Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
AVVIENE IN UNO STABILE POPOLARE DI PAVIA: “HO DENUNCIATO BOTTE E MINACCE DI MORTE, DICONO DI AVERE PAZIENZA”… MA LO STATO CHE TUTELA I CITTADINI DOV’E’?
Trentasei anni, di cui quasi quindici trascorsi in Italia in cerca di un futuro per sé e
per le sue figlie, Reine Atadieu Djomkam non nasconde l’amarezza nel raccontare a Fanpage.it come ha visto infrangersi i suoi sogni: “Quando sono partita dal Camerun – ricorda Reine -, credevo che in Italia fosse tutto bello come lo vedevo in tv, che ci fossero persone pronte ad accogliere chi come me non ha prospettive nel Paese dove è nato, mai avrei immaginato di trovarmi nella situazione in cui sono oggi”.
Insulti, aggressioni, minacce
Dopo essersi separata dal compagno, la 36enne è riuscita a ottenere un alloggio popolare nella periferia nord di Pavia: “Ero contenta – spiega -, anche perché, non avendo un impiego stabile, per me è impossibile, economicamente, sostenere un contratto d’affitto sul libero mercato”. Ma i problemi emergono da subito: “Già durante il trasloco l’inquilino del piano sotto il nostro aveva mostrato totale intolleranza per ogni tipo di rumore, dato ovviamente dal fatto che stavamo arredando l’appartamento”.
Il peggio però si manifesta nella quotidianità: “Ci chiama ‘africane di mer*’ – racconta Reine -, ogni volta che passiamo sul pianerottolo [l’edificio è sprovvisto di ascensore, ndr] ci intima di tornarcene al nostro Paese e spesso arriva alle mani, lo ha fatto anche con la mia figlia più grande mentre andava a scuola. Le ha detto che poi sarebbe andato ad ammazzare me”.
I video e le denunce
“Questa situazione va avanti ormai da quasi cinque anni – dice Reine -, ma all’inizio nessuno mi credeva, perché era la mia parola contro la sua. È stato così che ho iniziato a documentare le molestie che subivamo io e le mie figlie: dai biglietti di insulti lasciati sulla porta alle aggressioni fisiche e verbali”.
“Ho denunciato più volte, l’ultima all’inizio di agosto 2025 – precisa la donna -, quando questo signore mi ha fatta finire al pronto soccorso dopo avermi colpita in fronte con un porta giornali. Diceva ‘Se sali ancora da queste scale ti scanno come un maiale, sono nel mio Paese”.
E in effetti il video, registrato da una delle figlie di Reine, che implora l’uomo di non fare del male a sua madre, è
agghiacciante. “Le forze dell’ordine, intervenute più volte, ci hanno consigliato di uscire di casa il meno possibile per evitare di incontrarlo – spiega Reine -, ma come si fa a vivere così? In cinque anni le mie figlie non sono mai andate al parco sotto casa perché hanno paura. E ce l’ho anche io, perché se mi incontra mi aggredisce, anche per strada, al supermercato, mentre sono in macchina… E solo perché per lui non dovrei essere qui”.
Aler e le soluzioni proposte
Più persone si sono mobilitate per evitare una tragedia annunciata e Aler, l’azienda lombarda di edilizia residenziale proprietaria dello stabile, ha ricevuto plurime segnalazioni sulla vicenda, non solo dall’inquilina interessata, ma anche dall’Assemblea per il diritto alla casa e da Non una di meno Pavia.
“Finora mi hanno detto di avere pazienza, che l’alternativa era cercarmi da sola un alloggio da un privato – riferisce Reine -, dicono che stanno prendendo in carico la situazione, ma io e le mie figlie viviamo nella paura dal 2021”. Nonostante diversi solleciti, Aler non ha risposto alla richiesta di un confronto avanzata da Fanpage.it, ma proprio il giorno successivo all’intervista, Reine ci ha chiamati: “Finalmente, dopo tutti questi anni, mi hanno portata a vedere una casa alternativa, so che non dovrei essere io ad andarmene, ma pur di uscire da questa situazione mi va bene tutto. Però – precisa – prima di cantare vittoria voglio avere le chiavi del nuovo alloggio, visto che già una volta mi hanno fatto visitare un appartamento per poi dirmi che non me lo potevano dare”.
(da Fanpage)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
A METTERE LA BOMBA DUE CITTADINI UCRAINI CONDANNATI A LEOPOLI E SCAPPATI IN BIELORUSSIA AL SERVIZIO DI MOSCA
L’attentato alle ferrovie polacche è stato eseguito da due cittadini ucraini che avevano collaborato con l’intelligence russa e per questo erano fuggiti in Bielorussia. Lo ha fatto sapere il primo ministro Donald Tusk. L’esplosione si è verificata sulla linea Varsavia-Lublino, che collega la capitale polacca al confine con l’Ucraina. Ed è stata preceduta da un’ondata di incendi dolosi, sabotaggi e attacchi informatici. Verificatisi in Polonia come in altri paesi europei.
Varsavia si sente sotto il mirino di Mosca da quando la Polonia è diventata uno degli snodi degli aiuti a Kiev. «L’informazione più importante è che… abbiamo identificato le persone responsabili degli atti di sabotaggio», ha detto Tusk ai suoi parlamentari. Aggiungendo che si trattava di ucraini che avevano collaborato con l’intelligence russa per «molto tempo». «In entrambi i casi siamo certi che il tentativo di far saltare in aria i binari e la violazione dell’infrastruttura ferroviaria siano stati intenzionali. E che il loro scopo fosse quello di causare una catastrofe nel traffico ferroviario», ha affermato. La Russia ha ripetutamente negato di essere responsabile di atti di sabotaggio e martedì il Cremlino ha respinto le accuse di coinvolgimento.
Le accuse alla Russia
«La Russia è accusata di tutte le manifestazioni della guerra ibrida e diretta in atto», ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov a un giornalista della televisione di stato russa. «In Polonia, diciamo, tutti cercano di anticipare la locomotiva europea in questo senso. E la russofobia, ovviamente, sta
fiorendo lì». L’incaricato d’affari russo in carica in Polonia Andrej Ordaš ha dichiarato all’agenzia di stampa russa RIA di essere stato convocato al ministero degli Esteri polacco per una riunione, senza spiegare il motivo della chiamata. Il ministero degli Esteri ucraino ha affermato che gli incidenti dimostrano che, insieme all’invasione dell’Ucraina, la Russia sta «conducendo una guerra ibrida su vasta scala contro l’Europa, contro i nostri alleati. Cercando di rompere l’unità dei partner nell’assistenza all’Ucraina e, in generale, di destabilizzare la situazione».
Gli attentati
Nel primo incidente, avvenuto nel villaggio di Mika, un ordigno esplosivo è stato fatto esplodere sui binari al passaggio di un treno merci. Utilizzando un dispositivo collegato tramite un cavo lungo 300 metri. Parte dell’esplosivo non esploso è stato recuperato sul posto, ha dichiarato Tusk. Il quale ga aggiunto che altri treni avevano attraversato il tratto di binario interessato prima che uno si fermasse. In un secondo incidente vicino a Pulawy, una morsa d’acciaio è stata installata sui binari con il probabile scopo di far deragliare il treno. Un telefono cellulare collegato a un power bank era stato posizionato nelle vicinanze per registrare l’accaduto.
I sospettati
Uno dei sospettati era già stato dichiarato colpevole da un tribunale di Leopoli per aver partecipato a un sabotaggio in Ucraina, ma non era stato incarcerato in Bielorussia, ha affermato Tusk. «La Polonia è in costante contatto con i servizi segreti dei paesi alleati e faremo tutto il possibile per perseguire questi individui», ha affermato. Intanto aerei polacchi e alleati
sono stati schierati mercoledì mattina per garantire la sicurezza dello spazio aereo polacco dopo che la Russia ha lanciato attacchi aerei contro l’Ucraina occidentale, vicino al confine con la Polonia, hanno dichiarato le forze armate del paese membro della Nato. «Sono state inviate in volo coppie di caccia a reazione rapida e un aereo di allerta precoce, e i sistemi di difesa aerea e di sorveglianza radar basati a terra hanno raggiunto il massimo stato di allerta», ha dichiarato il comando operativo polacco in un post su X.
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX CAPO DELL’UFFICIO STUDI DI VIA NAZIONALE SPEIGA PERCHE’ L’EMENDAMENTO VOLUTO DALLA MELONI E’ INUTILE E DANNOSO
L’oro di Bankitalia agli italiani? È già così. E ridurre le riserve auree potrebbe essere
un pericolo. Salvatore Rossi, ex responsabile dell’Ufficio Studi di via Nazionale, su La Stampa di oggi spiega perché l’emendamento voluto da Giorgia Meloni sul metallo giallo di Palazzo Koch è inutile e potrebbe essere dannoso. L’emendamento recita: «Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano». Ma, spiega Rossi, il Trattato istitutivo dell’area dell’euro – che ha rango costituzionale in tutti i Paesi dell’area – sancisce già che l’oro delle banche centrali è di proprietà delle banche centrali medesime, non dei rispettivi Stati.
L’oro alla patria?
Sul piano politico, aggiunge, non c’è dubbio invece che l’oro delle riserve nazionali appartenga in ultima analisi alla nazione tutta. Perché la Banca d’Italia è un organo di diritto pubblico. Il diritto europeo e quello italiano le affidano il compito di essere la banca centrale dell’Italia nell’ambito del Sistema europeo di banche centrali. E anche avendo la proprietà giuridica dell’oro, non può farne quello che vuole. A meno che il Parlamento non cambi le norme. Ma può farlo sopo rispettando le superiori norme europee. Ma d’altro canto a cosa servirebbe spostare la proprietà giuridica dell’oro ufficiale dalla Banca d’Italia, che lo detiene e custodisce, direttamente in capo allo Stato?
Vendere l’oro
Il motivo non può che essere uno. Ovvero l’intenzione di venderlo sul mercato. Magari per finanziare una riduzione del debito pubblico o le spese. Il governo tutto questo lo può fare con una legge. Ma sarebbe un’operazione ai limiti dell’impraticabilità. Perché le 2.500 tonnellate di oro fanno ipotizzare una vendita di 200 tonnellate ai prezzi di mercato attuali. Ma in tutto l’anno scorso il mercato globale ne ha trattato meno di 1.400. Quindi metterlo in vendita farebbe crollare il
prezzo. E così da una parte l’obiettivo di fare cassa non verrebbe totalmente raggiunto. Dall’altra si depauperebbe non solo il resto del deposito italiano, ma quello di tutte le banche centrali che lo detengono.
La Banca d’Inghilterra
C’è un precedente. 26 anni fa fu la Banca d’Inghilterra a provare a vendere il suo oro. Il risultato fu una grande ondata mondiale di proteste per il crollo del prezzo, seguita da un accordo fra banche centrali volto a far sì che un fatto del genere non accadesse mai più. Un piano pluriennale di vendita, che magari aggirerebbe il pericolo di crollo del prezzo, farebbe però perdere il vantaggio di finanza pubblica. E dareebbe al mondo il segnale che l’Italia è in pericolo.
Perché, conclude Rossi, quelle riserve hanno la funzione di rafforzare nel mondo la fiducia nella stabilità del sistema finanziario e della moneta del proprio paese, soprattutto in occasione di crisi valutarie o finanziarie. Far scendere sistematicamente il livello delle riserve auree per dare sollievo alla finanza pubblica equivale a dire al mondo: siamo ridotti al punto di doverci vendere l’oro, perché non abbiamo più altre risorse.
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
DURANTE L’INCONTRO ALLA CASA BIANCA TRUMP ELOGIA IL PRINCIPE SAUDITA BIN SALMAN: “HA FATTO UN LAVORO INCREDIBILE IN MATERIA DI DIRITTI UMANI” (DONALD, FACCE RIDE!)
Il presidente Trump ha criticato una giornalista americana per aver fatto una domanda sul ruolo del principe Mohammed Bin Salman nella morte del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, fatto a pezzi in un consolato saudita nel 2018.
Trump ha difeso il leader de facto dell’Arabia Saudita, che ieri era in visita alla Casa Bianca e che già in passato ha negato ogni coinvolgimento nell’assassinio di Khashoggi attribuendolo ad agenti sauditi «fuori controllo», anche se l’intelligence americana concluse che sia stato lui a ordinarlo. «Non ne sapeva niente», ha detto Trump furioso, definendo Abc News (la tv della giornalista) «fake news».
«Non si deve imbarazzare il nostro ospite chiedendogli qualcosa del genere». E su Khashoggi: «A molta gente non piaceva il signore di cui stai parlando. Ma che vi piacesse o no, le cose capitano».
Ma il principe, sorridente e a suo agio, ha voluto rispondere (in inglese, lingua che parla ma preferisce di solito farsi tradurre
dall’arabo). Bin Salman ha detto che è «doloroso» quando qualcuno perde la vita «senza un reale motivo». E ha definito l’uccisione un «enorme errore».
Ha insistito che durante l’indagine saudita vennero fatti i «passi giusti», anche «per assicurare che nulla di questo genere possa succedere di nuovo». La giornalista ha detto che le vittime dell’11 settembre sono «furiose» per la sua visita, ma Mbs ha replicato che Osama bin Laden usò attentatori sauditi per dividere i due Paesi, la cui alleanza «danneggia il terrorismo».
Il principe non veniva negli Stati Uniti dal 2018, anche se di fatto «durante gli ultimi due anni della presidenza Biden ci sono stati negoziati su un trattato di difesa legato alla normalizzazione con Israele, sulla cooperazione nucleare civile, su un accordo di libero scambio, sulla semplificazione della vendita di armi e collaborazione sull’Intelligenza artificiale.
Erano tutti accordi quasi pronti per essere firmati prima che la crisi del 7 ottobre li deragliasse», spiega Bernard Haykel, professore di Princeton e uno dei maggiori esperti al mondo di Arabia Saudita, che dice al Corriere: «Infatti tutti gli accordi approvati ora sono stati avviati sotto Biden».
Tra le intese annunciate nella notte dalla Casa Bianca: l’Accordo di Cooperazione nucleare civile (che «getta le basi giuridiche per una partnership decennale») i progressi nella cooperazione sui minerali critici, un Memorandum d’intesa sull’Intelligenza artificiale che garantisce l’accesso alla tecnologia Usa, un accordo per la difesa, «future consegne di di F35» e la vendita di 300 carri armati americani.
Ma il principe era già arrivato con alcune promesse in tasca, come quella del presidente di vendergli i caccia F35 (anche s
serve ancora l’appoggio del Congresso), nonostante i timori del Pentagono che la tecnologia possa arrivare alla Cina e nonostante Israele chiedesse come condizione che Riad entri anche negli Accordi di Abramo.
Il principe è stato accolto con una pompa superiore a quella di altri ospiti stranieri: sei caccia (tra cui tre F35) hanno sorvolato la Casa Bianca, c’erano ufficiali a cavallo con le bandiere dei due Paesi e ieri sera c’era una cena nella East Room dove ha partecipato anche Elon Musk (alla Casa Bianca anche il calciatore Cristiano Ronaldo, che dal 2023 gioca proprio in Arabia Saudita e a cui il presidente americano ha detto: «Mio figlio Barron è un tuo grande fan»).
Bin Salman ha assicurato che i 600 miliardi di dollari di investimenti sauditi negli Stati Uniti diventeranno quasi 1 trilione di dollari, un numero pari a quasi la totalità del fondo sovrano saudita: secondo molti economisti è assai irrealistico, dal momento che il Regno affronta il problema del prezzo basso del petrolio e la necessità di investire in patria.
Una giornalista ha chiesto al presidente se non ci sia un conflitto di interessi, visti gli affari della sua famiglia nel Golfo. Trump ha risposto che lui «non ha nulla a che fare» con quegli affari.
La Trump Organization e un partner saudita hanno annunciato una iniziativa che apre progetti immobiliari a investitori in criptovalute; e Jared Kushner, il genero, ha una società che ha preso 2 miliardi di dollari da un fondo saudita. Ma Trump ha detto: «La mia famiglia fa business dappertutto. E ne hanno fatti pochi in Arabia saudita, potrebbero fare molti di più».
Sulla normalizzazione con Israele, Mbs ha dichiarato: «Vogliamo essere parte degli Accordi di Abramo ma anche assicurare un cammino chiaro verso una soluzione dei due Stati». Trump ha cercato di fargli dire che è lui il miglior presidente americano dal punto di vista saudita
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
I LAVORATORI IN PIAZZA CON MEZZI PESAnti: “IL GOVERNO DIA RISPOSTE”
Lo stabilimento dell’ex Ilva a Genova è stato occupato dai lavoratori in protesta fin
dalle 8.30, mentre un’assemblea sindacale ha segnato l’inizio della giornata di sciopero in protesta «contro il blocco degli impianti del nord e il piano che prevede l’aumento della cassa integrazione straordinaria fino a 6mila unità». Dopo pochi minuti di confronto, i manifestanti sono usciti dagli edifici interni della fabbrica e – anche con l’aiuto di mezzi pesanti, come scavatrici – hanno bloccato le strade dirigendosi alla stazione ferroviaria di Genova Cornigliano. Qui si terrà un presidio a oltranza.
La denuncia: «A rischio mille posti di lavoro, chiudono la siderurgia italiana»
«Ci sono mille posti di lavoro a rischio a Genova», denunciano dei sindacati secondo cui il piano del governo «porta alla chiusura della fabbrica: mille famiglie rischiano di perdere il loro sostentamento e la fine della siderurgia nella nostra città e nel Paese», ha commentato Armando Palombo, delegato Fiom-Cgil della ex Ilva. Secondo lui è un circolo vizioso: «Quel poco che si produce si vende subito a Taranto per fare cassa. Ovviamente gli stabilimenti del Nord, Genova in primis, poi Novi eccetera, non avranno più prodotto e quindi chiudono». L’appello a una protesta che possa davvero arrivare alle orecchie di Roma è estesa a quante più persone possibili: «Chiediamo agli enti locali, al Comune, alla Regione, di sospendere ogni attività come segno di solidarietà. E di cominciare a trovare soluzioni serie a mille posti di lavoro. Quindi non è più un problema del
cassintegrato in più o cassintegrato in meno. Qua stanno chiudendo la siderurgia d’Italia».
Il tavolo saltato e la protesta dei sindacati: «Seimila in cassa integrazione»
La protesta segue un tavolo di quattro ore – l’ennesimo – che non ha portato a nessun passo avanti concreto. Sono stati proprio i sindacati ad annunciare la rottura con il governo e lo stop a qualunque trattativa sul futuro di Acciaierie d’Italia: «Abbiamo chiesto alla presidenza del Consiglio di ritirare il piano e di fare intervenire direttamente la premier Meloni. Ci hanno risposto di no e noi abbiamo deciso di dichiarare sciopero», avevano spiegato da Fiom. Il piano prevede il passaggio in cassa integrazione di altri 1.550 lavoratori, portando il totale a 6mila, a partire da gennaio. In una nota, il governo aveva risposto puntualizzando che «non ci sarà un’estensione ulteriore della cassa integrazione», e di avere dunque «accolto la principale richiesta avanzata dagli stessi sindacati». L’alternativa è la disposizione di «percorsi di formazione» per far acquisire ai lavoratori le competenze necessarie alla lavorazione dell’acciaio prodotto con le nuove tecnologie green.
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
UN PEZZO DI MAGGIORANZA VORREBBE GIOCARSI IL PROSSIMO VOTO POLITICO IN STILE TRUMPIANO
S’ode a destra uno squillo di tromba (“all’arme!”) che ci avvisa dell’incombente complotto contro la riconferma di Giorgia Meloni. Chi trama, chi mesta nel torbido, chi inquina la volontà del popolo sovrano? Non bastano i magistrati impiccioni, la Corte dei Conti No-Ponte, i giornaloni ipercritici, le università Pro-Pal, quelli del cinema asserviti alle sinistre, la macchinazione deve essere di massimo livello, il botto più rumoroso del normale trantran dei nemichetti alle porte. Mirare in alto, mirare al Colle più alto, anche se poi more solito finirà con il consueto «qui lo dico e qui lo nego» e il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami preciserà: mica ce l’avevo con Sergio Mattarella, chiedevo solo un chiarimento al consigliere del Quirinale che avrebbe auspicato “uno scossone” per rivitalizzare il centrosinistra ed evitare il bis delle destre.
Sono almeno tre le tracce da seguire per capire che cosa sta succedendo. La prima riguarda la tentazione Maga che attraversa un pezzo di destra, cioè l’idea di giocarsi il prossimo voto politico in stile trumpiano, chiedendo al popolo elettore di mobilitarsi non in virtù di un progetto ma contro chi nelle segrete stanze vorrebbe restaurare il monopolio progressista. Nel 2022 il consenso fu conquistato con promesse esagerate – blocchi navali, flat tax, abolizione della Fornero, pugni sul tavolo europeo – ma oggi quel copione è inutilizzabile. L’istinto porta verso un racconto differente per radunare le truppe. Le macchinazioni segrete, il deep state che briga nei corridoi. Il pericolo di restaurazione dell’egemonia progressista per il tramite di misteriosi tranelli. Ovviamente non esiste nulla. Lo
stesso virgolettato dello scandalo, attribuito da La Verità di Maurizio Belpietro al consigliere del Quirinale ed ex deputato Pd Francesco Saverio Garofani, risulta una banalità, ammesso che sia vero. Avrebbe detto: «Un anno e mezzo non basta per trovare qualcuno che batta il centrodestra, ci vorrebbe un provvidenziale scossone». Con tutta la buona volontà: mica ha chiamato al golpe
E tuttavia quella banalità diventa scoop, e lo scoop richiesta formale di smentita da parte di Bignami («dovendone diversamente dedurne la fondatezza»), e la smentita quirinalizia («un attacco che sconfina nel ridicolo») non soddisfa, e il sottosegretario Giovambattista Fazzolari interviene per giurare che problemi con Mattarella non ce ne sono ma chiedere spiegazioni è legittimo, e dunque Belpietro si rimette l’elmetto: «Quando c’è un consigliere che auspica un provvidenziale scossone per impedire a un presidente del Consiglio regolarmente eletto di potersi ripresentare, mi faccio delle domande sul tipo di democrazia in cui viviamo. Mi aspetto quantomeno un chiarimento; al momento non mi sembra sia stato chiarito nulla». Il voto del popolo è minacciato, e se in Italia non sono disponibili scalmanati con le corna in testa e i tatuaggi Maga per occupare palazzi, ci si accontenterà di una tempesta social che denunci il nemico nell’ombra.
Ma la destra, la destra di potere, la destra che due giorni fa si è seduta al Quirinale per parlare di difesa, Europa, guerre ibride, e soprattutto la destra di FdI che sottolinea ogni giorno il suo sostegno a Kiev, dovrebbe riflettere sulla seconda suggestione collegata alla vicenda. Picconare l’indipendenza degli uffici di Sergio Mattarella (Garofani è pure consigliere per gli Affari del
Consiglio di Difesa) e avanzare addirittura il sospetto di manovre in alto loco contro la democrazia italiana, in questo momento rischia di delegittimare la voce più autorevole a sostegno delle scelte del governo sullo scenario ucraino. Una voce così rilevante che il Cremlino non solo ha attaccato il nostro Presidente più volte, ma lo ha inserito addirittura nell’elenco dei leader “russofobi”. Bisognerebbe almeno domandarsi se assecondare certi giochi scandalistici e farli propri non renda felice un nemico alle porte ben più autentico, armato e pericoloso di un consigliere quirinalizio. Bisognerebbe chiedersi se convenga prendere di mira la figura istituzionale che riscuote la massima fiducia del Paese, con il 70 per cento degli italiani che ne apprezzano il ruolo.
Poi, certo, c’è la terza traccia, la traccia dell’inconsapevolezza e dello scarso uso di mondo che molte volte ha agito a destra. Conduce a giudicare l’intervento del capogruppo Bignami una super-gaffe compiuta per leggerezza e poi amplificata dai tentativi di tutti gli altri di metterci una toppa. Un “All’arme!” da esercitazione Sturmtruppen, pronunciato per vedere l’effetto che fa, senza immaginarne le conseguenze istituzionali e politiche. Per molti versi sarebbe rassicurante (per molti altri: che tristezza).
(da La Stampa)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA PAGLIACCIATA DEL “CORTEO DI AUTOMOBILISTI” PROMOSSO DA FRATELLI D’ITALIA
Lo stravagante “corteo di automobilisti” promosso da Fratelli d’Italia a Roma (nella
giornata mondiale per le vittime della strada: quando si dice il tempismo) per protestare contro piste ciclabili, limitazioni alla circolazione privata e limiti di velocità, si è poi trasformato in un parcheggio, con le auto ferme in branco, perché l’eventuale corteo (circa trecento i presenti) avrebbe creato troppi problemi al traffico. Trecento persone, a Roma, non le vede nessuno. Trecento automobili in corteo sono un bel problema.
Senza volerlo, o meglio senza averci pensato prima, i manifestanti hanno dunque messo in scena con splendida efficacia le ragioni contrarie alla loro: è ovvio che a Roma, come
in tutte le grandi città, meno auto private circolano, meglio si sta. E la maniera migliore per dimostrarlo è stato intasare di lamiere un pezzo di città per sentirsi dire dalla Questura: però adesso mi raccomando, fermatevi lì, perché se andate in giro tutti insieme si blocca mezza città.
In attesa di una manifestazione di boscaioli con motosega nella giornata mondiale per l’Amazzonia, o di un raduno di mercenari con bazooka nella giornata mondiale per il disarmo, ci si domanda quale futuro possa avere una comunità nella quale farti gli affaracci tuoi, senza che alcuno si permetta di porti dei limiti, sia considerato da alcuni un valore; e addirittura un valore politico, da sbandierare sotto le insegne del partito al governo.
L’uso dell’auto privata, in città, è con tutta evidenza un’antica usanza da dismettere, o da limitare al minimo indispensabile. Tra un paio di decenni al massimo ripenseremo agli ingorghi in auto per fare shopping, o per andare a zonzo, con la stessa meraviglia con la quale oggi diciamo: ma ti rendi conto che un tempo si fumava nei cinema? A proposito: a quando una manifestazione di fumatori al cinema, promossa da Fratelli d’Italia?
(da Repubblica)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI MASSIMO FINI
In questi giorni è stato ricordato il Bataclan, la sala concerti parigina che fu oggetto di un attentato terroristico che provocò un centinaio di morti. Ricorrono dieci anni, era giusto il 13 novembre 2015. Sui media si sono ricordati i morti, si sono intervistati i parenti e i superstiti, come è giusto. Ma nessuno, almeno a me pare, si è chiesto il perché di quell’attentato e dei numerosi altri che ci furono nei giorni successivi, che colpivano i bar, lo Stade de France e successivamente la Promenade des Anglais a Nizza. Insomma, i luoghi del nostro divertimento.
Per capirne la causa ricorro a un verso di Fabrizio De André nel Bombarolo, anche se è molto precedente a questi fatti (1973). Dice: “Potere troppe volte delegato ad altre mani, sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani, io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore”. Cosa significa, nella sostanza, questo verso: voi (occidentali) ci massacravate, mentre continuavate a divertirvi con i vostri drink, col Gin Tonic, col Mojito.
A questo verso va aggiunto ciò che scrisse Amedy Coulibaly, in una sorta di testamento postumo dopo l’attentato al supermercato kosher a Parigi, in cui era certo che sarebbe stato ucciso: “Tutto quello che facciamo è legittimo. Non potete attaccarci e
pretendere che non rispondiamo. Voi e le vostre coalizioni sganciate bombe sui civili e sui combattenti ogni giorno. Siete voi che decidete quello che accade sulla terra? Sulle nostre terre? No. Non possiamo lasciarvelo fare. Vi combatteremo”.
La solfa non è cambiata: noi, americani ed europei, forti della nostra superiorità militare, continuiamo ad aggredire il mondo islamico (la vicenda della guerra israelo-palestinese è un esempio, forse il più clamoroso, fra i tanti, ma è solo un esempio). Coulibaly, che non era un mostro privo di sentimenti, prima di andare a morire, mandò la sua fidanzata, incinta, a rifugiarsi nello Stato islamico, guidato allora da al-Baghdadi. Ma non era un’eccezione. Furono molti gli occidentali, anche donne, che seguirono questa via, da qui il fenomeno dei foreign fighters.
A mio parere è stato un errore distruggere, con i bombardieri americani e con l’aiuto determinante, sul terreno, dei curdi, lo Stato islamico che si era radicato tra Iraq e Mosul, in territorio iracheno. Perché fu un errore? Perché lo Stato islamico stava in un territorio circoscritto e aveva un capo riconosciuto, al-Baghdadi, con cui eventualmente si poteva anche trattare (a proposito dei curdi, il nostro ringraziamento fu di lasciarli in balia di Saddam Hussein, che allora era un nostro alleato). Ha scritto il giornalista americano William Safire sul New York Times: “Svendere i curdi è una specialità del Dipartimento di Stato americano”.
Mentre, come ho detto, lo Stato islamico stava su un territorio circoscritto, oggi l’Isis, che ne è l’erede, è in tutto il mondo (esclusi gli Stati Uniti che sono troppo lontani e che peraltro, a proposito di violenza hanno i loro problemi interni): è in Pakistan, è in Afghanistan, è nel Sinai, è in Somalia dove gli Al
shabaab hanno giurato fedeltà allo Stato islamico, è nei Balcani dove la sciagurata e illegittima aggressione americana alla Serbia, ma anche italiana e francese, ha favorito la corrente islamica dei Balcani, provocando poi, ma è solo un dettaglio, le isterie islamofobiche di Oriana Fallaci (La rabbia e l’orgoglio è un libro indecente).
Cellule Isis sono quindi nei Balcani, a pochi passi da noi. E, faccio il profeta di sventura, prima o poi colpiranno anche, e forse soprattutto, in Italia.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DI GRIDARE AL COMPLOTTO DISCUSSA ORE PRIMA NELLE CHAT DEL PARTITO
Non è stata una sortita maldestra quella di Galeazzo Bignami. Non si era appena
svegliato, non aveva sputato il caffè davanti a una copia de La Verità, non ha abborracciato un comunicato senza troppo badare alle virgole. La nota che il fedelissimo di Meloni, firmandosi «capogruppo di FdI», fa diffondere alle 12.12 dal suo ufficio stampa a Montecitorio viene cesellata, per ore, dallo stato maggiore della fiamma.
L’articolo del “cronista” Ignazio Mangrano — sembra un nom de plume, non risulta iscritto in alcun ordine dei giornalisti d’Italia — rimbalza già dalla notte prima nelle chat dei Fratelli, alimentando la suggestione che qualcuno abbia dato l’imbeccata.
Che sia così o no, la notizia finisce di mattina presto sul canale Whatsapp della “Comunicazione” di FdI, quello dove il potente sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, dirama i suoi dispacci per le vie brevi: quali notizie riprendere, quali smorzare, quali cavalcare con le uscite coordinate dei parlamentari. Qui l’ordine di scuderia è chiaro: colpire.
Poco dopo mezzogiorno, con mandato pieno, il presidente dei deputati di FdI centra allora il bersaglio “Colle”. Non menzionando esplicitamente il presidente Sergio Mattarella, ma la nomenclatura quirinalizia. O almeno un pezzo. Quello con trascorsi — questa è l’accusa più ricorrente, nelle conversazioni della cerchia stretta della premier — «in ambienti del Pd». Francesco Garofani diventa l’appiglio, la valvola di sfogo di malumori covati sottotraccia da tempo. È anche l’uomo che consiglia Mattarella sulla difesa, da ultimo alla riunione del consiglio supremo dell’altro ieri, in cui il Quirinale ha ribadito il sostegno a Kiev dopo giorni di imbarazzi e tentennamenti dall’esecutivo.
I rapporti tra gli staff del resto, in tre anni e passa di legislatura, sono spesso stati vissuti a Palazzo Chigi come una sequenza di attriti, malintesi, se non di ostilità malcelate. Nel mirino dell’inner circle della leader è finito più volte, in passato, perfino il segretario generale della presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti. Sfoghi privati e narrazione pubblica: «Giorgia» vs il Palazzo. Prova ne è l’ultima arringa da comizio, ieri sera da Padova, a difesa del premierato: «Vogliamo una riforma che dica basta agli inciuci, ai giochi di palazzo, ai governi che passano sopra la testa dei cittadini».
Meloni poteva non sapere dell’affondo firmato dal suo capogruppo? Chi ha parlato con la leader di FdI giura che la risposta è stata questa: no, non aveva nemmeno letto il pezzo. Mentre di certo Fazzolari era informato. Ma persino dagli uomini del capogruppo trapela un’altra versione, detta a mezza bocca: su un tema così scivoloso, un frontale con il Colle, non può bastare nemmeno l’assenso del solo Fazzolari. Ne sembrano convinti anche gli alleati. «Se Galeazzo ha ripetuto quelle frasi in Aula nel pomeriggio, è perché era tutto coordinato dall’alto», il ragionamento che sfugge alla Camera a Riccardo Molinari, presidente dei deputati leghisti.
Di sicuro la premier interviene in una seconda fase, dopo la replica del Quirinale. E non per scaricare Bignami, semmai per blindarlo, via dichiarazioni di Fazzolari. Privatamente, Meloni chiede di chiarire quale sia l’obiettivo. Cioè Garofani, non il capo dello Stato. La presidente del Consiglio insiste: la smentita alle frasi pubblicate da La Verità sarebbe stata doverosa e non è avvenuta. La replica del Quirinale? Viene giudicata un errore. Perché avrebbe ingigantito la vicenda e fornirebbe copertura politica a chi forse non l’avrebbe meritata. Perché il fatto, sono certi a Palazzo Chigi, è avvenuto. Quelle frasi «sono state pronunciate». Più esponenti di primo piano di FdI parlano a taccuini chiusi di un presunto «audio» che sarebbe in possesso del direttore del giornale di destra, Maurizio Belpietro. Registrazione che avrebbe «ricevuto da una fonte». E non ieri l’altro. Ma «diversi giorni fa». Un’informazione che è stata confidata direttamente dal giornalista a diversi rappresentanti (anche di governo) del partito della fiamma. Accolta non proprio con dispiacere.
(da La Repubblica)
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