Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
CI SONO MOLTE SFUMATURE TRA IL COLLABORAZIONISTA E CHI NON ADERISCE AL PRINCIPIO DI NATO O BARBARIE
Ma insomma: dove sono i putiniani? È forse una razza portentosamente impagliata a
grandezza naturale? Anzi: esistono i putiniani, i filorussi, reincarnazione aggiornata degli antichi supporter di Baffone, di Cruscev perfino di Breznev, ovvero gente che al momento buono, quello del passare dalle chiacchiere agli atti, tirerebbe fuori le bandiere della Federazione russa accuratamente nascoste in cantina in attesa della epifania del Piccolo Padre delle autocrazie, del Vento dell’est versione riveduta e corretta, e maniacalmente coatto lo piazzerebbe sul personale balcone? Pronto a obbedire e a credere, se non proprio a combattere.
Se usciamo dalla semantica degli eufemismi e dalle arzigogolate manovre dei politici nostrani a cui di quello che accade tragicamente tra Odessa e il Donbass importa meno che una
elezione amministrativa nel triveneto, perché mai in Italia anno domini 2025 terzo millennio qualcuno dovrebbe esser putiniano? In nome di che cosa? Il presunto putiniano italico mi sembra un Innominato matusalennamente ridestato da utilitaristiche rivisitazioni dell’allarmi, nemico alle porte! Si può ragionevolmente credere che ci sia qualcuno disposto a cadaverizzarsi su quell’abborracciato patchwork che sarebbe il putinismo: Borodino a braccetto con Stalingrado, Santa Russia e l’Internazionale, capitalismo oligarchico e soprattutto galere? Una sgangherata ricapitolazione storica davvero poco raccomandabile in cui perfino i russi sghignazzano e fanno fatica a inventariarla: figuriamoci eventuali virgulti e apostoli di Chivasso o Catanzaro disposti a immergersi nella stessa pece. Le ideologie, forse, tentano e sviano. Ma a Mosca dove è la ideologia?
Ammiratori della Forza autocratica come categoria dello Spirito forse? Ma quale? Una forza che non riesce neppur ad aver ragione in quattro anni degli scalcagnati ex sudditi ucraini? E che dovrebbe entro cinque anni! avanzare verso di noi simile a una inondazione.
Eppure… Più gli anni passano (quelli della ormai eternizzata guerra nelle pianure del centro Europa, quello sì il vero problema), più si acclimata, dalle nostre parti soprattutto, un maccartismo un po’ goffo, sbilenco, un maccartismo da cucina che denucia: spie… infiltrati… seduttori subdoli… doppiogiochisti! voci ahimè autorevoli annunciano il dilagare di ibride intromissioni e predicano ferree cautele, versione aggiornata del vecchio, primitivo taci il nemico ci ascolta. Si moltiplicano le rivelazioni: infiltrazioni russe attraverso
prezzolati dal titolo accademico e quinte colonne di più bassa lega “social”, in attesa che arrivino anche qui i misteriosi droni e chissà quali altre avvenieristiche diavolerie. Indagini lombrosianamente antropometriche misurano i tiepidi e gli esitanti nelle maledizioni antirusse, sarebbero già elementi patogeni della famiglia autoritaria.
Domanda. Non si rischia in questo modo di rendere reale ciò che reale non è, ovvero moltiplicare in modo contagiosamente tracotante i pochi grulli che trovan simpatico il sorrisino di Putin o fanno e rifanno i conti in tasca di quanto ci costa resistere (è vero, con scarsi risultati) a fianco di Kiev? Non si dà credito perfino al manipolo di “esperti” che hanno accettato il ruolo di controcampo all’Occidente uguale al Bene, sospettati, misericordia! di esser devoti ai rubli di Mosca?
Allora per definire i putiniani si è costretti ad operare “a contrario”. Secondo molti lo sarebbero tutti quelli che non sono dichiarati, sottoscritti, entusiasti “perinde ac cadaver” dell’Occidente, semplificato in Nato, Unione europea e Stati uniti. Ma qui la ingombrante presenza di Trump consente alcuni sostanziosi distinguo. Che non si uniscono al polifonico coro della necessità del riarmo.
È un concetto pericolosamente sviluppabile proprio per la sua indeterminatezza. Putiniani quindi diventano tutti i cosiddetti pacifisti che ormai è nebbiosa e smunta categoria assimilabile all’insulto. Un tempo la “gauche” anche nostrana li trovava carini, un piccolo mondo antico come si deve. Oggi equivale a vigliacchi pantofolai, disposti a tutto pur di dormir sonni tranquilli, o a utili idioti che non si accorgono di sognare ad occhi aperti mentre alle loro spalle scatta la tagliola dell’uomo
del Cremlino. Manovali pronti al soccorso sarebbero anche coloro che, pur considerando nefasta e orribile la vittoria di Putin, ricordano che le strategie messe in piedi a Bruxelles finora non hanno prodotto alcun risultato; e che render permanente la guerra, riproponendo blocchi e cortine di ferro o porcospini di acciaio, fa il gioco proprio di Putin. Lui che nel torbido brodo della guerra permanente nuota benissimo e si rafforza. Tra il collaborazionista e chi non aderisce al predicatorio: Nato o barbarie, forse ci sono larghi spazi di pensiero. Critico, non putiniano.
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
IL LASCIAPASSARE: FAR PARTE DELLA GENERAZIONE DI 50ENNI CRESCIUTI CON LE SORELLE MELONI
Di Giorgia Meloni si sente dire che è brava e scaltra Ma poi regolarmente si leva al cielo la squalifica delle squalifiche, la delusione delle delusioni che ogni possibile virtù oscura e cancella: ah, ma quelli di cui si circonda!
Galeazzo Bignami, il capogruppo dai capelli ricci, è appunto uno di costoro. Senza fare di tutt’erba un fascio si tratta di cinquantenni più o meno coetanei della premier e di Arianna Meloni, facenti capo a una cosiddetta “generazione Atreju”; e come tali dotati, per volontà delle suddette sorelle, non solo di uno speciale lasciapassare che gli apre le impervie strade del potere, ma anche di un ancora più utile salvacondotto che in diversi casi, forse troppi (Lollo, Donzelli, Delmastro, Fidanza, Montaruli) li ha preservati dalle gaffe, dai guai e dagli inevitabili intoppi della carriera politica.
Tale appartenenza, seppur comprensibile sul piano dei rapporti umani, supera decisamente i normali vincoli di partito, collocandosi in una dimensione che l’odierna scienza politica, almeno quella senza troppi peli sulla lingua, qualifica di ordine neo-tribale — e non si tratta solo di essere invitati o meno al recente party per il compleanno di Arianna in un locale, peraltro non lontano dalla mitica sezione di Colle Oppio, dal nome a suo modo destinale: “The Sanctuary”.
A differenza di tutti gli altri ex giovanotti di derivazione fantasy-atrejuana il bolognese Galeazzi, figlio d’arte missino e precoce dirigente in Emilia, sconta agli occhi del grande pubblico un peccato di gioventù lontano ma irresistibilmente tragicomico. Perché circa vent’anni orsono, come l’odierno presidente del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia fu costretto a raccontare durante la campagna elettorale del 2016, alcuni suoi amici o forse meglio camerati, comunque molto cattivi, lo acchiapparono, gli misero un cappuccio sulla testa, lo infilarono dentro una macchina e una volta in campagna, a Brento, frazione di Bologna, prima tappa della Via degli Dei, lo fecero mascherare da nazista, con tanto di croce uncinata all’avambraccio. Dopo di che, non paghi, lo fotografarono: per ricordo, ahilui.
Anche dopo tanti anni, la cosa più singolare per chi non è dell’ambiente è che si trattava di un addio al celibato, molto probabilmente dello stesso Bignami, nazi-cosplay riluttante e in seguito proditoriamente inguaiato da qualche euforico delatore ottico — a riprova dei misteri di questa nostra Italia dove la vigilia delle nozze non è accompagnata solo da sregolatezze alcoliche, drogherecce e sessuali, ma anche storico-dittatoriali.
Da allora non c’è passo che egli compia senza che non gli venga rinfacciata quella foto; e siccome siamo nell’era del pop, il che vuol dire che bombardati dalle informazioni tutti scordano tutto, sarà bene ricordare che nel 2023 Fedez la strappò coram populo in pieno festival di Sanremo.
Dopo di che, fino a qualche mese fa la notorietà di Bignami, che di persona sarà senz’altro meglio dei suoi travestimenti, ma che la migliore sociologia (De Rita) potrebbe qualificare nel novero dei “gerarchi”, è rimasta limitata a livello locale, senza altri gustosi racconti. Se proprio occorre reperire qualche nota insolita e/o illuminante sul personaggio tocca accontentarsi del fatto che l’ultimo giorno della campagna elettorale del 2022, anzi durante il silenzio prima del voto, si fece promotore della visita di Meloni a un mercato ortofrutticolo e in quella sede le suggerì di prendere in mano due meloni, rendendoli protagonisti di un furbo e ammiccante siparietto, chissà quanto efficace.
Vai anche a sapere adesso, al di là del teatrino e del polverone, la precisa dinamica e gli scopi dell’attacco di Bignami al Quirinale. Ridotto all’essenziale, col massimo rispetto, però anche facendo conto dell’esperienza, il dilemma figurato è: kamikaze autonomo o sicario per conto di quale mandante?
Di solito, quando si tratta di dare un pestone non al primo che passa, ma a persona di fiducia del presidente della Repubblica, le gerarchie e le catene di comando che legano Palazzo Chigi ai capigruppo sconsigliano iniziative autonome e reazioni a caldo. Non di rado, quando il misfatto è ormai compiuto, si dà la colpa a un equivoco o a un quiproquo. L’errore è già un’altra cosa, mentre la colpa ha serie conseguenze.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
I DUE AVREBBERO PROPOSTO AI TASSISTI DI INSTALLARE, GRATUITAMENTE, DELLE TELECAMERE NELLE LORO MACCHINE: L’OBIETTIVO ERA MAPPARE I SISTEMI DI VIDEOSORVEGLIANZA DI ROMA E MILANO, ALLA RICERCA DI “ZONE GRIGIE” NON CONTROLLATE … INOLTRE, HANNO “DOSSIERATO” UN IMPRENDITORE ATTIVO NEL SETTORE DEI DRONI MILITARI E AVREBBERO “REPERITO DOCUMENTI NATO TOP-SECRET E FOTO DI OBIETTIVI MILITARI SENSIBILI”, COME LA BASE DI AVIANO
Due richieste di condanna a tre e a due anni, quest’ultima con attenuanti generiche.
Le ha formulate oggi il pm Alessandro Gobbis nel processo con rito abbreviato, davanti alla gup Angela Minerva, a carico dei due imprenditori di 34 e 60 anni che, come emerso un anno fa con la chiusura delle indagini, condotte dal Ros dei carabinieri, si sarebbero messi a disposizione, anche in cambio di criptovalute, per una presunta attività di “spionaggio”
per l’intelligence russa.
I due, secondo le accuse del pool antiterrorismo diretto dal procuratore Marcello Viola e dall’aggiunto Eugenio Fusco, per conto dei russi, con cui erano in contatto su Telegram, avrebbero pure proposto a cooperative di taxi di Milano un “business plan” che prevedeva l’installazione a titolo gratuito di “dash cam”, piccole videocamere da cruscotto. E sarebbero stati interessati alla “mappatura” dei sistemi di videosorveglianza di Milano e Roma, “mostrando particolare” attenzione alle “zone grigie”, ossia a quelle aree cittadine non coperte da telecamere.
Gli imprenditori, titolari di una società immobiliare in Brianza, sono imputati per “corruzione del cittadino da parte dello straniero”, aggravata dalla “finalità di terrorismo ed eversione”. Avrebbero anche progettato “di costituire a Milano, una rete di ‘case sicure’, ossia strutture ricettive per ospitare cittadini russi in transito sul territorio italiano, omettendone la registrazione e tutelandone la privacy”.
L’unico “obiettivo” concreto raggiunto, però, prima dell’autodenuncia del 34enne e delle perquisizioni degli investigatori col sequestro dei dispositivi, sarebbe stato un presunto dossieraggio con pedinamenti su un imprenditore specializzato nel campo dei droni e della sicurezza elettronica e che interessava ai russi.
La sentenza nel processo è prevista per febbraio. Dopo la chiusura di questo filone di indagini, tra l’altro, era stata anche aperta una tranche su un’eventuale ‘rete’ di persone collegate ai due indagati e sull’eventuale presenza di russi in Italia legati ai servizi segreti di Mosca.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “LA PERMANENZA AL GOVERNO È IL SUO SALVAGENTE DA TENERE STRETTO, A COSTO DI SACRIFICARE LE VELLEITÀ DI RILANCIO POLITICO”… LA PRIORITÀ PER L’EX TRUCE DEL PAPEETE È GESTIRE LO SCONTENTO CRESCENTE NEL CARROCCIO
Sentite qui Matteo Salvini, il giorno dopo la riunione del Consiglio supremo di Difesa. Il leader leghista, tra un comizio e l’altro, dice due cose.
La prima: «Quello che il Consiglio di Difesa ha deciso riguarda gli aiuti già decisi». Questa è una inesattezza. Mica si sono riuniti per commentare quanto fatto finora. Ma per ribadire il «pieno sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà» (non a tempo), approfondendo anche il tema delle nuove minacce da guerra ibrida.
La seconda cosa che dice è: «Per il futuro la Lega chiede chiarezza». E questa è una formula buona sempre – qualcuno chiede mai “opacità” e non chiarezza? – e comunque non proprio la minaccia di sfracelli.
Il nostro, ove possibile, accenderà un po’ di fuochi artificio, di qui a quando ci sarà da rivotare il nuovo “decreto aiuti” – non il prossimo pacchetto, che non ha bisogno di un passaggio parlamentare – ma, al dunque, si adeguerà, senza spezzare la corda. La permanenza al governo è il suo salvagente da tenere stretto, a costo di sacrificare le velleità di rilancio politico. In fondo, è quel che accade su tutti i dossier.
Sulla manovra è colui che ha incassato di meno, a parte la mini-rottamazione, buona, come il condono, più per la Campania che per il Nord. Di flat tax neanche l’ombra, la Fornero vive e lotta insieme a noi. A conti fatti Forza Italia è stata più incisiva.
Sull’Autonomia poi, sempre a proposito di Nord, ormai, gioisce per la stipula delle famose “pre-intese”. Ma siamo al gioco delle tre carte. le famose “pre-intese” sono quelle del 2018, e mai ratificate. In mezzo ci ha pensato la Corte a smontare la riforma Calderoli, senza che Salvini abbia battuto ciglio più di tanto. E la ragione, sempre la stessa, è che non ha la forza di imporre
alcunché, ma in questo caso neanche la voglia perché, diciamocelo, come orizzonte politico è diventato un po’ “terrone”.
E infatti si occupa più di Ponte sullo Stretto che di Nord. L’opera non vedrà mai la luce, come da quarant’anni a questa parte. Però è chiaro a cosa serve: a pagare un po’ di stipendi, distribuire incarichi, soddisfare gli appetiti con le nomine. È anche risuscitata la mitica “Stretto di Messina Spa”, vecchia idea di Silvio Berlusconi.
È questo il cuore della sua campagna d’autunno, nell’autunno della sua leadership. Lo scorso anno fu la promessa dell’eldorado per i forestali e la stabilizzazione dei precari calabresi. A proposito di forestali, ieri ci ha pensato il governatore siciliano Renato Schifani a stanziare per i forestali 41 milioni di euro. Evviva, paga Pantalone.
Pensate che la Lega aveva fatto da quelle parti pure l’accordo con la Dc di Totò Cuffaro, prima che lo arrestassero. Ma evidentemente Tangentopoli, che vale per l’Ucraina, non vale per la Sicilia.
E il Nord? Brulica di scontento. Lo si è visto alla convention del movimento di Paolo Grimoldi, l’ex segretario della Lega lombarda espulso per dissenso, presente in ben 56 province.
E menomale che c’è Zaia in Veneto. L’altra sera a Treviso, con cinquecento persone, il candidato Alberto Stefani non si è presentato perché era stanco. E lo stesso a Vicenza, con duecento persone. A entrambe le iniziative c’è andato, appunto, Zaia. Ecco, lui fa il pieno di voti e, per depotenziarlo, Salvini lo vuole candidare a Roma. Avete capito come è messo?
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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Novembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
OLTRE ALLA RIAPERTURA DELLA REGOLARIZZAZIONE DEGLI ILLECITI, VOLUTA DAL GOVERNO BERLUSCONI NEL 2003, FDI VUOLE TORNARE AL CONDONO DEL 1985 PER CHIUDERE UN OCCHIO SU PORTICI, TETTOIE, BALCONI REALIZZATI SENZA AUTORIZZAZIONE
E quattro. Il condono edilizio lievita nella manovra. Le firme sotto al poker di
emendamenti che riattiva vecchie sanatorie e ne introduce di nuove sono di Fratelli d’Italia. Nel pacchetto depositato in commissione Bilancio, al Senato, dove la Finanziaria è partita a rilento, non c’è solo la riapertura della regolarizzazione degli illeciti voluta dal governo Berlusconi nel 2003.
«I quattro emendamenti vanno inseriti nella stessa cornice perché sono tutti strategici per la definizione di posizioni giuridiche troppo instabili», spiega Sergio Rastrelli, il parlamentare di FdI che ha sottoscritto le richieste insieme ad altri colleghi di partito. È lui a dire che c’è «la volontà politica di far confluire questi emendamenti tra quelli prioritari».
Non è escluso un accorpamento, ma l’obiettivo verrà comunque preservato: l’inserimento della sanatoria nella Finanziaria, anche come primo atto di una strategia che punta a insidiare la Lega sul tema della casa.
Intanto le proposte sul condono. Se quella già anticipata in vista del voto in Campania permetterà di sanare, a valle di una legge regionale, sei tipologie di opere abusive, un’altra richiesta si aggancia sempre alla sanatoria adottata 22 anni fa per includere quelle realizzate in assenza o in difformità dal titolo abilitativo edilizio, «ma conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici approvati o adottati al 31 marzo 2003».
Un terzo emendamento va ancora più indietro. Alla sanatoria del 1985 per chiedere di chiudere un occhio su portici, tettoie, balconi, logge, opere di ristrutturazione o realizzate senza il titolo abilitativo edilizio. Tutto abusivo, ma ora tutto sanabile.
A completare il pacchetto è una proposta che obbliga i Comuni a rilasciare i titoli abilitativi edilizi in sanatoria «in esito a procedimenti» già istruiti. Sul tavolo ci sono le pratiche in giacenza a fronte di pagamenti già effettuati da chi ha chiesto di “correggere” l’illecito. Gli emendamenti in questione sono pronti a fare il loro ingresso tra i “segnalati”.
Le 414 proposte selezionate da maggioranza (238) e opposizioni (176) sono attese oggi pomeriggio a Palazzo Madama. In ritardo rispetto alla scadenza fissata inizialmente a ieri sera: gli impegni della campagna elettorale hanno ritardato la scrematura.
(da Repubblica)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
NEL 2018, SU TWITTER, DESCRIVEVA IL CAPO DELLO STATO COME UN “ASPIRANTE DEMONIO”, ANZI “UN ROTTAME”. DI PIÙ: “OLTRE I CONFINI DEL RIDICOLO”. NEL 2022, “L’ESPRESSO” SQUADERNÒ LE SUE PRODEZZE SOCIAL E FAZZOLARI CANCELLÒ IL SUO PROFILO TWITTER
Nè Fdi né tanto meno Palazzo Chigi hanno mai dubitato della lealtà istituzionale del presidente Mattarella con il quale il governo ha sempre interloquito con totale spirito di collaborazione, non da ultimo sugli importanti dossier internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente.
Così il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari interpellato dall’Ansa.
Mattarella «un aspirante demonio», anzi »un rottame». Di più: «Oltre i confini del ridicolo». Sono solo alcuni dei tweet scritti da Giovanbattista Fazzolari e indirizzati al presidente della Repubblica negli anni passati.
Messaggi rivelati da L’Espresso nell’articolo in cui Susanna Turco tratteggiava il profilo del fedelissimo di Giorgia Meloni, da settimane indicato come probabile ministro o sottosegretario
nel governo Meloni e a sorpesa escluso dalle poltrone che contano.
Quei tweet oggi però sono diventati un macigno sulle ambizioni di Fazzolari, una carriera sempre al fianco di Meloni che lo ha incensato come «la persona più giusta e intelligente che abbia mai conosciuto». E forse per intelligenza o per tatticismo, nelle scorse ore Fazzolari ha deciso di cancellare, letteralmente, il suo passato.
Il suo profilo Twitter, così ricco di commenti adatti per l’opposizione ma assai meno per un ruolo istituzionale, risulta infatti cancellato. Dal tweet di lotta a quello di governo il passo è breve: basta un click. Ma i suoi messaggi, salvati per tempo dall’Espresso, rimangono.
(da Dagoreport)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
PERCHE’ BELPIETRO HA DECISO DI DARE SPAZIO E RISALTO A UNA STORIA COSI’ AMBIGUA? L’EX ALLIEVO DI VITTORIO FELTRI È UN PO’ IN DIFFICOLTÀ: LE COPIE VENDUTE DAL SUO GIORNALE CALANO E “LA VERITÀ” STA DIVENTANDO POST-VERITÀ, CON LO SPAZIO CONCESSO A COMPLOTTISTI, NO VAX E PUTINIANI
Si parla sempre di Tele-Meloni, ovvero la Rai guidata dal filosofo di Colle Oppio
Giampaolo Rossi, ma si considera sempre poco l’artiglieria “di carta” che copre il fianco di Giorgia Meloni e del suo Governo.
La presidente del Consiglio può contare sulle simpatie del “Corriere della Sera”, sempre più filo-governativo, sulla benevolenza dei tre quotidiani della famiglia Angelucci, “il Giornale”, “il Tempo”, “Libero”, sull’atteggiamento per nulla ostile del “Foglio” by Cerasa.
Poi c’è “La Verità”. Il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro è stato fondato nel 2016, e si è contraddistinto negli anni per gli scoop di Giacomo Amadori e un taglio “alternativo” al racconto
mainstream, con molto spazio concesso ai negazionisti climatici e alla destra anti-abortista, anti-Lgbtq+ e turbo-cristiana.
Nel 2018, all’alba del Governo giallo-verde, il quotidiano è diventato l’house organ del primo esecutivo Conte, spingendo forte sulla battaglia anti-Mes e sospingendo la “Bestia” di Salvini con crociate anti migranti e di aperta ostilità alle teorie gender.
Tutto è cambiato con la pandemia: “La Verità” si è posizionata su una linea no-vax ai limiti del complottismo. Era un tentativo di andare a colmare un vuoto di mercato. Legittimo, per quanto discutibile. I virus passano, la diffidenza per i giornalisti resta, e così, di anno in anno, le battaglie di Belpietro e compagnia hanno fatto sempre meno presa sul lettorato italiano.
Da successo editoriale (nel 2018 Belpietro ha rilevato “Panorama”, nel 2019 i profittevoli periodici “Confidenze”, “Cucina Moderna”, “Sale & Pepe”, “Starbene” e “TuStyle”, nel 2022 “Donna Moderna” e “CasaFacile”), “La Verità” si è trasformata in una zavorra.
Prova ne è stata la spericolata avventura editoriale del quotidiano economico “Verità&Affari”: fondato ad aprile del 2022, con la direzione di Franco Bechis, cessa le pubblicazioni cartacee dopo qualche mese, per poi chiudere definitivamente anche la versione online nell’aprile 2024.
E così nel 2023 Belpietro, in crisi di copie e di liquidità, ha meditato il colpaccio: vendere tutto il suo gruppo editoriale agli Angelucci. È stato in quel momento che la strada dell’editore-direttore si è incrociata con quella di Giorgia Meloni.
La premier sarebbe infatti intervenuta a bloccare l’affare, non potendosi permettere di avere tutti i quotidiani di centrodestr
nelle mani del deputato leghista Antonio Angelucci.
È in quel frangente che bussa alla porta di Belpietro Federico Vecchioni, buon amico di Francesco Lollobrigida e ad della ricca società “Bonifiche ferraresi”, holding molto attiva nella filiera agro-industriale italiana che vale più di 1 miliardo di euro. A novembre del 2023, Vecchioni acquisisce una quota del 25% circa della Società Editrice Italiana (SEI), editrice di “La Verità” e “Panorama”, sborsando 2,5 milioni di euro.
Contestualmente, iniziano a fioccare le inserzioni delle aziende partecipate dallo Stato di sulla “Verità”: appaiono regolarmente sul quotidiano paginate di Eni, Poste, Enel, Trenitalia, Gruppo Fs, Terna, oltre a Cassa depositi e prestiti, ministero dell’Agricoltura e altre, condite da articoli molto benevoli.
Come scriveva Alessio Mannino su “MowMag”, il 6 novembre 2023, “Lollobrigida, cognato della premier Giorgia Meloni, avrà senz’altro brindato al nuovo ruolo editoriale di Vecchioni. Il trait d’union fra l’industriale e il governo, infatti, è lui.
Secondo Repubblica, anche la Meloni si sfregherebbe le mani perché non gradirebbe dover avere a che fare con un solo interlocutore sulla piazza mediatica: meglio che Belpietro si sia messo in sicurezza imbarcando un Vecchioni, che va d’amore e d’accordo con il cognato Lollo, che finire nell’abbraccio ecumenico, troppo ecumenico degli Angelucci”.
Il favore del Governo Meloni non ha però aiutato “La Verità” a risalire nella classifica di copie vendute.
Secondo i dati Ads, nel settembre 2024 il quotidiano vendeva in edicola 19.919 copie e la diffusione totale (cartacea + digitale) era di 26.570 copie.
Un anno dopo, nel settembre 2025, “La Verità” è scesa in edicola a 16.983 copie (–14,74% per cento) e la diffusione totale (cartacea + digitale) è calata a 22.893 copie (–13,84 per cento).
Se si considerano i dati dall’ingresso di Vecchioni (settembre 2023), “La Verità” è passata da 31.556 copie totali a 22.893 (–27,45% per cento).
Che c’azzecca questo con il Garofani-gate? Certamente non è con l’ipotesi di un maxi-complotto ordito da Sergio Mattarella (il leader più amato dagli italiani) che si vendono più copie. Anzi.
Ma di sicuro, creare un po’ di caciara, non puo’ che far bene a un quotidiano finito fuori mazzetta nelle rassegne stampa di tutta Italia.
D’altronde la prima dichiarazione di Galeazzo Bignami è stata battuta dall’ANSA alle 12.46, nonostante “La Verità” fosse in edicola all’alba con lo “scoop” di Belpietro sparato in apertura a caratteri cubitali.
Della serie: non se ne sono accorti neanche i fratellini d’Italia, che probabilmente non hanno il quotiidano di Belpietro nella loro “dieta” editoriale.
Inoltre, il Garofani-gate fornisce un assist alla solita lagna vittimista di Giorgia Meloni e camerati. Forse anche per fare questo favore al Governo, “La Verità” è stato l’unico giornale ad andare dietro alla storia del presunto discorso anti-Meloni di Garofani al ristorante.
Come ha raccontato perfidamente “il Giornale” di Alessandro Sallusti (anche lui, come Belpietro, allievo di Vittorio Feltri), infatti, le “indiscrezioni” sulle frasi del consigliere di Mattarella erano a disposizione di molti altri cronisti che avevano ricevuto una mail con la segnalazione da parte di un certo “Mario Rossi”.
Gil altri quotidiano però non hanno ritenuto affidabile la
vicenda. “La Verità”, invece, non si è fatta sfuggire l’occasione, troppo ghiotta, per indispettire Mattarella, già nel mirino del quotidiano da anni, e si è buttata a pesce sulla “notizia”.
Il condirettore della “Verità”, Massimo De Manzoni, ha affermato che, di quel colloquio, “è possibile che ci sia una registrazione”, e poi ha risposto acidamente ai colleghi del “Giornale”: “Si assumono la responsabilità di quel che scrivono ma certo mi sembra un po’ strana questa cosa. Lo scrive solo ‘il Giornale’ e temo che ci sia un po’ di invidia dietro…”
Peccato che non sia solo “il Giornale” a scrivere della mail di “Mario Rossi”. Anche Francesco Malfetano sul sito della “Stampa” racconta:
“L’articolo pubblicato da La Verità martedì mattina è stato inviato per e-mail a diversi giornali da stefanomarini@usa.com.
All’interno l’articolo a firma Mario Rossi con le esatte notizie riportate dal quotidiano di Maurizio Belpietro, in una forma quasi identica al testo ‘originario’ che accusa il consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani, e con tanto di titolo altisonante: “Quirinale, quel cocktail che svela il gioco del Colle: così il Quirinale guarda al dopo-Meloni: ‘Serve una grande lista civica nazionale’”.
Segue mail completa, praticamente identica all’articolo su “la Verità” firmato con il nom de plume di Ignazio Mangrano.
La mail dell’anonimo “Mario Rossi” deve essere stata ritenuta molto affidabile per essere pubblicata quasi per intero: era corredata da un audio, Belpietro sa qualcosa che noi non sappiamo o c’è qualche passaggio che ci sfugge? Ah, saperlo…
(da Dagoreport)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA LINEA PRO-KIEV DI GIORGIA MELONI SI E’ AFFIEVOLITA DA TEMPO E SALVINI E’ IL SOLITO “FIGLIO DI PUTIN” CHE SI OPPONE A OGNI SOSTEGNO A ZELENSKY… NON SOLO: MATTARELLA, ORMAI DA ANNI, INFIOCINA I SOVRANISMI DI MEZZO MONDO, HA PIU’ VOLTE CRITICATO TRUMP, PUTIN, ORBAN, NETANYAHU E AFD (GUARDA CASO TUTTI AMICI DI MELONI E SALVINI) – SE L’AUDIO DI GAROFANI ESISTE, E CERTIFICA UN “COMPLOTTO” E NON UN SEMPLICE RAGIONAMENTO POLITICO, PERCHÉ BELPIETRO NON LO PUBBLICA?
Per capire meglio il Garofani-gate, bisogna fare attenzione anche alle coincidenze temporali.
Non è passato inosservato che la doppietta di articoli della “Verità” sul “Piano del Quirinale per fermare la Meloni” sia arrivata il giorno successivo alla riunione del Consiglio supremo di Difesa, lunedì pomeriggio
Un vertice che si è concluso con una “vittoria” della linea Crosetto-Mattarella sull’Ucraina e sull’ancoraggio europeo pro Kiev dell’Italia.
Il comunicato finale non lascia spazio a fraintendimenti: “Il Consiglio ha confermato il pieno sostegno italiano all’Ucraina nella difesa della sua libertà.
In questo senso si inquadra il dodicesimo decreto di aiuti militari. Fondamentale rimane la partecipazione alle iniziative dell’Unione Europea e della NATO di sostegno a Kiev e il lavoro per la futura ricostruzione del Paese”.
Mattarella ha sempre parlato chiaro sull’invasione russa dell’Ucraina, ma negli ultimi tempi ha alzato l’asticella, con dichiarazioni durissime contro chi vuole disgregare l’Unione europea (Trump, Putin) e, in particolare, contro i sovranismi d’ogni latitudine e grado (Trump, Orban, Afd in Germania).
Domenica, Sergione ha tenuto un discorso potente contro i “troppi dottor Stranamore” che si affacciano all’orizzonte, con riferimenti non troppo velati a Putin e Netanyahu: “Chi colpisce i civili non può restare impunito, nessuna circostanza eccezionale può giustificare l’ingiustificabile: i bombardamenti nelle aree abitate, l’uso cinico della fame contro le popolazioni, la violenza sessuale”.
Trump, Putin, Orban, Netanyahu: tenete a mente questi nomi. A vario titolo, sono tutti “amici” di Salvini e Meloni.
Mattarella, nei suoi molti discorsi pubblici, mette sempre l’accento sull’importanza della posizione atlantista e filo-europea dell’Italia, ponendosi come contraltare a quelle forze che puntano a destabilizzare o distruggere il tradizionale collocamente euro-atlantico del Paese. E di chi si sta parlando
C’è Trump, che sogna di rompere l’unità europea per tenere al guinzaglio il Vecchio continente e farlo restare nell’orbita statunitense.
Segue Putin, che vuole spaccare il vecchio continente per riconquistare il “Russkij mir”, il “mondo russo”, ovvero tutti quei territori ex sovietici che considera il suo “cortile di casa”.
Domenica, in un memorabile discorso al Bundestag tedesco, Mattarella ha sferzato anche le svastichelle di Afd, alleate della Lega all’Europarlamento nel gruppo dei Patrioti: “Non lasciamo che il sogno europeo venga lacerato da epigoni di tempi bui. Di tempi che hanno lasciato dolore, miseria, desolazione”.
È sufficiente unire i puntini per capire la frustrazione della maggioranza di destra di fronte alle stoccate continue del Capo dello Stato: i suoi bersagli sono i migliori amici del governo Meloni.
Trump è l’alleato numero uno di Giorgia , che si vanta della sua “special relationship” con il tycoon, Putin è il punto di riferimento fortissimo di Matteo Salvini, che strepita ogni giorno contro l’Ucraina e invoca lo stop agli aiuti militari a Kiev.
Gli stessi post-nazisti di Afd sono alleati del Carroccio in Europa nel gruppo “Patrioti” di cui fa parte anche il partito Fidesz, fondato da Viktor Orban, altro amicone dei sovranisti cacio e pepe e nemico interno numero uno di Bruxelles.
Insomma, Mattarella spesso e volentieri attacca i “compagni di merende” di Fratelli d’Italia e Lega. E’ facile comprendere la stizza della Sora Giorgia e di Salvini davanti a queste prese di posizione del Colle.
Come direbbe il Marchese del Grillo, parlando al falegname Aronne Piperno: “Posso esse un po’ incazzato pe’ ‘sta storia
Senza voler credere all’esistenza di una regia politica dietro agli articoli della “Verità”, sono legittime le domande che pone Annalisa Cuzzocrea oggi su “Repubblica”: “Da che parte sta la premier? È una domanda ormai consueta: Meloni sta con l’Ucraina fino in fondo o è pronta a cedere alla visione identica di Salvini e Orbán? Sta con l’Unione europea o con chi — come Trump — vuole distruggerla?
Crede nello Stato di diritto che si fonda sulla divisione dei poteri e quindi sulla necessità di rispettare i contropoteri, o vuole disfarsi del giudizio del Colle come di quello della magistratura quando non le dà ragione?”.
“Non sono domande retoriche. Meriterebbero risposte – prosegue Cuzzocrea – La premier avrebbe potuto darle ieri nel comizio di Padova, ma ha continuato a magnificare un partito coeso e un Paese in ripresa che non c’è. Lasciando ancora una volta i fatti fuori dal suo racconto.”
C’è poi un altro fattore da tenere in considerazione, e riguarda l’esistenza del presunto audio del colloquio, al ristorante, di Francesco Saverio Garofani. Il quotidiano di Belpietro ha titolato l’articolo a riguardo “Il piano del Colle per fermare Meloni”. Parole forti.
Perché “La Verità” non taglia la testa al toro e pubblica l’audio, così da dimostrare quale sia questo famigerato “piano”? Perché non mettere un pietrone sopra la questione, smascherando il “complotto”, e costringere così alle dimissioni il consigliere del Colle? Maurizio Belpietro è un vecchio volpone del giornalismo: se ha in mano una registrazione bomba come questa, come mai la tiene nel cassetto
Delle due l’una: o la registrazione non c’è (ma il condirettore del quotidiano, Massimo De Manzoni, ha detto che “è possibile che esista” un file, e lo stesso Garofani ha confermato grosso modo il contenuto, evidentemente temendo di essere sputtanato), o l’audio non corrisponde per niente alla tesi del quotidiano.
Se la frase “serve un provvidenziale scossone” fosse consequenziale al ragionamento sullo stato comatoso del centrosinistra, di cui Garofani è stato un esponente di primo piano fino al 2018, e dunque non collegato a Giorgia Meloni e al suo governo, non ci sarebbe né un “piano” anti-governo né un complotto.
E dunque per Belpietro & company, che hanno montato la panna, sarebbe una figura barbina.
Inoltre, dettaglio affatto secondario in tempi di Paragon, spyware e spionaggio vario, c’è da chiedersi quale sia l’origine di questo famigerato audio.
Garofani ha parlato di una “chiacchierata in libertà tra amici”. Si trovava in un ristorante, dunque in un contesto pubblico, ed è lì che si sarebbe lasciato andare a considerazioni politiche sul centrosinistra, sul Pd, invocando un ruolo più incisivo di Romano Prodi, su una futuribile “lista civica di centro”, gudata da Ernesto Maria Ruffini.
Ora, se la situazione era “intima”, con una manciata di persone selezionate al tavolo, chi ha registrato il discorso di Garofani? Uno dei suoi amici? Qualcuno l’ha “tradito”, per sputtanarlo
Secondo Massimo De Manzoni, a tavola c’erano anche degli “sportivi professionisti”, ma perché avrebbero dovuto mettere in difficoltà il segretario del Consiglio supremo di difesa? Che c’azzecca uno sportivo con le trame politiche di Palazzo?
Il caso si ingarbuglia ancora di più se a registrare non fosse stato un commensale di Garofani. E allora chi? Difficile pensare che a farlo sia stato un privato cittadino che, tra un antipasto e un primo, si mette a orecchiare le parole in libertà di Garofani, che aveva, prima dello scandalo, un volto poco riconoscibile, sconosciuto ai più. Un caso dunque diverso dalla prof che riprese Matteo Renzi all’autogrill di Fiano Romano con Marco Mancini. Renzi era un ex premier, famoso e ancora esposto pubblicamente.
E se anche un cittadino qualunque avesse riconosciuto Garofani, perché avrebbe dovuto prendere il telefono e registrare il suo discorso?
Le domande si moltiplicano, come i dubbi. Garofani era “attenzionato” da qualcuno? I molti scandali legati allo spionaggio (dai dossierini di Equalize e Squadra Fiore ai giornalisti intercettati con Paragon) ci hanno insegnato che, in questo disgraziato Paese, non bisogna dare nulla per scontato.E qui si torna alle coincidenze temporali: chi avrebbe interesse a colpire Garofani e dunque il Quirinale, all’indomani della riunione del Consiglio supremo di Difesa in cui è stato ribadito il “pieno sostegno all’Ucraina”? Chi gode nel depotenziare il Quirinale così pervicacemente anti-Trump, anti-Putin, anti-Orban e anti-Afd?
(da Dagoreport)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
“DOPO 3 ANNI L’ECONOMIA E’ FERMA MA LEI PUR DI NON PARLARE DEI FATTI VERI, CAMBIA DISCORSO, UN COMPLOTTO AL GIORNO TOGLIE LA POLITICA DI TORNO”… POI FULMINA LA DUCETTA SUL “GIGANTESCO PROBLEMA DELLA SICUREZZA. E’ UNA VERGOGNA CHE MELONI E SALVINI VIVANO NEL MAGICO MONDO DEGLI SLOGAN. ABBIAMO BISOGNO DI PIÙ FORZE DELL’ORDINE PER LE STRADE”
“Giorgia Meloni vuole andare al Quirinale? Ogni giorno apre un conflitto per questo.
La polemica per interposto capogruppo da un lato dimostra che lei vuole quel palazzo lì, non si accontenta e fa i suoi conti” ma già oggi “lei avrebbe i numeri per andarci per le divisioni” dall’altra parte e quindi “abbiamo una responsabilità in più da parte nostra, evitare che il Colle più alto finisca nelle sue mani”.
Lo ha detto il leader di Italia Viva Matteo Renzi in conferenza stampa a Mestre (Venezia) con il candidato presidente del Veneto del centrosinistra Giovanni Manildo.
Il secondo motivo, per l’ex premier, è che “lo fa per cambiare discorso, un complotto al giorno toglie la politica di torno”. Meloni “si è buttata a pesce su questo complotto” per non parlare ad esempio dello “studente della Bocconi di 22 anni accoltellato a Milano a corso Como, non in una banlieue” o per non parlare della situazione economica, anche se “dopo tre anni nessuno chiede conto del fatto che l’economia è ferma”. “Non c’è niente di sostanziale ma pur di non parlare dei fatti veri si sono inventati un complotto”.
(da agenzie)
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