Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DI STATO USA, MARCO RUBIO: “ENTRAMBE LE PARTI DEVONO ACCETTARE CONCESSIONI DIFFICILI”. MA NON SI CAPISCE QUALI SIANO QUELLE RICHIESTE A PUTIN
Nelle ultime ore si è appreso che Washington e Mosca stanno trattando segretamente
su un piano in 28 punti per imporre un accordo: non soltanto Putin dovrebbe vedere soddisfatte le sue aspirazioni territoriali in Donbass ma anche ottenere il dimezzamento dell’esercito ucraino e un qualche tipo di controllo sul governo di Kiev.
Colpite Leopoli, Ivano-Frankivsk, Kharkiv, Rivne, Dnipro, Khmelnytskyi, ma al cuore dell’ennesimo raid russo, uno dei più gravi tra le centinaia di quest’anno, si trova la città di Ternopil : a differenza di Kiev e gli altri centri urbani che subiscono raid quasi quotidianamente, i circa 225.000 abitanti di questa tranquilla località delle province occidentali situata 120 chilometri a est di Leopoli vengono in genere soltanto sfiorati dai raid russi.
«Sino ad ora non eravamo mai stati un obbiettivo importante e infatti durante gli allarmi nessuno scende nei rifugi», ammettono loro stessi ai media locali. Ma l’altra notte i missili hanno centrato due palazzi di nove piani sventrandoli.
Secondo i responsabili locali, sarebbero stati utilizzati missili russi da crociera Kh-101 sparati da un bombardiere che volava nelle regioni di Vologda e Astrakhan. La conseguenza è che tutti i morti e la maggioranza dei feriti nel Paese questa volta sono concentrati a Ternopil. Zelensky commenta a caldo che «la pressione sulla Russia è stata insufficiente». E aggiunge: «A Ternopil tutte le nostre unità continuano a lavorare per salvare quante più vite possibili. Al momento abbiamo raccolto 25
morti, tra loro anche 3 bambini. Ma ci sono altre persone sotto le macerie».
A detta dei comandi dell’aviazione a Kiev, in tutto la Russia avrebbe sparato 476 droni e 48 missili, tra i quali almeno uno balistico. Le contraeree sarebbero riuscite a colpire in aria 422 droni e 34 missili, tuttavia un numero cosi alto di obiettivi contemporaneamente complica enormemente il ruolo delle difese.
L’Ucraina chiede agli alleati l’invio di batterie di Patriot e le industrie nazionali stanno producendo nuovi modelli di droni anti-droni. I russi hanno modificato le loro armi in risposta: i nuovi Shaheed sono in grado di volare molto più in alto e più velocemente degli originali importati dall’Iran
Secondo quanto ha riferito Axios, il documento contiene 28 punti, che prevedono innanzitutto la cessione del Donbas – anche nella parte non ancora occupata dalle truppe russe – a Mosca.
Tra le altre condizioni, quella di dimezzare i ranghi dell’esercito ucraino e di proibirgli di possedere diverse armi, riducendo la sua capacità di difendersi.
Questa concessione dovrebbe venire compensata da garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti, sulla cui natura ed estensione però non si sa molto.
Infine, ci sono le condizioni “politiche”, tra cui proclamare il russo come seconda lingua ufficiale dell’Ucraina e ripristinare la chiesa ortodossa che risponde al patriarcato di Mosca.
Un ultimatum che sembra scritto sotto la dettatura di Putin, e infatti fonti informate di Washington hanno confermato a Reuters che il piano sarebbe stato proposto dall’inviato speciale
di Trump, Steve Witkoff – che già in passato si era mostrato molto simpatetico verso la Russia – assieme al suo omologo russo Kirill Dmitriev.
Presidente del fondo sovrano russo, sposato a una delle migliori amiche della figlia di Putin, Dmitriev ha confermato di aver lavorato con Witkoff durante la sua ultima visita negli Usa, poche settimane fa, nel solco delle «intese raggiunte al summit dei due presidenti in Alaska».
Il problema è che lo stesso Trump chiuse in anticipo il vertice con Putin nell’agosto scorso, comunicando ai giornalisti che non era stato raggiunto nessun accordo.
Più recentemente, il presidente americano ha imposto nuove sanzioni pesanti al settore petrolifero russo, e rifiutato di incontrare il dittatore russo a Budapest finché non avesse accettato di scendere a compromessi. A detta di Reuters, peraltro, l’inviato speciale Usa per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha riferito ai suoi collaboratori l’intenzione di lasciare l’amministrazione a gennaio.
Secondo alcune fonti anonime di Reuters, invece, il piano non solo sarebbe già stato concordato con i russi, ma anche presentato in anteprima al segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Rustem Umerov, in visita a Washington. E oggi dovrebbe venire consegnato a Volodymyr Zelensky, da due emissari americani di altissimo rango, il segretario all’Esercito Dan Driscoll e il capo del comando Randy George, arrivati a Kyiv ieri.
Secondo The Politico, però, i due responsabili del Pentagono sono giunti in Ucraina per discutere, al contrario, la cooperazione militare, in particolare sulle nuove tecnologie dei droni sviluppate a Kyiv. Trump vorrebbe stavolta imporre a Zelensky senza troppe discussioni, considerando anche la posizione delicata del suo governo, nel pieno dello scandalo sulla corruzione
È evidente, infatti, che gli ucraini non accetteranno quella che il Financial Times definisce una «capitolazione di fatto», così come non sarà possibile stringere un patto con Putin alle spalle degli europei. Proprio ieri la Polonia ha distaccato ben 10 mila soldati a proteggere le proprie infrastrutture dagli attacchi “ibridi” russi.
E il ministro della Difesa britannico John Healey ha rivelato che la Royal Navy sta tracciando gli spostamenti della nave-spia russa Yantar, che non solo sta mappando i cavi sottomarini al largo del Regno Unito in compagnia di un sottomarino russo, ma di recente ha anche puntato dei laser ai piloti della Raf che cercavano di intercettarla, mossa «profondamente pericolosa». Healey si è poi rivolto a Putin: «Vi vediamo. Sappiamo quello che state facendo. E se la vostra nave cambiasse rotta, siamo pronti a intervenire».
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
DAGOSPIA È IN GRADO DI AGGIUNGERE ALCUNI DETTAGLI SULLA CENA DI GIOVEDÌ 13 NOVEMBRE ALLA TERRAZZA BORROMINI. A TAVOLA C’ERANO SEDICI PERSONE: OLTRE ALL’ORGANIZZATORE, LUCA DI BARTOLOMEI E A FRANCESCO GAROFANI, C’ERANO MANAGER, CONSULENTI, UN AD DI UNA BANCA, DUE CRONISTI SPORTIVI E…UN GIORNALISTA CHE IN PASSATO HA LAVORATO IN UN QUOTIDIANO DI DESTRA, GIA’ DIRETTO DA BELPIETRO. SARÀ UN CASO CHE LA MAIL A FIRMA “MARIO ROSSI”, DA CUI È NATO LO “SCANDALO”, SIA STATA INVIATA ANCHE AL MELONIANO “IL GIORNALE” (CHE PERO’ L’HA IGNORATA)? – IL CONTESTO ERA CONVIVIALE, SI PARLAVA DI CALCIO E DEL PD, MA GAROFANI NON HA MAI PRONUNCIATO LA PAROLA “SCOSSONE”, CHE INFATTI NELLA MAIL ORIGINALE NON C’È – L’AUDIO? ANCHE SE CI FOSSE, BELPIETRO NON POTREBBE PUBBLICARLO PERCHÉ SAREBBE STATO CARPITO ILLEGALMENTE…
Il Garofani-gate, nonostante le polemiche politiche e i tanti articoli dedicati al caso dalla stampa nazionale, è ben lontano dal chiudersi.
Il tentativo di Fratelli d’Italia di gettare acqua sul fuoco, con la nota distensiva verso il Quirinale dei capigruppo, Lucio Malan e Galeazzo Bignami, non dissipa i tanti dubbi alimentati dagli articoli de “La Verità”.
Innanzitutto, esiste o no un audio di Francesco Saverio Garofani, consigliere di Sergio Mattarella che a una cena si sarebbe lasciato andare a considerazioni politiche che il quotidiano di Belpietro ha tradotto in un roboante quanto inconsistente “piano del Quirinale per fermare la Meloni”?
Il condirettore del quotidiano, Massimo De Manzoni, ieri ha fatto il vago: “Potrebbe esserci una registrazione”.
Oggi il vice di Belpietro, Martino Cervo, ospite di SkyTg24, ha ribadito: “Non è una cosa che posso né confermare né smentire. ] Non possiamo escludere che esista perché dato il luogo dove sono state pronunciate quelle frasi, confermate dal diretto interessato, nessuno di noi può escludere che questo audio ci sia’, ma allo stesso modo ‘non posso confermare in questa sede che questo audio esista né io l’ho ascoltato'”.
In realtà l’esistenza di un file appare, con il passare delle ore, sempre meno probabile.
D’altronde se la registrazione esistesse, perché non pubblicarla e fare così definitivamente chiarezza?
Il sospetto è che l’esistenza dell’audio sia stata ventilata più come spauracchio, forse come “mind game” verso Garofani che, temendo di essere sbugiardato da una registrazione, non ha potuto né tacere né smentire gli articoli de “La Verità”.
Mettetevi nei suoi panni: era a una cena conviviale con amici, si è lasciato andare a qualche considerazione politica, ha dialogato sullo stato di salute del Pd. Non poteva avere, giorni dopo, l’esatta contezza delle parole effettivamente utilizzate.
Sapeva, questo sì, di non aver evocato alcun “provvidenziale scossone” né di aver tratteggiato chissà quale “piano” per abbattere Giorgia Meloni e il suo governo. Ma le parole usate per commentare lo stato di salute dei dem, queste no, non poteva ricordarle. E allora, nel dubbio, Garofani ha rilasciato qualche dichiarazione al “Corriere della Sera”.
I più hanno voluto leggere le sue parole come una conferma dello “scoop” di Belpietro. Ma in buona sostanza ha riconosciuto di aver preso parte alla conversazione politica, si è intestato i ragionamenti sul Pd che non riesce con Elly Schlein a creare un’alternativa al governo Meloni e ovvietà di queste tipo che sono mesi e mesi che la fanno da padrone in tutti i dibattiti, ma ha smentito qualunque trama complottista del Colle. E tanto basterebbe per ritenere chiarito lo “scandalo”.
E invece no. I giornali ci hanno ricamato su, si sono concentrati sui possibili risvolti fanta-politici della vicenda. Francesco Malfetano sulla “Stampa” evoca gli “apparati”, Monica Guerzoni sottotraccia fa capire che dietro allo “scandalo” ci sia un “duello” Crosetto-Meloni per il Quirinale, “mentre Stefano Folli ne fa una questione di scacchiere internazionale e di ombre russe:
“Non bisogna dimenticare [che il Quirinale è oggetto degli strali del Cremlino con un’insistenza più che sospetta. Nel quadro della “guerra ibrida” a cui era dedicato il Consiglio di difesa dell’altro giorno, con i dati forniti dal ministro Crosetto, questa pressione
putiniana rivela soprattutto un aspetto: a Mosca c’è chi ritiene che l’Italia sia il “ventre molle” dello schieramento occidentale. E tra le posizioni russofile di Salvini e quelle analoghe dei Cinque Stelle non è strano che qualcuno ritenga di poter ricavare qualche vantaggio a buon prezzo”.
Tocca ricorrere al solito rasoio di Occam: tra più spiegazioni valide, bisogna sempre scegliere la più semplice.
Questa volta dunque, più che una “guerra ibrida” o una trama di “apparati”, ad aver innescato il Garofani-gate potrebbe essere stata una “gola profonda”, anche un po’ pasticciona.
Per capire bene cosa sia avvenuto, occorre ripartire dai fatti.
Giovedì 13 novembre, al Tempio di Adriano, in pieno centro a Roma, si tiene un evento organizzato da Luca Di Bartolomei per l’associazione intitolata a suo padre Agostino. Un convegno per promuovere le attività solidali dell’ente, che offre borse di studio ai giovani in difficoltà, per farli studiare e praticare sport.
Come racconta Lorenzo De Cicco su “Repubblica”: “Diversi ospiti, anche volti noti: il conduttore di Di Martedì Giovanni Floris, il prefetto di Roma, Lamberto Giannini, manager come Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema […]. C’era anche Lando Maria Sileoni, che ieri è stato intervistato da Panorama, settimanale diretto sempre da Belpietro, descritto così: ‘Indiscusso leader della Fabi, il più potente sindacato dei bancari italiani’”.
A fine convegno, una piccolissima parte degli invitati, 16 persone e nessuno di quelli elencati sopra, va a cena alla Terrazza Borromini, con affaccio su piazza Navona, il cui titolare ha ottimi rapporti con Luca Di Bartolomei. La sala non era riservata, ciò significa che il ristorante era aperto anche ad
altri clienti.
Al tavolo di Luca di Bartolomei, organizzatore della serata, sedeva un gruppo di amici. Era una cena ristretta, d’altronde.
Insieme a Francesco Saverio Garofani c’erano vari manager, consulenti, un amministratore delegato di una banca, due cronisti sportivi Rai (Carlo Paris e Fabrizio Failla) e…un giornalista che in passato ha lavorato in un quotidiano di destra, già diretto in passato da Belpietro.
Un dettaglio, quello del vecchio impiego del cronista, che ha attirato l’attenzione degli “addetti ai livori”.
Va tenuto a mente, infatti, che la mail inviata dal misterioso “Mario Rossi” (dall’account stefanomarini@usa.com), con il resoconto della serata e le dichirazioni di Garofani, è stata recapitata ad altri quotidiani. Sicuramente l’ha ricevuta “il Giornale” di Sallusti, che ha preferito non dar seguito alla segnalazione. A “Libero” non sarebbe arrivato nulla, almeno così dice il direttore Mario Sechi.
L’atmosfera della tavolata alla “Terrazza Borromini” era assolutamente conviviale: si parlava di calcio, di lavoro e a un certo punto il discorso è scivolato verso la politica. Tema caro a molti dei presenti: il futuro del centrosinistra e lo stato comatoso del Pd
Francesco Saverio Garofani, assicurano a Dagospia alcuni presenti alla cena, non ha mai parlato né di Giorgia Meloni né ha mai pronunciato la parola “scossone”.
Del resto, nemmeno l’improvvido “Mario Rossi” attribuisce l’invocazione di un “provvidenziale scossone” al consigliere di Mattarella. Nella mail le due parole non erano virgolettate ma erano frutto di un ragionamento di chi ha vergato il racconto.
E’ stato Maurizio Belpietro, nel suo articolo di martedì, ad aggiungere le virgolette a quelle parole, affibbiandole di fatto a Garofani.
Una mossa da prestigiatore che ha così permesso a Belpietro, pur sempre cresciuto al magistero di Vittorio Feltri (uno che sapeva come creare scandali), di sparare in prima pagina il titolo evocativo e esagerato: “Piano del Quirinale per fermare Meloni”.
C’è anche un secondo “errore”, come ricorda ancora Lorenzo De Cicco su “Repubblica”:
“Non tornano le date. La conversazione, scrive Mario Rossi nella mail di domenica, risalirebbe al giorno prima: si legge infetti che ‘l’incontro conviviale è avvenuto ieri’. Dunque sabato. La Verità non ha nemmeno cambiato questa parte, nonostante sia andata in edicola martedì. Da quanto apprende Repubblica, invece, la cena in questione è avvenuta giovedì 13 novembre”.
Pasticcione, dunque, questo “Mario Rossi”. Ma anche a “La Verità” non scherzano.
In ogni caso, la misteriosa “gola profonda”, di ora in ora, è sempre meno misteriosa…
E’ facile immaginare come, su una tavolata di 16 persone, sfogliando la margherita dei sospetti, sia stato possibile arrivare rapidamente a un nome. Tolti Garofani, Luca Di Bartolomei e qualche altro fidatissimo amico, lo spazio si è ristretto fino a individuare il maldestro spione…
(da Dagoreport)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
NEL MIRINO DEI SINDACATI C’È IL MINISTRO DEL MADE IN ITALY, ADOLFO URSO: “STA PORTANDO ALLA CHIUSURA DELL’ILVA, MELONI DEVE TOGLIERGLI IL DOSSIER” – LE TRATTATIVE PER LA CESSIONE SONO IN ALTO MARE
Sull’ex Ilva non c’è più spazio per mediare. I sindacati alzano il livello dello scontro.
Soltanto l’intervento della presidente Giorgia Meloni, fanno sapere Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm, potrebbe far ripartire il confronto. Nel mirino delle tre sigle confederali finisce il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.
«Ha fallito su tutta la linea, il capo del governo deve togliergli il dossier», ripetono all’unisono Michele De Palma, Ferdinando Uliano e Rocco Palombella. Nel frattempo, in tutti gli stabilimenti del gruppo la tensione è alle stelle. A Genova e Novi Ligure gli operai danno vita a blocchi stradali, cortei e assemblee con occupazione degli impianti.
Per oggi sono in programma assemblee a Taranto.
Gli addetti dell’ex colosso della siderurgia, poco meno di diecimila persone, sentono che il rischio di perdere tutto è altissimo. Fiom, Fim e Uilm lo ripetono senza troppi giri di parole: «Il cosidetto Piano corto presentato dal governo è di fatto
un piano morto che porterà alla chiusura a partire dal primo marzo».
«Il governo – accusano De Palma, Uliano e Palombella – dice che per altri 1.550 addetti, che si aggiungerebbero ai 4.550 collocati in cassa integrazione unilateralmente, ci sarà attività di formazione fino al 28 febbraio, ma è soltanto un escamotage per arrivare comunque alla chiusura a partire dal primo marzo».
La mobilitazione di Fiom, Fim e Uilm proseguirà fino a quando non sarà la presidente Meloni ad avocare a sé la vertenza, ritirando il piano presentato dal ministro Urso. L’unica salvezza possibile, secondo i tre sindacati dei metalmeccanici, passa dall’affidamento della fase di transizione ad una partecipata pubblica.
Il ministro Urso, dal canto suo, mostra distacco. «Noi che abbiamo rivalutato e riaffermato il ruolo dei sindacati, rispettiamo fino in fondo qualunque loro decisione», si limita a dire. Sulle accuse che gli piovono addosso per il piano di decarbonizzazione, calato sul tavolo senza alcun confronto con le parti sociali, ribadisce che si tratta di una decisione inevitabile.
A suo giudizio, infatti, il nuovo piano, che prevede un percorso di decarbonizzazione (tre forni elettrici e un Dri) da portare a termine in quattro anziché in otto anni, recepisce le richieste del Comune di Taranto.
Con il passare dei giorni aumentano i dubbi e le incertezze. La valutazione delle offerte di acquisto, che avrebbe dovuto concludersi entro il 15 novembre, è ancora in corso. I commissari di Acciaierie d’Italia continuano a confrontarsi con Bedrock Industries e Flacks group, i due fondi di investimento americani.
A questi, fa sapere Urso, si sono aggiunti due operatori extraeuropei, i cui nomi restano coperti. Nel frattempo gli impianti marciano al minimo.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
IN CONSOB, PER IL POST SAVONA CIRCOLA CON INSISTENZA IL NOME DEL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA FEDERICO FRENI… PER LE GRANDI PARTECIPATE MELONI DOVREBBE ANDARE SULL’“USATO SICURO”: VERSO LA CONFERMA DESCALZI IN ENI, DEL FANTE IN POSTE, CATTANEO IN ENEL, CINGOLANI A LEONARDO E DI FOGGIA A TERNA – UNA DELLE PEDINE CRUCIALI È QUELLA DI ARERA, L’AUTORITÀ DI REGOLAZIONE PER L’ENERGIA
Si apre una nuova stagione di nomine per il governo Meloni che entro la metà del prossimo anno dovrà avviare un consistente giro di poltrone ai vertici di autority, enti pubblici e società partecipate. Con un numero di candidati da individuare che, solo per gli enti pubblici tra cui Consob, Antitrust o Arera, rasenta il centinaio.
Ma ai quali si andranno ad aggiungere anche i top manager di alcune tra le partecipate più importanti del parterre economico finanziario italiano. Cinque in particolare: Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane e Terna.
Dai dati elaborai dal Centro Studi CoMar nel suo periodico monitoraggio su tutte le nomine pubbliche governative, viene fuori che dopo le recenti decisioni per i vertici delle Autorità di Sistema Portuale, ci sono altri 96 incarichi da assegnare o confermare per il rinnovo degli organismi direttivi o dei Commissari di 32 enti pubblici, sul totale dei 106 sottoposti alla vigilanza ministeriale.
Di questi, considerando l’area di attività, 19 operano sui temi dell’ambiente, 6 su quelli dell’economia e del lavoro, 5 nel settore della cultura, della scienza e dello sport, 1 in materia di sanità e 1, infine, nella difesa.
Tra i 23 enti chiamati al rinnovo, gli occhi saranno certamente puntati su Consob, il cui presidente Paolo Savona scadrà a marzo 2026: per la guida della commissione che vigila su società e
mercati finanziari il nome che circola oramai da mesi con maggiore insistenza nei corridoi del Mef è quello del quarantacinquenne Federico Freni, sottosegretario leghista all’Economia.
Ma la scelta del nuovo numero uno di Consob potrebbe non essere semplice, tanto più se si considera che la decisione arriverà praticamente in contemporanea con la riorganizzazione dei vertici delle grandi partecipate pubbliche quali Eni, Enel, Leonardo, Poste e Terna.
Per quello che riguarda Eni, Enel, Leonardo e Poste Italiane, la tendenza sembrerebbe quella della continuità degli amministratori delegati, sicuramente sostenuti dai consistenti risultati portati a casa, mentre appare più incerta la sorte dei presidenti.
In particolare per Eni sembra scontato che ai piani alti resti Claudio Descalzi in lizza per il suo quinto mandato da ad. Potrebbe invece essere sostituito il presidente Giuseppe Zafarana, per il cui posto si vocifera il possibile arrivo di Elisabetta Belloni, già direttrice del Dis.
Anche in Enel non sono attesi scossoni per la poltrona di amministratore delegato, con Flavio Cattaneo che sembrerebbe naturalmente destinato al rinnovo. Anche se c’è chi lo vede papabile per la guida delle Generali a Trieste. Scontata appare anche la conferma di Roberto Cingolani a ceo di Leonardo, a differenza del presidente Stefano Pontecorvo la cui convalida è invece ritenuta poco probabile.
E anche in Poste non sembrerebbero esserci incertezze sulla conferma dell’ad Matteo Del Fante e del dg Giuseppe Lasco. Ma non sono mancate voci sulla possibilità che lo stesso Del Fante
rientri nella short list dei candidati ideali per sostituire Philip Donnet alla guida delle Generali
Tra le altre partecipate, c’è poi Terna dove l’attuale amministratrice delegata Giuseppina Di Foggia potrebbe rimanere seduta sulla sua poltrona, forte anche della buona performance del titolo nel 2025 e dei consistenti dividendi distribuiti in tre anni.
Oltre a Eni, Enel e Terna, il comparto dell’energia sarà poi al centro dell’attenzione della nuova tornata di nomine anche per Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, il cui presidente Stefano Besseghini è già scaduto ad agosto scorso.
Nel fitto calendario di nomine per il 2026 finiranno poi anche l’Antitrust di Roberto Rustichelli, l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione di Giuseppe Busia, l’Enac (l’Ente nazionale aviazione civile).
E, ancora, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), l’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – Ispra e tutti gli Enti Parco nazionali diffusi sul territorio.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
“QUANTI SI BEVONO OGGI LA FAVOLA DELLA SVOLTA ATLANTISTA ED EUROPEISTA DI MELONI, FAREBBERO BENE A LEGGERE ‘LA VERITÀ’, SMACCATAMENTE FILO-PUTINIANO, NO VAX E NO EURO. LA VERITÀ DEL GOVERNO MELONI STA LÌ”
Sul merito del presunto complotto del Quirinale contro Giorgia Meloni – che
assomiglia sempre di più, semmai, a un complotto di Giorgia Meloni contro il Quirinale – ho già scritto ieri tutto quello che avevo da dire
Ne approfitto quindi per dedicarmi a un aspetto della vicenda apparentemente laterale, ma io credo piuttosto importante, vale a dire il rapporto strettissimo, con linguaggio antico vorrei dire «organico», tra Meloni e la Verità, intesa naturalmente come il quotidiano di Maurizio Belpietro
Il Giornale ha scritto ieri che un’email contenente la ricostruzione della famosa conversazione a cena di Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Quirinale al centro del caso, era arrivata a diversi quotidiani. Il punto è che l’unico quotidiano a pubblicare quella ricostruzione è proprio la Verità, che trasforma però le chiacchiere di un consigliere a cena addirittura in un «piano del Quirinale» contro Meloni, fornendo così al capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, il pretesto con cui imbastire la campagna
Da tempo ripeto qui che per capire cosa pensi Meloni bisogna leggere la Verità, esattamente come per capire cosa pensi Giuseppe Conte bisogna leggere il Fatto. Anche Conte, quando era ancora fresco della sua gratificante esperienza a Palazzo Chigi, manteneva una posizione assai più atlantista, europeista e responsabile di quella che poi sarebbe andato via via assumendo.
Ma se allora, quando per fare un solo esempio votava a favore dell’invio di armi all’Ucraina, si fosse guardato a cosa scriveva in proposito il Fatto quotidiano, anziché i cantori della grande svolta progressista dell’Avvocato del popolo, si sarebbe capito con largo anticipo dove sarebbe andato a parare (cioè esattamente al punto di partenza, dal quale non si era in realtà mai allontanato troppo, al di là di ovvie esigenze tattiche).Allo stesso modo, quanti si bevono oggi la favola della svolta liberale, atlantista ed europeista di Meloni, farebbero bene a leggere piuttosto la Verità, quotidiano smaccatamente filo-putiniano, no vax e no euro. La verità del governo Meloni, e della presunta evoluzione di Fratelli d’Italia, sta tutta lì.
(da linkiesta.it)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
MA NELLA MAIL ANONIMA CHE SEGNALA LA VICENDA A “LA VERITA'” QUELLE DUE PAROLE NON SONO VIRGOLETTATE: SEMBRANO ESSERE UN RAGIONAMENTO DELL’AUTORE, IL MISTERIOSO “MARIO ROSSI”
C’è un dettaglio importante nel Garofani-gate, poco valorizzato oggi dai giornali. In pochi hanno notato una discrepanza di non poco conto tra la mail di Mario Rossi (partita dall’account stefanomarini@usa.com) e l’articolo di martedì sulla “Verità”, firmato da Maurizio Belpietro.
Occhio, non stiamo parlando del pezzo con la firma del nom de plum Ignazio Mangrano, che è un copia incolla pressoché integrale della lettera elettronica, ma di quello firmato dal direttore. Quello che in prima pagina è stato titolato, a caratteri cubitali, “PIANO DEL COLLE PER FERMARE LA MELONI”.
Nell’articolo, Belpietro a un certo punto scrive: “A quanto pare si ragiona di una ‘grande lista civica nazionale’, una specie di riedizione dell’Ulivo, con dentro tutti. Un’ammucchiata centrista per togliere voti alla Meloni.
Ma forse questo potrebbe non essere sufficiente e allora il consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani, tre legislature come parlamentare del Pd, invoca la provvidenza. ‘Un anno e mezzo di tempo forse non basta per trovare qualcuno che batta il centrodestra: ci vorrebbe un provvidenziale scossone’, sussurra l’uomo del Colle”.
“Provvidenziale scossone”, due paroline che però non sarebbero mai state pronunciate da Garofani. La prova è nella stessa mail di Mario Rossi, dove si legge:
“Garofani dipinge un quadro chiaro. Se il contesto politico restasse quello attuale, Giorgia Meloni sarebbe destinata al Quirinale. Lo dice quasi sorridendo, sì, ma come chi sta dicendo una cosa che lo preoccupa parecchio.
E soprattutto aggiunge un dettaglio non irrilevante: ‘In quell’area non c’è nessuno adeguato’.
Tradotto: Meloni è l’unica. E questa unicità, secondo il consigliere del Colle, sarebbe un problema. Poi c’è il calendario, già definito. Si voterà nella tarda primavera del 2027, probabilmente maggio.
Manca un anno e mezzo. Un’era geologica per la politica. Ma al Colle — è questo il punto — non sembrano così convinti che il tempo basti a cambiare gli equilibri, se non interviene qualche provvidenziale scossone.
Non a caso Garofani si lascia scappare un commento che racconta un mondo: ‘Speriamo che cambi qualcosa prima delle prossime elezioni, io credo nella provvidenza. Basterebbe una grande lista civica nazionale’. Non proprio una dichiarazione di neutralità istituzionale”.
Le parole “provvidenziale scossone”, nella mail, non sono attribuite a Garofani. Sono un ragionamento di chi scrive, ma con un gioco di prestigio da vecchio mestierante, vengono virgolettate da Belpietro per scatenare la polemica.
Perché Belpietro l’abbia fatto, se sia stata una sua iniziativa o se ci sia una regia politica, poco importa: l’effetto è stato deflagrante, e Fratelli d’Italia si è buttata a pesce sulla vicenda, con l’ormai celebre comunicato con cui il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, ha chiesto a Garofani di smentire, scatenando l’ira del Quirinale, che ha reagito con una nota di inusuale durezza (“Stupore, confina nel ridicolo”).
Più importante è notare, come fa Francesco Cundari su “Linkiesta”, il rapporto osmotico tra “Verità” e Giorgia Meloni: “Da tempo ripeto che per capire cosa pensi Meloni bisogna leggere la Verità, esattamente come per capire cosa pensi Giuseppe Conte bisogna leggere il Fatto. Anche Conte, quando era ancora fresco della sua gratificante esperienza a Palazzo Chigi, manteneva una posizione assai più atlantista, europeista e responsabile di quella che poi sarebbe andato via via assumendo
Ma se allora, quando per fare un solo esempio votava a favore dell’invio di armi all’Ucraina, si fosse guardato a cosa scriveva in proposito il Fatto quotidiano, anziché i cantori della grande svolta progressista dell’Avvocato del popolo, si sarebbe capito con largo anticipo dove sarebbe andato a parare (cioè esattamente al punto di partenza).
Allo stesso modo, quanti si bevono oggi la favola della svolta liberale, atlantista ed europeista di Meloni, farebbero bene a leggere piuttosto la Verità, quotidiano smaccatamente filo-putiniano, no vax e no euro. La verità del governo Meloni, e della presunta evoluzione di Fratelli d’Italia, sta tutta lì”.
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
ALLA CERIMONIA PARTECIPERANNO GEORGE BUSH, JOE BIDEN, KAMALA HARRIS, MIKE PENCE, AL GORE E DAN QUAYLE E ALTRI MILLE GLI INVITATI … CHENEY, NEL 2022, DESCRISSE TRUMP COME “UN CODARDO CHE RAPPRESENTA LA MINACCIA MAGGIORE PER LA NOSTRA REPUBBLICA”
Ex presidenti e politici di entrambi i partiti si riuniranno oggi alle 11 ora locale a
Washington, DC, per il funerale dell’ex potente vicepresidente Dick Cheney ma né Donald Trump né JD Vance sono stati invitati: lo riporta la Cnn citando una fonte vicina alla vicenda.
Si attendono più di 1.000 invitati al funerale del vicepresidente di Bush dal 2001 al 2009, morto il 3 novembre all’età di 84 anni, una solenne cerimonia alla quale si accede solo su invito presso la Cattedrale Nazionale di Washington. Tra gli oratori ci saranno Bush, la figlia di Cheney, l’ex deputata Liz Cheney, e alcuni dei suoi nipoti.
Gli ex presidenti George W. Bush e Joe Biden renderanno omaggio alla memoria, insieme agli ex vicepresidenti Kamala Harris, Mike Pence, Al Gore e Dan Quayle. Si prevede la presenza anche di diversi giudici della Corte Suprema, tra cui il Presidente della Corte Suprema John Roberts e i giudici Brett Kavanaugh ed Elena Kagan. Una lista che è chiramente un omaggio a un’epoca in cui Washington non era così polarizzata e i politici di entrambi gli schieramenti rendevano omaggio alla scomparsa di un dignitario.
Cheney è stato un conservatore intransigente per tutta la vita, sostenendo la campagna di Trump del 2016. Ma ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a parlare contro Trump e nel 2022 descrisse il tycoon come un codardo affermando che nessuno rappresentava una “minaccia maggiore per la nostra repubblica”.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
LO STRATEGA DEM GOFFREDO BETTINI PARLA DELLE PROSPETTIVE DEL CENTROSINISTRA E DEL RITORNO DELLA STORICA RIVISTA
“RINASCITA” CHE SARÀ PRESENTATA SABATO MATTINA A ROMA
“Circa il candidato premier non è il momento di discuterne. Il campo largo, al contrario, è una necessità fin da ora. Occorre un avvicinamento graduale sui programmi tra le forze politiche”.
“Mi pare che Elly Schlein, che ha risollevato il Pd, sia pienamente in sintonia con tale necessità; così come Conte, l’insieme della sinistra, le varie esperienze civiche, a partire dalla rete di Alessandro Onorato e tutte le altre che stanno emergendo e per le quali faccio sinceramente il tifo. Troveranno le vie di una ricomposizione. A condizione che non inizino a beccarsi tra di loro, ma siano generose le une con le altre”
Così Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, si esprime sulle prospettive del centrosinistra in un’intervista su QN in cui illustra la nuova rivista “Rinascita” che sarà presentata sabato prossimo a Roma.
A chi si rivolge la nuova Rinascita”? A tutti. Il comitato di direzione sarà, nella pluralità, politicamente omogeneo. Ma il comitato scientifico presenta personalità di diverso orientamento politico, culturale e ideale. Il comitato scientifico sarà diretto da Andrea Orlando
La persona con la quale, in questi anni – insieme a Franceschini – ho avvertito un legame fortissimo di amicizia, fondata su una stima vera. Infine, nel comitato scientifico mi ha particolarmente colpito la disponibilità di due bravissimi ambasciatori: Michelangelo Pipan e Giorgio Starace e una grandissima giornalista come Lucia Annunziata. La rivista è espressione non di una corrente.
Piuttosto di una urgenza per rimettere al centro il tema di un rinnovato pensiero di sinistra. Nel Pd è fondamentale discutere di più. Ognuno sta dando un contributo nei modi che ritiene più opportuno. L’hanno fatto i riformisti a Milano, lo faranno in tanti a Montepulciano. Noi abbiamo scelto di farlo, presentando ‘Rinascita’ sabato prossimo mattina, al Residence ‘Ripetta’ di Roma”.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
AD ALLARMARE È ANCHE L’IGNORANZA DEI RAGAZZI SUI FATTI STORICI: CIRCA UN QUINTO NON SA INDICARE CORRETTAMENTE IL PERIODO DEL REGIME FRANCHISTA – DEI DATI SIMILI ERANO STATI RILEVATI ANCHE IN GRAN BRETAGNA E IN ITALIA: LE NUOVE GENERAZIONI NON CREDONO PIU’ NELLA DEMOCRAZIA
A cinquant’anni dalla morte di Francisco Franco, il 20 novembre 1975, un sondaggio
dell’Istituto 40dB per El Pais e radio Cadena Ser rivela un dato preoccupante tra i giovani spagnoli: quasi uno su quattro (23,6%) nella Generazione Z (18-28 anni) e oltre un quinto dei giovani millennials (22,9% tra i 29-44 anni) ritiene che un regime non democratico possa essere preferibile in determinate circostanze.
Questo dato segna una netta differenza rispetto alla maggioranza della popolazione, che in un ampio 74% ritiene la democrazia “preferibile a qualsiasi altra forma di governo”. Un altro dato allarmante è l’ignoranza diffusa sui fatti storici: quasi la metà dei giovani non conosce le circostanze della morte di Federico
Garcia Lorca, fucilato e gettato in una fossa comune durante la Guerra Civile (1936-1939), e circa il 20% non sa collocare correttamente nel tempo il periodo dei regime franchista.
Uno spagnolo su due (50,6%) attribuisce la Guerra Civile a “un colpo di Stato di Franco contro un governo legittimo”, della Repubblica; ma tra i sostenitori del partito di estrema destra Vox la percentuale scende drasticamente al 27%, mentre il 44,4% dei sostenitori del conservatore Partido Popular incolpa le autorità repubblicane dell’inizio del conflitto.
Tra revisionismo e amnesia, il fascino del franchismo provoca ancora divisioni politiche: quasi il 55% degli spagnolo giudica il regime “male” o “molto male”, ma tra gli elettori di Vox oltre il 42% lo considera positivamente, il 20% fra quelli del Pp.
Il sondaggio evidenzia anche come le donne di tutte le generazioni tendano a giudicare più negativamente il franchismo rispetto agli uomini. In particolare, l’area in cui il franchismo viene percepito come più dannoso riguarda l’uguaglianza di genere e le libertà civili (68%). Al contrario, il 34% degli intervistati ritiene che la dittatura abbia avuto un impatto positivo sull’economia.
Sulla memoria storica, la divisione politica resta netta: mentre i sostenitori della sinistra sono favorevoli all’apertura delle fosse comuni e alla rimozione dei simboli franchisti, l’elettorato di destra si oppone maggioritariamente.
E, nonostante il 70% ritenga che la morte di Franco abbia rappresentato un “cambio positivo” per il Paese, il 72% degli intervistati considera “poco o nulla necessario” commemorare il 50mo anniversario. Il rilevamento è stato effettuato su un campione di 2000 persone rappresentativo della popolazione fra
il 24 e il 26 ottobre.
(da agenzie)
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