Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
E PER OTTENERE UN RISULTATO, HA MESSO CON LE SPALLE AL MURO LA PARTE PIÙ DEBOLE (ZELENSKY), HA RECEPITO TUTTE LE RICHIESTE DELLA CONTROPARTE PIÙ FORTE (PUTIN), PREOCCUPANDOSI DI TRATTENERE PER GLI STATI UNITI UNA COSPICUA PARCELLA PER LA MEDIAZIONE
Chi lo ha incrociato negli ultimi mesi racconta, «off the record», che per Steve Witkoff si può trattare su tutto. Non esistono principi intangibili, valori morali irrinunciabili. È una regola, certo non particolarmente originale, che il sessantottenne uomo d’affari ha maturato in più di quarant’anni di attività nel settore immobiliare.
Nato a Long Island, nello Stato di New York, da una famiglia del ceto medio, il giovane Steve studia da avvocato, mostrando subito uno spiccato talento per il business. Gli anni Ottanta e Novanta si dimostrano propizi: Witkoff diventa rapidamente uno dei broker più attivi, navigando nel tumultuoso sviluppo edilizio
di New York.
Si mette in proprio: compra e costruisce edifici a Manhattan, fino a incrociare un altro imprenditore rampante: Donald Trump, con i suoi progetti iperbolici, i debiti, i problemi giudiziari e tutto il resto.
Tra Steve e Donald nasce un sodalizio senza riserve. Scafati, pragmatici fino al cinismo se occorre. Per Trump ciò che conta è «l’arte di fare affari». Per Witkoff è strappare le condizioni migliori possibili nel negoziato.
Quando, nel 2016, Donald si candida alle primarie repubblicane, Steve è uno dei pochi che ci crede e lo appoggia anche finanziariamente.
Per esempio quando Witkoff, nel 2011, ha perso il figlio Andrew, morto per overdose di oppioidi. Da decenni giocano insieme a golf e nel settembre del 2024, hanno fondato una società, la World Liberty Financial, che si occupa di criptovalute.
E’ forse necessario esplorare questo retroterra per provare a capire perché Trump, appena tornato alla Casa Bianca, abbia di fatto consegnato all’amico le chiavi della politica estera americana, affidandogli i dossier cruciali, dal Medio Oriente all’Ucraina.
Ed è anche un segno dei tempi se il «piano in 28 punti» non sia stato negoziato tra i capi delle diplomazie, il Segretario di Stato, Marco Rubio, e il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov. Il protagonista è, invece, un uomo che non ha alcuna esperienza
politica e men che meno diplomatica. Ma secondo Trump conosce, quasi come lui, «l’arte» di trattare. A modo suo, però, come dimostra proprio il progetto «per la pace in Ucraina».
Per prima cosa, Witkoff ha messo la parte più debole, cioè Volodymyr Zelensky con le spalle al muro. I 28 punti non sono una proposta, ma un aut aut. Al contrario, l’immobiliarista recepisce praticamente tutte le richieste della controparte più forte, Vladimir Putin. E, naturalmente, si preoccupa di trattenere per gli Stati Uniti, per i mediatori, una cospicua parcella per il disturbo.
Tutto il resto passa in secondo piano: il diritto internazionale calpestato dai russi, il mandato di cattura della Corte penale internazionale a carico di Putin, le competenze della Nato, le prerogative dell’Unione europea.
Zelensky non può che accettare la mutilazione del Paese, rinunciando anche a una porzione di territorio ancora controllato dal suo esercito. Un abominio giuridico. Inoltre, l’Ucraina deve abbandonare la prospettiva di entrare nella Nato e ridurre di un quarto il suo esercito. Putin, invece, viene riabilitato. Tutto dimenticato: le stragi di civili, il tentativo di soggiogare una nazione indipendente. Per lui è pronto un posto al tavolo del G8.
Ma l’indole di Witkoff si rivela allo stato puro nel capitolo che riguarda la ricostruzione dell’Ucraina. Il testo prevede che gli europei, il Belgio in particolare, sblocchi 100 miliardi di dollari delle riserve monetarie russe per destinarle a investimenti in Ucraina guidati dagli Stati Uniti, cui dovrebbe andare il 50% dei
profitti.
Il resto, altri 100 miliardi di dollari dovranno, invece, essere dirottati in progetti finanziari congiunti russo-americani. Non basta: l’Europa dovrebbe aggiungere altri 100 miliardi per contribuire alla ricostruzione.
«Witkoff dovrebbe farsi vedere da uno psichiatra», ha detto un diplomatico al sito «Politico.eu». Ma da buon mercante, Steve sa che la bilancia di un accordo deve avere due piatti. Quello russo è stracarico di cose concrete.
Quello ucraino, almeno per ora, solo di promesse, tutte da verificare. Come le garanzie di difesa simili all’articolo 5 della Nato (gli alleati corrono in soccorso di un partner aggredito).
Infine, con la disinvoltura tipica del broker spregiudicato, Witkoff maneggia anche strumenti che non competono né a lui né al governo degli Stati Uniti. Per esempio: il via libera all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea.
(da corriere.it)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO UN NUOVO SONDAGGIO GALLUP, IL DATO VIENE SPINTO DALLE DONNE SOTTO I 45 ANNI
Per il secondo anno consecutivo, circa un americano su cinque afferma che vorrebbe
lasciare gli Stati Uniti e trasferirsi definitivamente in un altro Paese, se potesse. Questo crescente desiderio è guidato principalmente dalle donne sotto i 45 anni.
Secondo un nuovo sondaggio Gallup, il 40% di loro vorrebbe trasferirsi all’estero in modo permanente. La quota è quadruplicata nell’ultimo decennio (era del 10% nel 2014) e nettamente superiore a quella dei coetanei maschi.
La tendenza è iniziata nel 2016 (ultimo anno del secondo mandato di Barack Obama), e riflette un crollo della fiducia nelle istituzioni e un crescente divario politico, con le giovani donne molto più orientate verso il partito democratico rispetto ad altri gruppi. Le destinazioni preferite restano come negli ultimi anni il Canada al primo posto, e poi Nuova Zelanda, Italia e Giappone a pari merito.
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI: “IL PIANO AMERICANO IN 28 PUNTI È LA PROVA CHE L’ORDINE EUROPEO STA ENTRANDO NELLA SUA FASE TERMINALE. È UN ATTO DI ROTTURA CHE RIDISEGNA LA SICUREZZA DEL CONTINENTE SENZA L’EUROPA E SOPRA LA TESTA DELL’UCRAINA. NON È UN “PIANO DI PACE”, MA UN’OPERAZIONE DI POTERE IN CUI WASHINGTON E MOSCA USANO L’UCRAINA COME LEVA E L’EUROPA COME PORTAFOGLIO. IL PIANO RESTITUISCE ALLA RUSSIA LO STATUS DI GRANDE POTENZA. È IL RICONOSCIMENTO GEOPOLITICO CHE PUTIN INSEGUIVA DAL 2007”
Il piano americano in 28 punti, elaborato da Stati Uniti e Russia, è la prova che l’ordine europeo sta entrando nella sua fase terminale. Non è un’iniziativa diplomatica, ma un atto di rottura che ridisegna la sicurezza del continente senza l’Europa e sopra la testa dell’Ucraina. Non è un “piano di pace”, ma un’operazione di potere in cui Washington e Mosca usano l’Ucraina come leva e l’Europa come portafoglio. L’Ucraina è il teatro, ma il bersaglio è l’intera architettura di sicurezza europea.
Il contenuto conferma lo squilibrio: Kiev dovrebbe ritirarsi da territori ancora controllati, accettare una zona cuscinetto che diventa corridoio d’influenza russa, ridurre l’esercito, rinunciare alla Nato, tollerare un’amnistia totale a favore dei russi autori di crimini di guerra e andare al voto in cento giorni.
Mosca otterrebbe legittimazione delle conquiste, territori
aggiuntivi, accordi economici e finanziari con gli Usa e un ritorno nel concerto internazionale. Nessun limite per le forze russe: una “pace” che disarma l’aggredito e rafforza l’aggressore.
La struttura istituzionale è ancora più rivelatrice: il piano crea un “Peace Council” presieduto da Trump, organo di fatto vincolante con poteri di monitoraggio e sanzione. È un ordine parallelo all’Onu che marginalizza il diritto internazionale e concentra nelle mani del presidente americano la funzione di garante supremo.
La sicurezza diventa un servizio a pagamento. Washington “riceve compenso” per ciò che prima era un impegno strategico. La deterrenza non è più un principio, è una fattura.
La Russia ottiene molto più di quanto appare. Il piano le restituisce lo status di grande potenza. È il riconoscimento geopolitico che Putin inseguiva dal 2007, quando dichiarò che l’ordine unipolare era inaccettabile. Ora quelle parole diventano realtà. La Russia non subisce la mediazione internazionale, la co-scrive
È una vittoria poiché Mosca passa dall’essere potenza revisionista isolata a potenza legittimata, interlocutrice “alla pari” degli Stati Uniti.
Per la Cina è la prova che una potenza revisionista può cambiare i confini con la forza, resistere alle sanzioni e negoziare da posizione di vantaggio. Le implicazioni sono chiare: se l’Occidente è disposto a ratificare una revisione dei confini in Europa, potrebbe domani mostrarsi altrettanto permeabile di
fronte alle aspirazioni cinesi su Taiwan.
Il triangolo Usa-Russia-Cina entra così in una nuova fase. È il ritorno alle sfere d’influenza: la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina si gioca sul controllo degli spazi intermedi, non sulla volontà degli Stati che li abitano.
Washington chiude un fronte europeo cedendo spazio a Mosca; Pechino prende atto che l’Occidente accetta un fatto compiuto; Trump tenta di indebolire l’asse sino-russo. Per Mosca è proprio la riapertura, anche limitata, del canale con Washington che le permette di applicare una versione asimmetrica della teoria andreottiana dei “due forni”: la Russia è più vicina a Pechino, ma può evitare di esserne schiacciata mantenendo aperto il forno americano come contrappeso
Le conseguenze per l’Europa sono profonde. L’Ue è relegata al ruolo di finanziatore senza voce, chiamata a stabilizzare un vicinato che non ha definito. Pagare senza decidere è subalternità geopolitica.
Ettore Sequi
per “La Stampa”
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
“HO USATO UNA SALDATRICE PER FERRO” HA AMMESSO… LA CONFESSIONE, UNITA AL RISCHIO DI FUGA, HA SPINTO IL GIUDICE A DISPORNE LA CUSTODIA CAUTELARE
Il caso che da ore scuote il Brasile comincia con un video, diffuso dai principali media
nazionali, e con un documento formale del Segretariato dell’Amministrazione Penitenziaria di Brasilia. In quelle immagini, Jair Bolsonaro, ex presidente e già condannato in primo grado per tentato golpe, ammette senza giri di parole di aver provato ad aprire il braccialetto elettronico che
porta alla caviglia: “Ho usato una saldatrice per ferro… curiosità”, avrebbe detto agli agenti, spiegando il motivo delle bruciature trovate su tutta la superficie del dispositivo di sicurezza.
Gli accertamenti sul braccialetto avevano inizialmente lasciato dubbi: segni di danneggiamento erano stati attribuiti a possibili urti contro una scala. Ma l’arrivo di una funzionaria della Polizia penitenziaria ha chiarito le circostanze, mentre la direttrice del corpo, Rita Gaio, ha verificato che il sistema di tracciamento non fosse stato compromesso.
Perché la custodia cautelare
La confessione rappresenta una delle cinque circostanze che hanno portato il giudice della Corte Suprema, Alexandre de Moraes, a ordinare immediatamente la custodia cautelare dell’ex presidente. Il magistrato, già al centro del maxi-processo sul tentativo di colpo di Stato messo in atto dai bolsonaristi, ha spiegato che il braccialetto danneggiato indicava una concreta volontà di fuga.
Secondo l’ordinanza, poco dopo la mezzanotte è arrivata una notifica che segnalava la manomissione del dispositivo; una tempistica che, per Moraes, si collega direttamente alla veglia organizzata dal senatore Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente: una manifestazione che avrebbe potuto fungere da copertura per un’evasione verso l’ambasciata statunitense, distante appena una manciata di chilometri.
Il contesto giudiziario: una condanna storica
L’arresto arriva a poche settimane dalla sentenza che ha condannato Bolsonaro a 27 anni e tre mesi per aver orchestrato un piano destinato, secondo la Procura, a rovesciare il presidente eletto Lula da Silva. Una decisione che ha segnato così la prima condanna per tentato colpo di Stato a carico di un ex capo di Stato brasiliano.
La trama ricostruita dai giudici è molto ampia: dalla campagna di disinformazione sulle elezioni del 2022, alle pressioni sulle forze armate, fino agli atti violenti culminati l’8 gennaio 2023 nell’assalto ai palazzi del potere a Brasilia; secondo la Corte Suprema, il progetto puntava a “distruggere l’ordine costituzionale e instaurare una vera dittatura”.
Bolsonaro ha sempre negato il proprio coinvolgimento, ma la maggioranza della Corte ha ritenuto le prove schiaccianti. Al momento l’ex presidente è in attesa dell’esecuzione definitiva della pena: alcuni ricorsi sono ancora pendenti, ma i giudici brasiliani hanno già respinto i primi.
Il rischio di fuga e le condizioni di salute
La difesa dell’ex capo di Stato ha chiesto che Bolsonaro resti ai domiciliari, sostenendo che le sue condizioni cliniche, attacchi di vomito, vertigini e un singhiozzo cronico, renderebbero troppo rischioso un trasferimento in carcere. Ma per il giudice Moraes queste circostanze non cancellano la gravità del gesto: “la manomissione del braccialetto elettronico, unita al sospetto che Bolsonaro possa approfittare della mobilitazione dei suoi sostenitori, dimostra”, scrive il magistrato, “la chiara intenzione del condannato di evadere”.
Chi sono gli altri condannati della rete golpista
Il processo non riguarda però solo Bolsonaro. Sette suoi alleati, tra cui ex ministri e alti ufficiali, sono stati infatti condannati per reati legati al tentato golpe: sei di loro provengono dalle Forze Armate. Tra loro l’ex comandante della Marina Almir Garnier. Altri tre generali della riserva, Augusto Heleno, Paulo Sérgio Nogueira e Walter Braga Netto, hanno ricevuto pene tra i 19 e i 26 anni.
Nelle stesse ore, la Corte Suprema ha disposto anche la custodia cautelare del deputato Alexandre Ramagem, ex direttore dell’intelligence brasiliana e condannato insieme a Bolsonaro. Secondo gli inquirenti, però, Ramagem sarebbe già riuscito a lasciare il Paese attraversando i confini amazzonici per poi volare negli Stati Uniti.
(da Fanpage)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
“NON SIAMO COSI’ DISPERATI DA ACCETTARE QUALSIASI COSA”… L’EX DIPLOMATICO RUSSO BONDAREV: “I 28 PUNTI? SCRITTI DA INCOMPETENTI, PUTIN VUOLE MOSTRARE AGLI USA CHI COMANDA”
Più che una proposta negoziale è un ultimatum. Va bene che Donald Trump ha precisato che il “piano di pace” non è definitivo. Ma mantiene il termine del 27 novembre. Gli ucraini devono dire di sì entro giovedì. Li vuole puntuali e senza speranze. Come il tacchino sulla tavola degli americani, che quel giorno festeggeranno il Thanksgiving. Trump vuole far accettare a Kyiv una trattativa prima di ogni eventuale cessate il fuoco. Come ha sempre voluto Vladimir Putin. E che accettino subito.
Sennò, niente più armi e intelligence dagli Usa.
Punti fuori posto
Il problema è che per l’Ucraina avallare i 28 punti del documento Witkoff-Dmitriev significa legittimare presupposti che di fatto negano la sua sovranità. Anche se il piano non è conclusivo, la base di partenza è la peggiore possibile. E non è detto che a Kyiv si sia poi così disperati. Ma c’è anche un altro ostacolo sulla strada dell’iniziativa statunitense: alcune condizioni sembrano inammissibili anche per il Cremlino. A meno che non vengano subito cambiate per farle corrispondere agli obiettivi di guerra russi.
Se così fosse, e se al contempo Volodymyr Zelenskyy acconsentisse al volere di Trump, Putin potrebbe proclamare vittoria su tutti i fronti. Avrebbe sconfitto non solo Kyiv ma anche e soprattutto gli Stati Uniti. Quindi, l’Occidente. Ammesso che l’involuzione autoritaria in corso negli Usa e il sostanziale allineamento con Mosca consenta di considerare ancora il Paese di Thomas Jefferson, Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy parte dell’idea di Occidente.
In realtà il “piano in 28 punti” ha poco a che vedere con un’iniziativa diplomatica. Non si sa bene come nasce, è pasticciato nella forma e poco credibile nei contenuti. Improbabile che possa metter fine alla carneficina.
Queste riflessioni nascono da un’analisi dei termini che il piano contiene, della sua atipica genesi e delle sue prospettive. Corrispondono alle valutazioni di esponenti della élite ucraina
di insider della politica estera russa. Con alcuni abbiamo parlato in via confidenziale. Altre, li abbiamo intervistati.
Compromessi possibili
“Se invece di un ultimatum fosse davvero un’offerta preliminare su cui discutere, sarei quasi ottimista”, dice a Fanpage.it il politico ed economista Timofyy Mylovanov, già ministro dello Sviluppo economico di Volodymyr Zelenskyy, oggi adviser del governo e presidente della Kyiv School of Economics.
“Non sarebbe impossibile accordarsi su alcuni temi. Forse in modo provvisorio. Per definirli in un secondo tempo”. Un esempio? L’entità delle forze armate ucraine. Il piano prevede che vengano dimezzate. “Ma ci si potrebbe venire incontro su dove possano essere dispiegate. E ci si potrebbe confrontare sugli armamenti permessi”, nota l’accademico.
La condizione di escludere la presenza militare di Paesi terzi sul territorio ucraino per assicurare il rispetto degli accordi, a Kyiv viene considerata un falso problema: “Non è una garanzia reale: in caso di un nuovo attacco russo, le ‘forze di pace’ prenderebbero armi e bagagli e se ne andrebbero”. Mylovanov ritiene incontestabile la volontà da parte ucraina di cercare in modo costruttivo soluzioni e offrire alternative credibili, ribadita da Zelenskiyy nel suo ultimo, drammatico discorso alla nazione.
Questione di dignità
Ma il presidente ha anche chiarito come la dignità e la libertà dell’Ucraina non siano negoziabili. Una linea rossa è l’eventuale partecipazione della Russia al sistema per garantire la sicurezza.
“È fuori discussione”, dice Mylovanov. Su questo punto saltò il tavolo di Istanbul nell’aprile 2022, quando, dopo la batosta presa dalle forze armate di Putin nella battaglia di Kyiv, qualche compromesso da parte del Cremlino era sembrato possibile.
“L’Ucraina ha fretta di chiudere il conflitto, ma non tutta la fretta che credete”, spiega Timofyy Mylovanov: “Non diremo di sì a tutto”. Zelenskyy “è più debole” dopo lo scandalo della corruzione, ma “ha fatto pulizia”. E sta aumentando il suo spazio politico: “Potrebbe coinvolgere nel governo esponenti dell’opposizione. Serve una coalizione ampia, perché le pressioni sono enormi”. Pressione sui fronti di guerra, per le inchieste sulla corruzione. E ora, quella di Washington.
A guidare la delegazione ucraina negli incontri con i rappresentanti di Usa e Russia sarà l’“eminenza grigia” della Bankova, il capo dell’amministrazione presidenziale Andryy Yermak. Si vede che non si teme possa esser coinvolto nella “tangentopoli”, come ipotizzato da alcuni media. “Ha fatto da parafulmine ma non ci sono accuse contro di lui”, sostiene Mylavonov, che a Yermak è molto vicino.
Gli chiediamo di definire con due aggettivi l’attuale stato d’animo degli ucraini. “Sprezzante”, risponde. “Ma siamo anche esausti. E demoralizzati per il tradimento statunitense, oltre che per lo scandalo delle tangenti”.
Pasticcio diplomatico o dezinformatsiya?
“Il testo dei 28 punti è scritto male, senza professionalità né criterio”, commenta a Fanpage.it Boris Bondarev, dimessosi dal
ministero degli Esteri russo perché contrario alla guerra. “Nel documento non c’è alcuna logica diplomatica. Non è una proposta di trattativa. È un ultimatum mascherato”.
Il diplomatico sottolinea come il punto in cui si assicura la sovranità dell’Ucraina sia immediatamente seguito da altri che la negano. Perché limitano l’esercito, vietano l’ingresso nella Nato, danno all’invasore il diritto di dire la sua sulla sicurezza.
“Alcuni punti sono semplicemente ridicoli”, continua Bondarev. “La richiesta che tutti i caccia europei siano concentrati in Polonia non ha senso operativo. Nessuno sa quali aerei, quanti, dove sistemarli. È un esempio di vaghezza e improvvisazione”.
Le incongruenze e la faciloneria del documento creano addirittura il sospetto che sia frutto di una manovra di disinformazione orchestrata dall’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev sfruttando i media americani.
Il sito investigativo The Insider ha scoperto che l’incontro di Dmitriev con Witkoff a Miami è durato non tre giorni ma solo poche ore. Troppo poco per elaborare un piano di pace. L’articolo di Axios che ha reso noto il piano citava le parole del solo Dmitriev. Un post dello stesso Witkoff su X, poi cancellato, riferiva che lo scoop di Axios era stato originato da “K”. Kirill Dmitriev, si può supporre.
Fatto compiuto
Strano che la Casa Bianca non avesse alcuna strategia di comunicazione per un documento cruciale per la reputazione del presidente. Strano che il segretario al Tesoro Scott Bessent abbia
bollato Dmitriev come “ignobile propagandista” proprio nel giorno in cui in teoria avrebbe partorito i 28 punti insieme al suo omologo statunitense.
Ancor più strano che il giorno prima gli Usa avessero dato il via libera a Kyiv per colpire il territorio russo con missili ATACMS. E che avessero appena approvato l’invio di sistemi di difesa antiaerea Patriot a Kyiv. Perché, se si stava preparando un documento così amichevole nei confronti del Cremlino? Nel quale si accolgono le sue condizioni massimaliste?
L’ipotesi è che Dmitriev abbia utilizzato colloqui ancora in corso su un piano di pace per mettere gli americani di fronte a un fait accompli. Per quanto coinvolti, hanno dimostrato disorganizzazione interna. Alcuni senatori hanno riferito che secondo il Segretario di Stato Rubio il piano era solo “una lista di richieste della Russia”.
Foggy Bottom — il ministero degli Esteri Usa — ha poi dovuto precisare che il documento è opera statunitense. L’ex inviato di Trump per l’Ucraina, Kurt Volker, continua a ritenere che “sia stato scritto dai russi per costringere Zelensky a rifiutarlo, in modo da avere la scusa per scaricarlo”. E consiglia di far cadere l’iniziativa, chiamando gli europei a dichiararla inaccettabile e proporre alternative.
Non c’è pace senza volontà
Boris Bondarev osserva che la Russia non cerca un accordo con l’Ucraina. Il vero interlocutore è Washington: “L’obiettivo non è la pace, ma imporre la propria volontà agli americani”. Poco
importa se le condizioni poste non rispettano la realtà militare e politica ucraina. E nemmeno quella russa.
“Putin non accetterà mai il consiglio di supervisione a guida americana previsto nel piano”, sostiene Bondarev. L’obiettivo di Mosca è mostrare che gli Stati Uniti e l’Occidente sono deboli. Che la Russia è vittoriosa. “Il segnale agli americani e a Kyiv vuole essere: guardate chi comanda”.
Anche la questione economica è un ostacolo. Difficilmente Putin accetterà la confisca di 100 miliardi di dollari di asset russi per destinarli alla ricostruzione dell’Ucraina. Come lo spiegherebbe agli esponenti della élite che lo sostiene? Sono i loro soldi.
I 28 punti, insomma, non riescono a soddisfare in pieno nemmeno la Russia. Diplomazia infantile. Che deve fare i conti con un popolo intenzionato a rimanere libero in uno Stato sovrano. E con un regime che — come ha ribadito Putin poche ore fa — ha tutta l’intenzione di andare avanti col conflitto se l’Ucraina non capitolerà “a tavolino”. Non c’è pace senza volontà concreta. Difficile che la guerra possa concludersi con questo foglio scritto male.
(da Fanpage)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
DA SANGIULIANO A GIULI: TRE ANNI DI IMPICCI E PASTICCI AL MINISTERO DELLA CULTURA… DA ANNI UNO SCANDALO DIETRO L’ALTRO
E meno male che dovevano cambiare la narrazione, smuovere la cappa culturale, rivendicare l’identità nazionale, promuovere la contro-egemonia, costruire un nuovo immaginario. Per quanto in Italia abbondino i chiacchieroni, ci si poteva perfino preoccupare di quei progetti, dietro ai quali non di rado si scorgeva un che di
implicitamente minatorio, un tono e un piglio che dietro l’alta missione patriottica tradiva nuove brame e antichi risentimenti.
Ed eccoci qui invece a dar conto dell’ennesimo impiccetto consumatosi a via del Collegio romano, le dimissioni del portavoce del ministro pizzicato col sorcio in bocca a coltivare interessi elettorali in atti d’ufficio, niente che abbia a che fare con la Cultura, ma ormai è questo che passa l’ex convento dei gesuiti: gelosie, capricci, ripicche, allontanamenti, riavvicinamenti, bizzarrie, soffiate ai giornalisti, lettere anonime, conflitti d’interesse, telefonate registrate e chat delatorie a rischio di sequestro investigativo.
Dal Dante liceale (“Fatti non foste”, eccetera) invocato a ogni piè sospinto da Gennaro Sangiuliano aka Genny Delon, al pensiero solare e supercazzolante con scappellamento a destra di Alessandro Giuli, il ministro Basettoni, pare sconveniente scendere al nutrito repertorio di vicende scabrose registrate dalle cronache in questi tre anni.
Sennonché procedere resta pur sempre un dovere civico e dunque, sommariamente e con riserva di qualche dimenticanza: multiplo caso Sgarbi, immenso caso Sangiuliano, fulmineo caso Gilioli, conseguente caso Spano con addentellati, varie ed eventuali. Quindi lite inutilmente dissimulata Giuli–Borgonzoni con inesorabili diramazioni a Cinecittà e relativa sovraesposizione di ulteriori ed esuberanti addetti stampa, per giungere ai sinuosi movimenti del silente, ma fattivo sottosegretario Mazzi cui si deve la geniale orchestrazione del caso Fenice.
E qui, almeno fino a ieri, il triste e stucchevole elenco poteva dirsi concluso, lasciando semmai alla vana malizia di osservatori nullafacenti il compito di trastullarsi su altri fantastici micro-episodi della vita culturale della Nazione. Tipo l’inusitata tarantella sviluppatasi tra la Rai e il San Carlo di Napoli per liberare l’una e incautamente riempire l’altro con il dottor Fuortes; o la nomina a manager degli shop museali del gestore di un autonoleggio di Frosinone; oppure l’indispensabile ritorno dei gladiatori al Colosseo; o anche la meditazione ministeriale il 25 aprile dinanzi al cippo che ricorda la battaglia di Canne, cui è seguito il bacio compensatorio alla tomba di Matteotti; senza ovviamente trascurare, dulcis in fundo, l’ancora misterioso destino delle chiavi d’oro della Città di Pompei.
Ora, un po’ tutto questo dipenderà dai tempi esagerati dell’odierna vita pubblica; un altro po’ sarà colpa della puzzetta sotto il naso dei radical chic che, per paura di perdere i loro privilegi mainstream, disprezzano i grandi sforzi dei patrioti nel valorizzare l’orgoglio italiano.
E tuttavia, anche respingendo la tentazione di addebitare tale caos a radici autoritarie, impreparazione di base, gaglioffaggine istituzionale e incapacità di distinguere tra governo e comando, ecco, detto chiaro chiaro il sospetto è che sia Sangiuliano che Giuli, nonostante ogni pomposa apparenza, amino molto più loro stessi che la Cultura. E comunque quel ministero che sembra un ibrido tra Temptation Island e Il gabinetto del dottor Caligari.
Ormai separata dalle sue antiche e silenziose accompagnatrici (l’istruzione, la ricerca, l’ispirazione, la memoria), sempre più la Cultura, dea oltraggiata, si è ridotta a merce, pretesto, spot, brand, marketing, packaging, broadcasting, illusione e Grandi Eventi da consumare e dimenticare. Giuli, che conosce la mitologia, forse sa anche quali guai comporta offendere quel tipo di divinità.
(da Repubblica)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
L’AFFIDAMENTO DIRETTO ALL’IMPRENDITORE CON CUI LA MAMMA E LA MIGLIORE AMICA DELLA PREMIER AVEVANO FATTO UNA PLUSVALENZA D’ORO
Interessi personali, favori di partito, affidamenti senza gara. Propaganda, potere e affari. Cosa c’è dentro il “braccio” del governo nel mondo dello sport? Come viene amministrata Sport e Salute, la società partecipata dal Tesoro, creata nel 2018 dal ministro Giancarlo Giorgetti, che gestisce circa mezzo miliardo di contributi l’anno?
Ne parlerà Report nella puntata che andrà in onda domenica sera su Rai3. Nel servizio “Fratelli di sport”, firmato da Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale, viene acceso un faro sulla spa, diventata(come raccontato anche da questo giornale) lo strumento che il governo Meloni sta usando per controllare lo sport e alimentare il suo consenso. In che modo? Anzitutto «scegliendo persone – dice il deputato del Pd intervistato dalla trasmissione, Mauro Berruto – che sono estremamente vicine al cerchio molto ristretto della premier».
Ne sarebbe prova pure quanto avvenuto nel centro sportivo di Caivano, inaugurato in pompa magna dal governo con l’obiettivo dichiarato di voler rigenerare le periferie. Nel centro ha trovato lavoro anche un vecchio amico di Giorgia Meloni, Daniele
Quinzi, già candida. Più in particolare, lo scorso anno Sport e Salute ha installato per il periodo natalizio una pista di pattinaggio nella struttura intitolata a Pino Daniele per la cifra di 90mila euro. Così la direzione Sport Community della spa l’ha affidata senza gara all’azienda FattoreQ, che è appunto la società di Quinzi. E cioè dell’imprenditore e attivista di Fratelli d’Italia.
Il legame tra Quinzi e la presidente del Consiglio, come già raccontato da Domani, è profondo: in passato, l’imprenditore è stato in affari con la mamma della premier, Anna Paratore, nella gestione del locale B-place: un lounge bar nel quartiere Eur. Lo gestiva la Raffaello Eventi di Davide Solari e Lorenzo Renzi, due noti imprenditori nel settore della ristorazione, con simpatie di destra, tra gli azionisti anche Quinzi, appunto.
Tra il 2012 e il 2016, in società entrano con una quota del 20 per cento Paratore e Milka Di Nunzio, amica fidata della premier e sua mandataria elettorale alle Comunali di Roma quando la premier si candidò sindaca di Roma.
Ed è proprio nell’anno del voto che la mandataria e la madre di Meloni vendono le loro quote sempre agli imprenditori da cui le avevano acquisite pochi anni prima: un’operazione, svelata da questo giornale, che ha portato nelle casse delle due donne legatissime a Meloni una plusvalenza di quasi 90mila euro, nonostante i bilanci della società non fossero così floridi da spiegare una tale prezzo di vendita delle azioni. Oggi Di Nunzio è al governo come consigliera del ministro Abodi. Quinzi invece ha ottenuto alcuni affidamenti diretti da Sport e Salute
L’amministratore delegato di Sport e Salute, Diego Nepi, alla domanda di Report sull’affidamento a Quinzi, ha risposto che non ci vede «niente di particolare se sono tutte società o persone che sono in grado non solo di poter lavorare, ma lavorare bene, lavorare tanto». Sulla questione di opportunità, però, visti gli affari del passato con la madre di Meloni, nessuno commento.
Amici miei
Proprio Nepi, storico dirigente della società gradito a Giorgetti, ad agosto 2023, con il rinnovo dei vertici di Sport e Salute, viene promosso come ad. Ma soprattutto diventa presidente il costruttore Marco Mezzaroma: cognato di Claudio Lotito e tra gli amici intimi della presidente del Consiglio al punto da partecipare alle sue vacanze estive in Puglia. Nella società c’è anche un altro componente del cerchio magico meloniano: Giuseppe De Mita, figlio dell’ex segretario Dc e presidente del Consiglio Ciriaco, amico dello stesso Mezzaroma.
La modalità con cui è entrato in Sport e Salute De Mita è indicativa dei criteri usati per la selezione: prima con una piccola consulenza da 39mila euro attraverso la sua società Lasim; poi, da gennaio, assunto come dirigente a oltre 200mila euro di stipendio, al termine di una selezione pubblica aperta in piena estate e molto chiacchierata.
De Mita jr, grande amico e soprattutto testimone di nozze del presidente Mezzaroma, nel suo primo matrimonio con l’ex ministra Mara Carfagna. I due in passato sono stati anche soci, nell’investimento in una delle più belle piazze del mondo, quella
del Pantheon, dove la loro società Bidiemme gestiva alcuni bed&breakfast.
Ma non è finita. Nella società pubblica dello sport hanno avuto una consulenza pure Manuela Di Centa, olimpionica di sci di fondo ed ex deputata di Forza Italia, Elena Proietti, segretaria del ministro Giuli. E poi: Bruno Campanile, vicepresidente Asi, cioè l’ente presieduto dal sottosegretario Barbaro, e la figlia Elena; Luigi Mastrangelo, pallavolista già responsabile Sport della Lega di Salvini; Riccardo Andriani, avvocato del Secolo d’Italia; Beppe Incocciati, consigliere di Tajani a Palazzo Chigi.
Così Sport e Salute è diventata Sport e poltrone.
(da Domani)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
VA DIFESA DA NAZIONALISMI BECERI E POPULISTI D’ACCATTO
Stiamo ogni giorno di più interrogandoci sulla democrazia, su cosa la definisca, su come
si sia trasformata a partire dalla seconda metà del Novecento, quando si è affermata sulle rovine della guerra e delle dittature, sul suo declino o forse sulla sua morte imminente, da troppi profetizzata. Era per tutti, almeno per chi come noi viveva in un continente come l’Europa, al sicuro nelle nostre tiepide case, un dato scontato, acquisito, e pensavamo che non sarebbe mai tramontata. Dico un continente, ma dovrei dire la nostra parte, quella occidentale, del continente,
perché nella parte orientale invece imperversavano mancanza di libertà, processi, gulag, invasioni, come nell’Ungheria del 1956 o nella Praga del 1968. E anche in Occidente, come non ricordare la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei colonnelli? No, era davvero piccola la parte dell’Europa in cui potevamo farci forti della nostra storia passata, richiamare Locke e Kant, la Rivoluzione francese e la lotta contro il nazifascismo, fin dimenticare i nostri crimini coloniali.
Ma la democrazia non resta tranquilla nel suo nido privilegiato, ha bisogno di essere difesa, riedificata ad ogni cambiamento, rinnovata. I nazionalismi, i populismi, ne sono il peggior nemico. Ed ecco oggi il gran parlare che se ne fa, il bisogno di capire cosa effettivamente sia, quale ne sia stata l’origine.
Quali i suoi rapporti con le guerre, negli anni in cui un paese dittatoriale come la Russia attacca un paese vicino per distruggerne la libertà. Quali i suoi rapporti con quella Europa senza confini che stiamo cercando faticosamente di rendere più forte e viva, un’Europa che richiede per esservi accettato alcuni criteri indispensabili, come la democrazia politica, la libertà, e perfino il rifiuto della pena di morte.E poi l’ignoranza: provate a chiedere cosa caratterizzi la democrazia, e tanti avranno un’unica risposta, il voto. Certo, la scelta popolare garantita dalle elezioni ne è una precondizione, ma molte altre ne sono le condizioni, e fra esse la libertà di parola, di coscienza, di religione, l’uguaglianza davanti alla legge, il rifiuto delle discriminazioni, la limitazione delle disuguaglianze sociali. E non tutti i paesi di
questa nostra Europa hanno oggi saputo mantenersi dentro questi limiti. E fin gli Stati Uniti, l’altra patria della democrazia e dello stesso pensiero democratico, assiste ora ad una crisi senza precedenti della sua struttura politica. E tanto sono minacciate le democrazie che si sente il bisogno di inventare altri nomi per definire il loro stato ibrido, come “democratura”.
Fra tutte queste riflessioni e queste domande, che tanto ci confortano in questa crisi ma che anche tanto ci inquietano sul nostro futuro, vorrei ricordare l’iniziativa di Gariwo, che ha creato una Carta della Democrazia e che su questo tema si interrogherà nei prossimi giorni a Milano, in presenza di studiosi dell’Occidente e dell’Est, e la proporrà ai rappresentanti della rete dei trecento giardini dei Giusti nel mondo che saranno presenti con le Nazioni Unite. Al centro del dibattito non possono non essere gli esiti della guerra della Russia contro l’Ucraina e le minacce che pesano su questa nostra piccola parte d’Europa, ma anche l’emergere della forza contro il diritto, l’attacco sempre più violento al diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e di Israele, i nazionalismi dilaganti, i crimini contro l’umanità, i nuovi razzismi. «Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino sta accadendo nel mondo qualche cosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero qualche cosa di garantito su cui si poteva costruire il futuro. Invece, le nuove immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce
differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia».
Nella nostra agenda però, non potrà esserci solo l’elaborazione di una linea meramente difensiva. Difendere la democrazia di fronte a tutte queste minacce, oggi, non può non comportare un difficile lavoro di ricostruzione, che non può venire solo dall’alto, da un rinnovamento delle istituzioni, ma deve venire anche dal basso, dai giovani che chiedono di capire e di sapere. La mancanza di una prospettiva realmente politica, non solo ancorata ai partiti, ai voti, al potere; i timori di fronte alle assunzioni di responsabilità, propri degli individui come dei governi, l’acquiescenza di fronte alle prepotenze degli Stati e dei potenti, l’ignoranza e l’incultura prese a modello, tutto questo fa parte delle minacce alla democrazia, delle prospettive più angosciose sul futuro nostro e dei nostri figli. Ma forse, se le riconosciamo, siamo ancora in tempo a creare un mondo a misura degli esseri umani.
(da La Stampa)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
SI DIMENTICHI DI RECUPERARE LA REFURTIVA, SIAMO IN TEMPI IN CUI IL LADRO E’ AUTORIZZATO A TENERSELA E HA PURE DIRITTO AD ESSERE AMNISTIATO DI TUTTI I SUOI CRIMINI
È come se il derubato fosse invitato a dimenticare la refurtiva; e il ladro autorizzato a tenersela, e amnistiato di tutti i suoi crimini. In cambio, il derubato avrà salva la vita e dunque deve pure ringraziare la sedicente “comunità transatlantica” per la sua gentile intercessione.
Questa è la pace che Trump offre a Putin e impone agli ucraini, che nessuno potrà biasimare se dovessero accettare: avere i cingoli dei carri armati alle porte di casa e vivere sotto le bombe (in buona parte su obiettivi civili) per quattro anni non è una condizione che possa essere protratta all’infinito.
La pace di Trump per l’Ucraina assomiglia dunque a quella per Gaza, il più debole si arrenda, il più forte canti vittoria, poi ci penserà la ricostruzione a far brillare gli occhi della speculazione che, bontà sua, è transnazionale, non conosce frontiere, non si attarda in inutili patriottismi: dove c’è da fare quattrini si va. E si pretende, per giunta, la gratitudine dei bombardati.
Le macerie sono un business formidabile, specie se chi le ha prodotte (vedi Gaza) chiede una partnership nella ricostruzione: ne ha diritto, no? Distruggendo, ha gettato le basi dei nuovi cantieri.
Dunque non ci stupiremo se un giorno anche gli oligarchi russi, come Netanyahu, dovessero ricavare un vantaggio economico dalla sedicente pace: già la sospensione delle sanzioni è un bel
gol a porta vuota.
Non credo ci siano stati tempi favorevoli ai deboli. Ma questo è il tempo in cui l’esultanza dei forti non ha neppure bisogno del velo dell’ipocrisia. Putin tornerà a sedersi al tavolo dei vincitori. Altre domande?
(da Repubblica)
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