Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
“FDI È CONVINTA CHE CON LE ATTUALI REGOLE NEL 2027 POTREBBERO PERDERE LE POLITICHE, VISTO CHE I SONDAGGI DICONO CHE LE DUE COALIZIONI SI EQUIVALGONO” – “IL GOVERNO VUOLE INTRODURRE UN SISTEMA PROPORZIONALE, CON UN PREMIO DI MAGGIORANZA CHE SCATTEREBBE UNA SOGLIA TRA IL 40 E IL 42% DEI VOTI. E CHE SUCCEDE SE NESSUNO LA RAGGIUNGE?”
Non s’erano ancora scrutinate le schede, e già il partito di Giorgia Meloni annunciava che è urgente cambiare la legge elettorale.
Il politologo Roberto D’Alimonte, professore di sistema politico italiano alla Luiss, non esita a definire «uno scandalo questa
scoperta voglia di cambiare le regole del gioco perché si teme di perdere la prossima partita». Detto questo, non è sbagliato, però, rimettere mano alla legge elettorale, perché quella che c’è non va bene.
Professore, ci risiamo con la girandola della legge elettorale
«È così. Durante la Prima Repubblica abbiamo votato per decenni con lo stesso sistema proporzionale. Negli ultimi venti anni siamo diventati il paese al mondo che ha cambiato più spesso il sistema elettorale. Una degenerazione».
Dice Giovanni Donzelli di FdI che occorre cambiare perché solo così si otterrà stabilità.
«Questo è vero ma è anche vero che vogliono cambiare perché sono convinti che con le attuali regole nel 2027 potrebbero perdere le elezioni. Infatti come dicono i sondaggi, le due coalizioni si equivalgono. A questo punto la vittoria della destra non è più sicura ed è anche possibile che l’attuale sistema elettorale non dia a nessuno una maggioranza in entrambe le camere».
Lei dice che si andrebbe allo stallo?
«Giorgia Meloni ha vinto le scorse elezioni solo perché ha stravinto nei collegi, ma ciò è successo perché Pd e M5s sono
andati divisi. Cosa che non mi pare si ripeterà».
E allora?
«È un problema. Anche per me la stabilità è un grande valore».
Come uscirne?
«Un’ipotesi potrebbe essere il ritorno alla legge Mattarella: 75% degli eletti con collegi uninominali, 25% con il proporzionale. L’attuale legge Rosato è una finta Mattarella, con solo un terzo di collegi uninominali e due terzi di seggi proporzionali. In questo modo, però, i collegi sono diventati troppo pochi per avere un effetto maggioritario certo e allo stesso tempo sono diventati troppo grandi per garantire un rapporto diretto tra eletti ed elettori».
Sembra che il governo lavori all’abolizione dei collegi.
«Pare di sì. Vuole introdurre un sistema proporzionale di lista, con un premio di maggioranza. Solo che la Corte costituzionale ci ha detto che occorre fissare una soglia per far scattare il premio. È probabile che sia tra il 40 e il 42% dei voti. E che succede se poi nessuno la raggiunge?
Io penso che in questo caso la soluzione migliore sia il ballottaggio tra le due coalizioni più votate. Ma so che non mi ascolteranno perché il centrodestra ha paura dei ballottaggi
Addirittura vogliono eliminarli per i sindaci. La loro soluzione pare che sarà l’assegnazione di tutti i seggi con formula proporzionale nel caso nessuno raggiunga la soglia per far scattare il premio. In pratica il ritorno al proporzionale della Prima Repubblica».
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
ORA SI AGGIUNGE IL CASO DEL PM FRANCESCO DE TOMMASI, BOCCIATO DAL CONSIGLIO GIUDIZIARIO MILANESE PER “DIFETTO DEL PREREQUISITO DELL’EQUILIBRIO” NELL’INDAGINE SUL CASO DI ALESSIA PIFFERI, GUARDA CASO DE TOMMASI È IL PM DELL’INCHIESTA SUI DOSSIERAGGI DELL’AGENZIA EQUALIZE… LA PROCURA DI MILANO, CON L’ARRIVO DELL’ARMATA BRANCA-MELONI, E’ DIVENTATA IL NUOVO ”PORTO DELLE NEBBIE”?
Da mesi siamo in trepida attesa della chiusura delle indagini dei Pm della Procura di
Milano, diretta da Marcello Viola, sulla vendita del 15% di Mps da parte del Mef finita – guarda che coincidenza! – nelle mani di Caltariccone e compagni.
Ancora. Per la Santanché un rinvio tira l’altro. A circa dieci mesi dal rinvio a giudizio per i falsi in bilancio per cui l’ex amministratrice Daniela Santanchè (ministra del Turismo del governo Meloni e senatrice di Fratelli d’Italia), il processo a Milano (con altre 16 persone) rischia seriamente di finire in prescrizione.
Un rischio sollevato la scorsa estate non da Dagospia ma dai i pubblici ministeri Marina Gravina e Luigi Luzi. Sul processo per truffa aggravata all’INPS la prescrizione è sospesa: il giudice ha infatti congelato il decorso del termine almeno fino a febbraio 2026, in attesa della decisione della Consulta sul conflitto tra Senato e Procura relativo all’utilizzo di alcuni atti. In condizioni ordinarie, la prescrizione per il reato di truffa aggravata scatterebbe a metà 2027, ma la sospensione giudiziale ha
fermato il decorso.
Invece, per altri procedimenti correlati, come il falso in bilancio e il crac Visibilia, esiste il rischio che si avvicini la scadenza della prescrizione a causa dei ripetuti rinvii delle udienze.
Per il falso in bilancio, invece, la richiesta di rinvio a giudizio è stata formalizzata nel luglio 2024 e la prescrizione potrebbe scattare dopo 5 anni, quindi nel 2029, con alcune annualità già prescritte per il periodo 2016-2018.
I rinvii stanno però accelerando il rischio prescrizione e i PM hanno segnalato come, con questo ritmo, la tagliola potrebbe avvicinarsi già nei prossimi due anni se non si accelera il dibattimento.
Riguardo alla bancarotta delle società collegate, la prescrizione dipende dalla data del presunto fallimento: in assenza di atti interruttivi rilevanti, la scadenza per questi reati è di solito tra 6 e 8 anni dal fallimento, quindi per Ki Group e Bioera il rischio prescrizione potrebbe concretizzarsi tra la fine del 2026 e il 2028, tenendo conto dei rinvii e del calendario fitto delle udienze fissate fino a maggio 2026.
Intanto, del confronto Santanchè-Meloni, annunciato mesi fa dalla premier dopo il rinvio a giudizio della ministra, non si è più
avuta notizia.
La “Santa del Turismo”, sostenuta com’è da Ignazio La Russa, se ne fotte e si attovaglia con l’ex della premier, Andrea Giambruno, “Al Moro”, ristorante bene in vista nel pieno centro di Roma, a due passi da Palazzo Chigi.
Come chiesto dalla Procura di Milano, guidata dalla ”prudenza” politica di Viola, lontana anni luce dall’era di chi l’ha preceduto (sotto la lente dei pm milanesi sono finiti in oltre tre decenni Mani Pulite, Parmalat, i furbetti del quartierino, le scalate bancarie, la grande evasione fiscale, le big tech, ecc.), l’indagine per violenza sessuale nei confronti di Leonardo Apache La Russa, figlio del presidente del Senato Ignazio, e del suo amico dj Tommaso Gilardoni è finita archiviata.
I due amici di bisbocce erano stati accusati da una 22enne che, dopo una notte in discoteca, si era risvegliata nel letto di Leonardo Apache.
La presunta vittima, dopo aver incontrato l’ex compagno di liceo che le avrebbe offerto un paio di cocktail, ha riferito di un “black out” fino alla mattina dopo quando, verso mezzogiorno, si sarebbe risvegliata “confusa”, disorientata e svestita nel letto di lui, senza ricordare nulla delle ore precedenti
Benché siano stata riscontrate tracce di Ghb, nota anche come “droga dello stupro”, in un capello della ragazza, che potrebbero essere compatibili proprio con il periodo in cui sarebbero avvenute le violenze, secondo una consulenza difensiva effettuata da un esperto nominato dal legale della ragazza, l’avvocato Stefano Benvenuto, è arrivata l’archiviazione.
Secondo il gip di Milano Rossana Mongiardo, “non ci sono né elementi specifici né prove che i due giovani “si fossero avveduti (o comunque avessero percepito)” che lo stato di alterazione della giovane, “dovuto all’assunzione di alcool e stupefacenti” fosse “tale da incidere sul conseguente vizio del consenso alle prestazioni sessuali compiute”.
In piedi è rimasta solo l’accusa di revenge porn: il vispo erede di Ignazio avrebbe mandato su whatsapp un video intimo della ragazza a Tommaso Gilardoni, che l’ha inoltrato ad altre persone.
L’offerta di 25mila euro come risarcimento per il video registrato la notte tra il 18 e il 19 maggio 2023 a Milano, non basta alla pm Rosaria Stagnario e all’aggiunta Letizia Mannella per ritenersi soddisfatte senza un percorso riparativo.
Ancora più dura la reazione della presunta vittima: l’avvocato Stefano Benvenuto ha letto in aula una mail della ventiquattrenne che ha rifiutato il risarcimento perché “non soddisfacente”. Sarà la giudice Maria Beatrice Parati a decidere, nella prossima udienza fissata per il 17 dicembre, se ritenere la cifra in denaro congrua, se affiancare al denaro un percorso di giustizia riparativa che interromperebbe l’iter processuale oppure decidere se procedere lasciando ai difensori la possibilità di optare per eventuali riti alternativi.
Il 17 dicembre è attesa la sentenza per Gilardoni che ha chiesto il rito abbreviato. Per il deejay la pubblica accusa ha chiesto una condanna a due anni per la diffusione del video senza il consenso della vittima, e riguarda due distinti episodi di revenge porn.
E il chiacchieratissimo scandalo della “Gintoneria”, che coinvolgeva mezza Milano potentona, una volta nelle manine della Procura di Milano, che fine ha fatto? Per aver messo insieme “prostituzione, detenzione e spaccio di stupefacenti e autoriciclaggio”, il tenero Davide Lacerenza ha patteggiato 4 anni e 8 mesi di reclusione; con l’accordo è stata prevista anche la confisca di beni per risarcire lo Stato, tra cui bottiglie di champagne e arredamenti dei locali per un valore superiore a 900mila euro.
Massì, non fate i Savonarola, ci sta pure un ridicolo ma frizzante
risarcimento a base di Dom Perignon quando c’è di mezzo un coattone cocato che si può permettere, ospite de “La Zanzara” di Radio24, di gonfiarsi come una rana e di spedire “pizzini” ai naviganti: “Da me venivano tutti: politici, imprenditori, magistrati. sul mio telefono ho tutti i nomi coi messaggi…”.
Alle tali esplosive indagini in mano alla Procura di Milano, le cui sentenze di condanna avrebbero avuto un immediato e devastante rimbalzo nei palazzi del potere romano, ora si aggiunge il caso di Francesco De Tommasi, il pm dell’inchiesta sui dossieraggi dell’agenzia Equalize di Enrico Pazzali.
“Delicatissima”, scrive il temerario Luigi Ferrarella sul “Corrierone” diretto da Luciano Fontana (che evita di rilanciarlo dalla carta al sito e lo relega in un colonnina con titolo sfollalettori), “anche per gli emersi rapporti di Pazzali con vertici Gdf, dirigenti del palazzo di giustizia milanese e 007 di Roma”.
Infatti, De Tommasi lo troviamo protagonista anche di un nuovo capitolo dell’inchiesta della procura di Milano sugli spioni di Equalize connessi allo scandalo urbanistico milanese.
Grazie a un articolo di “Repubblica” dello scorso 13 settembre, a firma Rosario Di Raimondo, si informa: “Il pm Francesco De Tommasi ha aperto un fascicolo parallelo sul presunto furto e la manipolazione di alcune chat intercorse fra l’archistar e presidente della Triennale, Stefano Boeri, e la direttrice generale dell’istituzione culturale milanese, Carla Morogallo.
Secondo la denuncia di Boeri, quei messaggi estrapolati abusivamente potrebbero anche essere stati “manipolati e modificati”.
Come risulta anche dalla testimonianza resa, come persona offesa, dall’archistar davanti al pm Francesco De Tommasi, lo scorso gennaio”.
Per la vicenda, come anticipato da LaPresse, è indagato l’informatico vicentino Gabriele Edmondo Pegoraro, esperto di bitcoin e cybersecurity, già dipendente di società che forniscono intercettazioni per diverse Procure d’Italia, con le ipotesi di accesso abusivo a sistema informatico e cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”.
(da Dagoreport)
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Novembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
NON E’ CHE L’EX MINISTRO QUANDO PARLA DI UNA “DONNA” SI RIFERISCE A SILVIA SALIS?
Elly Schlein è in campo. E non nasconde le proprie ambizioni: «Il candidato premier del centrosinistra?
“O si fa come la destra ed è candidato chi prende più voti, o ci sono altre modalità. Io ho già detto che sono disponibile a correre alle primarie». La leader del Pd, reduce dalla conferma del centrosinistra in Puglia e Campania, capovolge la vulgata giornalistica secondo la quale le Regionali, alla fine della festa, si sono concluse con un sostanziale pareggio. «Da quando sono segretaria abbiamo strappato alla destra la Sardegna e l’Umbria, ci sono due regioni rosse in più».
Una sottolineatura non casuale, rivolta a quanti dentro il partito ancora la criticano e cercano altrove un possibile candidato premier. «Siamo in partita, vogliamo vincere e andare al governo nel 2027», ribadisce Elly Schlein in una conferenza stampa al Nazareno all’indomani della tornata elettorale. La segretaria non
demorde.
E adesso è più difficile anche per i suoi avversari interni contrastarla.
Dario Franceschini, abile tessitore del Pd, ha cercato di spiegarlo ai suoi interlocutori dem in questi giorni: «Su Schlein avete un pregiudizio anche perché è donna. Diciamoci la verità, chi di noi, 5 anni fa, avrebbe mai immaginato Meloni a Palazzo Chigi? Nessuno, eppure è successo».
E ancora, sempre Franceschini, sempre con i dem che immaginano Conte o Manfredi come candidato premier: «Il centrodestra andrà con Meloni e voi volete mettere un uomo? L’unico scontro possibile è donna-donna. Vi rendete conto che un uomo contro Meloni avrebbe dei problemi? Se l’attaccasse passerebbe per sessista, se invece evitasse lo scontro per non beccarsi questa accusa, passerebbe come uno acquiescente». Non li ha convinti tutti, i suoi interlocutori, Franceschini, ma con qualcuno ci è riuscito.
Del resto, come tiene a sottolineare Francesco Boccia, «per la scelta della candidatura a Palazzo Chigi ci sono tante strade, ci sono le primarie e c’è la legittima aspirazione del più grande e forte partito della coalizione a esprimerla e non c’è dubbio che
da queste elezioni la leadership di Elly esca rafforzata».
(da Corriere della Sera)
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Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
NEL CARROCCIO FESTEGGIA SOLO UNO DEI QUATTRO VANNACCIANI IN LISTA: SI TRATTA DI STEFANO VALDEGAMBERI… TRA LE FILE DI FRATELLI D’ITALIA, FIGURACCIA PER L’EURODEPUTATO PRO-CACCIA SERGIO BERLATO E PER IL CONSIGLIERE USCENTE JOE FORMAGGIO, PASSATO ALLA RIBALTA PER LE SUE POSIZIONI PRO ARMI
C’è chi festeggia avendo ricevuto 665 voti e viene eletto consigliere regionale: si tratta
del Cinque Stelle Fabio Baldan. Paradossi e meraviglie delle preferenze, che anche in questa occasione hanno lasciato una scia di promossi e bocciati dal voto.
Rimanendo in Veneto, nel Carroccio festeggia solo uno dei quattro vannacciani in lista: si tratta di Stefano Valdegamberi (8.268 preferenze).
Tra i leghisti brilla anche l’ex assessore Roberto Marcato, che arriva a 11.500 preferenze precise, anche se a Padova viene superato dal vicesindaco del capoluogo, il dem Andrea Micalizzi (18.051 voti). Si conferma nel Veronese l’eurodeputato forzista ed ex sindaco scaligero Flavio Tosi (10.581 voti per lui). Bocciato, invece, l’ex leader comunista Marco Rizzo, candidato governatore per Democrazia sovrana popolare, che raccoglie in tutta la Regione poco più di 20 mila voti, pari all’1,1%.
Tra le file di Fratelli d’Italia, invece, non passano le forche caudine del voto l’eurodeputato pro caccia Sergio Berlato e il consigliere uscente Joe Formaggio, passato alla ribalta per le sue posizioni pro armi e per alcune iniziative come il risotto anticomunista.
Tra i dem non passa la segretaria dei giovani Pd, Virginia Libero, quarta nel padovano con 4.799 voti.
Promosso al fotofinish l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, ma a Napoli nel centrodestra i riflettori sono al femminile: tra i meloniani primeggia Ira Fele, moglie del deputato e coordinatore provinciale Michele Schiano, con 14.788 voti. Nella Lega invece passa l’ex deputata Michela Rostan con trascorsi nei Ds, nel Pd, in Articolo 1, Italia viva e Forza Italia. Per lei 11.041 voti, quasi 4 mila in più del capogruppo uscente Severino Nappi, escluso.
Fuori per poco più di cento voti, invece, il consigliere meloniano uscente Marco Nonno. Tra i figli illustri, Pellegrino Mastella, figlio dell’ex Guardasigilli Clemente, svetta nel Beneventano (dove la lista Noi di centro svetta nel centrosinistra con il 17,7%), con 17.701 preferenze.
Non ce la fa a sorpresa l’ex forzista Armando Cesaro, candidato con Casa riformista: il figlio dell’ex senatore Luigi, campione di preferenze, rimane al palo nonostante i 14.966 voti ricevuti.
Tra le candidate escluse ci sono la palestinese napoletana Souzan Fatayer, in lista con Avs (5.094 preferenze per lei) e Daniela Di Maggio, mamma di Giogiò, vittima della camorra: candidata con la Lega, ha raccolto il sostegno di 964 persone. Solo 89, invece,
hanno scelto Maria Rosaria Boccia, imprenditrice passata alle cronache per l’affaire Sangiuliano e in corsa con la lista del sindaco di Terni Stefano Bandecchi.
Tra i bocciati c’è anche un fedelissimo di Roberto Fico: si tratta di Luigi Gallo, volto per nove anni alla Camera dell’ala ortodossa dei Cinque Stelle, per lui 2.255 preferenze contro le 12.773 di Luca Trapanese, assessore per quattro anni della giunta Manfredi a Napoli. Non rientrerà in Consiglio regionale nemmeno Valeria Ciarambino (3.400 preferenze) per due volte candidata governatrice del M5S e candidata ora con Avanti Campania.
In Puglia la notizia, ovviamente, è l’esclusione dal Consiglio regionale di Nichi Vendola: l’ex governatore, nonostante 9.698 preferenze rimane fuori perché Avs non supera la soglia di sbarramento.
(da agenzie)
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Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
CUOR DI LEONE SCOMMETTIAMO CHE NON SI CANDIDA A SINDACO?
Nella tornata elettorale che con percentuali bulgare ha consegnato la Regione al centrodestra del nuovo presidente Alberto Stefani, gli elettori di Venezia hanno invece premiato Giovanni Manildo e il centrosinistra.
Qui la coalizione di Manildo è prima, con il 48,2% dei voti, mentre quella di Alberto Stefani di ferma al 47,4%.
Nel territorio comunale, il solo Partito democratico ha raccolto il 29,3% delle preferenze, diventando il primo partito in città.
Seguito da Alleanza Verdi Sinistra (7,3%), Movimento 5 Stelle (3,8%), Uniti per Manildo (3,2%).
Determinante del Pd il ruolo di Monica Sambo, capace di raccogliere oltre 6300 preferenze solo a Venezia comune.
Nel centrodestra invece la Lega è prima con il 25%, Fratelli d’Italia si ferma al 16,8%, Forza Italia raccoglie un misero 2,7%.
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Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA PREMIER, CHE HA VISTO IL SUO PARTITO, FRATELLI D’ITALIA, DOPPIATO DALLA LEGA IN VENETO, STA PENSANDO DI LASCIARE LA REGIONE PIÙ RICCA D’ITALIA ALLA LEGA, NEL 2028, IN CAMBIO DEL SÌ DEL CARROCCIO ALLA RIFORMA DEL SISTEMA DI VOTO (CHE PER IL PARTITO DI SALVINI E PER FORZA ITALIA SAREBBE UNA FREGATURA)
La debordante vittoria della Lega in Veneto con il “doppiaggio” rispetto a Fratelli
d’Italiacambia le dinamiche interne alla sua coalizione: rianimato il partito, almeno a nord, il vicepremier Matteo Salvini ha già alzato la testa: una prima avvisaglia è già stata fatta pervenire alla premier dal Senato, dove proprio all’indomani del voto regionale è stata rinviata l’approvazione della legge sul consenso.
Non un testo a caso, ma quello su cui alla Camera si era trovata l’unanimità grazie ad un accordo tra Meloni ed Elly Schlein e che doveva simbolicamente essere approvata nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
«Schermaglie» e «questioni tecniche», hanno minimizzato i meloniani. Tuttavia un campanello d’allarme ha iniziato a suonare e toccherà alla premier riassestare gli equilibri per ottenere il risultato che ormai considera non più rinviabile
Del resto, riformare la legge elettorale è considerato il premio di consolazione dopo il fallimento della riforma costituzionale del presidenzialismo (poi tramutata in premierato e ora ferma in parlamento) e Meloni è decisa a ottenerlo.
Lo ha detto bene Giovanni Donzelli: «Se dovessimo votare oggi, non ci sarebbe stabilità politica per nessuno». O meglio, la vittoria del centrodestra sarebbe decisamente in bilico nei collegi uninominali, se Schlein riuscisse a consolidare il Campo largo come è stato a queste regionali.
Così FdI è decisa a cancellare la ripartizione tra collegi uninominali e listino bloccato del Rosatellum. L’ipotesi a cui i suoi strateghi stanno lavorando è nota: proporzionale, con indicazione del candidato premier sulla scheda. «Il nostro modello sono le leggi elettorali regionali», ha suggerito Donzelli. «Ragioniamo di premio di maggioranza», ha aggiunto Lucio Malan. Tempi: stretti, considerando il voto da anticipare alla primavera del 2027.
Per riuscirci, vanno però superati alcuni scogli. Il primo è politico: FI darebbe un sì di massima, ma la Lega è contraria ha già dimostrato che una piccola vittoria è stata sufficiente a solleticarne l’orgoglio e non ha alcuna intenzione di agevolare i
piani della premier. Tanto più che proprio il Rosatellum e la ripartizione di collegi uninominali ha permesso a Salvini di incassare più parlamentari di quanti avrebbe ottenuto con un proporzionale.
Ecco allora che a palazzo Chigi sta maturando l’ipotesi di uno scambio: a Meloni interessa la legge elettorale, alla parte elettoralmente forte della Lega – il nord – interessa invece mantenere la guida della regione Lombardia nel 2028, che prima del voto in Veneto era considerata ormai ceduta a FdI.
«Troppo presto per dirlo», è stato il commento dei leghisti, ma la compagine lombarda del partito ha già ricominciato a sorridere. L’accordo gioverebbe molto ai governatori (sempre più tentati dal progetto di federazione sul modello Cdu-Csu) e poco a Salvini, ma è ancora tutto da costruire
Va poi trovato un punto di contatto con le opposizioni. In pubblico, Schlein ha detto che non ci sono contatti e che «una nuova legge non ci interessa», in privato invece non esclude del tutto l’idea di ingaggiare una sfida “una contro una” con Meloni.
Il corpaccione del Pd, invece, rimane contrarissimo: con un campo largo unito e la legge attuale, la vittoria sarebbe possibile. Dunque perché farsi ammaliare dalla premier, quando i freddi
calcoli dimostrano che l’attuale assetto giova?
Senza contare che una legge che impone di indicare il candidato premier aprirebbe la contesa con Giuseppe Conte, con il rischio di primarie che farebbero esplodere la coalizione prima ancora di testarla a livello nazionale.
(da Domani)
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Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
IL PRIMO PUNTA A FAR EMERGERE LE ABITAZIONI “FANTASMA”, SCOVATE DALL’AGENZIA DELLE ENTRATE TRAMITE IMMAGINI SATELLITARI O DRONI. IL SECONDO OFFRE SANZIONI RIDOTTE PER SANARE GLI ABUSI PIÙ GRAVI, COME GLI INTERVENTI ESEGUITI SENZA LA CERTIFICAZIONE DI INIZIO ATTIVITÀ … EPPURE IL LEADER LEGHISTA ERA STATO CHIARO CON GLI ALLEATI: “IL MINISTRO COMPETENTE SONO IO E ME NE OCCUPERÒ PERSONALMENTE”
Il sorpasso spunta tra gli emendamenti alla manovra. Sulla corsia d’accelerazione ci sono due proposte di Fratelli d’Italia. Sono le firme dei senatori meloniani a sancire l’avanzamento sulla casa, il “totem” di Matteo Salvini. Ecco le richieste: una spinta all’emersione delle abitazioni “fantasma” e sanzioni light per sanare gli abusi edilizi. Sono tutti temi sensibili per il ministro che ha anche la delega alle politiche abitative.
I testi in questione toccano il decreto “salva-casa”, nato e scritto al Mit, ma anche il Testo unico dell’edilizia che proprio Salvini vuole riscrivere attraverso un disegno di legge delega da portare sul tavolo del prossimo Consiglio dei ministri.
Una strategia a tappe a cui si aggiunge anche il tentativo di finanziare il Piano Casa già l’anno prossimo: un emendamento a prima firma del capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, chiede infatti di rendere disponibili, già nel 2026, circa 122 degli 877 milioni complessivi, da qui al 2030.
Ma i Fratelli non sono rimasti a guardare. Hanno rilanciato sul condono edilizio, calando un poker di richieste per riaprire vecchie sanatorie e obbligare i Comuni a rilasciare i titoli abilitativi edilizi «in esito a procedimenti» già istruiti. A nulla è valso l’altolà dello stesso Salvini, che di fronte all’arrembaggio
degli alleati aveva rivendicato la paternità della questione. Così: «Il ministro competente sono io e me ne occuperò personalmente».
Appoggiando la lente di ingrandimento sui due emendamenti inseriti nel fascicolo dei 414 “segnalati”, la collisione tra gli alleati è evidente. La richiesta sulle case “fantasma” tira in ballo il catasto.
Ai tempi del governo Draghi, Salvini definì la riforma «una patrimoniale nascosta». Si oppose, con tutta la Lega, alla delega fiscale che poi aprì la strada alla mappatura degli immobili. Ora la misura di FdI punta a dare la caccia a quelli non dichiarati e che sfuggono quindi all’imposizione fiscale. Tra gli obiettivi ci sono «l’aggiornamento della banca dati catastale» e «l’emersione delle basi imponibili».
In pratica, l’Agenzia delle Entrate invierebbe le informazioni in suo possesso agli intestatari delle case scovate tramite immagini satellitari o droni. A quel punto scatterebbe l’obbligo di mettersi in regola entro sette mesi dalla notifica della richiesta di presentazione degli atti di aggiornamento catastali.
Con l’assegnazione della rendita scatterebbe il pagamento retroattivo delle tasse, a partire dalla data di chiusura dei lavori o
da quando si è iniziato a utilizzare l’immobile. In caso di inerzia, le Entrate procederebbero d’ufficio con una rendita presunta, applicando la tariffa più alta.
Il secondo emendamento riduce drasticamente le sanzioni per sanare le irregolarità più gravi, come gli interventi eseguiti senza la certificazione di inizio attività. Non solo. Cancella anche la cosiddetta doppia conformità, rendendo necessaria solo la presentazione dell’istanza di sanatoria. Si capirà oggi se le due proposte andranno avanti in Parlamento.
(da agenzie)
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Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’ATTACCO DI “DOMANI”: “TRA UN ANTONIO GRAMSCI E UN PIER PAOLO PASOLINI NON SANNO PIÙ CHI PRENDERE IN PRESTITO PER LA MISSIONE EGEMONICA”… “STRANO, EPPURE LINO BANFI, OSPITE DEL PODCAST DI ATREJU, DOVREBBE BASTARE; ANCHE SE, IN EFFETTI, NONNO LIBERO ERA COMUNISTA”
Comincia il conto alla rovescia per l’evento più atteso dell’anno da giovani meloniani e
pensatori non allineati.
Dopo l’edizione con piste da pattinaggio sul ghiaccio e mercatini di prodotti rigorosamente italici, Atreju lascia il Circo Massimo e trasloca ai giardini di Castel Sant’Angelo.
«E al contrario della Festa dell’Unità, ci possono venire proprio tutti», annuncia entusiasta Galeazzo Bignami (e per fortuna non è Carnevale).
Sostanzialmente, Atreju esiste perché non è la festa de l’Unità, come suggerisce Bignami, ad Atreju non troverai gli amici di
Ilaria Salis, ad Atreju «non troverai i centri sociali che spaccano le vetrine», ad Atreju non troverai le lacrime di Elisa, con riferimento a quando aveva pianto per il blocco alla Flotilla, e ad Atreju, ça va sans dire, non troverai né la Flotilla né la toilette senza gender, nonostante l’immagine usata sia quello di un bagno chimico, notoriamente privo di genere da ben prima dell’ideologia woke.
Il fatto di riempire la campagna promozionale di volti della sinistra, invece, è usanza che si estende a tutte le fasce d’età del partito, che tra un Antonio Gramsci e un Pier Paolo Pasolini non sa più chi prendere in prestito dal pantheon dell’opposizione per la missione egemonica.
Strano, eppure Lino Banfi, ospite del podcast di Atreju, dovrebbe bastare; anche se, in effetti, Nonno Libero era comunista.
(da Domani)
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Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
“LA PREMIER AVEVA PROMESSO UN’AZIONE MOLTO FORTE SUL TEMA ENERGETICO, MA CIÒ NON È ANCORA AVVENUTO. MANCA IL SENSO DI URGENZA. UN INTERVENTO NON È PIÙ RINVIABILE” – SECONDO CONFINDUSTRIA NEL PRIMO SEMESTRE 2025 MEDIAMENTE LE IMPRESE ITALIANE HANNO PAGATO 278 EURO PER MWH CONTRO UNA MEDIA EUROPEA DI 216 EURO
“Siamo preoccupati perché assistiamo a una sorta di degrado del sistema industriale italiano e siamo preoccupati per il calo continuo della produzione connesso alla riduzione dei consumi energetici”.
A parlare è Aurelio Regina, delegato del presidente Confindustria per l’energia, che in un’intervista al quotidiano della stessa organizzazione degli imprenditori, il Sole 24 Ore, lamenta in chiaro l’indifferenza con cui Palazzo Chigi starebbe affrontando il dossier imprese: “Avevamo chiesto un intervento deciso del governo dal punto di vista energetico, ma non vediamo né il senso di urgenza né il coraggio di affrontare una manovra strutturale”.
Nel maggio scorso, proprio di fronte agli imprenditori, “la premier Giorgia Meloni aveva promesso un’azione molto forte sul tema energetico, ma ciò non è ancora avvenuto”, ha attaccato Regina.
“In base alla nostra analisi nel primo semestre 2025 mediamente le imprese italiane hanno pagato un costo di 278 euro per Mwh
contro una media europea di 216 euro per MWh – sottolinea Regina – Si tratta di un differenziale del 30 per cento che non cambia se si guarda all’asticella dei nostri concorrenti diretti: 241 euro per MWh in Germania, 183 euro per MWh in Francia e 171 euro per MWh in Spagna”.
La questione si fa ancora più seria quando si parla di piccole e medie imprese, ovvero la maggioranza del tessuto imprenditoriale nostrano. Come abbiamo sottolineato qui, l’80 per cento delle nostre imprese manifatturiere ha meno di nove dipendenti, e sono proprio queste a pagare di più l’energia elettrica.
“I conti non tornano. Se vogliamo mantenere competitivo il nostro sistema produttivo – diceva in un appello sul Foglio il presidente di Confartigianato Marco Granelli – è necessario ristabilire equilibrio ed equità nel costo dell’energia pagato dalle imprese”.
Il confronto con gli altri paesi parla da sè. “Tra gennaio e ottobre, si è registrato un prezzo medio nel nostro paese di 116 euro per MWh, mentre in Germania ci si è fermati a 87 euro per MWh, in Spagna a 65 euro per MWh e in Francia a 61 euro”, ha evidenziato il numero uno per l’energia di Confindustria,
snocciolando pacchetti di proposte per mitigare questo gap. Si va da un disaccoppiamento energetico di fatto all’accelerazione della produzione di gas nazionale.
(da agenzie)
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