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SONDAGGIO IPSOS COMUNALI GENOVA: DORIA 49,2%, MUSSO 20,1%, VINAI 12,4%, RIXI 6,5%, PUTTI 5,8%

Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile

IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA A UN PASSO DAL TRAGUARDO, CROLLANO PDL E LEGA, MUSSO TRAINA LISTA CIVICA E TERZO POLO, BOOM DEI GRILLINI

Poche ore fa è uscito il nuovo sondaggio Ipsos per conto del Secolo XIX (1.800 interviste eseguite a inizio settimana).
Prima caratterizzazione: i genovesi paiono decisi ad andare a votare: il tasso di indecisi è inferiore rispetto al passato.
Seconda considerazione: gli elettori si fidano più delle persone che delle coalizioni politiche.

Veniamo ai risultati del sondaggio per quanto riguarda i candidati sindaci.
Marco Doria (centrosinistra), vincitore a sopresa delle primarie dove ha battuto sia il sindaco uscente Pd Marta Vincenzi che la senatrice Pd Roberta Pinotti, appoggiato da Sel, è dato al 49,2%, a un passo dal fatidico traguardo che gli permeterebbe di passare già  al primo turno.
Enrico Musso raccoglie il 20,1% dei consensi, espressione della somma della sua lista civica e del Terzo Polo.
Pierluigi Vinai (Pdl) è appena al 12,4% e prende meno dei voti del partito di Berlusconi (dato al 16,1%).
Edoardo Rixi arranca al 6,5%, anche lui meno del 7,2% accreditato alla Lega che già  rappresenta un crollo rispetto al 9,5% delle ultime regionali.
Avanza invece Paolo Putti (Cinquestelle) che arriva al 5,8%.
Tutti gli altri 10 candidati minori raccolgono messi insieme il 6%.

Veniamo ai risultati del partiti:
Centrosinistra: Pd 28,4% (tiene bene, aveva alle regionali del 2010 il 29,9%) Lista Doria 7,2% (una sorpresa, la Lista Burlando alle regionali 2010 aveva il 4,57%), Sinistra e libertà  6,7% (molto bene, aveva il 2,54% ), Italia dei Valori 5,0% (dimezza i voti, aveva il 9,51% ), Federazione della Sinistra 1,9% (dimezzata, aveva il 3,82%)
Centrodestra: Pdl 16,1% (dimezzato, aveva il 32% tra Pdl e Lista Biasotti alle regionali 2010)
Centro: Lista Musso 11,5% ( calcolo più complesso: Udc aveva il 4,17%, Fli era dato intorno all’1,5%, la lista civica di Musso può valere il 6%, come in passato, all’interno della lista unica di Musso)
Lega al 7,2% (crolla rispetto al 9,5% delle regionali 2010).

Ultime considerazioni: rapporto candidato-coalizione che lo sostiene.

Doria fa il pieno dei voti dei partiti della coalizione che lo sostiene: chi vota il parito di riferimento vota anche Doria.
Musso prende il 20,1%, mentre la sua lista unica l’11,5%, quasi 9 punti in   meno. E’ il candidato che sfruttta di più il voto disgiunto.
Vinai prende il 12,4% contro il 16,1% del Pdl e perde per strada un 4% di voti di pidiellini.
Rixi con il 6,5% non solo non traina la Lega ma perde persino voti rispetto al partito (dato al 7,2%).
Paolo Putti (Cinquestelle) infine è dato al 5,8% contro il 6,3% del suo Movimento.
Questo dicono i dati del sondaggio.

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ISPEZIONI: IL 61% DELLE AZIENDE SONO RISULTATE IRREGOLARI

Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile

I RISULTATI NEL 2011 DELLE INDAGINI DEGLI ISPETTORATI DEL LAVORO: INDIVIDUATI 278.268 LAVORATORI IRREGOLARI DI CUI IL 38% IN NERO

Sono 244.170 le aziende ispezionate nel 2011 dagli ispettori del ministero del Lavoro, dell’Inps, dall’Inail e dall’Enpals: il 61% è risultato irregolare (149.708).
Sono i dati che emergono dal Rapporto annuale sull’attività  di vigilanza in materia di lavoro e previdenziale per il 2011.
Sono stati individuati 278.268 lavoratori irregolari di cui il 38% in nero (105.279 unità  cui vanno aggiunti circa 13.000 lavoratori individuati dalla Guardia di Finanza, per un totale di 117.955).
Il numero dei lavoratori in nero è diminuito rispetto ai 151.000 lavoratori dello scorso anno e tale fenomeno, spiega il rapporto, è fondamentalmente riconducibile, da un lato, alla restrizione del campo di applicazione della normativa sanzionatoria (al solo lavoro subordinato) e dall’altro alla contrazione occupazionale che inevitabilmente incide anche sul sommerso e anche, al notevolissimo incremento che hanno avuto le forme contrattuali di lavoro flessibile, con particolare riferimento ad alcune Regioni del Nord.
Sono state irrogate 52.426 maxisanzioni per l’impiego di lavoratori in nero, con una flessione dell’8% rispetto al 2010. In particolare, in Campania sono stati trovati 7.223 lavoratori in nero, in Emilia Romagna 5.847 e in Lombardia 5.448.
Nel corso delle verifiche condotte sulle aziende sono stati adottati 8.564 provvedimenti di sospensione dell’attività  imprenditoriale, la quasi totalità  legata al riscontro di manodopera sommersa in misura superiore al 20% di quella presente sul luogo di lavoro e con solo 36 casi di sospensione per gravi e reiterate violazioni in materia di tutela della salute e sicurezza.
Di questi 3.094 sono i provvedimenti adottati nel settore dei pubblici esercizi, 2.396 nell’edilizia e 1.196 nel commercio.

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L’ALTRA CASTA: LE TOGHE MULTISTIPENDIO

Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile

LA CASTA DEI MAGISTRATI: DOPPI INCARICHI, CONSULENZE, INDENNITA’ CHE SI ACCUMULANO, CONFLITTI DI INTERESSE

È davvero arrivata l’era della trasparenza. Il governo per la prima volta squarcia il velo dell’oscurità  e presenta in Parlamento i dati su stipendi e doppi incarichi, o terzi, o quarti, dei magistrati italiani.
Non soltanto gli ottomila della magistratura ordinaria, ma anche quelli in organico all’Avvocatura dello Stato, Tar, Corte dei Conti, Consiglio di Stato.
Nel mazzo c’è davvero di tutto.
Si va dal rigorosissimo Giuseppe Esposito, magistrato del Tar di Napoli, che partecipa a incontri con le scolaresche di Vico Equense e devolve gli 800 euro di compenso alla biblioteca scolastica, al caso ben diverso del consigliere di Stato Gabriele Carlotti che, oltre lo stipendio regolare, riceve dall’Autorità  per l’Energia 100 mila euro l’anno in quanto responsabile della direzione Affari giuridici.
Un’operazione di glasnost senza precedenti resa possibile da un emendamento del deputato Roberto Giachetti, Pd, che chiede di fissare paletti precisi sugli incarichi «fuori ruolo».
Già , perchè la miriade di doppi incarichi pone problemi etici, possibili conflitti di interessi, commistioni.
Ma anche economici. E su tutti sta per abbattersi la scure del tetto da 294 mila euro, pari al guadagno del presidente della Cassazione.
Alcuni numeri, innanzitutto.
Il ministro della Giustizia Paola Severino ha la radiografia dei magistrati ordinari: su 8.734 toghe, sono 227 quelle collocate fuori ruolo, pari al 2,6% del totale.
Nell’ultimo anno, poi, il Csm ha autorizzato 1423 incarichi a tempo parziale.
«Nella gran parte dei casi si tratta di incarichi di docenza». Perlopiù sono lezioni universitarie e i magistrati in questione incassano poche migliaia di euro.
Altro discorso (e altre cifre) quando il ministro Filippo Patroni Griffi consegna gli emolumenti dei 516 giudici della magistratura amministrativa, i 456 della contabile, i 360 dell’avvocatura dello Stato.
Interessante è la dinamica salariale di questi ultimi: incassano stipendi per 54 milioni di euro, da ultimo decurtati per le misure di solidarietà  a 53 milioni, più un’indennità  particolare detta «propina» che rappresenta altri 55 milioni di euro.
Per fare un solo caso esplicativo, il capo dell’ufficio, l’avvocato generale dello Stato, sua eccellenza Filippo Ignazio Caramazza, gode di un trattamento fondamentale di 289 mila euro a cui va aggiunta la «propina» di altri 324 mila euro.
Caramazza risulta avere un incarico extragiudiziale in quanto membro della commissione di accesso ai documenti amministrativi. Senza cifre.
Pierluigi Di Palma, vicesegretario generale della Difesa, giudice dell’Avvocatura di Stato che incassa 179 mila euro di trattamento fondamentale e 186 mila di «propina», ha ottenuto nel corso del 2011 anche 70 mila euro come consulente giuridico dell’Agenzia spaziale italiana.
Risulta essere anche presidente del collegio arbitrale per una vertenza tra Anas e Asfalti Sintex, ma non è indicato l’emolumento.
La categoria dei giudici amministrativi – provenienti da Tar e Consiglio di Stato – rappresenta la spina dorsale dei ministeri.
Sono moltissimi quelli che hanno il doppio incarico di giudice e di capoufficio legislativo o capogabinetto.
Il più noto è forse Filippo Patroni Griffi, presidente di sezione del Consiglio di Stato. In quanto ministro alla Pubblica amministrazione è colui che ha portato questi dati in Parlamento e doverosamente ha inserito anche i dati che lo riguardano.
Patroni Griffi comunica quindi di essere fuori ruolo dal momento della nomina nell’Esecutivo.
Da quella data guadagna 17 mila euro al mese in quanto ministro.
Ha appena esaurito anche l’incarico extragiudiziario di presidente del Consiglio arbitrale in una vertenza tra Fiat e Tav, percependo 76.950 euro netti.
Da questi elenchi emerge una raffica di doppi incarichi: Michele Buonauro cumula l’incarico di giudice del Tar con la consulenza giuridica all’Autorità  per le Comunicazioni e che per due giorni a settimana di impegno incassa 35 mila euro lordi; Paolo Carpentieri ottiene 60 mila lordi come capo dell’ufficio legislativo del ministero per i Beni culturali; Giuseppe Caruso prende 58 mila lordi in quanto membro della commissione di valutazione dell’impatto ambientale al ministero dell’Ambiente; il sottosegretario alla Presidenza Antonio Catricalà  è fuori ruolo e incassa 25 mila euro netti annui dalle funzioni di segretario del Consiglio dei ministri; Claudio Contessa incassa 73 mila euro per l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro; Roberto Garofoli ottiene 70 mila euro lordi in quanto capo di gabinetto del ministro per la Pubblica amministrazione. Di moltissimi poi lo stesso ministero non ha ancora i dati sugli emolumenti e si riserva di comunicarli.

Francesco Grignetti

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PRECARI PIU’ STABILI OPPURE NO?

Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile

DALL’APPRENDISTATO AL DIVIETO DI STAGE POST LAUREA, CHE COSA SUCCEDE DAVVERO CON LA RIFORMA

L’obiettivo della riforma, enunciato dal governo, è chiaro: rendere più dinamico il mercato del lavoro per favorire chi parte sfavorito, soprattutto i giovani prime vittime della crisi, e per eliminare via via il precariato.
Meno chiaro – perlomeno fino a quando sarà  messo nero su bianco il testo definitivo del provvedimento – è se gli strumenti individuati saranno in grado di raggiungerlo.
In sostanza il governo propone di superare la precarietà  con una diversa articolazione dei contratti di accesso al lavoro che in un primo tempo accentua la flessibilità  dell’occupazione e poi la stabilizza.
Il tutto accompagnato da un riordino delle varie tipologie contrattuali, indirizzato ad evitarne l’abuso e l’uso distorto.
E da una sorta di preambolo: l’eliminazione degli stage o dei tirocini impropri, svolti quando la formazione, compresi master o dottorati, è terminata.
Perchè come dice il ministro del Lavoro Elsa Fornero «il lavoro deve essere pagato».
Uno.
L’apprendistato, innanzitutto, diventa il canale privilegiato di avviamento al lavoro dei più giovani con la conferma dell’impianto della legge del settembre 2011 a cui vengono apportate alcune correzioni.
Il contratto di apprendista può essere offerto, sulla base di tre tipologie, a chi ha tra 15 e 25 (per la qualifica e il diploma professionale) e tra 18 e 29 anni per l’avvio al lavoro vero e proprio e può durare anche 3-5 anni, cioè al massimo fino ai 34 anni.
La legge che lascia alla contrattazione collettiva la disciplina nel dettaglio dell’apprendistato non prevede la durata minima che invece la riforma Fornero vuole introdurre, così come richiede una percentuale di stabilizzazione per mantenere la possibilità  di continuare ad assumere in apprendistato.
E’ previsto poi l’obbligo del tutor per l’apprendista e la possibilità  per il datore di lavoro di certificare la formazione.
Stesse regole per i contratti di inserimento, estendibili a chi ha superato i 29 anni e che viene da un lungo periodo di disoccupazione.
Due.
Le maggiori novità  riguardano però i contratti a tempo determinato che vengono in qualche modo scoraggiati attraverso l’aumento, pari all’1,4%, dei contributi che andrà  a finanziare la nuova assicurazione sociale per l’impiego (Aspi).
Fatta eccezione per i contratti di sostituzione.
Ma c’è di più: tale maggiorazione potrà  essere recuperata in caso di assunzione a tempo indeterminato (premio di stabilizzazione).
Se invece il datore di lavoro vuole insistere sull’occupazione a scadenza, avrà  più difficoltà  a fare i rinnovi, perchè dovrà  far passare più tempo da un accordo ad un altro, senza contare che saranno anche allungati i tempi per l’impugnazione stragiudiziale del contratto.
Resta l’obbligo a non superare i 36 mesi, tre anni di lavoro a termine, se non si vuole far scattare automaticamente il tempo indeterminato.
Tre.
Anche per i contratti a progetto, o i vecchi co.co.co., ci saranno più paletti di prima. Innanzitutto il «progetto» dovrà  avere una definizione più stringente e dettagliata e non potrà  limitarsi a riproporre, come spesso avviene, l’oggetto sociale dell’azienda.
E poi se l’attività  del lavoratore a progetto finisce per essere sostanzialmente simile, per orario o per compiti svolti, a quella del dipendente allora scatta la presunzione del carattere subordinato della prestazione.
Viene poi eliminata la facoltà  di introdurre clausole individuali che consentano il recesso del datore di lavoro prima della scadenza del termine o comunque del completamento del progetto, anche in mancanza di una giusta causa, fermo l’obbligo di dare comunque il preavviso al collaboratore.
Infine viene introdotto un incremento dell’aliquota contributiva prevista a favore della gestione separata dell’Inps, così da proseguire il percorso di avvicinamento alle aliquote previste per il lavoro dipendente.
Quattro.
Giro di vite anche alle collaborazioni o consulenze con partita Iva (solo nel 2011 ne sono state aperte ben 535 mila di cui quasi la metà  da parte di giovani) che spesso nascondono veri e propri abusi.
Con l’esclusione dei professionisti iscritti ad albi, viene riconosciuto il carattere continuativo e di natura subordinata, non autonoma od occasionale, della collaborazione se si prolunga complessivamente per più di sei mesi nell’arco di un anno, se il collaboratore ricava da essa più del 75% dei suoi compensi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività  imprenditoriale) e se l’attività  è svolta presso l’azienda committente.
Cinque.
Per il lavoro intermittente o a chiamata, che negli ultimi tempi ha fatto registrare una forte crescita, ma anche molti abusi, viene previsto l’obbligo di effettuare una comunicazione amministrativa molto snella – basterebbe una telefonata – in occasione di ogni chiamata del lavoro.
Stesso obbligo, che secondo i sindacati non è sufficiente a contrastare le distorsioni, per il contratto di lavoro a tempo parziale.
La comunicazione in questo caso deve essere contestuale al preavviso da dare al lavoratore di ogni variazione di orario attuata in applicazione di clausole elastiche o flessibili nell’ambito del part-time verticale o misto.
Quanto poi all’associazione in partecipazione, il governo punta di fatto a cancellarla. Propone infatti di limitare a 5 il numero massimo degli associati di lavoro (con capitale o lavoro) così da lasciare operante l’istituto soltanto nelle piccole attività , oppure solo nell’ambito familiare.
Ma anche in questo caso l’associazione dovrà  essere ristretta ai legami di primo grado, cioè a genitori e figli.

Stefania Tamburello

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“ABOLITE I CONCORSI PER I MEDICI, VINCONO SEMPRE I RACCOMANDATI”: LA PROVOCAZIONE DEL PRESIDENTE DELL’ORDINE

Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile

“PREVALGONO LE LOGICHE CLIENTELARI E SI SELEZIONANO SOLTANTO I MEDICI CHE HANNO UN’AFFINITA’ ELETTIVA CON IL DIRETTORE GENERALE”

«I concorsi per i medici? Vanno aboliti. Perchè a vincerli sono molto spesso i raccomandati. Ma con i concorsi combinati non si fa una buona sanità ».
È una denuncia che farà  molto discutere quella lanciata da Roberto Carlo Rossi, il presidente dell’Ordine dei medici di Milano e provincia, da poco insediato ai vertici dell’organismo che rappresenta 25mila camici bianchi.
Rossi non ha difficoltà  a dire che «i concorsi rispondono spesso a logiche clientelari e la professionalità  passa in secondo piano».
«Purtroppo è risaputo che i concorsi sono diventati una farsa, ma nessuno ha il coraggio di uscire allo scoperto e dire le cose come stanno – ribadisce Rossi – ma visto che abbiamo toccato il fondo è meglio parlarne apertamente».
Nella prossima seduta del consiglio dell’Ordine, in programma per metà  aprile, fra i temi in discussione ci sarà  proprio la questione dell’abolizione dei concorsi per medici.
Con l’obiettivo di avviare un dibattito che, da Milano, si estenda a tutte le grandi città  e diventi una questione nazionale.
«È vero che non bisogna fare di ogni erba un fascio – precisa Rossi – ma ormai i concorsi ospedalieri sono sempre più mirati a selezionare medici che hanno una affinità  elettiva con il direttore generale. Succede al Nord come al Sud. Ma di questo passo si abbassa la qualità  della sanità , si penalizzano i medici capaci e non si dà  spazio alle giovani leve».
Però abolire i concorsi non basta per far valere la meritocrazia.
«Certo – ammette Rossi – perchè i direttori generali che già  oggi hanno, per legge, diritto all’ultima parola sui candidati, avrebbero un potere ancora maggiore».
La soluzione? «Rendere pubblici i curricula di un medico. Così chiunque può andare a verificare chi è stato nominato, che titoli ha, quanti interventi ha fatto. Tutte cose che oggi non è possibile fare».
Rossi squarcia il velo sul tema, caldissimo, dei concorsi farsa, scatenando già  le prime reazione nel mondo sanitario milanese.
«Ma non scherziamo. I concorsi sono una cosa seria e vanno fatti – dice Pasquale Cannatelli, il direttore generale del Niguarda, esponente ciellino – è interesse di chi dirige gli ospedali selezionare medici capaci, che sappiano fare il loro mestiere. La gente va a farsi curare dove i medici sono bravi».
Sì, ma le raccomandazioni non contano? «Beh, a parità  di merito una segnalazione aiuta. Ma i direttori generali hanno tutto l’interesse a formare squadre con un alto profilo professionale. Con i “medici ciucci” non si va da nessuna parte».
Di parere opposto Giuseppe Negreanu, chirurgo e rappresentante dei medici della Cgil del Niguarda.
«Lo sanno tutti che, da tempo, i concorsi non servono più a selezionare i migliori – spiega – e i medici sono così demoralizzati che spesso, pur avendo le carte in regola per partecipare a un concorso, non presentano neanche la domanda perchè tanto sanno che il vincitore è già  stato designato in anticipo, nonostante si facciano le classiche prove scritte e orali».
E aggiunge un medico, che preferisce mantenere l’anonimato: «La prova che i concorsi si fanno anche per selezione politica si vede passando in rassegna le nomine recenti fatte negli ospedali. Tra i prescelti e i direttori generali c’è quasi sempre un apparentamento politico».

Laura Asnaghi

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DA SIGMA TAU ALLA FINCANTIERI: LA LISTA DEI 135.000 POSTI DI LAVORO A RISCHIO

Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile

I CASI RADDOPPIANO CON LE VERTENZE MENO NOTE… GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI CHIAMATI A FRONTEGGIARE 300 CRISI AZIENDALI

Ci sono le grandi crisi aziendali, quelle che emergono per il numero di persone coinvolte, per le proteste che fanno notizia, per le vertenze già  approdate – in cerca di mediazione – al ministero dello Sviluppo economico.
E poi c’è la miriade di piccole imprese che muore giorno per giorno, che licenzia un operaio alla volta e di cui nessuno parla.
La mappa dell’economia malata è vasta, varia e sempre più affollata.
Le crisi aziendali per le quali – visto l’impatto sulla produzione e sull’occupazione – è già  stato chiesto l’intervento del governo sono 300 e riguardano 300 mila lavoratori a rischio. Le più gravi, quelle che mettono in discussione la tenuta del territorio e per le quali si può parlare di rischio «sociale» sono 109 e riguardano oltre 135 mila dipendenti.
E’ questo il quadro con il quale faranno i conti i nuovi ammortizzatori sociali della riforma Fornero.
Molto dipenderà  dalla definizione della fase transitoria che porterà  a regime le nuove norme nel 2017, ma le dimensioni del fenomeno restano.
La crisi si può leggere per settori (dalla chimica, al siderurgico, al tessile), o per territori. Guardando ai marchi noti (dal turismo Valtur alla moda Belstaff) o seguendo sti

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“IO, SOTTO LE MACERIE DE L’AQUILA PER 23 ORE E POI DIMENTICATA DALLO STATO”: 100.000 EURO DI SPESE MEDICHE SENZA ALCUN AIUTO

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

MARTA VALENTE, LA STUDENTESSA SALVATA, COSTRETTA AD APPELLARSI A NAPOLITANO: HA UNA INVALIDITA’ DEL 75% MA NON GODE DELLO STATUS DI TERREMOTATA… “NON CHIEDO FAVORI, SOLE CHE VENGA RICONOSCIUTA LA SOFFERENZA”

Andrea, Aldo, Liberato, Antonella… Ricorda il nome dei suoi soccorritori uno ad uno.
E di notte è perseguitata dagli incubi: il boato e poi le urla strazianti e i gemiti delle persone che non ce l’hanno fatta, inghiottite da cemento e mattoni nel palazzo di via Generale Francesco Rossi 22, venuto giù come burro (è in corso un procedimento penale per accertare le responsabilità  del crollo) nonostante le rassicurazioni.
Diciotto gli studenti che lì hanno perso la vita.
Come le sue migliori amiche, Federica Moscardelli e Serena Scipione, e l’altra inquilina che condivideva con lei l’appartamento, Ivana Lannutti.
Ora però Marta Valente, la studentessa salvata dopo 23 ore trascorse sotto le macerie a L’Aquila, è una persona nuova.
Un anno fa ha completato gli studi nell’ateneo del capoluogo abruzzese e si è laureata in Ingegneria gestionale con il massimo dei voti, la lode e una menzione speciale.
Subito dopo, ha vinto un dottorato di ricerca nella stessa università  e trovato lavoro all’interno di una società  consortile che gestisce in Abruzzo il Polo di innovazione del settore agroalimentare.
Marta ha fatto tutto con le proprie forze. E ci è riuscita.
Ma, a distanza di quasi tre anni dall’incubo del 6 aprile, denuncia: sono stata dimenticata dallo Stato.
Malgrado il terremoto l’abbia danneggiata dentro e fuori, consegnandole tra i ricordi più cattivi una vasta e impressionante cicatrice sulla testa e la quasi totale insensibilità  del piede sinistro, lei — come gli altri studenti fuori sede che a L’Aquila hanno lasciato la pelle o si sono salvati per miracolo e coloro che, pur lavorando all’interno del territorio colpito, non risultavano residenti — non gode, ironia della sorte, dello status di terremotata.
«È stata data importanza alla ricostruzione delle prime e delle seconde case ma non alla ricostruzione personale di chi, come noi, ha subito danni realmente documentabili».
Dopo essere stata estratta dalle macerie, Marta è stata ricoverata in strutture ospedaliere per 102 giorni.
Una volta uscita, ha dovuto pagare anche parte delle spese mediche e farmacologiche sostenute per i danni causati dal sisma.
Non è stata mai risarcita per la perdita di tutti i suoi beni personali o per il calvario a cui da allora si sottopone, quotidianamente o periodicamente, tra sedute di fisioterapia e riabilitazione per recuperare il normale movimento delle gambe, interventi chirurgici per migliorare il danno estetico alla testa, terapie per metabolizzare lo choc subito a livello psicologico.
Finora ha speso più di centomila euro per la propria “ricostruzione”.
Le è stata riconosciuta un’invalidità  del 75% ma, racconta lei stessa, «non essendo residente nei comuni del cosiddetto cratere, non ho avuto la possibilità  di accedere alle agevolazioni concesse ai residenti, ad eccezione del contributo di 200 euro per autonoma sistemazione che, nel mio caso, è stata più che altro ospedaliera».
Marta ha preso carta e penna e, con l’aiuto del suo avvocato, Tommaso Navarra, ha scritto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo tutele per quei terremotati che la burocrazia ha dimenticato.
«Non chiediamo elargizioni – spiega l’avvocato — vogliamo solo che chi è colpito da eventi naturali sia tutelato in qualche modo dalla comunità  e soprattutto che la sua sofferenza morale, fisica e materiale venga riconosciuta».
Due le risposte avute dal Capo dello Stato tramite la Prefettura di Teramo.
La prima per dimostrare a Marta «solidale vicinanza» e la seconda per informarla che «questa sede — così si legge nella lettera del Segretariato Generale della Presidenza – ha provveduto a segnalare al Dipartimento della Protezione Civile quanto auspicato dalla stessa in ordine all’estensione di agevolazioni analoghe a quelle previste per i residenti nel territorio colpito dal sisma nonchè ad iniziative volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro delle persone che hanno subito gravi lesioni personali».
La lettera del Presidente della Repubblica è datata 29 settembre 2010.
Da allora, racconta Marta, non sono arrivati segnali nè dalla Protezione civile nè dalla struttura commissariale o da altro ente e organo deputato a farlo.

Nicola Catenaro
(da “Il Corriere della Sera”)

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RIFORMA DEL LAVORO: NIENTE DECRETO, IL GOVERNO SCEGLIE LA LINEA MORBIDA

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEL WELFARE FORNERO RIVEDRA’ ANCORA LE PARTI SOCIALI

I contraccolpi del mancato accordo sul lavoro stanno mettendo sotto duro stress il governo.
Per la prima volta dal Pd arrivano esplicite prese di distanze, insieme con l’avvertimento che andare avanti così proprio non si può.
Manco a dirlo, dall’altra parte si schierano con Monti e contro la Cgil.
Cosicchè il passaggio delle prossime ore si annuncia alquanto stretto.
Il presidente del Consiglio ufficialmente non ha rinunciato a varare domani la sua riforma (sebbene il tam-tam politico-sindacale ipotizzi un rinvio a quando tornerà  dal lungo viaggio in Estremo Oriente).
Però un conto è se presenterà  questa riforma alle Camere come un «prendere o lasciare», altra cosa se il Professore si farà  umile e terrà  conto del futuro dibattito in Parlamento.
Dal Pd un po’ gli intimano un po’ lo scongiurano di imboccare questa seconda strada, in modo da apportare con calma le correzioni necessarie, specie sull’articolo 18. Diversi segnali lasciano intendere che alla fine sarà  proprio questa la scelta di Monti.
Dunque niente decreto legge, che verrebbe interpretato a sinistra come una inaccettabile forzatura (lo stesso Napolitano negherebbe la controfirma).
E con ogni probabilità  Monti non opterà  nemmeno per un disegno di legge, dove comunque andrebbe subito inserito nero su bianco il pomo della discordia legato alla cosiddetta «flessibilità  in uscita» (leggi: meno vincoli ai licenziamenti).
Il presidente del Consiglio sembra al momento orientato verso una legge delega. In altre parole, il governo sottoporrà  al Parlamento alcuni criteri di riforma molto generali, altamente condivisibili e politicamente inoffensivi, riservandosi di definire i dettagli concreti attraverso, appunto, i decreti delegati.
Che potranno arrivare in un momento successivo, per esempio una volta scavallate le elezioni amministrative di maggio.
Capiremo meglio stasera, dopo la riunione tra Monti, Fornero e parti sociali.
Il Capo dello Stato fa intendere che, tra tutte le soluzioni sul tavolo, lui preferisce la più dialogante.
L’assedio nei confronti del premier è tale che perfino il ministro Barca (Coesione territoriale) esprime dubbi sulla nuova formulazione dell’articolo 18.
Dal Pd è in atto un vero e proprio martellamento.
Di prima mattina sono scesi in campo i capigruppo Finocchiaro e Franceschini per sbarrare la strada all’eventuale decreto.
Più tardi ha fatto rumore uno sfogo a voce alta, in modo che i giornalisti lo udissero, del segretario Bersani con l’ex-ministro Damiano:
«Se devo concludere la vita dando il via libera alla monetizzazione del lavoro, non lo faccio… Per me sarebbe inconcepibile».
Più tardi il segretario è andato da Vespa a spiegare che ci sarebbero ancora margini di intesa con Cgil, qualora per i licenziamenti dettati da ragioni economiche si usasse lo stesso metro di quelli disciplinari (intervento del giudice).
Ma il vero colpo di avvertimento l’ha sparato a sera Rosy Bindi, presidente del partito: «Il governo e il presidente del Consiglio vanno avanti se rispettano la dignità  di tutte le forze politiche» (altrimenti di strada se ne fa poca, è il sottinteso).
E il Pdl? Con Alfano difende la riforma, «si è trovato un buon punto di equilibrio dal quale non si dovrà  arretrare in Parlamento».
Tuttavia nessuno pretende un decreto, al massimo viene auspicato.
E quasi tutti al vertice Pdl sono ormai rassegnati alla legge delega che, sotto sotto, evita pericolose radicalizzazioni.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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ART. 18: RISCHIO BOOM DI LICENZIAMENTI E CAUSE, FACILE MASCHERARLI CON MOTIVI ECONOMICI

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

SI TEME L’USO INDISCRIMINATO DELLE ESPULSIONI INDIVIDUALI: BASTA RIORGANIZZARE UN REPARTO…CANCELLANDO IL DIRITTO AL REINTEGRO, SI E’ ANDATI OLTRE IL MODELLO TEDESCO….DUBBI NEL GOVERNO: SERVONO PIU’ TUTELE CONTRO LE DISCRIMINAZIONI

Il rischio è un’impennata di cause. Il pericolo è un caos giurisprudenziale. Il sospetto è l’uso indiscriminato del licenziamento individuale anche per mascherare quello collettivo e disciplinare. L’indennizzo come regola che svuota l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, relegando il reintegro ai soli e più rari casi di discriminazioni (sesso, religione, credo politico), si candida ad essere una vera bomba sociale.
Per la prima volta in Italia, sarà  il giudice a decidere tra indennizzo e reintegro, come avviene in Germania.
Ma a differenza di Berlino, da noi questo accadrà  solo per i licenziamenti illegittimi per “motivi soggettivi”, cioè i licenziamenti disciplinari (lavori male, non fai il tuo dovere, sei assente ingiustificato).
Compresi – si legge nella bozza della riforma del lavoro – quelli motivati «dall’inidoneità  fisica o psichica del lavoratore» e quelli intimati a dipendenti malati o infortunati perchè superano il periodo di malattia, ad esempio.
Per tutti gli altri casi, ovvero i licenziamenti per “motivo oggettivo”, in pratica i licenziamenti economici, il modello tedesco è di gran lunga surclassato.
Il reintegro non sarà  mai possibile, il giudice deciderà  un indennizzo compreso tra 15 e 27 mensilità , l’azienda non dovrà  aprire uno stato di crisi (come nei licenziamenti collettivi) nè avvertire i sindacati, ma si limiterà  a inoltrare una richiesta di conciliazione alla Direzione territoriale del lavoro e al lavoratore, in cui indicherà  i motivi oggettivi e «le eventuali misure di assistenza alla ricollocazione».
Se la Direzione non convoca azienda e lavoratore entro 7 giorni o se la conciliazione fallisce, si ufficializza il licenziamento.
Se la mediazione funziona, il lavoratore potrà  fruire di un voucher, un buono per il supporto delle Agenzie per il lavoro a trovare un altro posto.
Novità  dell’ultima ora, queste, inserite dal governo per addolcire una pillola che rimane amarissima.
Ne è consapevole lo stesso esecutivo, visto che il ministro per la Coesione territoriale Barca si chiede come fare a distinguere tra licenziamenti discriminatori, disciplinari ed economici.
«Un lavoratore per il quale è stato chiesto il licenziamento per motivi economici come tutelerà  il proprio diritto se invece ritiene di essere stato discriminato? Penso anche ai lavoratori iscritti alla Fiom», chiude a sorpresa Barca che poi, sui nuovi assunti nella Fiat di Pomigliano, di cui nessuno iscritto al sindacato di Landini, dà  una stoccata a Marchionne: «Ci sono aziende che hanno trovato soluzioni non ideologiche e che non aggravano ulteriormente i problemi del Paese».
Venuta meno la deterrenza dell’articolo 18, i licenziamenti saranno obiettivamente più facili.
E gli imprenditori potranno mescolare le carte.
Con buona probabilità , quelli economici saranno disciplinari mascherati: ti licenzio perchè voglio ristrutturare, perchè gli affari vanno male, perchè voglio chiudere un settore, ma in realtà  non ti voglio più in azienda perchè lavori male.
Chi distinguerà ? Il giudice è chiamato solo a decidere sull’entità  dell’indennizzo.
Avrà  anche il potere di qualificare il tipo di licenziamento? In quali tempi?
Un caos.

Valentina Conte –
(da “la Repubblica“)

argomento: economia, Lavoro | Commenta »

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