Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO: “SIAMO INCAPACI DI CONCEPIRE CHE UNA PERSONA POSSA FARE QUALCOSA NELL’INTERESSE DI QUALCUNO CHE NON SIA SE STESSO O UN SUO FAMILIARE. L’ITALIA NON È MAI STATA UNA VERA DEMOCRAZIA, FINO AL 1946. E LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA FU IMPOSTA DAI VINCITORI ANGLOAMERICANI
La democrazia non è la condizione naturale della società umana, e in particolare di quella italiana. È vero che semi di democrazia
esistono nella nostra storia: nella Roma repubblicana era il popolo, non il Senato, a eleggere i magistrati, dichiarare la guerra e la pace, approvare le leggi. Duemila anni dopo, la Repubblica romana introdusse il suffragio universale e la scuola libera, gratuita, obbligatoria.
Ma sono eccezioni, non la norma. Oggi non c’è nulla più fuori moda del Risorgimento; addirittura una città colta e ricca come Modena ha reso omaggio con una lapide ai duchi austriaci che impiccavano i patrioti come Ciro Menotti, con la solitaria, splendida protesta di Ascanio Guerriero, ufficiale dei carabinieri in congedo, che è rimasto lì con il tricolore: l’hanno portato via di peso e denunciato (va detto che il sindaco l’ha difeso, ma quella lapide era meglio non metterla).
L’Italia non è mai stata una vera democrazia, fino al 1946. E, al di là dell’eroismo dei resistenti, la democrazia rappresentativa fu imposta dai vincitori angloamericani. Non corrisponde alla nostra natura di popolo avvezzo a considerare lo Stato come nemico, incapace di concepire che una persona possa fare qualcosa nell’interesse di qualcuno che non sia se stesso o un suo familiare.
Nella Prima Repubblica eravamo una democrazia incompiuta, in mano ai partiti, condizionata dall’America e dal Vaticano. Abbiamo avuto tre elezioni in cui gli elettori potevano eleggere
il loro rappresentante in collegi giustamente piccoli: nel 1994, nel 1996, nel 2001. Poi è arrivato il Porcellum, con i parlamentari scelti dai capi partito.
Che si sono trovati bene. Gli elettori meno.
(da Corriere della Sera)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
“QUELLO CHE PREOCCUPA MELONI NON È IL PAREGGIO MA CHE CON QUESTA LEGGE ELETTORALE VINCIAMO NOI. È UN RISCHIO CHE LA MANDA FUORI DI TESTA. ANCHE PERCHÉ, SE PER CASO LA SINISTRA VINCE, IL GIORNO DOPO TUTTE LE MAGAGNE CHE HANNO COMBINATO, DA PARAGON AD AL-MASRI, VENGONO FUORI”
Matteo Renzi è in una fase “testardamente unitaria”, come si dice oggi. Soddisfatto per i
risultati delle regionali, invita le forze del centrosinistra a non perdere lo slancio e concentrarsi nel «menare, menare, menare» sulla legge di bilancio. Convinto che la partita per le Politiche sia «finalmente apertissima». Quanto all’area riformista, è il momento di unirsi «senza veti» per creare un centro più forte.
Schlein, ma anche Bonelli e Fratoianni, propongono di aprire subito un tavolo per il programma, mentre Conte ha lanciato un cantiere dei soli 5S, rimandando tutto a dopo l’estate. E lei?
«Io partirei dal minimo sindacale, inizierei dal non litigare al nostro interno. La foto che ci consegnano le regionali è quella di una presidente del Consiglio nervosa, impaurita. Questo è per me il quadro da cui si parte».
Da cosa deduce questo nervosismo?
«Beh, dal fatto che un minuto dopo che si sono chiusi i seggi, la prima cosa che fa dire al fido Donzelli è “cambiamo la legge elettorale”. Dà il senso di uno scollamento rispetto alla realtà:
invece di parlare di tasse e sicurezza, pensa a come garantire i seggi per i suoi. Il centrosinistra deve sfruttare questo momento d’oro che si apre»
In che modo?
«Innanzitutto insistendo da subito sulla legge di bilancio.
«Nel frattempo, meniamo sul governo offrendo un’alternativa credibile. Perché, se prendi l’iniziativa politica, il centrodestra può persino dividersi».
Dove vede questi segnali di scollamento?
«La destra è molto meno unita di come raccontano. In Veneto la Lega doppia FdI, ma è la Lega di Zaia non di Vannacci. Quando un giornalista come Mario Giordano, non propriamente un sinistrorso, attacca il governo perché sulla sicurezza non ha fatto niente, questi sono elementi da prendere al volo».
Il governo però ha chiuso la procedura d’infrazione con l’Europa e il rating italiano ha ricevuto un voto positivo da Moody’s. La stabilità c’è…
«Meloni continua a dire che nei mercati finanziari lei è apprezzata, ma nei mercati rionali l’apprezzano di meno se aumentano le zucchine. Lei ha raddoppiato gli stipendi ai suoi, agli staff, ma non l’ha fatto agli stipendi degli italiani. L’unico a cui hanno aumentato la pensione è Brunetta».
Qual è il punto debole di Meloni in questo momento?
«Io sono convinto che il tema della sicurezza sia quello sul quale rischia di perdere le elezioni. Potrebbe nascere qualcosa alla destra della Meloni che le porta via i voti decisivi, sia con l’attuale legge elettorale che con quella che vogliono fare».
Legge elettorale, la ragione addotta per cambiarla è il rischio del pareggio. Esiste?
«Quello che preoccupa Meloni non è il pareggio ma che con
questa legge vinciamo noi. È un rischio che la manda fuori di testa. Anche perché, se per caso la sinistra vince, il giorno dopo tutte le magagne che hanno combinato, da Paragon ad Al-Masri, vengono fuori. Quando finisce una leadership, gli effetti poi si fanno sentire per anni e io ne so qualcosa».
Però anche voi avete cambiato la legge elettorale con i soli voti della maggioranza. Perché non dovrebbero farlo anche loro?
«Noi siamo stati costretti a farlo perché quella fatta dal centrodestra era stata dichiarata incostituzionale».
I voti per cambiarla da sola comunque ce li ha…
«Forse ce la farà a fare la legge elettorale, ma di solito chi lo fa poi perde le elezioni. Quello che io dico al centrosinistra è: diamo una scrollata alla rassegnazione. La partita non solo è aperta, la partita è possibile, si può fare davvero. E parliamo di quotidianità, non di ideologia».
Insisto: se la maggioranza va avanti con la proposta nota – premio di maggioranza e proporzionale – quale deve essere la risposta?
«Io sono contrario. Il Rosatellum ha garantito uno dei governi più longevi della storia, non è che Meloni è stata eletta con il sorteggio eh. C’è una contraddizione tra ciò che dicono su quanto è brava Giorgia che ha fatto un governo stabile e la legge elettorale che non dà stabilità. Delle due l’una»
La maggioranza ha scongelato anche il premierato per portarlo in aula a gennaio. Ci crede?
«Ne tireranno fuori una al mese, da qui alle elezioni, pur di non parlare di tasse e stipendi, o dei 200 mila italiani che anche quest’anno se ne vanno dal nostro Paese. Io sono da sempre favorevole all’elezione diretta del capo del governo, ma non sono riusciti a fare nemmeno quella: per accontentare la Lega hanno fatto un pastrocchio in cui voti un premier ma non è detto che poi il premier sia lui. Voti la Meloni e ti ritrovi Salvini
L’area centrale è andata bene alle regionali ma comunque è divisa in varie iniziative. È possibile un momento di riunificazione fra queste varie iniziative? Penso a Ruffini, Onorato, voi di Casa riformista…
«Non solo è possibile, ma è doveroso e necessario. Il problema è che finora in tanti fanno le interviste, in pochi fanno le liste. Noi, che abbiamo fatto le liste, siamo ben disponibili a lavorare per questo raggruppamento, senza alcuna esigenza di protagonismo.
Noi non vogliamo spadroneggiare, vogliamo costruire con umiltà e concretezza uno spazio centrale e riformista. Lo spazio c’è, come Casa riformista quando si fa il 5% in Calabria, il 6% in Campania, il 9% in Toscana, si fa la differenza davvero. Spazio a tutti: nessuno metta veti, noi portiamo voti».
Come si sceglie la leadership? Schlein si è detta disponibile anche a primarie di coalizione. Quale deve essere il metodo?
«Condivido totalmente ciò che ha detto Elly. E ne apprezzo la fatica di costruire una casa comune. Naturalmente, se ci saranno primarie, penso che quest’area riformista del centro-sinistra potrà e dovrà presentare una candidatura diversa da Schlein e da Conte».
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
NON SONO BASTATI I GADGET ESTROSI: ACCENDINI A FORMA DI DOPPIETTA E, PER LE SIGNORE, UN UTILE SET CON FORBICINE E LIMA PER UNGHIE. AI TEMPI DELLA PANDEMIA BERLATO VENNE ETICHETTATO COME “NO VAX”
A Sergio Berlato, 66 anni, eurodeputato di FdI, paladino delle doppiette, la corsa in Regione Veneto non è riuscita
I malevoli non resistono alla facile ironia: «Il cacciatore è stato impallinato». A passare fra i meloniani, nel Vicentino, è l’ex sindaco del capoluogo berico, Francesco Rucco (9.318 voti), Berlato risulta primo dei non eletti con 8.588. Segue la fidata collaboratrice Giulia Sottoriva, cui ha cercato di tirare la volata, con 6.757 voti validi. Non sono bastati i gadget, estrosi: accendini a forma di doppietta e, per le signore, un utile set con forbicine e lima per unghie.
Berlato è un veterano che non ha mai avuto tema d’essere divisivo. In passato ha pubblicato, con tutta la serietà del caso, l’esito di un test tossicologico ad ampio spettro invitando i competitor (si era alle Europee 2024) a fare altrettanto.
Il gusto della sfida c’è. Soprattutto nei confronti di quaglie, peppole, fringuelli e pispole, Berlato è, prima di tutto, un fiero cacciatore. E il suo bacino elettorale, granitico, lo dimostra. E pazienza per le polemiche, degli anni scorsi gli annali ricordano
l’indignazione per la competizione di «tiro alla quaglia» nel Bolognese (cancellata dall’allora governatore Stefano Bonaccini).
Ora Berlato commenta così la sconfitta: «Mancò la fortuna non il valore», ricordando la battaglia di El Alamein. Eppure, con Rucco in predicato per un posto da assessore (si dice alla Sanità), per Berlato scatterebbe un posto da consigliere
C’è chi scommette che lascerebbe il posto a Sottoriva. Mettendo così a segno l’ennesima vittoria, seppur per un soffio.
(da Corriere della Sera)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
SEMBRA CHIARO CHE L’APPARATO DI POLITICA ESTERA AMERICANO E IL SUO DEEP STATE NON APPREZZINO IL RUOLO DI UN BUSINESSMAN PRIVATO, INFORMALE E POCO TRASPARENTE COME WITKOFF NEL RAPPORTO CON LA RUSSIA… L’OMBRA DI UNO SCONTRO TRA IL SEGRETARIO DI STATO USA, IL FILO-UCRAINO MARCO RUBIO E IL VICE DI TRUMP, IL PUTINIANO JD VANCE, IN VISTA DEL 2028
Come questa fuga di notizie sia avvenuta resta un mistero. Ushakov ha detto di aver
parlato più volte via WhatsApp con Witkoff – anziché tramite linee di comunicazione sicure.
Il fatto che a Bloomberg sia arrivato un audio e non la trascrizione lascia ipotizzare che “la talpa” possa essere ai vertici della catena dell’intelligence. Un Paese straniero, ad esempio, o un regolamento di conti interno agli Usa con Cia e Nsa coinvolti. Chi ha tradito Steve Witkoff? Perché qualcuno deve averlo fatto. E l’identità di quelle persone contiene alcune risposte alle domande sulle tensioni nel deep state , i livelli profondi del governo e dei suoi apparati negli Stati Uniti; forse offre anche indicazioni sulla lotta intestina che attende il partito repubblicano in vista della (presumibile) uscita di scena di Donald Trump nel 2028.
Sembra chiaro che l’apparato di politica estera americano e il suo deep state non apprezzino il ruolo di un businessman privato, informale e poco trasparente come Witkoff nel rapporto con la Russia. E la comunità dell’intelligence degli stessi Stati Uniti aveva i mezzi per mettere a segno quelle intercettazioni.
I mezzi li ha probabilmente anche l’Ucraina, ma soprattutto in
questa fase a Kiev non si ha interesse a tentare mosse che potrebbero irritare Trump e indurlo ad allontanarsi ancora di più.
Anche alcuni Paesi europei — Francia e Gran Bretagna in primo luogo — potrebbero avere le risorse per un’operazione di spionaggio tanto sofisticata. Ma finora non hanno dimostrato l’autonomia strategica sufficiente a sferrare un attacco così duro a uno stretto alleato del presidente degli Stati Uniti.
Ammesso che la fuga di notizie venga davvero da settori della stessa intelligence americana, resta da capire se esista una copertura politica. Tradizionalmente non si muovono senza. Di certo il segretario di Stato Marco Rubio è rimasto spiazzato dalle mosse russe di Witkoff e quando il «piano di pace» è uscito ha subito osservato che è in buona parte materiale di Mosca.
Di Rubio si sa che intende candidarsi alla presidenza nel 2028, probabilmente in vista di primarie durissime contro il vicepresidente JD Vance. Rubio potrebbe persino dimettersi nel 2026 per prepararsi. Lui rappresenta l’ala più istituzionale e filo-ucraina dei repubblicani, Vance quella più Maga e anti-ucraina. Con quelle intercettazioni di Witkoff — chiunque le abbia volute — la campagna per il 2028 potrebbe aver segnato il suo colpo d’avvio.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
IN TRE ANNI 175.000 GIOVANI SE NE SONO ANDATI AL NORD O ALL’ESTERO
Negli ultimi quattro anni, l’occupazione è aumentata nelle Regioni del Sud molto più che nel resto del Paese. Una crescita dell’8% che ha significato quasi 500mila nuovi posti di lavoro tra il 2021 e il 2024. L’occupazione è migliorata, la crescita economica anche. Eppure, proprio in questi anni sempre più giovani hanno continuato a lasciare il Mezzogiorno. Tra i vari motivi, ci potrebbe anche essere che con il boom dei posti di lavoro non sono saliti gli stipendi: il potere d’acquisto è sceso, la povertà è aumentata. Sono alcune delle informazioni riportate dal nuovo rapporto Svimez 2025, presentato oggi.
Quanto è aumentata l’occupazione al Sud
Un dato di fatto è evidente: nel boom dell’occupazione degli ultimi anni – che pure ha avuto le sue ombre, e sembra ormai prossimo alla fine – il Sud ha avuto un ruolo centrale. Come si diceva, il tasso di occupazione è salito dell’8% mentre nel Centro-Nord l’aumento è stato di 2,6 punti più basso. Quasi un terzo dei nuovi occupati totali (1,4 milioni circa) negli anni 2021-2024 sono arrivati nel Mezzogiorno.
Ci sono stati tanti motivi per questo aumento. Le assunzioni statali; il Pnrr, che ha spinto gli investimenti nelle opere pubbliche (ma finirà nel 2026); il Superbonus, che per alcuni anni ha portato il settore edilizio a un’impennata, e di conseguenza a parecchie assunzioni nei cantieri e nei servizi professionali collegati. Oltre a un miglioramento dell’industria, che è andata in controtendenza rispetto alla crisi del Centro-Nord, dove la produzione è molto più legata all’export internazionale.
La crescita del lavoro povero
Il problema è che, mentre aumentavano gli occupati, lo stesso non facevano gli stipendi. Dal 2021 al 2025 i salari reali nel Mezzogiorno sono scesi del 10,2%, più che nel resto del Paese (dove comunque c’è stato un calo dell’8,2%). Nel Centro-Nord,
la povertà lavorativa riguarda il 6,9% degli occupati. Al Sud, il 19,4%: quasi uno su cinque.
Basta dire che la metà dei lavoratori poveri in Italia risiede nelle Regioni meridionali (1,2 milioni su 2,4 in tutto). E questo numero è aumentato tra 2023 e 2024. In Italia ci sono 120mila lavoratori poveri in più rispetto all’anno prima. Circa 60mila di questi si trovano nel Mezzogiorno. Le famiglie in povertà assoluta al Sud sono passate dal 10,2% al 10,5%, un incremento che sembra piccolo in percentuale ma parla di circa centomila persone in più. Molte di queste famiglie hanno una persona di riferimento che lavora, ma il salario non basta a evitare la povertà.
Giovani e laureati se ne vanno
In questo scenario, è un po’ meno sorprendente quello che la sintesi del rapporto definisce un “paradossi occupazionale”, in cui “il lavoro al Sud è cresciuto come in nessuna recente fase di ripresa ciclica, ma il boom dell’occupazione non è riuscito ad arrestare le migrazioni giovanili, interne e estere”. Gli stipendi bassi non bastano a spiegare la scelta di molti giovani di andarsene, ma sicuramente aiutano.
Tra il 2022 e il 2024, sono 175mila i giovani di 25-34 anni che hanno spostato la residenza nelle Regioni del Centro-Nord
oppure all’estero. Erano stati circa 7mila in meno nei tre anni prima del Covid, dal 2017 al 2019.
Un discorso più specifico riguarda poi i laureati. Sono 26mila i giovani che si sono spostati da Sud a Nord nel 2023. Senza considerare l’età, si sale a circa 43mila. Più del triplo rispetto al 2002, quando furono 12mila. Anche mettendo in conto anche i laureati che si sono, invece, trasferiti al Mezzogiorno, le Regioni del Sud hanno comunque perso circa 30mila persone: è “il peggior saldo degli ultimi venticinque anni”, che non dà segnali di miglioramento.
Per di più, i laureati hanno superato i diplomati (39mila) e le persone con qualifica più bassa (26mila). È una tendenza di lungo periodo: sta aumentando sempre di più il numero persone qualificate che lasciano il Mezzogiorno.
Questa è una brutta notizia anche dal punto di vista strettamente economico. Considerato che la Regione spende dei soldi per l’istruzione di un cittadino, dalla scuola dell’infanzia fino all’università, ogni laureato che se ne va è una ‘perdita’, perché i frutti del suo lavoro non porteranno guadagni alla Regione stessa, ma a qualcun altro. Seguendo questo criterio, Svimez ha stimato che dal 2020 al 2024 il Mezzogiorno abbia perso quasi 8 miliardi di euro all’anno a causa dell’emigrazione di laureati:
circa 6,8 miliardi di euro per chi è andato al Nord e 1,2 miliardi per chi invece ha lasciato l’Italia.
Il rischio che l’economia torni a rallentare: cosa bisogna fare
Va citato anche un ultimo dato sulla crescita del Sud negli ultimi anni. Tra il 2021 e il 2024 il Pil del Mezzogiorno è cresciuto più che nel resto del Paese: l’8,5% contro il 5,8% del Centro-Nord.
A questo hanno contribuito in gran parte le già citate misure di sostegno all’edilizia (il Superbonus e non solo) e gli investimenti del Pnrr. Ma anche altro, come il turismo, i servizi, il fatto che l’industria meridionale in media è meno esposta alle crisi internazionali. Non è un caso che siano migliorate la manifattura (legata all’edilizia) e l’agroalimentare. Nel Centro-Nord, invece, problemi come i dazi statunitensi e la recessione della Germania si sono fatti sentire più duramente.
Il problema è che, secondo le previsioni, dal 2027 le cose rischiano di ritornare come prima. I bonus edilizi sono in diminuzione, i cantieri del Pnrr dovranno chiudere, la domanda internazionale dovrebbe migliorare, e così il Centro-Nord crescerà dello 0,9% mentre il Sud dello 0,6%. Ci sono degli elementi incoraggianti, su cui insistere, secondo il rapporto: la crescita dei servizi legati a tecnologia e informazione; l’industria; l’energia green; le università che sembrano diventare più
‘attraenti’ per gli studenti. Ma bisognerà continuare a investire anche quando saranno finiti i soldi presi in prestito dall’Europa.
(da Fanpage)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA E CAMPO LARGO PRENDEREBBERO GLI STESSI VOTI AL PROPORZIONALE, MENTRE SUI SEGGI UNINOMINALI SAREBBE BATTAGLIA
È una stima che non pretende di prevedere come andranno le prossime elezioni politiche, ma rende l’idea di alcune tendenze su come sono cambiati i consensi e i rapporti di forza politici in Italia, sulla base delle ultime elezioni regionali.
Il dato è contenuto nel nuovo rapporto dell’Istituto Cattaneo, che guarda al 2027 sottolineando quali sarebbero le differenze rispetto alle ultime politiche, dove il centrodestra stravinse.
La risposta è che stavolta ci sarebbe un certo equilibrio, con lo scontro concentrato soprattutto in alcune Regioni del Sud e la possibilità, per il ‘campo largo’, di ottenere anche una lieve maggioranza e vincere. Sempre che la legge elettorale non cambi, nel frattempo, come invece sembra essere intenzione del governo Meloni.
Cosa dice la legge elettorale e cosa è successo alle ultime elezioni politiche
Il punto è che le ultime tre regionali hanno confermato come, in termini di voti assoluti, il centrodestra e il centrosinistra (allargato a M5s e forze centriste) siano sostanzialmente in equilibrio. Era stato così anche alle elezioni europee dello sorso anno. E a dire la verità anche alle ultime politiche nel 2022: solo che allora centrosinistra ‘stretto’, M5s e Azione-Italia viva correvano ciascuno per conto suo.
L’attuale legge elettorale prevede due meccanismi per assegnare i seggi in Parlamento. Il primo è proporzionale: il numero di parlamentari dipende dalla percentuale di voti presa a livello nazionale.
Tra i seggi assegnati con questo sistema, le opposizioni erano in
vantaggio sul centrodestra: 130 contro 114.
Il problema – dal punto di vista del centrosinistra – è stato l’altro meccanismo, il cosiddetto uninominale. Funziona così: l’Italia si divide in una serie di collegi, ciascuno con i suoi candidati, e in ogni collegio solo il singolo candidato che prende più voti viene eletto. Qui naturalmente, dato che il centrodestra era unito mentre le opposizioni si presentavano ciascuno con il suo candidato, la vittoria è stata schiacciante: 147 seggi alla destra, 23 a tutti gli altri.
Cosa può succedere alle elezioni 2027
L’Istituto Cattaneo ha immagino cosa succederebbe se alle prossime elezioni, con questo stesso sistema, i partiti prendessero gli stessi voti che hanno ottenuto alle regionali che si sono svolte dal 2023 in poi. A livello proporzionale cambierebbe poco: come detto, le due coalizioni sono tendenzialmente in equilibrio. Sarebbero determinanti, quindi, i collegi uninominali.
Al Nord e al Centro partirebbe comunque in vantaggio il centrodestra. Nella zona di Emilia-Romagna e Toscana, così come al Sud, invece, il campo largo potrebbe fare molto meglio
rispetto alle scorse elezioni se riuscisse di nuovo a convincere gli elettori a votare il proprio candidato comune.
I numeri sono comunque incoraggianti per la destra, che però vedrebbe il suo margine scendere molto. L’attuale maggioranza potrebbe passare da un vantaggio di 98 seggi (quello che ottenne nel 2022) a uno di 34 seggi: circa un terzo. A questo potrebbe restringersi ancora, o anche venire ribaltato di poco, a seconda dei risultati in alcune Regioni chiave.
Considerando che il Nord e il Centro scelgano in gran parte (sempre per quanto riguarda i collegi uninominali) il centrodestra, e che il Sud vada in maggioranza al centrosinistra, così come Toscana e Emilia-Romagna, sarebbero tre i territori più combattuti. Si parla di Sicilia, Calabria e Sardegna.
Queste sommate assegnano 21 seggi che potrebbero rivelarsi determinanti, perché sono le zone in cui il campo largo ha più margine per migliorare i risultati del 2022.
Perché la legge elettorale è così importante
Naturalmente, come detto, è una stima basata sui voti alle regionali. Non tiene conto, ad esempio, del fatto che alcuni elettori nelle elezioni locali possono essere più o meno motivati
a votare dal fatto che il candidato sia del proprio partito. Così come non considera che in Calabria storicamente il centrodestra ha fatto meglio alle regionali che alle politiche, e che in Sicilia non si è ancora votato in questa legislatura perché le ultime regionali risalgono al 2022.
Resta il fatto che, per ora, i segnali indicano un’elezione più combattuta rispetta a tre anni fa. Le cose potrebbero cambiare molto nel prossimo anno e mezzo che, con tutta probabilità, ci separa dal voto politico. Non solo potrebbero cambiare i consensi e le alleanze, ma anche il modo in cui si assegnano i seggi.
Questo spiega anche perché si sia acceso così in fretta il dibattito, di fronte alla proposta del centrodestra di cambiare la legge elettorale. L’idea proposta dalla maggioranza è di un sistema in cui la coalizione che prende più voti a livello nazionale ‘vince’, e ottiene automaticamente un numero ben più alto di parlamentari, non importa di quanto ha superato gli avversari.
Un sistema simile a quello in vigore per le elezioni regionali. Senza distinzione di singoli collegi, il centrodestra potrebbe
partire decisamente avvantaggiato e non preoccuparsi di recuperare consensi in specifici territori.
(da Fanpage)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
LA LIBERTA’ EDUCATIVA E’ SACROSANTA MA TROVA IL SUO CONFINE NEL DOVERE DELLO STATO DI TUTELARE SEMPRE E COMUNQUE IL MINORE
C’è un principio sacro e innegabile: ogni genitore ha il diritto di crescere i propri figli secondo i propri valori e le proprie scelte. La libertà educativa è sacrosanta. Ma questo diritto inalienabile trova il suo confine nel dovere dello Stato, di chi gestisce la cosa pubblica e la salute collettiva, di garantire sempre e comunque la tutela del minore. È in questo delicato equilibrio che si inserisce il recente, e strumentalizzato, caso della cosiddetta “Famiglia del Bosco”.
Siamo in un contesto avvelenato. Dall’epoca di Bibbiano, i servizi sociali e tutte le figure che si occupano di infanzia sono sotto costante attacco. La retorica populista, che all’epoca aveva
trovato facile sponda politica soprattutto in Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 Stelle, ha creato un clima di sospetto generalizzato nei confronti di chi, per mestiere, deve porsi domande sulla salute e la socialità collettiva. Tutti ricorderete gli adesivi onnipresenti in tutta Italia che recitavano: “parlateci di Bibbiano”.
Oggi, questo copione si ripete. La storia di questa famiglia di origine anglo-australiana, che ha scelto una vita rurale, isolata, priva dei comfort tipici della nostra società, è stata immediatamente trasformata in un pretesto politico. L’attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il vice Primo ministro Matteo Salvini hanno brandito una “solidarietà del tutto pretestuosa” per continuare la loro battaglia contro la magistratura e, indirettamente, attaccare i servizi sociali, esattamente come fecero per il caso di Bibbiano
Le scelte di vita e la ricostruzione dei fatti
Fino alla scelta di vita rurale, la legittimità non è in discussione, anzi. L’intervento istituzionale però si basa su fatti che destano legittimi dubbi: un ricovero ospedaliero di famiglia per intossicazione da funghi di minori e genitori, il rifiuto di cure
essenziali e l’opposizione a vaccinazioni, con l’ormai ex avvocato della famiglia stesso ha definito una provocazione la richiesta di 50.000 euro a figlio.
A ciò si aggiunge la questione dell’home schooling. Pur essendo una scelta legale, non può prescindere da ciò che la scuola rappresenta: non una semplice serie di nozioni, ma socialità, confronto con i coetanei e, soprattutto, l’istituzione che proietta il bambino nel mondo dei grandi. Come ribadito dalla Presidente dell’Ordine degli Pedagogisti in un’intervista a Fanpage.it “la socialità non può mancare”.
A completare il quadro la casa: un geometra ha accertato la stabilità ma ha confermato come inesistenti l’impianto idrico e elettrico. I servizi sociali e il tribunale hanno invece descritto la struttura come fatiscente e non adatta alla presenza dei bambini, con i servizi igienici esterni e senza acqua corrente. Di fronte a queste carenze igieniche e di sicurezza, la famiglia ha mostrato una “ritrosia totale” e una non volontà di mediare, con la madre che, stando ai racconti riportati, si era già allontanata un anno fa con i figli per evitare un’ispezione. Atteggiamento confermato in queste ore che ha portato all’abbandono dell’incarico da parte
dell’avvocato di famiglia.
Il vero obiettivo: la resa dei conti con la magistratura
Qui emerge l’amara, e per certi versi prevedibile, ipocrisia della politica. Se si fosse trattato di una famiglia Rom, di una famiglia africana o di altra etnia, l’attuale destra di governo non avrebbe esitato. L’avrebbe richiamata immediatamente al rispetto delle nostre leggi, della nostra cultura e delle nostre tradizioni, utilizzando l’artiglieria mediatica in difesa dei “valori nazionali.” Rispolverando probabilmente “la bestia”, quel modello comunicativo che Morisi aveva messo in campo per Salvini per sfruttare ogni caso di cronaca.
Invece, per attaccare la magistratura, quegli stessi valori vengono barattati. Si passa sopra a un’intossicazione infantile e a gravi carenze igieniche, pur di trovare un pretesto per la “resa dei conti” politica tanto attesa. Salvini lo ha confermato, legando esplicitamente la difesa della “Famiglia del Bosco” alla necessità di un referendum per la separazione delle carriere e al desiderio di “mettere un freno a questo tipo di magistratura.” Anche l’intervento del Ministro della Giustizia Nordio, che ha promesso un approfondimento sulla vicenda, quindi una possibile
ispezione ministeriale, conferma che il tema è ormai trattato come una questione politica. Tutto molto surreale perché la scelta di questa famiglia è basata sul rispetto dell’ambiente, sul non impattare sul mondo che ci circonda e chi li difende oggi sono gli stessi che boicottano ogni giorno le politiche per l’ambiente, le conferenze per il clima e reprimono chi manifesta per tutelarle.
Il destino e il benessere di quei bambini, e il dovere di tutelarli di fronte a una famiglia restia ad ogni mediazione, sono stati sacrificati in nome di una campagna politica di un caso diventato troppo mediatico. La riprova è che casi ben più gravi che hanno portato alla morte di due bambini seguiti proprio dagli assistenti sociali sono stati raccontati dalla cronaca ma non dalla politica. L’attacco ai magistrati è la vera posta in gioco. È un grave errore: la protezione dell’infanzia non può e non deve mai diventare merce di scambio o uno strumento per lotte di potere. Le istituzioni hanno il dovere di agire per il bene superiore dei bambini, a prescindere dal loro background o dall’opportunità politica del momento.
(da Fanpage)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
LA MAPPA DEI DISAGI DELLA SANITA’ ITALIANA
Oltre 35 minuti di attesa per un’ambulanza attivata in codice rosso. È l’infelice record
con cui l’Asl di Vibo Valentia guida la classifica dei ritardi nei soccorsi di estrema urgenza. In tutta la Calabria la media si aggira intorno alla mezz’ora, a Oristano siamo sui 26 minuti, 25 a Messina. In totale, secondo una ricerca di Agenas, 41 aziende sanitarie su 110 hanno tempistiche
superiori ai 20 minuti. Decisamente troppo, soprattutto quando il target nazionale è di 18 minuti. Chi sta ben al di sotto dell’obiettivo è l’Asl di Giuliano Isontina, in Friuli, con una media di 12 minuti. Seguita a ruota da Piacenza, Chiavari, Reggio Emilia, Parma e Genova con 13 minuti.
Le attese sopra le 8 ore e il tasso di abbandono per le lentezze
La ricerca di Agenas fornisce una istantanea sullo stato della sanità italiana, in particolare quella emergenziale. A Tor Vergata, a Roma, il 25% dei pazienti è costretto ad aspettare in pronto soccorso almeno 8 ore. Sempre a Roma, al Sant’Andrea la quota è del 23% Tra il 20 e il 23% ci sono Cagliari, ospedali Giaccone e Cervello di Palermo e Cardarelli di Napoli. Ottimi esempi sono il San Carlo di Potenza, con solo l’1%, e Padova con il 2,9% di pazienti che deve aspettare oltre otto ore. Ma vittime delle lentezze sono anche tutti quei pazienti che, affranti dai tempi di attesa, decidono di abbandonare il pronto soccorso prima di essere visitati. Al Cervello di Palermo se ne va un paziente su quattro, come al Colli di Napoli. A Tor Vergata il 15%. Record in positivo, in questo caso, o ha il Santa Maria di Trapani con un tasso di abbandono dello 0,3%.
I ritardi su operazioni e interventi oncologici
Altro tassello del report sono le attese per gli interventi chirurgici e oncologici. Agenas, per i secondi, ha preso come riferimento quanti interventi per un tumore alla mammella vengono fatti entro i 30 giorni prefissati dallo standard del ministero della Salute. A Pisa si arriva al 100%, Modena, Verona, Siena, Padova, Sant’Anna di Ferrara, San Matteo di Pavia, Rodolico San Marco di Catania, Sant’Orsola di Bologna, Careggi di Firenze, Tor Vergata di Roma, Cannizzaro di Catania, San Carlo di Potenza, Cervello di Palermo, Niguarda di Milano e Santa Croce di Cuneo sono sopra il 90%. Bassissimi il Brotzu di Cagliari al 12%, Perugia è al 13% e Ancona al 20%. Per le operazioni programmabili, a capo delle Asl, a Nord e a Sud la gran parte delle aziende rispetta le tempistiche di priorità oltre il 90%. Male Cunero (12%), Rieti (14%), Matera (20%) e Torino 3(25%).
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
PIU’ CHE IL NUMERO DUE DELLA REPUBBLICA, PENSA DI ESSERE IL NUMERO UNO DELLA CURVA NORD
Era il 13 ottobre di tre anni fa, un giovedì piovoso. Quel giorno, salendo sullo scranno più alto del Senato, Ignazio La Russa pronunciò «una sincera promessa». Questa: «Cercherò con tutte le mie forze di essere il Presidente di tutti. Ve lo giuro». Allora pensammo che volesse seguire gli esempi dei suoi più illustri precedessori. Che volesse fare come Amintore Fanfani, che si autoconfinò in una posizione istituzionale sobria e defilata. O come Francesco Cossiga, che evitò accuratamente ogni riunione di partito. O piuttosto come Giovanni Spadolini, che si tenne lontano da qualunque evento politico, anche come semplice spettatore. O magari aveva in mente i modelli di comportamento
di autorevolissimi presidenti della Camera. Quello di San dro Pertini, per esempio, che non prese mai parte alle manifestazioni del Psi. O quello di Nilde Iotti, che nei suoi 12 anni alla guida di Montecitorio rifiutò tutti gli inviti ai comizi del Pci. O quello di Giovanni Leone, che addirittura si autosospese dalla sua corrente democristiana.
«Sono sempre stato un uomo di partito, ma in questo ruolo non lo sarò», giurava La Russa. Solenne il tono, ferma la voce, franco lo sguardo. Provammo a prenderlo sul serio. Anche uno che ha guidato i militanti missini a Milano, pensammo, anche uno che teneva in casa il busto di Mussolini, può essere investito dalla grazia di Stato nel momento in cui viene eletto alla seconda carica della Repubblica. E magari lo pensava anche lui. Poi, si sa come vanno queste cose, man mano che passavano i giorni, le settimane e i mesi La Russa deve aver pensato che quella promessa non andava presa alla lettera. Che ne andava colto solo lo spirito. La buona intenzione, ecco. Senza stare a guardare il capello.
Così a poco a poco ha ripreso a muoversi e a parlare come militante di partito. L’elenco delle sue uscite sotto la bandiera di
Fratelli d’Italia è troppo lungo. Limitiamoci all’ultimo mese. Il 19 ottobre manda un videomessaggio alla convention a Catania: «State lavorando molto bene, complimenti». Il 26 chiude la manifestazione di Assago: «La fiamma c’è ancora, abbiamo tutti una radice». Il 6 novembre si presenta a Pagani per la campagna elettorale di Edmondo Cirielli: «Non potevo esimermi dal testimoniare la sua dirittura morale». Il 14 novembre torna in Campania, tra i militanti con la versione napoletana del berretto trumpiano (“Make Naples Great Again”), per sostenere l’ex ministro Sangiuliano: «Ha fatto di più Gennaro in pochi mesi che gli altri dieci ministri che l’hanno preceduto».
Un giorno, a chi gli ricordava quella promessa di tre anni fa, ha risposto serafico: «Se uno non è presidente della Repubblica ha l’obbligo di essere super partes solo nell’esercizio delle sue funzioni». Ma anche di queste parole deve essersi dimenticato, quando ha annunciato con l’esultanza di un tifoso l’esito della votazione decisiva sulla contestatissima riforma della giustizia: «Il Senato approva! Bene, bene, bene!».
Il suo modo di fare è così naturale, così spontaneo, così coerente con sé stesso, che lascia l’impressione che le istituzioni si
debbano adattare a lui, non lui alle istituzioni. Rivelatrice è la sua polemica con il ct degli azzurri, Gattuso: «Non si può dire vergogna allo spettatore che fischia». Perché tra la Nazionale e i tifosi, lui sta dalla parte dei tifosi. È uno di loro. Il problema è tutto qui: più che il numero due della Repubblica, La Russa pensa di essere il numero uno della curva Nord.
(da lespresso.it)
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