Agosto 14th, 2013 Riccardo Fucile
LE SENTENZE DA MILANO E NAPOLI: LE INCHIESTE CHE TOLGONO IL SONNO A BERLUSCONI
Giorgio Napolitano lancia l’amo della grazia al Cavaliere ma i problemi giudiziari di Berlusconi non si risolvono certo con l’eliminazione dei 4 anni di pena inflitti dalla Cassazione.
L’evasore fiscale che guida il Pdl deve affrontare altri due processi a Milano e altre due indagini a Bari e Napoli.
La toppa del Colle in caso di nuova condanna si rivelerebbe peggiore del buco.
Il processo Ruby è il più pericoloso.
Le motivazioni della sentenza del Tribunale che ha condannato Berlusconi a 7 anni di reclusione e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici saranno depositate a settembre.
Poi toccherà alla Corte di appello di Milano che ha dimostrato già la sua velocità nel caso Mediaset.
Se l’accusa di concussione per costrizione reggesse nei gradi successivi, Berlusconi si potrebbe ritrovare una seconda condanna definitiva entro la prima metà del 2015. L’effetto domino travolgerebbe anche l’indulto per tre dei quattro anni inflitti nella sentenza Mediaset.
E la condanna definitiva per la concussione farebbe scattare l’interdizione automatica con conseguente addio all’agibilità politica appena restituita dal Presidente.
Sempre da Milano potrebbero arrivare sorprese dalla coda velenosa del processo Ruby bis. Il Tribunale che ha condannato per i festini di Arcore a 7 anni anche Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, ha infatti trasmesso alla Procura le carte delle testimonianze di molte ragazze, compresa la stessa Ruby, che hanno decantato davanti ai magistrati le cene eleganti.
Piccolo particolare: prima o dopo sono state tutte pagate da Berlusconi.
urtroppo per loro il munifico imputato è stato condannato per il reato di prostituzione minorile e in autunno, dopo il deposito delle motivazioni, i giudici trasferiranno il fascicolo ai pm che dovranno valutare una ad una le testimonianze delle ragazze retribuite con bonifici di 2mila e 500 euro al mese o gratificate da automobili e altri benefit.
Anche i comportamenti degli avvocati Nicolò Ghedini e Piero Longo finiranno sotto la lente della Procura.
I magistrati milanesi potrebbe contestare a Silvio Berlusconi le riunioni con le ragazze e i pagamenti a loro favore. Anche se siamo alle ipotesi teoriche questo filone preoccupa più del processo sulle intercettazioni del caso Unipol, nonostante in questo caso sia già intervenuta una condanna in primo grado a un anno.
Il Cavaliere secondo il Tribunale ascoltò in quel di Arcore alla vigilia di Natale del 2005 le intercettazioni trafugate da un imprenditore che lavorava per la Procura e consegnate al fratello Paolo.
La pubblicazione da parte del Giornale di famiglia della celebre conversazione tra l’imprenditore rosso Giovanni Consorte e l’allora leader dei DS, Piero Fassino, (‘Abbiamo una banca’) certamente favorì alle elezioni il centrodestra.
Ma Berlusconi non pagherà il prezzo processuale di quel grande regalo di Natale ricevuto dal fratello.
Colpa della lentezza della giustizia milanese, tante volte accusata dal leader del Pdl di essere eccessivamente rapida.
Il Giornale pubblicò la trascrizione a dicembre del 2005 e quindi la Corte di Appello dovrebbe dichiarare la prescrizione con l’estinzione del reato e delle ansie del Cavaliere
In realtà la Procura di Napoli potrebbe essere il fronte più caldo della ripresa autunnale nell’attività giudiziaria contro Berlusconi.
Il 16 settembre è prevista l’udienza preliminare per il caso della corruzione dell’ex senatore Sergio De Gregorio.
Berlusconi è accusato dai pm Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock, Alessandro Milita e Fabrizio Vanorio di avere pagato insieme a Valter Lavitola 3 milioni di euro a De Gregorio per far cadere il Governo Prodi.
De Gregorio ha chiesto già il patteggiamento a un anno e 8 mesi e il 23 ottobre si prevede che il Gip Amalia Primavera decida su tutte le posizioni.
Anche se lo sciopero degli avvocati previsto proprio per il 16 settembre potrebbe fare slittare di qualche giorno il ruolino di marcia, il processo contro il presunto corruttore Berlusconi potrebbe iniziare alla fine del 2013 o all’inizio del 2014 con l’ipoteca pesante del patteggiamento del corrotto De Gregorio.
Una situazione apparentemente in discesa per la Procura
Infine a Napoli c’è un’altra indagine per rivelazione di segreto d’ufficio che preoccupa il fronte berlusconiano.
In questo caso, a differenza del caso Unipol, Berlusconi non è indagato ma l’inchiesta riguarda una testata della società guidata dalla figlia Marina. Giorgio Mulè, direttore del mondadoriano Panorama, infatti è indagato per rivelazione del segreto e corruzione dai pm Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli perchè ha pubblicato i contenuti della richiesta di arresto contro Walter Lavitola e Gianpaolo Tarantini, prima della firma dell’ordinanza di arresto da parte del Gip Amalia Primavera, nell’agosto del 2011.
Le carte segrete, come nel caso delle intercettazioni Fassino-Consorte sarebbero state ottenute — secondo l’accusa — compiendo un reato da parte della fonte: il cancelliere del Gip Primavera che aveva estratto dal computer di ufficio la richiesta di arresto. Inoltre i pm sospettano che i giornalisti abbiano promesso qualcosa in cambio all’avvocato che avrebbe favorito lo scoop facendo da intermediario con il cancelliere. Mulè è indagato insieme all’inviato autore dello scoop, Giacomo Amadori che avrebbe ricevuto fisicamente la richiesta di arresto dei pm ancora segreta.
Il problema è che quello scoop ha favorito oggettivamente la fuga di Valter Lavitola. L’amico del Cavaliere si trovava all’estero quando uscirono le anticipazioni della notizia e fu consigliato al telefono da Berlusconi di restare lì.
Nell’articolo uscito quel giorno è riportata anche una dichiarazione di Berlusconi sul-l’indagine segreta. Panorama, quando chiamò il suo editore conosceva i contenuti della richiesta di arresto di Lavitola e Tarantini.
Chissà se Amadori e Mulè dissero tutto quello che sapevano sulla richiesta di arresto contro Lavitola e Tarantini al padrone della società che li stipendia.
E chissà se chiesero l’autorizzazione per la pubblicazione dello scoop che poi favorì il latitante Lavitola.
Al momento della pubblicazione dello scoop, Berlusconi era considerato dai pm napoletani una vittima dell’estorsione del duo Tarantini-Lavitola.
Oggi invece è indagato a Bari insieme a Lavitola con l’accusa di avere pagato Gianpaolo Tarantini per mentire in suo favore nelle indagini della Procura di Bari sulle escort.
E la risposta alle domande che si pongono oggi gli inquirenti sul contenuto di quella conversazione del Cavaliere con il giornalista di Panorama, assume un senso diverso.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 14th, 2013 Riccardo Fucile
NAPOLITANO AVVISA L’EX PREMIER: SE TIENI IN PIEDI IL GOVERNO E FAI PERVENIRE AL COLLE UNA RICHIESTA DI CLEMENZA SE NE PUà’ PARLARE. MA SULLA SENTENZA NON SI DISCUTE
Tecnicamente è una “dichiarazione”, non una nota, vergata nella tenuta presidenziale di
Castelporziano, vicino a Roma, e che il capo dello Stato fa pubblicare sul sito istituzionale del Quirinale, verso sette e mezzo di sera.
Giorgio Napolitano risponde a Silvio Berlusconi e lo fa nel peggiore dei modi per il Cavaliere.
Il Colle, infatti, apre alla grazia per B., dopo la condanna definitiva in Cassazione per i diritti tv Mediaset, ma nella sua lunga dichiarazione si addensano, uno dopo l’altro, tutti i paletti posti come condizione per dare il gesto di clemenza, a patto che venga chiesto
A partire dal fatidico passo indietro di Berlusconi che Gianni Letta, ambasciatore tra “Silvio” e “Giorgio”, aveva già anticipato nei giorni scorsi. I passaggi che vanno in questa direzione sono due.
Il primo funge da premessa: “È comprensibile che emergano — soprattutto nell’area del Pdl — turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo (fatto peraltro già accaduto in un passato non lontano) e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza”.
Tra parentesi, Napolitano si riferisce ad Arnaldo Forlani, ex segretario della Dc, che venne condannato definitivamente per la maxi-tangente Enimont.
Non un esempio a caso. A differenza del democristiano Forlani, B. è “rimasto leader incontrastato” di una forza cui comunque il Colle riconosce il merito di aver contribuito alla nascita del governo Letta.
Detto questo, e subito dopo aver elencato meticolosamente la procedura della grazia e puntualizzato che “nessuna domanda mi è stata indirizzata”, Napolitano dà una lezione di realismo estremo al Cavaliere nel passaggio finale: “Toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento — nei modi che risulteranno legittimamente possibili — della funzione di guida finora a lui attribuita”. Qui, il capo dello Stato tira in ballo la questione della successione nel centrodestra. Per un motivo semplice: la grazia, se richiesta e poi concessa, non risolverà il problema dell’incandidabilità di B. secondo la legge Severino.
In pratica, guardando in filigrana la dichiarazione del Colle, si scorge il profilo di un Cavaliere ridotto al ruolo di padre nobile, che si ritira dalla politica attiva dopo aver ottenuto la grazia.
È lo scenario immaginato dalle colombe del Pdl (Gianni Letta, Alfano, Schifani), non certo dai falchi della Santanchè.
Il secondo paletto del Quirinale è che la sentenza va accettata, altra condizione anticipata sempre da Gianni Letta nei giorni scorsi: “Nell’esercizio della libertà di opinione e del diritto di critica, non deve mai violarsi il limite del riconoscimento del principio della divisione dei poteri e della funzione essenziale di controllo della legalità che spetta alla magistratura nella sua indipendenza. Nè è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche”.
Non solo, il capo dello Stato specifica pure che un “eventuale atto di clemenza” non toccherà “la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicata”.
Niente Aventino parlamentare o campagna di Ferragosto sulle spiagge.
Berlusconi continui a rimanere in silenzio e a dare ascolto alle colombe.
Solo così, in autunno, Napolitano, in caso di domanda a lui “indirizzata”, valuterà sulla grazia.
E qui siamo al terzo paletto , che il Colle pianta dopo aver fatto un giro di consultazioni con Pdl (Brunetta e Schifani) e Pd (Epifani, Speranza, Zanda, Finocchiaro): il governo Letta non si tocca e basta con la “tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere”.
È un manrovescio violento ai falchi berlusconiani che predicano il ribaltamento del tavolo di governo: “Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di cento giorni; il ricadere del Paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica finalmente delineatesi”.
Senza dimenticare la “revisione della legge elettorale” e il percorso delle riforme (compresa quella della giustizia) che con B. padre nobile e colomba convinta potrebbero maturare in una “prospettiva di serenità e di coesione”.
Questa, dunque, è la traduzione della risposta di Napolitano, “chiamato in causa in modo spesso pressante e animoso”.
Il capo dello Stato non ritiene più la grazia a B. un caso di “analfabetismo istituzionale”.
L’ipotesi adesso c’è. Nero su bianco. Dopo la visita di Brunetta e Schifani al Quirinale, a inizio agosto.
Ma il prezzo per B. è altissimo: fare il passo indietro, accettare la sentenza, niente elezioni anticipate in autunno.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 14th, 2013 Riccardo Fucile
TIMORI SUL PD: “QUELLI VOGLIONO FARMI FUORI”
E guardando in volto gli avvocati che lo affiancano nello studio di Arcore nel tardo pomeriggio – come poi farà in serata nella cena con tutti i direttori delle reti Mediaset e dei giornali del gruppo – tira le conclusioni del responso.
E per lui non sono certo conclusioni entusiasmanti
Tanto Ghedini e Coppi con lui, quanto Gianni Letta al telefono da Roma – braccio destro che sembra possa aver visto di persona Napolitano a Castelporziano – lo invitano a mordere il freno.
A reagire con cautela, perfino con una moderata soddisfazione alla presa d’atto del Colle.
In realtà il Cavaliere ai più intimi confida fino a tarda ora tutte le sue perplessità , adesso non gli si aprono certo autostrade, ma sentieri assai stretti e su quelli bisognerà lavorare.
Ma gli esiti a cui poteranno le vie tortuose sono incerti e per nulla rassicuranti.
«Sono moderatamente soddisfatto, ma certo non sto lì a suonare le fanfare» commenta con schiettezza il leader ai dirigenti che in sequenza lo chiamano per ore al centralino di Villa San Martino dalle più disparate località di vacanza.
Lui blindato ad Arcore e con la sensazione di essere ancor più stretto all’angolo, con scarsi margini di manovra.
E soprattutto, come ha confidato a pochi, col sospetto cocente che dietro tanti riconoscimenti del ruolo, dietro l’apprezzamento per il contributo al governo del Paese, si celi il rischio concreto di finire in una trappola.
Ordita dal Pd, senza tanti giri di parole. «Quelli continuano a volermi fuori gioco e proveranno a farlo già in giunta: considero quel voto il banco di prova» è una delle reazioni a caldo dopo la lettura delle parole del presidente Napolitano.
Le garanzie fornite dall’inquilino dal Colle all’ambasciatore di sempre Gianni Letta, lo hanno convinto insomma fino a un certo punto.
Nessun commento ufficiale, nessun comunicato, nessuna intervista tv, taglia subito corto il portavoce Paolo Bonaiuti.
E «gli spiragli positivi ci sono», fanno presente all’ex premier proprio gli avvocati e lo stesso Letta.
Punto primo, c’è in quella nota il riconoscimento della sua leadership politica e del suo ruolo nel governo del Paese.
Ma soprattutto – e in questo momento è l’aspetto che sta più a cuore al Silvio Berlusconi fresco di condanna – viene escluso del tutto il carcere, la pena restrittiva più umiliante.
Non quelle alternative, è vero, ma quella viene considerata un’apertura incoraggiante. Che, a ragione o forse a torto, i legali ritengono possa essere di conforto anche per il futuro, per le eventuali altre condanne se dovessero poi passare anch’esse in giudicato. Ancora, viene rimesso al partito, al Pdl o meglio a Forza Italia la valutazione delle strade legittime da intraprendere adesso
Per non dire del riconoscimento della legittimità del dissenso e delle riserve, come se le critiche mosse in questi giorni alla condotta del presidente di sezione Esposito non fossero prive di fondamento.
Poco o tanto che sia, è l’unica zattera alla quale il quartier generale berlusconiano deve aggrapparsi adesso.
Tutto questo si traduce nella decisione di evitare per il momento reazioni scomposte. Non ci saranno dunque ricadute immediate sulla stabilità e sulla vita del governo Letta.
Ma fino a quando il premier possa contare su questa stabilità non è chiaro e ad Arcore fanno pronostici.
La mossa della disperazione per ora è congelata ma non esclusa del tutto.
I falchi del partito alla Santanchè, Verdini, Capezzone non a caso tacciono, non partono arma in resta contro Napolitano, nè invocano una crisi a breve.
Ma il quadro resta complicato. Berlusconi lo sa.
Ad oggi «prende atto degli spiragli, pur considerandoli tali, appunto» racconta un parlamentare che gli ha parlato. Si accontenta di un Quirinale che «non lo spinge fuori dallo spazio politico».
Non fa cenno al nodo della incandidabilità . Lasciando perfino una breccia per la via della grazia.
Napolitano ha escluso il motu proprio, sembra. Ma non di valutare una eventuale richiesta.
Istanza che tuttavia il leader forzista è restio ad avanzare: «Vorrebbe dire riconoscermi colpevole e in quel caso dovrei accompagnare la richiesta con un impegno a fare un passo indietro».
E per adesso lo scenario non è contemplato tra quelli possibili.
L’unica cosa certa è che non ci saranno elezioni, nè oggi nè domani.
Il messaggio del capo dello Stato impone uno stop a chi lavora sotto traccia per una crisi, sia nel Pdl che nel Pd.
«Ma adesso di tutta la macchina di Forza Italia lanciata in corsa dobbiamo valutare che fare» ragionava ieri sera un Berlusconi perplesso.
Manifesti, aerei, spot sul web. Perchè è chiaro che di una macchina elettorale si tratta, più che di un semplice partito rimesso a nuovo.
E se non si va al voto entro pochi mesi, rischia di bruciare tutto nella corsa a vuoto. Infine l’incubo in prospettiva.
Pier Ferdinando Casini e Luca Cordero di Montezemolo hanno intuito che a destra si spalancano praterie, pronti a lanciare un’Opa su un partito segnato dalla leadership monca.
L’ex premier ha colto la minaccia. È l’altra insidia che lo assilla, tutta interna stavolta: la tenuta del Pdl, il suo travaso in Forza Italia senza che tutto venga fagocitato da un grande centro deberlusconizzato.
La figlia Marina si tira fuori dai giochi. Ma i più vicini alla «corte» invitano a cogliere le ragioni strategiche della mossa: se non l’avesse fatto in queste ore, la sua disponibilità implicita avrebbe offerto sul piatto l’alternativa già in campo rispetto a una leadership ormai segnata e tramontata.
Se ne riparlerà quando si apriranno davvero i giochi elettorali.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Agosto 14th, 2013 Riccardo Fucile
PALETTI E NESSUNA SOLUZIONE…. SILVIO NON VUOLE INVOCARE PERDONO Nà‰ ACCETTARE LA CONDANNA, MA NON SA CHE FARE E NON REAGISCE (PER ORA)
Il messaggio arriva intorno alle quattro del pomeriggio. Marina Berlusconi ribadisce che non entrerà
in politica: “Mi auguro che di questa ulteriore smentita prendano atto anche quanti continuano ad attribuirmi un’intenzione che non ho mai avuto e che non ho”.
C’è un leader solo nel centrodestra italiano ed è Silvio Berlusconi: con lui bisogna fare i conti.
È con questa consapevolezza che attorno alle sette di sera Giorgio Napolitano diffonde la sua risposta sulla cosiddetta “agibilità politica” del fu Cavaliere.
Lui l’attende riunito ad Arcore con le solite comparse — Francesca Pascale e il cane Dudù, la senatrice Maria Rosaria Rossi, Daniela Santanchè, Niccolò Ghedini — e l’umore, dopo, non è dei migliori.
Nei commenti informali non siamo nella zona del fulminante insulto che gli riservò anni fa Giuliano Ferrara (“il suo stemma araldico dovrebbe essere il coniglio bianco in campo bianco”), ma la distanza non è così marcata.
Berlusconi voleva di più, si aspettava non la grazia subito, troppo anche per lui, ma una presa di posizione netta sulla superiorità della politica e del consenso popolare rispetto alle quisquilie legali.
Sorpresa vicina al disappunto, poi, su tutti i paletti che Napolitano ha piazzato sull’eventuale, possibile, discrezionale cammino di un provvedimento di clemenza: in sostanza, un gentile invito a farsi da parte.
La delusione non è stata però di quelle cocenti: l’ex premier era stato informato già da ore dal suo luogotenente sul campo — vale a dire Gianni Letta — che i contenuti del messaggio sarebbero stati quelli e ha deciso di non reagire e di tenere a bada i famosi falchi.
Niente dichiarazioni di guerra, niente fucili puntati sul governo, tanto è chiaro che l’ipotesi dell’ordalia elettorale ad ottobre non è in campo (“impraticabili scioglimenti delle Camere”, ha messo a verbale Napolitano).
Del rio-orientamento subitaneo dei cannoni mediatici di Berlusconi è buona testimonianza la home page di Libero, passata nello spazio di mezz’ora da “Napolitano molla Silvio” a “Napolitano: se mi chiede la grazia…”.
L’interessato peraltro, raccontano fonti interne, non si è ancora convinto ad invocare un gesto di clemenza.
Il motivo è molto semplice: significherebbe accettare la condanna (esattamente, peraltro, quanto gli chiede di fare il Quirinale), ponendo fine a quella sorta di stato di rimozione in cui Berlusconi ha vissuto fino ad ora.
La strategia, insomma, è evitare attacchi per il momento e soppesare la situazione con calma: dichiarare una guerra senza aver chiaro lo scopo non è nelle corde del nostro. Per questo sulle agenzie e in tv compaiono subito le colombe del Pdl, quelle che vedevano il voto anticipato come fumo negli occhi: “Ci riconosciamo nella nota del presidente della Repubblica — dichiara subito Maria Stella Gelmini — che dimostra come il problema da noi posto dell’agibilità politica di Berlusconi non sia un fatto personale ma una questione schiettamente politica”.
Segue Fabrizio Cicchitto: “La nota di Napolitano lascia aperti spazi significativi per quello che riguarda il futuro”. Tutto nella norma fin qui, ma poi cominciano ad arrivare i commenti anche di chi teoricamente dovrebbe rappresentare l’ala guerresca del partito.
A Michaela Biancofiore sembra di “cogliere una disponibilità di massima alla concessione della grazia”; per l’ex ministro Paolo Romani si tratta di un intervento “equilibrato, che sembra non lasciare dubbi sulla eccezionalità del caso giudiziario che ha coinvolto il presidente Berlusconi”; Deborah Bergamini ha visto ieri “riconoscere una volta per tutte la piena rappresentatività politica del presidente Berlusconi”.
Anche dal mondo ex An sono arrivati commenti positivi: da Maurizio Gasparri ad Altero Matteoli fino a Barbara Saltamartini (per esplorare tutte le correnti della destra interna al Pdl) è stata una gara a vedere il bicchiere mezzo pieno.
Non è un caso che l’unico commento davvero onesto arrivi da un leghista: “Sento puzza di fregatura”, ha scritto Matteo Salvini su Facebook
Resta che la soluzione al dilemma Berlusconi non s’è trovata.
Ora, notava l’ex ministro Anna Maria Bernini, “è evidente che nella sostanza politica della questione è possibile e necessario trovare tutte le vie che garantiscano agibilità politica a Berlusconi e rappresentanza al suo popolo”.
Come a dire: in pratica come si può fare?
La risposta, al momento, non esiste: dal Pd, al momento, non sono arrivate aperture di nessun genere, nemmeno quelle formali concesse dal capo dello Stato.
Per scrivere la parola fine, però, è ancora molto presto: Berlusconi è all’angolo, si agita in rabbia impotente e non sembra sapere cosa fare, ma l’uomo ha dimostrato capacità non comuni di recupero.
E magari domani, dopo averci dormito su, potrebbe decidere di giocarsi all’attacco l’ultima battaglia.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 14th, 2013 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTO DI NAPOLITANO ANALIZZATO DAL VICEDIRETTORE DI “REPUBBLICA”
Avevano preso l’impunità giudiziaria e l’avevano chiamata “agibilità politica”.
L’ennesimo trucco, etico e politico, che violenta le parole e la verità .
Per fortuna, il tentativo, tecnicamente eversivo, è fallito. Giorgio Napolitano rompe l’assedio che da settimane Berlusconi e le truppe del Pdl avevano lanciato intorno al Colle.
E lo fa nel modo più fermo, chiaro e inequivoco.
Lo fa da vero garante della Costituzione, quale è sempre stato nel corso di uno dei settennati più difficili dal dopoguerra.
Lo fa da vero custode dei valori repubblicani, che vedono nell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e nel principio di bilanciamento e separazione dei poteri due capisaldi irrinunciabili per il buon funzionamento della vita democratica.
Il comunicato del Quirinale ha una doppia chiave di lettura, che cambia e ridefinisce il corso della legislatura, in nome della legalità e della stabilità .
C’è una chiave di lettura costituzionale, che ruota intorno a tre cardini principali.
Il primo cardine: le sentenze, specie se definitive, vanno sempre e comunque applicate.
Dunque, non c’è spazio per scorciatoie o manipolazioni: il Cavaliere è stato condannato a quattro anni per frode fiscale, e da questa realtà processuale non si può sfuggire.
Le decisioni di tre organi giurisdizionali si possono criticare, nel rispetto della divisione dei poteri, ma non certo disapplicare.
E certo non si possono minacciare ritorsioni antidemocratiche contro la magistratura.
Sembra una banalità , e lo sarebbe, in una qualunque democrazia europea. Riaffermarlo nell’Italia di oggi, è invece un grande merito civico del Capo dello Stato.
Il secondo cardine: Berlusconi non andrà comunque in carcere, e questo fa piazza pulita, una volta per tutte, delle grida sguaiate e bugiarde dei falchi della destra, che urlano allo scandalo da settimane per un leader eletto e acclamato dal popolo ma condannato a concludere il suo glorioso cursus honorum nelle patrie galere.
Non andrà così, perchè Berlusconi è un ultra-settantenne e perchè per lui sono previste pene alternative al carcere, come per ogni pregiudicato nelle sue stesse condizioni.
Il terzo cardine: la grazia, della quale nel cerchio magico berlusconiano si favoleggiava da giorni, resta al momento una chiacchiera da bar, anzi da saloon.
Non ci sono le condizioni tecnico-giuridiche, perchè nessuno l’ha chiesta.
Se qualcuno la chiederà , il Quirinale la tratterà come tutte le altre domande di grazia: ossia valutandone attentamente il fondamento.
È il massimo che il Colle può concedere e il Pdl si deve accontentare di questo.
E comunque un’eventuale clemenza inciderebbe solo sulla pena principale, cioè sulla condanna alla reclusione, e non anche sulla pena accessoria, cioè l’interdizione dai pubblici uffici.
Questa, come si legge esplicitamente nel testo del Colle, nessuno la potrà mai togliere a Berlusconi, nel momento in cui la Corte d’appello l’avrà ricalcolata.
Dunque, non ci sono spazi per alcun salvacondotto, per il quale, nonostante la propaganda sediziosa degli esagitati dirigenti del partito del popolo delle libertà , mancano le condizioni etico-politiche.
Ed è proprio qui che s’innesta l’altra chiave di lettura dell’intervento di Napolitano, che è appunto tutta politica, e che discende direttamente e naturalmente dalla chiave di lettura costituzionale.
Anche in questo caso, i cardini del discorso di Napolitano sono almeno due.
Il primo cardine: il governo Letta, a questo punto, esce decisamente rafforzato dalla nota del Colle.
Per la semplice ragione che viene riaffermato e rienfatizzato il suo carattere di assoluta eccezionalità , ma al tempo stesso di assoluta necessità : dalle parole del Capo dello Stato si evince chiaramente che nell’attuale fase di crisi acuta che l’economia sta attraversando, non sarà consentito alcuno scioglimento anticipato delle Camere soltanto per opporsi ad una sentenza della Corte di Cassazione.
Questo disarma ulteriormente e platealmente la lotta esasperata portata avanti fino a questo momento dal pregiudicato Berlusconi.
Il secondo cardine: se non ci sono margini per garantire in altri modi, impropri e inaccettabili, la cosiddetta “agibilità politica” di Berlusconi, allora questo significa che in un modo o nell’altro il suo destino politico è segnato.
Per questo, tocca solo al Cavaliere e al suo partito decidere il futuro della destra italiana.
Tocca al Cavaliere decidere se il destino dei sedicenti moderati italiani si debba esaurire con l’avventura autocratica e cesarista della vecchia o nuova Forza Italia, dove il potere si tramanda magari di padre in figlia per diritto dinastico, oppure se si possa aprire una fase nuova, nella quale il partito-azienda, guidato da un solo padre-padrone, può evolvere verso una dimensione finalmente plurale della leadership.
E tocca ai colonnelli del Pdl decidere se il destino dei cattolici liberali e dei laici liberisti si debba esaurire con la sventura sfascista e populista del forzaleghismo, o si possa aprire un ciclo diverso, nel quale il partito di plastica può evolvere verso l’identità risolta dei conservatori di tutta Europa.
È una scelta complessa, dopo il Ventennio dominato dal sedicente “statista di Arcore”.
Ma è ormai una scelta irreversibile.
La posta in gioco, come ha chiarito implicitamente la nota del presidente della Repubblica, non è e non è mai stata quella di eliminare un avversario politico per via giudiziaria, come è andata ripetendo per anni, mesi, settimane e giorni l’armata Brancaleone riunita intorno al Cavaliere. Molto più semplicemente, si tratta di riaffermare e salvaguardare non una persona, ma lo Stato di diritto.
E si tratta di ricreare le condizioni perchè nasca finalmente una destra normale, anche in questo sciagurato paese.
L’Italia può tornare ad essere una grande democrazia occidentale.
Non può ridursi a essere una piccola satrapia mediorientale.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Agosto 14th, 2013 Riccardo Fucile
LA NOTA DEL QUIRINALE VISTA DALL’EDITORIALISTA DEL “FATTO QUOTIDIANO”
In attesa che i luminari a ciò preposti, con lenti di ingrandimento e occhiali a raggi infrarossi, ci diano
l’interpretazione autentica del Supermonito serale del presidente della Repubblica e dell’incunabolo che lo contiene, una cosa è chiara fin da subito: il fatto stesso che sia stato emesso già dimostra che Silvio Berlusconi non è un cittadino uguale agli altri.
Mai, infatti, in tutta la storia repubblicana e pure monarchica, un capo dello Stato — re o presidente della Repubblica — era mai intervenuto su una condanna definitiva di Cassazione per pregare il neopregiudicato di restare fedele al governo, facendogli balenare in cambio la grazia e garantendogli che non finirà comunque in galera. Intanto perchè spetta al giudice di sorveglianza, e non a Napolitano, applicare al caso concreto la legge svuota-carceri del 2010: fino alla condanna di Sallusti, infatti, chi doveva scontare fino a 1 anno di pena (totale o residua) finiva dentro e di lì chiedeva gli arresti domiciliari; dopo invece, per salvare Sallusti, il procuratore capo di Milano decise che la pena viene comunque sospesa e si tramuta automaticamente in domicilio coatto.
Ma l’ultima parola appunto spetta al giudice, non al Quirinale.
Il fatto poi che la grazia, per ottenerla, uno debba almeno fare lo sforzo di chiederla dopo aver riconosciuto la sentenza di condanna (“prenderne atto” è perfino poco), è noto e arcinoto alla luce della sentenza della Consulta 200/2006: quella che diede ragione a Ciampi nel conflitto col ministro Castelli per la grazia a Bompressi.
Solo che quella sentenza dice ben più di quel che Napolitano le fa dire: afferma che la grazia può essere motivata solo con “eccezionali esigenze di natura umanitaria”, mai “politiche”.
Se fosse un atto politico, richiederebbe il consenso e la controfirma del governo, visto che per gli atti politici il Presidente è irresponsabile.
Ma siccome la grazia deve rispondere a una “ratio umanitaria ed equitativa” per “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale” e per “mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio… garantendo soprattutto il ‘senso di umanità ‘ cui devono ispirarsi tutte le pene… non senza trascurare il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”, essa “esula da ogni valutazione di natura politica” ed è “naturale” attribuirla in esclusiva al Colle.
E qui Napolitano si dà la zappa sui piedi, quando dice che il condannato in carcere non ci andrà , dunque non c’è alcuna detenzione disumana da “mitigare”.
Infatti rivendica il potere di graziare B. per motivi tutti politici (la sopravvivenza del governo, la condanna di un ex presidente del Consiglio): proprio quelli esclusi dalla Consulta, che verrebbe platealmente calpestata da una grazia a B..
Se poi, come scrive, la grazia non gliel’ha chiesta nessuno, non si capisce a chi Napolitano risponda, e perchè.
Non una parola, poi, sulla gravità del reato di B: la frode fiscale. Nè sui vergognosi attacchi ai giudici. Nè sui 5 procedimenti in cui è ancora imputato: che si fa, lo si grazia una volta all’anno per tenerlo artificialmente a piede libero?
La grazia seriale multiuso non s’è mai vista neppure nello Zimbabwe, ma dobbiamo prepararci a tutto.
Nell’attesa, resta lo spettacolo grottesco e avvilente del Quirinale trasformato per due settimane in un reparto di ostetricia geriatrica, con un viavai di giuristi di corte e politici da riporto travestiti da levatrici con forcipi, bende, catini d’acqua calda, codici e pandette, curvi sull’anziano puerpero per agevolare il parto di salvacondotti, agibilità e altri papocchi impunitari ad personam per rendere provvisoria una sentenza definitiva e cancellare una legge dello Stato (la Severino su incandidabilità e decadenza dei condannati).
Ieri sera, al termine di una lunga attesa che manco per il principino George, il partoriente ha scodellato un mostriciattolo che copre ancora una volta l’Italia di vergogna e ridicolo.
Ma è solo l’inizio: coraggio, il peggio deve ancora venire.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
DAI SINDACI IN PARLAMENTO AI COLLEZIONISTI DI PRESIDENZE E CDA
«Ma lei non ci dorme la notte?». Rispose così, Vincenzo De Luca, a un cronista che chiedeva al viceministro delle Infrastrutture se mai avrebbe lasciato l’incarico di sindaco di Salerno.
«In Italia nessuno si è turbato della questione della mia incompatibilità , tranne qualche sfaccendato», chiosò.
Non si è appurato se fosse riferito ai giornalisti che avevano sollevato il caso, sottolineando come gli capitassero casualmente sul tavolo da viceministro dossier riguardanti proprio la sua città (tipo la metropolitana leggera di Salerno) o ai politici che lo punzecchiavano fin dal giorno della sua nomina governativa.
Per esempio l’ex guardasigilli berlusconiano Francesco Nitto Palma, che insorse perchè, mentre De Luca se ne stava placidamente seduto sulle due poltrone, il suo Partito democratico presentava in Campania due mozioni contro gli assessori regionali Marcello Taglialatela e Giovanni Romano, rispettivamente deputato del Fli e sindaco di Mercato San Severino, un Comune di oltre 22 mila abitanti
Qualche «sfaccendato» alla Camera e poi al Senato, tuttavia, ha per fortuna fatto secco quell’emendamento malandrino al «Decreto del Fare» (ma perchè da qualche tempo in qua le leggi hanno tutte un soprannome?) che gli avrebbe consentito di conservare il doppio incarico.
Così De Luca dovrà lasciare, e quegli impiccioni della stampa dormiranno tranquilli.
I bei tempi in cui alle polemiche sui doppi e tripli incarichi si replicava con un’alzata di spalle sono ormai lontani.
È finita l’epoca del Parlamento pieno zeppo di sindaci di grandi città , da Palermo a Brescia e Catania, e di presidenti di Provincia, da Napoli a Caserta e Bergamo.
Al massimo si può incontrare il primo cittadino di qualche centro più piccolo, qual è Simonetta Rubinato: deputato Pd e sindaco di Roncade, 14 mila abitanti in provincia di Treviso.
Nel governo, i ministri Flavio Zanonato e Graziano Del Rio non sono più sindaci di Padova e Reggio Emilia.
Il solo sottosegretario agli Affari regionali Walter Ferrazza, arrivato al governo per un irripetibile caso della vita, conserva ancora l’incarico di sindaco.
Il suo paese è Bocenago, 396 anime in provincia di Trento.
Nemmeno un pezzo da Novanta come l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, una volta diventato senatore ha potuto conservare l’incarico di commissario generale dell’Expo 2015.
Ha tentato. Ma il vento era cambiato e non c’è stato nulla da fare. Antonio Verro, invece, non ha neppure provato a tenere il piede in due staffe: era una missione impossibile.
Deputato di Forza Italia per due legislature, nel 2008 era rimasto fuori dal Parlamento. Risarcito con un posto da consigliere Rai, a febbraio del 2013 è stato rieletto, stavolta al Senato.
Il bello è che candidandosi non aveva nemmeno dovuto rinunciare alla poltrona.
Così tre mesi dopo le elezioni si è potuto dimettere da senatore annunciando la decisione di voler restare alla tivù di Stato.
Mistero circa i motivi che hanno determinato questa curiosa conversione a U: ma la vicenda, inconcepibile in qualunque altro Paese occidentale sviluppato, è la riprova che la Rai è, e resta, una faccenda privata dei partiti.
Perfino le potenti categorie dei magistrati, cui è stato imposto con fatica l’obbligo del collocamento fuori ruolo per alcune mansioni extragiudiziali, hanno ora difficoltà a mantenere incarichi multipli.
Il segretario generale dell’Antitrust Roberto Chieppa non potrà continuare a fare contemporaneamente il consigliere di Stato.
Nè Gaetano Caputi ricoprire insieme il ruolo di direttore generale della Consob e componente dell’authority per il diritto di sciopero.
Capiamoci: non che il «fuori ruolo» abbia chiuso del tutto la stagione dei centauri. Ci sono sempre gli incarichi «gratuiti», come quello di presidente della Corte di giustizia federale della Federcalcio (Gerardo Mastrandrea, consigliere di Stato).
O altre mansioni istituzionali: il giudice del Tar Calogero Piscitello è presidente del collegio dei revisori dell’Istat.
Per non parlare della messe di incarichi governativi, o di consulenza nelle autorità indipendenti: comitati del precontenzioso, consiglieri giuridici…
E i prefetti? Per ben otto mesi Umberto Postiglione è stato prefetto di Palermo e commissario governativo della Provincia di Roma.
Attualmente somma questo secondo incarico con la direzione degli affari interni del ministero, quella che si occupa di vigilare sugli enti locali.
Come appunto le Province. Stakanovista non da oggi: per dieci anni è stato sindaco di Angri, un Comune di 30 mila abitanti, senza andare in aspettativa dal ministero dell’Interno.
Basta poi che la luce dei riflettori si allontani perchè tutto assuma contorni più impalpabili e sfumati.
Giovanni Romano, per esempio, resiste: assessore all’Ambiente della Campania e sindaco di Mercato San Severino.
Resiste anche Mario Mantovani, ex senatore ed ex sottosegretario, oggi vicepresidente della Regione Lombardia, di cui è consigliere e assessore alla Sanità , nonchè sindaco di Arconate.
Di più: alla di lui famiglia fanno capo undici strutture sanitarie convenzionate con la sua Regione, per un totale di 830 posti letto.
Resiste Daniele Molgora, che era arrivato a cumulare la presidenza della Provincia di Brescia al seggio parlamentare e allo scranno da sottosegretario all’Economia: oggi, oltre alla guida della giunta provinciale, ha un posto da consigliere nella società dell’autostrada Brescia-Padova.
Resiste l’ex parlamentare Valentina Aprea, assessore della Lombardia e consigliere di Finlombarda insieme all’ex onorevole leghista, e assessore a sua volta, Massimo Garavaglia.
Si dirà che è normale, in periferia.
Chi deve stare nelle società partecipate, se non gli amministratori?
Poco male se poi i controllori diventano anche controllati…
Questione di punti di vista.
Certo è ancor meno normale che il presidente della Provincia di Varese (oggi commissario), qual è l’ex parlamentare del Carroccio Dario Galli, sia anche consigliere di amministrazione della Finmeccanica, oltre che presidente dell’Agenzia per il turismo provinciale e del cosiddetto «ambito territoriale ottimale» varesino. Oppure che un consigliere regionale della Campania, nella fattispecie Annalisa Vessella, ricopra insieme l’incarico di amministratore delegato della Isa, società controllata dal ministero dell’Agricoltura che distribuisce decine di milioni l’anno.
Ma questa è l’Italia.
Dove in un amen, si può diventare collezionisti di poltrone pubbliche.
Senza che ci sia una scadenza.
Ricordate Andrea Monorchio? Indimenticato ex Ragioniere generale dello Stato, incarico che ha lasciato 12 anni orsono, attualmente è presidente della società assicurativa pubblica Consap nonchè capo dei revisori di Telespazio (Finmeccanica), Fintecna e Fintecna immobiliare (Tesoro).
Ricordate l’espertissimo e potentissimo Vincenzo Fortunato? Negli ultimi 12 anni è stato capo di gabinetto di cinque diversi ministri dell’Economia e di un ministro delle Infrastrutture.
Uscito dalle scene ministeriali, ha avuto subito tre incarichi: presidente di Investimenti immobiliari italiani, la nuova società del Tesoro che dovrà «valorizzare» (parola che fa venire i brividi, visti i precedenti) immobili pubblici per un miliardo e mezzo, liquidatore della Stretto di Messina (quella che avrebbe dovuto fare il famoso ponte) e capo del collegio sindacale di Studiare sviluppo, una società di consulenza del ministero dell’Economia.
Nessuno, tuttavia, potrà mai toccare le vette raggiunte dal presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua.
Quando è stato nominato dal governo di Silvio Berlusconi, nel 2008, occupava una quarantina di poltrone. Pubbliche e private.
Adesso, con tutto quello che ha da fare dopo la fusione fra l’Inps e l’Inpdap, gliene sono rimaste quindici. Ma che poltrone.
C’è, fra le tante, la presidenza della società di gestione di fondi immobiliari Idea Fimit. C’è la vicepresidenza di Equitalia. C’è la presidenza dei collegi sindacali di Adr engineering, Aquadrome ed Eur Tel (Tesoro).
Ci sono gli incarichi da revisore nelle Autostrade, Coni servizi e Loquendo (Telecom). Dulcis in fundo, c’è pure un posto da direttore generale: all’Ospedale israelitico di Roma.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
NON PIACE AI FUNZIONARI LA DECISIONE DELLA BOLDRINI DI PUBBLICARE LE BUSTE PAGA: “NON SIAMO MICA POLITICI”
«E a lei? Le piacerebbe se il suo stipendio finisse on line? ». Montecitorio, pieno agosto.
Transatlantico deserto, buvette chiusa.
L’assistente parlamentare ha un pacco di documenti sotto il braccio: si ferma un attimo per rispondere, poi si gira e fila via rapido un po’ infastidito.
Il clima alla Camera, il giorno dopo l’operazione glasnost voluta da Laura Boldrini, è questo qui: nessuno ha apprezzato gli effetti della pubblicazione della tabella completa con incarichi, retribuzioni e scatti di anzianità dei 1500 dipendenti di Montecitorio.
In generale, la voglia di parlare è poca.
«Rischio un’azione disciplinare, sa?», avverte la signora bionda in uno dei pochi uffici rimasti aperti.
Non vuole dire il suo nome, però si sfoga: «Non siamo mica politici: perchè mettere on line i nostri stipendi? Siamo lavoratori che per stare qui hanno superato un duro concorso».
E ora guadagnano cifre importanti: al di là dei 406 mila euro del segretario generale (il vertice di una piramide che a scendere vede 176 consiglieri parlamentari, 4 interpreti, 288 documentaristi, 377 segretari, 149 collaboratori tecnici, 411 assistenti parlamentari e 59 operatori tecnici) le retribuzioni base sono di tutto rispetto, con un minimo di 30mila euro l’anno per il livello più basso all’ingresso a Montecitorio.
Poi, crescono con l’anzianità : dopo 20 anni di lavoro nessuno guadagna meno di 89mila euro. E via, via a salire.
«È vero, sono buoni stipendi. Ma mica abbiamo vinto una lotteria o ereditato lavoro: io ho una laurea, due master e un dottorato. Per il concorso ho studiato un anno. Quello che ho me lo sono guadagnato».
Il documentarista (anche lui, rigorosamente senza nome) non ci sta a passare per un privilegiato.
«Mi rendo conto di quello che accade fuori di qui: c’è la crisi, le aziende che falliscono, le cassa integrazioni. So di stare meglio di altri. Ma lo stipendio che prendiamo è commisurato a ciò che facciamo».
Snocciola un lungo elenco di cifre: «Mediamente ogni dipendente ha 108 ore a testa di lavoro in eccesso, 70 giorni di ferie non godute. Lavoriamo senza orari. Quando c’è stato l’ostruzionismo sul decreto “del fare” siamo rimasti 25 ore filate a Montecitorio. E poi non abbiamo diritto di sciopero e non abbiamo straordinari».
Rivendica con orgoglio il suo lavoro: «Siamo indispensabili per il corretto svolgimento dei lavori parlamentari. Senza di noi i deputati non sarebbero in grado ».
«Fino alla metà degli anni ’90 – racconta un assistente parlamentare davanti agli ascensori che portano alle commissioni – c’erano politici esperti che conoscevano il funzionamento della “ macchina” parlamentare. Adesso non è più così».
E poi c’è il problema delle minacce. «La gente se la prende con noi: prima sui siti (su Facebook a fine luglio, ndr), poi è capitato anche a qualche collega uscito in divisa dalla Camera», spiega. «L’avevamo segnalato alla presidente ma lei è voluta andare avanti».
Il rapporto tra i dipendenti e la Boldrini non pare idilliaco: «Lei non si rende conto: c’è una frustrazione nel Paese che si scarica su di noi».
«Non ci sto a fare il capro espiatorio della crisi, noi le tasse le paghiamo tutte», conclude l’assistente.
«E ora basta, le ho detto pure troppo».
All’uscita dalla Camera, verso le cinque di pomeriggio, una famiglia di turisti sbuca davanti a Montecitorio da via in Acquiro: «E in quel palazzo ci stanno i “magnaccioni”: fai una foto, va’».
Mauro Favale
(da “la Repubblica”)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
SUPER STIPENDI A MONTECITORIO: UNA SQUADRA DI NOVE ACCONCIATORI CHE LAVORA SOLO DURANTE LE SEDUTE
Andrew Mark Cuomo, governatore di New York, lo Stato da quasi 20 milioni di abitanti, non lo saprà mai.
O forse potrebbe, per le origini italiane.
Ma non potrà mai capire perchè il suo stipendio (130.000 dollari) sia inferiore ai guadagni di un barbiere di Montecitorio con un’anzianità di 40 anni: 136.120 euro e 23.994 di contributi previdenziali.
No, la carriera che s’avvicina al pensionamento c’entra poco: con 30 anni alla Camera, la retribuzione supera i 120.000 euro.
I rasatori e acconciatori dei deputati sono qualificati come operatori tecnici, non sono nè privilegiati nè esclusivi: ingranaggio di una macchina possente, pepita di una leggenda che non si smacchia facilmente.
I signori onorevoli pagano dal ’91, prima, cioè Prima repubblica ancora saldamente in piedi, Giulio Andreotti ci passava due volte, al mattino e al pomeriggio.
Perchè il Divo Giulio non tollerava che un pelino nero, ormai grigio, sporcasse il suo volto imperscrutabile e ambiziosamente giovanile.
La notoria parsimonia ne avrebbe sconsigliato un utilizzo eccessivo.
Anche se i deputati trovano piacevoli il rifugio fra le pareti di specchi, le rifiniture dorate, il gelido marmo e quelle poltrone dove ci si aspetta di vedere il broncio di Aldo Fabrizi.
Il responsabile si chiama Marco Margiotta, in servizio dal 1984.
Ha visto sfiorire i baffi di Achille Occhetto e Massimo D’Alema, e con essi la sinistra italiana: ma quei baffi, folti, erano intoccabili.
Occhetto e D’Alema non consentivano a nessuno di intralciare il progetto estetico di cui sono fedeli dal liceo.
Un giorno, a Brontolo di Oliviero Beha, Margiotta raccontò che la tintura per gli uomini era un segreto inconfessabile: nel salone di Montecitorio, che Arnaldo Forlani frequentava per impomatare la chioma prima di intervenire in aula, non si va per i ritocchi fondamentali, esistenziali, ma per le esigenze quotidiane.
Anche Gianfranco Fini, serioso presidente d’opposizione a Silvio Berlusconi, aveva l’abitudine, quasi il vizio, di eliminare la minima traccia di peluria in volto e poi, fresco di acqua di colonia, poteva governare l’emiciclo.
Da Giorgio Stracquadanio a Gianfranco Rotondi, da destra a sinistra, il barbiere a Montecitorio è un’istituzione che s’è fatta casta più della casta per antonomasia: lavorano soltanto nei giorni di seduta, orario continuato otto-venti.
Adesso i nuovi dipendenti sono in ferie sino al 6 settembre, un venerdì, e pazienza se Laura Boldrini dovesse convocare i deputati in anticipo.
Ancora Margiotta, che indossa sempre un completo azzurrino con cravatta leggermente più scura su camicia a sfondo bianco, spiegò che gli strumenti del mestiere trasmettono fiducia ai deputati: le guance vengono insaponate col vecchio pennello e la barba viene teneramente spazzata via con l’allume.
In questi anni di repulsioni per il simbolo del palazzo, qualche fustigatore di casta pensò di cancellare la barberia, di rottamare il simbolo della pulizia collettiva: ogni volta che il testo approdava in aula, però, veniva respinto.
E gli stessi presidenti Fausto Bertinotti e Franco Marini esaltarono “l’efficienza, l’altissima professionalità e la dedizione al lavoro dei dipendenti dei Parlamento” .
Di livello europeo, aggiunsero.
Quando fecero l’ultimo concorso per il salone — da dove spesso scappano per andare a votare le deputate con i capelli bagnati e deputati con la schiuma addosso — si presentarono in sessanta per sei posti.
Per poter dire, mentre affilano il rasoio, che la casta non gli torce un capello.
Semmai, il contrario.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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