l’opposizione dell’Ungheria. L’ingresso contribuirebbe alla ripresa del commercio e degli investimenti e costringerebbe Kiev a riforme contro la corruzione. Sarebbe una vittoria perché «questa guerra riguarda la questione se l’Ucraina possa diventare un Paese europeo».
Mentre in questo impegno si parla anche di garanzie di sicurezza «tipo-Articolo 5». Che secondo gli ucraini dovrebbero essere divise in due parti. Con un patto firmato da Donald Trump e ratificato dal congresso Usa. E un altro con gli europei.
L’esercito
Un altro punto di discussione è l’esercito. Il piano iniziale in 28 punti parlava di 600 mila soldati. Quello di 19 lo aveva rivisto a 800 mila. Kiev rifiuta l’idea che un numero massimo venga definito nella Costituzione, come richiesto da Mosca. La Russia
vuole che l’Ucraina rinunci al 25% del Donetsk che ancora controlla. Gli inviati di Trump sostengono che Kiev perderà quei territori nei prossimi sei mesi. Altri, come il generale David Petraeus, non ci credono. Infine, la ricostruzione. L’amministrazione Trump vede i 200 miliardi di dollari in asset russi congelati in Europa come fonte di investimenti. E indica di usarne 100. Insieme arriverebbero gli investimenti europei. Secondo il motto di Trump «fate gli affari, non fate la guerra».
Gli affari
Il Wall Street Journal rivela anche alcuni retroscena del contenzioso tra Usa e Ue. Dopo la soluzione coreana per l’Ucraina l’amministrazione Trump nelle ultime settimane ha consegnato agli europei una serie di documenti, ognuno di una sola pagina in cui espone la propria visione per la ricostruzione dell’Ucraina e il reinserimento della Russia nell’economia globale. Le proposte hanno scatenato una dura battaglia al tavolo dei negoziati tra Washington e i suoi tradizionali alleati europei. L’esito potrebbe modificare profondamente la mappa economica del continente.
Il piano statunitense è stato illustrato in appendici agli attuali progetti di pace, non pubblici, ma descritti al Wall Street Journal da funzionari americani ed europei. I documenti dettagliano piani per far sì che le società finanziarie statunitensi e altre imprese possano utilizzare circa 200 miliardi di dollari di asset russi congelati per progetti in Ucraina — incluso un enorme nuovo centro dati alimentato da una centrale nucleare attualmente occupata dalle truppe russe, quella di Zaporizhzhia.
Le terre rare e il petrolio
Un’altra appendice presenta la visione generale americana per reintegrare l’economia russa, con investimenti delle aziende statunitensi in settori strategici, dall’estrazione di terre rare alla perforazione di petrolio nell’Artico, contribuendo a ristabilire i flussi energetici russi verso l’Europa occidentale e il resto del mondo. Alcuni funzionari europei che hanno visto i documenti hanno detto di non essere sicuri se prendere sul serio alcune delle proposte statunitensi.
Un funzionario le ha paragonate alla visione di Trump di costruire uno sviluppo in stile Riviera a Gaza. Un altro, riferendosi agli accordi energetici proposti tra Usa e Russia, ha detto che si tratta di una versione economica della conferenza del 1945, in cui i vincitori della Seconda Guerra Mondiale si divisero l’Europa: «È come Yalta», ha detto.
Il gas russo
L’Europa, che dal 2022 cerca di ridurre la propria dipendenza dal gas russo per indebolire le risorse del Cremlino e diminuire la propria vulnerabilità verso un rivale strategico, è riluttante a riprendere gli acquisti di energia da un Paese che considera la sua più grande minaccia alla sicurezza. I funzionari europei vogliono utilizzare gli stessi fondi russi congelati — detenuti nelle istituzioni europee — per concedere un prestito al governo ucraino, ormai a corto di liquidità, così che possa acquistare le armi necessarie per difendersi e continuare a operare mentre le casse si svuotano.
E temono che l’approccio statunitense dia alla Russia la pausa necessaria per rilanciare la propria economia e rafforzarsi militarmente. Una nuova valutazione di un’agenzia di intelligence occidentale ha rilevato che la Russia è tecnicamente in recessione da sei mesi. E che le difficoltà di gestire
un’economia di guerra mentre tenta di controllare i prezzi rappresentano un rischio sistemico per il settore bancario.
I capitali privati
Washington, invece, prevede di coinvolgere dirigenti di Wall Street e miliardari del private equity per investire il denaro e aumentare la quantità disponibile. Un funzionario ha dichiarato che il fondo potrebbe arrivare a 800 miliardi di dollari sotto gestione americana.
(da Open)

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MODELLO ORBAN, SILENZIARE LA STAMPA D’OPPOSIZIONE, L’EVENTUALE ACQUISTO DI “REPUBBLICA” DA PARTE DEL GRECO KYRIAKOU PIACE A GIORGIA MELONI: NELLE INTERLOCUZIONI TRA L’EDITORE ELLENICO E QUALCHE ESPONENTE DI GOVERNO, E’ EMERSA QUALE SAREBBE LA NUOVA LINEA EDITORIALE DEL QUOTIDIANO. I MODELLI SONO “LE MONDE” E “EL PAÌS”

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

KYRIAKOU VUOLE UN GIORNALE INTERNAZIONALE, MA “ORDINATO”. TRADOTTO: SGUARDO SULLE QUESTIONI GLOBALI, MENO SULLE BEGHE INTERNE (E DUNQUE MENO ROTTURE DI COJONI PER IL GOVERNO)

Meloni “loda” Kyriakou, l’editore che punta al giornale Kyriakou viene ritenuto da Gedi un editore affidabile, le sue ambizioni concrete e reali perché rispetta le richieste di indipendenza e pluralità. L’annuncio della possibile cessione non arriverà prima della festa dei cinquant’anni, il 14 gennaio 2026.
Al momento di ufficiale c’è una trattativa, in esclusiva, con Kyriakou, scaduta il 30 novembre e riprorogata. Quello che non è mai stato scritto è che Kyriakou si è mosso da editore puro. Ha informato il governo. Ha cercato un’interlocuzione con Palazzo Chigi, e l’avrebbe avuta, per spiegare il suo piano, gli investimenti. Chi è Kyriakou? Viene da una famiglia di editori, il solo figlio che si occupa di media. E’ un editore che non ama gli spifferi, neppure la formula “fonti”.
Intende investire sul gruppo Gedi, in particolare sulle radio, perché è convinto che sia un business redditizio. E’ dell’opinione che sia necessario possedere più piattaforme: radio, quotidiani. Nel suo progetto italiano manca solo una rete televisiva e non si esclude possa essere uno dei prossimi obiettivi. In Italia ha come riferimento Urbano Cairo.
Quando si è iniziato a parlare di veti e golden power, Kyriakou ha scelto di muoversi istituzionalmente.Si parla (e con verifiche) di contatti fra l’editore ed esponenti di primo piano del governo, sottosegretari. Sarebbero state conversazioni franche. L’investimento ha spiegato Kyriakou è interamente del gruppo, non ci sono fondi stranieri. Il governo non si è dichiarato ostile. “Kyriakou investe solo se gradito al paese dove investe altrimenti si sarebbe già dileguato”.
Nelle interlocuzioni fra l’editore e i rappresentanti istituzionali sarebbero state formulate domande sulla linea editoriale. Kyriakou avrebbe risposto che non si snatura un giornale ma che servono quotidiani ordinati. I suoi modelli sarebbero il Monde e il Paìs. Vuole un giornale internazionale che si trasformi nel portale italiano del mondo, con la versione in lingua inglese. La sua comunicazione è stata affidata all’agenzia Comin & Partners. Kyriakou ha già rilevato altri media risanandoli (Bulgaria, Inghilterra).
In Italia punterebbe solo su un quotidiano, Repubblica. I giornalisti di Repubblica, in assemblea, hanno sollevato dubbi.
(da agenzie)

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VENDITA DI “REPUBBLICA” AL GRECO KYRIAKOU, ELLY SCHLEIN ATTACCA JOHN ELKANN: “DOPO ANNI DI SCELTE FINANZIARIE CHE HANNO PROGRESSIVAMENTE INDEBOLITO L’AZIENDA, SI ARRIVA OGGI ALLA CESSIONE A UN SOGGETTO STRANIERO CHE NON OFFRE GARANZIE SU OCCUPAZIONE, PROSPETTIVE FUTURE, QUALITÀ E PLURALISMO DELL’INFORMAZION

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

AVS E M5S: “A RISCHIO IL PLURALISMO” – IL SOTTOSEGRETARIO ALL’EDITORIA ALBERTO BARACHINI CONVOCA I VERTICI DI GEDI E I CDR

“Le informazioni che circolano sulla vendita del gruppo Gedi sono allarmanti. Dopo anni di scelte finanziarie che hanno progressivamente indebolito l’azienda, si arriva oggi alla cessione a un soggetto straniero che non offre garanzie su occupazione, prospettive future, qualità e pluralismo dell’informazione. Siamo estremamente preoccupati dai rischi di indebolimento o addirittura di smantellamento di un presidio fondamentale della democrazia”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein. “Per questo siamo al fianco dei giornalisti e sosterremo ogni iniziativa volta a mantenere alta l’attenzione e ottenere chiarimenti”, aggiunge.
“La vendita de La Repubblica, La Stampa, Huffington, delle radio e dei siti web connessi all’armatore greco Kyriakou è un fatto che desta profonda preoccupazione anche per la qualità della nostra democrazia. L’operazione riguarda una trattativa tra l’erede del gruppo Gedi, John Elkann, e la società ellenica “Antenna Group”, controllata da Theodore Kyriakou, azionista principale e presidente del gruppo. Chi è Theodore Kyriakou?
Laureato negli Stati Uniti, amico del presidente Trump, con una sua foto sulla scrivania. Kyriakou può contare inoltre su un solido partner in affari: il principe saudita Mohammed bin Salman Al Saud, che tre anni fa ha investito 225 milioni di euro per acquistare il 30% di “Antenna Group”.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, all’inizio di quest’anno, ha guidato una visita di Stato in Arabia Saudita, conclusa con una dichiarazione che auspicava una nuova fase di cooperazione e sviluppo dei rapporti tra Italia e il regno del principe ereditario. Perché scrivo questo? Perché se la vendita dovesse avere questo esito, si aprirebbe un problema serio che riguarda i livelli occupazionali e, allo stesso tempo, la qualità della nostra democrazia. La concentrazione dell’informazione radiotelevisiva, della stampa e del web sarebbe infatti praticamente schierata sulle posizioni del governo e della sua presidente. Demolire uno strumento d’informazione che, fin dalla sua nascita, ha rappresentato un punto di riferimento culturale per i cittadini che si riconoscono nei valori progressisti sarebbe un fatto gravissimo, che dovrebbe destare un allarme immediato e che rischia di confermare una normalizzazione a destra degli spazi dell’informazione nel nostro Paese. Penso che chi ha a cuore la qualità della nostra democrazia non possa assistere passivamente a quanto sta accadendo”. Così in una nota Angelo Bonelli, parlamentare AVS e co-portavoce di Europa Verde.
“La preoccupazione principale nella vendita degli asset editoriali del gruppo Gedi riguarda chi ogni giorno lavora nelle redazioni, nelle radio e nei servizi digitali. Sono loro ad aver mantenuto vivi giornali e progetti editoriali, e oggi rischiano di subire le conseguenze di operazioni finanziarie decise dall’alto.
Servono garanzie concrete e immediate e il governo non può chiamarsi fuori, anche alla luce dei retroscena che chiamano in causa Giorgia Meloni e i suoi “abboccamenti” con l’editore Kyriakou. La nostra vicinanza va a tutti coloro che, con ruoli diversi, permettono ogni giorno la produzione di notizie e contenuti culturali. Al Paese serve un sistema editoriale solido, autonomo e capace di guardare al futuro, non un terreno di scambio tra investitori e gruppi economici”. Così gli esponenti M5S in commissione cultura.
(da agenzie)

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A MODENA I SENZA TETTO VANNO A DORMIRE NEI LOCULI DEL CIMITERO

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

LA CITTA’ HA LA PIU’ ALTA CRESCITA DEI CANONI MEDI DI AFFITTO

Per ripararsi dal freddo delle notti modenesi hanno trovato riparo nei loculi vuoti del cimitero di San Cataldo. La storia la racconta e la documenta la Gazzetta di Modena. Nella zona monumentale
del cimitero, infatti, ci sono alcuni loculi vuoti a livello terra. E qui alcune persone che non hanno una casa hanno allestito dei giacigli di fortuna con coperte, cuscini e addirittura materassi.
Un’inchiesta del Sunia e della Cgil ha rilevato come Modena sia la città con la più alta crescita dei canoni medi delle stanze in affitto in un anno.
Sono passati in media da 385 a 506 euro, con un incremento del 31%. Sono stimabili in 4-5 mila le stanze in affitto, Il 67% dei canoni riferiti a stanze sono oltre i 400 euro. Tra questi il 40% oltre ai 500 euro, con punte di 900 euro per camere con bagno privato.
(da Open)

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VENDITA “LA REPUBBLICA”: MELONI “LODA” KRYAKOU, L’EDITORE GRECO PRONTO A RILEVARE IL QUOTIDIANO

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

I PIANI E GLI INCONTRI… CHI E’ E COSA VUOL FARE L’EDITORE

Vuole acquistare La Repubblica, è gradito a Giorgia Meloni, conosce Donald Trump e Tony Blair. L’editore greco Theo Kyriakou, pronto a rilevare il gruppo Gedi, è apprezzato, lodato, dalla presidente del Consiglio. L’operazione non è ostile al governo. Meloni e Kyriakou hanno avuto modo di parlarsi, piacersi. Non significa nulla, può significare tutto. Il 26 settembre, l’editore greco, a capo del gruppo Antenna Group, ha annunciato ad Atene un partenariato con l’Atlantic Council. All’evento hanno partecipato il primo ministro greco Mitsotakis, il vice primo ministro del Regno Unito, Lammy oltre al ministro di stato del Qatar. Durante la conferenza Meloni si è videocollegata e ha “lodato la leadership di Kryiakou”. Lo stima. Tra i presenti c’era anche il nuovo ambasciatore americano ad Atene, Kimberly Guilfoyle. Lo riporta il quotidiano greco Tovima.com. Il gruppo Gedi sta trattando in esclusiva con Kyriakou e ha già rifiutato l’offerta di Leonardo Maria Del Vecchio.
Il cdr di Repubblica è stato informato da Gedi della trattativa che prosegue. Il comitato di redazione, ieri, si è riunito e ha proposto, tra le forme di protesta, un appello a Sergio Mattarella o una controfesta in occasione dei cinquant’anni del giornale. L’intenzione, dichiarata, del gruppo Gedi, dell’azionista di Exor, è chiara. Si predilige la via “greca”. Repubblikas.
Kyriakou viene ritenuto da Gedi un editore affidabile, le sue ambizioni concrete e reali perché rispetta le richieste di indipendenza e pluralità. L’operazione per alcuni viene data per chiusa, per altri è alle battute finali, per tutti, l’annuncio della possibile cessione non arriverà prima della festa dei cinquant’anni, il 14 gennaio 2026. Al momento di ufficiale c’è una trattativa, in esclusiva, con Kyriakou, scaduta il 30 novembre e riprorogata. Quello che non è mai stato scritto è che Kyriakou si è mosso da editore puro. Ha informato il governo. Ha cercato un’interlocuzione con Palazzo Chigi, e l’avrebbe avuta, per spiegare il suo piano, gli investimenti. Chi è Kyriakou? Viene da una famiglia di editori, è il figlio che si occupa solo di media. E’ un editore che non ama gli spifferi, neppure la formula “fonti”. Intende investire sul gruppo Gedi, in particolare sulle radio, perché è convinto che sia un business redditizio. E’ dell’opinione che sia necessario possedere più piattaforme: radio, quotidiani. Nel suo progetto italiano manca solo una rete televisiva e non si esclude possa essere uno dei prossimi obiettivi. In Italia ha come riferimento, come esempio da seguire, Urbano Cairo. Quando la trattativa per l’acquisto di Gedi è stata resa nota e si è iniziato a parlare di veti e golden power, Kyriakou ha scelto di muoversi istituzionalmente. Non si può usare la formula “fonti”, che all’editore greco non piace, e non si può usare neppure “chi è vicino al dossier”. Si usa dunque la formula, all’italiana: si parla. Si parla (e con verifiche) di contatti fra l’editore ed esponenti di primo piano del governo, sottosegretari. Sarebbero state conversazioni franche. L’investimento ha spiegato Kyriakou è interamente del gruppo, non ci sono fondi stranieri. Il governo non si è dichiarato ostile.
Si virgolettano parole di chi lavora e conosce la trattativa: “Kyriakou investe solo se gradito al paese dove investe altrimenti si sarebbe già dileguato”. Nelle interlocuzioni fra l’editore e i rappresentanti istituzionali sarebbero state formulate domande sulla linea editoriale. Kyriakou avrebbe risposto che non si snatura un giornale ma che servono quotidiani ordinati. I suoi modelli di sarebbero Le Monde e El Paìs. Vuole un giornale internazionale che si trasformi nel portale italiano nel mondo, con la versione in lingua inglese. La sua comunicazione, parca, è stata affidata all’agenzia Comin & Partners. Kyriakou ha già rilevato altri media risanandoli (Bulgaria, Inghilterra). In Italia punterebbe solo su un quotidiano, Repubblica. Gedi possiede anche La Stampa. I giornalisti di Repubblica, in assemblea, hanno sollevato dubbi. Parte della redazione preferirebbe la
proposta di Del Vecchio, rigettata da Gedi, perché sarebbe rispettata “l’italianità”. Oltre al gradimento del governo, Kyriakou ha il gradimento di Exor. Si vuole cedere un asset ma con “responsabilità”, come già fatto con Iveco rilevata da Tata. Kyriakou per Exor rispetta il parametro della responsabilità. Del Vecchio si sarebbe mosso tardi. Nel mondo sconquassato di Trump cambiano frontiere e mutano i media. Paramount è contesa da Warner e Netflix e Trump sogna, attraverso Paramount, di stravolgere la Cnn. In Italia un editore che rispetta i patti di non divulgazione sta provando ad acquistare un giornale che la sinistra non ha saputo difendere, maltrattato da chi lo ha ereditato, impoverito da chi voleva farne il Corriere e non è riuscito a farne neppure la mezza Repubblica di Ezio Mauro. Le firme sono state nascoste, l’allegria è nelle pagine del meteo, la polemica si fa nelle rubriche, le feritoie del pensiero laterale. L’unica che aveva capito come sarebbe andata a finire una Repubblica è stata Meloni. Kalispera, Repubblikas.
(da agenzie)

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REPUBBLICA E LA STAMPA IN VENDITA, LA TRATTATIVA CON IL GRUPPO GRECO METTE IN AGITAZIONE I GIORNALISTI

Dicembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

DOMANI UN INCONTRO TRA I COMITATI DI REDAZIONE CON I VERTICI DI GEDI

La trattativa tra Gedi e il gruppo greco AntennaUno, guidato dall’armatore Theodore Kyriakou, scatena l’agitazione dei giornalisti. La Stampa oggi non è andata in edicola e il sito non è stato aggiornato fino alle 7 di questa mattina, giovedì 11 dicembre, a causa di un’assemblea permanente organizzata dai giornalisti. L’editore Exor, proprietario di Gedi dal 2019, ha annunciato l’intenzione di cedere tutte le attività del gruppo, comprendenti tra l’altro La Repubblica, La Stampa, il si
HuffPost e le radio Deejay e Capital. Le trattative sono in corso con il gruppo AntennaUno di Theodore Kyriakou, già noto nel settore dei media nei Paesi balcanici e con alcuni legami con l’Arabia Saudita. AntennaUno, a quanto trapela, è molto interessata alle radio del gruppo Gedi e al quotidiano La Repubblica, ma non sarebbe interessanta a La Stampa. Il quotidiano torinese dovrebbe quindi finire nelle mani di un altro compratore, che John Elkann starebbe cercando per chiudere l’operazione nel modo più rapido possibile
I collegamenti con bin Salman
Theodore Kyriakou può fare affidamento su un partner d’affari consolidato, il principe saudita Mohammed bin Salman, che tre anni fa ha investito 225 milioni di euro per acquistare il 30% di Antenna Group. Mohammed bin Salman è lo stesso principe ritenuto dalla Cia il mandante dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso nel 2018 all’interno del consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul. Anche per questi precedenti, le voci su un accordo tra John Elkann e il gruppo editoriale in questione, fa discutere.
Giornalisti in agitazione
Il Comitato di redazione (l’organo che difende i diritti dei giornalisti) de La Stampa è in agitazione e ha motivato l’astensione dal lavoro denunciando l’assenza di garanzie: «Non è stata data alcuna garanzia sul futuro della testata, sui livelli occupazionali, sulla solidità del potenziale compratore e sulle attività comuni del gruppo», si legge nel comunicato. «”A tutti coloro che conoscono e apprezzano il modo in cui La Stampa fa giornalismo, e anche a tutti coloro che hanno provato a colpire questo giornale, si può rispondere con chiarezza: La Stampa
continuerà a informare i suoi lettori come ha sempre fatto con rigore, serietà e indipendenza”, diceva John Elkann meno di due settimane fa. Al contrario dell’editore, noi crediamo ancora in queste parole», chiosa il Cdr del quotidiano torinese. Domani è previsto un incontro tra i Comitati di Redazione de La Stampa, di Repubblica e della Sentinella con i vertici di Gedi.
(da agenzie)

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