Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
IL FREDDO INCONTRO CON MACRON E LA TELEFONATA DALLA QUALE EMERGE L’APERTURA POLITICA A LE PEN: “AUSPICO UN PERCORSO DI RICOSTRUZIONE DELLA DESTRA SENZA ESCLUSIONI E SENZA ANATEMI” (MAGARI PUO’ SERVIRE LA GRAZIA, NON SI SA MAI…)
Alla vigilia dell’importante voto parlamentare di stasera, e della tournée nelle librerie di Francia che Nicolas Sarkozy comincia domani a Parigi, il Diario di un prigioniero, scritto in carcere dal presidente emerito, diventa un elemento importante della politica francese.
Le condanne giudiziarie e i 20 giorni passati in prigione riportano paradossalmente nel cuore della destra l’uomo che ne era uscito nove anni fa, quando venne seccamente eliminato alle primarie.
Nel libro di 230 pagine scritto «con una penna Bic su un tavolino di compensato» ed edito da Fayard, casa editrice del gruppo Bolloré, il numero di matricola 320535 racconta la sua vita nel carcere della Santé, i pasti a base di «latticini, barrette di cereali, acqua minerale, succo di mela e qualche dolcetto» e la riscoperta della fede: «Mi sono inginocchiato, e sono rimasto così per lunghi minuti, per avere la forza di portare la croce di questa ingiustizia. E se la preghiera fosse la via per resistere? Decisi di percorrerla tutte le volte che fosse stato necessario».
Il presidente emerito riferisce poi del freddo incontro con Emmanuel Macron quattro giorni prima di entrare in prigione. «Il presidente aveva appena realizzato che sarei andato in carcere quattro giorni dopo. Mi è sembrato sinceramente turbato, persino scioccato da questa prospettiva.
Ha reagito con un’energia impressionante, che mi ha fatto piacere ma che mi è sembrata anche troppo tardiva e soprattutto confusa. La sua preoccupazione riguardava soprattutto la mia sicurezza. Era ora! Mi ha richiamato il giorno dopo per dirmi che dovevo cambiare istituto. Gli ho risposto che non avrei accettato
alcun trattamento di favore, qualsiasi cambiamento avrebbe provocato polemiche».
In carcere Sarkozy rimane colpito da un universo senza colori: «Il grigio dominava tutto, divorava tutto, ricopriva tutte le superfici». Dalla cella non vede fuori, «avrei dato molto per poter guardare dalla finestra, per il piacere di vedere passare le auto». È la moglie Carla Bruni a dargli allora notizie sul tempo. È preoccupata che dimagrisca troppo, e non è l’unica. Una delle dottoresse della prigione va a trovarlo per pesarlo: «Un’ossessione, forse non volevano rimettere in libertà un uomo troppo indebolito».
Ma al di là del racconto personale, ci sono poi passaggi importanti dal punto di vista politico
Sarkozy dice di avere apprezzato la solidarietà ricevuta da Marine Le Pen , gli chiede se «si unirà al fronte repubblicano», cioè al tradizionale cordone sanitario anti-Le Pen. «La mia risposta è stata inequivocabile: “No, e lo rivendicherò in pubblico”».
Poi Sarkozy auspica un «percorso di ricostruzione della destra senza esclusioni e senza anatemi». In questo modo apre la strada a una unione delle destre che vada dai suoi gollisti a Le Pen, fino al partito di Zemmour. Una presa di posizione di peso, a poche ore dal voto sulla previdenza sociale che potrebbe fare vacillare il governo.
Poi, Sarkozy e la moglie sono andati a Lourdes. Si è immerso nelle piscine, ha assistito alla messa, è stato applaudito, e nessuna immagine è finita sui social media: «Un altro mondo». Come scrive alla fine del libro, «alla Santé ho ricominciato la
mia vita».
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
LA DIRIGENTE ANTONIETTA PERRONE HA UN CURRICULUM DI LIVELLO, ORA LA MAGISTRATURA STABILIRA’ SE I FATTI DENUNCIATI SONO VERI… MA IL MINISTERO PERCHE’ NON HA MANDATO UNA ISPEZIONE?
È stato l’intervento della polizia, all’interno degli uffici dell’Ulss 5 Polesana, a segnare il
punto più alto del conflitto tra l’azienda sanitaria e l’ingegner Antonietta Perrone, a tutt’oggi titolare dell’incarico di Direzione della UOC Provveditorato, Economato e Gestione della Logistica della ULSS 5 Polesana.
Venerdì scorso, una pattuglia è entrata nella sede dell’azienda, su richiesta della Direzione Strategica, e ha invitato la dirigente a lasciare il posto di lavoro. La scena, del tutto inusuale, è avvenuta di fronte a personale e colleghi e ha concluso – almeno momentaneamente – una settimana di frizioni sul suo rientro in servizio dopo la scadenza della sospensione cautelare del 30 novembre scorso (e che ha avuto avvio il 1 settembre 2025).
Perrone aveva ripreso il lavoro l’1 dicembre, in assenza del provvedimento amministrativo con il quale la direzione strategica era tenuta a deliberare la presa d’atto del provvedimento dell’ufficio procedimenti disciplinari e a darne esecutività. La delibera andava pubblicata tempestivamente per trasparenza in albo pretorio, notificata alla dirigente, al Collegio Sindacale ed all’Ispettorato della Funzione Pubblica.
La dirigente sostiene di essersi attenuta scrupolosamente alle norme: “Ero correttamente in servizio nel rispetto delle norme contrattuali e giuridiche in materia e del codice di comportamento aziendale. Tenuto conto dell’assenza dell’atto deliberativo del direttore generale previsto per legge, io correttamente e diligentemente, mi sono recata in servizio”, aggiunge.
Per l’azienda, invece, l’iter disciplinare risultava completo e la presenza della dirigente in ufficio doveva essere interrotta. La Direzione Strategica ha dunque deciso di rivolgersi alla Questura, che ha provveduto a farla uscire dagli spazi aziendali.
“È stata una grande mortificazione, un’umiliazione”, commenta Perrone a Fanpage.it.
Alle origini della frattura vi sono le segnalazioni per appalti e contratti della ULSS 5 presentate da Perrone dapprima alla Direzione Strategica, a seguire alla Regione del Veneto e lo scorso maggio 2025 alla Procura della Repubblica di Rovigo ed alla Guardia di Finanza di Rovigo su presunte irregolarità nella gestione di alcuni appalti pubblici dell’azienda sanitaria.
Le denunce hanno portato all’apertura di un’indagine della Procura di Rovigo. La dirigente, arrivata a Rovigo in comando parziale da Napoli con un incarico fino al 2029, non aveva mai ricevuto contestazioni disciplinari (neanche un richiamo verbale) prima di allora.
Nei mesi successivi ai suoi esposti, a decorrere da giugno 2025, mentre le erano stati offerti dalla stessa direzione strategica della ULSS 5 tre diversi incarichi di Direzione di Strutture Complesse per allontanarla dal Provveditorato, sono stati avviati diversi procedimenti nei suoi confronti, fino a una richiesta di accertamento della responsabilità dirigenziale che prevedeva la risoluzione del rapporto di lavoro. Questa ipotesi è stata respinta, con parere negativo e non conforme, l’11 novembre dal Comitato dei Garanti della Regione Veneto. Nonostante ciò, il Direttore Generale della ULSS 5 il 27 novembre scorso ha notificato alla Perrone il provvedimento del 10 dello stesso mese emesso dall’Ufficio Procedimenti Disciplinari.
(da Fanpage)
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
PECCATO CHE LA REGIONE, SOTTO OCCUPAZIONE RUSSA DAL 2014, SIA UNA PENISOLA, CIRCONDATA DAL MAR NERO (NON L’OCEANO)
Donald Trump ‘inciampa’ sulla Crimea commettendo una gaffe ‘geografica’.
“Sono molto bravo negli affari immobiliari – ha detto il presidente a Politico, dopo aver accusato Barack Obama di aver “ceduto” il territorio annesso dalla Russia nel marzo 2014 – Quando guardo la mappa dico sempre: ‘Wow, la Crimea è bellissima. È circondata dall’oceano su quattro lati ed è enorme. Collega la parte di Ucraina di cui parliamo ora attraverso un piccolo molo. Ha il clima più caldo, il meteo migliore e il meglio di tutto'”.
Le affermazioni di Trump sono ovviamente inesatte.
La Crimea è infatti una penisola, circondata su tre lati non da oceani ma dal Mar Nero a ovest e a sud e dal Mar d’Azov a est, mentre a nord è collegata all’Ucraina continentale tramite
l’istmo di Perekop, e non tramite un “molo” come affermato dal presidente.
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
LE INDAGINI HANNO RICONDOTTO IL COMPLOTTO A UN GRUPPO DI SABOTATORI GUIDATI DALLA RUSSIA, CHE AVEVA ALTRI 6 KG DI MATERIALE ESPLOSIVO
“Nel luglio 2024, alcuni pacchi Dhl sono esplosi nei centri logistici del Regno Unito, della
Polonia e della Germania. Ciascuno di essi era abbastanza potente da abbattere un aereo cargo se fosse esploso a bordo. I servizi di sicurezza hanno infine ricondotto il complotto a un gruppo di sabotatori guidati dalla Russia che avevano in loro possesso altri 6 kg di materiale esplosivo.
Ciò era sufficiente per consentire loro di attuare quella che, secondo quanto riferito dai funzionari della sicurezza al Financial Times, era la fase successiva del piano: attaccare i voli diretti negli Stati Uniti e causare più disagi al settore aereo di
qualsiasi altro atto terroristico dai tempi degli attacchi al World Trade Center”. E’ quanto scrive il quotidiano della City in un lungo articolo intitolato ‘La guerra ibrida della Russia mette alla prova l’Europa’.
L’Ft, ricucendo varie testimonianze e rielencando tutti gli episodi sospetti in parte attribuiti a Mosca, evidenzia come la strategia russa, sulle prime percepita semplicemente come “opportunistica” possa invece delinearsi come “un’escalation strategica”.
Le sfide poste dalla guerra ibrida sono molteplici. Intanto gli autori degli attacchi – quando arrestati – si rivelano essere spesso battitori liberi, senza legami apparenti alla Russia, reclutati online in cambio di denaro e persino ignari della vera identità dei committenti: una sorta di gig economy del terrore. Tanto che i tribunali, quando i sospettati vengono portati alla sbarra, si trovano in difficoltà a convalidare le accuse.
Nel caso dell’attacco in Polonia alla linea ferroviaria, quattro collaboratori sono stati ad esempio arrestati con decine di documenti di identità falsi e passaporti rilasciati da Mosca trovati in loro possesso tuttavia sono stati successivamente rilasciati per mancanza di prove.
Non è tutto. “Il capo di una delle principali agenzie di intelligence europee afferma che i suoi agenti stanno osservando agenti russi che ispezionano ponti stradali, presumibilmente con l’intenzione di minarli. Le ferrovie di tutto il continente, osserva, sono oggetto di un’aggressiva mappatura alla ricerca di punti deboli”, scrive ancora l’Ft.
“La sua agenzia e altre stanno anche monitorando i tentativi della
Russia di inserire sabotatori altamente addestrati negli Stati europei”. Pedine sacrificabili da un lato, 007 esperti dall’altro. Magari dormienti fino a che non arriva l’ordine dal Cremlino
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
MA LA DESTRA DI STAMPO EUROPEO (TENDENZA CHIRAC), CON PUNTE AVANZATE SUI DIRITTI, DAGLI IMMIGRATI ALLA FECONDAZIONE ASSISTITA, ERA PRATICAMENTE L’OPPOSTO DI OGGI. PECCATO CHE FINI NON NE PARLI (E NESSUNO GLIELO CHIEDA)
Qui c’è da raccontare una storia. Anzi, un ricongiungimento familiare.
Qualche dettaglio in sequenza. Gianfranco Fini, ex leader di An, ex presidente della Camera, ex tante cose, alle 17 è già arrivato ad Atreju assieme alla sua segretaria storica Rita Marino, un’autorità ai tempi di An, sguardo sempre accudente.
Scena clou, sul palco, sotto gli occhi di una sorridente Arianna Meloni, natalizia anche lei in un elegante tailleur rosso: «Per me è un ritorno a casa», dice l’ex presidente della Camera che quella casa non la frequentava da 17 anni. Da quando, cioè, iniziò il conflitto con Silvio Berlusconi fino alla rottura del «Che fai, mi cacci», la bolla di espulsione recapitata da palazzo Grazioli, la lapidazione di tipo islamico sugli house organ del Cavaliere, le
accuse di «tradimento», l’abbandono da parte dei colonnelli di An. E poi, da un lato la solitudine, dall’altro la damnatio memoriae.
La frase e l’applauso chiudono quel capitolo e aprono quello della riconciliazione. Emotiva di sicuro, politica si vedrà. Applauso caldo, non di circostanza, di quelli che si tributano a un grande vecchio. Francesco Rutelli sembra un po’ «l’io tra di voi» di Aznavour ma è uno che sa stare al mondo: «Sono venuto per un tributo a un fondatore, e ripercorrere il 93 è un pretesto per farlo tornare qua». Altro applauso.
L’operazione è studiata, ed è comunque interessante.
Lo è per “loro”, gli eredi di quella storia che però si sono sempre sentiti più underdog che figli, incatenati a una memoria a tratti catacombale.
E – va detto – è anche un segnale di sicurezza come lo è il recupero di un rapporto con un “padre”, dopo la sua uccisione (per dirla con Freud). È l’idea che non rappresenta più una minaccia che turba la crescita. A Natale c’è posto anche per lui.
Lo recuperano soprattutto come un testimone storico del momento in cui la destra si è sdoganata in chiave bipolare, opera che Giorgia Meloni ambisce a completare con legge elettorale e premierato. I simboli sono importanti: mica è stato invitato in un panel su Fiuggi, parola che nessuno, dicasi nessuno, ha nominato. O su Europa e Trump, vabbè ci siamo capiti.
L’operazione è interessante anche per lui, perché ritrova un mondo, prima ancora che una politica. Qui la frase da annotare è una: «L’errore è stato sciogliere An, perché era un movimento basato su una comunità. E il merito di Giorgia è stato quello di
ricostruire questa comunità». È tutto fuorché un’autocritica su Berlusconi.
È, appunto, un filo di continuità sentimentale all’interno del quale restano molti non detti che riguardano un altro pezzo della storia, proprio quello su cui Fini si è giocato la ghirba: An, la destra di stampo europeo (tendenza Chirac), con punte avanzate sui diritti, dagli immigrati alla fecondazione assistita, praticamente l’opposto di oggi. Peccato che non se ne parli.
Però, ecco, nel turbine delle emozioni Fini non fa il capopopolo. Evita possibili spigoli da un lato, non accarezza il pelo della demagogia dall’altro, cosa che sarebbe stata non difficile in quel contesto. Anzi, dice, «non condivido tutto al 100 per cento».
È sul palco, ma resta sostanzialmente un passo indietro rispetto ai nodi più divisivi, che possono mettere in imbarazzo Giorgia Meloni. Appassionato sull’Ucraina, dove sono in gioco «i valori dell’Occidente», smussa però molto, moltissimo su Trump, complice l’assenza di domande: sulla sua concezione della democrazia, dell’ordine mondiale e sulla sua visione dell’Europa come una banda di parassiti da lasciare al proprio destino.
E tuttavia, nel complesso, resta molto se stesso nella postura, poco divisiva, a tratti super partes. Nella sua idea di conflitto politico non alberga la cultura del nemico ma, sia pur nel rispetto delle diversità, la convergenza sulle grandi questioni nazionali e la capacità di parlare con un avversario senza comiziare. Rutelli poi è perfetto, perché, a tratti, più che un duello è un duetto: «Se mi riconosco nel centrosinistra di oggi? Passiamo alla domanda successiva a Fini…».
Avete capito? Buon Natale
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
ANZI, INTERPELLATA SULL’INDAGINE DEI SERVIZI SEGRETI TEDESCHI, WEIEL A PERSO LE STAFFE E HA DEFINITO I FUNZIONARI DELL’INTELLIGENCE “DISGUSTOSI SPIONI DELLA STASI”, IL FAMIGERATO SERVIZIO SEGRETO DELLA GERMANIA COMUNISTA… ECCO COSA SUCCEDE A NON AVER DEPURATO QUESTA FOGNA ANNI FA
Anche stavolta Alice Weidel ha cercato di aggirare le domande più scomode della Welt.
Ma quando il direttore l’ha incalzata in una videointervista sulle parole d’ordine naziste regolarmente usate dai vertici dell’Afd e sul fatto che il partito sia sotto osservazione dei Servizi segreti, la leader dell’ultradestra ha perso le staffe un paio di volte, in particolare quando il giornalista le ha ricordato che l’organizzazione giovanile Generation Deutschland a fine novembre ha eletto come suo
leader Jean-Pascal Hohm, un uomo da tempo nel mirino dei Servizi perché assiduo frequentatore di estremisti di destra e Identitari.
Weidel, rossa in visto, furibonda, ha definito i funzionari dell’intelligence «disgustosi spioni della Stasi». E quando la Welt le ha chiesto cosa ne pensasse della frase usata per la Generation Deutschland da Bjoern Hoecke, ossia «la gioventù deve guidare la gioventù» — il motto della Gioventù hitleriana — Weidel ha fatto spallucce: «Lui non lo sapeva».
E ha insistito: «Anche “alles fuer Deutschland”: e allora?». Il riferimento è al motto delle SA naziste (“tutto per la Germania”) che Hoecke ha gridato spesso nei comizi, incassando la condanna da un tribunale.
L’intervista ha suscitato un’ondata di indignazione enorme. Il sindacato della polizia ha definito “disumano” il confronto tra l’intelligente federale e la Stasi, il famigerato servizio segreto della Germania comunista, noto per il suo paranoico, pervasivo e crudele apparato di controllo. Un paragone che è anche uno schiaffo alle vittime.
Non solo la Stasi: anche le frasi naziste hanno destato scalpore. Anonymous Deutschland ha fatto sapere di aver denunciato Weidel per aver ripetuto nell’intervista il motto delle SA per cui era già stato condannato Hoecke.
E il segretario generale della Cdu, Carsten Linnemann, ha denunciato la «crescente radicalizzazione» dei leader dell’Afd, Weidel e Tino Chrupalla. Secondo Linnemann, in particolare Weidel si starebbe trasformando sempre di più in un «caso sospetto di estremista di destra».
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
“SERVE ALLARGARE LA PLATEA DELL’ASSEGNO DI INCLUSIONE”
Povertà sempre più dilagante, alto costo della vita, emergenza abitativa e difficoltà nelle cure. Questi gli elementi che emergono dalla conferenza stampa di fine anno della Comunità di Sant’Egidio, che reagisce all’emergenza cronica italiana con delle proposte concrete per contribuire a invertire la rotta. Lo fa presentando anche la nuova edizione della guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi“, 276 pagine di indirizzi utili per chi vive per strada e per chi li aiuta. Il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, è partito elencando i dati Istat con 5,7
milioni di italiani (il 9,8% della popolazione) sotto la soglia della povertà assoluta, tra cui 1,283 milioni di minori (il 13,8% del totale). Poi si è parlato dell’aumento dei generi alimentari che hanno conosciuto, dal 2021 ad oggi, un incremento del 25%, mentre gli stipendi lordi a fine settembre 2025, erano ancora inferiori di oltre l’8% rispetto a quelli del gennaio 2021. «Italia e Grecia sono gli unici paesi europei dove i redditi diminuiscono», ha dichiarato Impagliazzo.
L’emergenza abitativa e sanitaria
Non solo povertà, ma anche emergenza casa con un aumento degli affitti che assorbono il 40 per cento del reddito familiare. E la carenza di alloggi popolari non aiuta: la lista di attesa per questo tipo di abitazioni è di circa 650mila nuclei familiari su tutto il territorio nazionale. Infine il 9,9% delle persone ha rivelato di aver rinunciato a curarsi per problemi legati alle liste d’attesa, alle difficoltà economiche o alla scomodità delle strutture sanitarie. Sono 5,8 milioni di persone, in aumento a fronte dei 4,5 milioni dell’anno precedente (7,6%).
Le soluzioni secondo Sant’Egidio
Sant’Egidio lancia alcune proposte che giudica urgenti: allargare la platea dei beneficiari dell’assegno di inclusione (ADI), facilitando l’individuazione della fragilità della fascia 18-59 anni, specie per i senza fissa dimora, le persone sole e i nuclei fragili non conosciuti dai servizi sociali, esclusi da questa misura di protezione. Non solo, serve secondo l’associazione rendere più facile l’integrazione del sussidio con redditi di lavoro bassi (lavoro povero); svincolare l’accesso al Sostegno formazione Lavoro dalla procedura per l’assegno di inclusione. E infine
servirebbe finanziare il fondo affitti con un capitale appropriato; allargare il fondo per la morosità incolpevole e ristrutturare le case popolari. Perché molti alloggi, ha precisato Impagliazzo in conferenza stampa, sono al momento inutilizzabili. In conclusione sarebbe utile allargare i rimborsi per le cure odontoiatriche e oculistiche per chi è in povertà assoluta, creando anche centri laddove c’è ampia utenza ma grandi distanze territoriali e pochi mezzi per raggiungerli.
Non è una «Michelin dei poveri»
Sant’Egidio ricorda anche il Pranzo di Natale, «dove sono attese quest’anno 80 mila persone in tutte le città d’Italia, in un evento che è una risposta alla povertà ma anche alla solitudine», ha detto Impagliazzo. E infine ricorda la Guida presentata oggi, che non vuole più essere chiamata «la Michelin dei poveri». Nuovi aggiornamenti, come anche eventuali richieste di aiuto e segnalazioni di persone in difficoltà possono essere comunicati contattando la Comunità. La Guida è pubblicata anche in altre città italiane, come Napoli, Genova, Padova, Milano, altre città europee e a Buenos Aires.
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
“TRUMP ODIA L’EUROPA, MA IL SUO DECLINO E’ COLPA NOSTRA”
Inutile girarci attorno, Donald Trump «odia l’Europa». Di più, «volta le spalle al suo
stesso Paese e odia la democrazia». Lo dice a chiare lettere Romano Prodi nel discorso pronunciato all’Ispi per la consegna a lui e a un altro illustre ex premier, Mario Monti, del Premio annuale del think-tank. Incombe lo spettro dell’assalto politico-culturale Usa all’Ue cristallizzato nella Strategia di sicurezza nazionale pubblicata venerdì, e il tema non può che essere al centro delle riflessioni. Prodi è preoccupato, e molto, perché alle spalle di quell’attacco quasi scomposto all’Europa c’è, spiega pensando anche alle trattative sull’Ucraina, la visione di chi mira a impostare il futuro su relazioni privilegiate tra oligarchi, per non dire dittatori. L’odio per la democrazie per l’Ue che l’ha elaborata in un sopraffino quanto incompiuto modello sovranazionale, appunto. Eppure tanto Prodi quanto Monti puntano il dito anche e soprattutto sulle ferite che l’Europa s’è procurata da sola, e che sola può curare. Quello sviscerato nel documento strategico di Trump è un «disprezzo per le lentezze dell’Europa che conosciamo bene pure noi. Ma il suo merito è che ci costringe a lasciare cadere gli scrupoli» sulle riforme da fare, teorizza Mario Monti, oggi senatore a vita.
L’inizio della fine dell’Ue
Prodi la prende più da lontano, riavvolgendo il nastro agli anni in cui alla guida della Commissione europea c’era lui. Ribadisce di sostenere che il più grande successo di quegli anni (1999-2004) fu per lui l’allargamento a Est, non una «esportazione di democrazia, ma il contrario, unico caso nella storia: quei Paesi ci chiedevano di importare la democrazia». E, ricorda, mai in quegli anni Putin ebbe a presentare rimostranze contro l’integrazione nell’Ue dei Paesi post-sovietici: «Le sue remore
era sono solo sull’ingresso nella Nato, con cui io non avevo nulla a che fare». Il declino dell’Ue cominciò subito dopo però, ricorda Prodi, quando nel 2005 i popoli europei – due, tanto bastò – bocciarono il progetto di Costituzione europea partorito con lungo sforzo proprio per sigillare l’apertura a Est in un nuovo formato. «Fu per noi un grande dispiacere, e per l’Ue l’inizio del processo di decadenza, di un lungo declino della forza europea». Anche perché da lì in poi la macchina dell’Ue di fatto si andò appesantendo, le divisioni acuendo. Non s’è mai più riusciti ad affrontare il tema dell’unanimità, vero e proprio «cappio al collo» dell’Unione. E s’è ingolfato il motore franco-tedesco che ha sempre retto le sorti dell’Europa con il contributo dell’Italia. «Per il futuro, se non ricostruiamo quell’unità di azione attiva forte tra Francia e Germania il destino dell’Europa è segnato», ammonisce Prodi.
Il pranzo dal cinese che fece l’Italia «superpotenza» in Europa
C’è però un’altra ragione più intima e personale se entrambi gli ex presidenti del Consiglio versano lacrime amare sull’edificio europeo instabile che Trump e Musk vedrebbero volentieri crollare. Ed è che ai loro tempi, sul finire degli anni ’90, l’apice della potenza europea sugli Usa fu raggiunta grazie a una loro inattesa collaborazione al vertice dell’Ue. Correva l’anno 1999 e Monti, fresco di un mandato da Commissario Ue per il mercato interno in scadenza, faceva già conto di tornare alla Bocconi. Alla presidenza della Commissione era stato indicato infatti un altro illustre connazionale, Prodi appunto, e l’economista dava per certo che nel bilanciamento tra Paesi all’Italia sarebbe rimasto un portafoglio minore. Che lui avrebbe declinato. La sua
portavoce, racconta all’Ispi, fece trapelare quell’intenzione alla stampa. Il giorno dopo Prodi lo chiamò. «Mi invitò a Roma in un modesto ristorante cinese e con abilità straordinaria scodellò per me la funzione di Commissario alla Concorrenza», ricorda Monti. Tutt’altro che di seconda fila, visto che fu da quella posizione che Monti presidiò il mercato europeo, arrivando a comminare nel 2004 una multa che fece storia, quella da 497 milioni di euro contro Microsoft – la superpotenza tech americana di quegli anni – per abuso di posizione dominante.
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
DOVRA’ VERSARE 20.000 EURO… SE UNO L’AVESSE MAI DETTO DEGLI EBREI SI FACEVA TRE ANNI DI GALERA
Il giornalista Vittorio Feltri è stato condannato da un giudice del tribunale civile di Torino per il “carattere discriminatorio” di alcune frasi sulle persone musulmane pronunciate nel corso di una puntata del 2024 della trasmissione radiofonica La Zanzara.
Feltri aveva detto in diretta: “Ai musulmani sparerei in bocca, non mi vergogno di considerarli razza inferiore”. Una frase pronunciata in un dibattito sulla morte di Ramy Elgal, il diciannovenne egiziano morto a Milano durante un inseguimento con la polizia.
Il procedimento era stato innescato per iniziativa dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) che, per effetto della sentenza, dovrà ricevere da Feltri 20mila euro.
(da agenzie)
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