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LA MARGHERITA RISORGE PER UN GIORNO E SCOPPIA LA LITE SUL TESORETTO

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

IN BALLO CI SONO 20 MILIONI DI EURO DA SPARTIRSI TRA LE VARIE ANIME….DA DECIDERE IL DESTINO DEL QUOTIDIANO “EUROPA”

Un po’ come degli ex alunni che tornano compagni di classe.
La Margherita di Rutelli risorge per un giorno.
Con tanto di simbolo alle spalle, nella sala dello stenditoio in largo del Nazareno (dove ormai si tengono le riunioni del Pd), si rivedono i big di Dl.
Doppia convocazione: al mattino alle 9 e alle 21. Oggetto: approvazione del bilancio 2010.
Non proprio una cosa pacifica.
Dal momento che si annuncia una resa dei conti.
Sui circa 20 milioni di “tesoretto” della Margherita si sono scatenati gli appetiti dei tanti ex che hanno fatto parte del partito che fu di Rutelli.
L’assemblea in due round (proprio per spulciare i documenti, alla fine è venuto l’ok all’unanimità ) dovrebbe essere l’ultimo atto di quel che resta del partito che ha co-fondato (con i Ds) il Pd.
È ancora in vita come soggetto giuridico per via dei rimborsi elettorali.
Ma entro quest’anno dovrebbe chiudere baracca.
Polemiche su cosa fare dei soldi: come liquidare e a chi.
Compaiono «gli indignati ex Margherita». Sono cento esponenti della ex Circoscrizione estero del partito, ora nel Pd, i quali hanno mandato una lettera a Enzo Bianco e a Francesco Rutelli.
Dichiarano la loro «indignazione per la eventuale decisione di ridistribuire tra alcune componenti politiche i residui attivi derivanti dal finanziamento pubblico ai partiti». Chiedono che l’assemblea non decida, bensì si apra un confronto: «In un momento di crisi etica ed economica come quella che sta attraversando il nostro Paese, non ci possano essere atteggiamenti di abuso partitocratrico, da parte di esponenti che si richiamano al centro-sinistra e a componenti democratiche del nostro Paese. Qualsiasi decisione deve prevedere la “restituzione” alla società  civile e all’associazionismo attivo». In pratica propongono che il “tesoretto” vada ai terremotati dell’Aquila o ad associazioni di volontariato.
Qualcuno già  parla di “guerra dei Roses”.
Bianco propone un comitato con i big ex Dl – Bindi, Franceschini, Letta, Parisi, Rutelli, Lusi – per la liquidazione del “patrimonio”, pensando soprattutto alla sorte del quotidiano del partito, Europa.
A contestare l’assemblea anche i non invitati come Carra e Lusetti (ora nell’Udc) e Dini del centrodestra.
Bianco spiega che questo è nelle regole.
Beppe Fioroni ricorda che fintanto ci sono 20 mila euro di rimborsi del Molise, l’esercizio non può chiudere.
Paolo Gentiloni si limita ai sentimenti: «Nostalgia canaglia».

(da “La Repubblica“)

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IL POPOLO LEGHISTA SI SFOGA: “MINISTERI AL NORD? SOLO ALTRO SPRECO”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

I GIORNI DOPO PONTIDA, LA BASE LEGHISTA E’ DELUSA: “UMBERTO NON E’ PIU’ QUELLO DI UNA VOLTA, BERLUSCONI CI HA DISTRUTTI”

“Aspetto con ansia il giorno, è il momento della svolta”, scrivevano online i leghisti alla vigilia di Pontida.
La base del Carroccio era in attesa delle parole di Umberto Bossi che, dopo la batosta delle amministrative e del referendum, avrebbe dovuto annunciare sul “sacro” prato le linee di una nuova rotta politica.
I militanti sognavano l’addio all’abbraccio mortale di Silvio Berlusconi e la corsa solitaria alle prossime elezioni politiche da indire, se necessario, anche a breve. L’epilogo del raduno?
Applausi per il Senatùr e ovazione per Maroni premier.
Ma anche tanta delusione tra le fila degli elettori del Nord.
Non c’è consenso sul trasloco dei ministeri in Padania che, anzichè trasferiti, per alcuni “andrebbero bruciati”.
Sul forum dei giovani padani questa proposta è definita contraria alla linea della Lega, perchè promuove assenteismo e sprechi.
Secondo lonewolf 10 infatti “spostare ministeri significa (nel breve termine) aumentare la spesa pubblica” oltre alle “difficoltà  logistiche: che facciamo licenziamo tutti i romani che lavorano al ministero, resettiamo e assumiamo tutta gente del Nord? Suvvia, è solo uno spot elettorale!”.
Senza contare che “i ministri sono anche parlamentari e devono votare perchè la maggioranza è risicata. E allora chi ci lavora al ministero? Evviva l’assenteismo!”. Andromeda, in sintesi, riassume perfettamente il pensiero padano: “Per essere più precisi, che ci siano 4 ministeri a Milano, al padano veneto o piemontese probabilmente non gliene frega una mazza”.
Pollice verso anche sul carisma di Umberto Bossi.
Gianfranco M definisce Pontida “uno spettacolo patetico”, Durin Cuoracciaio avverte invece i malumori e scrive del Senatùr: “Mi sembra proprio che la base leghista non lo voglia più. Sinceramente, vedo molto più leghista Maroni (sebbene non mi sia simpatico)”.
Alsesto22 rincara la dose. Vede in Matteo Salvini il futuro leader e attacca il premier: “Sono delusissimo. Scrivo dal mio palmare mentre ascolto Bossi. Umberto non è più quello di una volta. Salvini a capo della Lega. Berlusconi ci ha distrutto”. L’eurodeputato milanese ai vertici delle preferenze fra gli elettori del Carroccio si è detto favorevole all’ipotesi di Maroni a Palazzo Chigi visto che è “leghista e milanista”.
Una dichiarazione che fa sorgere qualche dubbio a Exfisio: “Un eurodeputato che dice che un premier può andar bene perchè tifa per quella squadra mi sembra riduttivo, sbaglio?”.
Il cambio di leadership, però, pare sia un’esigenza ormai diffusa per chiudere l’epoca del sodalizio “B&B”, ovvero Bossi e Berlusconi, come lo chiama Dodo_Pd: “Basta Bossi. Inutile prenderci in giro. A chi guarda ai fatti più che alle parole e ai contenuti più che al tono, domando: quali sono stati i grandi successi di Bossi in questi innumerevoli anni di governo? Il federalismo? Tutto da vedere e poi preso così non significa nulla”.
Malumori pure sulla pagina facebook del ministro Maroni, con oltre 12mila iscritti. Biagio chiede alla Lega di svegliarsi dal torpore e di abbandonare il premier (“Leghisti svegliatevi ma che avete avuto in cambio per aver salvato dalla galera Berlusconi?”) e Massimiliano osserva che il Carroccio si è fatto circuire da cadreghe (poltrone) e danè (soldi).
Roberto è indignato invece da un ministro della Repubblica che, pagato con il denaro di “Roma ladrona”, grida ‘Viva la Lega’ e ‘Padania libera’ e poi “prende migliaia di euro al mese di stipendio”.
Emergono anche le critiche contro la proposta dei ministeri al Nord (“La lega vuole la secessione e i ministeri al nord. E’ un controsenso”) e Marco evidenzia la demagogia della proposta a fronte della mancata abolizione delle province.
Una promessa non mantenuta.
Commenti piccati anche sulla pagina di Matteo Salvini contro il porcellum di Calderoli (“Prima concordate una nuova legge elettorale con l’opposizione meglio è per voi”).
Ma il leit motiv è sempre il divorzio da Berlusconi. E se non dovesse avvenire?
“Buon suicidio”, nota Andrea.
Passata Pontida, Salvini prova a distogliere l’attenzione dei militanti e, tornato in Consiglio comunale a Milano scrive oggi pomeriggio su facebook: “Nel discorso in aula sulla Milano di domani penso di citare fra gli altri Gianni Brera e Monsignor Maggiolini. Che ne dite?”.
E sul forum di Radio Padania cosa ne pensano?
Impossibile saperlo, è “momentaneamente chiuso”.
Ma il blackout dura dal primo turno delle amministrative.

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L’ITALIA CHIAMATA IN TRIBUNALE PER I RIFUGIATI POLITICI RIMANDATI IN LIBIA: VIOLATE LE NORME INTERNAZIONALI

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

IL NOSTRO PAESE CITATO DI FRONTE ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO PER UN EPISODIO DEL 2009: DUECENTO MIGRANTI FURONO RIPORTATI A TRIPOLI… DOVEVANO ESSERE CONDOTTI IN ITALIA E LA POSIZIONE DI CIASCUNO DI LORO ESAMINATA SINGOLARMENTE

L’Italia contro la Corte europea dei diritti dell’uomo: Roma dovrà  rispondere a Strasburgo, di fronte all’Europa intera, per aver respinto – due anni fa, a 35 miglia a sud di Lampedusa – duecento rifugiati politici.
L’esito creerà  un precedente e influirà  sulle politiche sia italiane che comunitariesull’immigrazione.
Contro l’Italia si sono schierati 24 migranti, undici somali e tredici eritrei.
Il ricorso (il numero 27765/09) è stato presentato dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, membri del direttivo dell’Unione forense per i diritti dell’uomo.
Al centro di questa causa internazionale, la condotta delle autorità  italiane: la storia comincia nel 2009 e il primo a raccontarla è stato il giornalista Riccardo Iacona nel documentario “Respinti”.
Il 6 maggio, tre barconi con 200 passeggeri a bordo, sono stati intercettati in acque di competenza maltese dalla Guardia Costiera italiana.
Ma invece di essere soccorsi e sbarcati, sono solo stati trasferiti sulle navi militari italiane e riportati dritti dritti a Tripoli nelle mani delle forze libiche.
I 24 migranti hanno riferito agli avvocati che durante il viaggio le autorità  italiane non li hanno informati su dove sarebbero stati portati e, calpestando il diritto d’asilo, non gli è mai stato chiesto da dove provenissero.
La Convenzione Sar impone invece l’obbligo di riportare i rifugiati “in a safety place”che non è nè la nave soccorritrice, nè — a detta del Parlamento europeo – un porto libico.
Non solo: la Convenzione di Ginevra, di cui l’Italia è firmataria, prevede che nessun Paese “potrà  espellere o respingere, in nessun modo, un rifugiato verso le frontiere dei luoghi dove la sua vita o la sua libertà  sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità ”.
“Nel ricorso — spiega Lanna – noi solleviamo diverse questioni, relative principalmente alla non ottemperanza di quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione per i diritti dell’uomo (divieto di tortura e di maltrattamenti, ndr), dall’articolo 4 del quarto protocollo allegato alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (divieto di espulsioni collettive di stranieri, ndr) e l’articolo 13 della stessa Convenzione (diritto a un ricorso effettivo)”.
L’onere della decisione spetta alla Grande Camera della Corte Europea, composta da 17 giudici.
Unico testimone italiano del respingimento è Enrico Dagnino, fotoreporter, che tra il 6 e il 7 maggio del 2009 si trovava a bordo del pattugliatore Bovienzo della Guardia di Finanza.
Per l’avvocato Lanza “si tratta di un caso di grande interesse a livello mondiale. Basti pensare che tra i terzi intervenuti nella causa troviamo due organi importanti dell’Onu come l’Alto Commissariato per i rifugiati e l’Alto Commissariato per i diritti umani. Ci sono poi le più importanti organizzazioni non governative e associazioni, fino ad arrivare alla Columbia University”.
Il verdetto arriverà  dopo l’estate.

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NON BASTAVA AVERE UN MINISTRO DEGLI INTERNI CONDANNATO IN VIA DEFINITIVA PER RESISTENZA ALLE FORZE DELL’ORDINE, ORA INVOCA PURE LA SECESSIONE

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

NESSUNA ISTITUZIONE HA COMMENTATO IL DELIRIO SECESSIONISTA DI MARONI A PONTIDA…IN PIENA TRANCE AGONISTICA E IN UN CRESCENTE DELIRIO DI ONNIPOTENZA IL SASSOFONISTA SI SENTE UNA ROCK STAR E SI AGITA SUL PALCO

Il sogno secessionista di Roberto Maroni espresso poeticamente domenica a Pontida sembra non l’abbia ascoltato praticamente nessuno.
O, quanto meno, nessuno ha deciso di prenderlo abbastanza sul serio da replicare, attaccare o preoccuparsi.
Singolare circostanza visto che dal palco del raduno leghista un illustre esponente delle
istituzioni come il ministro dell’Interno si è lasciato andare alle seguenti dichiarazioni: “Abbiamo un grande sogno: una Padania libera e indipendente”.
Affermazione forte che sembra ignorare l’articolo 5 della Costituzione italiana.
Dove si legge che la Repubblica “è una e indivisibile”.
La dichiarazione d’amore di Bobo Maroni, domenica omaggiato dalla folla (e persino incoronato dallo striscione a futuro premier) è caduta nel silenzio più assoluto.
E a mettere con forza l’accento sul pericolo costituito dalle tentazioni secessioniste ieri è stata solo la Cei: “La Chiesa deve frenare le mire secessionistiche”, ha dichiarato l’arcivescovo Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace, commentando la richiesta leghista di spostare i ministeri al Nord. L’affermazione che “L’Italia del Sud si sentirà  ancora più deprivata” ha sortito pure un effetto da parte del ministro Calderoli (“I trasferimenti si faranno anche al Sud”).
Su Maroni e la sua Padania libera, però, nessun commento istituzionale.
Il Quirinale non entra nel merito delle dichiarazioni di Maroni, ma rimanda alla nota rilasciata alle agenzie domenica sera.
Dove “non a caso” si fa riferimento all’intervento di venerdì scorso di Napolitano a Verona, quando il capo dello Stato ha citato — appunto — l’articolo 5 della Costituzione.
Sottolineatura, si faceva osservare, che può essere riferita anche alla richiesta leghista di trasferimento di alcuni ministeri al Nord.
Trasferimento al quale il Colle ha più volte detto di essere contrario.
Se è un commento “per deduzione” quello della presidenza della Repubblica, da parte sia della presidenza della Camera che del Senato arriva un “no comment” ufficiale.
Facile cogliere un certo imbarazzo.
E la tentazione di “dividere” la figura del leader leghista da quella del ministro.
Difficile, visto che si tratta della stessa persona.
Dice, per esempio, Giorgia Meloni “Lui parla così per aizzare la folla. Ma è comunque un grande ministro”.
L’eco “secessione secessione” di Pontida si riverbera comunque soprattutto nelle parole di Maroni.
Il quale ieri durante un dibattito con Bersani sulla sicurezza organizzato dal Pd (dove peraltro viene accolto dalla platea con un applauso) a proposito della richiesta della base si limita a dire: “Pontida è Pontida. Solo chi c’è stato capisce”.
Nessuno affonda, nè il segretario del Pd, nè il moderatore, Mario Orfeo.
E il ministro dell’Interno, a fine dibattito così replica: “Non è vero che le mie dichiarazioni sulla Padania libera sono in contrasto con il mio dicastero. D’altra parte io sto in Parlamento con un partito che si chiama Lega Nord per l’indipendenza della Padania. È un problema del Parlamento”, dice con tono più che piccato.
Accanto a lui Bersani, alla stessa domanda, si limita ad alzare gli occhi al cielo, ad allargare le braccia e a dire pacatamente: “Ha parlato di un sogno. È un sogno. D’altra parte sui sogni…”.
L’unico evidentemente a preoccuparsi per “i sogni” del titolare del Viminale è un cittadino di Alessandria che lo ha denunciato formalmente per le parole sulla Padania, che configurerebbero il “vilipendio alla Costituzione, l’istigazione a sentimenti antinazionali, l’alto tradimento”.
Aldo Flora, 67 anni, ex manager in pensione così ha spiegato la sua denuncia: “Un ministro non può dire tutto quello che vuole. Un ministro ha giurato sulla Costituzione. E non può togliersi la giacca da ministro a suo piacimento”.
Meno male che un semplice cittadino la colto nel segno: il problema della secessione e di chi istiga alla medesima si risolve semplicemente mandando le forze dell’ordine a notificare la denuncia ai “rivoluzionari da salotto” a casa loro.
Che poi la denuncia venga recapitata a un ministro degli Interni, ovvero al loro superiore, è una cosa che puà  accadere solo in Italia.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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FABIO GRANATA E FILIPPO ROSSI GIOVEDI 23, ALLE ORE 18, A GENOVA PRESENTANO “IL FUTURISTA”

Giugno 21st, 2011 Riccardo Fucile

ATTESO APPUNTAMENTO PER LA DESTRA GENOVESE CON IL DIRETTORE DELLA RIVISTA MOVIMENTISTA E IL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA…. I DUE ESPONENTI FINIANI PARLERANNO NELLA PRESTIGIOSA LOCATION DI PALAZZO DUCALE, IN PIAZZA MATTEOTTI… FUTURO E LIBERTA’ PER UNA GENOVA FUORI DAGLI STECCATI

Due voci fuori dal coro, sicuramente due esponenti di area finiana fuori da schemi precostituiti e dal carattere anticonformista che li ha portati ad assumere posizioni anche “provocatorie”. Filippo Rossi è stato uno degli intellettuali di riferimento di FareFuturoweb per lungo tempo, fino alla realizzazione del nuovo progetto “il Futurista” che ha assunto sia la forma redazionale sul web che la cadenza settimanale in edicola.
Animatore di Caffeina e organizzatore di numerosi confronti con intellettuali di aree diverse, Filippo è uno spirito libero, slegato da schemi culturali pregressi, convinto che la destra del futuro vada fondata su nuovi presupposti, costruiti attraverso un percorso nuovo e comune, patriottico, laico e repubblicano.
Le stesse basi, ma in chiave politica, sono l’elemento che caratterizzano Fabio Granata, considerato uno dei più stretti collaboratori di Gianfranco Fini nella nuova avventura di Futuro e Libertà .
Fabio è un punto di riferimento per la Destra che difende la legalità , il rispetto delle Istituzioni e della magistratura.
Nelle sua veste di stimato vicepresidente della Commissione Antimafia è stato protagonista di numerose iniziative a sostegno degli operatori della giustizia e della sicurezza nella lotta che portano avanti contro la criminalità  mafiosa in territori difficili come in Sicilia.
Si è impegnato nell’opera di moralizzazione della casta politica, proponendo un rigoroso codice etico per chi entra nelle Istituzioni.
Spesso ha rappresentato l’anima critica anche in Futuro e Libertà  convinto che nella coerenza delle scelte politiche risieda il futuro di una destra deberlusconizzata che ambisca un domani a governare il Paese.
Un partito nuovo che sappia volare oltre i vecchi schematismi e le tradizionali alleanze., per ritornare a parlare di valori, di idee e di programmi.
La presentazione de “il Futurista” è fissata per le ore 18 di giovedì 23, a Genova , nella splendida cornice di Palazzo Ducale (P.za Matteotti 5, primo piano) e nella prestigiosa sala (g.c.) della Società  di Letture e Conversazioni Scientifiche.
Ora che lo sapete, cercate di esserci…

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DA BERGAMO ALLA VILLA DI MONZA: E’ LA LEGA DI ANNUNCI E DI GOVERNO

Giugno 21st, 2011 Riccardo Fucile

DAGLI ANNI ’80 SE NE SONO SENTITE TANTE: NON PAGHEREMO L’ICI E NEANCHE IL CANONE, NON COMPREREMO I BOT, RAI2 SARA’ TRASFERITA A MILANO… L’UNICA VOLTA CHE BOSSI REALIZZO’ UNA PROMESSA FU QUANDO CREO’ LA BANCA PADANA CREDIEURONORD: INFATTI FALLI’ FREGANDO GLI AZIONISTI

A metà  pomeriggio, quando finisce il collegamento in diretta per Sky e come sfondo si era scelto proprio le scale della Villa Reale, a Marco Mariani, 54 anni, sindaco leghista di Monza, più di un dubbio era già  venuto.
«Il decreto del governo che trasferisce qui i ministeri? Io non l’ho visto, però mi hanno detto che c’è».
E vatti a fidare quando ci son di mezzo le parole di Bossi, e da Pontida poi: dove intenzioni e realtà  s’incrociano per un pomeriggio, e poi ciao.
«Sì, lo so, anche l’anno scorso aveva parlato dei ministeri da trasferire al Nord. Ma questa volta a me hanno detto che c’è un decreto. Ci devo credere, no?».
Povero sindaco Mariani, che giornate.
E’ da sabato pomeriggio, quando Bossi ha annunciato questo paio di traslochi ministeriali nella sua Monza, che il sindaco passa le ore a rispondere o divagare.
Certo, basta credere che sia così, che i ministeri arrivino davvero.
«Ma sì, insomma, saranno degli uffici decentrati», dice. «Mica mi hanno chiesto 2 mila metri quadri, basterà  poco?».
E’ che Mariani non lo può dire, lo rinchiuderebbero subito come la Monaca di Monza. Ma anche questa storia dei ministeri al Nord sembra una tipica storia leghista, un annuncio che dura un paio di giorni, poi sparisce, poi ritorna e infine non si capirà  più se è tutto vero, o appena verosimile, oppure una guasconata che si sa come finirà : in niente, ma con un colpevole da cercare.
Era andata così fin dalla fine degli Anni 80.
Per la serie le cattive intenzioni che non si realizzano: non pagheremo l’Ici, non pagheremo il canone Rai, non compreremo i Bot. Una per le buone, aprile 2003: evviva, Rai2 si è trasferita a Milano.
E poi non è mai successo nulla.
Però l’annuncio c’è stato, e domenica qualcosa in più: il sindaco Mariani, a Pontida, ha avuto l’onore di salire sul palco, accanto a Bossi, con la targa di ottone lucido del ministero da trasloco, una vecchia chiave arrugginita e un librone sulla Villa Reale. Caspita, più vero di così.
Bossi e Calderoli e Tremonti hanno già  provveduto al sopralluogo, vero sindaco? «Son venuti qui lo scorso autunno – ricorda -, perchè volevo fargli vedere in che condizioni era la Villa, così dalla Regione Lombardia mi sono arrivati 19 milioni di euro».
E non si era parlato, nell’occasione, di traslochi pesanti.
Bossi non ha più tempo per occuparsi di questa pratica e Mariani si sente un poco solo.
Blogger, “rottamatore”, consigliere regionale del Pd e cittadino monzese, Pippo Civati ha già  rivelato che la Villa Reale non è più nella disponibilità  del Comune, ora l’ha in gestione una società  privata, e dunque il sindaco non può concedere nulla a nessuno, manco a Bossi, e men che meno gratis.
«E’ un bravo figliolo, il Civati, ma mente sapendo di mentolo – risponde Mariani -. Lui si riferisce a un percorso museale in vista dell’Expo, e a 27 milioni di euro di investimento. Ma la Villa ha 740 stanze, e 450 sono ancora libere e tutte nostre».
Vada come vada, e se aprirà  un ufficio di rappresentanza per Monza sarà  già  un successo, resta che Bossi si conferma un artista nei magheggi da marketing della politica.
Inventa e crea dal nulla, poi provvedono i politici con le loro dichiarazioni a favore o contro, tv e giornali rilanciano e anche dopo questa Pontida tra palco e realtà  la confusione è facile.
Eppure, proprio in vista del Gran Raduno, a un leghista doc come Roberto Castelli era sfuggita una frase che aiuta a capire: «Bossi dice sempre che in politica non è vero ciò che è vero, ma ciò che sembra vero».
Era giovedì, forse Castelli pensava a sabato…
Perchè sabato, e al teatro Donizetti di Bergamo c’era anche Castelli, si è vista la dimostrazione di quella frase.
Autorità  politiche, civili, religiose e militari per una conferenza stampa senza domande e con un annuncio: «Presentazione della nuova sede della Scuola Superiore della Magistratura».
Affidata alle parole di Bossi, nonostante la presenza di Angelino Alfano ministro della Giustizia, si è trasformata nella esaltazione della Scuola per Magistrati, come se le iscrizioni fossero già  chiuse, le lezioni imminenti, «e finalmente, perchè sono più tranquillo se vado a farmi giudicare da un magistrato che capisce il mio dialetto».
E invece anche questa è una storia appena verosimile, piuttosto pasticciata e comunque già  parecchio costosa.
E’ dal 2008 che la Curia di Bergamo, proprietaria dell’Opera Sant’Alessandro, incassa 242 mila euro all’anno per l’affitto di una sede vuota, grande due mila metri quadrati. Comune e Provincia hanno pagato fino a dicembre scorso, e con qualche mugugno. Da gennaio, e questa sarebbe l’unica novità , l’affitto non è a più carico dei soli cittadini di Bergamo e provincia, ma del ministero di Giustizia, e dunque proprio di tutti, padani e terùn.
E la scuola per magistrati?
Al tempo, se la sede è vuota immaginarsi il resto.
Tanto a Bossi va bene così. «La Scuola per magistrati è decentramento», ha deciso sabato.
Più o meno come i ministeri a Monza, l’importante è annunciare.
Chissà  che fine hanno fatto i negozi del «Made in Padania», o la Cinecittà  del Nord inaugurata nella sede della Manifattura Tabacchi di Milano.
Almeno una volta Bossi ha mantenuto la promessa, quando anche i leghisti un bel giorno ebbero una banca.
Ma basta nominare la CredieuroNord e ancora oggi, a 7 anni dal crack, i parlamentari mettono mano al portafoglio: per pagare i creditori.
Perchè annunciare, anche in Padania, è sempre meglio che fallire.
E alla Lega costa niente.

Giovanni Cerruti
(da “La Stampa“)

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TASSA DI SOGGIORNO: A ROMA LA LEGA L’APPPROVA, IN PERIFERIA I SINDACI LEGHISTI LA BOCCIANO

Giugno 21st, 2011 Riccardo Fucile

ENNESIMA PENOSA CONTRADDIZIONE DEL CARROCCIO: DA PARTITO DI LOTTA E DI GOVERNO A PARTITO DELLA PRESA PER IL CULO… UN PRIMO RISULTATO DEL FEDERALISMO PATACCA: PIU’ TASSE   PER TUTTI

L’imposta municipale rientra nel federalismo fiscale, la legge bandiera del senatùr.
Ma non piace ai primi cittadini padani delle località  turistiche.
Dal lago al mare la disobbedienza è comune. A partire dal sindaco di Varese Attilio Fontana.
Donne, sole, mare e niente imposta municipale. A quanto pare quest’estate saranno in pochi ad applicare la tassa comunale sul soggiorno dei turisti, annunciata dal governo Berlusconi come la carta vincente che avrebbe fatto tornare a sorridere i bilanci delle località  di villeggiatura.
Il balzello è stato (re)introdotto dal provvedimento sul federalismo fiscale, la legge bandiera del Carroccio.
Un provvedimento che in questo caso viene clamorosamente bocciato dagli stessi sindaci leghisti. A partire da Attilio Fontana, primo cittadino di Varese, vero baluardo del leghismo.
Insomma l’istituto non incontra il favore dei sindaci, schiacciati tra il desiderio di risanare i conti e la necessità  di tenere a bada gli umori degli operatori turistici, che da ogni angolo del Paese hanno fatto sapere per tempo di non gradire la novità .
A passarsela peggio sono proprio i sindaci della Lega Nord, lacerati dall’eterna dicotomia: meglio essere Lega di lotta o di governo?
Meglio fare i secessionisti in provincia o i poltronari a Roma?
Applicare la tassa di soggiorno o schierarsi contro le nuove forme di imposizione? Dalle Alpi al Mediterraneo, passando per le città , i borgomastri della Lega non ci stanno a vestire i panni dei gabellieri e rifiutano con inedito garbo l’ipotesi dell’applicazione della nuova tassa federalista.
A Jesolo come a Diano Marina, sul Lago Maggiore come sul Garda, a parlar di tassa sul soggiorno si ottiene sempre la stessa risposta.
“Non la abbiamo applicata da subito — spiega Alberto Gusmeroli, il sindaco leghista di Arona -, qui abbiamo un arretrato di 30 anni nel turismo. Prima di pensare ad applicare un’imposta di quel tipo bisogna sviluppare una proposta di turismo alternativa, capace di recuperare gli anni persi”.
Gusmeroli ha le idee chiare, parla della sua città  e dei progetti che ha messo in campo per il rilancio del turismo sulla sponda piemontese del Lago Maggiore: “Finchè non vedrò che la mia città  si è spostata dal turismo mordi e fuggi allo stanziale non applicherò la tassa”.
Sulla sponda lombarda del Maggiore la pensano allo stesso modo.
Graziella Giacon, sindaco di Laveno Mombello non ha applicato e non applicherà  la tassa: “Le vacanze sul lago sono per un pubblico di nicchia, noi i turisti dobbiamo andarli a cercare. Il nostro è un turismo diverso da quello di mare o da quello delle città  d’arte. È giusto dare la possibilità  a chi può di applicarla, ma sul lago Maggiore la vedo dura”.
Se i leghisti di lago sono scettici, quelli di mare non sono da meno.
Il primo cittadino di Diano Marina, Giacomo Chiappori, nella triplice veste di sindaco, deputato e imprenditore del settore, ha dichiarato di non voler applicare la tassa di soggiorno: “Poi chiederò agli albergatori quali sacrifici potranno fare per aiutare il comune”, ha dichiarato alla rete locale Primocanale.
Secondo Adriano Ragni, sindaco di San Bartolomeo a Mare (Imperia) e segretario della sezione locale della Lega Nord “la tassa di soggiorno è uno strumento che si può usare o meno, noi non ne abbiamo bisogno, le nostre zone non si adattano a questo tipo di tassazione”.
A chi gli fa notare l’incoerenza della scelta di non applicare una tassa voluta dalla stessa Lega Nord, Ragni risponde che “la tassa di soggiorno è stata reintrodotta quale possibilità  e non quale obbligo”, puntualizzando come la nuova gabella non possa essere applicata in quei comuni balneari che subiscono la forte concorrenza dei competitor vicini o lontani.
Una sintesi sul punto la offre il sindaco di Varese, Attilio Fontana, che ricopre anche la carica di presidente di Anci Lombardia: “Non è sicuramente una tassa che deve fare gridare allo scandalo, io a Varese non la intendo applicare, perchè credo che il nostro turismo debba essere incentivato, e dal punto di vista psicologico, soprattutto per gli operatori, l’introduzione di una nuova tassa potrebbe essere troppo pesante da sopportare”.
Ma allora a cosa serve se non la applica nessuno?
“Non è vero — ribatte Fontana -, Roma la applica e il sindaco Alemanno è molto contento. Varese ha un turismo gracile e non può permettersela, se mi trovassi in una situazione di monopolio come quella di una città  del calibro di Roma, probabilmente la applicherei anche io”.
Così i leghisti del territorio scoprono il volto oscuro del federalismo e quando il punto di prelievo fiscale si avvicina finalmente al popolo, di fronte a chi storce il naso alzano le braccia e respingono l’offerta: “no, grazie. Questa tassa non fa per noi”.

Alessandro Madron
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BISIGNANI E GLI SPOT MILIONARI PER LA SANTANCHÈ: “TI HO TROVATO LA PUBBLICITA'”

Giugno 21st, 2011 Riccardo Fucile

INCHIESTA P4, LETTA: “SAPEVO DELL’INDAGINE”….INDAGATO MORETTI DELLE FS…..LA SOCIETA’ PUBBLICITARIA DELLA SANTANCHE’ HA RACCOLTO 10 MILIONI DI EURO NEL 2009 GRAZIE ALLE ENTRATURE DI BISIGNANI NELLE SOCIETA’ PUBBLICHE

“Estroverso, brillante e ben informato, ed è possibile che qualche volta dica più di quel che sa… Con lui ho rapporti di amicizia che io gestisco in modo istituzionale… Lui è amico di tutti, è l’uomo più conosciuto che io conosca. Bisignani è uomo di relazioni”.
Firmato Gianni Letta, che osì lo scorso 23 febbraio davanti ai pm di Napoli descriveva i suoi rapporti con il gran faccendiere della P4.
Un uomo che sapeva muoversi dietro le quinte, le cui relazioni sono al centro dell’inchiesta che qui sotto viene riassunta.
Che aveva a sua disposizione della carta intestata di Palazzo Chigi, in bianco. Gliel’hanno trovata gli inquirenti: “In un incartamento relativo alla trattativa per l’acquisizione di un immobile in leasing da parte della Presidenza del Consiglio in persona del Ragusa (alto dirigente della presidenza, ndr), immobile nella disponibilità  della società  ‘B.B. Parlamento di Farina Vittorio’ (legatissimo al Bisignani e titolare della Ilte, società  di cui Bisignani è dirigente), venivano rinvenuti fogli in bianco di carta intestata alla Presidenza del Consiglio” .
“Nulla di più – concludono i pm – poteva rendere l’idea di una sorta di ruolo ombra svolto dal sodalizio e dal Bisignani”.
“Non escludo che Bisignani mi abbia potuto dire che era oggetto di attenzioni da parte dell’autorità  giudiziaria — ha proseguito invece Letta – : sicuramente non mi ha detto che era intercettato”.
Ancora il sottosegretario: “No, non ho mai cenato con Bisignani e il procuratore generale di Roma, tanto meno per festeggiare il nuovo giudice della Corte costituzionale Lattanzi, che ho conosciuto solo al Quirinale al momento del giuramento”.
Gli investigatori della Finanza di Napoli annotano quasi con stupore che “non sono emersi rapporti e/o collegamenti tra le società  riconducibili alla Santanchè e a Luigi Bisignani relativamente alle attività  di raccolta pubblicitaria” ma subito aggiungono: “Tuttavia, in tale contesto, si rappresenta che sono state intercettate alcune conversazioni telefoniche tra Bisignani e Santanchè dalle quali emergeva l’interesse del Bisignani a favorire le attività  imprenditoriali della stessa”.
Per esempio tra il 22 e il 25 febbraio del 2010. Bisignani chiama Santanchè e afferma: “Ma dimmi un po’ se io ti devo trovare la pubblicità !… Sì l’ho trovata stavi cercando da un po’ di tempo”.
Santanchè: “Che bella notizia!”.
“In questo scenario politico”, dice Bisignani a verbale “si innesta la mia attività  collaborativa, ripeto, senza fini di lucro, a fà vore della Santanchè per le sue attività  nel settore della raccolta di pubblicità . In pratica, feci stringere i rapporti fra la Santanchè e la famiglia Angelucci, che aveva difficoltà  a raccogliere pubblicità  per il giornale Libero di cui erano editori. Dopo un periodo iniziale, nel corso del quale, la Santanchè operava come free lance, portando molti clienti a Libero soprattutto nel settore della moda, in seguito “istituzionalizzò” questo suo rapporto con gli Angelucci con una iniziativa che io stesso le consigliai, e cioè con la costituzione di una vera e propria concessionaria di pubblicità , denominata Visibilia”. …In seguito, infatti, i rapporti fra gli Angelucci e la Santanchè si sono incrinati e in particolare, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stata la circostanza che la Visibilia ha iniziato a raccogliere pubblicità  con il Giornale in concomitanza del passaggio di Vittorio Feltri da Libero al Giornale”.
Grazie alla Santanchè, Libero ha raccolto 10 milioni di euro di pubblicità  nel 2009. Tra gli investitori principali ci sono le società  pubbliche.
Al riguardo Bisignani ha dichiarato: “Sono amico dell’Eni perchè sono molto legato a Paolo Scaroni. Ribadisco che ho facilitato – come ho già  detto – la costituzione di rapporti commerciali tra Vibililia e Eni, Enel e Poste”.
Il principale committente di pubblicità  istituzionale è la Presidenza del Consiglio.
Il dipartimento che se ne occupa è diretto da un funzionario stimato, Elisa Grande. Sentita il 22 febbraio Grande dichiara: “So che la Santanchè ha a che fare con la Visibilia. La Presidenza del Consiglio compra pubblicità  su tutti i giornali; … qualche tempo fa il Bisignani, mi disse che mi avrebbe chiamato la Santanchè; successivamente mi chiamò una prima volta la Santanchè lamentando che i miei uffici non compravano pubblicità  da Visibilia, cosa non corrispondente al vero; successivamente, una seconda volta, nel 2010 la Santanchè mi chiamò di nuovo per chiedere al Dirigente dell’Ufficio Stampa del Ministero del Lavoro perchè non acquistavano pubblicità  da Visibilia”.
Favoreggiamento personale. È questo il reato per cui l’ad di Fs Mauro Moretti risulta indagato per la P4.
La circostanza emerge dall’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico di Bisignani.
Moretti viene tirato in ballo dall’imprenditore Arcangelo De Martino, arrestato per la P3, che racconta di una denuncia che intendeva presentare per presunti illeciti a suo danno commessi da persone in Fs legate all’ad, denuncia che sarebbe stata bloccata da un intervento di Alfonso Papa.
Il top manager è stato ascoltato dai pm e ammette “non solo di conoscere Bisignani e Papa”, ma anche di essere stato contattato da Papa.
Riferisce però che si tratta di una lamentela “per il trattamento ricevuto su un treno da un controllore”.
“Appare evidente – si legge nell’ordinanza – che, mentre appare una vera e propria presa in giro l’ipotesi che un uomo come Papa potesse incomodare il Moretti per una vicenda tanto banale, il Papa, dopo aver ‘stoppato’ la denuncia del De Martino, abbia contattato il Moretti…per vantare, per rivendicare il credito derivante dall’avvenuta surrettizia sottrazione alla cognizione dell’autorità  giudiziaria di una vicenda che comunque avrebbe coinvolto il Moretti stesso”.
Papa telefona a Bisignani: Martedì sera sarò pronto ho fatto tutto è tutto a posto ci avevo un pettegolezzo su Vietti enorme
B: ah.
P: ti ho mandato pure il messaggio per Dagospia… Allora praticamente giovedì sera al ristorante “I Pazzi” a Trastevere ha offerto una serata a quattro avvenenti ragazze che risultano lavorare all’ufficio legale di Poste Italiane. Hanno organizzato per settimana prossima una festa privata in casa Vietti dove ogni ragazza dovrà  cucinare una pietanza
B: bravo, fantastico
P: va bene i dettagli della serata possono essere pure quelli interessanti? Che cosa si sono detti però ah no
B: con la scollacciata insomma
P: si, si scollacciata con avance… promesse di interessamento e per qualcuna ci uscirà  pure una promessa di inserimento nel suo staff al Csm.
La vicenda viene ricostruita poi anche dagli interessati.
Vietti ammette la cena (“eravamo in otto”), ma smentisce tutto il resto: con l’avvocato Roberta Darsena delle Poste — che viene utilizzata da papa come “corvo” – “escludo che si sia parlato di un inserimento della stessa presso il Csm; così come escludo che si sia svolta una cena privata con la stessa a casa mia. Escludo che la cena abbia mai assunto toni che non fossero assolutamente corretti.
Notano i magistrati: “La notizia in esame viene proposta e presentata al Bisignani per Dagospia, e ciò a conferma della cogestione occulta da parte del Bisignani medesimo del noto sito scandalistico, al quale lo stesso Bisignani – come lui stesso ha ammesso – ha fatto ottenere dall’Eni pubblicità  per oltre 100.000 euro all’anno”.
La notazione dei magistrati ieri ha fatto reagire Dagospia: “Quella notiziola non è mai comparsa sul sito. Ma lo scandalo per Woodcock è Dagospia che ottiene un contratto dall’Eni per pubblicità  per 100mila euro l’anno. Pure poco per un sito che ha 600mila pagine viste al giorno. Bisignani non cogestisce questo sito, scrivere una castroneria va bene, diffamare già  meno”.
Panico Prestigiacomo: se mi beccano mi rovini!
Il 2 dicembre 2010 Bisignani parla con il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
B: dobbiamo stare attenti ai telefoni perchè a Letta gli ho chiesto stamattina del fatto… dicono che Woodcock ci stia controllando i telefoni a me e a lui
P: come fai a sapere che hai l’utenza? Ma allora anche ora c’ho il telefono con il fruscio, tu non lo senti? (…) Perchè Woodcock a te ti controlla?
B: e che ne so…
P: mamma mia! ma come si può vivere così? Se escono le intercettazioni con me mi rovini!
Nomine Atac: anche Alemanno ubbidisce
“La capacità  di influenza di Bisignani veniva in rilievo anche con riferimento al sindaco di Roma Alemanno”.
Lo scrivono i pm . I magistrati fanno riferimento in particolare alla testimonianza resa da Maurizio Basile, ad dell’Atac: “Nella primavera del 2010 Bisignani mi ha presentato al sindaco Alemanno e dunque Alemanno mi ha nominato suo capo di gabinetto dal luglio a novembre 2010. Dopodichè sono stato nominato amministratore delegato dell’Atac cumulando le due funzioni per un mese. (…) Non c’è dubbio che Alemanno ascoltasse le indicazioni di Bisignani comprese la mia nomina. Tuttavia non so spiegare come mai Bisignani potesse vantare tale indubbio potere contrattuale su Alemanno”.
A detta di Basile “Alemanno ha partecipato anche a due riunioni-cene a casa della madre di Bisignani”.
Basile risponde poi sul contenuto di una intercettazione telefonica e spiega che “il sindaco doveva designare il direttore del Teatro Stabile di Roma e Luca Barbareschi era interessato: nella telefonata – dice – Bisignani mi chiede informazioni; in proposito il sindaco ha poi nominato un altro, e cioè Gabriele Lavia”.
L’amico americano e il parco giochi di Rovati.
Nelle intercettazioni emerge il ruolo di Enzo De Chiara, già  consigliere del partito Repubblicano uomo che ha accompagnato nel suo viaggio italiano nel 2002 l’allora presidente statunitense George Bush e che si è fatto notare quando ha dichiarato: “Negli Stati Uniti tutto è lobby e la democrazia non può esistere senza lobby”.
Fu uno dei protagonisti della celebre inchiesta Phoney money.
Ecco quello che dice a verbale il 23 febbraio del 2011: “Ho conosciuto Bisignani, nel 2004, quando ero Capo della Segreteria del Capo della Polizia De Gennaro, nel contesto di una colazione organizzata dal dottor Enzo (Crescenzo) De Chiara, consulente dell’Ambasciata Americana”.
Nell’ottobre 2010 è sempre il prefetto di Roma a chiedere un incontro ai due per ottenere, dirà , “un favore per un amico”. Quattro giorni più tardi un’altra telefonata di Pecoraro viene spiegata così. “Si fà  riferimento ad una vicenda legata ad un progetto riferito alla costruzione di un parco giochi a Valmontone vicino all’outlet di Valmontone; io chiamai il Bisignani chiedendogli chi fossero i proprietari del suddetto parco giochi, e Bisignani mi fece sapere che dietro c’era anche Angelo Rovati; io chiamai Angelo Rovati facendogli presente che c’erano dei problemi di viabilità  legati all’apertura del predetto parco…ritenni di chiamare il Bisignani perchè è un imprenditore che conosce tutti”.
Ascoltato nel febbraio scorso, Massimo D’Alema affermò: “Ho incontrato l’ultima volta il Bisignani poichè accompagnò il generale Santini – già  direttore dell’Aise – che chiese di incontrarmi; sono certo che Santini era già  direttore dell’Aise, lo ricordo bene perchè avrei ritenuto inopportuno incontrarlo prima della nomina a direttore dell’Aise; in quell’occasione il Santini fu accompagnato dal Bisignani, non so a che titolo; Bisignani lo accompagnò e restò fuori” . Queste dichiarazioni non coincidono con quelle di Santini, che afferma che li data “certamente prima della mia nomina a Direttore delI’Aise avvenuta il 23.2.2010”.
D’Alema risponde: “Ribadisco che incontrai il Santini che chiese di incontrami lui e chiese un appuntamento con la mia segreteria; ribadisco che tale incontro avvenne dopo la nomina dei Santini a direttore dell’Aise da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri; certamente quando l’ho incontrato c’era già  stata la sua designazione ed è stato dopo il 4.2.2010 (ritengo tra il 9 e il 10 febbraio).
Alfonso Papa, giudice in aspettativa e deputato Pdl è temuto per le sue relazioni, vere o ostentate, con uomini della Finanza e dei servizi segreti.
Con il Generale Poletti, ex Capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza ed attualmente vice direttore dell’Aise.
L’imprenditore Alfonso Gallo testimonia: “Ho visto più volte il Papa incontrarsi con il generale Poletti dell’Aise con il quale so che il Papa si incontrava sistematicamente presso la libreria Feltrinelli di Roma; una volta li ho visti anche io e i due si sono appartati a parlare e non so cosa si siano detti”.
Italo Bocchino è amico di Bisignani. Lo stesso lobbista ammette: “Un giorno l’onorevole Bocchino, mio caro amico mi disse di avere appreso che Papa era indagato e che a Napoli c’era una indagine e delle intercettazioni che riguardava alcune schede procurate e diffuse dal Papa”.
Nelle telefonate intercettate emerge come Papa volesse raccogliere informazioni giudiziarie contro Caliendo, finito nell’inchiesta P3.
A telefono con Enrico La Monica
P: tu nel frattempo devi acquisire tutti, tutti, tutti gli elementi, così lo mettiamo un pochettino … hai capito! Mettiti insomma questo ramo Napoletano P 3 così… tiriamo in ballo pesantemente anche Caliendo.
Scrivono i pm che Caliendo è “inviso al Papa dal momento che ha ottenuto quella nomina a Sottosegretario alla Giustizia cui avrebbe aspirato lo stesso Papa, diventando da quel momento in poi anche lui destinatario e obbiettivo dell’attività  di dossier aggio del Papa e dei suoi sodali”. Papa ce l’aveva anche con l’altro indagato della P3 Lombardi.
Un carabiniere racconta che indicandolo un giorno disse: “Vedi quello lo fotterò”.

Marco Lillo e Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DALLA MELONI AGLI SCAJOLIANI TUTTI I DISSIDENTI CHE FANNO INFURIARE IL PREMIER

Giugno 21st, 2011 Riccardo Fucile

POSSIBILE ORDINE DEL GIORNO CONTRO LO SPOSTAMENTO DEI MINISTERI AL NORD…OGGI RISCHIO TESTACODA   A MONTECITORIO:   FORZA DEL SUD SI PREPARA A VOTARE CONTRO IL TRASLOCO

Sarà  la verifica, quella vera.
L’ordine del giorno messo a punto dalla fronda pidiellina romana e che nel giro di poche ore ha raccolto le adesioni di un ministro (Giorgia Meloni), di sottosegretari e di una ventina di deputati è sufficiente a mandare a gambe all’aria la maggioranza. Proprio quello che fino a notte fonda Berlusconi coi suoi e infine con Calderoli hanno cercato di scongiurare in ogni modo.
Anche perchè, a dispetto dei 330 vantati dal premier, nelle votazioni di fiducia succedutesi dal 14 dicembre, la coalizione non è mani andata oltre quota 316.
E più tardi rischia il testa-coda.
Altro che verifica sui sottosegretari, altro che fiducia sul decreto Sviluppo.
La partita più delicata si è giocata fino a stamattina (termine ultimo perla presentazione dell’odg: le 9,30) sullo stop al trasloco, sul quale il sindacoAlemanno e la governatrice Polverini hanno tenuto duro.
Insomma, la mina che– non a caso –domenica Bossi ha piazzato sotto l’edificio già  barcollante del Pdl, ha prodotto tutti i suoi effetti dirompenti.
E alla fine, è diventato solo l’ultimo pretesto per portare allo scoperto le ferite che ormai segnano il corpaccione dell’intera coalizione berlusconiana.
Al testo ha lavorato fino a tardi la deputata ex An Barbara Saltamartini, «ambasciatrice» del sindaco a Montecitorio e riferimento dell’area che si è ritrovata sotto il gazebo al Pantheon con Alemanno e la Polverini.
Insieme con loro, sotto le stesse insegne, adesso i deputati Rampelli e Marsilio, «perchè la richiesta della Lega è folle e incostituzionale» sostengono.
Il ministro delle Politiche giovanili Giorgia Meloni confida fino all’ultimo in una soluzione congiunta del Pdl, ma se poi si dovesse andare alla conta, voterebbe l’ordine del giorno in difesa di «Roma capitale» e dei suoi ministeri: «Legittimo per il Pdl far sentire il suo no al trasferimento».
Si va allo scontro, dunque? Non è ancora detto.
«Presentiamo il documento al 65 per cento» dice a tarda sera un uomo di Alemanno, mentre a Palazzo Grazioli Berlusconi media coi suoi. «Stiamo lavorando per un testo condiviso da tutto il Pdl – spiega in quelle ore la Saltamartini – Di certo deve contenere il principio per noi irrinunciabile: iministeri non si spostano da Roma». Proprio quel che rischia di far saltare i rapporti con la Lega.
A poco è valso il pranzo tra Cicchitto e Alemanno. I «romani» e non solo loro vanno sparati per la loro strada.
L’ex ministro ormai in rotta è in stretto contatto con Alemanno e Formigoni: 5 dei suoi potrebbero votare l’odg «gruppo» fanno anche parte i deputati Francesco Biava, Mario Landolfi, Vincezo Piso.
Il calabrese Santo Versace non ha dubbi: «Non è tempo per proposte propagandistiche, per campagne dal sapore clientelare».
Ma il malessere nel partito è tale che è bastato l’annuncio per veder coagulare attorno al testo (ancora fantasma) tutti gli spezzoni in fermento del Pdl.
Claudio Scajola ha già  fatto sapere come la pensa sulla sortita leghista sui ministeri.
In questi giorni si è tenuto in stretto contatto con Alemanno, al pari del governatore Roberto Formigoni.
Oggi potrebbe astenersi sull’ordine del giorno, comunque non votare contro. Ma la sua mano d’aiuto si concretizzerebbe in altro modo: col voto favorevole di 5-6 dei suoi fedelissimi.
Da Abrignani a Cicu, da Biasotti a Conte, da Galati a Nicolucci.
Ma tentato dallo strappo era ieri anche il pidiellino abruzzese Marcello De Angelis. Hanno già  deciso di sostenere l’eventuale mozione, invece, i sei deputati che fanno capo alla nuova formazione di Gianfranco Miccichè, Forza del Sud.
«La votiamo eccome. Con tutto il rispetto per l’amico Maroni, che ora parla di un ministero aPalermo, gli diciamo che al Sud abbiamo bisogno di aziende e lavoro, non di uffici che moltiplicano i costi» gli manda a dire il siciliano del gruppo Pippo Fallica.
Nella squadra dovrebbe entrare da qui a breve la frondista bolzanina Michaela Biancofiore, ormai in rotta con Verdini e La Russa.
«Lascio e vado al misto con Miccichè» anticipava ieri a Radio24, salvo poi correggersi: «Non farò nulla senza aver prima parlato con Berlusconi».
Anche la sua strada (in uscita) è segnata.
Altro capitolo, il vulcano già  in ebollizione (per le poltrone mancate) dei Responsabili.
Il nuovo capogruppo Silvano Moffa fino a sera predicava cautela: «Confidiamo in un documento unico col Pdl». Consapevole che se non sarà  così, oggi saranno dolori. Quasi l’intera formazione dei 256 formata da meridionali.
Il sottosegretario Giampiero Catone, per esempio, non ha dubbi: «Voterei sì, per far rimanere a Roma i ministeri».
Anche il campano Mario Pepe, che pure è uscito dal gruppo dei Responsabili per il Misto (ma solo per entrare in Giunta per le autorizzazioni al posto del sottosegretario Cesario) a ora di cena tagliava corto: «Ma quale Nord, io voto per tenerli qui».

Lopapa Carmelo
(da “La Repubblica“)

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