Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE NEL 1994: ALIQUOTA UNICA AL 30%…PRODI: FISCO AMICO E ARRIVA L’EUROTASSA
Ci fu un tempo in cui la pressione fiscale in Italia era così bassa che in Europa ci batteva solo la
Grecia. Era il 1981.
Secondo le statistiche pubblicate dalla Comunità economica europea, come si chiamava allora, al primo posto c’era il Lussemburgo, con un prelievo fiscale e contributivo complessivo pari al 51% del Prodotto interno lordo, e al decimo e ultimo posto la Grecia col 27,4%.
L’Italia al nono col 36,8%, rispetto a una media Cee del 40,8%.
Tanto che i governi dell’epoca erano impegnati a riportare il nostro Paese in linea.
E così nel 1983 l’allora ministro delle Finanze, il socialista Francesco Forte, annunciava che la pressione fiscale sarebbe aumentata di cinque punti rispetto al 1982, arrivando al 44,2% del Pil. E nel 1985 il successore, Bruno Visentini, certificava il raggiungimento dell’obiettivo, avvertendo però già allora che, sull’altro versante del bilancio, le uscite, «non è accettabile il fatalismo di una spesa pubblica destinata ad aumentare».
Come dire: attenzione perchè qui, con la scusa che aumentano le entrate non si mette mai un freno alla spesa. Insomma, quella spirale perversa che ancora ci avvolge.
Il dibattito fu però troncato sul nascere dalla revisione del Pil compiuta dall’Istat nell’87 che fece diventare improvvisamente l’Italia più ricca, tenendo conto anche dell’economia sommersa.
Il risultato fu che, aumentando il denominatore, la pressione fiscale risultò improvvisamente più bassa di circa sei punti: nel 1986 non più del 43%, ma del 36,9%.
E subito l’Ocse sottolineò che l’Italia stava di nuovo 4 punti sotto la media Cee e che ci aveva superato perfino la Grecia, senza chiedersi però se gli altri Paesi nel frattempo avevano o no rivalutato il proprio Pil.
Ai politici non sembrò vero e i quattro punti furono recuperati rapidamente.
Nel 1990 la pressione fiscale era già al 39,9% del Pil.
Tutto bene allora? Per niente.
Il debito pubblico sfiorava per la prima volta il 100% del Pil. Com’era possibile con un così elevato livello di tassazione? Perchè la spesa pubblica era ancora più grande, pari al 49,3% della ricchezza prodotta in un anno.
Nessuna sorpresa, allora, che a terremotare la Prima Repubblica sia stata anche la questione fiscale.
Siamo nei primi anni Novanta.
I commercianti scendono in piazza contro la Minimum tax. Al Nord la Lega muove i primi passi inneggiando alla rivolta fiscale.
Anche l’Ocse attesta che l’Italia ormai è seconda per pressione fiscale soltanto alla Francia, tra i sette Paesi più industrializzati del mondo.
Il problema, finalmente, non è più quello di recuperare posizioni, ma di tagliare le tasse.
Una richiesta diffusa che viene raccolta sul nascere il 2 gennaio 1994 dal presidente della Fininvest, Silvio Berlusconi che, 24 giorni prima della «discesa in campo», propone di fissare nella Costituzione «un tetto al prelievo fiscale in rapporto al reddito nazionale».
Proposta subito salutata dalla Lega che ne rivendica la primogenitura, avendo già presentato in Parlamento una proposta di legge costituzionale per introdurre un tetto del 25% del Pil alla pressione fiscale.
Poi, nel programma elettorale di Forza Italia presentato il 28 febbraio, Berlusconi propone anche di andare verso una sola aliquota Irpef non superiore al 30%, la flat tax cara all’economista Antonio Martino, tessera numero due del neonato partito.
Nel programma della «gioiosa macchina da guerra» della sinistra guidata allora da Achille Occhetto, invece, più prudentemente, e genericamente, si parla di una riduzione della pressione fiscale «in prospettiva».
Vince Berlusconi.
Ma il 22 giugno del 1994 il suo ministro del Bilancio, il leghista Giancarlo Pagliarini, già mette le mani avanti: «Mi sembra molto difficile ridurre la pressione fiscale».
Due settimane dopo, il collega del Tesoro, Lamberto Dini, aggiunge: «Se riusciremo a mantenerla invariata sarà già un successo».
Il primo governo Berlusconi dura appena sette mesi e nel ’95 la pressione fiscale, dice l’Istat, è del 41,2%. Altro che flat tax.
Nel ’96, col prelievo complessivo salito al 41,6% del reddito nazionale, dopo la parentesi del governo Dini, ci sono di nuovo le elezioni.
Questa volta vince l’Ulivo guidato da Romano Prodi, che nel programma ha scritto che la pressione fiscale resterà inalterata nei primi due anni di governo per poi scendere negli ultimi tre.
Ma anche il professore dura poco: due anni e mezzo.
Nel ’97 la pressione schizza di due punti, al 43,7%, per colpa dell’eurotassa, varata in tutta fretta per consentire all’Italia di entrare nell’euro.
Nel ’98, senza più questa una tantum, la pressione scende al 42,3% per restare su questo livello anche nel ’99 e calare poi fino al 41,3% negli ultimi due anni del centrosinistra, con Massimo D’Alema prima e Giuliano Amato poi.
Più o meno lo stesso livello di cinque anni prima.
Anche in questo caso, quindi, promesse non mantenute.
Nel 2001 nuove elezioni e ritorno di Berlusconi al governo.
Il programma della Casa delle libertà , la coalizione di centrodestra, promette: niente tasse fino a 22 milioni di lire di reddito, aliquota del 23% fino a 200 milioni, del 33% sopra.
Berlusconi prende questi impegni e quello sulla «creazione di almeno un milione e mezzo di posti di lavoro» in tv a Porta a Porta firmando il «Contratto con gli italiani». Il Dpef, il programma economico presentato dal ministro Giulio Tremonti, prevede una graduale riduzione della pressione fiscale fino al 38,2.
Le cose andranno diversamente.
Colpa dell’11 settembre dirà il centrodestra.
In ogni caso, secondo le serie storiche Istat, la pressione dal 2002 al 2006 aumenta dal 40,8% al 42%. E l’aliquota massima dell’Irpef nel 2006 è il 43%, per i redditi sopra 100 mila euro, altro che 33%.
Ancora promesse non mantenute. Il Fisco è insaziabile, ma anche iniquo. La Banca d’Italia osserva che «in Italia l’incidenza delle entrate sul Prodotto è in linea con quella degli altri Paesi dell’area euro tuttavia le nostre aliquote legali sono tra le più elevate» perchè a causa di un’evasione fiscale maggiore, i contribuenti onesti pagano di più «rispetto al resto d’Europa».
E gli evasori restano impuniti.
Alle elezioni del 2006 Berlusconi si ripresenta.
Eppure aveva detto: «Se non riuscirò a rispettare il contratto con gli italiani non mi ricandiderò».
Questa volta un’altra promessa ad effetto: via l’Ici sulla prima casa.
Prodi invece garantisce la riduzione di 5 punti del cuneo fiscale, la differenza tra costo del lavoro lordo e retribuzione netta.
Il professore vince e taglia i 5 punti. Ma non se ne accorge nessuno.
Nel Dpef 2007-2009 il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, non prende impegni precisi sulla riduzione della pressione fiscale, dice solo che avverrà compatibilmente con l’aggiustamento della finanza pubblica.
Nei due anni del governo Prodi il prelievo complessivo resterà intorno al 43% del Pil, ormai tre punti sopra la media dell’Unione Europea dove da tempo si percorre la strada della riduzione delle tasse, ammonisce l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Inoltre, da noi il Pil non cresce.
E arriviamo al 2008, l’ultima vittoria di Berlusconi. «Vogliamo ridurre la pressione fiscale sotto il 40%. Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani. Via l’Ici sulla prima casa».
Come è finita lo sappiamo.
Secondo Renato Brunetta, economista principe del Pdl, il governo Berlusconi è stato costretto a fare manovre per un valore cumulato nel periodo 2008-2014 di ben 265,3 miliardi di euro (avete letto bene).
Inevitabile che la pressione fiscale viaggi quest’anno, a causa anche delle manovre Monti, verso il 45,3% del Pil. Siamo davvero al limite.
Con la Lega, che già dal 2011, cavalca la rivolta contro Equitalia, l’agenzia di riscossione, diventata il capro espiatorio di una peso fiscale insopportabile.
Sempre su chi paga, intendiamoci.
Adesso ci risiamo: nuova campagna elettorale e nuove promesse.
Monti «sale» in politica e dice che ridurrà la pressione fiscale di almeno un punto e rivedrà perfino l’Imu.
Brunetta rilancia: taglieremo la pressione di un punto all’anno.
Berlusconi va oltre: niente tasse per 4-5 anni per le imprese che assumono lavoratori a tempo indeterminato.
«Come prenderli in nero», chiarisce.
E via di questo passo.
Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
NEL 2008 I CARABINIERI CHIESERO PERFINO IL SUO ARRESTO IN UN RAPPORTO CHE DESCRIVE IL SISTEMA DI POTERE E LE CONNIVENZE DEL VINCITORE DELLE PRIMARIE A ENNA
Il rapporto top secret dei Carabinieri sul senatore siciliano del Pd, di nuovo in lista dopo il trionfo alle primarie, sebbene indagato per abuso d’ufficio: “Fece pavimentare la strada per la sua villa a spese della Provincia”.
Dopo l’incontro con il boss di Enna, nuovi filmati e intercettazioni su appalti pilotati e minacce a funzionari onesti.
L’Arma chiedeva addirittura il suo arresto.
Ma a Bersani basta l’autocertificazione di illibatezza
Chissà se stavolta riuscirà a diventare sottosegretario all’economia. Il senatore Mirello Crisafulli, oggi vincitore delle primarie a Enna e candidato ormai certo del PD alle elezioni di febbraio il 30 aprile del 2006, quando era stato eletto per la prima volta in Parlamento sognava a occhi aperti quell’incarico per poter cacciare un controllore troppo occhiuto dell’azienda sanitaria locale di Enna, AUSL Enna 4: Michele Mario Branciforte.
In occasione della prossima ricandidatura di Crisafulli, senza alcuna opposizione da parte del leader del Pd, Pierluigi Bersani nè del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, è molto utile rileggere con attenzione quella e altre trascrizioni delle intercettazioni contenute nel-l’informativa del Reparto operativo di Enna dei Carabinieri del 29 febbraio del 2008.
In questa nota, finora inedita, destinata al pm di Enna Marcello Cozzolino, i militari pregavano il magistrato di presentare richiesta di arresto per Crisafulli e per altre 12 persone.
I Carabinieri ipotizzavano reati gravi come l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata e alla turbativa delle gare e segnalava anche molti singoli episodi di reato.
Gli arresti non sono stati richiesti poi dal pm e l’indagine principale sui fatti più gravi è stata poi archiviata.
Alla fine la Procura di Enna ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio per Crisafulli nel settembre 2010 solo per un episodio minore.
Il senatore Pd, anche grazie alle intercettazioni contenute in questa informativa, è stato rinviato a giudizio per concorso in abuso d’ufficio assieme a due dipendenti della Provincia di Enna con l’accusa di aver ottenuto la pavimentazione di una strada comunale che porta alla sua villa a spese della Provincia di Enna.
Nell’informativa si legge che nell’ottobre del 2005 una strada fu ripavimentata per “accontentare”.
I Carabinieri riportano un’intercettazione di una conversazione tra il geometra Nicola Di Bari, poi arrestato per altre vicende, e Marcello Catalfo, che sta seguendo il lavoro vicino alla casa del politico.
Scrivono i carabinieri che “quest’ultimo a proposito della strada menzionata riferisce che ci sono voluti otto camion da 19 metri cubi, ma il lavoro è venuto troppo buono, domattina manderà i ragazzi a fare pulire la strada per togliere i detriti.
Continuando dice che ha firmato lui le fatture, siglandole.
A tal proposito specifica che queste ultime sono intestate all’Amministrazione Provinciale di Enna… Marcello dice ‘oggi Mirello è sceso, come un boss prendendolo sotto braccio per fargli vedere cosa doveva fare, ma lui diceva che era a conoscenza di tutto in quanto altri in precedenza gli avevano fatte vedere il lavoro’”.
Anche il resto dell’informativa però non merita l’oblio.
Anche se non sono stati considerate rilevanti dal punto di vista penale gli audio e i video delle intercettazioni riportate nelle 207 pagine depositate nell’inchiesta descrivono un sistema di potere inquietante che coinvolge politici, burocrati e imprenditori privati.
Un sistema che un partito come il Pd dovrebbe combattere e non favorire.
Per comprendere l’interesse di Crisafulli alla poltrona di sottosegretario e di rimbalzo a quella di presidente dei sindaci della AUSL di Enna, bisogna partire dall’antefatto della riunione del 30 aprile del 2006.
“In quei giorni”, spiegano i Carabinieri, “Crisafulli e i suoi collaboratori si trovano coinvolti in un pesante braccio di ferro (a causa del mancato accordo sulla spartizione dei servizi ospedalieri), con il Dirigente Generale dell’AUSL 4 di Enna, il dottor Francesco Iudica cognato del noto esponente politico siciliano Raffaele Lombardo, e su posizioni politiche radicalmente contrapposte alla lobby di potere facente capo a Crisafulli”.
Il cognato di Lombardo ha preso il posto di Nino Bruno, di area cuffariana.
Poco prima di lasciare il suo incarico però Bruno, l’8 aprile del 2005, firma una delibera per la creazione della società Enna Servizi Srl, a capitale misto con la Ausl e una cooperativa privata, selezionata attraverso un bando di gara.
La cooperativa è ovviamente vicina sia a Crisafulli, ma anche all’Udc Giovanni Palermo. Iudica si oppone.
Scrivono i Carabinieri: “denuncia l’illegittimità dell’affidamento di alcuni servizi alla cooperativa Piramide gestita da uomini dell’On. Crisafulli istituita ad hoc da lui e dai suoi uomini.
Il 30 aprile, nel corso dell’animata discussione all’interno del suddetto studio del professor Rabbito prendono parte oltre a Crisafulli e a Gaetano Rabbito e all’avvocato Giovanni Palermo, ex candidato sindaco dell’Udc anche Angelo Salamone e Mario Tedesco (amministratori della Piramide) ;
“Durante la discussione si concorda la strategia per fare “pressione” sul Dirigente Generale Iudica al fine di indurlo a trattare sulla spartizione dei servizi Ospedalieri, il cui controllo da parte degli stessi verrebbe meno, qualora come prevedibile la società mista partecipata dalla cooperativa La Piramide dovesse venire sciolta”.
Cosa che poi accadrà effettivamente nel 2006 dopo un contenzioso davanti aiu giudici amministrativi. Crisafulli e i suoi amici vogliono scongiurare questo evento o quanto meno limitarne gli effetti.
“L’amministratore della Piramide, Mario Tedesco prima, e l’avvocato dell’Udc Giovanni Palermo poi spiegano agli altri che il Dottor Iudica è fermamente determinato ad osteggiarli ed a pretendere lo scioglimento della predetta cooperativa. Dal dialogo emerge chiaramente un forte risentimento di tutti i presentiverso la controparte (Iudica).
Si fanno riferimenti al fatto che pur essendo lo stesso “ben sostenuto politicamente” in quanto cognato di Raffaele Lombardo, non dovrebbe fare lo ‘spirtu’ con loro. L’Onorevole Crisafulli”, continuano i Carabinieri, “udite le versioni dei fatti dei suoi collaboratori e amici ordina al Professor Rabbito, (avente il ruolo di mediatore nel cercare di indurre il dirigente a più miti consigli) di fissarsi un appuntamento con questo e fargli capire che ‘deve obbligatoriamente assegnare a loro una parte dei servizi’.
Durante le sue affermazioni”, proseguono i Carabinieri sintetizzando le parole di Crisafulli, “richiama anche delle presunte irregolarità ed illeciti compiuti dal Dottore Iudica nell’assegnazione di alcuni servizi. Indica i termini che dovrà usare il suo amico Rabbito”.
A questo punto c’è un esempio mirabile del concetto di legalità formale che ispira il senatore Crisafulli nel rivolgere consigli al suo amico Rabbito, presidente dell’Asi di Enna ed ex parlamentare dei DS anche lui.
Spiegano i Carabinieri: “insieme all’Avvocato Palermo, lo mettono in guardia circa il rischio di essere registrati durante il dialogo e poi si raccomandano di usare spesso la parola “legalità “, quasi a voler apparire ad un eventuale testimone o ascoltatore come un tutore della legalità e della correttezza”.
Crisafullli e i suoi sanno che: “vi sono delle indagini da parte della Procura di Enna”. Crisafulli prima tenta con le buone: convoca il direttore in pectore e dopo aver cercato, alla presenza del direttore generale uscente della Ausl Nino Bruno di fargli cambiare idea sulla società mista Enna Servizi, secondo la testimonianza di Iudica, formula una minaccia: “se ben ricordo”, secondo Iudica Mirello Crisafulli avrebbe detto “che avrebbe attivato la conferenza dei sindaci per sfiduciarmi”.
Prosegue poi Iudica: “Non meno cogente sul piano della pressione psicologica credo possa identificarsi una pubblica conferenza organizzata da un associazione culturale vicina all’Onorevole Crisafulli, tanto che l’invito a partecipare al dibattito mi è stato formulato dallo stesso, nel corso del quale ho ricevuto pesanti attacchi, in un clima che certamente era di forte pressione”.
Poi Iudica premettendo “nessun elemento può determinare un nesso tra la vicenda di cui si sta parlando e due episodi” racconta “il ritrovamento all’interno della mia autovettura di un “geco ” vivo che faccio fatica a capire come possa essere entrato, considerato che l’autovettura, parcheggiata in una traversa limitrofa all’Azienda, aveva i finestrini e le portiere chiuse e il ritrovamento, nel primo gradino dell’abitazione privata a Caltagirone, di un topo morto con la testa schiacciata.
Di quest’ultimo episodio possono testimoniare le mie due figlie minori che hanno ritrovato l’inquietante messaggio”.
Il neo nominato direttore della AUSL Enna 4 a un certo punto sta per cedere: “Stante tali accadimento e la sensazione di solitudine nella mia posizione di contrasto alla società mista… mi ero determinato a dimettermi da Direttore Generale”.
Poi ci ripensa.
La creazione della società mista era stata contrastata oltre che da Iudica anche dal presidente del consiglio sindacale della AUSL Enna 4, dinominaministeriale, Michele Mario Branciforte.
Quel 30 aprile del 2006 nello studio del commercialista Gaetano Rabbito, tra una risata e l’altra dei suoi sodali, il neosenatore dell’Unione Crisafulli diceva chiaramente quello che gli sarebbe piaciuto fare se fosse stato nominato sottosegretario.
“Se per tutti i casi, capito al Ministero dell’ economia, telefono da li, lo stesso giorno, mi passate il direttore del tesoro di Enna, lo chiamo (e gli dico Ndr) lei è il dottore Branciforte? Io sono il Sottosegretario Onorevole Crisafulli, ha sentito parlare di me? Ho saputo che lei ha chiesto trasferimento e vero? Se è vero me lo dica e vediamo di accontentarla, se non è vero, sì prepari perchè l’ accontenteremo lo stesso”.
A questo punto il candidato del PD sul quale nè Piero Grasso nè Pierluigi Bersani hanno nulla da ridire, tira giù una sonora bestemmia e aggiunge con la voce dura da boss della politica di Enna, in grado di decretare la vita e la morte pubblica di un funzionario: “se ne deve andare di notte”.
I presenti alla riunione, puntualmente video-registrata dai Carabinieri del reparto investigativo di Enna, lo acclamano.
Crisafulli non fu nominato seottosegretario ma riuscì comunque a pilotare le nomine della Ausl di Enna: il 28 luglio del 2006 chiama l’amico Gaetano Rabbito per comunicargli che lo ha fatto nominare sindaco della Ausl Enna4 e si compiace: “gli abbiamo fatto arrivare un segnale” al direttore Iudica, ovviamente.
Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
IN GERMANIA CERTE COSE NON POSSONO SUCCEDERE
Un caso Fiorito (la politica ti fa ricco a spese nostre), le spese “allegre” della regione
Lombardia (le birre, le cene, i lecca lecca, le cartucce), la doppia contabilità della Lega di Belsito (e dei dirigenti del partito che probabilmente sapevano), i rimborsi di un partito morto finiti nelle tasche del suo tesoriere (sempre all’insaputa dei vertici della Margherita, che si accontentavano dei suoi bilanci).
Queste cose in Germania non possono succedere, mentre in Italia, nonostante gli scandali, nonostante le inchieste della magistratura (in Lombardia, nel Lazio e in altre regioni), nonostante l’indignazione generale, nonostante il governo dei tecnici che ha messo in sicurezza il paese, ancora non siamo al riparo da altri scandali sui rimborsi pubblici dei partiti.
Questo è il vero spread che ci separa dalla Germania.
Lì esiste una legge sui partiti, dal 1962, che li equipara a soggetti di diritto commerciale.
Mentre in Italia un partito è, a volte, equiparabile ad una bocciofila, pur prendendo soldi pubblici (come i monogruppi in regione Lazio, con tanto di segreteria, rimborsi, indennità ..).
In Germania, e non in Italia, ogni partito deve presentare ad una commissione indipendente, il proprio bilancio entro il 30 settembre affinchè vengano controllate le spese e le sue donazioni.
E’ fatto obbligo ai partiti di rendere — pubblicamente — conto sia della provenienza, che della destinazione delle risorse finanziarie da essi percepite ed impiegate nonche’ del loro stato patrimoniale.
La “à¶ffentliche Rechenschaftspflicht” persegue precipuamente l’obiettivo di evitare che, mediante elargizioni di denaro o altri “favori”(p. es. cessione di immobili a condizioni notevolmente al di sotto del prezzo di mercato, crediti ottenuti e non rimborsati o concessi a condizioni “particolari”), possano essere condizionate decisioni all’interno dei partiti.
Altro obiettivo e’ quello di garantire che mediante finanziamenti occulti, organizzazioni che perseguono scopi sovversivi (o comunque antidemocratici ), possano influire sull’ordinamento interno dei partiti. [..] Al fine di ottenere i contributi pubblici, i partiti devono inoltrare — entro il 30 settembre di ogni anno — le loro richieste (corredate dal “Rechenschaftsbericht”(rendiconto) riferentesi all’anno passato), sulle quali decide il presidente del “Bundestag”. La mancata presentazione del rendiconto entro il 30 settembre (oppure entro un termine prorogabile — al massimo — di mesi tre), comporta la decadenza dal diritto alla quota del contributo pubblico (“Verfall des Zuwendungsanteils”).
E’ prevista la facolta’, per il presidente del “Bundestag”, di concedere acconti (da corrispondere il 15.2, 15.5., 15.8. e 15.11.) sulla base dell’entita’ del contributo pubblico complessivamente concesso al partito l’anno precedente.
Gli acconti non possono essere pagati nella misura eccedente il 25% dell’importo totale liquidato nell’anno precedente la richiesta.
I pagamenti disposti dal presidente del “Bundestag” sono soggetti al controllo del “Bundesrechnungshof” (Corte dei Conti federale).
Le rendicontazioni dei partiti, divise Land per Land, permettono di stabilire chi sono i finanziatori (pubblici per soglie sopra i 10000 euro, per le donazioni sopra i 50000 euro si deve addirittura avvisare il Bundestag): gli elettori della CDU, dell’SPD possono sapere così chi sostiene il loro partito.
Perchè sono bilanci pubblici.
Diversamente dall’Italia, lì si saprebbe subito se, per esempio, un imprenditore come Riva ha finanziato un partito guada caso dell’allora ministro dello sviluppo.
Se in Germania un politico usa dei soldi pubblici, dei contributi che riceve dallo stato, per delle consulenze personali, viene multato di una somma pari a tre volte a quella che ha utilizzato.
Se in Germania un esponente politico ha dei conflitti di interesse non denunciati, rischia una pensa del 10% del valore patrimoniale.
In Germania le leggi sono fatte affinchè siano rispettate: si rischia non solo di non prendere i soldi, ma anche di decadere dal parlamento.
Questo è il vero spread che ci separa dalla Germania, oltre alla corruzione, all’evasione, alla criminalità organizzata che entra nell’economia e dentro le casse dei partiti (come sembrerebbe dal caso Belsito)
Anzichè chiedere a Bersani di tagliare le ali, il professore Monti dovrebbe chiedere al segretario PD di tagliare le alucce agli impresentabili, specie al sud (ma anche al nord, col caso Brembilla).
E non solo a Bersani, ma al fedele Pierferdinando, a Fini e ai suoi alleati alla Camera e al Senato.
Perchè in Italia non si è fatta (nemmeno in questo anno di strana maggioranza, nonostante il lavoro del tecnico dei tecnici, Amato, ex tesoriere anche lui) una legge sui partiti?
Una vera legge sull’incandidabilità dei condannati? Una vera legge contro la corruzione?
Solo se faranno queste riforme in Italia i partiti potranno continuare a chiedere soldi senza perdere la faccia (sempre che ai vertici dei nostri partiti, delle liste civihce, interessi ancora qualcosa).
Perchè non si tratta di poche mele marce: qui, sono i partiti stessi che sono marci dentro.
E non lo possiamo più permettere.
(da “unoenessuno.blogspot.it“)
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LA AEROPORTI DI ROMA LIMITA SERVIZI PERCHE ALITALIA NON PAGA DA TEMPO… CON IL CASO LIMITE DI AZIONISTI COME BENETTON CHE SONO SOCI DI ENTRAMBE
Paradossi della finanza italiana, dove il bidone Alitalia prende un calcio persino dai suoi stessi azionisti.
E glielo restituisce senza passare dal via.
Accade a Fiumicino, dove la società che gestisce lo scalo, la Aeroporti di Roma, ha annunciato ieri che limiterà alcuni servizi resi alla “compagnia di bandiera” perchè Alitalia è ancora “economicamente inadempiente”.
La nota parla chiaro: “Aeroporti di Roma, scusandosi con i passeggeri per eventuali disagi, si vede costretta a limitare alcuni servizi resi ad Alitalia, tra i quali il Fast Track per Milano, perchè la compagnia, nonostante le numerose sollecitazioni di Adr, risulta essere ancora economicamente inadempiente a valle di specifici accordi in essere tra le due aziende”.
“Sono esterrefatto ed amareggiato da questa dichiarazione di Adr”, ha controbattuto l’amministratore delegato di Alitalia, Andrea Ragnetti, sottolineando che Aeroporti di Roma “nonostante la recente firma di un accordo di programma che ci vede obbligati a pagare delle cifre elevatissime, continua ad offrire un servizio ben al di sotto dello standard qualitativo che i nostri passeggeri si aspettano e si meritano, e uno spettacolo di degrado assolutamente ingiustificabile”.
Non solo. “Le nostre continue contestazioni, che peraltro non diffondiamo ai media, e i ritardi nei pagamenti, di entità ridottissima, qualche giorno, non sono altro che tentativi fatti per cercare di ottenere, con la moral suasion, non riuscendoci, un servizio quanto meno sufficiente”, conclude Ragnetti.
Quello che nessuna delle parti dice, in questo reciproco scambio di accuse è che non sono solo le piste ad accomunare Alitalia e Adr.
Il primo azionista della società di gestione dello scalo romano, infatti, è la holding Gemina, a sua volta controllata dalla Edizione della famiglia Benetton che tra gli altri convive nell’azienda con Unipol, subentrata ai Ligresti.
Stessi nomi che troviamo nell’elenco dei “21 patrioti” che nel 2008 avevano rilevato Alitalia insieme a Roberto Colaninno.
E non agli ultimi posti.
Atlantia, la società delle autostrade dei Benetton che proprio in questi giorni si sta preparando a fondersi con Gemina, della compagnia di bandiera è il quarto azionista con quasi il 9%, subito sopra alla Immsi di Colaninno (7,08%) che di Cai è il presidente.
E poco sotto, all’ottavo posto, c’è la finanziaria delle Coop con il 4,43 per cento.
In pratica, quindi, da qualunque lato si guardi la disputa, i Benetton ne escono da accusati.
E proprio a una manciata di giorni dalla scadenza del vincolo che obbligava i soci di Alitalia a non vendere le azioni della compagnia che verrà a decadere sabato 12 gennaio.
Con un limite.
Fino a ottobre, infatti, i “patrioti” che volessero disfarsi delle loro azioni nel vettore, dovranno avere il via libera del consiglio di amministrazione di Alitalia.
Dove siedono, appunto, Colaninno e Ragnetti. Il tutto in un clima di crescente tensione, dopo le indiscrezioni che, alla luce dello stato disastroso dei conti di Alitalia, prima avevano indicato nelle Ferrovie dello Stato l’ennesimo salvatore (pubblico) della società , poi avevano parlato di un accordo ormai alle ultime tappe con Air France, che della compagnia è il primo socio.
Trattative entrambe smentite dalle parti, anche se la Borsa, o gli speculatori, ci credono poco, con la società di Colaninno che sulla scia dell’attesa di un profitto in arrivo in questi giorni sta volando sul mercato.
Assicurando già buoni guadagni al suo azionista.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LISTE: VERDI E AMBIENTALISTI QUASI ASSENTI
In attesa del dimezzamento dei parlamentari e della sparizione degli inquisiti, c’è già una
categoria esclusa o quasi dal Parlamento: gli ambientalisti.
Il Pd rinuncia a nomi storici come Roberto Della Seta, che condusse la battaglia dell’Ilva.
Altri partiti non si sono neppure posti il problema.
Quel che resta dei Verdi si dilegua nello schieramento guidato da Ingroia, senza essersi mai lontanamente avvicinato ai consensi e ai risultati raggiunti dai colleghi europei.
Ma il problema non è solo di rappresentanza; è soprattutto di iniziativa politica.
Nelle varie agende l’ambiente latita.
La tutela del territorio, l’inquinamento delle città , persino le energie alternative passano in secondo piano.
Certo, la crisi ingurgita tutto, mette le ragioni della produzione e dello sviluppo davanti al resto.
Ma alla vigilia di elezioni decisive, la difesa dell’ambiente e della bellezza di un Paese prezioso e delicato come l’Italia dovrebbe essere al centro della discussione pubblica. Invece è diventato lo sfondo di profezie di malaugurio, seguite da allegrie di naufraghi scampati.
Negli altri Paesi non è così.
In Germania i Grà¼nen sono da venticinque anni il terzo partito, hanno governato per due legislature accanto all’Spd, guidano con Winfried Kretschmann un Land importante come il Baden-Wà¼rttemberg, che oltre a essere stato uno storico feudo conservatore ospita il più grande polo automobilistico d’Europa.
In Francia i Verdi hanno stabilmente risultati elettorali a due cifre, alle ultime Europee affiancarono i socialisti a quota 16%, e ora condividono vittorie e difficoltà con Hollande.
In America, a parte le campagne di Al Gore, Obama ha voluto al governo Steven Chu, Nobel per la fisica grazie alle sue ricerche sulle energie verdi, e ha affidato l’agenzia per la protezione della natura e l’agenzia per il monitoraggio geologico a due leader storiche dell’ambientalismo come Lisa Jackson e Marcia McNutt.
È vero che il presidente è accusato di non aver mantenuto le promesse sulla lotta all’effetto serra; ma le critiche vengono anche da destra, ad esempio dal sindaco miliardario di New York Bloomberg.
Insomma, nel mondo i Verdi esistono e non sono confinati in una riserva, dialogano con i vari schieramenti, assumono responsabilità .
Sarebbe crudele paragonare tutto questo ai disastri di Pecoraro Scanio.
La questione non è tanto che gli ambientalisti abbiano fallito nel formare il loro partitino, in aggiunta alle varie sigle postcomuniste e postfasciste che ci concederemo alle prossime elezioni.
La questione è che non sono riusciti a ibridare i partiti veri. A diffondere le loro culture.
A imporre un tema che attraversa tutti i campi della nostra vita quotidiana e della nostra attività , dalle politiche industriali alla sicurezza sul lavoro, dalla salute al turismo (possibile motore della ripresa italiana di cui anche si parla poco).
Mentre ai cittadini il tema interessa moltissimo; infatti quando possono occuparsene lo fanno in massa e con determinazione, sia pure nella forma tranchante dei referendum, che riconduce temi complessi come la ricerca sul nucleare e le risorse naturali alla semplificazione talora eccessiva di un sì e di un no.
Una volta ogni dieci anni gli elettori battono un colpo; poi la classe politica lascia ricadere lentamente le polveri.
Anche così si amplia il distacco tra il Palazzo e il Paese.
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI SCENARI-POLITICI: IL 33,4% VOTA A SINISTRA, IL 27,1% A DESTRA, IL 13,1% AL CENTRO
Definiti i cattolici coloro che «vanno a messa almeno tre domeniche ogni mese», Scenaripolitici.com ha testato per la prima volta, su un campione significativo della popolazione con oltre 4.000 interviste valide, le espressioni di voto dei cattolici italiani e il loro giudizio sul cosiddetto endorsement cardinal Bagnasco e il «gradimento» nei confronti della lista Monti.
Il 7 gennaio scorso le intenzioni di voto dei cattolici (che così definiti costituiscono solo il 34,1 per cento del totale dei votanti) erano distribuite in questo modo: 27,1% centrodestra; 13,1% Lista Monti; 33,4% centrosinistra.
I cattolici sono generalmente a conoscenza delle parole di Bagnasco (79%), ma solo il 24% prende in considerazione le indicazioni della Chiesa.
Il 63% dei cattolici conosce la posizione di Monti a proposito dei temi etici; di questo 63%, il 65% condivide tale posizione (solo a chi rispondeva «sì» alla domanda sui temi etici è stato chiesto se ne condivideva la posizione).
In particolare il disaccordo è più alto (e maggioritario) tra i cattolici nelle file di centrodestra (sono il 63 per cento), mentre rispettivamente l’85 e l’81 per cento di coloro che intendevano votare Monti o il centrosinistra sono per la «libertà di coscienza» indicata dal premier.
Tornando ai dati nazionali (cioè di tutti i votanti e non solo degli elettori cattolici), coloro che ammettono di prendere in considerazione le indicazioni della Chiesa per il voto sono appena il 6% dell’elettorato: il 3,3% sta con Monti, il 2% sta nel centrodestra, lo 0,5% nel centrosinistra.
Molti di questi voti sono però sicuramente in bilico, cioè pronti a spostarsi.
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