Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
VA DIFESA DA NAZIONALISMI BECERI E POPULISTI D’ACCATTO
Stiamo ogni giorno di più interrogandoci sulla democrazia, su cosa la definisca, su come
si sia trasformata a partire dalla seconda metà del Novecento, quando si è affermata sulle rovine della guerra e delle dittature, sul suo declino o forse sulla sua morte imminente, da troppi profetizzata. Era per tutti, almeno per chi come noi viveva in un continente come l’Europa, al sicuro nelle nostre tiepide case, un dato scontato, acquisito, e pensavamo che non sarebbe mai tramontata. Dico un continente, ma dovrei dire la nostra parte, quella occidentale, del continente,
perché nella parte orientale invece imperversavano mancanza di libertà, processi, gulag, invasioni, come nell’Ungheria del 1956 o nella Praga del 1968. E anche in Occidente, come non ricordare la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei colonnelli? No, era davvero piccola la parte dell’Europa in cui potevamo farci forti della nostra storia passata, richiamare Locke e Kant, la Rivoluzione francese e la lotta contro il nazifascismo, fin dimenticare i nostri crimini coloniali.
Ma la democrazia non resta tranquilla nel suo nido privilegiato, ha bisogno di essere difesa, riedificata ad ogni cambiamento, rinnovata. I nazionalismi, i populismi, ne sono il peggior nemico. Ed ecco oggi il gran parlare che se ne fa, il bisogno di capire cosa effettivamente sia, quale ne sia stata l’origine.
Quali i suoi rapporti con le guerre, negli anni in cui un paese dittatoriale come la Russia attacca un paese vicino per distruggerne la libertà. Quali i suoi rapporti con quella Europa senza confini che stiamo cercando faticosamente di rendere più forte e viva, un’Europa che richiede per esservi accettato alcuni criteri indispensabili, come la democrazia politica, la libertà, e perfino il rifiuto della pena di morte.E poi l’ignoranza: provate a chiedere cosa caratterizzi la democrazia, e tanti avranno un’unica risposta, il voto. Certo, la scelta popolare garantita dalle elezioni ne è una precondizione, ma molte altre ne sono le condizioni, e fra esse la libertà di parola, di coscienza, di religione, l’uguaglianza davanti alla legge, il rifiuto delle discriminazioni, la limitazione delle disuguaglianze sociali. E non tutti i paesi di
questa nostra Europa hanno oggi saputo mantenersi dentro questi limiti. E fin gli Stati Uniti, l’altra patria della democrazia e dello stesso pensiero democratico, assiste ora ad una crisi senza precedenti della sua struttura politica. E tanto sono minacciate le democrazie che si sente il bisogno di inventare altri nomi per definire il loro stato ibrido, come “democratura”.
Fra tutte queste riflessioni e queste domande, che tanto ci confortano in questa crisi ma che anche tanto ci inquietano sul nostro futuro, vorrei ricordare l’iniziativa di Gariwo, che ha creato una Carta della Democrazia e che su questo tema si interrogherà nei prossimi giorni a Milano, in presenza di studiosi dell’Occidente e dell’Est, e la proporrà ai rappresentanti della rete dei trecento giardini dei Giusti nel mondo che saranno presenti con le Nazioni Unite. Al centro del dibattito non possono non essere gli esiti della guerra della Russia contro l’Ucraina e le minacce che pesano su questa nostra piccola parte d’Europa, ma anche l’emergere della forza contro il diritto, l’attacco sempre più violento al diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e di Israele, i nazionalismi dilaganti, i crimini contro l’umanità, i nuovi razzismi. «Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino sta accadendo nel mondo qualche cosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero qualche cosa di garantito su cui si poteva costruire il futuro. Invece, le nuove immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce
differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia».
Nella nostra agenda però, non potrà esserci solo l’elaborazione di una linea meramente difensiva. Difendere la democrazia di fronte a tutte queste minacce, oggi, non può non comportare un difficile lavoro di ricostruzione, che non può venire solo dall’alto, da un rinnovamento delle istituzioni, ma deve venire anche dal basso, dai giovani che chiedono di capire e di sapere. La mancanza di una prospettiva realmente politica, non solo ancorata ai partiti, ai voti, al potere; i timori di fronte alle assunzioni di responsabilità, propri degli individui come dei governi, l’acquiescenza di fronte alle prepotenze degli Stati e dei potenti, l’ignoranza e l’incultura prese a modello, tutto questo fa parte delle minacce alla democrazia, delle prospettive più angosciose sul futuro nostro e dei nostri figli. Ma forse, se le riconosciamo, siamo ancora in tempo a creare un mondo a misura degli esseri umani.
(da La Stampa)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
SI DIMENTICHI DI RECUPERARE LA REFURTIVA, SIAMO IN TEMPI IN CUI IL LADRO E’ AUTORIZZATO A TENERSELA E HA PURE DIRITTO AD ESSERE AMNISTIATO DI TUTTI I SUOI CRIMINI
È come se il derubato fosse invitato a dimenticare la refurtiva; e il ladro autorizzato a tenersela, e amnistiato di tutti i suoi crimini. In cambio, il derubato avrà salva la vita e dunque deve pure ringraziare la sedicente “comunità transatlantica” per la sua gentile intercessione.
Questa è la pace che Trump offre a Putin e impone agli ucraini, che nessuno potrà biasimare se dovessero accettare: avere i cingoli dei carri armati alle porte di casa e vivere sotto le bombe (in buona parte su obiettivi civili) per quattro anni non è una condizione che possa essere protratta all’infinito.
La pace di Trump per l’Ucraina assomiglia dunque a quella per Gaza, il più debole si arrenda, il più forte canti vittoria, poi ci penserà la ricostruzione a far brillare gli occhi della speculazione che, bontà sua, è transnazionale, non conosce frontiere, non si attarda in inutili patriottismi: dove c’è da fare quattrini si va. E si pretende, per giunta, la gratitudine dei bombardati.
Le macerie sono un business formidabile, specie se chi le ha prodotte (vedi Gaza) chiede una partnership nella ricostruzione: ne ha diritto, no? Distruggendo, ha gettato le basi dei nuovi cantieri.
Dunque non ci stupiremo se un giorno anche gli oligarchi russi, come Netanyahu, dovessero ricavare un vantaggio economico dalla sedicente pace: già la sospensione delle sanzioni è un bel
gol a porta vuota.
Non credo ci siano stati tempi favorevoli ai deboli. Ma questo è il tempo in cui l’esultanza dei forti non ha neppure bisogno del velo dell’ipocrisia. Putin tornerà a sedersi al tavolo dei vincitori. Altre domande?
(da Repubblica)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
USA SOLITI TRADITORI. RUSSIA ORMAI SUBORDINATA ALLA CINA, UCRAINA ABBANDONATA DA UN OCCIDENTE VILE. ITALIA SERVITOR DI DUE PADRONI
Il cosiddetto piano di pace americano per l’Ucraina ne sanziona la fine quale Stato
indipendente, offre alla Russia l’opportunità di spacciare per vittoria la forzosa subordinazione strategica alla Cina e agli Stati Uniti di mascherare con il tradimento del loro ex protetto un fallimento annunciato. Questa svolta coglie l’Italia altrove. Fra referendum sulle carriere dei magistrati che la politica dipinge da ordalia e sapide polemiche sulle chiacchiere a un tavolo di romanisti intorno ai notoriamente dissonanti rapporti fra Quirinale e Palazzo Chigi, sembra che la guerra alle nostre porte passi in cavalleria.
Si conferma un tratto della nostra psiche collettiva: le questioni esistenziali — sì, in guerra si muore — scadono a esotiche, le meno decisive si strillano vitali. Non sappiamo quale effetto avrà l’ultimatum di Trump a Zelensky. Difficilmente più di una fragile tregua negoziale. O forse l’occasione per il presidente americano di rovesciare il tavolo e lasciare che sia il campo di battaglia a decidere. Ovvero a sancire il non troppo graduale crollo del fronte ucraino. E il conseguente rovesciamento del regime, minato dalla corruzione endemica che gli amici americani d’improvviso riscoprono come arma di pressione contro Zelensky.
Se la guerra continua nessuno può illudersi di governarla. E tutti devono temere che possa coinvolgerli sempre meno indirettamente. Noi italiani compresi. Rischiamo di finire in un meccanismo del quale non avremo alcun controllo perché deciso altrove da chi si gioca tutto e non ha quindi alcun interesse a tener conto di noi. Siamo o almeno possiamo sembrare un’isola felice, ma non disponiamo affatto di una polizza vitalizia contro la guerra. Da popolo di pensionati contiamo su immaginarie rendite illimitate che di norma servono più gli assicuratori che gli assicurati. Nella fattispecie, poi, il garante americano ha smesso di garantire chiunque dovendo anzitutto garantire sé stesso. (Tra parentesi: era così anche prima, ma per tacito accordo che conveniva a tutti, nemici compresi, si faceva finta di nulla.) Un computo puramente ragionieristico ci conferma scadute le ragioni della nostra sicurezza.
Scaduta l’Alleanza Atlantica, forma strategica dell’impero europeo dell’America, sotto il cui ombrello abbiamo goduto dei migliori ottant’anni della nostra vita unitaria, che scontiamo irripetibili. Scaduta l’architettura europea, Sagrada Familia inscritta nell’Occidente strategico a guida americana, che funziona semmai al contrario: serve a palesare quindi inasprire le differenze fra i soci. Con i “volenterosi” apparentemente disposti a battersi fino all’ultimo ucraino e convinti che Putin voglia e possa battere il record di penetrazione russa in Europa detenuto da Alessandro I (Parigi, 31 marzo 1814), contro i “filo-russi” (o meglio anti-ucraini, tra cui anche i polacchi già anti-russi e anti tedeschi) e alcuni “volenterosi” in maschera che non vedono l’ora di riaprire i rubinetti del gas moscovita. Scaduta la certezza di vivere nell’intorno relativamente tranquillo ereditato dalla guerra fredda, che abbiamo contribuito a destabilizzare con perizia degna di miglior causa, dai Balcani adriatici fino alle Libie, cedute in comodato d’uso a turchi e russi.
Con l’aggiunta questa sì esistenziale delle guerre di Israele contro sé stesso, che minacciano di culminare in scontro con la Turchia — altro che Iran. Risultato: il Mar Rosso, che per noi significa accesso via Oceano Indiano all’Asia che conta, e per tale fu identificato ad Italia appena unita dal ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini (1881-85), è semichiuso a tempo indeterminato causa sfida huti.
L’ultima cosa di cui un paese in tali condizioni ha bisogno è l’allarmismo. Ma la penultima, che poi sarebbe la prima, è la coscienza della rivoluzione geopolitica in cui siamo immersi come oggetto non identificato. Per scelta propria. Quasi potessimo passare inosservati. L’Italia ha un valore non indifferente al mercato delle potenze. Potrebbe servirsene per partecipare agli scambi irregolari in corso. Oppure rassegnarsi al destino di merce al mercato altrui. Dove il prezzo non lo fissiamo noi. Se ne può parlare?
(da Repubblica)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
PROSSIMAMENTE IL CEO DI UNICREDIT, ANDREA ORCEL, AVRÀ MANI LIBERE PER SCEGLIERE QUALE BANCA PAPPARSI, MENTRE NEI PROSSIMI DUE MESI I GENI DI ‘’PA-FAZZO” CHIGI AVRANNO I NEURONI MOLTO IMPEGNATI PER RISPONDERE CON UNA MODIFICA DELLA LEGGE (CHISSÀ SE AVRÀ EFFETTO RETROATTIVO) ALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE DI BRUXELLES
Alla fine, il combo formato dalla commissaria agli Affari finanziari, la portoghese Maria Luis Albuquerque, e da quella alla Concorrenza, la spagnola Teresa Ribera è riuscito a tirar fuori dal cassetto di Ursula von der Leyen la lettera che formalizza la procedura di infrazione contro il governo Meloni per il Golden Power che ha stoppato l’Opa di Unicredit su Banco Bpm, istituto padano caro alla Lega del ministro Giorgetti.
Per non mandare in tilt gli otoliti della Ducetta, la procedura è arrivata annacquata e senza riferimento al caso specifico dell’operazione di Andrea Orcel. Ma come ha sottolineato Claudio Tito su “Repubblica”: “Si tratta di una scelta singolare se si considera che il golden power è stato applicato al settore bancario solo una volta, ossia questa. E che il dossier è aperto da diversi mesi. Con uno scambio di informazioni con il governo italiano puntato proprio sul quel tentativo di scalata”
Di riffa o di raffa, l’Armata BrancaMeloni ha fatto, sul risiko
bancario, l’ennesima figura di merda. Di sicuro, non potrà più far ridere i polli blaterando che Unicredit è una banca straniera, e quindi, per salvaguardare la sicurezza nazionale, vietava di ridurre l’operatività Bpm in Italia, con vincoli sulla clientela, dal momento che Bruxelles ha fatto presente che l’istituto guidato da Andrea Orcel opera nel mercato unico europeo e ha sede a Milano, in piazza Gae Aulenti.
Ergo: l’intervento del governo italiano è stato considerato dai funzionari europei del tutto sproporzionato rispetto alle eccezioni previste dall’art 21/4, che ammette deroghe soltanto per motivi di sicurezza pubblica. Cioè in un ambito molto ristretto, che non comprende, per esempio, la tutela del risparmio nazionale.
Come, del resto, aveva tuonato indignato Orcel quando presentò il ricorso al Consiglio di Stato contro il golden power del governo che, di fatto, ha bloccato la scalata a Bpm: “Non possiamo accettare l’affermazione secondo cui saremmo una minaccia per la sicurezza nazionale”.
E sulla prescrizione che imponeva l’uscita di Unicredit dalla Russia entro nove mesi, ha risposto recentemente da par suoal al ‘Sixth ECB Forum on Banking Supervision 2025’ a Francoforte, il Ceo Orcel ricordando che quando è iniziata la guerra “avevamo circa il 6% dei nostri prestiti e prestiti locali e depositi in Russia. Avevamo quattro miliardi e mezzo di prestiti transfrontalieri alle aziende russe”.
“Se si passa rapidamente ad oggi, abbiamo lo 0,2% dei nostri prestiti in Russia, circa 700 milioni, di cui 4.500 sono mutui.
Altri 200 probabilmente diminuiranno e poi si fermeranno lì e non li rinnoviamo “. Inoltre, “non abbiamo concesso nuovi prestiti dal momento dell’invasione’’, ha aggiunto Orcel
Gestire le sanzioni sulla Russia, ha spiegato Orcel , “richiede uno sforzo galattico di conformità per assicurarsi di non commettere errori. È una sfida enorme. La seconda sfida, almeno per noi, è quella di non essere nazionalizzati. Io non ho intenzione di fare regali ai russi. Perché se commettessimo quegli errori consegneremmo legalmente su un piatto d’argento i 3,8 miliardi di capitale che ho lì dentro. E non ho alcuna intenzione di farlo”.
Se prossimamente il baldo Orcel, con la questione Russia ultimo ostacolo in via di soluzione, avrà mani libere per scegliere quale banca papparsi tra i tre/quattro dossier che ha sulla scrivania (“Siamo la banca con più opzioni m&a ma il capitolo Bpm è chiuso”), nei prossimi due mesi i geni di ‘’Pa-Fazzo” Chigi e di via XX Settembre avranno i neuroni molto impegnati per rispondere con una modifica della legge che, a giudizio dell’esecutivo di Roma, consentirebbe di superare le obiezioni di Bruxelles.
Per la scelta tra le varie opzioni di acquisizioni che frullano nella testa di Orcel, occorre attendere notizie da Berlino, dove il governo Merz ha stoppato e messo a bagnomaria le ambizioni di Orcel su Commerzbank, di cui Unicredit è socio al 26% con facoltà di salire al 29,9%.
Orcel ha risposto ingaggiando addirittura Christian Lindner, l’ex-ministro delle Finanze che non si oppose alla vendita delle
prime quote pubbliche di Commerz alla banca italiana, facendo incazzare ancor di più Berlino con Merz che si è messo alla ricerca di conflitti di interesse dell’ex ministro.
Comunque vada, lo scorso settembre Orcel ha dichiarato che l’istituto potrebbe vendere la sua partecipazione in Commerzbank a un acquirente extra-UE se ci fosse un’offerta adeguata e gli azionisti di piazza Gae Aulenti fossero d’accordo. In tal caso, una volta intascato il ricco bottino, le opzioni sarebbero senza frontiere e, dopo la smentita di un interessamento su Bper, nulla vieterebbe a Unicredit di lanciare una ricca Opa su Mps di Lovaglio-Caltagirone con obiettivo finale Generali, massima rivincita sul governo smandrappato del golden power).
Come il risiko italico, anche questo tedesco, se ne fotte sonoramente delle parole della commissaria europea agli Affari finanziari, Maria Luis Albuquerque, che all’ultimo Ecofin cinguettava: “Dobbiamo creare un mercato unico per i servizi finanziari. Pertanto, affronteremo tutte le questioni che possono impedire l’attuazione corretta delle regole concordate: quelle che bloccano la prestazione transfrontaliera di servizi, le fusioni e così via” (ciao core!).
(da Dagoreport)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
ALCUNI DETENUTI ERANO MINACCIATI E COSTRETTI A FARE I “CORRIERI”, INGERENDO OVULI DI DROGA… SEQUESTRATI HASHISH, COCAINA, DECINE DI PASTICCHE, ARMI ARTIGIANALI, CACCIAVITE, UNO SMARTPHONE SENZA SIM, UNO SMARTWATCH
Una perquisizione straordinaria ha coinvolto l’intera popolazione del carcere “La
Dogaia” di Prato: il procuratore Luca Tescaroli ha disposto un decreto di perquisizione e sequestro per 564 detenuti, di cui solo 29 indagati, esteso a tutti i reparti, inclusi Semiliberi e aree comuni.
Lo scrive Marco Lillo su “Il Fatto Quotidiano”, raccontando come l’operazione nasce da un “fenomeno criminale pulviscolare” che si concentra soprattutto nelle sezioni 8, 5, 6 e 10 ma influenza l’intero istituto, trasformato in quella che il
procuratore definisce un’isola di illegalità.
Secondo Tescaroli, all’interno del carcere proliferano consegne di droga con i droni che entrano nella Dogaia tranquillamente, minacce ai detenuti con permesso di uscita per costringerli a fare da corrieri, talvolta ingerendo ovuli pieni di droga, pressioni per sfruttare ogni contatto con l’esterno, compresi i colloqui con i familiari, e poi telefonini e internet a go go per coordinare con la tecnologia le attività illegali dalla cella.
I detenuti gestiscono i loro social dalla cella così da mostrare all’esterno chi comanda
Durante i controlli sono stati sequestrati hashish, cocaina, decine di pasticche, armi artigianali, un cutter, un cacciavite, punteruoli, uno smartphone senza SIM, uno smartwatch e denaro contante.
Tra i fattori che hanno favorito la deriva, il procuratore cita la libertà di movimento concessa ad alcuni detenuti e possibili connivenze nella polizia penitenziaria.
Centrale il ruolo dei droni, capaci di trasportare stupefacenti, telefoni e armi, con costi elevatissimi per l’acquisto della droga all’interno, spesso pagata tramite carte ricaricabili.
Nonostante interventi precedenti, molte utenze e dispositivi non erano stati individuati. Dal luglio 2024 erano stati comunque sequestrati oltre un chilo di hashish, 163 grammi di cocaina, eroina, anfetamine, 49 cellulari e router.
Gli indagati sono 29 detenuti di diverse nazionalità, accusati a vario titolo di estorsione, violenza privata, traffico di droga, uso illecito di dispositivi di comunicazione e detenzione di armi.
Lillo descrive episodi di aggressioni violente, anche con punteruoli, contro detenuti permessanti costretti a introdurre stupefacenti. Tre detenuti avrebbero inoltre ricevuto armi e telefoni tramite un drone dotato di una lenza di 20 metri.
Sei detenuti, vittime di violenze e minacce di morte, hanno iniziato a collaborare indicando canali, modalità e responsabili dei traffici. Tescaroli invita altre vittime a denunciare, citando la possibilità di misure di tutela.
Il procuratore chiede al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria telecamere, reti anti-lancio, sistemi anti-drone, schermature per bloccare internet e telefonia, oltre a controlli sanitari radiologici per i detenuti al rientro da permessi.
Alla perquisizione hanno partecipato circa 800 agenti di Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria, conclude Marco Lillo.
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
DATI VERGOGNOSI PER UNA CITTÀ AD ALTISSIMA VOCAZIONE TURISTICA
Per una città ad altissima vocazione turistica come Roma, dovrebbe suonare come un campanello d’allarme: l’85% degli utenti di taxi e Ncc non residenti in città – quindi, prevalentemente turisti e clientela business – considerano insufficiente la disponibilità di auto bianche e nere, i mezzi del trasporto pubblico non di linea
La stessa categoria di utenti, la più “ricca” in termini di spesa media e destinazioni, dichiara nel 63,6% dei casi di aver atteso più del previsto per poter effettuare una corsa in città.
Meno accentuato, ma comunque consistente il tasso di insoddisfazione degli utenti residenti nella Capitale: al 58,4% per la disponibilità di auto on demand, al 47% per le attese prolungate prima di avere una macchina a disposizione.
Questa volta, a inquadrare i limiti del servizio taxi e Ncc segnalati e sperimentati negli ultimi anni da turisti e cittadini è una ricerca della Fondazione Filippo Caracciolo, il centro studi della Federazione Aci, presentato oggi presso l’Automobile Club Roma.
Oltre ai nodi disponibilità e attese l’indagine, condotta nel 2024 su un campione di 1.567 soci Aci, evidenzia anche due criticità solo apparentemente minori, perchè legate in modo specifico alla qualità sperimentata del servizio. Parliamo della difficoltà a pagare le corse con sistemi di pagamento elettronici (carte di credito/bancomat), rilevate dal 32% dei romani e dal 57% dei turisti.
La risposta di dettaglio sugli eventuali casi di rifiuto al pagamento elettronico con carta di credito evidenzia che le esperienze positive (“Non mi è mai successo che venisse
rifiutato il pagamento con carta di credito”) si attestano sul 57,6% per i rispondenti romani e il 30,4% per i non romani, ma se sommate, le risposte negative “Sì, più volte” e “Sì, qualche volta” rappresentano oltre il 32% dei casi romani e il 57% dei rispondenti non residenti.
Altro profilo critico, il rifiuto delle corse: pur non essendo il problema principale, è rilevato dal 16,5% dei residenti e dal 21,1% dei non residenti come un comportamento che mina la percezione di equità e disponibilità del servizio. “Fortunatamente i casi registrati tra i rispondenti sono pochi – rileva lo studio – ma si tratta comunque di casi rilevanti perché costituiscono un grave inadempienza rispetto al dovere di fornire un servizio pubblico”.
Sul fronte delle corse rifiutate, secondo quanto emerge dalle risposte di dettaglio oltre il 30% dei rispondenti (romani e non) hanno dichiarato che il tassista si è rifiutato di prendere la corsa perché il tragitto era “troppo breve”. La quota rilevante di corse inevase con queste motivazioni evidenzia l’impatto relativo dell’aumento delle corsa minima introdotta dal Campidoglio nel luglio del 2024 per incentivare i tassisti a prendere in carico anche le corse brevi, solitamente snobbate.
La corsa minima di 9 euro 24/7, al posto della tariffa minima di partenza da 3 euro, era finalizzata, secondo l’assessorato alla Mobilità, ad evitare le lunghe code di turisti e cittadini in attesa di un taxi tante volte registrate negli ultimi anni.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
PAESE CHE VAI, TRADITORE SOVRANISTA CHE TROVI
Nathan Gill, ex dirigente del partito populista di destra Reform UK, quello fondato da
Nigel Farage, è stato condannato a 10 anni e mezzo di carcere da un tribunale britannico per aver accettato tangenti in cambio di dichiarazioni pubbliche in favore
della Russia quando era eurodeputato.
Gill, che a settembre aveva scelto di patteggiare, ricevette almeno 40mila sterline (45 mila euro) da Oleg Voloshyn, un uomo russo anche lui indagato (i procuratori ritengono sia scappato in Russia).
Accettò quei soldi quando era eurodeputato per lo UKIP, un altro partito populista di destra da cui provengono molti politici di Reform UK, fondato sempre da Nigel Farage.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
C’E’ UN’IMPENNATA DI REATI COMUNI, CRIMINALITA’ SPICCIOLA E DELINQUENZA GIOVANILE, MA I SOVRANISTI FANNO FINTA DI NULLA…SUL MARKETING DELLA PAURA HANNO COSTRUITO LE LORO FORTUNE
Non serve il mago Otelma per svelare il duplice obiettivo del “caso Garofani”, impapocchiato dai patriottici Dan Brown de’ noantri di palazzo Chigi con il contributo operoso di zelanti gazzettieri del regime. Montato alla carlona intorno a una chiacchiera conviviale tra tifosi romanisti più o meno eccellenti, manipolato a capocchia intorno a un virgolettato-fantasma funzionale all’ipotesi farlocca del “golpe istituzionale”, lo scandalo sollevato intorno a un inesistente «provvidenziale scossone» invocato dal consigliere di Sergio Mattarella per far cadere la Sorella d’Italia è solo un «complotto alla vaccinara», come l’ha giustamente derubricato Filippo Ceccarelli.
Una “intentona” da Strapaese, perfettamente coerente con i deliri cospirazionisti delle destre al comando: in termini psico-politici, la paranoia come patologia dell’identità, specchio di un “io” blindato e diviso che per definire se stesso ha sempre bisogno di crearsi intorno un universo ostile e un nemico necessario.
Dietro al pastrocchio non ci sono “menti raffinate”, ma solo intenzioni dissimulate. Il primo obiettivo, più subdolo, è supportare l’opa sul Colle avviata da Giorgia Meloni: la foga con cui i suoi Fratelli hanno cavalcato la vicenda, trasformando due frasi di un consigliere nel “piano del Quirinale”, e il comunicato ambiguo con il quale la stessa premier ha finto di chiuderla, confermano che l’Underdog è pronta per l’assalto al cielo, cui sono propedeutiche la delegittimazione strisciante del Capo dello Stato in carica e la rappresentazione distorta della “vecchia” presidenza della Repubblica (quella di Scalfaro, di Napolitano e implicitamente di Mattarella) come “motore immobile” delle trame segrete e dei giochi di palazzo. Il secondo obiettivo, più smaccato, è far calare l’ennesima cortina fumogena sulle vere condizioni materiali del Paese.
Qui, davvero, si combatte la sfida del consenso. Non c’è da nascondere solo l’inquietante accelerazione della crisi economica (crollo di consumi e salari reali, boom di prezzi e
carrello della spesa, crescita zero certificata da Istat, Bankitalia e ora anche Eurostat) cui fa da contraltare l’insostenibile leggerezza della legge di bilancio. Ora c’è anche da mettere la sordina a un’altra emergenza che sta scoppiando nelle mani del governo, ed è l’allarmante impennata dei reati comuni, della criminalità spicciola, della delinquenza giovanile.
Ogni giorno, per le strade delle nostre città grandi e piccole, si consumano storie di “ordinaria” violenza, al crocevia tra marginalità e malavita, teppismo e bullismo. Un problema drammatico, ma anche il grande “rimosso” della fase. E sono d’accordo con chi, come Walter Veltroni, sostiene che ha sbagliato la sinistra a sottovalutare o persino ignorare il tema della sicurezza: come scriveva Franco Cassano nel magnifico L’umiltà del male, troppe volte i progressisti si sono trincerati dietro una presunta superiorità morale, lasciando la debolezza degli uomini nelle mani degli avversari e guardando con supponenza al diffuso bisogno di protezione che emerge dalla società italiana.
Elly Schlein sembra averlo capito, come dimostra la riunione con i sindaci a Bologna, servita a ribadire che un partito la cui “ragion politica” è la giustizia sociale non può non mettere al primo posto la sicurezza delle persone, diritto essenziale che va garantito perché si possano esercitare tutti gli altri.
Chi oggi fa finta di nulla mi sembra invece la destra. Proprio quella che sul marketing della paura, sulla strategia della tensione e sul bisogno di sicurezza ha costruito in passato le sue
fortune elettorali. Non si può dimenticare cosa fecero le tv del duopolio berlusconiano Rai-Set ai tempi dell’Ulivo e dell’Unione, quando ogni tg versava sangue nelle case degli italiani: il Belpaese era il Bronx, le metropoli erano terra di conquista per immigrati e “zingari”, ladri e tagliagole, spacciatori e scippatori.
Non si può dimenticare la gioia feroce con la quale Forza Italia, An e Lega speculavano sui più truci delitti romani come la morte della giovane Vanessa Russo uccisa con un ombrello in un occhio da una sinti in una stazione della metro, lo stupro e l’uccisione della povera Giovanna Reggiani da parte di un rom assassino o della piccola Desiree Mariottini drogata e violentata fino alla morte da pusher africani in un covo di San Lorenzo.
Da Fini a Salvini, allora i leader li trovavi sempre sui luoghi del delitto, a denunciare l’ignavia delle sinistre al governo e a gridare forca e vendetta, ruspe e pugni di ferro, pene esemplari e leggi speciali. Ora non ce li vedi mai, in quei posti del disagio e del dolore. Eppure di delitti ne succedono più di prima, in un’escalation di crudeltà e di gratuità.
La “bamba” scorre, tra cocaina e droghe sintetiche, responsabili di investimenti di pedoni sulle strisce e incidenti mortali come quello di San Nicandro Garganico, dove un neopatentato di 22 anni positivo alla cannabis ha appena patteggiato dopo aver investito e ucciso un quattordicenne in motorino. Le baby-gang imperversano, vedi lo studente di 22 anni appena aggredito dal branco in Corso Como a Milano. I femminicidi dilagano, da Sara
Campanella massacrata a coltellate dal suo stalker a Messina a Cleria Mancini uccisa a colpi di pistola dell’ex compagno a Pescara.
L’insicurezza, reale e percepita, sta aumentando. Lo dicono i numeri del Viminale. I delitti denunciati all’autorità giudiziaria sono 2,38 milioni, con un’impennata del 3,4% rispetto al pre-Covid. Crescono soprattutto micro-criminalità e reati di strada. I furti in abitazione salgono del 4,9%, i reati connessi all’uso di stupefacenti del 3,9, le lesioni dolose del 5,8, le violenze sessuali del 7,5.
L’aspetto più preoccupante, rispetto al pre-pandemia, è il picco dei reati commessi da minori: più 30%, contro una crescita dell’8,1 di quelli compiuti da stranieri. La fotografia di questa Italia brutta e insicura la presidente del Consiglio la tiene chiusa nel cassetto.
I notiziari di tele-Meloni la ignorano, e così i parlamentari della maggioranza, sempre pronti a celebrare il governo e i suoi misteriosi “primati storici” a colpi di veline recitate a pappagallo davanti a telecamere rigorosamente mute. In compenso, spacciano per risolutivi i decreti-Caivano, i piani Albania e i pacchetti-sicurezza. Ma quest’anno siamo già a oltre 60mila sbarchi, in assenza sia di integrazione che di respingimento.
E poi, crimini e misfatti quotidiani alla mano, non pare stiano dando frutti il pan-penalismo punitivo e ossessivo, l’introduzione di 14 nuovi reati compreso il Daspo urbano, le poche assunzioni di nuovi agenti che non coprono il buco da 10mila unità tra forze
di polizia e carabinieri.
Per fortuna ci sono i mitici ministri Nordio e Roccella che dopo il coming out sulla separazione delle carriere e la scoperta delle “gite ad Auschwitz” ci regalano altre perle di saggezza: è inutile cercare di prevenire i femminicidi con l’educazione sessuale e affettiva a scuola, il maschio è cacciatore per natura e non imparerà mai la parità di genere.
Ma abbiate fede, cittadini insicuri. Domani, magari, qualche “giornale d’area” ci racconterà che quelle frasi del Guardasigilli erano solo chiacchiere da bar, dal sen fuggite tra un cocktail e l’altro. E se lo facesse, stavolta, avrebbe assolutamente ragione.
(da Repubblica)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
LA MANIPOLAZIONE SOVRANISTA DEI MEDIA
La cosa più preoccupante non è che un giornale abituato alla manipolazione della realtà
a fini politici abbia definito «complotto del Quirinale» una opinione informale espressa durante una cena privata con amici.
La cosa più preoccupante è che l’intero mondo mediatico, con poche eccezioni, abbia poi adottato quella parola, «complotto», ovvero un oggettivo falso, come se fosse una notizia da confermare oppure da smentire: non essendola.
Dovrebbero esistere degli anticorpi in grado di tutelare da questo tipo di contagio ciò che ci ostiniamo a definire “informazione”: verifica delle fonti, compostezza nella forma, rispetto del lettore. È vero che, in molti casi (quello in questione, per esempio) tra giornale e lettore esiste un patto scellerato: l’unica “notizia” che interessa è quella che sputtana e infanga l’avversario politico.
Ma se la faziosità è un vizio diffuso, è anche vero che c’è un limite non detto ma ben percepibile, una specie di fairplay di fatto che dovrebbe suggerire di non avvelenare del tutto la materia prima del giornalismo, che è la conoscenza dei fatti e il loro confezionamento corretto, magari perfino in buon italiano.
Ha raccontato bene Filippo Ceccarelli l’habitat romano, molto promiscuo e molto consociativo, nel quale questo genere di gossip politico collettivo alligna e prospera, anche se nel tempo di un paio di giorni poi svanisce per lasciare spazio alla diceria
successiva.
L’obiezione è che questa spensieratezza complice, tra vicini di tavolata, suona ancora più triste, e patetica, nel momento in cui il giornalismo vive la crisi strutturale più profonda e grave della sua storia. Avrebbe bisogno, per salvarsi, di riguadagnare almeno qualche briciola di autorevolezza. Meglio morire composti che sbracati.
(da agenzie)
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