Destra di Popolo.net

A CHI FA COMODO INDEBOLIRE IL QUIRINALE? L’ARTICOLO DELLA “VERITÀ” CONTRO FRANCESCO SAVERIO GAROFANI È ARRIVATO IL GIORNO DOPO LA RIUNIONE DEL CONSIGLIO SUPREMO DI DIFESA, DI CUI LO STESSO GAROFANI È SEGRETARIO

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

“LA STAMPA”: “È QUASI UN OSSIMORO CHE IL COORDINATORE OPERATIVO DELL’ORGANISMO DELEGATO A SOVRINTENDERE LA SICUREZZA NAZIONALE VENGA ACCUSATO DAL PARTITO DELLA PREMIER DI DESTABILIZZARE GLI EQUILIBRI POLITICI. COME OSSERVA OSVALDO NAPOLI, VECCHIO NAVIGATORE, LA PORTAVOCE RUSSA MARIA ZAKHAROVA NE SARÀ PIUTTOSTO SODDISFATTA”

Seduto allo stesso tavolo di Mattarella e di Meloni, con i principali ministri e i con i vertici delle Forze Armate, c’era Francesco Saverio Garofani, il consigliere presidenziale ritrovatosi ieri mattina sotto il cannoneggiamento di Belpietro. Già, perché Garofani non è una figura qualunque.
Assolve l’incarico di segretario del Consiglio supremo di Difesa. Ed è a suo modo straordinario, quasi un ossimoro, che il coordinatore operativo di questo organismo delegato a sovrintendere la sicurezza nazionale venga, proprio lui, accusato dal partito della premier di destabilizzare gli equilibri politici.
Come osserva Osvaldo Napoli, vecchio navigatore, la portavoce russa Maria Zakharova ne sarà piuttosto soddisfatta. Quanto a Garofani, si sente come è facile intuire: dentro un tritacarne.
(da La Stampa)

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UNA BELLA LEZIONE DALLA DANIMARCA, LA SINISTRA VA TROPPO A DESTRA E PERDE COPENHAGEN PER LA PRIMA VOLTA IN 122 ANNI: COME MAMDANI A NEW YORK VINCE UNA PROPOSTA RADICALE, QUELLA DELLA 39ENNE SISSE MARIE WELLING

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

I SOCIALDEMOCRATICI DELLA PREMIER PAGANO LE POLITICHE ANTI-MIGRANTI, PUNITE IN UNA CAPITALE MULTIETNICA CHE PREFERISCE AFFIDARSI A FORZE PIU’ PROGRESSISTE

La formazione di sinistra radicale “Alleanza Rosso-Verde” (che si è presentata col nome di “Lista dell’Unità”) ha vinto le elezioni amministrative a Copenaghen quasi raddoppiando i voti presi dal Partito Socialdemocratico che perde così il governo della capitale danese dopo ben 122 anni.
Anche se i socialdemocratici, nel computo nazionale delle elezioni municipali di ieri, sono arrivati in testa con il 23,2% davanti al Partito Liberale loro alleato – che perde il 3,3%, ma conquista più sindaci -, la formazione di centrosinistra ha perso circa il 5% dei consensi rispetto al 2021 e anche altre città
dell’hinterland di Copenaghen sono state conquistate dai Rosso-Verdi e da altri partiti a sinistra dei socialdemocratici, che nella capitale si sono fermati solo al 12,7% dei voti. Anche il Partito Conservatore di centrodestra ha perso posizioni.
“Il crollo è stato maggiore di quello che ci aspettavamo” ha commentato la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen, preoccupata che la crisi del suo partito possa riprodursi anche nelle elezioni politiche generali che dovrebbero svolgersi nei prossimi mesi.
I Rosso-Verdi, nati nel 1989 dall’unione tra alcuni partiti comunisti, socialisti di sinistra ed ecologisti, nella capitale hanno ottenuto il 22,1% dei consensi, guidati dalla 61enne Line Barfod. Complessivamente hanno invece preso il 7%.
Dietro di loro si è piazzato il “Partito Popolare Socialista” (noto anche come “Partito della sinistra verde”), una lista di sinistra moderata, con il 17,9% a Copenhagen (e un aumento del 7%) e l’11% nell’insieme della Danimarca.
La sua candidata, la 39enne Sisse Marie Welling, potrebbe diventare la nuova sindaca con il sostegno della sinistra radicale e del Partido Alternativo, un’altra formazione progressista che ha ottenuto il 5% dei voti.
Secondo gli analisti danesi, una parte consistente dell’elettorato ha voluto punire i socialdemocratici per la loro svolta liberista, securitaria e anti-immigrazione.
Nel mirino degli elettori anche la forte crescita del prezzo degli alloggi che ha obbligato molti lavoratori e lavoratrici ad abbandonare la capitale ed altre grandi città e a spostarsi nelle periferie e nei piccoli centri. A preoccupare molti elettori è in generale l’aumento del costo della vita e il peggioramento della
qualità dei servizi pubblici, a lungo fiore all’occhiello delle socialdemocrazie scandinave, oltre all’aumento delle spese militari e alla stretta alleanza con gli Stati Uniti.
lle elezioni comunali e regionali di ieri ha preso parte quasi il 70% degli aventi diritto.
(da agenzie)

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DOMANI, IN OCCASIONE DELL’OPERA INAUGURALE DELLA STAGIONE, ORCHESTRALI E LAVORATORI DELLA FENICE DARANNO VITA A UNA NUOVA PROTESTA FUORI DAL TEATRO CONTRO LA NOMINA DELLA VENEZI

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

E DENUNCIANO: “LA DIREZIONE DELLA FONDAZIONE CI HA NEGATO LA POSSIBILITÀ DI LEGGERE UN COMUNICATO AL PUBBLICO”

Per l’opera inaugurale prevista domani alla Fenice di Venezia, La clemenza di Tito (Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, direttore Ivor Bolton, regia Paul Curran), i sindacati delle maestranze e dei lavoratori dello stabile daranno vita all’ennesima manifestazione di protesta fuori dal teatro contro la nomina a direttore musicale di Beatrice Venezi. Come apprende LaPresse probabile anche un ritardo per l’inizio della recita.
In una nota la Rsu della Fenice “informa il pubblico e gli organi di stampa che la Direzione della Fondazione ha negato alla rappresentanza dei lavoratori la possibilità di leggere un breve comunicato prima dell’inaugurazione della Stagione 2025/2026 di domani, 20 novembre. Si tratta dell’ennesimo segnale di una gestione sempre più chiusa, autoritaria e impermeabile al dialogo. In un momento già gravissimo per la vita interna del Teatro – segnato da decisioni calate dall’alto, processi non trasparenti e totale assenza di confronto – riteniamo inaccettabile che ai lavoratori venga impedito persino di rivolgere poche parole, rispettose e necessarie, al proprio pubblico”.
La Fenice, prosegue la Rsu, “appartiene alla città, non a chi la governa pro tempore. Il pubblico ha diritto di sapere cosa sta accadendo all’interno della Fondazione e quali rischi corre il futuro artistico e professionale del teatro. Pur di non arrecare alcun danno alle spettatrici, agli spettatori e alla Fondazione stessa, le lavoratrici e i lavoratori hanno responsabilmente scelto di non proclamare lo sciopero.
Una decisione che testimonia il forte senso di responsabilità di chi, ogni giorno, garantisce con professionalità la vita artistica del Teatro”. Per affermare comunque – conclude la Rsu – “il diritto all’espressione e per protestare contro questa ulteriore chiusura, le lavoratrici e i lavoratori del Teatro La Fenice danno appuntamento al pubblico, agli organi di stampa e alla cittadinanza alle ore 18.20 in Campo San Fantin, dove sarà data lettura del comunicato che era stato preparato per l’inizio della recita. Continueremo a difendere il lavoro, la trasparenza e il ruolo centrale di chi ogni giorno fa vivere questo Teatro”.
(da agenzie)

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UNA RIFORMA “VENERABILE”: NORDIO È DI NUOVO AL CENTRO DELLE POLEMICHE PER AVER DETTO CHE “SE L’OPINIONE DI LICIO GELLI SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA ERA GIUSTA, NON SI VEDE PERCHÉ NON SI DEBBA SEGUIRE, SOLO PERCHÉ L’HA DETTO LUI”

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

L’EX MAGISTRATO ARMANDO SPATARO: “SONO SENZA PAROLE. QUEL PIANO DELLA P2 ERA UN PROGETTO EVERSIVO DI DOMINIO DEL PAESE. È INACCETTABILE L’IDEA DI CITARE GELLI COME SE FOSSE UN ARGOMENTO NEUTRO”

Armando Spataro, procuratore in pensione, giurista, un pezzo della storia della magistratura di questo Paese. Ha sentito il ministro Carlo Nordio? Dice che, in fondo, Gelli sulla separazione aveva ragione.
«Sono senza parole. Il ministro Nordio ricerca spesso il consenso attraverso battute che ritiene brillanti, ma è evidente che certe uscite diventano insopportabili quando vengono da chi ha responsabilità di governo. Io non mi sono mai occupato di P2, ma è pacificamente accertato che quel piano era un progetto di dominio del Paese, che favoriva non i diritti dei cittadini ma gli interessi di pochi, sul piano economico e politico.
Per questo trovo inaccettabile l’idea di poter citare Gelli come se fosse un argomento neutro. È una banalizzazione della storia. Richiamare la P2 non è un pretesto: non si può non ricordare che c’è stato un disegno eversivo».
Lei cosa ritiene più sbagliato in questa riforma?
«Mi servirebbero tre pagine di giornale, perché penso che sia tutto sbagliato. Questa riforma, che è della magistratura e non della giustizia, si fonda su un presupposto totalmente falso.
Basta guardare con gli occhi aperti il contesto internazionale per accorgersi quanto sia gratuita e priva di fondamento l’affermazione secondo cui la separazione delle carriere si impone anche in Italia poiché si tratterebbe dell’assetto ordinamentale esistente o nettamente prevalente negli ordinamenti degli altri Stati a democrazia avanzata, Stati Uniti inclusi, senza che ciò comporti dipendenza del pm dal potere esecutivo e condizionamento delle indagini.
La realtà è un’altra, e lo dico da tempo: in tutti gli stati dove, ad eccezione del solo Portogallo, la carriera del pm è separata da quella del giudice, non solo il pm dipende dall’esecutivo, ma esiste un giudice istruttore indipendente. Anche in quei sistemi, quindi, si avverte la necessità di un organo investigativo totalmente indipendente dall’esecutivo.
E non vale neppure l’argomento inglese, perché in Inghilterra il pm non esiste neppure: è la polizia che fa le indagini e poi chiede a un avvocato di sostenere le proprie conclusioni davanti a un giudice. Sono dati che i sostenitori della riforma evitano: si tratta di argomenti su cui rispondono con il silenzio (o con errori clamorosi), per ignoranza o per incapacità di confutare».
Il ministro Nordio ha detto che su un caso come Garlasco la giustizia dovrebbe avere il coraggio di arrendersi. È d’accordo?
«È un’affermazione inaccettabile. Una sentenza può anche essere sbagliata, e si cerca di evitare che questo accada, ma ai possibili errori c’è rimedio, per questo ci sono tre gradi di giudizio. Ma no, la democrazia – e dunque la giustizia – non può mai arrendersi davanti a nulla. E la magistratura deve andare avanti senza fermarsi in nome della sua indipendenza ed autonomia».
(da Il Fatto Quotidiano)

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GAROFANI, ACCUSATO DEL PIANO CONTRO MELONI: «AMAREGGIATO PERCHÉ ERANO CHIACCHIERE TRA AMICI. IL PRESIDENTE MATTARELLA MI HA RASSICURATO»

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

I VIRGOLETTATI CHE BELPIETRO GLI ATTRIBUISCE (“SERVE UN PROVVIDENZIALE SCOSSONE”) ERANO UNA INNOCUA RIFLESSIONE SULLE DINAMICHE POLITICHE DEL CENTROSINISTRA: “NON HO MAI FATTO DICHIARAZIONI FUORI POSTO, MAI ESIBIZIONI DI PROTAGONISMO. HO LETTO E RILETTO BELPIETRO, SENZA CAPIRE IN COSA CONSISTEREBBE IL COMPLOTTO”

Dalle parole e dai pensieri degli ex colleghi dem di Francesco Saverio Garofani alla Camera dei deputati, vien fuori il ritratto di un uomo taciturno, schivo, riservato, rigoroso, moderato, prudente, a tratti persino ermetico. Un’immagine che a dir poco stride con quella dipinta da Maurizio Belpietro sulla Verità di ieri, nell’articolo di prima pagina intitolato «L’attacco del Quirinale per fermare la Meloni».
Romano, una moglie e due gemelli di 16 anni, il consigliere di Sergio Mattarella e segretario del Consiglio Supremo di Difesa risponde al Corriere alle sei della sera: «Sono molto
amareggiato, per me e per i miei familiari. Ma quel che soprattutto fa male è l’impressione di essere stato utilizzato per attaccare il presidente».
Mattarella lo ha rassicurato subito: «È stato affettuosissimo, mi ha detto “stai sereno, non te la prendere”». Ma è cosa ardua, per uno convinto di «aver dimostrato con i fatti l’assoluto rispetto per le istituzioni, in tutti i ruoli che ho ricoperto».
A sinistra c’è chi pensa che avrebbe potuto essere più cauto, evitando di ricamare in un luogo pubblico sulle strategie che il centrosinistra dovrebbe adottare per battere Meloni. E lui spiega: «Era una chiacchierata in libertà tra amici».
E se Belpietro gli attribuisce la speranza di un «provvidenziale scossone» per fermare la salita della premier al Colle, il consigliere è convinto di «non aver mai fatto dichiarazioni fuori posto, mai esibizioni di protagonismo». Rivela di aver «letto e riletto Belpietro, senza capire in cosa consisterebbe il complotto»
Tessera di partito? «Non faccio politica dal 2018, non sono più iscritto da quando sono uscito dal Parlamento». Perché ha citato Ernesto Maria Ruffini? «È un amico, lo stimo». E David Sassoli? «Ne ho parlato con grande nostalgia e rimpianto soprattutto umano, per il rapporto fraterno che avevamo».
(da Corriere della Sera)

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MANCETTE E MARCHETTE, LA MAGGIORANZA HA DATO L’ASSALTO AL DECRETO ANTICIPI, CHE CORRE IN PARALLELO ALLA LEGGE DI BILANCIO: DECINE DI EMENDAMENTI AL TESTO HANNO L’OBIETTIVO DI ASSEGNARE SOLDI A PIOGGIA

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

PREVISTA UNA NORMA AD HOC PER FARE UNO “SCONTO” ALLE SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE, CHIESTI FINANZIAMENTI A ENTI E TEATRI “AMICI” (VEDI LA FONDAZIONE TEATRALE “AMILCARE PONCHIELLI” DI CREMONA). E POI LA CONSUETA NOMINA DI COMMISSARI STRAORDINARI

Una norma ad hoc per le società di assicurazioni. Una pioggia di risorse a fondazioni e comuni. E la solita scorribanda a favore di commissari straordinari. Il decreto Anticipi, che corre in parallelo alla legge di Bilancio in esame alla Camera, sta diventando il piano B per elargire mancette lontano da occhi indiscreti. L’attenzione è infatti rivolta alla manovra, che ha avviato l’iter al Senato, travolta dalle polemiche.
A Montecitorio il decreto Anticipi è un altro assalto alla diligenza della maggioranza con emendamenti talvolta a rischio di inammissibilità: molti sono sub judice. Anche per operazioni che non richiedono esborsi.
Il deputato di FdI, Andrea Mascaretti, ha orchestrato un intervento che fa tirare un sospiro di sollievo alle compagnie assicurative. La sua proposta di modifica non mette fondi, ma punta a smontare un pezzo della legge sull’economia dello spazio (seguita in parlamento proprio da Mascaretti, ingegnere spaziale), approvata nei mesi scorsi, che obbliga le società alla stipula di contratti assicurativi a copertura di eventuali danni connessi all’attività spaziale con un massimale di 100 milioni di euro per incidente.
L’emendamento cancella questa somma che andrebbe rimodulata con un decreto del ministero delle Imprese e soprattutto elimina «l’azione diretta contro l’assicuratore per il risarcimento del danno subito», come riporta l’attuale norma.
Se a Firenze il teatro della Toscana, affidato a Stefano Massini, subisce il declassamento, nel decreto Anticipi la destra, in particolare la Lega, va a caccia di risorse per aiutare teatri ed enti vicini, da un punto di vista territoriale e culturale.
Un emendamento attinge dallo stanziamento per l’assunzione di personale nella cabina di regia, rientrante nella riforma del mercato dei capitali, del Mef. L’organismo ancora deve partire e i fondi rischiano di andare perduti.
Allora si punta a dare, per il bilancio 2025, 300mila euro alla fondazione teatro Amilcare Ponchielli di Cremona, per la realizzazione del Monteverdi festival. La prima firma della proposta è della deputata leghista, Silvana Comaroli, eletta nel collegio di Cremona.
Restando Lombardia, altri 250mila euro potrebbero essere destinati, per il Giubileo (che sta finendo), al comune Sotto il Monte Giovanni XXIII, in provincia di Bergamo, noto per aver dato i natali a san Giovanni XXIII. Stessa cifra, sempre a
copertura delle spese dell’anno giubilare, dovrebbe finire nelle casse del comune di Pietrelcina, nel beneventano, località natia di Padre Pio.
Il capogruppo di Forza Italia, Paolo Barelli, invece propone di stanziare un milione di euro per l’Università di Roma Tor Vergata per sostenere un progetto di letteratura.
Non mancano poi le disposizioni su misura. È il caso della norma che modifica l’istituzione del commissario straordinario per il polo logistico Alessandria smistamento, città che è feudo politico del capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari.
Nell’attuale versione, se fosse stato nominato commissario un dipendente pubblico, sarebbe stato messo in automatico fuori ruolo per la durata dell’incarico. Con l’emendamento (firmato da Comaroli) il futuro commissario potrebbe conservare il doppio ruolo, rendendo più ampio il raggio di scelta.
L’altra leghista, Elena Maccanti, chiede che per il commissario dei lavori della Linea 2 della metropolitana della città di Torino venga prevista «l’apertura di una contabilità speciale». Mentre per il commissario del sistema idrico del Gran Sasso si lavora al finanziamento di 3,9 milioni di euro, dal 2026 al 2028.
Immancabili le richieste di finanziamenti per infrastrutture. Il forzista Mauro D’Attis vuole dare 5 milioni «alla ristrutturazione dell’impianto natatorio comunale Daniela Samuele» di Milano. La leghista Elena Montemagni propone lo stanziamento di 74,5 milioni di euro per risolvere le «pendenze in essere con i concessionari uscenti» per varie autostrade, tra cui quella che riguarda la sua Viareggio.
La deputata di FdI, Ylenia Lucaselli, pensa all’istituzione di un “fondo Tech” con un costo di 59 milioni di euro per 2026 e di 18 milioni di euro per il biennio successivo. Insomma, la solita cascata di mance.
(da Domani)

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SU GAZA SI VA AVANTI A CHIACCHIERE, I NODI DA SCIOGLIERE SONO TANTI: IN PRIMIS QUELLO SULLA FORZA INTERNAZIONALE DI STABILIZZAZIONE CHE DOVREBBE ENTRARE NELLA ZONA ORIENTALE DELLA STRISCIA

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

NON SOLO RIMANE UN MISTERO QUALI PAESI INVIERANNO I LORO UOMINI, MA NON È CHIARO COSA ANDRANNO A FARE

La risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su Gaza, approvata lunedì sera, è stata definita un successo di Washington, ma tanti sono ancora i nodi da sciogliere affinché il piano Trump possa passare alla fase due.
Il voto arriva dopo due anni di bombardamenti israeliani, che hanno causato oltre 70.000 morti, raso al suolo circa il 70% degli edifici. Inoltre vede l’astensione di Mosca e Pechino, dato che ne rende già vaghi i contorni politici. Ma l’elemento più importante della risoluzione riguarda l’istituzione di una forza
internazionale di stabilizzazione che dovrebbe entrare nella zona orientale della Striscia di Gaza attualmente controllata da Israele rendendo possibile il ritiro dell’Idf e l’inizio della ricostruzione, tema che sta particolarmente a cuore alla Casa Bianca.
Non è però ancora chiaro quali Paesi invieranno i loro soldati per formare questa forza, né quale sarà esattamente il suo mandato, se alle truppe verrà chiesto di disarmare Hamas e le sue migliaia di combattenti sopravvissuti, e come verrà chiesto loro di farlo. Non a caso sia l’Azerbaigian che gli Emirati Arabi Uniti […] hanno rinunciato per evitare che i loro soldati possano finire a combattere contro i miliziani.
Hamas d’altro canto ha respinto la risoluzione delle Nazioni Unite, affermando che coinvolgere la forza internazionale di stabilizzazione nel disarmo la trasformerebbe di fatto in una longa manus di Israele.
Che la smilitarizzazione di Gaza sia faccenda complessa è chiaro a tutti. Anche a Washington, dove mettono già nel conto che Hamas mantenga il controllo della metà occidentale di Gaza (oltre la linea gialla), mentre la ricostruzione inizierà nella metà orientale controllata da Israele.
I più ottimisti sottolineano come la risoluzione ri-specchi un nuovo approccio di Trump
Le fantasie dei ministri della destra messianica, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, sono state messe a tacere, sostituite da un piano internazionale che include le forze arabe a Gaza e un «percorso verso» lo Stato palestinese. Ma certo non è abbastanza per garantire la pace, la protezione dei civili e tantomeno il rispetto del diritto internazionale.
(da agenzie)

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QUANTO HA DATO DAVVERO L’ITALIA ALL’UCRAINA? TANTE CHIACCHIERE E POCHI AIUTI

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

LA CLASSIFICA DEI DONATORI A KIEV È GUIDATA DAGLI USA, CON ORDIGNI PER UN VALORE DI 64,6 MILIARDI DI DOLLARI. SEGUONO LA GERMANIA, CON 17,7 MILIARDI E IL REGNO UNITO, CON 13,8 MILIARDI… PAESI MEDIO PICCOLI COME DANIMARCA, OLANDA, SVEZIA HANNO MOBILITATO TRA I 9 E I 7 MILIARDI DI DOLLARI. PIÙ DELLA FRANCIA, 6 MILIARDI. LA POLONIA, CON 3,6 MILIARDI. L’ITALIA SI FERMA A 1,7 MILIARDI IN TRE ANNI E MEZZO

Il flusso è cominciato subito dopo l’attacco russo, il 24 febbraio del 2022. Il «Kiel Institute», centro studi tedesco, monitora le mosse di 42 Paesi. L’ultima statistica parte dall’inizio del conflitto e arriva fino al 31 agosto del 2025. Le cifre mostrano uno scenario in evoluzione.
Gli Usa restano in testa alla classifica dei donatori, con ordigni per un valore di 64,6 miliardi di dollari, accumulati prima della svolta trumpiana.
Ma salgono la Germania, con 17,7 miliardi e il Regno Unito, con 13,8 miliardi. Tuttavia, il dato politico più interessante è un altro: negli ultimi mesi si è formato un blocco nordico che sta assumendo un ruolo guida nel sostegno militare. Paesi medio piccoli come Danimarca, Olanda, Svezia hanno mobilitato tra i 9 e i 7 miliardi di dollari. Più della Francia, 6 miliardi.
Poi c’è il fianco Est. La Polonia, con 3,6 miliardi, contribuisce con una cifra più che doppia rispetto all’1,7 dell’Italia e più che quadrupla rispetto allo 0,79 della Spagna. Il dialogo tra i militari di Kiev e alcune capitali europee sta diventando sempre più intenso. Vediamo alcuni esempi.
Varsavia è il riferimento numero uno per i carri armati: ne ha inviati in Ucraina 354, anche se in gran parte versioni più o meno aggiornate dei vecchi T-72 di fabbricazione sovietica.
Poi ecco il blocco del Nord: Olanda, 104; Danimarca 94. Più dei 76 tank spediti dagli americani, tra i quali figurano solo 31 Abrams moderni. In prima fila c’è, naturalmente, la Germania. Per mesi il governo guidato da Olaf Scholz ha esitato. Oggi risultano spediti 60 Leopard, in due modelli.
Ma pare che questi carri così attesi abbiano dato risultati deludenti. Nella prima fase della guerra si è rivelata cruciale l’artiglieria, incardinata sulle batterie Howitzers. Qui, l’apporto combinato degli europei ha superato quello degli Stati Uniti.
Gli Usa hanno messo in campo 210 pezzi; la Germania 110; il Regno Unito, 94; l’Italia 76; la Francia 69 e la Danimarca 42. Nella contraerea, però, il contributo americano rimane ineguagliato. Negli ultimi tre anni, Washington ha dato agli ucraini 41 piattaforme multi lancio Himars, i più efficaci. La Germania ne ha consegnate solo tre.
Prima dello stop deciso da Trump, gli Usa avevano inviato tre missili Patriot, oltre a 13 batterie di missili terra-aria Nasams. Zelensky è alla perenne ricerca di Patriot. Finora la Germania gliene ha concessi tre. Italia e Francia hanno partecipato con tre Samp-T, un sistema simile, ora però a corto di munizioni.
La Danimarca è stato il primo Paese a investire nell’industria militare ucraina, specie nel settore decisivo dei droni. È una formula che piace molto a Kiev e che viaggia in parallelo con la razionalizzazione dell’assetto europeo.
Un percorso non semplice, come testimoniano le tensioni tra Francia e Germania che rischiano di affossare il progetto del
caccia di nuova generazione, il Fcas (Future combat air system). L’azienda francese Dassault Aviation chiede di avere più peso ai partner tedeschi e spagnoli. La risposta è attesa nelle prossime settimane. In gioco un affare da 100 miliardi di euro.
(da Corriere della Sera)

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CASA POPOLARE ASSEGNATA A FAMIGLIA ROM CON TRE BIMBI: ESTREMISTI RAZZISTI NON LI FANNO ENTRARE. SE FOSSERO STATI DEI CENTRI SOCIALI LI AVREBBERO MANGANELLATI

Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile

DI FRONTE A UN REATO EVIDENTE DI VIOLENZA PRIVATA, PIANTEDOSI NON HA NULLA DA DIRE? … AL CONSIGLIERE DI MUNICIPIO DEL PD CHE ANCORA GIUSTIFICA QUESTA FOGNA UNA SOLA PAROLA: VERGOGNATI!

Una protesta di una ventina di persone ha bloccato l’ingresso in una casa popolare da parte di una famiglia assegnataria di origine rom in viale della Venezia Giulia. È successo ieri 18 novembre tra i quartieri di Villa Gordiani e Collatino a Roma, dove un piccolo corteo ha sfilato fra i lotti di edilizia residenziale sociale per impedire alla famiglia con tre bambini di prendere possesso di una casa assegnata regolarmente dal Comune.
La serratura dell’appartamento è stata trovata manomessa e a sostenere la protesta ci sarebbero membri del movimento di estrema destra ‘Roma ai Romani’, fondato nel 2017 dal neofascista Giuliano Castellino e collegato al partito ‘Indipendenza’ dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, ora in carcere.
Una famiglia con tre figli non riesce a entrare nella casa
assegnata
“Case agli italiani” e “Via dai nostri quartieri” gli slogan. Mentre un residente ha aggiunto “Ci teniamo a specificare che questa protesta non è contro la famiglia assegnataria, ma serve più che altro a denunciare una situazione che è giunta al limite della sopportazione”. Intanto, sono quelle persone, con tre figli di cui il più grande di 13 anni, a non avere un tetto sopra la testa. Venivano dal campo di via Salviati, a Tor Sapienza e l’11 novembre scorso hanno ricevuto le chiavi da parte del Comune.
In questo quadrante della Capitale la prima assegnazione di un alloggio a famiglie rom è avvenuto nel 2020, con tre nuclei, poi nessuna nel 2021 e una nel 2023, ma anche nel centrosinistra c’è chi ha sostenuto la rivolta contro l’ingresso. Come Claudio Poverini, capogruppo del Partito Democratico al Municipio V: “È disdicevole quello che è successo, ma la gente delle case popolari è esasperata da una somma di problemi, queste situazioni devono essere affrontate con tranquillità. È necessario parlare con la cittadinanza prima di fare questi inserimenti”. Intanto l’estrema destra torna ad alimentare l’odio contro una pericolosa invasione di quattro famiglie.
(da Fanpage)

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