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L’IMPRESENTABILE PD SALVATO DAL COMITATO DEI GARANTI: CHI E’ GENOVESE, DEPUTATO A RISCHIO ARRESTO

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

DEMOCRISTIANO, POI SEGRETARIO REGIONALE PD CON VELTRONI, SEGRETARIO DELLA COMMISSIONE ANITMAFIA, POI CON FRANCESCHINI, QUINDI CON BERSANI, ORA PASSATO CON RENZI

Salvato dalla comitato dei garanti del Pd, adesso è il primo parlamentare della XVII legislatura per il quale è stato chiesto l’arresto.
C’era anche Francantonio Genovese tra l’elenco di candidati impresentabili che Franca Rame aveva chiesto di eliminare dalle liste del Partito Democratico.
Dodici mesi fa però il suo seggio a Montecitorio era stato salvato: il comitato dei garanti si era limitato a cancellare dalle liste democratiche soltanto i conterranei Nino Papania e Mirello Crisafulli.
Troppo pesanti le 19.590 preferenze raccolte dall’ex sindaco di Messina alle primarie, che di fatto ne facevano il più votato d’Italia nella competizione interna al Pd.
Democristiano fin da quando girava in grembiulino e lecca lecca, figlio del senatore Luigi Genovese e nipote del pluriministro Nino Gulotti, l’ex sindaco di Messina ha sempre rappresentato un valore aggiunto per il Pd siciliano, partito di cui diventa il primo segretario regionale nel 2007, sostenendo Walter Veltroni.
Nel 2008 l’ex sindaco di Roma lo porta per la prima volta a Montecitorio, dove Genovese diventa addirittura segretario della Commissione Antimafia.
Il Veltronismo nel Pd però dura poco, ma Genovese è abile a ricollocarsi immediatamente dalla parte dei vincitori: prima sostiene Dario Franceschini, quindi si scopre accesissimo sostenitore di Pierluigi Bersani.
Ed è all’ex segretario del Pd che Genovese porta in dote migliaia di voti per vincere le primarie del 2012.
Minuto, mite, calvo,occhiali: uguale identico al celebre Mister Magoo dei cartoon, come lo descrisse Gian Antonio Stella, Genovese negli anni duemila è l’unica certezza del centro sinistra in Sicilia, isola dove Berlusconi vince sempre e comunque. E invece nel 2005, Genovese sfata il tabù e sbaraglia i concorrenti nella corsa a sindaco di Messina, la sua città , dove tutti lo chiamano semplicemente “Franzantonio”.
Colpa del patto di ferro siglato con la famiglia Franza, di cui è socio in diverse attività , prima tra tutte la Caronte, che gestisce i traghetti che collegano Messina a Reggio Calabria.
Sulla poltrona più alta della città  peloritana, Genovese ci rimane un paio d’anni: poi è costretto a dimettersi, a causa di un pasticcio nei simboli presentati in campagna elettorale, che portano il Cga a dichiarare nulle le elezioni.
Poco male, perchè nel frattempo il ras delle preferenze fa il salto a livello nazionale: diventa deputato e continua ad occupare ogni spazio disponibile nell’ambito della Formazione professionale, sua vera gallina dalle uova d’oro.
Attività  che alla fine lo condurrà  nella polvere: a giugno scorso finisce indagato, a luglio gli arrestano la moglie Chiara Schirò.
Nel frattempo Genovese continua a fare quello per cui è più portato: ricollocarsi sempre e comunque dalla parte del vincitore.
E quest’autunno, un anno dopo la campagna elettorale per Bersani, Genovese si scopre a sorpresa accesissimo fan di Matteo Renzi: fulminato sulla via della rottamazione, il ras delle preferenze appoggia ufficialmente Basilio Ridolfo, candidato dell’ex sindaco di Firenze nella corsa alla segreteria peloritana del Pd.
Appoggio che i renziani di Sicilia hanno incassato silenziosamente, come in silenzio è stata finora accolta la richiesta d’arresto per Genovese.
Primo deputato di Matteo Renzi che rischia di finire in manette.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SCANDALO FORMAZIONE: CHIESTO L’ARRESTO PER IL DEPUTATO RENZIANO FRACANTONIO GENOVESE

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

AL SETACCIO SEI MILIONI DI FINANZIAMENTI: L’ACCUSA E’ DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, TRUFFA, PECULATO, RICICLAGGIO, FALSO IN BILANCIO

In cinque anni, con un sistema di enti e società  tutti a lui riconducibili, avrebbe fagocitato sei milioni di euro di risorse pubbliche destinate alla formazione professionale.
Già  la scorsa estate, chiudendo la prima tranche dell’inchiesta, la Procura di Messina aveva arrestato la moglie e la cognata, ora il pool di magistrati coordinato dal sostituto procuratore Sebastiano Ardita chiede l’arresto del deputato nazionale del Pd Francantonio Genovese, ras della formazione professionale nella provincia di Messina, azionista e dirigente della traghetti Caronte di Pietro Franza, oltre che nipote dell’ex ministro Nino Gullotti ed esponente di spicco dei democratici siciliani (alle primarie per il Parlamento del 2012 è stato il più votato d’Italia con quasi 20 mila preferenze).
La richiesta è stata accolta dal gip che ha girato alla Camera dei deputati la richiesta di autorizzazione all’arresto del parlamentare accusato di una sfilza di reati che vanno dall’associazione per delinquere al peculato, dalla truffa al riciclaggio al falso in bilancio.
La richiesta di autorizzazione alla custodia cautelare in carcere è stata notificata a Montecitorio dagli uomini della squadra mobile di Messina e della Guardia di finanza che all’alba di oggi hanno eseguito anche altre quattro ordinanze di custodia, questa volta ai domiciliari, notificando i provvedimenti a persone tutte molto vicine a Genovese e con incarichi nel Pd o negli enti e nelle società  da lui controllate.
Si tratta di Salvatore La Macchia, già  capo della segreteria tecnica dell’ex assessore regionale alla Formazione Mario Centorrino, Stefano Galletti, Roberto Giunta e Domenico Fazio.
Anche in questo secondo filone di inchiesta restano indagati la moglie di Genovese, Chiara Schiro’, sua sorella Elena (entrambe arrestate a luglio e attualmente sotto processo) con il marito Franco Rinaldi (deputato regionale del Pd), altre due cognate di Genovese, la segretaria Concetta Cannavò, Elio Sauta (personaggio chiave del complesso meccanismo controllato dal politico messinese) e tutte le altre persone già  coinvolte nel primo troncone d’indagine sfociato negli arresti del luglio scorso.
Da allora, i magistrati della Procura di Messina hanno scoperto che non erano solo la Lumen e l’Aram gli enti mangiasoldi attraverso i quali Genovese e il suo clan politico-elettorale avrebbero drenato finanziamenti regionali, statali e comunitari e soprattutto foraggiato un bacino elettorale che negli anni ha sempre garantito al deputato Pd elezioni con numeri da record.
Secondo le più recenti risultanze investigative sarebbero stati una decina gli enti ( tutti no-profit naturalmente) dei quali Genovese avrebbe acquisito il controllo, attraverso suoi familiari o prestanome, per presentare progetti da inserire nei piani di formazione.
Progetti che all’assessorato, dove Genovese riusciva esercitare forti pressioni, venivano puntualmente finanziati.
Una rete alla quale vanno ad aggiungersi diverse società  sempre riconducibili all’uomo politico che servivano come interfaccia e che consentivano di quintuplicare fittiziamente i costi, mai sostenuti, che venivano poi rimborsati dalla Regione per lo svolgimento dei corsi di formazione professionale.
Affitti e acquisti di locali, noleggio di attrezzature, locazione di macchine. Gli enti di formazione amministrati dai familiari di Genovese si rivolgevano alle società  (sempre da loro controllate) che fornivano i servizi a prezzi esorbitanti e fuori mercato.
Senza che alla Regione nessuno esercitasse alcun controllo.
Per giustificare le ingenti somme percepite venivano poi rendicontate una serie di consulenze fittizie.
Tra il personale degli enti di formazione, naturalmente tutti pagati dalla Regione, Genovese sistemava non solo il suo numeroso clan familiare, ma anche i parenti degli uomini su cui poteva contare all’interno della pubblica amministrazione e anche i suoi più stretti collaboratori. Alcuni degli addetti alla sua segreteria politica sarebbero stati stipendiati dagli enti di formazione.
Il Pd in mattinata ha comunicato la decisione di sospendere Genovese, sebbene lo stesso Genovese abbia diramato un comunicato quasi a togliere il partito dall’imbarazzo: “Per comprensibili ragioni di opportunità “, non disgiunte dall’alto senso di rispetto che ho sempre avuto nei confronti delle istituzioni, dei colleghi di partito e dei parlamentari tutti, anticipo la mia determinazione ad autosospendermi dal Partito democratico e dal gruppo parlamentare”, ha scritto il deputato.
“Al momento, ho avuto contezza solo dei capi di   imputazione e non delle ragioni a sostegno delle accuse mossemi. Sin da ora, tuttavia, anche alla luce di quanto emerso, in questi ultimi mesi, nel corso di un   parallelo procedimento penale ed avuto riguardo alla documentazione già  depositata agli inquirenti dai miei difensori, sono certo di poter fornire ogni chiarimento utile ad escludere la sussistenza degli addebiti che mi vengono contestati. Ciò farò, con serenità , in ogni sede, non esclusa quella parlamentare”.

(da “La Stampa“)

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MOSTRE A CASO E CURATORI SCELTI: E’ LA TURBOCULTURA DI RENZI

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

IMBARAZZO A FIRENZE PER LA SINGOLARE MOSTRA AFFIDATA ALLA PROSSIMA MOGLIE DI MARCO CARRAI, IL GIANNI LETTA DI RENZI

Nella mozione con cui Matteo Renzi si è candidato alla guida del Pd si legge che “vanno cambiati i centri per l’impiego, in un Paese dove si continua a trovare lavoro più perchè si conosce qualcuno che perchè si conosce qualcosa: la raccomandazione più che il merito”.
Una frase che non fa una piega.
Proviamo ad applicarla al mondo — mai molto chiaro — dei rapporti tra pubbliche amministrazioni ed eventi culturali.
Se una ragazza di 26 anni, laureata in Filosofia e senza alcuna esperienza curatoriale, riceve l’incarico di curare la principale mostra di un grande comune italiano è perchè conosce qualcuno o perchè conosce qualcosa? La ragazza in questione (che si chiama Francesca Campana Comparini), è in procinto di sposare Marco Carrai, uno dei membri più importanti del cerchio magico di Renzi.
Carrai — vicino a Cl — è presidente dell’Aeroporto di Firenze e membro del cda della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, e di quello del Gabinetto Viesseux, oltre a essere stato presidente della cruciale Firenze Parcheggi.
Carrai è socio della Holden srl di Baricco, ed è — per dire — tra i soci della ditta che ha trasformato la Libreria Marzocco nel nuovo Eataly Firenze.
Ed è, naturalmente, il direttore generale della Fondazione Big Bang, la cassaforte della macchina politica di Renzi.
In questi giorni, infine, Carrai è sotto i riflettori per aver ospitato per tre anni a titolo gratuito l’amico Matteo in un suo appartamento nella centralissima via degli Alfani a Firenze.
Una serie di circostanze che spiega perchè l’opposizione chieda di chiarire formalmente “se la mostra di Pollock ha superato una valutazione tecnico amministrativa ed eventualmente da chi è stata svolta prima di ricevere il sostegno del Comune di Firenze attraverso la delibera di Giunta e se si può ravvisare in questo intreccio un apparente conflitto d’interessi o almeno un inopportuno favoritismo verso la futura moglie di un personaggio assai vicino al sindaco Renzi”.
Moglie di Carrai o no, il punto è: Francesca Campana Comparini ha i titoli per curare una mostra di questa ambizione?
Nella principale banca dati del settore, sono presenti 62 titoli dell’altro curatore (Sergio Risaliti), e uno solo (e su un tema del tutto diverso) della Comparini, che esattamente due anni fa veniva intervistata sempre dal Corriere Fiorentino per aver esposto alcune sculture contemporanee fuori del negozio di famiglia, in via Tornabuoni.
Un’iniziativa certo lodevole, ma non esattamente un titolo scientifico.
Nel frattempo, bisogna riconoscerlo, la giovane filosofa ha firmato un saggio nel catalogo della mostra sullo scultore Zhang Huan a Forte Belvedere.
Ma poichè anche quella è stata una commissione dello stesso Comune di Firenze, è purtroppo assai poco utile a chiarire il dubbio instillato da De Zordo e Grassi.
Avrebbe i titoli per rispondere l’assessore alla cultura Sergio Givone, il quale ha incontrato la curatrice intervenendo a un ciclo di conferenze da lei organizzato presso lo Studio Teologico di Santa Croce: e il tema (“Il Dono: sorgente del vivere e del pensare”) potrebbe essere perfino la chiave concettuale della vicenda, assai illuminante circa il verso che prende l’Italia di Renzi.
Nulla si è detto finora della mostra: si tratta del tentativo di far dimenticare la fallimentare e tragicomica caccia all’inesistente Leonardo della Battaglia di Anghiari ospitando nello stesso Salone dei Cinquecento un confronto tra Michelangelo e Jackson Pollock.
Sì, avete capito bene: appoggiandosi sul fatto che Pollock da giovane ha copiato qualche opera di Michelangelo (come è capitato a ogni artista da cinque secoli in qua), si è deciso di stupire i borghesi appaiando ai marmi del Buonarroti le gocciolature del pittore americano.
Purissimo marketing, dal valore culturale prossimo allo zero.
Un dettaglio.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA FIDANZATA DEL BRACCIO DESTRO DI RENZI NOMINATA CURATRICE DELLA MOSTRA SU POLLOCK E MICHELANGELO A FIRENZE

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

CONOSCE QUALCOSA O CONOSCE QUALCUNO? … OLTRE A ESSERE IN PROCINTO DI SPOSARE MARCO CARRAI, RISULTA ESSERE LAUREATA IN FILOSOFIA E NON AVER MAI CURATO ALCUNA MOSTRA

Il Fatto Quotidiano stuzzica il premier Matteo Renzi sulla mostra su Pollock e Michelangelo a Firenze.
Il casus belli è che la curatrice della mostra è la futura sposa dell’uomo ombra del primo ministro, ovvero Marco Carrai.
La ragazza di 26 anni, si chiama Francesca Campana Comparini.
Se una ragazza di 26 anni, laureata in filosofia e senza alcuna esperienza curatoriale, riceve l’incarico di curare la principale mostra di un grande comune italiano è perchè conosce qualcuno o perchè conosce qualcosa?
È questa la domanda che due consiglieri di opposizione, Ornella De Zordo (Per un’altra città ) e Tommaso Grassi (Sel), hanno formalmente rivolto alla città  di Firenze, ora retta dal vicesindaco Dario Nardella.
In un articolo apparso il giorno prima sul Corriere Fiorentino si era infatti letto che la ragazza in questione (che si chiama Francesca Campana Comparini), è in procinto di sposare Marco Carrai, uno dei membri più importanti del cerchio magico di Renzi.

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LA IDEM COME RENZI: LEI INDAGATA, LUI NO, MA CHE STRANO…

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRA ACCUSATA DI TRUFFA: DA ASSESSORE FU ASSUNTA DAL MARITO E I CONTRIBUTI GLIELI PAGà’ IL COMUNE…TANTE ANALOGIE CON IL PASSATO DEL PREMIER: 300.000 EURO A CARICO DEL CONTRIBUENTE

Mentre la ex ministra dello Sport, Josefa Idem si ritrova indagata per truffa aggravata per i contributi della sua pensione, Matteo Renzi annuncia riforme mirabolanti delle pensioni altrui.
Prima di tagliare i privilegi però il premier dovrebbe chiarire perchè la sua situazione pensionistica dovrebbe essere così diversa da quella dell’ex campionessa di canoa. L’ex ministra è a un passo dalla richiesta di rinvio a giudizio per una presunta marachella da 8 mila euro mentre il premier, per una situazione simile ma che è costata alla collettività  una cifra di circa 300 mila euro, continua a non rendere conto a nessuno.
Difficile non notare la disparità  di trattamento: Josefa Idem, dopo le dimissioni presentate il 24 giugno 2013 per il mancato pagamento dell’Imu e dopo avere versato senza battere ciglio i 3 mila euro della multa, è stata prosciolta dall’accusa fiscale.
Ma è indagata per una questione che ricorda molto quella scoperta dal Fatto su Renzi.
La Procura di Ravenna ha notificato all’ex ministro e al marito-allenatore Guglielmo Guerrini l’avviso di chiusura indagini previsto dall’articolo 415 bis che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.
Il reato contestato è la truffa, punita all’articolo 640 del codice penale con una pena da 1 a 5 anni.
Secondo il pm Angela Scorza Idem avrebbe truffato il comune facendo leva sulla legge che impone all’ente pubblico (Comune, Provincia o Regione) di versare i contributi al posto del datore di lavoro precedente nel periodo in cui un dipendente viene eletto consigliere o nominato assessore e chiede l’aspettativa.
Questa norma rappresenta una conquista della sinistra codificata nello Statuto dei Lavoratori ma spesso è usata in modo furbo dai politici.
L’ex assessore allo Sport di Ravenna Idem è accusata dal pm di truffa per 8 mila e 642 euro, quelli versati dal Comune al posto dell’associazione sportiva del marito che l’aveva assunta poco prima della nomina.
Idem è indagata per 183 giorni lavorativi da assessore, dal 10 giugno 2006 al 7 maggio 2007, giorno in cui, per ragioni familiari e sportive, si dimise.
Renzi invece pontifica indisturbato sulle pensioni altrui anche se la provincia e il comune di Firenze gli hanno versato i contributi (da dirigente e quindi ben più elevati di quelli da semplice dipendente della Idem) per poco meno di 10 anni.
Josefa Idem si era fatta assumere dall’associazione sportiva del marito 16 giorni prima l’accettazione dell’incarico da assessore, offerto alcuni giorni prima.
Renzi, invece, come abbiamo raccontato sul Fatto , si è fatto assumere dalla società  Chil della famiglia un giorno prima l’annuncio da parte della Margherita della sua candidatura a presidente della Provincia.
Fino a 10 giorni prima dell’assunzione, avvenuta il 27 ottobre 2013, Matteo Renzi era socio con una quota del 40 per cento della Chil Srl.
All’atto di cessione delle quote si dichiara ‘libero professionista’, perchè era un mero co.co.co. non un dirigente.
Matteo e la sorella Benedetta quel giorno cedono le quote alla mamma e al babbo e solo a quel punto, quando Renzi è pronto a candidarsi alla presidenza della Provincia con garanzia quasi matematica di elezione, i genitori decidono di assumerlo.
Per 7 mesi e mezzo, fino all’elezione nel giugno 2004, Chil paga i contributi poi il peso della pensione, del tfr e dell’assistenza di Renzi passa sulle spalle dei contribuenti fiorentini.
Grazie all’assunzione nella Chil, Renzi si è fatto versare una massa enorme di contributi, se confrontati con quelli di Josefa Idem.
Altro che i miseri 8 mila e 600 euro dei ravennati, i fiorentini hanno pagato fino al mese scorso ben 3 mila e 240 euro al mese per i contributi di Matteo Renzi.
Alla fine del 2010, quando l’azienda della Chil Post con Matteo Renzi in aspettativa, passa alla Eventi 6, nel prospetto dei Trattamenti Fine Rapporto accumulati per Renzi c’è già  un tfr di 28 mila e 326 euro.
Grazie a un’interrogazione del consigliere Francesco Torselli si è scoperto che il sindaco è rientrato al lavoro in azienda tre giorni dal 22 al 24 giugno del 2009, e si è messo in ferie.
Nella risposta all’interrogazione il vicesindaco Lorella Saccardo ammette: “se al momento dell’assegnazione della carica, fosse stato occupato con un rapporto di co. co. co. (come era fino al 27 ottobre 2003, ndr) il dottor Matteo Renzi non avrebbe avuto diritto ai contributi figurativi”.
Forse Renzi, a prescindere dalla Idem, dalle indagini su di lui che non ci sono e mai ci saranno visto l’atteggiamento della Procura e della Corte dei Conti di Firenze, potrebbe considerare l’ipotesi di rinunciare ai contributi.
E magari a restituire il Tfr pagato dai contribuenti.
Perchè chiedere sacrifici ai pensionati quando si sono agguantati così l’anzianità  contributiva e il Tfr, magari non sarà  una truffa ma di certo è un’ingiustizia.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BERLUSCONI TEME LA VALANGA: “MI VOGLIONO CACCIARE PURE DAL PPE”

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

PER ASSICURARE LA PRESENZA DI UN BERLUSCONI IN LISTA, SALE L’IPOTESI DELL’OPZIONE DELLA FIGLIA BARBARA

Il buio su Arcore è sceso da un pezzo, quando l’attesa lunga un giorno si conclude nel peggiore dei modo.
Poco prima delle 22 Ghedini comunica a Silvio Berlusconi che anche le ultime speranze sono tramontate, l’interdizione è confermata, ora il leader è davvero fuori dai giochi, game over.
Non si attendeva nulla di diverso. «Sentenza annunciata – attacca lui commentando coi suoi – rientra nel piano dei giudici per farmi fuori, che si completerà  il 10 aprile quando proveranno a rinchiudermi, a tapparmi la bocca, ma non mi fermeranno così».
Tutto, però, ora si complica.
Già  la giornata era trascorsa a discutere tra le mura di casa su come venire a capo in vista delle Europee.
Perchè nel quartier generale forzista a nessuno è sfuggito che la bocciatura dell’ipotesi di una candidatura del leader sia stata recapitata da Bruxelles da quella Viviane Reding che, oltre a essere commissario europeo alla giustizia, è un esponente di spicco del Ppe.
Il messaggio lanciato dalla grande famiglia popolare europea alla quale Forza Italia aderisce è chiaro: una forzatura sulla candidatura del capo, condannato e interdetto, non verrebbe accettata dai moderati europei e, se portata alle estreme conseguenze, potrebbe condurre all’espulsione.
Ipotesi estrema che per ora nessuno conferma, comunque divenuta più concreta in queste ore. Ecco perchè la prova di forza alla quale Berlusconi a giorni alterni si dice pronto, inizia a scemare.
Nessuno crede realmente nella scialuppa di salvataggio della Corte di Strasburgo. «Speriamo che i ricorsi presentati ci diano l’opportunità  di candidarlo» dice ora un cauto Giovanni Toti a Ottoemezzo.
«Nessuno ci impedirà  di considerare in campo il nostro leader, nessuno pensi di non fargli fare la campagna elettorale» insiste, ma il riferimento alla candidatura diventa ormai subordinato a incognite irrealizzabili.
Ecco perchè dallo scorso fine settimana il patriarca ha tenuto a rapporto, in separata sede, i figli di prime e seconde nozze.
Agli uni e agli altri ha spiegato come «non possiamo permetterci di rinunciare al nome Berlusconi nella lista di Forza Italia alle Europee, rischiamo di perdere milioni di voti».
E per farlo, nell’impraticabilità  di una sua candidatura diretta, resta solo la via straordinaria del coinvolgimento di una delle figlie. E Barbara, lo ha confermato l’ultima volta domenica, a differenza della sorella Marina è «disponibile a compiere il sacrificio».
Ma i giochi sono tutt’altro che fatti.
Il patriarca intanto non è sicuro al cento per cento. Sta valutando tutte le conseguenze di una mossa così azzardata e non sono pochi in Forza Italia a invitarlo alla prudenza. I maggiori ostacoli sul sentiero già  impervio, tuttavia, Berlusconi li sta incontrando proprio in famiglia.
A parte Fedele Confalonieri coi suoi dubbi, c’è la netta contrarietà  di Marina, stavolta, a dare filo da torcere sull’opzione Barbara.
E c’è più che il comprensibile scetticismo legato al coinvolgimento diretto della famiglia.
Chi frequenta Villa San Martino legge, dietro l’ostilità , la paura che l’elezione a suon di milioni di voti della sorella – sarebbe capolista in tutte le circoscrizioni – proietti la giovane e intraprendente ad del Milan nella costellazione politica.
Facendone a tutti gli effetti l’erede alla guida di Forza Italia e perfino del centrodestra. Un salto mortale che non convince tutti ma che per il Cavaliere è quasi obbligato, se non si vuole disperdere il patrimonio di voti rischiando un flop il 25 maggio, quando lui sarà  vincolato dai servizi sociali.
Oggi rientrerà  a Roma, per affrontare a Palazzo Grazioli un’altra grana legata alle Europee.
Riunisce la commissione competente per dirimere il nodo dell’eventuale candidatura di deputati e senatori.
Raffaele Fitto (che tace da settimane) scalda i motori, Brunetta vorrebbe, Giulio Tremonti in odore di «ritorno» avrebbe ricevuto l’offerta.
Berlusconi sarebbe orientato a escludere la corsa dei parlamentari per evitare conte interne e il probabile exploit di Fitto.
Ma un veto suonerebbe come un’esclusione ad personam, lo hanno avvertito.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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FORZA ITALIA SENZA GUIDA IN UN VICOLO CIECO

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

ALZARE LA BANDIERA DELLA SUA LEADERSHIP RISCHIA DI PASSARE PER UN GIUSTIFICAZIONE PREVENTIVA DI UNA SCONFITTA DI FORZA ITALIA ALLE EUROPEE

Sarà  anche l’interlocutore obbligato di Matteo Renzi sulle riforme istituzionali. Ma oltre che condannato, Silvio Berlusconi è anche interdetto dai pubblici uffici.
Paradossale e inesorabile, la macchina della giustizia inchioda le residue ambizioni di leadership del capo di Forza Italia.
Azzera la voglia di alcuni fedelissimi, non tutti, di candidarlo comunque alle elezioni europee di maggio. E restituisce intatto il problema di un centrodestra ancora dipendente in gran parte dalla macchina del voto berlusconiano, ma costretto a presentarsi acefalo.
Adesso e per i prossimi due anni: tanti sono quelli dell’interdizione confermata dalla Corte di Cassazione come pena accessoria.
In fondo, il dibattito accanito tra i sostenitori sull’opportunità  o meno della sua candidatura finisce per sottolineare il problema e dilatarne la drammaticità .
E viene percepito come un segno di disperazione. I fautori della sua presenza nelle liste europee tentano di aggirare la normativa europea.
Chi spera in un provvedimento di grazia del Quirinale invita invece a evitare iniziative «estemporanee».
Ma il tentativo di coinvolgere il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una qualche operazione a favore del Cavaliere, si conferma maldestro.
Era stata accreditata dai berlusconiani più accesi la possibilità  della grazia sulla base di una raccolta di firme promossa dai parlamentari più irriducibili e appoggiata dal Giornale della famiglia.
Ieri sera, però, il Quirinale ha bollato come «fantascienza» quelle voci. E le ha rispedite ai mittenti, insieme con quelle sulla possibilità  di sue dimissioni anticipate.
Con durezza, Napolitano liquida «apprezzamenti, sollecitazioni o previsioni che impegnano semplicemente coloro che le esprimono, in qualsiasi forma, pubblicamente». E rivendica i poteri che gli attribuisce la Costituzione.
Affermare, come qualcuno dentro Forza Italia fa, che il «no» dei magistrati e dell’Europa al Cavaliere è figlio della paura di una sua vittoria, è il velo pietoso dietro il quale nascondere alcune verità  più crude.
La prima è che una condanna definitiva rende impossibile per legge la presenza nelle liste dell’ex premier.
La seconda è che alzare la bandiera della sua leadership gratifica Berlusconi e magari garantisce la sua riconoscenza, ma non cambia la situazione.
La terza è che tanta insistenza non nasconde i timori dell’Europa ma quelli di FI per il rischio di un risultato mediocre.
Si tratta di una sorta di giustificazione preventiva in caso di sconfitta. Siccome Berlusconi vale molti consensi, la sua assenza comporterà  un calo netto dei voti.
Questa previsione, però, sa di alibi. E ripropone, non cancella il problema di un centrodestra che fatica a rinnovarsi e a trovare nuovi leader.
Per la prima volta dopo molti anni, FI promette di apparire più conservatrice del Pd renziano; insidiata da un Movimento 5 stelle di Beppe Grillo che tende a presentarsi come l’unica vera opposizione; e stretta tra l’esigenza di partecipare alle riforme e ai futuri equilibri del sistema, con la riforma elettorale come primo passo, e quella di non essere subalterna alla sinistra.
Il Mattinale, il bollettino diffuso quotidianamente dal gruppo di FI alla Camera, afferma che la candidatura è «indiscutibile».
Ed elenca tutti i pregi attribuiti dal suo partito al Cavaliere. Ma è una lista inutile e forse perfino controproducente: stilata per rincuorare i militanti, rischia di allontanare l’elettorato che si troverà  a votare in assenza di Berlusconi.

Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera”)

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NON LAMENTIAMOCI DELL’EUROPA, I VERI VINCOLI CE LI SIAMO DATI DA SOLI

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

L’OBBLIGO DI TENERE IL BILANCIO DELLO STATO IN PAREGGIO NELL’ART. 81 DELLA COSTITUZIONE

Un vincolo più forte di quelli che potrebbe metterci l’Europa sta nella nostra Costituzione.
La Commissione di Bruxelles e gli altri governi dell’unione monetaria potrebbero chiederci stupiti perchè qui da noi nessuno pare ricordarsene.
Dal 1° gennaio 2014 dovremmo tenere il bilancio dello Stato in pareggio, salvo «eventi eccezionali» da riconoscere con voto delle Camere.
Se c’è un «cappio al collo», dunque, ce lo siamo messi da soli, con decisione a larga maggioranza al tempo del governo Monti.
La Banca d’Italia, unica a rammentarlo, non si stanca di ripetere che la nuova versione dell’articolo 81 della Carta è più stringente rispetto al tanto vituperato «Fiscal Compact» europeo.
Oggi moltissimi parlamentari che allora votarono quel testo ritengono di aver sbagliato. All’italiana si procede con una prassi interpretativa che, con la tacita intesa di tutti i poteri in campo, consente di ignorare le leggi sgradite.
Purtroppo in Europa, trattandosi di rapporti tra governi sovrani, non ci si può comportare allo stesso modo.
Anche il «Fiscal Compact» è figlio dell’ansia ingenerata da una crisi del debito che minacciava di mandare in pezzi l’area euro.
Nel tentativo di placare mercati impazziti, si adottarono norme che oggi perfino il Fondo monetario internazionale giudica troppo severe.
Da allora, la Commissione europea le ha interpretate con crescente quanto opaca elasticità ; ma ignorarle non può.
Dunque inutile prendersela contro l’Europa. Se errore c’è stato, è stato condiviso.
Allo scopo di allontanare il pericolo della bancarotta, l’Italia aveva sottoscritto impegni di austerità  feroci che per fortuna nessuno ci ha chiesto di rispettare in pieno; abbiamo evitato il peggio realizzandone solo una parte, pesante come tutti sappiamo, eppure solo una parte.
Purtroppo proprio gli stessi mercati che ci hanno costretto ad esagerare oggi ci stanno spingendo, nella loro instabilità , verso l’errore opposto.
I capitali affluiscono verso l’Europa, diversi esperti vedono una nuova «bolla» speculativa che abbassa fin troppo i rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi deboli (i decennali dell’Italia sono al 3,4%, gli irlandesi al 3%).
Allentare un poco la stretta del rigore è possibile, per l’Italia.
Ma la scarsa fiducia reciproca tra gli Stati, rivelatasi nel momento del pericolo, sussiste ancora; e fa temere agli altri che la fase favorevole dei mercati ci renda troppo disinvolti. Proprio perchè siamo un Paese grande, preoccupiamo di più.
Sanno che se ci mettessimo di nuovo nei guai, nessuno avrebbe forze sufficienti per salvarci.
D’altra parte, l’esperienza insegna che oltrepassare la soglia del 3% di deficit di per sè non garantisce nulla.
Grazie alla «finanza creativa» di Giulio Tremonti la superammo con l’inganno dal 2001 al 2005: ciò nonostante, la crescita già  ristagnava, e siamo arrivati alla grande crisi già  più deboli.
Non solo: con una economia come la nostra, capace di crescere in media meno dell’1% all’anno, il debito accumulato scende solo se il deficit va ben sotto il 3%; altrimenti sono dolori, per noi stessi già  prima che «per i nostri figli» come Matteo Renzi ha imparato a dire giorni fa.
Possiamo chiedere una deroga temporanea ai dettami più severi del «Fiscal Compact» (la riduzione annua del deficit strutturale riproposta ieri dalla Bce e da Olli Rehn) in nome di un impegno forte per rimettere a posto il nostro Paese — non solo i suoi bilanci — anno dopo anno.

Stefano Lepri

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IL TEATRO DEGLI INGANNI: LA TECNOCRAZIA USATA COME ALIBI, MA SONO GLI STATI AD AFFOSSARE UNA REALE UNIONE EUROPEA

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

GLI STATI HANNO POTERE, NON RESPONSABILITA’: SE LE COSE VANNO MALE SI SCARICANO LE COLPE SULLA TECNOCRAZIA

È inutile accusare la tecnocrazia europea per le azioni mancate o sbagliate dell’Unione, come hanno fatto Renzi e Hollande a Parigi, quando sono i governi a fare e disfare l’Europa secondo le loro convenienze.
Ed è inadeguato presentarsi a Berlino come buon allievo, quando le mutazioni hanno da essere radicali. Il rischio è un inganno dei cittadini: dilaterà  le loro malavoglie, i loro disorientamenti e repulsioni.
Come non sentirsi sbalestrati, se non beffati, da discorsi così contraddittori?
A Parigi Renzi ha accusato gli eurocrati, poi a Berlino ha riconosciuto il primato tedesco, ricordando alla Merkel che non siamo «somari da mettere dietro la lavagna, ma un Paese fondatore che contribuisce a dare la linea».
Chi detta legge, in ultima analisi: il tutore tedesco o l’eurocrazia? Chi ha l’ultima parola?
Non dirlo a lettere chiare: questo è aggirare i popoli.
L’inganno è più che mai palese alla vigilia delle elezioni europee, che almeno sulla carta dovrebbero essere diverse dalle precedenti.
Il trattato di Lisbona infatti è esplicito, e i deputati di Strasburgo l’hanno ribadito: il Presidente della Commissione sarà  designato dal Consiglio europeo, ma «tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo» (art. 17).
Quel che ci si accinge a fare è altra cosa. Ancora una volta, la decisione sarà  presa a porte chiuse, senza dibattito pubblico preliminare, dai capi di Stato o di governo.
Lo stesso Parlamento europeo è complice dell’inganno, col suo regolamento interno: la scelta delle nomine è a scrutinio segreto; non è prevista discussione pubblica.
Condotte simili non si limitano a ignorare i trattati: sono anche del tutto incompatibili con la trasparenza da essi ripetutamente evocata.
Riavremo dunque lo stesso occulto mercanteggiamento tra Stati che ha ammorbato l’Unione per decenni. Il Parlamento può certo accampare diritti – può sfiduciare il presidente dell’esecutivo e l’intero collegio – ma il rifiuto avviene dopo la nomina. È più complicato.
Non a caso l’assemblea non s’è mai azzardata a sfiduciare la Commissione.
Se davvero credessero in quel che professano, Renzi, Hollande e la Merkel manderebbero in questi giorni ben altro messaggio ai cittadini refrattari che apparentemente li angustiano tanto. Direbbero: «Ci atterremo alle nuove regole, vi ascolteremo sempre più. Quindi rispetteremo il verdetto delle urne».
Nessuno di loro osa dirlo. Il dominio che esercitano, nella qualità  di sovrani che nominano eurocrati al loro servizio, non vogliono nè dismetterlo nè spartirlo.
Vogliono usarla, la tecnocrazia, come alibi: se le cose vanno male la colpa è sua.
Gli Stati hanno potere, non responsabilità .
La mistificazione è massima perchè la colpa è interamente loro, se l’Unione è oggi un campo di discordie, di ingiustizie sociali asimmetriche.
Sono gli Stati e i governi che hanno fatto propria la teoria, predicata ad alunni somari e non, dell’»ordine» o dei «compiti in casa ».
È la teoria tedesca dell’ordoliberalismo, nata nella Scuola di Friburgo tra le due guerre, che fissa quali debbano essere le priorità , perchè i mercati operino senza ostacoli: prima va rassettata la «casa nazionale», e solo dopo verranno la cooperazione, la solidarietà , e comuni regole di uguaglianza sociale.
Nelle sedi internazionali, e anche in quella sovranazionale europea, basta insomma «coordinare» le singole linee, esortarsi a vicenda.
Il motivo: l’esperienza totalitaria legata a interventi eccessivi dello Stato (memorabile l’accusa rivolta dall’ordoliberista Wilhelm Rà¶pke, negli anni ’50, all’ideatore dello Stato sociale: «Quello che voi inglesi state preparando, con il piano Beveridge, è una forma di nazismo». Non meno antiliberale fu giudicato il New Deal di Roosevelt).
L’illusione ordoliberista, tuttora diffusa ai vertici degli Stati, è che se ognuno lasciasse fare i mercati, mettendo magari la briglia alla democrazia e a leggi elettorali troppo rappresentative, l’ordine finirebbe col regnare nel mondo.
La crisi ha mostrato che solo invertendo le priorità  una soluzione è possibile.
È dalla solidarietà  che urge ripartire, dalla messa in comune di risorse, dopodichè ogni Stato avrà  più forze per aggiustare i conti, spalleggiato da istituzioni e bilanci federali.
Così gli Usa risolsero la crisi del debito dopo la guerra di indipendenza: mettendo in comune i debiti, passando dalla Confederazione alla Federazione, dandosi una Costituzione.
L’esatto contrario avviene nell’Unione. Sono ancora gli Stati che hanno deliberato, nel febbraio 2013, di congelare il comune bilancio e di impedire l’aumento delle risorse che permetterebbe piani comunitari di ripresa, e soprattutto la conversione della vecchia industrializzazione in sviluppo verde, sostenibile.
Una delibera che il Parlamento s’è rifiutato di ratificare, un mese dopo.
Ma alla fine la decisione è stata accettata, pur rinviando il dibattito al 2016.
Sono gli Stati che hanno inventato la trojka, organismo che comprende la Banca Centrale europea, la Commissione, e non si sa per quale complesso di inferiorità  il Fondo Monetario, e che oggi controlla 4 Paesi (Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro).
Una trojka la cui sola bussola è la «casa in ordine».
Sono infine gli Stati che hanno concordato il fiscal compact, che alcuni Paesi – tra cui l’Italia di Monti – hanno inopinatamente messo nella Costituzione nonostante nessuno l’avesse imposto.
Questo significa che viviamo nella menzogna, sull’Europa esistente e su quella da rifondare.
Che chi ha in mano le scelte sono in realtà  i mercati: non l’eurocrazia usata come alibi e non i finti Stati sovrani.
Lo spiega bene Luciano Gallino, su la Repubblica del 15 marzo: non esiste stato di eccezione che consenta un’indifferenza così totale verso le sofferenze inflitte ai cittadini (Grecia in primis, e Italia, Spagna, Portogallo). Quanto al fiscal compact, si tratta, secondo Gallino, di eliminare dalla Costituzione le norme attuative, come proposto da Rodotà : «L’Italia non è in grado di trovare 50 miliardi di euro all’anno da tagliare (per 20 anni, ndr). Accadrà  quello che è già  accaduto altrove: tagli sanitari, bambini affamati, povertà ».
Sono anni che Roma cerca di ingraziarsi Parigi, e forse qui è l’inganno più grande.
I governi francesi, di destra o sinistra, hanno una responsabilità  speciale: sin da quando, caduto il Muro, risposero sistematicamente no – in nome del mito sovrano gollista – all’unità  politica e militare che Kohl chiese con insistenza per puntellare l’euro.
Si denunciano le colpe tedesche, nella crisi, ma l’immobile insipienza francese è ancora più nefasta.
L’Europa, non dimentichiamolo, fu fatta grazie ai francesi Jean Monnet, Robert Schuman.
Quel che fu creato lo si deve a Parigi. Ma anche quel che non fu fatto, e non si fa. A cominciare dall’unità  militare, che consentirebbe all’Europa risparmi enormi: circa il 40%.
Insieme si potrebbe valutare se sia sensato dotarsi degli F-35, e che tipo di pax europea vogliamo, autonoma da quella americana.
Uscire dalle menzogne è oggi l’emergenza.
I cittadini, frastornati, faticano a capire che i governi, con le loro dissennatezze, sono più viziosi degli eurocrati. Che la Francia è un ostacolo non meno grande di Berlino, anche se governata dai socialisti (Sarkozy almeno ci provò: Hollande sull’Europa è muto).
Che l’Unione ha bisogno di una Costituzione vera, che inizi come negli Usa con le parole: «We, the people…» : non con l’elenco dei governi firmatari.
Altrimenti non avremo solo il predominio degli Stati più forti. Avremo quella che Gallino chiama la Costituzione di Davos: una costituzione non scritta, i cui governi, vittime di una sindrome da “corteggiamento del capitale”, l’assecondano con strategie economiche incentrate sul taglio del Welfare e sui salvataggi bancari a carico dei contribuenti.

Barbara Spinelli
(da “La Repubblica”)

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