Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA VERITA’ E’ CHE I MELONIANI TEMONO DI PERDERE LE ELEZIONI 2027 E VOGLIONO CAMBIARE LE CARTE IN TAVOLA
Ogni volta che i risultati elettorali sono insoddisfacenti, la colpa viene data alla legge
elettorale. Non quella con cui s’è appena votato per le regionali, ma quella con cui si dovrebbe tornare a
votare nel 2027, che se non verrà cambiata come vorrebbe Meloni sarà uguale a quella con cui si è votato nel 2022, l’anno della grande vittoria della stessa Meloni e della sconfitta del centrosinistra.
Perché allora la premier vorrebbe cambiare la legge con cui ha trionfato tre anni fa? Semplice, ha spiegato il responsabile dell’organizzazione di FdI Donzelli: la legge va cambiata perché non sarebbe più in condizione di assicurare la stabilità che ha fatto il bene dell’Italia in questi anni. In altre parole: la legge funziona se invece di due coalizioni avversarie, come sarebbe normale, se ne presentano una e mezza.
E la mezza ovviamente viene sbaragliata dall’una. Se invece anche la mezza, in prospettiva del 2027, con il ritorno all’alleanza di Pd e 5 stelle, dà segni di voler ridiventare una, innanzitutto il bis della precedente vincitrice non è più assicurato, ma soprattutto chi vince rischia di non aver maggioranza al Senato ed esprimere un governo condannato all’instabilità.
Con i risultati di lunedì, il centrosinistra tornerebbe a prendersi gran parte dei collegi uninominali di Campania e Puglia, e il centrodestra, ugualmente, del Veneto. Di qui, secondo Donzelli,
in nome della stabilità (del centrodestra), la necessità di cancellare i collegi della legge elettorale voluta a suo tempo da Renzi, l’Italicum, e copiare quella delle regioni (che quando fu esportata in nazionale, dal ministro leghista che se ne occupò, Calderoli, fu definita «una porcata» e ribattezzata “Porcellum”).
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO, OGGI SINDACO DI BENEVENTO, INCONTENIBILE: “ABBIAMO SMENTITO TUTTI, ANCHE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CHE CI DAVA PER SCONFITTI. MASTELLA È UN BRAND CHE FUNZIONA, SONO IRRAGGIUNGIBILE”
Nel nome del padre, Pellegrino Mastella sbarca in Consiglio regionale con una valanga di preferenze (13.841) raccolte nel Sannio, il feudo di papà Clemente, dove “Noi di centro” si conferma saldamente il primo partito (17.701 voti, 17,68%).
Per la verità l’ultimo rappresentante della dinastia di Ceppaloni a Palazzo Santa Lucia era stata lady Mastella, Sandra Lonardo, che aveva ricoperto il ruolo di presidente del Consiglio regionale.
È stata lei a commentare, raggiante, nella sede del comitato i primi risultati elettorali del figlio Pellegrino, mentre Clemente era a casa a seguire lo spoglio in tv.
“È un brand quello dei Mastella che funziona, c’è chi ha contrabbandato i sogni con la realtà ma io sono irraggiungibile”, se la ride l’ex ministro, che in campagna elettorale ha battuto in maniera capillare la provincia sannita come ai vecchi tempi della Dc mentre gli avversari del centro destra coinvolgevano ministri e parlamentari.
“Abbiamo smentito anche l’intelligenza artificiale che ci dava per sconfitti e ci siamo bardati rispetto alle sirene del centro destra”, aggiunge Clemente Mastella, che attacca anche i sondaggisti che avevano bocciato la sua pattuglia. Copione ribaltato dal voto.
Emozionato il figlio Pellegrino per il successo elettorale: “Siamo stati tra la gente e questo ci ha premiato”. E ora “Noi di Centro” porta in Regione due rappresentanti (con Pellegrino Mastella
eletto a Napoli Giuseppe Barra), grazie ai 71260 elettori campani che Clemente Mastella ha voluto ringraziare, anche se il cuore resta nel Sannio:
“Lo sbalorditivo risultato di Benevento e provincia dimostra semplicemente che la gente ci vuole bene ed apprezza il lavoro svolto in questi anni”, dice, riservando una stoccata al Pd locale rimasto all’asciutto. “Bisogna prendere atto che questo Pd che ci fa opposizione non ha i numeri, abbiamo avuto attacchi terribili e scorretti ma non hanno inciso”.
E del figlio Pellegrino dice: “È stato bravo, lo ha caratterizzato l’umiltà, ma in città a Benevento abbiamo raccolto un dato stratosferico 27%, senza di noi il centrosinistra non vince siamo stati determinanti: spero che Schlein lo capisca”.
E il figlio Pellegrino mostra subito di avere le idee chiare: “Ci hanno accusato di clientelismo – osserva il neo consigliere regionale – ma i nostri voti sono frutto di ascolto e vicinanza alle persone
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
EMMANUEL MACRON: “NEL MONDO IN CUI VIVIAMO, SE VOGLIAMO ESSERE DAVVERO IN SICUREZZA BISOGNA FARE DISSUASIONE” … INTANTO IN GERMANIA IL CANCELLIERE MERZ PUNTA A RADDOPPIARE IL NUMERO SOLDATI ATTIVI
La Francia va verso l’instaurazione di un nuovo sistema di servizio militare volontario,
un progetto allo studio ormai da diversi mesi ma che il presidente Emmanuel Macron potrebbe annunciare entro un paio di giorni.
“Nel mondo in cui viviamo, fatto di incertezze, di un aumento delle tensioni – ha detto Macron sabato scorso – se vogliamo essere davvero in sicurezza bisogna fare dissuasione. La Francia deve continuare ad essere una nazione forte con un esercito forte
ma anche con una capacità di reazione collettiva”. La Francia ha sospeso il servizio militare nel 1997, sotto la presidenza di Jacques Chirac.
“Numerosi paesi vicini in Europa stanno reintroducendo un servizio nazionale”, ha sottolineato il capo di stato maggiore delle Forze armate, generale Fabien Mandon. Macron aveva annunciato questa iniziativa di servizio volontario il 13 luglio, davanti ad una platea di alti ufficiali, parlando di un’Europa “in pericolo” a causa della “minaccia permanente” della Russia.
Serve, aveva aggiunto, “una nazione capace di resistere, di mobilitarsi” e oltre a “sforzi sulla nostra riserva”, c’è bisogno di “dare ai giovani un nuovo inquadramento per servire, secondo modalità diverse, in seno ai nostri eserciti”.
Aveva promesso “decisioni in autunno”. Si attendono quindi annunci imminenti, con diversi scenari che restano d’attualità: arruolamento volontario per 10.000-50.000 persone all’anno è l’ipotesi più accreditata, per una durata di servizio volontario di 10 mesi remunerata con diverse centinaia di euro al mese.
La mobilitazione sulla base del volontariato di una parte di una classe di età potrebbe servire a rispondere ai bisogni di “acquisire la massa” necessaria per resistere più a lungo in caso
di conflitto, ha fatto notare nei giorni scorsi il generale Pierre Schill, capo di stato maggiore dell’esercito.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
SE IL SISTEMA ELETTORALE NON VERRÀ MODIFICATO, IL RISULTATO SARÀ DETERMINATO, QUESTA VOLTA QUASI COMPLETAMENTE, DAL NUMERO DI SEGGI OTTENUTI NEI COLLEGI UNINOMINALI. DEL RESTO, ALLE ELEZIONI POLITICHE NAZIONALI DEL 2022, I PARTITI DEL CENTROSINISTRA HANNO OTTENUTO UNA PERCENTUALE DI VOTI LEGGERMENTE SUPERIORE A QUELLA DEI PARTITI DEL CENTRODESTRA
Sulla base della stabilità degli elettorati che avevamo già osservato nelle elezioni regionali precedenti, il risultato di quelle in programma in Veneto, Campania e Puglia appariva scontato. Ed in effetti è andato tutto più o meno come previsto.
Questa ultima tornata ha confermato un sostanziale equilibrio, sul piano elettorale complessivo, tra Centrodestra e Centrosinistra largo, cioè allargato al M5S (che d’ora in poi, per semplicità, chiamiamo CS+). Più o meno, lo stesso equilibrio registrato alle europee del 2024.
Le regionali, soprattutto in Campania e Puglia, costituivano tuttavia un test importante per il CS+. Per questo, la nostra analisi, oltre a considerare i risultati per l’elezione dei presidenti
di regione, include l’elaborazione di una stima di ciò che potrebbe accadere in elezioni politiche nazionali se il sistema elettorale rimanesse invariato e la performance di CD e CS+ fosse simile a quella registrata nel ciclo delle elezioni regionali svolte dal 2022 ad oggi.
Tenendo conto della stabilità degli elettorati che avevamo già osservato nelle elezioni regionali precedenti, il risultato di quelle in programma in Veneto, Campania e Puglia appariva scontato. Ed in effetti è andato tutto più o meno come previsto.
Questa ultima tornata ha confermato un sostanziale equilibrio, sul piano elettorale complessivo, tra Centrodestra e Centrosinistra largo, cioè allargato al M5S (che d’ora in poi, per semplicità, chiamiamo CS+). Più o meno, lo stesso equilibrio registrato alle europee del 2024.
Le regionali, soprattutto in Campania e in Puglia, costituivano tuttavia un test importante della competitività del CS+ nelle prossime elezioni politiche.
Per questo, la nostra analisi, oltre a considerare i risultati per l’elezione dei presidenti di regione, include l’elaborazione di una stima di ciò che potrebbe accadere alle elezioni politiche nazionali se il sistema elettorale rimanesse invariato e le
performance del CD e del CS+ fossero simili a quelle registrate nel ciclo delle elezioni regionali svolte dal 2022 ad oggi.
Sul risultato nelle tre regioni al voto il 23-24 novembre, c’è in effetti poco da dire. Come si può vedere dalle tabelle 1-3, è stato abbastanza in linea con i risultati delle politiche 2022 e delle europee 2024. È stato perfettamente in linea con quei risultati in Campania; ha registrato un miglioramento di circa 6 punti percentuali per il CD in Veneto e di circa 7 punti percentuali per il CS in Puglia. Con una lieve differenza segnalata dalla stima dei flussi (tabelle 4-6).
Abbiamo condotto analisi dei flussi su molte città ma abbiamo riportato qui solo quelle riferite alle tre città maggiori di ciascuna regione. In generale, risulta attenuata la tendenza dell’elettorato Cinque Stelle ad astenersi più degli altri elettorati in elezioni regionali. La si ritrova solo in Puglia.
È confermata la tendenza degli elettori dell’area lib-dem (Azione, Iv, +Europa) a dividersi tra CD, CS e astensione. Per il resto, è confermata la sostanziale impermeabilità delle due aree: i passaggi da un polo all’altro sono limitatissimi, con una parziale eccezione in Puglia
Si può dire che circa la metà del vantaggio guadagnato dal CS in
quella regione (quindi, intorno a 3 punti percentuali) derivi dalla capacità di De Caro di attrarre elettori che alle europee avevano votato per partiti di CD, i quali si aggiungono a quelli che aveva già spostato a vantaggio del PD grazie alla sua candidatura al parlamento europeo.
È forse di maggiore interesse un’analisi complessiva che provi a ricapitolare l’esito di tutte le elezioni regionali che si sono svolte dal 2022 ad oggi. Per comprendere le ragioni della stima da noi condotta a questo riguardo (tab. 7 e mappe sottostanti), conviene richiamare alcuni dati di base. Nelle elezioni politiche del 2022, i partiti del CS+ hanno ottenuto, nel complesso, una percentuale di voti leggermente superiore a quella dei partiti del CD.
Di conseguenza, hanno ottenuto un numero di seggi leggermente superiore rispetto al CD tra quelli ripartiti con metodo proporzionale. Alla Camera, nella quota proporzionale, il CD ha ottenuto 114 seggi; il CS+ (CS + M5S + Azione-Iv) ne ha ottenuti 130. Ma poiché ciascuna delle tre componenti del cosiddetto Campo Largo ha presentato candidati propri (in competizione gli uni con gli altri) nei collegi uninominali, il CD ha vinto quasi dappertutto: in 121 dei 147 collegi; CS+M5S solo in 23.
Se si considerano le intenzioni di voto attualmente stimate dai sondaggi, è assai plausibile che, in una competizione nazionale in cui il CS+ si presenti unito, CS+ e CD otterrebbero percentuali di voti e un numero di seggi di entità quasi equivalente nella quota proporzionale.
Dunque, se il sistema elettorale non verrà modificato, il risultato sarà determinato, questa volta quasi completamente, dal numero di seggi ottenuti nei collegi uninominali. Nel Nord e nel Centro, con l’eccezione dei grandi centri urbani, il vantaggio del CD rimane solido, anche di fronte a un CS+ unito.
Nell’ex Zona Rossa e al sud il CS+ ha invece un notevole margine di recupero. Naturalmente, non si possono sommare i risultati delle tre componenti del CS+ del 2022, perché non possiamo dire in che misura i tre elettorati siano rimasti stabili e disposti a confluire su candidati comuni.
Per questo, le elezioni regionali, soprattutto dove il CS+ ha presentato candidati comuni alla presidenza, forniscono una misura più affidabile. Per stimare quanto sia ampio il margine di recupero del CS+ e quanto le prossime elezioni politiche possa risultare contendibili, abbiamo considerato come indicatori dell’attuale equilibrio i voti ricevuti dai candidati a presidente d regione nelle tornate elettorali che si sono svolte dal 2023 ad oggi, quando cioè era già iniziata la ricomposizione del CS+, dopo lo choc (atteso) delle politiche 2022.
La stima è stata condotta solo sui seggi della Camera perché, a differenza di quanto talvolta sostenuto da commentatori e politici, i sistemi elettorali di Camera e Senato hanno effetti identici, nell’aggregato, in percentuale, anche se il numero dei collegi senatoriali è inferiore. In pratica, abbiamo calcolato la somma dei voti ottenuti dai candidati a presidente di regione in ciascuno dei collegi uninominali della Camera, ipotizzando che i futuri candidati comuni al Parlamento delle principali coalizioni possano contare sulla stessa base di consensi.
Non abbiamo apportato aggiustamenti discrezionali nei casi in cui il M5S o altre componenti del CS+ abbiano presentato candidati propri. La stima, quindi, non può tenere conto di eventuali spostamenti di quegli elettori che, ad esempio, in Toscana hanno votato per Antonella Moro Bundu (Sinistra Rossa, 72.322 voti) o in Sardegna per l’ex presidente regionale di CS, Renato Soru (63.000 voti) o in Sicilia per il 5S Nunzio Di Paola (335.000 voti).
Non tiene conto della tendenza, da noi stessi rilevata in una
precedente analisi, per la quale, in Calabria, il CD ha ottenuto ripetutamente (come avvenuto anche nel 2025) risultati significativamente migliori alle regionali rispetto alle politiche. Non può infine tenere conto di ciò che sarebbe accaduto in Sicilia se, alle elezioni regionali del 2022, fosse già stato realizzato un accordo tra CS e M5S.
D’altro canto, questa stima non è stata elaborata con la pretesa di “prevedere” cosa accadrà alle prossime elezioni politiche, bensì di identificare e misurare la tendenza delineata dal ciclo delle elezioni regionali. La tendenza è abbastanza chiara. La dimostrata possibilità di far confluire i voti dei partiti del CS+ su candidati comuni (cosa non scontata), soprattutto nel Sud, riapre la competizione anche a livello nazionale.
D’altro canto, alle regionali, il governo Meloni “non è stato battuto” e il CD continua ad avere buone probabilità di rivincere le elezioni politiche. Ma, mentre alle elezioni del 2022 il CD ottenne 98 seggi in più delle varie componenti del CS, in base ai risultati delle regionali, questo vantaggio si ridurrebbe a circa 34, con la eventualità che si riduca ulteriormente o venga di poco ribaltato se, ad esempio, alcuni dei fattori citati in precedenza (soprattutto in Sardegna, Sicilia e Calabria) dovessero torcersi a
suo danno.
In Sardegna, ad esempio, la candidata alla presidenza del CS+ ha prevalso nettamente nel (territorio del) collegio uninominale di Cagliari, ma è stata superata, di poco, dal candidato del CD negli altri collegi. Ci potrebbe trovare con una Italia di nuovo divisa in due, o meglio in 5: con il Nord e il Centro al CD; la Zona rossa e le grandi regioni del Sud al CS; con Sicilia, Calabria e Sardegna come “campo di battaglia”.
Con tutta evidenza, sta qui l’interrogativo che sottende ad una possibile ulteriore riforma del sistema elettorale. Se sia preferibile un esito potenzialmente indeterminato, con la formazione di governi sostenuti da una esile maggioranza, o addirittura la formazione di un governo sostenuto da partiti appartenenti ad entrambe le coalizioni, oppure un sistema elettorale simile a quello che ha consentito ad entrambe le coalizioni di celebrare vittorie e sconfitte nette nel ciclo delle elezioni regionali che si è appena concluso.
Salvatore Vassallo
(da cattaneo.org)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA STAMPA: “LEI NON SPEZZA IL MECCANISMO DEL CLAN, PER CUI PREVALE SEMPRE IL VINCOLO DI FEDELTÀ E MILITANZA. IL PRIMO PARTITO DEL PAESE NON GUIDA NEMMENO UNA SOLA GRANDE REGIONE DEL SUD O DEL NORD. NON GOVERNA NESSUNA GRANDE CITTÀ. E GIÀ SI INTRAVEDONO I PROBLEMI SU ROMA (NON È UN MISTERO LA CHIACCHIERA SULLA CANDIDATURA DI ARIANNA) E MILANO. È VIVAMENTE SCONSIGLIATO IL PARAGONE CON SILVIO BERLUSCONI
Prima foto, la Campania. Dice tutto il dieci per cento di FdI su Napoli. Lì il coordinatore
cittadino è Marco Nonno, “camerata di sicura fede”, si sarebbe detto una volta: saluti romani, torta di compleanno con la Buonanima, due anni di condanna per resistenza a pubblico ufficiale per i disordini di Pianura. Neanche viene eletto.
A proposito: una parola su Edmondo Cirielli. Si è imposto a gomitate, perché si considera il padre padrone del partito laggiù. Insomma, «non gli si poteva dire di no» per vincolo di
appartenenza.
E patatrac ovunque
Seconda foto, la Puglia.
Terra che, storicamente, è sempre stata a cuore alla destra, fino a Giorgia Meloni che l’ha scelta come meta preferita delle vacanze. Anche qui, dice tutto il dieci per cento su Bari. Come predicava il vecchio Pinuccio Tatarella, se non vinci a Bari, ciao Puglia. Da quelle parti è stato eletto un solo consigliere uscente, Tommaso Scatigna, peraltro di Locorotondo. Mica male, perché di Bari è il plenipotenziario di FdI Marcello Gemmato, farmacista, padre almirantiano, uno che scommette su Giorgia dai tempi di Colle Oppio, un altro a cui «non si può dire di no».
Senza il Salento sarebbe stato ancora peggio. Lì FdI ha superato il Pd col 26. Ma grazie a Raffaele Fitto, che ha sempre un suo peso nonostante ormai si occupi di Europa e sia stato estromesso dalla gestione del partito. La faida interna, su queste premesse, è annunciata.
Terza foto, il Veneto. Caso di scuola, che riassume il tutto. Lo scorso anno, con Giorgia Meloni capolista, il partito prese il 38. Ora contro Zaia, si riscende dalle stelle: metà dei voti della Lega, come numero di consiglieri uno in meno del Pd, che è il primo
partito su Venezia città dove si vota la prossima primavera. I dioscuri sono Luca De Carlo, segretario regionale (filiera Lollobrigida) e Raffaele Speranzon, vicepresidente del gruppo al Senato.
Vedrete ora come si ballerà sulla giunta: forti del risultato delle Europee, i Fratelli avevano ceduto la presidenza in cambio di sei assessori su nove. Con questi numeri, diventa complicato.
Beh, la storia vale un trattato di politologia. Giorgia Meloni è l’ultima figlia del partito novecentesco, sezioni e militanza, dalle giovanili all’assalto al cielo. Ops, ora proprio sul terreno del partito scivola a terra.
Com’è possibile che, dopo tre anni di governo, peraltro tutto sommato senza intoppi, la premier non trovi figure che diano il senso di una novità e di una classe dirigente competitiva?
Il primo partito del Paese non guida nemmeno una sola grande regione del Sud o del Nord (solo Marche e Abruzzo, con tutto il rispetto).
Non governa nessuna grande città. E già si intravedono i problemi su Roma – non è un mistero la chiacchiera sulla candidatura di Arianna e non è un mistero che stavolta Fabio Rampelli si impunterà – e Milano, dove «non si può dire di no»
La Russa. Ecco, solo se Giorgia Meloni riesce a imprimere al voto una torsione politica nazionale il quadro regge, sennò, sui territori, è un disastro.
La risposta è semplice: perché le figure nuove non le cerca, anche se, fuori da Colle Oppio ci sono mondi tutt’altro che ostili. Così come il Pd non spezza il meccanismo delle correnti (croce e delizia) lei non spezza quello del clan, per cui al dunque prevale sempre il vincolo di fedeltà e militanza. Si dice: lei funziona, il limite è la classe dirigente.
In verità il limite a monte è la mentalità da cui non riesce a liberarsi. Quel «non si può dire di no», fa presa sulla sua cultura politica: la contaminazione come minaccia e tradimento, la politica come rivincita minoritaria di un mondo e non come costruzione maggioritaria. Un’ultima considerazione.
È vivamente sconsigliato il paragone con Silvio Berlusconi, sia come capacità di costruire squadre che come quid. Una volta, riuscì a vincere nel Lazio anche senza la lista del Pdl, che non fu ammessa a causa di un pasticcio. Valeva oltre il 30 per cento…
Alessandro De Angelis
per la Stampa
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
COLPA ANCHE DELLE ABBREVIAZIONI DA TELEFONINO, DEI CHATBOT DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DEL CALO DELLA SCRITTURA A MANO… GLI STRAFALCIONI PIÙ DIFFUSI? L’APOSTROFO, L’USO DEL CONGIUNTIVO E DEI PRONOMI. E POI “PULTROPPO”, “PROPIO”, “AVVOLTE”, “SALCICCIA”, “CORTELLO”
“Qual’è”, “pultroppo”, “propio”, “avvolte”, “al linguine”, “salciccia”, “cortello” senza dimenticare gli imperdibili “c’è ne” e “c’è né” oppure le abbreviazioni da telefonino, da “tt questo” a
“ke fai?”: eccoli alcuni tra gli errori di grammatica più comuni tra gli italiani.
Secondo un’indagine condotta da Libreriamo, media digitale dedicato ai consumatori di cultura, realizzata su circa 1600 italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni, attraverso un monitoraggio online sui blog, forum e i principali social network e coinvolgendo un panel di 20 esperti (tra sociologi e letterati), sette italiani su dieci litigano con la grammatica, e commettono errori inquietanti nello scritto, ma anche nel parlato.
Secondo gli esperti, è importante leggere con regolarità (66%), scrivere a mano (43%), evitare di usare frequentemente chatbot di intelligenza artificiale (55%), diminuire l’abuso di neologismi e parole straniere (51%), ma anche allenare la mente giocando con le regole della lingua italiana (47%).
Vediamo allora quali sono gli inciampi più comuni.
L’apostrofo (62%) . Quando si mette? Semplice, con tutte le parole femminili, quindi: un’amica sì, un amico no. E quindi apostrofo? Si tratta di elisione: non si può dire lo apostrofo, diventa quindi l’apostrofo. Infine c’è anche il troncamento: un po’ vuole l’apostrofo, perché si tratta del troncamento della parola ‘poco’
L’uso del congiuntivo (56%) – Il congiuntivo rappresenta il vero tallone d’Achille di moltissimi italiani. Quanti strafalcioni sentiamo ogni giorno anche, e soprattutto, in televisione?
I pronomi (52%) – L’uso corretto dei pronomi è un altro grande errore commesso dagli italiani. “Gli ho detto che era molto bella”. In questo caso, in riferimento ad una persona di sesso femminile, bisogna usare il pronome “le”
La corretta declinazione dei verbi (50%) – Un errore molto diffuso, sia nel parlato che nello scritto, riguarda la declinazione dei verbi, specialmente per quanto concerne l’uso dei tempi verbali e la scelta dell’ausiliare. Confondere l’uso dell’ausiliare essere con avere (ad esempio, dicendo “ho andato” invece di “sono andato”) è un errore comune.
L’uso della C o della Q (48%) – Classico errore che i più distratti si portano dietro dalle elementari. Se nella lingua parlata l’errore non si nota, è nello scritto che s’incappa nell’errore.
Ne o né? (44%) – Un altro di quegli errori “da penna rossa”. L’accento su “né” si utilizza quando questo vuole essere utilizzato come negazione. Nel caso in cui non sia presente la negazione, ne deve essere utilizzato senza accento.
La punteggiatura (39%) – Non si può negare. Qui tutti sono
caduti almeno una volta. Virgole, punti e virgola, due punti, non vanno mai usati a casaccio. Ogni segno di punteggiatura ha la propria regola.
Un po, un po’ o un pò? (37%) – Pur scorretta, la grafia “pò” con l’accento risulta sempre più diffusa. La grafia corretta è “un po’ ” con l’apostrofo, perché la forma è il risultato di un troncamento.
E o ed? A o ad? (35%) – Sicuramente, almeno una volta nella vita, chiunque ha avuto il dubbio su quale congiunzione usare nel vostro messaggio. È semplice: l’aggiunta della ‘d’ eufonica deve essere fatta solo nel caso in cui la parola che segue cominci con la stessa vocale con cui termina la parola precedente. Quindi: vado ad Amburgo; Era felice ed entusiasta.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
ARRESTATI E PORTATI IN CARCERE ANCHE GLI EX MINISTRI COINVOLTI
È definitiva la sentenza che condanna l’ex presidente del Brasile Jair Bolsonaro a 27
anni e 3 mesi di carcere per aver guidato la cospirazione per impedire al suo successore di sinistra, Luiz Inácio Lula da Silva, di tornare al potere. Lo ha proclamato oggi la Corte Suprema del Brasile: a seguito dell’esaurimento dei tempi per presentare ricorsi, la sentenza di condanna è da considerarsi passata in giudicato. Bolsonaro, dunque, deve andare in carcere ed iniziare a scontare la pena inflittagli. Il leader di estrema destra si trova peraltro già in custodia cautelare della polizia di Brasilia da sabato, dopo essere stato scoperto a tentare di manomettere il braccialetto elettronico. Per provare a
fuggire negli Usa, sospettano gli inquirenti. Per «curiosità», ha spiegato lui. La sentenza della Corte Suprema contro di lui e i suoi complici era stata pronunciata lo scorso settembre.
Tempo scaduto per i complici di Bolsonaro
Passano in giudicato le pene inflitte pure ai sei complici di Bolsonaro nel tentato colpo di Stato culminato nell’assalto al Congresso dell’8 gennaio 2023. La polizia federale e l’esercito brasiliano non hanno perso tempo e subito dopo la pronuncia della Corte suprema hanno arrestato gli ex ministri e sodali di Bolsonaro Augusto Heleno e Paulo Sérgio Nogueira, condannati rispettivamente a 21 e 19 anni di carcere per il tentato golpe. I due – entrambi ex generali dell’esercito – sono stati fermati a Brasília e trasferiti al Comando Militare del Planalto, struttura utilizzata per la detenzione di ufficiali di alto rango. La chiusura del procedimento riguarda anche altri due imputati di primo piano: l’ex ministro della Giustizia Anderson Torres, condannato a 24 anni, e il deputato Alexandre Ramagem, ex direttore dell’Agenzia brasiliana di intelligence (Abin), condannato a 16 anni. Torres – ex commissario della polizia federale – sconterà la condanna nella padiglione destinata ai poliziotti del penitenziari Papuda, a Brasilia. Ramagem si trova da circa tre mesi negli
Stati Uniti, circostanza che potrebbe complicare l’esecuzione della sua pena.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
UN 20% IN CAMPANIA, UN 30% IN PUGLIA…E OGGI I COLLEGI UNINOMINALI SONO A RISCHIO, PER QUESTO IL GOVERNO VUOLE CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE
«Il governo Meloni non è stato battuto» alle elezioni regionali. Anzi, «il centrodestra continua ad avere buone possibilità di rivincere alle elezioni politiche». Ma adesso la partita è aperta. L’analisi dell’Istituto Cattaneo sui flussi elettorali in Campania, Veneto e Puglia spiega che i candidati comuni al Sud riaprono la competizione a livello nazionale.
Con il rischio pareggio, o maggioranza risicata, dietro l’angolo. Secondo l’analisi centrodestra e centrosinistra con M5s
sarebbero testa a testa nel proporzionale. E quindi il risultato finale sarebbe determinato dai seggi ottenuti nei collegi uninominali. Sempre se si votasse con il Rosatellum.
Centrodestra e centrosinistra
Nel 2022 il centrodestra ha stravinto nei collegi contro i tre che si presentavano: M5s e Terzo Polo più centrosinistra. 98 seggi in più. Adesso ne vincerebbe appena 34. Con possibilità di cali in Sicilia, Sardegna e Calabria. O addirittura di risultati ribaltati. L’interrogativo, spiega Salvatore Vassallo, è «se sia preferibile un esito potenzialmente indeterminato, con la formazione di governi sostenuti da un’esile maggioranza o addirittura da intese tra partiti di entrambe le coalizioni». Oppure un sistema come quello delle Regionali, che ha consentito vittorie nette anche nell’equilibrio tra le coalizioni.
L’Italia divisa alle elezioni regionali
La mappa del voto restituisce un’Italia divisa: «Con il Nord e il Centro al centrodestra; la zona rossa (Toscana ed Emilia-Romagna) e le grandi regioni del Sud al centrosinistra; con Sicilia, Calabria e Sardegna come “campo di battaglia”».
E ancora: secondo il Consorzio Opinio Italia, circa il 30% degli elettori che alle Europee votarono per il centrodestra in Puglia ha
ora scelto Antonio Decaro. In Campania, la percentuale si ferma appena sotto il 20%. Nelle due regioni il Pd è primo partito.
In Veneto Luca Zaia è mister 200 mila preferenze. Scalzando Alfredo Vito che con la Dc ne prese 121 mila in Campania 40 anni fa. Nella regione il M5s ottiene il 9,9%, miglior risultato. Il peggiore è in Veneto: 2,2%.
Da destra a sinistra
Il travaso dei voti è decisivo nella decisione sul vincitore. Un caso interessante è la Campania. Dopo Vincenzo De Luca è arrivato Fico, mentre Edmondo Cirielli è stato votato, oltre che dal bacino di centrodestra, anche dal 7% di chi alle europee preferì il Pd e dal 3% di chi nella stessa occasione scelse il Movimento. Ma circa il 20% di coloro che nel 2020 votarono un partito tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega ora ha optato per Fico.
Quindi, spiega al Corriere Antonio Noto, «in Campania si è registrato un significativo travaso di voti da una parte e dall’altra. Il presidente uscente di centrosinistra non ha mantenuto i propri voti e li ha ceduti al centrodestra, ma nello stesso tempo il centrodestra ha perso moltissimi elettori».
La Campania
Sempre in Campania il 19% degli elettori di FdI ora ha votato il campo largo alle regionali. E anche il 22% di chi votò Forza Italia alle europee ha scelto il candidato del centrosinistra. I voti sono arrivati anche dalla Lega: 16%. «Fico era definito estremista e invece ha sottratto voti al centrodestra. E quello che è vero per la Campania è ancora più vero per la Puglia», conclude Noto.
In Puglia il 31% di chi scelse Fratelli d’Italia alle europee ora ha votato Decaro alle elezioni regionali, così anche il 30% di chi optò per Forza Italia e il 28% di chi votò Lega.
«E questo spiega il motivo per cui Decaro ha ottenuto un ottimo risultato nell’urna. Decaro ha avuto molto più della somma dell’ex governatore Michele Emiliano e di Antonella Laricchia che era la candidata M5S, quindi è chiaro che ha preso voti anche dall’elettore di centrodestra. L’astensione ha colpito entrambi gli schieramenti allo stesso modo», conclude il sondaggista.
Le simulazioni di Youtrend
E che un campo largo compatto possa mettere in difficoltà il centrodestra lo fanno notare anche le simulazioni di Youtrend, di
cui parla oggi Repubblica. Secondo l’istituto di ricerca guidato da Lorenzo Pregliasco, tra i 20 collegi uninominali non vinti dal campo largo nel 2022 ce ne sono sei in cui Pd, M5S, Avs e Iv uniti sono favoriti, di cui quattro in Campania e Puglia.
A questi se ne aggiungono dodici contendibili, di cui quattro sempre in Campania e Puglia. Alla luce dei 120 senatori eletti dal centrodestra su 200, più i senatori a vita, questi diciotto collegi «potrebbero determinare la differenza tra un’altra vittoria netta nel 2027 della coalizione guidata da Giorgia Meloni e una situazione in cui nessuna coalizione otterrebbe la maggioranza a palazzo Madama, con conseguente rischio di ingovernabilità».
La legge elettorale
Proprio per questo il centrodestra vuole modificare la legge elettorale con un premio di maggioranza per la coalizione che vince e arriva al 40%. E l’abolizione dei collegi. Il nodo rimane il nome del candidato premier da indicare o meno sulla scheda. Forza Italia, ribadisce il portavoce azzurro Raffaele Nevi, «è affezionata al metodo attuale e cioè chi prende più voti va a fare il presidente del Consiglio». Il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, spiega che si vuole cambiare la legge elettorale «per mantenere il potere». Perché, non ha dubbi il
leader di Iv Matteo Renzi, «con quella attuale perde».
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA RETORICA DELLA FAMIGLIA PER GIUSTIFICARE GLI SQUINTERNATI
I magistrati incontrano il favore popolare finché perseguono chi sta in alto: i potenti, i
mafiosi, i politici (dello schieramento opposto al nostro), ma appena scendono a valle e si infilano nel bosco, finiscono per perdersi. Cecilia Angrisano, la magistrata dell’Aquila insultata sul web perché ha disposto l’allontanamento di tre bambini dal casolare in cui vivevano con i genitori, ha sfidato due miti seducenti e inscalfibili. Il primo è il
richiamo della foresta, la suggestione di uno stile di vita più semplice. Chi non ha mai pensato: «Basta, mollo baracca e burattini, e mi rifugio nella natura»? Tutti, forse persino la dottoressa Angrisano. Poi non lo si fa per tante ragioni, ma si resta affascinati dagli estremamente coerenti, o dai coerentemente estremisti, che realizzano quello che noi lasciamo galleggiare nella vasca dei buoni propositi.
Il secondo mito è ancora più duro a morire. L’articolo zero della Costituzione, mai scritto ma assai praticato, recita: «L’Italia è una repubblica di individualisti fondata sulla famiglia». Che viene prima di tutto. Soprattutto, viene prima dello Stato, cioè della comunità allargata e delle leggi, che spesso la famiglia considera intrusive, limitanti e meno importanti della libertà personale. Così i miti «famiglia» e «natura» finiscono per saldarsi contro i miti più recenti, «cittadini» e «civiltà».
Un consiglio non richiesto ai magistrati: se vogliono vincere il referendum che li riguarda, si tengano lontani dai boschi.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »