Giugno 25th, 2011 Riccardo Fucile
“DAI, LECCAMI IL GELATO SULLA SPALLA” : UN ESTRATTO DEL VOLUME DI LYNDA DEMATTEO…UN PATETICO SPACCATO DI PERSONALITA’ FRUSTRATE
I leghisti cercano di fare della volgarità — per essenza un antivalore — un valore vero e
proprio.
In realtà , questa ribellione linguistica è falsa poichè, quando ergono a simboli identitari le parolacce in bergamasco, i militanti non fanno che convalidare gli stereotipi che denunciano altrove.
Esprimendo collera, indignazione, disprezzo e rimandando al corpo e alle sue funzioni più “basse”, le parolacce degradano chi le pronuncia ancor più del bersaglio cui sono indirizzate.
Attraverso un “paradossale raddoppiamento”, che è uno degli effetti del dominio simbolico, riaffermano a loro spese la gerarchia che struttura socialmente il linguaggio.
È davvero indicativo che Daniele Belotti saluti i suoi interlocutori con “ù figù”. La “figa” è il non valore, il simbolo che racchiude ogni tipo di debolezza, passività , alienazione.
È di fronte alla “figa” che il soggetto proclama una volontà di potenza alienata e contestata in ogni ambito . (…)
Dialetto e volgarità sono strettamente legati e svolgono una funzione similare negli scambi interpersonali.
La conoscenza che i più giovani hanno del dialetto è spesso limitata a questo registro.
Le conversazioni licenziose sono un aspetto della socialità leghista. Battute volgari e razziste sono spesso legate; in genere il femminile rappresenta l’alterità .
Ciò che osservavo quotidianamente negli uffici contraddiceva spesso le dichiarazioni registrate durante le interviste.
Gli attivisti condannano questa realtà per potersene distaccare.
Enzo Galizzi sostiene di non sopportare la volgarità , ma non disdegna di raccontare storie grevi.
Questa malafede, peraltro, compromette la validità empirica delle interviste realizzate in un contesto simile e finalizzate a un’inchiesta.
“Pazzo”, “imbecille”, “maschilista”, “estremista” sono sempre termini riferiti ad altri.
Fin dal primo giorno ho dovuto adeguarmi a questa dimensione della socialità leghista, abbandonando ogni pretesa di rispetto.
Mi è stato fatto comprendere in modo abbastanza brutale.
La rappresentante del Sin Pa (Sindacato padano), in effetti, mi ha detto che tutte le ragazze della Lega desemplificano il gesto sedendosi sulle gambe di Daniele Belotti e, con una risata, mi ha incoraggiato a fare altrettanto.
Sono stata più volte oggetto di battute a carattere sessuale.
Una delle attiviste della Lega ha parlato delle donne straniere, chiamandole “i culi” — davanti a me parlava di “culi francesi”.
Questi “scherzi” sembravano far ridere tutto il personale presente, donne e uomini, e “ridimensionavano” la mia presenza.
Daniele Belotti mi chiamava “dottoressa” con ironia e, come chiunque altro, sono stata bersaglio dei suoi scherzi.
Qualche volta ha provato a darmi a bere fatti incredibili che voleva che riportassi nella mia tesi di dottorato.
Un pomeriggio l’ho trovato in ufficio mentre mangiava un vasetto di Nutella con un cucchiaino, appena mi ha visto mi ha detto: “Non mi daresti una tetta per mangiarci sopra la Nutella?”, provocando l’ilarità degli attivisti che mi seguivano.
Un altro giorno invece l’ho visto mangiare un gelato dalla spalla di Carolina, che si prestava allo scherzo. (…)
I leghisti si compiacciono nel ruolo da supermaschio un po’ caricaturale. Questo aspetto dell’iconografia di partito è oggetto di continue battute. Daniele Belotti afferma che nei primi anni novanta, “come in ogni movimento rivoluzionario” (sic), nel movimento leghista c’è stata una fase di “promiscuità sessuale”.
A Milano, quando siamo andati insieme alla sede di via Bellerio, si poneva come l’angelo custode della “sua” antropologa: “Urla se qualcuno ci prova, a meno che non si tratti del capo!”.
Lynda Dematteo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 25th, 2011 Riccardo Fucile
OGNI VOLTA CHE VENGONO FUORI INTERCETTAZIONI IMBARAZZANTI PER IL GOVERNO, SCATTA LA VOGLIA DI CENSURA ….ANCHE A SINISTRA NON MANCANO I FAUTORI DI LEGGI BAVAGLIO
“I buoi sono scappati dalla stalla, serve una legge sulle intercettazioni prima della pausa estiva”. “Si approvi finalmente il ddl”. “Ci muoveremo nella stessa direzione dello scorso anno”.
Dichiarazioni rilasciate nell’ordine, dal ministro degli Esteri Franco Frattini, dall’avvocato-deputato Pdl Maurizio Paniz e dal ministro della Giustizia Angelino Alfano.
Mentre il premier Silvio Berlusconi rincara la dose: “C’e’ la possibilità che si riprenda dal testo Mastella” del 2007.
Insomma, a meno di un anno dal naufragio della cosiddetta “legge Bavaglio” (il ddl Intercettazioni che nel giugno del 2010 passò al Senato per poi essere di fatto stoppato alla Camera), il Popolo della libertà torna alla carica.
Lo scandalo P4, che si sviluppa ancora una volta attorno a colloqui intercettati tra diversi esponenti del governo e buona parte dei manager dei grandi gruppi economici, attraverso la mediazione del lobbista Luigi Bisignani, sta svelando trame che, dal punto di vista degli esponenti della maggioranza, devono restare segrete.
O quantomeno non essere raccontate sui giornali.
“Non intendiamo fare un decreto legge nè orientare la prua in una direzione diversa da quella del ddl che il 29 luglio scorso era stato discusso alla Camera”.
Il Guardasigilli Alfano non ha dubbi, dimenticando la durissima opposizione — nel Palazzo ma soprattutto nelle piazze — che lo scorso anno portò il ddl ad arenarsi a Montecitorio, contribuendo non poco ad acuire la tensione tra Berlusconi e Fini.
Ancora ieri il presidente della Camera ha detto che non ci sono i requisiti di necessità e urgenza per procedere per decreto.
Ma non sono solo i numeri dei finiani a mancare in un ipotetico computo dei voti in Parlamento.
A pesare, in questa offensiva dei colonnelli di Berlusconi, è il silenzio della Lega.
Il partito di Bossi, finora, non è stato toccato dall’inchiesta. Nè si ha notizia di esponenti padani coinvolti nei verbali sulla P4.
Inoltre, in questi giorni, il partito appare più che mai diviso tra il leader storico e il ministro dell’Interno Roberto Maroni, al quale ieri proprio il Senatùr ha dedicato frasi polemiche: “E’ scontento per la conferma di Reguzzoni capogruppo? Peggio per lui”.
Insomma, la Lega è concentrata su altro e, all’indomani di Pontida, sembra comunque poco disposta a concedere nuove deleghe in bianco alle manovre del premier.
Forse anche per questa ragione il ministro degli Esteri Frattini auspica l’appoggio dell’opposizione: “Credo che ci voglia una buona legge, e sarebbe un bell’esempio per il Parlamento che maggioranza e opposizione la concordassero in tempi rapidi visto che c’è una proposta della sinistra depositata, ma non approvata, che ha elementi molto buoni”.
Del resto ieri era stato il suo predecessore, Massimo D’Alema, a dichiarare che in questi giorni “leggiamo una valanga di intercettazioni che nulla hanno a che vedere con vicende penali e sgradevolmente riferiscono vicende private delle persone”.
Che l’idea del Bavaglio sia bipartisan è dimostrato anche dal voto, nel 2007, sotto il governo di centrosinistra, di un provvedimento analogo a quello di cui si discute oggi.
Allora votarono tutti a favore, con 7 astenuti.
Il Guardasigilli ha espresso più o meno lo stesso concetto di D’Alema, ad eccezione dei tempi per una nuova legge.
Dopo avere definito quelle predisposte nell’ambito dell’inchiesta sulla P4 “irrilevanti e costose”, il ministro rincara la dose: ”Oltre che a essere sbagliato moralmente è anche un reato da perseguire la pubblicazione delle intercettazioni penalmente irrilevanti”.
Tuttavia, secondo Alfano, “nessuno si fa carico di riparare al torto” mentre anche questo è un “reato da perseguire in base al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale”.
Ed ecco la benedizione del super-avvocato Paniz (capogruppo Pdl della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera) al suo nuovo coordinatore di partito: “Ancora una volta il ministro Alfano detta la linea in maniera efficace a onta di quei detrattori che continuano a pensare e dire che lavora al ministero solo part-time. Si approvi finalmente il ddl sulle intercettazioni”.
Un’offensiva respinta al mittente dal senatore Pd Vincenzo Vita: “E’ angosciante assistere a un’altra puntata del teatro dell’assurdo. Ogni qualvolta viene fuori la trascrizione di intercettazioni imbarazzanti per il governo e le sue zone periferiche, scatta la voglia forcaiola di censura. E’ un fenomeno che si colloca tra la psicologia e la politica, tipico di un regime agli ultimi colpi”.
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Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
FILIPPO ROSSI: “OLTRE I VECCHI SCHEMI DI DESTRA E SINISTRA PER IL RECUPERO DI VALORI CONDIVISI E L’AFFERMAZIONE DELLA FORZA DELLA VERITA”… FABIO GRANATA: “A LUGLIO LA COMMISSIONE ANTIMAFIA IN AUDIZIONE A GENOVA: IL CRIMINE ORGANIZZATO E’ ENTRATO NEGLI AFFARI LEGALI, GENOVA SECONDA SOLO A MILANO”
Posti a sedere tutti occupati, i ritardatari abbarbicati sulle scale o in piedi per due ore ad assistere ieri a Genova, nella splendida cornice di Palazzo Ducale e nella prestigiosa sala della Società di Conversazioni e Letture Scientiche, alla presentazione del periodico di area finiana “Il Futurista”.
Era parecchio tempo che in città un evento culturale di area di destra non suscitava tale interesse anche da parte dei media: il Tg Rai e le principali testate cittadine hanno intervistato il direttore del settimanale, Filippo Rossi, e l’on. Fabio Granata di Futuro e Libertà , in qualità anche di vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia.
Con qualche annotazione di merito: due donne a presentare l’evento (la coordinatrice prov. di Fli, Rosella Olivari, e la responsabile giovanile di Generazione Futuro, Paola Del Giudice), 150 persone inchiodate per due ore in sala senza battere ciglio, una frequente interazione tra oratori e pubblico, con rapide domande e risposte, una predominanza di giovani tra i presenti.
Si respirava area diversa insomma da quella “becerodestra” che governa il Paese, anche nel taglio degli interventi.
Filippo Rossi ha ripercorso la storia de “Il futurista”, settimanale di politica, cultura e società , con il suo stile molto coinvolgente, semplice e narrativo, ribadendo quanto in Italia si senta la necessità vitale di una informazione indipendente di fronte allo strapotere delle lobbies editoriali. Rossi ha sottolineato che la recente vittoria dei Sì ai referendum e il raggiungimento del quorum hanno dimostrato l’importanza della “rete”, capace di mobilitarsi e battere chi detiene il monopolio dei media nel nostro Paese.
Non a caso la versione web del periodico ha avuto un grande riscontro di visite di internauti, coinvolti nel progetto di una informazione che superi i vecchi schemi di destra e sinistra intervenendo nel dibattito politico con la sola, dirompente forza delle ricerca della verità .
L’intervento “politico” di Fabio Granata è stato incentrato su due aspetti.
Il deputato di Fli ha prima illustrato le vicende che hanno portato alla separazione di Fini da Berlsconi, precisando che alla base della sua scelta c’è stata la scelta di campo della difesa della legalità : “La nostra destra non può che fare riferimento al sacrificio di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta: sono loro i nostri eroi, non certo Mangano, lo stalliere di Arcore”. 
Fabio Granata ha poi denunciato il clima di corruzione che ha generato il clima di compravendita di voti nel nostro Parlamento, fino al degrado delle istitituzioni che vanno invece difese, insieme ai diritti civili e al concetto di unità nazionale.
Il deputato futurista ha poi rimarcato il problema delle infiltrazioni della criminalità organizzata al Nord, un’emergenza che vede Genova e la Liguria seconde solo alla Lombardia nella triste classifica della malpianta mafiosa e ha annunciato che a fine luglio la Commissione antimafia si riunirà proprio a Genova per dare un segnale al contempo di allarme e di attenzione.
“La criminalità organizzata è entrata nell’economia locale – ha rivelato Granata – tenta di condizionarne il funzionamento e trarne vantaggio” .
Una stoccata finale Granata la riserva al Pdl imperiese, dopo lo scioglimento del comune di Bordighera per infiltrazione mafiose: “Il Pdl sostiene che la questione andrebbe ridimensionata? Anche a Milano c’era un prefetto che sosteneva che la mafia non esiste: Si è visto come è finita”.
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Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO DEL CARROCCIO MASSIMO POLLEDRI, DI PROFESSIONE NEUROPSICHIATRA, PRONUNCIA UNA FRASE OSCENA IN TV DURANTE UN CONFRONTO POLITICO…E’ LO STESSO CHE AVEVA DEFINITO LA PARLAMENTARE DISABILE ARGENTIN “HANDICAPPATA DEL CAZZO”
“Agorà “, Rai3, puntata di giovedì 23.
In studio, tra gli altri, il deputato leghista Massimo Polledri, neuropsichiatra di 50 anni di Piacenza, e la giovane collega del Pd, Pina Picierno.
Che argomenta: «La Lega a Pontida lancia segnali di celodurismo, ma poi arriva e Roma e si cala le braghe».
Polledri, già assurto alle cronache per aver dato alla deputata Ileanda Argentin «dell’handicappata del c..zo», replica a mezza bocca: «Se ci caliamo le braghe noi, può esserci una bella sorpresa per te».
La Picierno lì per lì non sente, ma in studio tutti se ne accorgono, a cominciare dal conduttore Andrea Vianello che pretende le scuse immediate, pronunciate anche queste a mezza bocca.
«Non ho capito cosa ha detto – spiega la deputata originaria di Teano, in provincia di Caserta – ma mi sono incuriosita perchè in studio hanno cominciato ad agitarsi. Ho chiesto agli altri. E tutti: lascia perdere, lascia perdere. Pensavo fosse una stupidaggine, invece poi ho visto la registrazione».
E che ne pensa? «Che questo signore non è una persona civile».
Scoppia l’inevitabile rodeo di reazioni indignate, si fanno sentire le deputate del Pd, persino qualche parlamentare del Pdl.
Le donne della Lega invece sono solidali col collega maschio, evidentemente avvezze a interloquire con puttanieri e calabraghe.
Si legge in un comunicato firmato da Erica Rivolta ed Emanuela Munerato del Carroccio: “Chi realmente si dovrebbe vergognare e chiedere scusa per un tale comportamento sono quelli che creano il mostro da mettere alla gogna per farsi pubblicità “.
Le donne che frequentano via Bellerio, come racconta Lynda Dematteo in un suo libro, “L’idiota in politica”, sono abituate a farsi leccare il gelato sulla spalla o a sentirsi proporre “non mi daresti una tetta per mangiarci sopra la Nutella?”.
Che importanza volete che abbia per loro una volgarità in più o in meno, quando essa è istituzionalizzata nella loro prassi politica del partito?
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Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
NAPOLI AL COLLASSO, SOS IGIENE, PER NAPOLITANO SIAMO DI FRONTE A UNA “EMERGENZA ACUTA E ALLARMANTE”…SCORTA ARMATA AI MEZZI DELL’AZIENDA RIFIUTI, GUASTO AL TERMOVALORIZZATORE DI ACERRA
A Napoli la situazione è grave, l’emergenza è “acuta e allarmante”, l’intervento del governo è
“indispensabile”.
Il presidente Napolitano raccoglie e rilancia l’allarme del sindaco Luigi De Magistris, che poco prima aveva dichiarato: la situazione igienico-sanitaria “è grave”, c’è ormai “un rischio concreto per la salute dei cittadini”.
De Magistris in una conferenza stampa ha anche duramente attaccato Berlusconi: “Non ha fatto nulla per Napoli e per l’emergenza rifiuti, perchè se ne frega: altrimenti in queste ore avrebbe adottato altri provvedimenti”.
“Bisogna partire subito – ha aggiunto il primo cittadino – Le isole ecologiche devono essere immediatamente attive, non si può aspettare settembre”.
Fra le altre emergenze, “Il termovalorizzatore di Acerra è bloccato per un guasto”, ha fatto anche sapere il primo cittadino, “da ieri sera non funziona più”.
“Il Comune di Napoli ha individuato tre siti di trasferenza in città “, ha poi annunciato. In questo modo “non dovremmo più dipendere da nessuno”.
Il primo cittadino non ha voluto però svelare quali siano questi siti, “per motivi di riservatezza”. Ma è filtrato che oltre all”Ex Icm del quartiere Ponticelli già in uso, i luoghi individuati sarebbero i capannoni dismessi di Gianturco e l’ex mercato dei fiori di San Pietro a Patierno.
Sul secondo sito la Provincia avrebbe dato l’ok.
De Magistris ha anche promesso un “impegno straordinario” della polizia municipale sul fronte della repressione dei roghi, “che rappresentano un pericolo per la salute pubblica”, e contro “chi rovescia per strada i cumuli. In tal senso – ha detto – arriverà un’ordinanza tra poche ore”.
I mezzi Asia avranno scorta armata delle forze dell’ordine. Il sindaco non ha voluto svelare altri dettagli del piano anti- rifiuti.
“Non è opportuno in questa fase rendere conto di tutti i passi che stiamo compiendo”.
“No allo stato di emergenza”, ha infine chiarito il primo cittadino. “Stiamo cercando di agire nell’ambito dei poteri ordinari. Noi facciamo quello che il Comune può fare”.
“Sappiamo che i cittadini sono stremati dalla situazione – ha concluso – ma chiediamo un ulteriore sforzo per fare attenzione ai rifiuti che gettano via e all’uso della differenziata. Cercheremo di rimpinguare le casse dell’Asìa alla quale stiamo chiedendo in queste ore uno sforzo straordinario”.
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Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
NEL PARTITO C’E’ CHI AMMETTE: “SE UMBERTO STA CON I PRETORIANI DIVENTA UN PROBLEMA”…MARONI: “VOGLIO PIU’ DEMOCRAZIA”
Tre parole che rischiano di mettere in discussione un lunghissimo sodalizio politico.
Quello tra Bossi e Maroni.
Il ministro dell’Interno reduce dal successo personale di Pontida ha mostrato una forte insoddisfazione per la riconferma di Marco Reguzzoni alla guida del gruppo di Montecitorio.
E il Senatùr gli risponde con un’alzata di spalle: «Peggio per lui».
Del resto, aggiunge, «è la base che tiene sotto controllo la situazione della Lega, non Maroni». Poi torna sulla riunione dell’altra sera, quella dove Reguzzoni è passato perchè così voleva Bossi, pur avendo contro la stragrande maggioranza del gruppo: «è andata benissimo, non ci sono liti dove ci sono io».
Già . Basta lui (con buona pace della rissa sfiorata tra esponenti delle due fazioni).
Così è sempre stato, eppure così comincia a non essere più.
Perchè dopo quell’investitura avvenuta con tocco regale, e soprattutto dopo la violenta sconfessione di ieri («Peggio per lui»), nella Lega sembrerebbe farsi strada qualcosa di nuovo. La fine del monolitismo attorno a Bossi, la fine di quel “partito leninista”di cui ha sempre parlato con orgoglio lo stesso Maroni.
La novità prova a raccontarla così un colonnello di osservanza maroniana: «Finora Umberto ha sempre vestito i panni del padre nobile, se tra noi si litigava lui faceva da paciere; adesso si è schierato dalla parte di pochi pretoriani che lo circuiscono, e questo costituisce un grosso problema».
Bossi come «problema». Un inedito assoluto.
I «pretoriani», va da sè, sono quelli del Cerchio magico, di cui fanno parte tra gli altri Reguzzoni e Rosy Mauro.
E per spiegare la natura del rapporto che intercorre tra il Capo e questo gruppo ristretto di fedelissimi, gli amici del ministro fanno filtrare una notizia: da un anno la Mauro ha preso casa a Gemonio, «così passa tutti i fine settimana con Bossi e può controllarlo ancora di più».
Clima velenoso, clima da resa dei conti.
Con Maroni deciso a proseguire nel ruolo di contraltare politico nei confronti dei cerchisti.
E – come ha confidato nelle ultime ore a chi gli sta vicino–a proporsi come «punto di riferimento dei tantissimi militanti che me lo stanno chiedendo».
Militanti «rinfrancati» dal suo protagonismo politico come leader di partito.
Ma la prudenza è d’obbligo.
Se tra i suoi ora c’è chi parla apertamente di «andare alla conta» con la richiesta di celebrare in autunno i congressi regionali, lui preferisce evitare «i gesti eclatanti».
Perchè pensa che la migliore risposta agli avversari sia «l’esercizio della democrazia interna alla Lega».
La replica all’attacco di Bossi è soft: il ministro fa sapere di non avercela affatto con lui, ma solo con i «pretoriani».
Nel suo entourage qualcuno traduce: «Bisogna colpire quelli cerchio, ma non lo scudo umano di cui si servono per i loro giochini».
E, va da sè, lo scudo umano è Bossi.
Un Bossi che nella riunione dell’altra sera si è rivolto così a un deputato che aveva firmato la mozione contro Reguzzoni: «Questi sono metodi mafiosi».
E un esponente del cerchio ha accusato Maroni: «State preparando la stessa cosa anche al Senato, volete far fuori Bricolo, lo sta dicendo in giro uno dei tuoi».
Parlava di Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo. Il quale, un’ora dopo, ha ricevuto una telefonata di fuoco.
Era Renzo Bossi, anche lui esponente della “Lega di Gemonio”.
Sala Rodolfo
(da “la Repubblica“)
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Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ VA AVANTI, VIA ALL’APPROVAZIONE DEL PROGETTO DEFINITIVO….DA DIECI ANNI UN ALTERNARSI DI PASSI AVANTI E INDIETRO SENZA COSTRUTTO
«Costruiremo il ponte di Messina, così se uno ha un grande amore dall’altra parte dello
Stretto, potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti…».
Da quando Silvio Berlusconi ha pronunciato queste parole, era l’8 maggio 2005, sono trascorsi sei anni, e gli amanti siciliani e calabresi sono ancora costretti a fare la fila al traghetto fra Scilla e Cariddi.
Sul ponte passeranno forse i loro pronipoti.
Se saranno, o meno, fortunati (questo però dipende dai punti di vista).
La storia infinita di questa «meraviglia del mondo», meraviglia finora soltanto a parole, è nota, ma vale la pena di riassumerla.
Del fantomatico ponte sullo Stretto di Messina si parla da secoli.
Per limitarci al dopoguerra, la prima mossa concreta è un concorso per idee del 1969. Due anni dopo il parlamento approva una legge per l’attraversamento stabile dello Stretto.
Quindi, dieci anni più tardi, viene costituita una società , la Stretto di Messina, controllata dall’Iri e affidata al visionario Gianfranco Gilardini. Che ce la mette tutta. Coinvolge i migliori progettisti, e per convincere gli oppositori arriva a far dimostrare che il ponte potrebbe resistere anche alla bomba atomica.
Passerà a miglior vita senza veder nascere la sua creatura. La quale, nel frattempo, è diventata un formidabile strumento di propaganda. Ma anche un oggetto di scontro politico: mai un ponte, che per definizione dovrebbe unire, ha diviso così tanto.
Da una parte chi sostiene che sarebbe un formidabile volano per la ripresa del Mezzogiorno, se non addirittura una sensazionale attrazione turistica, dall’altra chi lo giudica una nuova cattedrale nel deserto che deturperà irrimediabilmente uno dei luoghi più belli del pianeta.
Fra gli strali degli ambientalisti, Bettino Craxi ci fa la campagna elettorale del 1992.
E i figli del leader socialista, Bobo e Stefania, proporranno in seguito di intestarlo a lui.
Mentre l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò avrebbe voluto chiamarlo Ponte «Carlo Magno» attribuendo il progetto di unire Scilla e Cariddi al fondatore del Sacro Romano Impero. Nientemeno.
Finchè, per farla breve, arriva nel 2001 il governo Berlusconi con la sua legge obiettivo. Ma nemmeno quella serve a far decollare il ponte.
Dopo cinque anni si arriva faticosamente a un passo dall’apertura dei cantieri, con l’affidamento dell’opera (fra polemiche e ricorsi) a un general contractor, l’Eurolink, di cui è azionista di riferimento Impregilo.
Quando però cambia la maggioranza.
Siamo nell’estate del 2006 e il ponte finisce su un binario morto. Il governo di centrosinistra vorrebbe addirittura liquidare la società Stretto di Messina, concessionaria dell’opera, ma il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, sventa la mossa in extremis.
Nessuno lo ringrazierà : ma se l’operazione non si blocca il «merito» è suo. Nel 2008 torna dunque Berlusconi e il progetto, a quarant’anni dal suo debutto, riprende vita.
Certo, nella maggioranza c’è qualcuno che continua a storcere il naso. Il ponte sullo Stretto di Messina, la Lega Nord di Umberto Bossi proprio non riesce a digerirlo. Ma tant’è.
Nonostante le opposizioni interne ed esterne, la cosa va avanti sia pure lentamente. E si arriva finalmente, qualche mese fa, al progetto definitivo.
Nel frattempo, sono stati già spesi almeno 250 milioni di euro.
Sarebbe niente, per un’opera tanto colossale, se però gli intoppi fossero finiti.
Sulla carta, per aprire i cantieri, ora non mancherebbero che poche formalità , come la Conferenza dei servizi con gli enti locali e il bollino del Cipe, il Comitato interministeriale che deve sbloccare tutti i grandi investimenti pubblici.
Sempre sulla carta, non sarebbe nemmeno più possibile tornare indietro e dire a Eurolink, come avrebbero voluto fare gli ambientalisti al tempo del precedente governo: «Scusate, abbiamo scherzato».
Il contratto infatti è blindato. Revocarlo significherebbe essere costretti a pagare penali stratosferiche. Parliamo di svariate centinaia di milioni.
Ma nonostante questo il percorso si è fatto ancora una volta più che mai impervio. Non per colpa dei soliti ambientalisti. Nemmeno a causa della crisi economica, il che potrebbe essere perfino comprensibile. Piuttosto, per questioni politiche.
Sia pure mascherate da difficoltà finanziarie.
Per dirne una, il «decreto sviluppo» ha materializzato un ostacolo imprevisto e insormontabile.
Si è stabilito infatti che le cosiddette «opere compensative», quelle che i Comuni e gli enti locali pretendono per non mettere i bastoni fra le ruote al ponte, non potranno superare il 2% del costo complessivo dell’opera.
E considerando che parliamo di 6 e mezzo, forse 7 miliardi di euro, non si potrebbe andare oltre i 130-140 milioni.
Una cifra che, rispetto agli 800-900 milioni necessari per le opere già concordate con le amministrazioni locali, fa semplicemente ridere.
Bretelle, stazioni ferroviarie, sistemazioni viarie….
Dovranno aspettare: non c’è trippa per gatti.
Basta dire che il solo Comune di Messina aveva concordato con la società Stretto lavori per 231 milioni.
Fra questi, una strada (la via del Mare) del costo di 65 milioni. Ma soprattutto il depuratore e la rete fognaria a servizio della parte nord della città , che ne è completamente priva: 80,7 milioni di investimento. Adesso, naturalmente, a rischio. Insieme a tutto il resto.
Anche perchè le opere compensative sono l’unica arma che resta in mano agli enti locali. Portarle a casa, per loro, è questione di vita o di morte.
A remare contro c’è poi il clima politico.
Dopo la batosta elettorale alle amministrative la Lega Nord, che già di quest’opera faraonica non ne voleva sentire parlare, ha alzato la posta e questa è una difficoltà in più.
Fa fede l’avvertimento lanciato dal leghista Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso: «La gente non vuole voli pindarici, non è interessata a opere come il ponte sullo Stretto di Messina perchè è una cosa che non sta nè in cielo nè in terra. Quindi anche tu, Bossi, quando appoggi questi programmi da fantascienza, ricordati piuttosto di restare con i piedi per terra, perchè gli alpini mettono un piede dopo l’altro»
Con l’aria che tira nella maggioranza basterebbe forse questa specie di «de profundis» che viene dalla pancia del Carroccio per far finire nuovamente il ponte su un binario morto.
Senza poi contare quello che è successo in Sicilia.
Dove ora c’è un governo regionale aperto al centrosinistra, schieramento politico che al ponte fra Scilla e Cariddi è sempre stato fermamente contrario.
Una circostanza che rende estremamente complicato al governatore Raffaele Lombardo spingere sull’acceleratore.
E questo nonostante i posti di lavoro che, secondo gli esperti, quell’opera potrebbe garantire. Sono in tutto 4.457: un numero enorme, per un’area nella quale la disoccupazione raggiunge livelli record.
Ma il fatto ancora più preoccupante, per i sostenitori dell’infrastruttura, è il disinteresse che sembra ormai circondarlo anche negli ambienti governativi. Evidentemente concentrati su ben altre faccende.
La società Stretto di Messina ha diramato ieri un comunicato ufficiale per dare notizia che «il consiglio di amministrazione ha avviato l’esame del progetto definitivo del ponte».
Un segnale che la cosa è ancora viva, magari nella speranza che Berlusconi si decida a rilanciare il ponte, annunciando l’ennesimo piano per il Sud? Forse.
Vedremo quando e come l’esame si concluderà , e che cosa accadrà in seguito.
Sempre che il governo vada avanti, sempre che si trovino i soldi per accontentare gli enti locali…
Intanto nella sede messinese di Eurolink, dove lavoravano decine di persone, sembrano già cominciate le vacanze. Come avessero fiutato l’aria.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
SONO CIRCA 300 I DEPUTATI DI PRIMA NOMINA CHE RAGGIUNGERANNO I 4 ANNI 6 SEI MESE E 1 GIORNO PER ACCEDERE AL VITALIZIO A OTTOBRE 2012…STUDIO DELLA CAMERA SUI TRATTAMENTI NEI PAESI UE
Se si domanda ad uno di quegli onorevoli ancora adusi a curarsi il collegio quale sia il principale motivo di sdegno nei confronti dell’intera categoria, la risposta sarà sempre la stessa: più degli stipendi d’oro e dei vari benefit, il primo posto se lo aggiudicano i vitalizi.
Cioè le pensioni, più o meno pingui, che ogni parlamentare che abbia timbrato almeno 4 anni, 6 mesi e un giorno di legislatura, si mette in tasca una volta raggiunti i 65 anni. E se si considera che nel Parlamento in carica, circa 300 onorevoli di prima nomina raggiungeranno questo obiettivo nell’ottobre 2012, si capisce bene quanto questo privilegio incida sulla resistenza diffusa tra i peones di ogni ordine e grado a consentire che le Camere siano sciolte per andare a elezioni anticipate.
Ebbene, sfogliando le 33 pagine e gli otto capitoli di un dossier riservato sul trattamento economico dei deputati di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Parlamento Europeo, che i tre questori Colucci e Mazzocchi (Pdl) e Albonetti (Pd) esamineranno con Fini il 4 luglio, la prima cosa che salta all’occhio è che i nostri onorevoli percepiscono un vitalizio all’incirca triplo di quello dei loro colleghi europei.
Poi non mancano le differenze su indennità , spese di viaggio, di segreteria, sui portaborse e l’assistenza sanitaria, ma la voce vitalizi spicca sulle altre.
Dunque da questa indagine durata mesi nelle capitali europee, condotta sul campo da funzionari che hanno faticato non poco a vincere la tradizionale riservatezza di ogni istituzione nazionale, emerge che il privilegio meno giustificato di cui godono gli «italians» sono proprio i vitalizi.
Un diritto che per anni poteva essere maturato dopo appena un giorno di legislatura, ma che ora, dopo la riforma Violante ed una successiva stretta del 2007, viene percepito a 65 anni o al sessantesimo compleanno per chi abbia fatto almeno due legislature.
Proprio nel 2007 fu tolta infatti la possibilità di riscattare i periodi vacanti versando i contributi figurativi, lasciando con un palmo di naso tutti quelli entrati a Montecitorio nel 2006 ed usciti nel 2008 con la caduta del governo Prodi.
Malgrado ciò, nel bilancio della Camera la voce «fondo vitalizi» pesa e non poco, con un rapporto di «1 a 9» tra contributi versati e spesa corrente.
Sia chiaro, non è che nel resto d’Europa i deputati non godano di privilegi, anche per quel che riguarda i vitalizi e perfino nell’austera Germania.
Perchè come specifica il dossier – mentre in Italia, Francia e Gran Bretagna è previsto un contributo per il parlamentare in carica, in Germania e nel Parlamento Europeo i deputati non versano nulla.
Ovunque il diritto al vitalizio matura tra il 60Ëš e il 67Ëš anno di età .
In Italia, a fronte di un contributo mensile di 1006 euro netti, dopo 5 anni di mandato si maturano 2.486 euro lordi, che diventano 4.973 dopo due legislature e 7.460 con 15 anni di mandato alle spalle.
In Francia ad esempio non è previsto un limite minimo di mandato, da nuove disposizioni è previsto un contributo di 787 euro al mese, che in caso di pensione complementare facoltativa sale a 1.181 euro.
Ma dopo 5 anni di mandato si ottengono 780 euro al mese, 1.500 dopo 10 anni fino a raggiungere un massimo di 6.300 euro, se si hanno 41 annualità di servizio.
I deputati del Bundestag a Berlino non versano alcun contributo e prendono 961 euro dopo 5 anni, 1.917 dopo 10 e 2.883 euro al 15Ëš anno.
In Gran Bretagna vige il sistema che a contributo variabile corrisponde un assegno mensile differente: versando 374 euro ne ritornano 530 al mese con 5 anni di mandato, che raddoppiano a 1060 con 10 anni e triplicano a 1.590 con 15 anni. Passando da un contributo medio di 501 euro al mese, con rispettive perequazioni del vitalizio, si arriva fino a poter versare 755 euro al mese per averne 794, 1.588 o un massimo di 2.381 euro con 15 anni di mandato.
Cifre ben diverse, come si vede, da quelle dei nostri onorevoli che in periferia pesano nel generare malcontento.
Al punto che le regioni si stanno muovendo e l’Emilia Romagna ha già deliberato di abolire il vitalizio, visto che anche i consiglieri regionali lo percepiscono.
Ma ovviamente solo dalla prossima legislatura.
argomento: Costume, denuncia, la casta, Parlamento, Politica, radici e valori, sprechi | Commenta »
Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
L’ANALISI DEL POLITOLOGO GIOVANNI SARTORI: “SIAMO IN MANO A LEADER DA STRAPAZZO”… QUALCUNO VORREBBE CONTINUARE A SPENDERE PIU’ DI QUANTO LO STATO INCASSI
Ormai è sempre più evidente che siamo nelle mani di leader penosi, di leader da strapazzo. 
A Pontida Bossi si è trovato al cospetto di un popolo, il suo popolo, che gridava «secessione, secessione ».
Credevo, o meglio mi illudevo, che oramai la Lega si fosse attestata sul federalismo. Ma la autentica razza padana di Pontida resta indomita, vuole di più.
Addirittura secessione, uscita.
E sì che il nostro capo dello Stato si è impegnato come più non si poteva nel celebrare la festa della Repubblica e l’unità «indivisibile» del Paese.
E Bossi? Bossi ha glissato.
Aveva invece le sue richieste che ha presentato come ultimatum.
Prima richiesta: ritiro pressochè immediato dalla mal riuscita e mal concepita guerra libica, oltretutto e se non altro perchè ci costa un miliardo di euro (cifra che per altri sarebbe di 3-400 milioni).
Ora, che l’impresa libica fosse balorda e malconcepita si è visto subito.
Che Berlusconi ci sia stato tirato dentro controvoglia è un punto a suo merito. Ma oramai siamo coinvolti.
E se Gheddafi restasse in sella, noi il petrolio della Libia ce lo possiamo scordare.
Un grossissimo guaio perchè i nostri governi non hanno mai avuto una politica energetica, e quindi rischiamo di ritrovarci senza petrolio e anche senza rigassificatori sufficienti per il metano.
Bossi e Maroni lo capiscono? Si direbbe di no.
Maroni cerca anche di venderci la favola (se fosse intelligente saprebbe che è una favola) che Gheddafi ci manda profughi per vendetta, e che se «facciamo pace» non lo farebbe più.
Al contrario, se Gheddafi vincesse continuerà a vendicarsi con sempre più soddisfazione mandandoci profughi a valanga spediti proprio da lui.
La seconda perentoria richiesta di Bossi è di trasferire alcuni ministeri al Nord.
Le voci di corridoio sussurrano che dapprima Berlusconi abbia consentito, ma che poi se l’è fatta addosso (è una parafrasi del più colorito vocabolario bossiano) e ha fatto retromarcia annunziando soltanto traslochi di «sedi di rappresentanza operative ».
Di conserva anche Bossi ha fatto retromarcia realizzando che la sua richiesta avrebbe suscitato un vespaio e comunque che era assurda.
Sarebbe un costo (anche di disorganizzazione e di confusione) che non possiamo assolutamente sopportare.
Dopo tante marce avanti e indietro, cosa resta?
Resta che tanto Berlusconi che Bossi chiedono perentoriamente a Tremonti di ridurre la pressione fiscale, di ridurre le tasse.
È la medicina demagogica e irresponsabile di tutti i tempi.
Ed è, in questo momento, una richiesta che disonora tutta la classe dirigente che la asseconda.
Come siamo arrivati a un colossale debito pubblico del 120 per cento del nostro Pil, del nostro Prodotto interno lordo?
Ci siamo arrivati, molto semplicemente, spendendo più di quanto lo Stato incassa.
E questo debito pubblico comporta che lo Stato deve oggi pagare circa 80 miliardi di interessi annui ai sottoscrittori dei buoni del tesoro.
L’Italia ha assunto l’impegno con l’Europa di ridurre il deficit con una manovra di 40 miliardi.
Se non lo facciamo, i conti pubblici peggioreranno, e noi rischiamo la fine della Grecia.
Il dramma è che ormai a Berlusconi basta sopravvivere, e che a Bossi basta fare il padroncino al Nord.
Giovanni Sartori
( da “il Corriere della Sera“)
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