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“IL PONTE SULLO STRETTO VIOLA DUE DIRETTIVE EUROPEE”: LA CORTE DEI CONTI PUBBLICA LE MOTIVAZIONI CON CUI UN MESE FA HA BOCCIATO IL PROGETTO TANTO CARO A SALVINI

Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile

NEL DETTAGLIO, L’OPERA VIOLEREBBE LE NORME EUROPEE SULLA CONSERVAZIONE DEGLI HABITAT NATURALI E SEMINATURALI, E CI SAREBBE UN PROBLEMA IN RELAZIONE AL PIANO TARIFFARIO: MANCA IL PARERE DELL’AUTORITÀ DI REGOLAZIONE DEI TRASPORTI

Violazione dell’habitat naturale, modifiche contrattuali e mancato parere dell’Art sul piano tariffario. Sono queste le motivazioni principali della bocciatura del Ponte sullo Stretto rese note dalla Corte dei Conti. Nel dettaglio: violazione della direttiva 92/43/CE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, a causa della carenza di istruttoria e di motivazione della cosiddetta delibera Iropi;
Violazione dell’art. 72 della direttiva 2014/24/UE, in considerazione delle modificazioni sostanziali, oggettive e soggettive, intervenute nell’originario rapporto contrattuale; mancata acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti in relazione al piano tariffario posto a fondamento del piano economico e finanziario
“La Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei conti ha depositato in data odierna la deliberazione n. 19/2025/PREV, rendendo note le motivazioni per le quali il 29 ottobre scorso è stato ricusato il visto – e la conseguente registrazione – della delibera CIPESS n. 41 del 6 agosto 2025 avente a oggetto: “Collegamento Stabile tra la Sicilia e la Calabria”, si legge nella nota della Corte in cui si fa anche presente che con la medesima delibera “sono state, altresì, formulate osservazioni relative a ulteriori profili confermati
all’esito dell’adunanza, ma ritenuti non decisivi ai fini delle valutazioni finali”.
(da agenzie)

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“NON CAPISCO A COSA SERVA L’EMENDAMENTO SULL’ORO ALLO STATO”: SALVATORE ROSSI, EX DIRETTORE GENERALE DI BANKITALIA, STRONCA LA PROPOSTA DI FRATELLI D’ITALIA SULLE RISERVE AUREE: “QUALORA DIVENTASSE LEGGE, SI SCONTREREBBE INEVITABILMENTE CON IL DIRITTO EUROPEO. I TRATTATI AFFERMANO CHE LE RISERVE AUREE SONO DI PROPRIETÀ DELLE BANCHE CENTRALI E NE VIETANO L’UTILIZZO NEL BILANCIO PUBBLICO”

Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile

“MI DOMANDO PERCHÉ INNESCARE QUESTO CONFLITTO PER AFFERMARE UN PRINCIPIO DI FATTO GIÀ RISPETTATO: È OVVIO CHE LE RISERVE AUREE APPARTENGANO AL POPOLO, PERCHÉ UNA BANCA CENTRALE È UN ENTE PUBBLICO”

«Vi racconto la Banca d’Italia» è il titolo del libro appena uscito, edito da Laterza, nel quale Salvatore Rossi, ex direttore generale di Banca d’Italia, analizza il ruolo svolto dall’istituto centrale negli ultimi cinquant’anni.
Domanda. Salvatore Rossi, quali sono stati i momenti chiave in cui l’intervento di Bankitalia è stato decisivo che lei evidenzia nel suo libro?
Risposta. Ne racconto tre. Il primo riguarda gli anni Ottanta. Ciampi, che diventò governatore della Banca d’Italia in una fase drammatica, con il suo predecessore Baffi dimissionario e l’inflazione oltre il 20%, riuscì a ridurla al 5-6% grazie a un netto cambio di marcia della politica monetaria.
Gli strumenti furono il divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro, avvenuto con lo scambio di lettere tra Ciampi e Andreatta, e l’uso dei tassi di cambio, solo in parte ingabbiati nello Sme, come arma per contenere l’inflazione: ricordo la sua dura opposizione al governo nel 1980 in merito alla svalutazione della lira.
Un’altra data importante è il 1992, ma in negativo: in un momento di grande crisi politica e valutaria, l’appello di Ciampi all’austerità fiscale non fu ascoltato e l’Italia uscì dallo Sme. Fu una sconfitta per tutti.
Da ultimo, la crisi dei debiti sovrani europei del 2010-2012 che portò, più che a un’unione bancaria, all’uniformazione delle vigilanze bancarie prevalentemente al modello tedesco. Si introdusse il principio del bail-in: le banche non potevano più essere salvate con soldi pubblici e neanche privati. Fu un momento complicatissimo per l’Italia.
D. È stato dichiarato ammissibile l’emendamento 1.1 della manovra. Questo, in merito alle riserve auree di Bankitalia, recita: «appartengono allo Stato in nome del popolo italiano». Cosa ne pensa?
R. Non capisco a cosa serva e a cosa miri. L’emendamento, qualora diventasse norma di legge, si scontrerebbe inevitabilmente con il diritto europeo.
I Trattati europei affermano che le riserve auree sono di proprietà delle banche centrali e ne vietano l’utilizzo nel bilancio pubblico. Mi domando perché innescare questo conflitto con
l’Europa per affermare un principio di fatto già rispettato: a ben vedere, nella pratica è ovvio che le riserve auree appartengano al popolo, perché una banca centrale è un ente pubblico, detiene e gestisce l’oro nell’interesse dei cittadini.
D. Se diventasse legge, quale reazione bisogna aspettarsi dall’Europa?
R. L’Europa reagirà come il diritto europeo prevede. Mi aspetto una reazione istituzionale, più che politica. Insomma, se questo emendamento divenisse una norma dell’ordinamento italiano, mi aspetto abbia vita difficile.
(da agenzie)

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“IN UN CASO DI VIOLENZA IL TEMA DEL CONSENSO PUO’ FAVORIRE LA DONNA? SAREBBE SEMPRE IL GIUDICE A STABILIRE SE LA DONNA HA RAPPRESENTATO UNA SITUAZIONE VERA O FALSA” : IL GIUDICE FABIO ROIA, PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DI MILANO E FONDATORE DELL’OSSERVATORIO VIOLENZA SULLE DONNE, PARLA DI “OCCASIONE MANCATA” PER LO STOP ALLA NUOVA NORMA CONTRO LA VIOLENZA SESSUALE

Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile

“SAREBBE SEMPRE IL PM A DOVER VERIFICARE SE QUEL CONSENSO C’È STATO OPPURE NO”. LE DENUNCE CALUNNIOSE PER CASI DI VIOLENZA SI CONTANO SULLA PUNTA DELLE DITA”

Fabio Roia, noto come «il giudice delle donne», è il presidente del Tribunale di Milano ed è uno dei magistrati più attivi e preparati del Paese in materia di violenza di genere.
Giudice, è deluso dallo stop alla legge sul consenso?
«Più che come magistrato, come cittadino mi è sembrata un’occasione mancata per dimostrare quanto sia importante la civiltà del rispetto delle donne. E ancora di più mi spiace che questo freno sia arrivato proprio nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Quasi a sottolineare la discrasia fra quello che celebriamo e quello che poi avviene nella vita quotidiana».
Perché secondo lei non va bene stabilire che è stupro se non c’è il «consenso libero e attuale»?
«Le obiezioni che ho sentito sono di natura giuridica e sono inesatte, oppure sono considerazioni non suffragate dai fatti». Per esempio?
«Per esempio non è esatto sostenere che introducendo il consenso libero e attuale si inverte l’onere della prova, come dicono alcuni. È una suggestione, oltre che un errore. Dal punto
di vista processuale e giuridico non cambierebbe assolutamente nulla. Verrebbe ampliato il concetto di consenso ma sarebbe sempre il pubblico ministero a dover verificare se quel consenso c’è stato oppure no, tenendo presente che la denuncia comporta una assunzione di responsabilità.
Se denunci il falso commetti il reato grave di calunnia. Per chiarire fino in fondo: non è che all’improvviso una donna denuncia e quello che dice diventa automaticamente sufficiente per una condanna».
Un no è un no, e davanti a situazioni che possono alterare il consenso, come lo stato di ebbrezza, il solo comportamento da tenere è astenersi».
Il ministro Salvini: dice che il «consenso preliminare, informato e attuale, così come è scritto, lascia spazio a vendette personali», che la norma è «vaga» e che per vendetta potrebbero essere inventati abusi «che intaserebbero i tribunali».
«Secondo me siamo un pochino fuori tema. Anche oggi, senza il consenso libero e attuale, una donna potrebbe accusare un uomo di violenza sostenendo di essere stata minacciata, ma nella mia esperienza devo dire che non ho visto migliaia di denunce calunniose per casi di violenza.
Si contano sulle punte delle dita, e ipotizzare aule intasate per questo genere di reati non risponde alla realtà giudiziaria che
vediamo da sempre nei tribunali. Mi permetto di dire che le obiezioni giuridiche che ho sentito in questa discussione mi fanno pensare che forse servono a nascondere temi di natura politica».
Se in un caso di violenza c’è la parola di lei contro quella di lui, il tema del consenso potrebbe favorire lei?
«Ancora una volta: non cambierebbe nulla. Sarebbe sempre il giudice, nel contraddittorio delle parti, a stabilire se la donna ha rappresentato una situazione vera oppure falsa».
(da agenzie)

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CI TOCCHERÀ LAVORARE FINO ALLA MORTE: L’OCSE AVVERTE CHE L’ETÀ PENSIONISTICA MEDIA SALIRÀ IN MOLTI PAESI EUROPEI, E POTREBBE ARRIVARE A 70 ANNI IN ITALIA, POLONIA, GRECIA, SPAGNA E SLOVACCHIA

Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile

LA POPOLAZIONE ATTIVA DOVREBBE DIMINUIRE DI OLTRE IL 35% NEL NOSTRO PAESE, DOVE LA SPESA PREVIDENZIALE ORMAI SI ATTESTA A CIRCA IL 16% DEL PRODOTTO INTERNO LORDO … PER OVVIARE AL CALO DEI LAVORATORI, SERVIRANNO PIÙ LAVORATORI ANZIANI

L’età pensionistica media “nei Paesi dell’Ocse passerà rispettivamente dai 63,9 anni e 64,7 anni per donne e uomini che sono andati in pensione nel 2024, ai 65,9 anni e 66,4 anni di chi ha cominciato la carriera nel 2024″: è quanto si legge nel ‘Panorama delle Pensioni 2025’ pubblicato dall’Ocse.
Sempre secondo l’Ocse, l'”invecchiamento demografico conoscerà un ritmo sostenuto nel corso dei prossimi 25 anni. Nei Paesi dell’Ocse, per 100 persone tra i 20 e i 64 anni, il numero di sessantacinquenni e più dovrebbe passare mediamente da 33 nel
2025 a 52 nel 2050, quando era invece di 22 nel 2000″: ”L’aumento – si prosegue nel rapporto – dovrebbe essere particolarmente forte in Corea a rappresentare quasi 50 punti, ma ance in Spagna, in Grecia, in Italia, in Polonia e in Repubblica slovacca, dove dovrebbe raggiungere oltre 25 punti”.
”La popolazione attiva (20-64 anni) dovrebbe diminuire di oltre il 30% nel corso dei prossimi quattro decenni in Spagna, Estonia, Grecia, Giappone e Repubblica slovacca, e di oltre il 35% in Corea, Italia, Lettonia, Lituania e Polonia”: è quanto si legge nel ‘Panorama delle Pensioni 2025’ pubblicato oggi dall’Ocse a Parigi.
“Sulla base della legislazione in vigore – si precisa nel documento – l’età normale della pensione aumenterà in oltre la metà dei Paesi Ocse per stabilirsi in una forchetta compresa dai 62 anni in Colombia (per gli uomini, 57 per le donne), nel Lussemburgo e in Slovenia, ai 70 anni o più in Danimarca, Estonia, Italia, Paesi Bassi e Svezia”.
“La spesa pensionistica pubblica si attesta a circa il 16% del Pil, seconda solo alla Grecia nell’Ocse, di cui almeno un quarto non finanziata dai contributi pensionistici”: è quanto si legge nella scheda consacrata all’Italia del ‘Panorama delle Pensioni’ Ocse 2025 presentato oggi.
“Il tasso di occupazione dei lavoratori di età compresa tra 60 e
64 anni è raddoppiato dal 2012, ma, attestandosi al 47%, nel 2024 l’Italia è ancora 10 punti percentuali al di sotto della media Ocse”: è quanto si legge nella scheda consacrata al nostro Paese del ‘Panorama delle Pensioni’ 2025 presentato oggi.
“Ulteriori miglioramenti nell’occupazione dei lavoratori più anziani attenuerebbero il forte calo previsto in Italia della popolazione in età lavorativa, di oltre un terzo entro il 2060. Questo calo – avverte l’Ocse – avrà un impatto negativo sia sulla base contributiva pensionistica che sulla crescita del Pil”.
(da agenzie)

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VAI AVANTI SILVIA, TRE EURO DI TASSA PER I CROCIERISTI CHE SI IMBARCANO DA GENOVA SONO FIN TROPPO POCHI

Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

MSC GUADAGNA MILIONI CON UNA CROCIERA E HA IL CORAGGIO NON SOLO DI LAMENTARSI MA DI SCATENARE IL SECOLO XIX (DI PROPRIETA’ DI MSC) IN UNA BATTAGLIA CONTRO LA SINDACA SALIS, SPALLEGGIATI DAI QUEGLI STESSI SOVRANISTI CHE AVEVANO VOTATO LA DELIBERA QUANDO SINDACO ERA BUCCI

La storia è penosa, ve la raccontiamo perché è un tipico esempio di come i poteri forti (in questo caso il maggior armatore mondiale Aponte, proprietario sia di Msc che del maggiore quotidiano genovese, il Secolo XIX) vogliano condizionare l’opinione pubblica e le amministrazioni locali.
Nel 2022 l’allora sindaco Bucci (sovranista) sigla un accordo con il sottosegretario Mantovano (Fdi) per un fondo che sostiene i comuni sovraindebitati nell’ambito del piano di riduzione dell’indebitamento dell’ente in cambio dell’aumento dell’addizionale Irpef tramite l’introduzione della tassa di imbarco per 3 euro a passeggero per i croceristi. La delibera di Bucci era andata in Commissione ma poi non è arrivata in Consiglio (si è preferito attendere le elezioni comunali).
Ora il Ministero ha chiesto di andare avanti e di dare seguito all’impegno preso. Silvia Salis annuncia correttamente che entrerà in vigore nel secondo trimestre del 2026. Nel bilancio di previsione indica 3,5 milioni e non i 5 annuali previsti proprio perché non inizierà a gennaio ma a fine marzo.
Silvia precisa che non solo i genovesi non pagheranno un euro ma neanche chi si imbarca sui traghetti per le isole.
Quindi i tre euro riguardano solo chi per una crociera paga migliaia di euro.
Si scatena l’inferno: oggi il Secolo XIX, giornale di proprietà di MSC del comandante Aponte, attacca pesantemente la sindaca Salis: “Non possiamo permetterci una battaglia tra porto e città, ci vuole uno scatto di maturità politica” e ancora “sostenere che si è tecnicamente obbligati a imporre una tassa non è sufficiente”.
Un palese conflitto di interessi tra un armatore proprietario di Msc e lo stesso armatore che è anche proprietario del maggiore quotidiano ligure. Il tutto per 3 dicasi 3 miserabili euro che corrisponde a un cono con una pallina e mezza di gelato.
Ma un po’ di vergogna, mai?
Per non parlare di quei sovranisti che hanno votato la delibera in commissione, d’intesa con il governo sovranista, e ora criticano la sindaca che ha avuto il coraggio (a differenza dei vili) di applicarla nell’interesse dei genovesi.
Genova ha una storia di nobili che hanno regalato beni, ospedali e dimore alla città, Una volta c’erano anche imprenditori “signori” che avrebbero semplicemente annunciato “i 3 euro li assorbiamo noi, è il nostro ringraziamento a una città che ci ha accolti e alla quale dobbiamo riconoscenza”. E avrebbero anche pagato l’annuncio sul quotidiano locale a tutta pagina.
Ora siamo a una polemica miserabile in tutti i sensi.
Vai avanti Silvia, non guardare in faccia nessuno, Genova non si piega ai poteri forti, sono finiti i tempi dei sindaci in pellegrinaggio sugli yacht degli armatori. 

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AVVISATE TAJANI: IL PROSSIMO 17 DICEMBRE IL GOVERNATORE FORZISTA DELLA CALABRIA, ROBERTO OCCHIUTO, LANCERÀ LA SUA CORRENTE, IN UN EVENTO A PALAZZO GRAZIOLI A ROMA. UNA NUOVA “AREA LIBERALE” IN FORZA ITALIA SUI DIRITTI, LA POLITICA ECONOMICA E LA GIUSTIZIA (OCCHIUTO È INDAGATO CON L’ACCUSA DI CORRUZIONE)

Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

LA MOSSA ARRIVA A UN MESE DALL’INCONTRO TRA IL GOVERNATORE E MARINA BERLUSCONI, CHE PRETENDE DA TEMPO UNA “SVOLTA LIBERALE” NEL PARTITO E PUNTA SU VOLTI NUOVI CHE PRENDANO IL POSTO DI TAJANI E DELLE SUE TRUPPE ATTEMPATE

La data segnata sul calendario è il 17 dicembre. A Palazzo Grazioli, ça va sans dire, per anni residenza romana di Silvio Berlusconi e oggi sede della stampa estera. Formalmente un convegno, che in realtà sarà più un evento politico. Per lanciare la “corrente” del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, da inizio ottobre riconfermato in pompa magna come governatore di Forza Italia con il 57% dei voti, di cui il 13% provenienti dalla sua lista personale.
Il nome è tutto un programma: “In libertà. Pensieri liberali per l’Italia”. Le voci di una corrente interna al partito di Forza Italia guidata da Occhiuto, che è anche vicesegretario di Forza Italia, nelle ultime ore si rincorrono a Montecitorio (dove ieri è stato visto proprio il presidente di Regione) e in Calabria
Il convegno non è organizzato dal presidente di Regione in prima persona, ma da un’area a lui vicina a partire dall’ex deputato di Forza Italia, Andrea Ruggieri, non rieletto nel 2022. All’evento parteciperanno anche alcune figure che ruotano intorno al partito o sono considerata vicine al governatore come il vice capogruppo alla Camera, Francesco Cannizzaro.
I relatori del panel, oltre ad Occhiuto, saranno appunto Ruggieri, il conduttore Mediaset Nicola Porro, l’Ad di Tim Pietro Labriola e il presidente di Monte dei Paschi, Nicola Maione. Moderazione del direttore di Formiche Roberto Arditti.
Un evento che servirà a far nascere una sorta di area liberale sui temi dei diritti, della politica economica ma soprattutto sulla giustizia, fronte su cui Occhiuto si è speso molto negli ultimi mesi dopo l’inchiesta che lo ha coinvolto in prima persona ad agosto: il presidente è indagato con l’accusa di corruzione per alcune nomine legate alla Sanità e per questo aveva deciso di dimettersi e ricandidarsi come presidente di Regione.
La decisione di organizzare un evento “liberale” che avrà come protagonista il presidente della Regione Calabria sta creando molte aspettative dentro al partito soprattutto perché arriva a un mese dall’incontro, rivelato dall’AdnKronos, tra il governatore e Marina Berlusconi, primogenita dell’ex Cavaliere che nei mesi scorsi ha incontrato diversi vicesegretari.
Non è chiaro se durante quel faccia a faccia, avvenuto a Milano, la presidente di Mondadori abbia chiesto a Occhiuto di dare una svolta “liberale” nel partito soprattutto sul fronte dei diritti civili, aprendo anche a mondi che oggi non votano Forza Italia. Marina Berlusconi ha molta stima di Occhiuto e lo ritiene un volto nuovo che potrebbe guidare Forza Italia in futuro. Non ci sono conferme su una sua richiesta diretta per iniziare a prendere in mano il partito.
Subito dopo l’incontro, il presidente della Calabria, intervistato da Sky Tg 24, aveva elogiato la leadership del ministro degli Esteri Antonio Tajani e della premier Giorgia Meloni, ma allo stesso tempo aveva chiesto al partito di mantenere intatta la sua “vocazione liberale”. Anche il governo, aveva aggiunto Occhiuto, “a volte ha bisogno di più stimoli per essere veramente liberale, più aperto e più fedele a quei principi voluti da Berlusconi”.
Dopo la sentenza della Cassazione che aveva negato le misure di prevenzione nei confronti di Marcello Dell’Utri, c’era stato uno scambio a distanza proprio tra Occhiuto e Marina Berlusconi.
Quest’ultima aveva scritto un intervento sul Giornale esultando per la “vittoria di mio padre” riferendosi alla riforma della separazione delle carriere e prendendosela con le “calunnie e le false accuse” dei magistrati.
Il primo commento era arrivato proprio da Occhiuto: “La Cassazione ha scritto la verità su Silvio Berlusconi, ma non cancella 30 anni di calunnie e sofferenze acuite da un sistema mediatico ideologico. Marina Berlusconi ribadisce l’urgenza di procedere con una coraggiosa riforma della giustizia”.
(da agenzie)

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“SE VOGLIONO RIUSCIRE A RIAVERE LA POTESTÀ GENITORIALE E I LORO TRE FIGLI, I CONIUGI TREVALLION-BIRMINGHAM DEVONO SMUSSARE GLI ANGOLI E SPALANCARE MENTE E CUORE”: LO DICE L’AVVOCATO GIOVANNI ANGELUCCI, CHE HA RINUNCIATO A DIFENDERE LA FAMIGLIA CHE VIVEVA IN UN CASALE NEL BOSCO DI CHIETI

Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

IL LEGALE RACCONTA CHE I GENITORI HANNO DETTO NO A QUALSIASI SOLUZIONE ALTERNATIVA CHE GLI ERA STATA OFFERTA (GRATUITAMENTE): “IL SINDACO GLI AVEVA PROPOSTO UNA CASA. PER LORO ERA TROPPO RUMOROSA E NON AVEVA LA VISTA SULL’ALBA. NON POTEVO IMPOSTARE UNA DIFESA MONCA”

Avvocato Giovanni Angelucci, perché ha lasciato la difesa della famiglia nel bosco?
«Ci sono state ingerenze esterne, si è incrinata la fiducia alla base del rapporto professionale che lega avvocato e cliente».
In sei mesi i coniugi Trevallion-Birmingham hanno cambiato quattro legali. Non è un buon segno.
«Se vogliono riuscire a riavere la potestà genitoriale e i loro tre figli devono smussare gli angoli e spalancare mente e cuore».
Ci racconta queste ultime 48 ore?
“Sono sfinito. Ho bisogno solo di riposare, dopo settimane frenetiche».
Cosa è successo nella giornata di martedì?
«Avrei dovuto incontrare Nathan, il padre, nuovamente nel pomeriggio. Era previsto il sopralluogo in un’abitazione distante pochi chilometri dalla loro. L’aveva messa a disposizione, a titolo gratuito, un imprenditore della ristorazione di Ortona, originario di Palmoli. Un bed and breakfast nel bosco, una vecchia casa contadina in pietra, ristrutturata. Tre camere, soggiorno, cucina, porticato, garage. Sì, gratis».
Che cosa ha detto Nathan?
«Non si è presentato».
Sarebbe servita a ospitarlo durante la ristrutturazione del famoso casaletto nel bosco.
«Sì, e questa soluzione si aggiungeva a quella proposta dal sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli. Aveva offerto, anche in questo caso gratuitamente, una casa vicino al paese. Visto che la precedente l’avevano abbandonata perché rumorosa e senza vista sull’alba, il Comune ne ha recuperata una seconda a due chilometri dal centro. Un piano, 70 metri quadrati, ampio terreno. Questa, rifatta venti giorni fa. C’era l’energia elettrica, ma prodotta dai pannelli fotovoltaici. Neppure l’ha guardata».
È partita, almeno, la ristrutturazione del famoso casaletto di proprietà?
«Niente. Per il loro amato rustico era pronta anche la soluzione di un imprenditore pescarese: avrebbe potuto appoggiare moduli abitativi all’avanguardia in giardino. Nathan, e direi anche sua moglie Catherine, che è sempre alloggiata nella struttura che ospita i bambini, ci hanno ripensato. Il padre avrebbe dovuto darmi la firma per procedere con il deposito al genio civile del progetto di ristrutturazione straordinaria, ma alla fine ha detto che i lavori sarebbero stati invasivi. La società San Salvo Appalti era disposta a eseguirli a sue spese: respinti».
Retromarcia su tutto, come già accaduto con l’assistente sociale.
«Avevo preso appuntamento con una psicologa infantile specializzata in psicoterapia cognitivo-comportamentale. Le sue diagnosi sarebbero servite ai coniugi come supporto tecnico-scientifico per il futuro giudizio del Tribunale dei minori. No anche su questo fronte».
Quindi?
«Questi passaggi, logistici e tecnici, erano e sono imprescindibili ai fini della predisposizione del ricorso, in scadenza sabato prossimo. E il tempo a disposizione non permetteva indugi né ripensamenti. Sì, a malincuore ho ritenuto necessario rinunciare al mandato difensivo. Non potevo impostare una difesa monca, che, peraltro, avevo concordato».
(da Corriere della Sera)

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LA “STATISTA DELLA SGARBATELLA”, CHE RISCHIA DI NON TORNARE A PALAZZO CHIGI TRA DUE ANNI, ACCELERA SULLA DOPPIETTA PREMIERATO-LEGGE ELETTORALE, MA NON TUTTO FILA LISCIO A PALAZZO CHIGI: SALVINI E TAJANI SPUTERANNO SANGUE PUR DI OPPORSI ALL’INDICAZIONE DEL NOME DEL PREMIER SULLA SCHEDA ELETTORALE, CHE FINIREBBE PER CANNIBALIZZARLI

Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

LA LEGA È CONTRARISSIMA ANCHE AL PREMIO DI MAGGIORANZA ALLA COALIZIONE (CON LA SOGLIA AL 40%, LA LEGA DIVENTEREBBE SACRIFICABILE) … ALTRA ROGNA: IGNAZIO LA RUSSA SCENDE IN CAMPO IN MODALITÀ SCASSA-MELONI: HA RINFOCOLATO LA POLEMICA SU GAROFANI E SE NE FOTTE DEI DIKTAT DELLA DUCETTA (FIDANZA SINDACO DI MILANO? NO, MEJO LUPI; PRANDINI GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA? NO, QUELLA È ROBA MIA)

Se le elezioni regionali non presentavano incognite sull’esito – ed è andato tutto più o meno come previsto (Fico vincente in Campania, Decaro in Puglia, Stefani in Veneto) -, gli osservatori politici erano interessati a “pesare” gli equilibri interni alle coalizioni.
In Campania non è andata a finire come voleva, saltellando Funiculì-Funiculà, Giorgia Meloni: il suo candidato, il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, ha fatto una figuraccia raggranellando un misero 35%, mentre il candidato del “campo largo”, l’ex presidente della Camera Roberto Fico, ha incassato un sonoro 60%. Forza Italia ha pareggiato i conti con FdI: i berluscones hanno incassato il 10,72%, i meloniani l’11,93%.
In Veneto, idem con patate. I suoi camerati le avevano assicurato che lo scrutinio avrebbe certificato un testa a testa fra FdI e
Lega.
Ma i tapini di Colle Oppio non avevano fatto i conti con la campagna “Vota Zaia” (attenzione: non “Vota Lega”): con 203 mila preferenze, il “Doge” ha portato il Carroccio a doppiare i meloncini veneti. A dimostrazione di chi ha il vero consenso, da quelle parti.
Il voto regionale, infine, ha registrato la trombatura di molti candidati di Fdi, mettendo ancora una volta in risalto la carenza di una classe politica che abbia presa sul territorio.
E hai voglia a dire che la tornata in Campania, Puglia e Veneto era solo un “voto locale”: i risultati sono diventati il termometro per misurare lo stato di salute elettorale del centrodestra e del centrosinistra, allargato al M5S e ai AVS, in vista del voto politico nazionale del 2027
Secondo l’analisi dell’Istituto Cattaneo, “la possibilità di far confluire i voti dei partiti del centrosinistra su candidati comuni, soprattutto nel sud, riapre la competizione anche a livello nazionale’’. Un campanello d’allarme per la “Statista della Sgarbatella” che rischia di non tornare a palazzo Chigi, tra due anni.
Quindi, i geni di via della Scrofa hanno capito che, con la legge attuale, il centrodestra rischia di perdere le elezioni, o quanto meno di vincerle stentatamente (con una strategia elettorale
unitaria il centrosinistra avrebbe gioco facile a prevalere nei collegi uninominali). Urge quindi procedere al varo di un nuovo sistema elettorale: si cambiano le carte in tavola così da fregare l’avversario. Un film che, nella politica italiana, s’è già visto più volte.
Per la riforma è sufficiente ottenere la maggioranza dei voti parlamentari e quindi non dovrebbero esserci problemi per i tre caballeros del governo, Meloni-Salvini-Tajani.
Problema risolto? Manco pe’ gnente! La Ducetta, in preda alla fregola della cosiddetta “egemonia istituzionale”, alias “premierato”, ha pensato bene di portarsi avanti per tempo: con la nuova legge elettorale vuole permettere di inserire il nome del presidente del Consiglio direttamente sulla scheda (“Giorgia Meloni premier”).
Il “premierato”, anche se non approvato, troverebbe una surroga: i cittadini andrebbero a esprimersi nelle urne scegliendo la persona a cui vogliono dare la guida del governo. Sarebbe però una forzatura del “sistema”, visto spetta al Quirinale, fatte le dovute valutazioni, il potere di affidare l’incarico e di nominare il premier.
E’ l’articolo 92 della Costituzione a dirlo: il Presidente del Consiglio, come del resto i ministri, è nominato dal Presidente della Repubblica, che solitamente conferisce l’incarico al leader della coalizione che ha vinto le elezioni e ha una maggioranza in Parlamento. Fratelli d’Italia vuole quindi bypassare Mattarella? Spoiler: sì, avoja.
Ma non tutto fila liscio nemmeno a Palazzo Chigi: Lega e Forza Italia si oppongono all’indicazione del nome del premier sulla scheda, che finirebbe per cannibalizzarli a vantaggio di Fratelli d’Italia: se Salvini, beffardo, ha proposto di non mettere nessun nome sulla scheda, Tajani deve vedersela con la Famiglia di Arcore, che vedrebbe eclissato il sacro nome di Berlusconi che, a distanza di due anni dalla morte, è presentissimo nel logo del partito.
Se Tajani non è contrario a priori al sistema di modifica della legge elettorale che ha in mente la Meloni, – proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che ottiene il 40% -, la nuova regola è invece kryptonite per Salvini.
Il motivo è semplice: la soglia del 40% permetterebbe alla “Giorgia dei Due Mondi” (Colle Oppio e Garbatella) di fare a meno della Lega. Il calcolo è presto fatto: con Fdi al 30-31%, Forza Italia al 9-10% e cespugli centristi tra l’1-2%, l’ex Truce del Papeete, ormai alleato rompicojoni, non serve più.
Salvini l’ha capito: sa che più sarà alta la soglia minima per ottenere un premio di maggioranza (ad esempio, dal 45% in su), più Giorgia Meloni sarà obbligata a imbarcarlo nella coalizione
Va aggiunto che la soglia del 40% potrebbe rivelarsi un boomerang per le “magnifiche sorti e progressive” di Meloni, in quanto raggiungibilissimo anche da un centrosinistra finalmente unito, dopo lo smacco subito alle elezioni del 2022 (quando quel pippone politico di Enrico Letta non riuscì a compattare il “campo largo” e tutti corsero per sé, regalando la maggioranza al centrodestra).
Senza considerare che, come ha sottolineato il politologo D’Alimonte, non si cambia la legge elettorale a un anno dal voto, bensì all’inizio di legislatura.
Preoccupazioni e obiezioni a cui la Macbeth de’ noantri risponde con un “me ne frego”: Fratelli d’Italia, come confermato dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, alla festa di “Libero”, prevede la calendarizzazione del premierato alla Camera a gennaio 2026, e della legge elettorale ai primi di marzo.
Lo stesso mese, stando a quanto annunciato sempre ieri dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si apriranno i seggi per il voto sulla riforma della magistratura.
Sul fuoco c’è troppa carne, indigeribile per tanti: ragion per cui si è scatenato quel nervosismo, con vittimismo paraculo annesso, che ha spinto la Sora Giorgia a cavalcare il “complotto del Colle per fermare il governo”.
Una strategia, concertata tra i capoccioni di via della Scrofa, diretta a destabilizzare l’autorità istituzionale super partes di Sergio Mattarella, che vede tali riforme come mortifere per l’ordinamento democratico costituzionale.
Quando poi Giorgia Meloni ha annunciato “Il caso Garofani è chiuso”, ci ha pensato lunedì Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, a riaprirlo e inasprirlo: “In ambiente di tifosi, a ruota libera, il consigliere di Mattarella si è lasciato andare improvvidamente a tutta una serie di valutazioni sul governo. Se fosse stato di destra, sarebbe stato crocifisso”
Dopo un’ora e mezza dalla dichiarazione, con un Capo dello
Stato incazzatissimo, quel furbo laureato di ‘Gnazio, ha fatto capire che l’uscita era ben pensata e mirata: anziché ritrattare, si è limitato a un colpetto di freni: “Anche io, come Giorgia Meloni, considero chiuso e sul quale ho espresso personalmente sin dal primo minuto, piena solidarietà al Presidente Mattarella”.
E poi ha aggiunto, velenosissimo: “Certo, ho detto, forse in maniera troppo sincera, che Garofani potrebbe essere imbarazzato a svolgere il ruolo non di Consigliere ma di Segretario del Comitato Supremo di Difesa. Ma non tocca a me chiedere le sue dimissioni e nemmeno l’ho fatto”.
E così, ora i Fratelli di Meloni si ritrovano con un tosto e sotterraneo correntone tra i piedi che spadroneggia dalla Lombardia alla Sicilia e se ne fotte, sotto l’esperta e abilissima guida dei Fratelli La Russa (Ignazio e Romano), dei diktat dell’ex attivista del Fronte della Gioventù diventata premier (Fidanza sindaco di Milano? No, mejo Lupi; Prandini
governatore della Lombardia? No, quella è roba mia).
E chissà quanto si è pentita la Meloni di aver fatto imbufalire il malconcio Silvio Berlusconi mettendo La Russa sulla poltrona della presidenza del Senato, carica importantissima a cui Lei teneva moltissimo: in caso di “indisposizione” dell’ottuagenario Mattarella, è ‘Gnazio quello che prenderebbe il suo posto…
(da Dagoreport)

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GIORGIA ADESSO È TENTATA DALLA SFIDA SUL PALCO DI CASA: NON VUOLE APPARIRE IN FUGA

Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

MELONI SPIAZZATA DAL SI’ AL CONFRONTO DI ELLY SCHLEIN, PENSAVA AVREBBE DECLINATO L’INVITO… LA SFIDA DI ELLY CHE NON TEME DI GIOCARE LA PARTITA NELLA TANA DEL NEMICO

Non esclude di accettare. Di più: è tentata, fortemente tentata di presentarsi sul palco e affrontare il duello con Elly Schlein. Premessa: Giorgia Meloni non aveva previsto la mossa della leader dem. Come lei, i vertici meloniani: nessuno aveva ipotizzato che la segretaria del Pd potesse dire sì all’invito. Anno
dopo anno, aveva sempre declinato.
Stavolta è diverso, a sorpresa. Ecco perché, a caldo, la presidente del Consiglio tentenna, ci pensa, valuta costi e benefici.
Non ufficializza un’apertura, ma non si tira neanche fuori dal possibile confronto pubblico ad Atreju. Valuta le conseguenze di un passaggio che si trasformerebbe in un avvenimento politico. Di più: inizia a pensarci ed è addirittura orientata a dirsi disponibile. E insomma: dovesse decidere domani, probabilmente salirebbe su quel palco.
A sera, parla Giovanni Donzelli. Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia rimanda sostanzialmente la palla nel campo avversario.
Da collocare eventualmente in una delle giornate centrali della festa, mentre di solito a Meloni è riservata la chiusura di Atreju.
Un passaggio che diventerebbe impegno da gestire, per la premier, ben consapevole che a dicembre esistono almeno tre appuntamenti internazionali: una visita in Bahrein, un incontro tra leader sui migranti a Bruxelles il 10 dicembre, il Consiglio europeo del 18-19 dicembre. Fatiche a cui aggiungere quella per prepararsi al meglio per la resa dei conti con la leader dell’opposizione, che attirerebbe l’attenzione dei media.
E poi, nella riflessione meloniana pesa un elemento pre-politico: per indole, la premier fatica a mostrarsi in ritirata, soprattutto se
sfidata pubblicamente. Le peserebbe dunque farlo, questo raccontano i suoi da Palazzo Chigi.
È anche vero – ed è una regola aurea di molte campagne elettorali – che chi si trova in una posizione di forza ha meno interesse a mettersi in gioco, mentre chi deve inseguire di solito spinge per organizzare questo tipo di confronti. E dunque, la dem preme per salire su quel palco. Certo, in questo caso non ci sono elezioni in vista, ma è evidente che un faccia a faccia segnerebbe l’avvio del lungo duello che condurrà fino alle prossime politiche del 2027.
Schlein ha interesse a polarizzare lo scontro, nessuno dei suoi fedelissimi lo nega. Decide di accettare l’invito dopo essersi confrontata con chi si fida. È consapevole, per dirla con una formula circolata nelle ultime ore, «che un gol in trasferta vale doppio»: non è detto che vinca, potrebbe addirittura perdere, ma a meno di clamorosi inciampi trarrebbe forza dal mostrarsi nella tana del nemico (politico). Per di più di fronte a un pubblico ostile, circostanza che di norma legittima una leadership.
(da agenzie)

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