Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
IL CAUDILLO PETROLIFERO NEL MIRINO DI TRUMP
Tropical tempesta a stelle e strisce s’attende sulle coste del disgraziato Venezuela di
Nicolas Maduro, il caudillo, che a Caracas cavalca malamente il potere da una dozzina d’anni, moltiplicando l’inflazione, la corruzione e i debiti con Russia e Cina, svendendo il petrolio, riempiendo le carceri di dissidenti e di stranieri, come il nostro Alberto Trentini, da usare come moneta di scambio per futuri ricatti, svuotando i banchi dei supermercati e delle farmacie, arricchendo i ricchi, mandando in malora il ceto medio, affamando e facendo fuggire la sua popolazione che un tempo gli aveva persino creduto.
Maduro, 63 anni appena compiuti, detto “il gallo combattente”, ama il potere, le fanfare e la forza. Con l’esercito, la repressione, le leggi e i giudici ad personam si è fatto padre-padrone del Venezuela. Lo ha demolito un po’ alla volta, fino alle macerie di oggi. Viene da una famiglia cattolica di Caracas. Studia quasi
nulla. Diventa autista d’autobus. Ma la sua vocazione è il sindacato. Lo scala. Entra in politica nel Movimento Rivoluzionario Bolivariano. Diventa parlamentare. Lo scopre la stella nascente del socialismo Hugo Chávez, l’ex colonnello dei paracadutisti, che dopo un tentato golpe e il carcere, nell’anno 1998, diventa presidente. Maduro sarà il suo delfino e dal 2013, il suo erede.
Trump se lo è scelto come nemico perfetto: claudicante, con le spalle al muro nell’angolo più a Nord del cortile di casa, il Sudamerica, il continente che respira, controllato a vista dalla fraterna giurisdizione di Washington che fa e disfa regimi dai tempi della Dottrina Monroe, anno 1823. Tra i nuovi arredi barocchi dello Studio Ovale, Trump ha annunciato “azioni segrete della Cia già in corso” per rovesciarlo. E ha promesso: “Maduro ha i giorni contati”. Lo accusa di essere alla guida di un narco-Stato che attenta alla sicurezza nazionale dell’America spedendo il micidiale Fentanyl, la droga sintetica che ogni anno trasforma 80 mila americani in zombie. E anche se non è vero quasi niente – il Fentanyl viene prodotto in Cina, e i grandi trafficanti stanno in Colombia, Ecuador, Messico – ha spedito la più grande portaerei della Marina, la Gerald Ford, davanti alle sue coste, con i motori che ronfano al minimo. Mentre 10 mila marines sono sbarcati a ottobre sulle sabbie di Porto Rico a mimare una esercitazione militare e sono ancora lì, in attesa. Anche loro si godono lo spettacolo dei motoscafi venezuelani che gli F-35 americani ogni tanto intercettano e affondano, nelle acque internazionali.
“Sono narcos”, recita l’accusa sulle immagini gentilmente concesse dal Pentagono alle tv del mondo, ogni missile un centro, come un videogioco, niente audio, niente sangue, solo uno sbuffo di fumo e un monito: ecco come trattiamo i nemici dell’America. Anche se nessuna legge lo consente, tranne quella della forza.
Maduro fa più o meno lo stesso sulla terraferma, in patria. L’ultimo World Report sui diritti umani è impietoso: niente libertà di parola, niente indipendenza della magistratura. I media sono controllati dal regime. La polizia abusa dei suoi poteri, arresta senza mandato e senza spiegazioni.
Le carceri sono un buco nero.
L’economia è al collasso: non c’è lavoro, non c’è cibo, non c’è
futuro. Tre milioni di venezuelani sono in fuga verso la Colombia e il Perù. L’iperinflazione ha trasformato il Boliver in coriandoli. La disperazione ha moltiplicato i conflitti e la repressione.
E pensare che nel 1971 il Venezuela, 25 milioni di abitanti ai tempi, in gran parte meticci, classe dirigente bianca, per lo più spagnola e italiana, era lo Stato più ricco del Sud America. Galleggiava su 330 miliardi di barili del petrolio più pregiato al mondo. Lo avvantaggiava la dolcezza del clima, la fertilità della terra, le altre ricchezze minerarie. Il benessere faceva contenti tutti. Nessuno pensava a investimenti e riforme. Così che quando negli anni 80 il petrolio precipita da 106 a 32 dollari, il cambio di stagione diventa una voragine, il Pil si dimezza, la povertà raddoppia, i ricchi si prendono quel che resta.
Saltano le casse dello Stato.
Interviene il Fondo monetario internazionale che offre prestiti e chiede tagli sociali. Monta la protesta, fino alla strage del febbraio 1989, quando per arginare le manifestazioni di Caracas, esce dalle caserme l’esercito, spara, 380 morti.
Entra in gioco Hugo Rafael Chávez che predica socialismo, giustizia sociale per la popolazione meticcia. Stravince le elezioni. Investe in fabbriche, scuola, sanità. In 15 anni di potere raddoppia l’occupazione e il reddito pro capite. Poi arriva la malattia che in un anno si porta via Chávez e la quasi primavera del Venezuela.
Maduro vince le elezioni del 2013 per un soffio e una ammissione che diventerà una minaccia: “Sono figlio di Chávez, ma non sono Chávez”. In una manciata di anni – dalla reggia presidenziale di Palazzo Miraflores – reprime ogni dissenso “con le buone o con le cattive” come dichiara nei suoi lunghissimi sermoni che la televisione nazionale ritrasmette. Esautora il Parlamento nel 2017. Nomina i giudici della Corte Suprema che lavorano al suo servizio. Sopravvive a un tentativo di omicidio. Minacciato dagli Usa, si lega sempre di più alla Russia con accordi militari e ai generosi prestiti della Cina. Apre alla Turchia e all’Iran. Oltre all’esercito, gli protegge le spalle la moglie Cilia Flores, avvocato penalista, parlamentare, sospettata a suo tempo di narcotraffico, titolare di molto potere, dura di carattere: “Cilia ti ama o ti odia, non fa negoziati”.
Per tre elezioni di seguito, la coppia presidenziale resiste a forza
di brogli. Al suo primo mandato, Trump prova a buttare Maduro giù dalla torre, appoggiando il giovano deputato liberal Juan Guaidó che il 23 gennaio 2019 si autoproclama presidente. Tranne l’Italia che nicchia, lo sostengono apertamente l’Europa, gran parte dell’Occidente e del Sud America. Maduro reagisce: “Non torneremo al Ventesimo secolo dei gringos e dei colpi di Stato. Io sono il solo presidente legittimo”.
È sempre più vero il contrario, visto che all’ultimo giro elettorale, luglio 2024, ha oscurato i risultati, limitandosi a dichiarare di aver vinto.
Sparito Guaidó, Trump ci ha appena riprovato con Maria Corina Machado, esponente dell’ultra-destra, che vive clandestina, minacciata da Maduro, protetta dalla Cia. Anche lei si prepara alla guerra, questa volta innalzando il premio Nobel per la Pace che ha appena incassato, grazie a uno di quei giochi di prestigio di cui si nutre la geopolitica. E promette: “La transizione è già iniziata”. Armi, finzioni e propaganda stanno apparecchiando la tavola dell’ultima cena. Il destino del Venezuela è di nuovo in gioco e non sarà Maduro a giocare.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
IN AMERICA (E NON SOLO) I RICCHI GESTISCONO LA POLITICA E I POVERI APPLAUDONO PURE, CON LE PEZZE AL CULO E LE BENDE SUGLI OCCHI: E’ IL SOVRANISMO, BABY
Nella speranza di emanciparmi dalla mia ignoranza finanziaria, leggo la newsletter di Walter Galbiati su Repubblica online, nella quale, tra le altre cose, si spiegano con chiarezza le oscure dinamiche di bitcoin, stablecoin, criptovalute e altre diavolerie dell’evo digitale. Capisco circa la metà di quanto leggo, e sia chiaro che la metà che capisco è merito di Galbiati, la metà che non capisco è mio demerito.
Due cose mi sbalordiscono — ed è lo sbalordimento tipico dell’uomo del Novecento di fronte al mutare dei tempi. La prima è che è sempre più difficile trovare il nesso tra l’economia reale (il lavoro umano, la produzione e il consumo di beni, la ricaduta della fatica e dell’ingegno sul benessere privato e pubblico) e quella finanziaria. Un nesso residuo ci sarà pure: ma i gradi di separazione sono molteplici.
La seconda, per me ancora più sbalorditiva, è che tra potere politico e potere economico non esiste quasi più distanza. Nessun grado di separazione.
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, e Steve Witkoff, plenipotenziario della Casa Bianca per i negoziati in Medio Oriente e Ucraina, sono tra gli attori principali della scena finanziaria, in specie della valuta digitale (avrò detto giusto?) stablecoin. Che ogni loro atto pubblico sia sospettabile di interessi privati non è nemmeno un sospetto: è una certezza.
In America i ricchi, forse perché non si fidavano più dei politici, hanno preso direttamente in mano le redini del Paese. Moltitudini di poveri applaudono. Con le pezze al culo e le bende sugli occhi: è il populismo, baby.
(da Repubblica)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
E’ LA RESISTENZA DI UN POTERE MASCHILE CHE VEDE MINACCIATO UN ORDINE ANTICO
Il disegno di legge sul consenso ieri è stato bloccato. E non da qualche estremista
improvvisato, ma dal cuore del potere maschile italiano: il Senato. Un luogo ancora oggi composto in larga parte da uomini sopra i quarant’anni, che hanno fatto ciò che fanno sempre quando un cambiamento culturale sfiora il loro perimetro: hanno tirato il freno. Un dato, questo sì politico: ogni volta che si tenta di spostare anche di un millimetro il baricentro del patriarcato, gli ingranaggi istituzionali rallentano, inceppano, resistono.
La spiegazione arriva oggi da Matteo Salvini, che garantisce di voler “fermare gli intollerabili episodi di violenza”, però (c’è sempre un però), bisogna “limitare la discrezionalità” e “proteggere uomini e donne da chi si vuole vendicare di un rapporto finito male”.
È una frase che andrebbe studiata nei corsi di sociologia del potere: non parla di violenza, ma di paura del cambiamento; non parla di consenso ma di controllo. E soprattutto sposta il centro del discorso dalla protezione delle vittime… alla protezione degli imputati.
La verità è che il nodo non è il diritto penale. È la perdita di sovranità su un territorio che per secoli è stato considerato a libero uso: il corpo femminile.
Il corpo delle donne non è ancora riconosciuto come soggetto politico: è un campo semantico da interpretare, un terreno dove gli uomini esercitano autorità linguistica prima ancora che fisica. Sono loro a decidere cos’è stupro, cos’è eccesso di zelo, cos’è leggerezza, cos’è malizia, cos’è “vendetta”. Il corpo femminile rimane una competenza maschile, non un soggetto, ma un oggetto di normazione.
La richiesta di inserire il consenso come criterio giuridico chiaro sposta questo centro. Lo sposta radicalmente: dice che il desiderio delle donne ha valore legale, che l’autonomia delle donne produce norme, che il limite delle donne diventa un limite dello Stato. Ed è questo che fa paura. Non le false accuse, che sono lo 0,18%. Non il fatto che una donna possa dire “no” perché dorme, perché è ubriaca, perché è paralizzata dalla paura, o semplicemente perché cambia idea, o perché sa che opporsi peggiorerà tutto. Fa paura la fine dell’arbitrio: dover chiedere. Dover attendere, rispettare, invece che prendere come
proprietari. Fa paura che il consenso non sia più una formalità etica, ma una cornice politica: un dispositivo che obbliga gli uomini a interrogare i propri privilegi, decostruire la propria postura nella relazione, ripensare la genealogia culturale del proprio desiderio. Un dispositivo che incrina non solo la violenza, ma la gerarchia.
Per questo, al Senato, il ddl si ferma.
Perché il punto non è la legge. Il punto è che per la prima volta la società chiede agli uomini di fare ciò che alle donne viene imposto da secoli: mettersi in discussione. Non per cavalleria, ma per democrazia.
E se questa frase non basta, allora basta la storia: le donne si sono messe in discussione quando hanno lottato per votare; quando hanno rivendicato il diritto di studiare, di entrare nelle università, nelle professioni, nei luoghi da cui erano escluse; quando hanno smontato stereotipi, abitudini, gerarchie che le definivano “adatte” solo a certi ruoli; quando hanno preteso di non essere licenziate perché incinte; quando hanno rivendicato il diritto a dire no al proprio marito; quando hanno chiesto l’aborto libero e sicuro; quando hanno preteso il divorzio; quando hanno lottato per la libertà di scegliere se avere o non avere figli;
quando hanno inventato i consultori, i centri antiviolenza, il lessico per nominare ciò che subivano; quando hanno dovuto lottare per dimostrare di meritare ciò che agli uomini era garantito per default; quando hanno dovuto raccontare, spiegare, giustificare, educare, tradurre la violenza perché non veniva creduta; quando hanno dovuto decostruire ogni stereotipo cucito addosso, e rifare da zero l’alfabeto della libertà. Da oltre un secolo, le donne fanno il lavoro culturale che agli uomini oggi appare “fastidioso”: interrogarsi, smontarsi, rimettere in ordine il mondo. Ecco perché una legge sul consenso diventa una minaccia simbolica. Perché chiede agli uomini di fare, per la prima volta, un gesto che le donne compiono da generazioni: ridefinire se stessi.
Questo è il nocciolo, quello che non si dice mai ma che attraversa ogni dichiarazione istituzionale: una norma sul consenso è una scomodità, una revisione dello status, un cambio di postura mentale prima ancora che sessuale. Una norma che mina un ordine simbolico in cui il desiderio maschile è stato considerato un diritto, e quello femminile un dettaglio.
(da Fanpage)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN ACCETTA L’INVITO E PONE UNA CONDIZIONE: “DESIDERO UN FACCIA A FACCIA PUBBLICO”
«Vengo solo se posso confrontarmi con Giorgia Meloni» ha risposto Elly Schlein al nuovo invito ad Atreju da parte di Fratelli d’Italia. La segretaria del Pd è stata raggiunta da una telefonata oggi pomeriggio, come rivelano il Corriere della Sera e l’Ansa.
Schlein è stata invitata per la seconda volta alla storica manifestazione del partito della premier. Lo scorso anno la segretaria dem non aveva accettato.
La condizione di Schlein al telefono con Donzelli
A chiamare Schlein sarebbe stato il capo dell’organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. A lui la segretaria Pd avrebbe posto come unica condizione la possibilità di un faccia a faccia pubblico con la premier. Contattato dal Corriere, Donzelli non ha
smentito ma neanche confermato: «Come è noto, non parlo degli inviti ad Atreju»
Quando ci sarà il prossimo Atreju
Il prossimo appuntamento con Atrejiu è previsto dal 6 al 14 dicembre a Castel Sant’Angelo. La trattativa perché la leader del Pd accetti l’invito sarebbe appena iniziata. Finora lei e Meloni non si sono mai confrontate in un dibattito pubblico.
Donzelli più tardi è sembrato più aperto all’ipotesi del confronto. Contattato dall’Ansa, il dirigente meloniano ha chiarito: «Se va bene a tutti, visto che stiamo invitando tutti i leader dell’opposizione e hanno già quasi tutti accettato, porterò questa proposta a Giorgia Meloni e deciderà lei”
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
POCHI GIORNI FA SONO STATI ALLONTANATI DAI GENITORI ROM DIECI BAMBINI DAL CAMPO DI VIA SALVANESCHI A MILANO
In difesa della cosiddetta “Famiglia del bosco“, la coppia anglo-australiana che viveva
isolata tra i boschi di Palmoli (Abruzzo), la macchina della propaganda politica e social ha puntato il dito contro lo Stato, i giudici e i servizi sociali.
Con quale narrazione? I figli di questa famiglia sarebbero stati “strappati” solo perché i genitori hanno scelto uno stile di vita alternativo, mentre lo Stato chiuderebbe gli occhi davanti ai bambini rom che vivono in condizioni molto peggiori, senza scuola, senza vaccini, in abitazioni malridotte.
Attraverso questo confronto viene imposta l’idea di fondo del doppio standard, dove si interviene con severità con alcune famiglie e tolleranza con i rom, fatti passare come “intoccabili” sul piano giudiziario e sociale. Succede anche a loro, ma non fa notizia
Cosa bisogna sapere:
L’allontanamento dei tre figli della “Famiglia del bosco” è stato disposto dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila dopo un percorso di accertamenti dei servizi sociali, sulla base di condizioni ritenute pregiudizievoli per i bambini, non per una generica scelta “green”.
Le stesse norme (art. 403 c.c. e provvedimenti del Tribunale per i minorenni) si applicano a tutti i minori sul territorio italiano, senza distinzione di etnia o cittadinanza.
Esistono casi documentati e recenti di minori rom allontanati dalle famiglie e inseriti in comunità, come nel campo abusivo di via Selvanesco a Milano, dove dieci bambini sono stati collocati in struttura su decisione del Tribunale.
Da anni sono attivi programmi nazionali specifici per l’inclusione e la tutela dei bambini rom, sinti e caminanti, che prevedono interventi sociali e scolastici in molte città italiane, compresa Milano.
La contrapposizione “tolgono i figli solo alla Famiglia del bosco e mai ai rom” risulta del tutto falsa e fuorviante. I casi ci sono, ma fanno meno notizia e riguardano una comunità spesso già disprezzata
Secondo un rapporto del 2013 dell’Associazione 21 luglio risulterebbe più facile che un minore rom venga sottratto e messo in adozione rispetto a uno “non rom”.
La propaganda social
I post non entrano nel merito dell’ordinanza del Tribunale, né delle procedure previste dalla legge, deviando del tutto l’attenzione in difesa della famiglia del bosco. Di fatto, usano il caso come grimaldello per sostenere che ci sarebbe una repressione selettiva contro chi adotta stili di vita “non allineati”, ma non contro i rom.
«Ci sono 16 mila bambini rom in Italia che vivono in condizioni igieniche e sanitarie a dir poco scadenti, usati dai genitori per mendicare o rubare e voi togliete i figli a quelli della casa nel bosco??? Vergognatevi!!!!» scrive in un post la pagina Facebook “Sapere è un Dovere”.
«Cari servizi sociali, non provate un po’ di vergogna? come mai non andate nei campi rom dove migliaia di bambini vivono in pessime condizioni. La legge è uguale per tutti?» scrivere in un post un altro utente, il quale utilizza una foto del Perù che non ha nulla a che fare con le comunità rom
A livello politico, sono intervenuti rappresentanti della Lega come Susanna Ceccardi («Bambini con la propria famiglia nel bosco no, nel campo rom si?! Voi cosa ne pensate?»).
Non è mancato l’intervento di Matteo Salvini, attuale vicepremier, che se la prende con lo Stato
Anche i bambini rom vengono allontanati dai genitori
I rom non sono intoccabili e anche i bambini di queste comunità vengono allontanati dalle famiglie. L’esempio più recente riguarda la decisione del Tribunale di Milano per il ricovero in comunità di dieci bambini rom, ritenendo le loro condizioni incompatibili con la tutela dei minori. La vicenda è stata raccontata anche da Open in un articolo del 2 ottobre 2025. Non si parla di un campo qualsiasi, ma di quello dove vennero rintracciati i quatto minorenni che investirono e uccisero Cecilia De Astis lo scorso 11 agosto: il campo di via Salvanesco.Ecco quanto riportato nell’articolo del 2 ottobre:
All’alba di giovedì scorso la polizia locale di Milano è intervenuta nel campo rom di via Selvanesco, al Gratosoglio, dove da tempo vivevano diverse famiglie. Oggi, in quell’appezzamento di terreno a sud della città, restano soltanto due roulotte e un furgone, oltre a tre adulti, due donne e un uomo, che sono stati denunciati per maltrattamenti nei confronti
di familiari e conviventi. Il blitz è arrivato dopo una serie di sopralluoghi condotti dal Nucleo problemi del territorio della Locale, guidato dal comandante Gianluca Mirabelli.
Un confronto con la famiglia del bosco? Anche in questo caso, le famiglie rom vennero accusate per le condizioni di vita in cui facevano vivere i minori, con la totale assenza di un’iscrizione a scuola e risultati privi di occasioni educative, sportive o culturali. Come riportato dalla Comunità di Sant’Egidio, riprendendo da Repubblica Milano, i bambini non vedono un pediatra nemmeno quando avevano la febbre e non risultano vaccinati.
Un rapporto del 2013 dell’Associazione 21 luglio, intitolato “Mia madre era rom”, denuncia quello che sembra essere una prassi istituzionale nei confronti delle comunità rom rispetto a quelle “non rom” riguardo l’adottabilità dei minori:
Dai dati della ricerca, emerge che un minore rom, rispetto a un suo coetaneo non rom, ha 60 probabilità in più di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni e circa 50 probabilità in più che per lui venga aperta una procedura di adottabilità. Tali numeri si traducono nel dato secondo il quale un bambino rom ha 40 probabilità in più di essere dichiarato adottabile rispetto a un bambino non ro
Attraverso il rapporto, realizzato in collaborazione con la Facoltà di Antropologia culturale dell’Università di Verona, l’Associazione 21 luglio sostiene quanto segue:
Segregando i rom su base etnica nei cosiddetti “campi nomadi”, come da anni avviene a Roma e nel Lazio, le istituzioni locali prima condannano le comunità rom a vivere in situazioni di totale degrado e all’esclusione sociale, lavorativa e abitativa. E poi sottraggono loro i propri figli per proteggerli dal rischio di vivere in quel contesto inadeguato alla fruizione dei diritti dell’infanzia che gli stessi amministratori hanno creato.
In un articolo de Il Domani, datato 19 maggio 2021, viene ripreso l’argomento, denunciando come i tribunali allontanino con più facilità i bambini a immigrati e rom.
Conclusioni
La narrazione dei campi rom utilizzata per difendere la “Famiglia del bosco” risulta fuorviante, in quanto allontanano la discussione dalle motivazioni del Tribunale dei Minori de L’Aquila e ignorano il lavoro dei servizi sociali nei confronti delle situazioni disagiate presenti negli stessi campi rom. Il doppio standard, di fatto, non è istituzionale, ma mediatico e strumentale.
(da Open)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
“MIA FIGLIA ERA INTROVERSA, LA SCUOLA L’HA TRASFORMATA”… “QUEI GENITORI DEVONO CONSENTIRE AI LORO FIGLI LE STESSE POSSIBILITA’ DI VITA AVUTE DA LORO PRIMA DI CHIUDERSI NEL BOSCO”
Avevo scritto al leader dei Verdi Angelo Bonelli un messaggio per cercare di capire come mai sul caso della famiglia della
ormai celebre “casa nel bosco” di Palmoli fosse scattata a difesa dei genitori praticamente tutta la destra italiana, nel silenzio quasi unanime della sinistra. Ero incuriosito perché in fondo la scelta di vita fatta dai coniugi Nathan Trevillion e Christine Birmingham, di rifiuto del modello di società capitalistica e della sua tecnologia, mi sembrava lontanissimo dai modelli della destra, e assai più affine all’ecologismo magari più radicale della sinistra.
Bonelli mi ha richiamato ed è nato il colloquio che qui pubblico. Dove racconta di avere letto l’ordinanza con cui i magistrati del tribunale dei minorenni de L’Aquila hanno temporaneamente sospeso la potestà genitoriale dei coniugi e di avere trovato in quelle righe argomenti condivisibili più per l’esperienza fatta da padre che da uomo politico.
In sostanza: i genitori sono liberi di fare delle scelte anche in base alla loro ideologia, ma quella libertà ha un confine quando ci sono di mezzo i bambini: l’ideologia, anche una ideologia non lontana da quello in cui crede Bonelli, non può essere imposta a bambini privandoli del loro diritto di crescere, di avere vita di relazione e di avere gli strumenti critici con cui decidere per sé quando saranno grandi. Un confine labile, che però è al centro del tanto interesse suscitato dalla storia complicata di questa famiglia.
Ecco perché sono cauto su una vicenda così delicata che ha al centro bambini
«Ho letto quell’ordinanza per farmi un’idea dei fatti», premette subito Bonelli, «e sono sempre molto cauto ad affrontare argomenti di questo tipo quando ci sono di mezzo dei bambini. Da libertario ed ecologista io riconosco il diritto ad ognuno di decidere come vivere nei migliori modi possibili in linea con il proprio orientamento culturale. Però qui c’è un punto di vista che non va dimenticato, ed è quello dei bambini. Non sono loro che hanno fatto quella scelta di vita, e bisogna anche chiedersi se viene garantito il loro diritto all’istruzione e ancora di più quello alle relazioni sociali. Senza dovere andare a rileggere Mowgli e il Libro della giungla, ci sono casi di scuola di bambini usciti dopo tanti anni nella foresta con difficoltà di relazione. Ecco, io mi faccio soprattutto domande, e una fra tutte: quello stile di vita sta garantendo davvero i diritti di quei bambini?»
Quei piccoli sono sicuramente felici in famiglia, ma quando saranno grandi?
Quello che lascia dubbi a Bonelli è il rifiuto da parte dei genitori di qualsiasi opportunità sia stata loro offerta: dalla casa, a una scuola da frequentare anche per incontrare altri bambini. «Parlo da genitore, non da uomo politico», continua il leader dei Verdi, «Ho una figlia e credo che al di là di quello che io possa pensare per me, lei debba avere tutti gli strumenti per crescere e che abbia il diritto di avere anche gli strumenti critici per vivere in una società complessa, difficile e competitiva come quella di oggi. Non credo che la salvaguarderei tenendola isolata da tutti in un bosco. Questo è il punto di vista di quei genitori che però hanno fatto la loro vita, hanno girato il mondo in tanti paesi diversi, hanno vissuto anche da benestanti e poi a un certo punto della loro vita hanno deciso di comprare quella casetta nel bosco e di vivere lì con i bambini che sono nati nel frattempo. I bambini certo che oggi sono felici perché stanno lì con mamma e papà. Ma mi domando: quando saranno grandi, avranno la capacità di affrontare una società complessa come quella industrializzata e di fare le loro scelte?».
(da Open)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO LA SVEGLIA RIMEDIATA, LA DUCETTA TENTA IL DOPPIO BLITZ CON LA NUOVA LEGGE ELETTORALE E LA MODIFICA COSTITUZIONALE
Il governo, a quanto si apprende, nella conferenza dei capigruppo di Montecitorio, ha
portato la richiesta di calendarizzare il premierato in Aula a gennaio. Il governo, a quanto si apprende, ha richiesto, come già fatto anche in precedenza, che il premierato rientri nella programmazione trimestrale dell’Aula della Camera. In modo che ove concluso il lavoro in commissione possa arrivare in Aula
“Gli effetti dei risultati delle regionali – il vero scossone – arrivano in Parlamento. Ieri la Lega, forte del successo in Veneto, ha bloccato la legge sul consenso nella violenza sessuale, oggi Tajani stoppa l’ipotesi del nome del premier nelle liste nella nuova legge elettorale
Ecco che allora Fratelli d’Italia si fa subito sentire, rivendica la leadership e torna a riproporre il premierato”. Lo ha detto la capogruppo del Pd a Montecitorio Chiara Braga dopo la capigruppo.
“Dopo la legge sull’autonomia, smontata dalla Corte Costituzionale, la riforma della giustizia che lo sarà presto dal referendum, ora tocca alla Meloni incassare il premio per il patto
di potere che li tiene incollati al governo anche con divergenze molto forti.
Una riforma, il premierato che metterà in pericolo l’equilibrio tra poteri dello stato previsto dalla Costituzione trasformando la democrazia in un sistema basato sull’investitura di un leader, anziché sulla rappresentanza parlamentare”, ha aggiunto. Braga ha promesso dura opposizione al provvedimento.
/da agenzie)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
TRUMP VUOLE UNA STRUTTURA FARAONICA DA OLTRE 8MILA METRI QUADRATI, MENTRE IL POVERO MCCRERY PREFERIREBBE UN PO’ PIÙ DI DISCREZIONE, E AVREBBE RICORDATO A TRUMP LA REGOLA AUREA DELL’ARCHITETTURA: MAI COSTRUIRE UN’AGGIUNTA CHE FACCIA OMBRA ALL’EDIFICIO ORIGINARIO
Il presidente Donald Trump litiga con l’architetto da lui assunto per la nuova sala da ballo della Casa Bianca. Secondo quanto ha appreso il Washington Post, al cuore del dissidio ci sarebbero le dimensioni del progetto il cui costo dai 200 milioni iniziali sarebbe lievitato a 300 milioni di dollari.
Trump – scrive il quotidiano della capitale – lo vorrebbe in linea con l’estetica grandiosa ‘alla Mar-a-Lago’ che gli è cara mentre l’architetto James McCrery II ha invitato alla discrezione sulla scorta di una regola aurea dell’architettura: mai costruire un’aggiunta che faccia ombra all’edificio originario
La ristrutturazione, che costituisce uno dei cambiamenti più significativi nei 233 anni di storia della Casa Bianca, non è ancora stata sottoposta a una revisione pubblica formale, nè sono stati resi noti dettagli chiave sulla futura costruzione, ad esempio l’altezza prevista del nuovo edificio.
Si sa solo che la struttura è ampia oltre 8000 metri quadratospiterà oltre ai mille commensali vip, anche una serie di
uffici. Citando motivi di sicurezza nazionale la Casa Bianca ha inoltre evitato di precisare quali siano i piani per il bunker di emergenza situato in precedenza sotto la East Wing demolita per far largo al progetto
Un funzionario della Casa Bianca ha ammesso con il Washington Post che tra Trump e McCrery ci sono state divergenze, descrivendo però le conversazioni sulla ballroom come “un dialogo costruttivo” in cui “come per qualsiasi edificio, esiste un confronto tra il committente e l’architetto”.
Secondo il Washington Post, l’intenso coinvolgimento di Trump nel progetto e la sua determinazione a realizzare la propria visione nonostante le obiezioni dell’architetto, riflettono una incrollabile fiducia nel suo gusto personale e un’attenzione quasi ossessiva ai dettagli.
Nei primi dieci mesi del secondo mandato, Trump ha portato avanti una campagna per aggiornare la Casa Bianca secondo la propria estetica a base di marmi e oro senza mai chiedere il permesso a nessuno sulla scorta della stessa filosofia del ‘Chi potrebbe fermarmi?’ perfezionata in decenni di attività come imprenditore immobiliare
Mentre sul sito della ex East Wing continuano a fervere i lavori,
i piani per la ballroom non sono stati ancora presentati alla National Capital Planning Commission, il comitato di 12 membri – ora alleati di Trump – incaricato dal Congresso di vigilare progetti edilizi federali.
La prossima riunione in programma il 4 dicembre non ha la sala da ballo all’ordine del giorno, assente anche tra i punti destinati a essere esaminati nei prossimi sei mesi. La Casa Bianca ha detto al Washington post che il progetto sarà presentato alla commissione “al momento opportuno”.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
IL COATTO DELLA CASA BIANCA HA DATO CARTA BIANCA AI MILIARDARI DELLE BIG TECH PERCHÉ SONO CRUCIALI NELLA COMPETIZIONE TECNOLOGICA CON LA CINA E PERCHÉ LO HANNO AIUTATO CON IL BUSINESS DELLE CRIPTOVALUTE, COL QUALE LA SUA FAMIGLIA GUADAGNA MILIARDI
Destra Maga spaccata anche sulle regole per l’intelligenza artificiale (AI) e l’uso della
tecnologia. Da tempo è rivolta nel movimento che ha fin qui sostenuto Donald Trump per il tentativo del presidente di silenziare il caso Epstein dopo averlo denunciato come uno scandalo, ma anche per altro: le divisioni interne su suprematismo bianco, il sostegno a Israele e uno stile presidenziale che, tra costruzione di sontuose sale da ballo e tappeto rosso per i super ricchi, rischia di far perdere alla destra il sostegno della gente comune, i forgotten men.
Ora, però, il presidente deve vedersela con un’altra frattura nella sua coalizione, che fa meno notizia ma può avere conseguenze molto più gravi per il fronte conservatore e rischia di indebolire l’America nel confronto tecnologico e geopolitico con la Cina.
Le due fazioni
I Maga hanno sempre guardato con diffidenza o aperta ostilità i giganti tecnologici schierati con Trump. Dietro gli scontri spettacolari tra Elon Musk (quando era ancora a fianco del presidente) e Steve Bannon, ideologo sovranista e architetto della vittoria elettorale di Trump nel 2016, è cresciuto i
malessere dei tradizionalisti per le porte spalancate dal loro leader ai tycoon della Silicon Valley: sostegno a giganteschi piani d’investimento nei data center per l’AI e adesione alle loro richieste di non regolamentare il settore, smantellando anche le norme dell’era Biden.
Sicuro di poter far ingoiare ai Maga ogni cambio di rotta, Trump ha dato carta bianca ai giganti di big tech un po’ perché convinto da loro che ogni regola è un freno nella competizione tecnologica con la Cina, un po’ perché i tecnologi entrati nel suo team l’hanno aiutato a sviluppare il business delle criptovalute col quale la sua famiglia guadagna miliardi.
Il no degli Stati ross
Nel frattempo, però, molti Stati dell’Unione, decisi a limitare l’onnipotenza dei giganti tecnologici almeno sul loro territorio, hanno cominciato a introdurre regole su vari fronti: dalla protezione della salute mentale dei minori minacciata da un uso senza limiti dell’AI al tentativo di salvare posti di lavoro frenando l’automazione.
E i più decisi sono stati i grandi Stati di destra, Florida, Texas, Missouri, Utah: i conservatori sono, infatti, i più diffidenti verso la tecnologia e sono anche i maggiori sostenitori della
limitazione dei poteri federali a favore di quelli autonomi degli Stati.
La legge bocciata
A luglio Trump, spinto dalla lobby tecnologica, ha cercato neutralizzare tutte queste leggi statali con una norma nascosta nella grande legge di bilancio, il suo Big, beautiful bill: moratoria di 10 anni per l’applicazione delle leggi degli Stati sull’AI. Tentativo votato dalla Camera ma scoperto e sventato all’ultimo minuto dal Senato.
Nonostante un voto finale dei senatori piuttosto netto (99 a 1), ora Trump è tornato alla carica con un nuovo tentativo di inserire la moratoria nel Defense Bill, la legge contenente le spese militari. Il leader è uscito allo scoperto con un argomento non infondato: sarebbe caotico gestire lo sviluppo del settore industriale più strategico per il Paese con un patchwork di 50 regole diverse nei 50 Stati dell’Unione
Ma stavolta Trump è stato rimbeccato con l’accusa di non aver fatto nulla per creare regole omogenee a livello federale da personaggi di prima grandezza del partito come il governatore della Florida Ron DeSantis, e da suoi alleati storici come il senatore del Missouri Josh Hawley e perfino da una sua ex
portavoce: l’attuale governatrice dell’Arkansas Sarah Huckabee Sanders, che ha organizzato una coalizione di 20 Stati conservatori contro il provvedimento chiesto dal suo ex datore di lavoro alla Casa Bianca. Mentre Bannon ammonisce: se Trump continua così, perderemo le elezioni del 2026 e anche le presidenziali del 2028.
(da agenzie)
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