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“BORSELLINO ERA DI OSTACOLO PER LA TRATTATIVA STATO-MAFIA”: QUATTRO ARRESTI PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

Marzo 8th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO I PM: “FU TRADITO DA UN CARABINIERE”… E AVANZANO LA DRAMMATICA IPOTESI PER IL MOVENTE DELLA STRAGE

Dopo aver svelato il depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino, la Procura di Caltanissetta prova a rimettere in ordine i tasselli della complicata indagine attorno alla morte del giudice Paolo Borsellino.
Determinante si è rivelata la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza, l’ex killer di Brancaccio che rubò la Fiat 126 poi imbottita di esplosivo: nei mesi scorsi, le sue dichiarazioni hanno portato alla scarcerazione di sei innocenti; adesso, fanno scattare quattro ordinanze di custodia cautelare, che sono state firmate dal gip Alessandra Giunta.
Questa mattina, i provvedimenti sono stati notificati in carcere dalla Dia al capomafia pluriergastolano Salvino Madonia (è accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista) e ai boss Vittorio Tutino e Salvatore Vitale (il primo rubò con Spatuzza la 126 per la strage; il secondo abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e avrebbe fatto da talpa agli stragisti).
Un quarto provvedimento riguarda il pentito Calogero Pulci, era l’unico in libertà : è accusato di calunnia aggravata, perchè con le sue dichiarazioni avrebbe finito per fare da riscontro al falso pentito Vincenzo Scarantino.
La Procura aveva chiesto l’arresto di una quinta persona, il meccanico Maurizio Costa, a cui Spatuzza si rivolse per sistemare i freni della Fiat 126, ma il gip ha rigettato la misura.
Costa resta indagato a piede libero per favoreggiamentro aggravato.
Ecco, dunque, un primo importante passo avanti per fare luce sui misteri che vent’anni dopo ancora si addensano attorno a via d’Amelio.
La nuova inchiesta porta la firma del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, degli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, dei sostituti Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani.
Con i magistrati lavora ormai da anni una squadra della Dia di Caltanissetta, coordinata dal vice questore aggiunto Ferdinando Buceti.
L’ultimo atto d’accusa della Procura nissena si compone di 1670 pagine, riportate e analizzate nel provvedimento del gip: i magistrati ricostruiscono non solo la fase esecutiva della strage, ma affrontano anche i delicati capitoli del movente e dell’eventuale coinvolgimento di uomini delle istituzioni.
Ecco alcuni passaggi cruciali del documento, con le ricostruzioni e le testimonianze che finiscono per chiamare in causa pezzi dello Stato.
Chi azionò il telecomando
I pm escludono che i mafiosi fossero appostati al Castello Utveggio di Montepellegrino, che sovrasta via d’Amelio. Secondo il racconto del pentito Fabio Tranchina, “è quasi certamente Giuseppe Graviano che azionò il telecomando”, scrivono i magistrati. “Era dietro il muro che delimitava la fine della via D’Amelio ed un retrostante   giardino”. Graviano è stato già  condannato per la strage del 19 luglio.
L’uomo del mistero
Il pentito spiega di aver portato l’auto in un garage di via Villasevaglios, per essere caricata di esplosivo. Era il giorno prima della strage. Assieme ad altri mafiosi c’era un uomo che Spatuzza non aveva mai visto.
Scrivono i pm: “Non è allo stato possibile affermare che l’uomo notato da Spatuzza fosse un uomo appartenente ai servizi di sicurezza per il solo fatto che il collaboratore non ebbe a riconoscerlo come appartenente a Cosa nostra”.
I magistrati aggiungono però: “Non si può escludere allo stato l’ipotesi di un coinvolgimento nella fase preparatoria della strage di personaggi “riservati”, ignoti a Spatuzza”. Ecco il primo dei misteri ancora da risolvere, per cui le indagini proseguono.
La trattativa e il “traditore”
Il secondo mistero riguarda l’agenda rossa di Borsellino, scomparsa sul luogo della strage. In quelle pagine, probabilmente, il giudice aveva annotato la sua ultima scoperta dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone.
Non sappiamo con precisione cosa, però adesso le indagini di Caltanissetta dicono che Borsellino sapeva dei primi contatti intrapresi da alcuni carabinieri del Ros con l’ex sindaco Vito Ciancimino (contatti che poi si sarebbero trasformati in una trattativa Stato-mafia ancora oggi dai contorni poco chiari).
Lo riferisce ai pm il magistrato Liliana Ferraro, che qualche tempo prima era stata avvicinata proprio da un ufficiale del Ros: “Vidi Borsellino il 28 giugno e affrontai l’argomento”, precisa la Ferraro.
Il giorno dopo, Borsellino incontrò altri due colleghi magistrati, Alessandra Camassa e Massimo Russo. “Si distese sul divanetto del suo ufficio   –   ha messo a verbale la Camassa   –   e mentre gli sgorgavano le lacrime dagli occhi, disse: “Non posso pensare che un amico mi abbia tradito”.
Massimo Russo ha aggiunto: “Qualche giorno prima era stato a Roma e aveva avuto un pranzo, forse una cena, con alti ufficiali dei carabinieri. Fu lo stesso Borsellino a parlarcene a un certo punto”.
Sia la Camassa che Russo pensarono che il traditore fosse a quella cena. E adesso lo pensano anche i magistrati di Caltanissetta: “E’ probabile   –   scrivono – che il traditore fosse tra le persone incontrate”.
Così, dopo i verbali di Camassa e Russo, i pm inseriscono nella loro ricostruzione le dichiarazioni della moglie di Borsellino, Agnese. “Il 15 luglio, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto, mi disse testualmente: “Ho visto la mafia in diretta, perchè mi hanno detto che il generale Subranni era “punciutu”.
Tre giorni dopo, durante una passeggiata sul lungomare di Carini, mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”.
“Punciutu”, vuole dire mafioso. I pm osservano: “Un’inquietante confidenza in relazione alla figura del generale Subranni, capo del Ros dei carabinieri, proprio la struttura che stava conducendo la cosiddetta trattativa”.
Per questa ragione, Subranni è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Risentita nuovamente dai pm, la signora Borsellino ha aggiunto un ricordo: “Mio marito non mi parlò mai di trattativa, ma a metà  giugno mi fece cenno a un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”.
Ancora “metà  giugno”, il periodo in cui Graviano avviò i preparativi per la strage, incaricando Spatuzza di rubare la 126.
Ecco il dilemma che si pongono i magistrati: “La trattativa fu tra i motivi aggiuntivi che hanno spinto Cosa nostra ad effettuare proprio nel luglio 1992 la strage di via d’Amelio per mera leggerezza di chi a quella trattativa ha partecipato? Ovvero (purtroppo) qualche ‘servitore dello stato infedele’ si spinse sino al punto di additare volontariamente il dottor Borsellino come ostacolo al buon fine della trattativa?”. Dopo aver riletto le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca i magistrati di Caltanissetta propendono per l’ipotesi più drammatica, “che qualcuno abbia riferito a Cosa Nostra che Borsellino era di ostacolo alla prosecuzione della trattativa”.
Così, il tentativo di bloccare le stragi si sarebbe trasformato nel più grande pasticcio (ovvero patto scellerato) della Repubblica.
La conclusione dei pm è amara: “Alcuni significativi risultati Cosa nostra li ha ottenuti. Si è accertato che i provvedimenti di carcere duro, i cosiddetti 41 bis, sono scesi vertiginosamente, dai 1200 in vigore alla fine del 1992 ai circa 400 alla metà  del 1994”.
Chi decise? I pm non credono alla versione dell’ex Guardasigilli Conso, che si è assunto la totale responsabilità  di quella scelta.
Così, ancora una volta, l’indagine torna nel cuore dello Stato.
Il “supertestimone” Ciancimino
Un contributo importante per risolvere i misteri di quei mesi i pm di Caltanissetta si aspettavano dal figlio dell’ex sindaco di Palermo.
Ma Ciancimino junior ha deluso, e non poco.
I pm sono disposti a concedergli solo un merito: “Ha contribuito a risvegliare la memoria di persone che, pur non direttamente chiamate in causa da lui, forse temevano che fosse a conoscenza di vicende inerenti la trattativa di cui essi erano stati testimoni privilegiati e che in precedenza non avevano mai rivelato ad alcuno”.
Per il resto, i pm nisseni parlano di “un giudizio finale sostanzialmente negativo sull’attendibilità  intrinseca” di Massimo Ciancimino.
In un altro passaggio, i magistrati parlano addirittura di “pseudo collaborazione   di Ciancimino”, che “sembra essere più favorevole agli interessi di Cosa nostra che a quelli dello Stato”.
Ma perchè questo atteggiamento? I pm ipotizzano che Ciancimino voglia ancora “salvaguardare il proprio patrimonio”, ma ipotizzano pure che dietro di lui “si nasconda una occulta cabina di regia”.

Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)

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IL MITO DELLA LEGA INNOCENTE E’ ORMAI STATO TRAVOLTO DAGLI AFFARI DI GIUNTA: DA ENIMONT AGLI ASSESSORI

Marzo 8th, 2012 Riccardo Fucile

IL CAPPIO SVENTOLATO CONTRO LA CORRUZIONE NEL ’93 IN AULA E’ DIVENTATO UN’AUTOCONDANNA…DAI RAPPORTI CON IL BANCHIERE FIORANI PER SISTEMARE I CONTI DEL PARTITO AI GIORNI NOSTRI

Quando nacque e presto si affermò la Lega, primissimi anni 90, molti immaginarono e alcuni anche scrissero che c’ erano di mezzo finanziamenti esteri.
Chi diceva la Germania, chi la Libia, chi altre meno precisate nazioni comunque decisea disarticolare l’ Italia.
Poi, più modestamente, si scoprì che Bossi prendeva la macchina e scendeva a Ravenna a battere cassa dai Ferruzzi, che all’ inizio nemmeno lo ricevevano di persona, poi riuscì a entrare in contatto con Carlo Sama.
E quindi arrivò la prima, storica bustarella, per giunta a Roma, anzi, peggio, a via Veneto, consegnata da un emissario della Montedison a un ambasciatore del Senatùr fra i tavolini allora un po’ polverosi del bar Doney.
Erano 200 milioni, e per questa faccenda Bossi, il futuro ministro delle Riforme, è stato condannato in via definitiva a 8 mesi al processo Enimont.
Questo per dire che la Padania è nata molto prima dell’ innocenza e poi perchè in quella storia di primigenia corruzione, troppo presto oscurata da rabbiosi proclami magniloquenti e perfino da cappi di forca sventolati nell’ aula di Montecitorio, è già  inscritto il rapporto della Lega con il denaro: un rapporto non solo furbo, ma anche cialtronesco, e come s’ intuisce oggi abbastanza sciagurato.
Basti ricordare che il messo padano che buscò materialmente la mazzetta, l’ indimenticabile Patelli, baffuto ex idraulico da tempo uscito dalla Lega e oggi organizzatore di cori gospel e di residualissime democrazie cristiane, spiegò ai magistrati di aver subito portato i quattrini nella sede e di averli chiusi a chiave in un cassetto: «Quella notte però la sede venne scassinata, portarono via carte di ogni tipo e sparirono anche i soldi».
Il che evidentemente autorizzò Bossi a inerpicarsi in una fantastica ricostruzione, per cui «scopriamo che con una mano il sistema dava, e con l’ altra toglieva. Questa – concluse – è roba da servizi segreti deviati, siamo caduti in un trappolone», e già .
Così, prima del Natale 1993, fu organizzata una colletta per i poveri militanti e i 200 milioni raccolti in una damigiana accreditati sul conto corrente della Procura.
L’ auto-sacrificio del Patelli espiatorio ebbe il suo culmine nel crudele riconoscimento: «Io sono un pirla».
Ma da allora in poi quanti altri impicci, tra buffi e crac, furfanterie e negligenze, stecche personali ed evasioni collettive hanno allietato le temerarie finanze del Carroccio!
Il caso Boni piove infatti sul bagnato.
Si può tentare un minimo di storia.
Per cui la fase secessionista coincide con iniziative costose e folli, tipo la Cuba di Fulgencio Batista: villaggi turistici e casinò in Croazia, sale bingo, agenzie turistiche, oltre all’ acquisto del sacro pratone di Pontida e a circuiti alimentari made in Padania.
E poi il quotidiano, il settimanale, la radio e visto che c’ erano pure la tv.
Ma soprattutto il sogno della banca leghista, Credieuronord, la madre di tutti gli scialacquatori, che di conseguenza si fece subito incubo.
Il ritorno al governo con Berlusconi servì soprattutto a ripianare i debiti, con la gentile collaborazione di un notaio e poi del banchiere Fiorani, che però non era esattamente un benefattore, ma pure lui a Roma ladrona aveva i suoi amici importanti da difendere e da baciare sulla fronte, come il governatore Fazio, e le sue rogne da grattarsi, e le sue magagne da ricompensare, e insomma i conticini correnti di alcuni ministri padani si rimpinguarono pure, ma i loro titolari se la videro brutta, e nel frattempo a Bossi gli era anche preso il coccolone.
A questo punto, 2003 e dintorni, nel sancta sanctorum del Sole alpino devono essere accadute cose tanto segrete e mnisteriose quanto decisive e illuminanti ai fini di ciò che sta accadendo oggi, tra cerchi magicie investimenti in Tanzania.
Ma nel complesso si può pensare che ormai da diversi anni alcuni esponenti leghisti, finora identificabili ai livelli bassi del movimento, abbiano addentato il succoso e nutriente, ma anche avvelenatissimo frutto del potere.
E le vicende saranno anche diverse fra loro, ma tutte rispondono a una caduta di tensione morale, come si diceva un tempo.
E gli allevatori, per esempio, guidati dall’ onorevole Robusti, non volevano pagare le multe.
E in Friuli l’ onorevole Ballaman scarrozzava parenti e amici con l’ auto di servizio.
E in Piemonte distribuivano posti secondo criteri molto, ma molto romani e meridionali, per dirla alla leghista.
E in Veneto beccavano un piccolo assessore, anzi due che buscavano quattrini su sponsorizzazioni e vendita di permessi di soggiorno, pensa tu; e l’ ex presidente del Consiglio, Cavaliere, era condannato per la bancarotta del maledetto villaggio turistico croato, che si doveva chiamare «Skipper»; e altri due assessori erano pizzicati dalle parti di Brescia, per via di un centro commerciale; e un altro, ritenuto un po’ troppo disinvolto sul fotovoltaico, rischiava l’ arresto alla provincia di Piacenza.
E insomma, adesso alla regione Lombardia è arrivato il botto.
E non è detto che anche stavolta si cercherà  e magari si troverà  qualcuno disposto a darsi del «pirla» o a invocare le trappole dei servizi segreti deviati. –

Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)

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“SETTE BUSTE PIENE DI SOLDI PER IL PRESIDENTE LEGHISTA”: UN SISTEMA PDL-CARROCCIO

Marzo 8th, 2012 Riccardo Fucile

SI ALLARGA IL CASO LOMBARDIA, ALTRI DIECI COINVOLTI… NUOVI PARTICOLARI SUL RACCONTO DELL’ARCHITETTO PENTITO: “LA SOMMA VENNE DA ME CONSEGNATA AL SEGRETARIO DI BONI NEGLI UFFICI DELLA REGIONE”

Nel corso del 2008 nell’ufficio del presidente del consiglio regionale della Lega, Davide Boni, sono state recapitate “sei o sette buste” piene di denaro.
“Gli ho dato effettivamente 200 mila euro”, racconta oggi il pentito dell’inchiesta milanese che sta facendo tremare il quartier generale leghista, l’architetto-mazzetta Michele Ugliola.
Solo un episodio di un “sistema” che, giorno dopo giorno, emerge sempre più nitido. All’indomani delle perquisizioni alla Regione Lombardia, l’indagine sul presidente leghista accusato di corruzione, si allarga ad altri dieci politici (gran parte persone dello staff di Boni), e ad altrettanti imprenditori.
Sembra quasi banale il modo in cui prende forma il dettagliato racconto dei pagamenti, che il pentito di questa inchiesta inizia a rendere, dall’estate scorsa, ai pm milanesi Alfredo Robledo e Paolo Filippini.
Per quella tranche da 200mila euro (solo una parte degli oltre 300 mila complessivi versati), “la somma venne da me data al Ghezzi (capo della segreteria di Boni e indagato), dal quale mi recavo la mattina presto, nel suo ufficio in Regione, in via Sassetti, all’undicesimo piano”.
Il pretesto era di prendere un caffè insieme, ricorda Ugliola, “poi gli consegnavo il denaro all’interno di una busta”.
La causale? Erano le percentuali per “gli affari andati in essere nel Comune di Cassano D’Adda (nell’hinterland milanese)”.
E lo stesso sistema sarebbe stato esteso anche ad altre pratiche ben più succose che necessitavano di un via libera regionale.
Il quadro descritto dal pentito inizia cinque anni fa.
“Intorno alla metà  del 2007 conobbi Dario Ghezzi – racconta a verbale – già  all’epoca capo di gabinetto di Davide Boni, che mi fu presentato dall’architetto Saldini (Silvio, ex delegato al Design del Pirellone, architetto di fiducia di Paolo Berlusconi). La presentazione era finalizzata al fatto che io potessi stipulare un accordo con lui e Boni perchè facilitassero l’ottenimento della valutazione d’impatto ambientale su alcune aree di Luigi Zunino (l’immobiliarista ex azionista di riferimento del gruppo Risanamento), che era mio cliente da metà  degli anni Novanta”.
Una pratica da accelerare, insomma, e che aveva come commensali interessati anche altri esponenti della giunta del governatore Formigoni.
“Certamente – rammenta Ugliola – vi era un attenzione da parte di Saldini e dell’allora assessore alle Attività  produttive, Franco Nicoli Cristiani (arrestato nel novembre scorso per tangenti), del cui assessorato Saldini era consulente”.
La combriccola della mazzetta muove i primi passi così: “Ghezzi si è dimostrato interessato fissando un incontro con Boni. Avvenne nell’ufficio di Ghezzi e nell’occasione stringemmo un accordo nel senso che Boni si impegnò a farmi ottenere la valutazione favorevole ai fini dell’autorizzazione commerciale, impegnandosi anche perchè rilasciasse quella di competenza di Nicoli Cristiani”.
A che prezzo? Per agevolare le aziende dell’immobiliarista Zunino, Boni e il suo staff avrebbe preteso molto: “Ottocentomila euro per il via libera all’area di Rodano Pioltello, 800 mila euro per l’area Falck di Sesto San Giovanni e di 200mila per l’area Santa Giulia”.
Uno sconto su un saldo totale già  salato? Non proprio.
Il mistero è presto spiegato: “Preciso – aggiunge Ugliola – che la somma è minore perchè vi era già  l’accordo di programma quindi la pratica amministrativa era in fase avanzata”.
Per chiarire nei dettagli i termini dell’affare, l’esponente della Lega Boni e il suo capo di gabinetto, a volte decidono anche di guardare in faccia gli imprenditore da “aiutare”.
“Ci fu l’incontro con Zunino, Boni e Ghezzi presso la foresteria negli uffici di Risanamento di via Bagutta, nel corso del quale si ribadirono questi impegni e Zunino confermò, alla loro presenza, il mio ruolo di suo consulente di fiducia in questi affari”. E qui entra in scena ancora Nicoli Cristiani.
L’area interessata, in questo caso, è “la Marconi 2000 di Varedo”.
A sollecitare un intervento dell’architetto ammanicato con il Palazzo Ugliola, è un altro immobiliarista, Gabriele Sabatini.
“Mi curi come hai curato Zunino?” gli avrebbe chiesto l’imprenditore.
E l’onnipresente Ugliola la richiesta la spiega banalmente così: “Questa sua frase significava che avrei dovuto occuparmi sia della progettazione tecnica sia dei rapporti con i politici regionali per ottenere le autorizzazioni necessarie con gli assessori Nicoli e Boni”.
Un interessamento che risale al 2009, ma che secondo lo stesso pentito “non si è poi concretizzato, perchè Sabatini rinunciò al piano”.
Sulle tangenti tra i leghisti e i rappresentanti del Pdl alla Regione Lombardia non sembrano esserci stati fraintendimenti, polemiche, incomprensioni.
Per la realizzazione a Lonate Pozzolo, nell’hinterland milanese, di un impianto per lo smaltimento di amianto, un pool di imprenditori stanzia 200 mila euro, “da destinare a tangenti per ottenere l’autorizzazione dei politici competenti”.
L’attentissimo Ugliola, non vuole farsi scappare l’ennesima occasione, e ne parla “con Boni, Ghezzi e Buscemi (ex assessore alle risorse idriche con delega ai Rifiuti).
Boni e Ghezzi ritennero l’importo offerto congruo e ne accettarono la promessa, mentre Buscemi in questa occasione non ne volle”.
Un moto d’orgoglio? Non proprio.
“Questa rinuncia è giustificata dal fatto che lui aveva un forte interesse ad ottenere la valutazione d’impatto ambientale, per la quale stavamo stipulando un incarico professionale per una società  del suocero, tale Daccò (Piero, attualmente detenuto per il crac dell’ospedale San Raffaele fondato da don Luigi Verzè)”.

Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)

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“SECOLO XIX”: LIGURIA FUTURISTA APRE SU MOSCHEA

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

IL DOCUMENTO DI “LIGURIA FUTURISTA” VIENE RIPRESO DAL MAGGIORE QUOTIDIANO LIGURE

…

Il documento sul confronto di religioni e le interviste esclusive all’imman Hussein e ad un noto esponente del mondo cattolico è nella nostra home page.
Nei prossimi giorni verrà  diffuso anche in versione opuscolo presso diversi punti distributivi della città .
Potete prenotarlo presso la nostra redazione via mail.

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“IL PEZZO DI CARTA NON VALE PIU'”: L’UNIVERSITA’ E POI IL VUOTO

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

SOLO ANNI DI PRECARIATO E BASSE RETRIBUZIONI PER CHI COMPLETA IL PERCORSO DI STUDI… AI PROBLEMI DI QUESTI GIOVANI DOVREBBE DEDICARSI LA POLITICA

Laureati può far rima con sprecati o dimenticati.
Anche quelli che nel passato erano percorsi universitari a colpo sicuro, oggi sono spesso il passaporto per anni di attesa e sfruttamento.
Ecco alcune storie di ordinario precariato post-tesi: in Italia una miriade di giovani, nè «bamboccioni», nè «sfigati» fanno i conti con il lavoro che non c’è.
Da Gina Vitolo, dottore in Chimica e tecnologia farmaceutica, a Guido Pipolo, laurea più master in economia.
Alla prima hanno proposto solo lavori da informatore scientifico senza fisso, solo provvigione. Per due mesi ha lavorato in un call center specializzato in vendite di prodotti farmaceutici ai medici: 500 euro al mese. «Mi sono data tempo fino a settembre, se non trovo nulla vado a Londra: farò la cameriera, ma almeno perfeziono l’inglese».
Gino Pipolo, invece – laurea in economia, master in controllo di gestione, cinque mesi di studio negli Usa – oggi lavora grazie ad uno stage da 250 euro al mese: «Imparo, ma ho poche speranze di essere assunto, l’azienda nella quale sto completando lo stage ha nei progetti la riduzione del personale. Andare all’estero? Certo se ne vale la pena. Sono nato a Napoli lavoro a Bologna, so cambiare».
Il musicista
“Decine di concorsi senza risultato ora guadagno solo 500 euro al mese”
Due diplomi al conservatorio e una laurea in filosofia. Luigi Mastrandrea oggi ha 32 anni, ha cominciato a lavorare – sfruttando la specializzazione musicale – otto anni fa.
Sa tutto di musica elettronica: suona, fa concerti, dà  lezioni, fa produzioni, sonorizzazioni e audiobrand.
Grazie alle elevate competenze lavora molto: il tutto per 500 euro al mese. Vive e lavora a Bologna, ma senza i genitori che lo aiutano da Bari non potrebbe mantenersi: «Mille euro già  sarebbero un bel traguardo: ho fatto tutti i concorsi possibili per insegnare musica e, in teoria, fra un paio d’anni dovrei farcela, ma i criteri d’entrata non mi aiutano».
Anche se le cattedre per le quali si è presentato sono specificatamente di musica elettronica, la sua esperienza non conta: un qualsiasi diplomato, digiuno in materia, ma con qualche ora di insegnamento nel solfeggio alle spalle, può sorpassarlo in graduatoria.
La baby sitter
Tanti tentativi senza ottenere nulla non mi vogliono nemmeno come colf”.   Roberta S. è romana, ha 23 anni. Si è laureata a pieni voti in Beni culturali.
Roberta è disoccupata come tantissimi suoi coetanei.
Ma non solo: la sua storia incarna la disperazione di una generazione che il lavoro non riesce a trovarlo ma soprattutto rappresenta il crollo della classe media che oggi si ritrova a lottare con le unghie per poter sopravvivere: «Cerco lavoro, e non trovo nulla come tanti miei amici, la mia laurea non vale nulla», dice, «e ora ho deciso di cambiare marcia, di cercare anche un lavoro come colf e baby sitter dopo aver provato di tutto. Non ho trovato nulla, se non lavoretti sottopagati a 3 o 400 euro al mese senza contributi e ormai sono demoralizzata. E pensare – racconta – che quando ero piccola e i miei genitori lavoravano entrambi, la baby sitter ce l’avevo io. Ora quello rischia di diventare il mio lavoro».
La commessa
“Meglio un posto nel negozio di animali che sottopagata in una scuola privata”         Ventotto anni, un 110 e lode in lettere moderne, quattro lingue straniere parlate in modo fluente (inglese, spagnolo, francese e romeno) e un lavoretto in un negozio per animali che le permette di guadagnare dai 400 ai 600 euro al mese.
Siriana Giannone Malavita abita a Modica di Ragusa e dice che vorrebbe «avere la possibilità  di essere messa alla prova».
Cerca lavoro da oltre due anni, ma nè l’originale tesi (le parole del made in Italy) nè le lingue l’hanno aiutata. «Pensavo di avere buone opportunità  con il romeno, ma mi hanno proposto solo incarichi ambigui e l’insegnamento in una scuola privata per 3,50 euro l’ora. I 16 adulti ai quali avrei dovuto insegnare ne pagavano 7,50 a testa. Non ho potuto accettare, troppo umiliante, meglio allora il negozio di animali».
«Non mi arrendo – precisa – ma se devo fare la cameriera resto a Modica dove i genitori mi possono aiutare».

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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QUALI SONO LE CITTA’ DELLE DONNE: L’ITALIA 74° SU 135

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

NORVEGIA IMBATTIBILE PER LE MAMME, QATAR PER LE UNIVERSITARIE

Sarà  difficile oggi, giornata della donna, scegliere se festeggiare o celebrare il fallimento di una scommessa universale.
Perchè ci sono luoghi migliori e peggiori dove essere donna.
E se l’Islanda rappresenta l’emblema dei primi e lo Yemen dei secondi, l’Italia (un po’ oltre la metà , verso i peggiori) è il simbolo di quei Paesi che più faticano a fare il grande passo.
Il World economic forum, nel suo rapporto The global gender gap 2011, ci rassicura: «Negli ultimi sei anni l’85% dei Paesi del mondo ha migliorato la condizione della donna».
Anche se in termini politici ed economici c’è ancora molto da fare.
«Da Londra a Lahore la disuguaglianza tra uomini e donne persiste», avverte la Oxfam. Ma è una mappa dell’essere donna piena di sorprese quella che, partendo proprio dal rapporto, ha elaborato il quotidiano britannico The Independent.
Le più fortunate
Il paese più women friendly è l’Islanda: lo era nel 2009, nel 2010, si riconferma nel 2011. Qui è stato raggiunto il più alto livello di parità  dei sessi: scuola, lavoro, politica, salute.
Il luogo peggiore è lo Yemen, quello più pericoloso l’Afghanistan.
L’Italia occupa il 74° posto su 135 nella classifica internazionale: stessa posizione del 2010 ma peggiore rispetto al 2009 (72° posto) e al 2008 (67°).
Deputate e donne premier
La prima sorpresa arriva nella risposta alla domanda «qual è il posto migliore dove essere un politico donna?».
Il Ruanda, rivela l’Independent: «L’unica nazione in cui le femmine rappresentano la maggioranza dei parlamentari: 45 su 80».
La maglia nera va ad Arabia Saudita, Yemen, Qatar, Oman e Belize con nessuna donna in Parlamento.
Se si parla però di signore al governo il Paese migliore è lo Sri Lanka, guidato per 23 anni da capi di Stato donna.
Mentre in nazioni come la Spagna o la Svezia non ci sono mai state premier rosa.
Studentesse e manager
Il posto migliore per imparare a scrivere e leggere è il Regno del Lesotho: tasso di alfabetizzazione del 95% contro l’83% degli uomini.
Il peggiore è l’Etiopia dove solo il 18% delle ragazze sa scrivere.
Il posto migliore per studiare all’università  è il Qatar (ci vanno sei donne ogni uomo), il peggiore il Ciad.
Sul fronte del lavoro è invece il Burundi a guadagnarsi il primo posto quanto a partecipazione alla forza lavoro, l’ultimo va al Pakistan.
Le Bahamas detengono il primo posto in fatto di partecipazione economica (in sei anni hanno colmato del 91% il loro gap di genere), in coda lo Yemen.
La Thailandia ha il maggior numero di donne manager (il 45%), il Giappone il minore (8%).
La Giamaica la più alta percentuale di donne in posti di lavoro altamente qualificati (occupati per il 60% da signore).
L’India è il Paese che più favorisce l’ingresso delle donne nel mondo dei tassisti.
La Svezia quello che più punta alla parità  anche nel mondo delle arti (ci sono quote nella produzione cinematografica).
I Caraibi sono la regione con la più alta percentuale di notizie date da donne (il 45%).
Gli Usa il Paese dove vale la pena eccellere nello sport (con 5 delle 10 atlete più pagate nel 2011), mentre l’Arabia Saudita non ha mai inviato un’atleta alle Olimpiadi (e vieta lo sport alle ragazze nelle scuole).
Ma sono Lussemburgo e Norvegia a garantire alle donne i redditi più elevati, in Arabia Saudita si registra il divario più alto.
Mamme e mogli
Le madri più fortunate vivono in Norvegia: basso tasso di mortalità  materna (un caso ogni 7.600) e aiuti specialistici a quasi tutte le nascite.
Quelle più sfortunate sono le afghane: hanno 200 volte più probabilità  di morire durante il parto che per bombe o proiettili.
È però la Grecia il Paese più sicuro dove partorire (una morte ogni 31.800 nascite), il peggiore il Sudan del Sud (20 ostetriche in tutto il Paese).
La Svezia è la nazione dove ci sono meno restrizioni per chi sceglie di interrompere una gravidanza (all’opposto El Salvador, Filippine e Nicaragua).
Alla Danimarca va il primato quanto a tempo libero (solo 57 minuti in più di lavoro non retribuito rispetto agli uomini), al Messico la maglia nera (4 ore e 21 minuti).
All’isola di Guam, la più grande delle Marianne, va il più alto tasso di divorzi, al Guatemala il più basso.
Sono le donne giapponesi quelle con un’aspettativa di vita più lunga: 87 anni rispetto agli 80 degli uomini.

Alessandra Mangiarotti
(da “Il Corriere della Sera”)

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TERNI: INFERMIERI PAGATI PER INDOSSARE IL CAMICE, HANNO DIRITTO A UN SUPPLEMENTO DI 650 EURO L’ANNO

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

IL TRIBUNALE DEL LAVORO DI ORVIETO HA DATO RAGIONE A 2.500 INFERMIERI… CALCOLATI NELLO STIPENDIO 20 MINUTI AL GIORNO PER METTERE L’INDUMENTO DI LAVORO

Dopo la sentenza del tribunale del lavoro di Orvieto, che ha dato ragione a 2.500 infermieri, quelli dell’ospedale Santa Maria di Terni da questo mese avranno un aumento: 650 euro l’anno in più.
Un aumento di stipendio ottenuto per “indossare il camice”.
Quattrocentocinquanta addetti alle corsie si vedranno conteggiare in busta paga 20 minuti in più al giorno, tempo calcolato dalla Asl di Terni per mettere il camice.
Venti minuti che si trasformeranno, appunto, in 650 euro l’anno.
L’ha stabilito un regolamento del nosocomio che ha recepito una sentenza emanata pochi mesi fa dal tribunale del lavoro di Orvieto e che nel mondo della sanità  sta facendo discutere.
Il tribunale, infatti, ha dato ragione a 2.500 infermieri degli ospedali di Perugia, Orvieto, Narni, Amelia, Todi, Foligno e Terni che nel 2008 avevano presentato ricorso contro le rispettive Asl denunciando che non veniva pagato loro il tempo del “cambio del camice”.
Quattro anni dopo è arrivato il pronunciamento che, adesso, per le casse della sanità  umbra suona come una mazzata.
Il giudice Gianluca Forlani ha stabilito che i ricorrenti in questione hanno diritto a un risarcimento di 4.000 euro ciascuno.
“Non solo, se tutti i soggetti interessati che lavorano nelle strutture pubbliche dell’Umbria dovessero presentare ricorso si potrebbe arrivare anche ad una somma complessiva di 28 milioni di euro di risarcimento”.
E così la Asl di Terni per trovare una soluzione al problema ha deciso di introdurre da subito nel regolamento un aumento di orario di lavoro di 20 minuti in più al giorno da dedicare al cambio del camice, andando anche oltre la sentenza che invece ha calcolato in 15 minuti il tempo necessario per indossare la divisa.
Scrive il giudice: “L’ente (la Asl, ndr) che si oppone al ricorso sostiene l’infondatezza della domanda sostenendo che le divise adottate possono essere indossate in tre o cinque minuti”. Invece, prosegue il magistrato, “si deve tener conto del tempo necessario per raggiungere gli spogliatoi”.
E ancora “l’espressione lavoro effettivo deve essere inteso come sinonimo di prestazione lavorativa comprendendovi anche i periodi di mera attesa e l’elemento caratterizzante è la messa a disposizione delle energie psicofisiche del lavoratore a favore del proprio datore”.
E così “l’atto di indossare la divisa, antecedente all’inizio della prestazione, deve essere inquadrato non tra le pause bensì tra le attività  preparatorie relative all’igiene della persona”, specie, specifica il giudice, nel contesto di un ospedale. Ed è per questo che “l’atto di vestizione in tale condizioni costituisce lavoro effettivo e dà  diritto a retribuzione”.
La Uil funzione pubblica dell’Umbria canta vittoria. “Si tratta di una battaglia durata anni e che non riguarda solo gli infermieri ma anche i medici e il personale tecnico e ausiliario – spiega Gino Venturi, rappresentante a livello provinciale del sindacato – ora la politica e le Asl temono un effetto domino di questa sentenza che difenderemo in tutte le sedi”.

Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)

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“BOSSI, BASTA PAGLIACCIATE: IL VECCHIO CAPO HA PERSO CONTATTO CON LA REALTA'”

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

INTERVISTA A BEPI COVRE, PADRE DEL LEGHISMO VENETO: “E’ UN UOMO MALATO: CERTE COSE LE PENSANO TUTTI, MA NON C’E’ IL CORAGGIO DI DIRLE”

“È una cosa talmente fastidiosa e irritante…». A definire fastidiose e irritanti le parole di Umberto Bossi dell’altra sera, quando ha annunciato l’esecuzione di Monti da parte del Nord, non è un politico di sinistra e neppure di centro: è un leghista doc come Bepi Covre, deputato dal ’96 al 2001, commissario straordinario dell’ Inail dal 2002 al 2008, sindaco di Oderzo (Treviso) per due mandati dal 1993 al 2001.
Ma l’importanza di Covre per il leghismo veneto va ben oltre il suo formale curriculum. Giorgio Lago, indimenticato direttore del “Gazzettino” per molti anni, lo definì «il modello degli amministratori locali del Nord-Est» e lui, Covre, prese tanto sul serio la sua mission da fondare, nel 1995, il famoso «movimento dei sindaci» che unì tutti i primi cittadini – di destra e di sinistra del Triveneto.
Lo incontriamo nella sua fabbrica di Gorgo al Monticano, vicino a Oderzo: Bepi Covre è infatti anche un imprenditore, e quindi quando parla delle aspettative che gli imprenditori veneti ripongono nella Lega, sa di che cosa parla.
È un giorno importante perchè la mattina, sui più importanti quotidiani veneti, è apparso un manifesto-appello firmato da lui e da Marzio Favero, sindaco leghista di Montebelluna.
Il senso del documento è chiarissimo: basta con il linguaggio greve e minaccioso, basta con una classe dirigente che vive staccata dalla realtà .
L’invito a Bossi a passare il testimone è fin troppo evidente.
Covre, che cosa ha pensato quando ieri ha sentito Bossi usare proprio quel linguaggio greve e minaccioso?
«Ho pensato che una volta si potevano anche sopportare certe battute sui bergamaschi pronti a scendere dalle valli con il mitra, ma oggi un linguaggio così è intollerabile. La Lega è stata al governo, al ministero degli Interni ha ottenuto risultati eccellenti contro la criminalità . Non puoi parlare un giorno da tutore della legalità  e un giorno da estremista, a seconda di dove ti trovi».
Forse parla così per scaldare il suo popolo in vista delle amministrative.
«Se pensa di raccogliere voti in questo modo, sbaglia. Prima dice una cosa, poi dice che ne intendeva dire un’ altra… Mi ha fatto tristezza sentire Bossi così».
Che cosa gli è successo, secondo lei?
«Certamente la prostrazione fisica e psichica ha la sua influenza. È un uomo malato, e tutti quei farmaci che prende qualche effetto collaterale ce l’avranno, immagino. Ma non è solo questo. Il punto è che anche lui, come tanti altri leader di partito, ha perso il contatto con la realtà . La gente ne ha le tasche piene di queste pagliacciate. Discorsi come quello dell’altra sera sono inconcludenti».
Lei pensa che Bossi sia un leader al tramonto?
«Io penso che sia il momento di chiamare Bossi e dirgli: caro Umberto, tu sei stato l’amministratore delegato della Lega per venticinque anni. Possiamo vedere un bilancio? Dove sono gli utili?»
Non ci sono?
«No. E visto che la fabbrica deve continuare, forse è il caso di mettere in discussione l’amministratore delegato».
Non è ingeneroso nei confronti di un uomo che ha creato un movimento politico che è protagonista da più di vent’anni?
«Bossi ha dato il massimo. Ha creato un monolite e l’ha tenuto insieme. Però adesso bisogna fare un bilancio. Sul federalismo siamo ancora all’anno zero. Non se ne parla nemmeno più. E questo è un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che le elezioni del 2008 erano state stravinte: eppure abbiamo portato a casa un fallimento politico clamoroso».
Beh, il premier era Berlusconi, non Bossi…
«Senta: Berlusconi, con le sue Ruby e Noemi e con quell’altra pugliese, come si chiamava, la D’Addario, si è fatto ridere dietro da tutto il mondo, gettando il discredito sul Paese. La Lega avrebbe dovuto prenderlo per le orecchie e fermarlo per tempo, invece lo ha coperto, difeso, assecondato. Non è un errore da mettere a bilancio anche questo?».
Eh insomma, Roma sarà  caduta, però al Nord…
«Al Nord cosa? Io chiedo a Bossi: ma come puoi parlare ancora di Padania se in Padania siamo il terzo partito? E come mai nelle grandi città  non siamo mai stati il primo partito?»
Il Veneto sta per andare al voto con sondaggi che mettono paura alla Lega: si ipotizzano perdite superiori al dieci per cento. Quanti leghisti veneti condividono la sua analisi?
«Certe cose le pensano tutti, ma non c’è ancora il coraggio di uscire allo scoperto anche per motivi di affetto. A Bossi vogliamo tutti bene: ha dato la sua vita al movimento. Ma un conto è voler bene, un conto è guardare i risultati. Lui ha preso le redini della Lega più di vent’anni fa. Era un altro mondo. E quando cambia il mondo, è il momento anche di cambiare le strategie. E il generale».

Michele Brambilla
(da “La Stampa”)

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RIGASSIFICATORE DI BRINDISI: UNDICI ANNI IN ATTESA DEI PERMESSI, LA BRITISH GAS ABBANDONA E SE NE VA

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

COSI’ LA BUROCRAZIA ITALIANA FRENA INVESTIMENTI E POSTI DI LAVORO… I VERTICI ITALIANI DELL’AZIENDA SONO A PROCESSO CON L’ACCUSA DI CORRUZIONE, FALSO E OCCUPAZIONE ABUSIVA… POLITICA DIVISA TRA FAVOREVOLI E CONTRARI AL PROGETTO

British gas rinuncia a Brindisi, al rigassificatore da 800milioni di euro che avrebbe voluto far sorgere nell’area di Capo Bianco.
A dare la comunicazione, dalle colonne del Sole 24Ore, direttamente l’amministratore delegato per l’Italia, Luca Manzella.
La società  energetica inglese se ne va, dice, per la troppa burocrazia.
“Non si può pensare che una grande multinazionale blocchi un progetto per oltre undici anni. A tutto c’è un limite”.
Dunque, si apre la procedura di mobilità  per i venti dipendenti pugliesi, perchè “la casa madre, delusa e scoraggiata dal prolungarsi all’infinito del braccio di ferro con le autorità  italiane e nonostante i 250milioni di euro già  spesi, ha deciso di riconsiderare dalle fondamenta la fattibilità  dell’investimento”.
“Quello che possiamo fare è cercare di fare in modo che le procedure di autorizzazione dei progetti di investimento avvengano in tempi brevi- ha commentato Corrado Clini, ministro dell’Ambiente- ma è una decisione della British gas, non è nostro mestiere quello di procacciare opportunità  di investimento per le imprese”.
Il parallelo che il colosso britannico fa è con il rigassificatore gemello costruito in Galles.
Lì cinque anni per ottenere autorizzazioni e far entrare già  in funzione l’impianto.
Qui undici anni di procedure mai concluse, con una valutazione di impatto ambientale che si è aperta nel luglio 2010 e non è stata ancora portata a compimento.
Quel che non si dice, però, è cosa ha segnato quegli undici anni: un’inchiesta per un giro di tangenti, il sequestro del cantiere, una procedura di infrazione aperta a carico dello Stato italiano da parte dell’Unione Europea.
Di più. Quel che viene sottaciuto è che si è ad un passo dall’ultima udienza del processo di primo grado che ha come imputati i dirigenti della British Gas e della società  figlia, la Brindisi Lng.
Si terrà  proprio venerdì 9 marzo, infatti, presso il Tribunale di Brindisi. Per il 16 marzo, invece, è attesa la sentenza, su cui pesa la richiesta, avanzata dal pm Giuseppe De Nozza, di confisca dell’intera area di Capobianco, una colmata presumibilmente fuori legge su un’area demaniale.
Al centro della bufera giudiziaria, infatti, è finito l’intero iter che ha portato, nel 2003, al rilascio del decreto autorizzativo da parte dell’allora governo Berlusconi.
È in seguito alle indagini della Digos e della Guardia di Finanza, su delega della procura di Brindisi, che si è giunti, nel febbraio 2007, agli arresti del presidente di British Gas Italia, Franco Fassio, di due manager, dell’ex primo cittadino Giovanni Antonino e dell’agente marittimo Luca Scagliarini.
Questi ultimi, secondo l’accusa, sono i destinatari di mazzette ricevute dalla società  inglese in cambio del rilascio dei permessi.
Per tutti, comunque, si è proceduto per i reati di corruzione, falso e occupazione abusiva di area demaniale marittima.
A ricordare il particolare è il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola: “Devo ricordare sommessamente che questa vicenda è attualmente interessata da un procedimento penale proprio a causa di alcune presunte irregolarità . Se la British Gas ha avuto problemi con l’insediamento dell’impianto di rigassificazione nel porto di Brindisi — ha detto — questi non sono dipesi certamente dalla lentezza della macchina burocratica, bensì dalla pretesa della British di eludere le procedure di valutazione ambientale e di imporre un luogo da sempre e da tutti giudicato inidoneo. Una scelta quindi compiuta, caparbiamente, contro la sensibilità  della comunità  e contro tutti i pareri formali degli enti locali coinvolti: comune, provincia, regione. Una strada impervia e prepotente”.
Certo, la coincidenza delle date e la prossimità  alla chiusura del processo non sfuggono ai movimenti ambientalisti locali.
“Se questo è un colpo di teatro, Bg sappia che non sortirà  effetti. E se l’intenzione è quella di provocare tensione e pressione sul governo e sui giudici, questo non è il modo”.
Doretto Marinazzo, portavoce di Legambiente Brindisi, non si fida. “Oltre alla vicenda giudiziaria — dice — l’amministratore delegato Manzello ha dimenticato di dire pure che sul procedimento insiste una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per la violazione di due direttive, quella sulla Valutazione di impatto ambientale e quella sulla consultazione popolare, entrambi passaggi previsti per legge ma poi saltati. È questo che ha comportato la riapertura dei termini per una nuova valutazione”.
Che la vicenda abbia i suoi risvolti e le sue implicazioni nazionali e internazionali è un dato di fatto.
E non è un mistero neppure l’interessamento diretto del governo britannico.
“Il primo ministro inglese Blair voleva che si facesse il rigassificatore a Brindisi e il presidente del consiglio Berlusconi si era impegnato personalmente a che la richiesta del collega inglese andasse a buon fine. Berlusconi aveva garantito che non ci sarebbero stati ostacoli nel realizzare a Brindisi l’impianto, ma io ritenevo che fare il rigassificatore lì fosse un’assurdità  perchè nel territorio c’erano già  due centrali a carbone e un petrolchimico”.
È questa una delle dichiarazioni più scottanti rese nel corso del processo, quella di Franco Tatò, dal 1996 al 2002 amministratore delegato dell’Enel, che stava valutando la possibilità  di approvvigionare questo combustibile per la vicina centrale di Cerano.
Ora che British Gas ha sbattuto la porta, tuttavia, sul territorio non tutti la pensano allo stesso modo.
“E’ stata una battaglia vinta perchè la città  non voleva l’impianto costruito in quel sito, ma è un’occasione persa sia per l’investimento così importante che per i tanti posti di lavoro”, sottolinea il presidente della Provincia Massimo Ferrarese.
Tuonano invece le associazioni delle piccole imprese e la Claai degli artigiani: “E’ il fallimento di un’intera classe politica. L’aver impedito la realizzazione del rigassificatore chiama in causa sia le responsabilità  dei governi nazionali, ma soprattutto quelle dei governi locali, che sono stati al carro di sparuti gruppi sedicenti ambientalisti, che non hanno mancato di strumentalizzare quella battaglia per altri fini meno nobili”.
Altri dieci giorni e sarà  il tribunale a stabilire, a questo punto, chi ha ragione.

Tiziana Colluto
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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