Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
“LA PASCALE? A NOI NON FREGA NIENTE”
Lo scorso 26 gennaio il re incontrastato della scena era lui.
Alla stazione marittima di Napoli, in una sala convegni strapiena, il suo ritorno alla politica dopo le vicende giudiziarie era stato salutato da centinaia di supporters in festa.
Baci, strette di mano, intervento dal palco e poi conferenza stampa per rispondere alle domande dei giornalisti.
Oggi, invece, nella sala molto più piccola ma altrettanto gremita del lussuoso Hotel Romeo, Nicola Cosentino ha scelto di restare quasi in disparte.
Entrato di corsa nell’albergo per assistere alla presentazione del simbolo di Forza Campania, il nuovo gruppo regionale di sette consiglieri in rotta con il presidente Caldoro e rigorosamente cosentiniani, l’ex sottosegretario all’Economia ha deciso di lasciare la scena agli onorevoli a lui fedeli.
“Sono venuto solo per sentire”, si lascia scappare entrando nella sala prima di commentare il nuovo simbolo che compare sugli schermi a led: “A me piace, non vedo somiglianze col simbolo di Forza Italia”.
Se non fosse seduto in prima fila, quella riservata ai giornalisti, quasi non ci si accorgerebbe che c’è.
Anche perchè dei sei consiglieri presenti (Luciana Scalzi, segretaria di Denis Verdini e consigliera regionale campana non c’è) lo nominano solo Ianniciello e la Ruggiero, che gli riconoscono un ruolo guida nella formazione del nuovo gruppo.
Fino ai loro (ultimi) interventi, si era solo parlato di politica regionale e del dissenso dei sette nei confronti della scelte dell’amministrazione Caldoro, dalla quale di fatto dicono di sentirsi del tutto esclusi.
“Ma restiamo comunque in Forza Italia, dove vogliamo portare la meritocrazia e il dialogo che ci sono stati negati”.
Nessun riferimento diretto alla Pascale, che nelle scorse settimane aveva parlato di un Cosentino imbarazzante per il partito in Campania, nè a Domenico De Siano, il nuovo coordinatore regionale scelto, pare, proprio dalla nuova compagna di Berlusconi e del tutto sgradito alla base cosentiniana del partito.
Sembrano quasi argomento tabù, e si capisce pure perchè.
Appena si chiede ai consiglieri di parlare di loro sbottano: “A noi non frega niente della Pascale, e neppure di De Siano”, urla Pasquale Giacobbe, “noi vogliamo nei territori la politica con la p maiuscola. E Nicola Cosentino ci darà una mano su questo!”.
E dei giudizi della Pascale su Cosentino? “Non ci interessa neppure dei giudizi degli altri, quello è un argomento sicuramente trattato frettolosamente o male da qualche giornalista”.
Insomma, la pista da battere è quella dei dissidi con l’amministrazione Caldoro, a prescindere da Cosentino.
Eppure, qualche giorno fa, il senatore Vincenzo D’Anna — uno dei cinque cosentiniani di Palazzo Madama — aveva dato tutt’altra interpretazione dei fatti: “La candidatura di Nicola Cosentino alle prossime elezioni europee sarebbe stata l’occasione per recuperare la ferita che ha portato alla nascita di Forza Campania. Nicola avrebbe sfondato il muro delle 150mila preferenze”.
E quando lo si fa notare a Cosentino, lui finalmente interviene dalla platea: “Ma chi ha mai detto che voglio candidarmi alle europee?”.
Non l’ha sentito D’Anna? “Ma la conferenza stampa la sta facendo con me o con loro?”.
E’ di nuovo Giacobbe, allora, a prendere la parola: “Cosentino ha già chiarito in tante interviste che lui non è candidato alle elezioni europee, l’ha detto non una volta, ma cento volte, e vuole serenamente approfondire e andare avanti nel processo con grande serenità , però nessuno gli può impedire di fare politica”.
E i centocinquantamila voti di cui parlava D’Anna a chi andranno alle europee? “Andranno a Forza Italia o rimarranno bagaglio di questo gruppo di consiglieri regionali i quali andranno fino in fondo se non ci sarà la condivisione in politica”. Come dire: se i nomi in lista non li si sceglie insieme, Forza Italia quei voti può pure scordarseli.
Stesso discorso per le prossime amministrative: “Nel caso in cui nei comuni al voto non ci sia un nome condiviso, ci saranno lista e candidati autonomi con la sigla Forza Campania”.
Insomma, se di strappo con Forza Italia non si può (ancora) parlare, di ultimatum sì.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
DAL CAPPELLO A CILINDRO ESCE LA CAMPAGNA DI ADOZIONE DI ANIMALI ABBANDONATI… MA QUANDO ERA AL GOVERNO CHE HA FATTO PER ELIMINARE IL RANDAGISMO?
Un “papà e una mamma” per migliaia di cani e gatti abbandonati in giro per l’Italia. 
A due mesi dalle Europee Silvio Berlusconi tira fuori dal cilindro la carta “animalista” per provare ad allargare il bacino degli elettori e conquistare la simpatia dei “10 milioni” di italiani che hanno in famiglia un cagnolino o un gattino.
Il Cavaliere annuncia la sua strategia parlando ad un club Forza Silvio di Roma e spiega di aver tratto ispirazione addirittura da un brano di Madre Teresa di Calcutta, “scoperto questa notte”.
“Se impariamo ad amare gli animali “come meritano, saremo molto vicini a Dio”, è la lezione di Madre Teresa, che Berlusconi prontamente cerca di trasformare in un “jolly” elettorale.
La macchina dei club Forza Silvio, è l’esortazione del Cavaliere, deve mettersi in moto anche per trovare dei “genitori adottivi” ai “150mila cani” abbandonati nei canili.
Canili che, tra l’altro, “costano alla collettività 260 milioni all’anno”, sottolinea il leader di FI.
In questo modo, è l’idea dell’ex premier, i tanti amanti degli animali “non potranno che guardarci con una rinnovata simpatia e anche questo aiuterà il popolo dei moderati a diventare forza e maggioranza politica”.
E Berlusconi corona la sua mossa postando, su Facebook, il brano di Madre Teresa con una foto del cane di casa, Dudù, ad una convention di Forza Italia.
L’idea, però, non sembra entusiasmare gli animalisti, a cominciare dall’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente (Aidaa) che, mettendo in guardia da strumentalizzazioni elettorali, rileva come quello dei cani abbandonati – al quale vanno aggiunti i “750.000 randagi” – sia un problema che merita “misure concrete”.
A meno che Berlusconi “non venga da noi a fare il dog sitter”, osserva con ironia l’associazione, che per ben due volte si è offerta di ospitare proprio il Cavaliere nel caso in cui, il 10 aprile, venga affidato ai servizi sociali.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
GRASSO: “NON SI POSSONO MODIFICARE LE ISTITUZIONI A COLPI DI FIDUCIA, RENZI RISCHIA DI NON AVERE I NUMERI”… RENZI: “LA MUSICA DEVE CAMBIARE ANCHE PER I POLITICI”…SALVO CHE PER I VENDITORI DI PENTOLE COME LUI
“Il Senato resti eletto dai cittadini”. “Vuoi mantenere lo status quo”. “Non sono un parruccone”. “I politici facciano sacrifici”. “Italicum e riforma del Senato insieme sono un rischio per la democrazia”.
Chi ha scommesso su Berlusconi ha perso: a girare le spalle a Matteo Renzi al tavolo delle riforme è il presidente del Senato Piero Grasso.
Lo scontro è aperto, nel merito e nel metodo.
Nel merito: “Almeno una quota di senatori deve essere eletta” dice la seconda carica dello Stato.
Nel metodo: “Si dice: aspettiamo contributi. Ma ne ho parlato con il ministro Boschi e non ho avuto nessun ritorno”.
Grasso arriva dove sono arrivati solo i giuristi di Libertà e Giustizia: “Italicum e abolizione del Senato insieme porterebbero a un sistema senza contrappesi” e ciò rappresenterebbe “un rischio per la democrazia“.
Avviene tutto a ritmo serrato — intervista di Grasso, replica di Renzi, controreplica di Grasso — a meno di 24 ore dall’arrivo in consiglio dei ministri della bozza del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi.
Uno scambio sul quale la dirigenza del Pd rischia di finire fuori strada, e non solo sulle riforme: la vicesegretaria in pectore Debora Serracchiani arriva alla tentazione di rimettere “in riga” il presidente del Senato.
“Grasso — dice la Serracchiani — è un presidente di garanzia, ma credo anche che, essendo stato eletto nel Pd, debba accettarne le indicazioni”.
Risuonano tonalità berlusconiane del passato (criticate da sinistra) e infatti il primo a opporsi è un deputato del Pd, Giuseppe Fioroni: “Il Pd rispetta le istituzioni e le cariche istituzionali, non le occupa nè le pressa, nè le indirizza. Per questo non siamo la destra”.
La mossa di Grasso
L’alt di Piero Grasso (“Il Senato non va abolito, resti eletto dai cittadini”) è significativo non solo perchè arriva dalla seconda carica dello Stato, ma perchè evidentemente è il messaggio di chi sa di rappresentare un sentimento diffuso nell’assemblea di Palazzo Madama.
Lì, infatti, si comincerà a chiedere ai senatori di abolire se stessi. E quindi il presidente del Consiglio e le sue proposte di riforme istituzionali sembrano poter scivolare in un vicolo cieco: da una parte Grasso (e una parte del Pd) che vuole almeno una quota di un centinaio di rappresentanti eletti direttamente; dall’altra l’alleato delle riforme, Forza Italia, furibondo perchè è stato invertito l’ordine dei lavori al Senato (doveva arrivare prima l’Italicum e invece è andato in coda).
Su tutto, infine, i numeri che sostengono Renzi al Senato: se tutti i partiti dovessero far pesare il proprio pacchetto di voti, il testo del disegno di legge di Renzi potrebbe essere logorato a dir poco.
E una prova di forza sarebbe un azzardo per l’esecutivo.
Lo stesso Grasso cerca di comunicare con il capo del governo: “Io voglio aiutare il presidente Renzi per non farlo trovare davanti a ostacoli. I numeri a palazzo Madama rischiano di non esserci, basta ascoltare le prese di posizione di Forza Italia”.
Renzi: “Rispetto Grasso, ma è ora di cambiare pagina”
Eppure il presidente del Consiglio non sembra spaventato: “C’è massimo rispetto nei confronti del presidente Grasso — dice al Tg2 – ma abbiamo preso un impegno nei confronti dei cittadini che hanno diritto al cambiamento. E’ ora di cambiare pagina. Capisco le resistenze di tutti, ma la musica deve cambiare. I politici devono capire che se per anni hanno chiesto di fare sacrifici alle famiglie ora i sacrifici li devono fare loro. Il vero modo per difendere il Senatonon è una battaglia conservatrice, ma difendere le riforme che stiamo portando avanti”. Se le riforme falliscono “me ne vado — aveva detto l’altro giorno nell’intervista a Enrico Mentana – Rischio l’osso del collo”. Dipende però quali riforme usciranno.
La replica: “Avevo già espresso le mie perplessità . Ma dalla Boschi silenzio”
E infatti Grasso sembra avere buon gioco nella controreplica: ”Non è una compagna conservatrice — spiega intervistato a In mezz’ora, su Rai3 — Io sono il primo rottamatore del Senato, il primo che vuole eliminare questo tipo di Senato”.
Ma il Senato proposto nella bozza di riforma del governo è “una contraddizione in termini“.
E non ci sta a passare dal conservatore che resiste ai riformatori: “Assolutamente non sono un parruccone nè un conservatore — afferma il presidente del Senato — Io sono un riformista, ma le riforme devono essere fatte in un quadro istituzionale, nè sono il portavoce dei senatori”.
Con il presidente della Repubblica “siamo vicini”, precisa, ma della riforma del Senato “non ne ho parlato. Parlo solo a nome di me stesso, non porto opinioni di altri”.
“Se dobbiamo fare una riforma costituzionale — dichiara — bisogna ponderarla e ottenere anche l’apporto dell’opposizione. Non si può cambiare la Costituzione a colpi di fiducia come si è fatto per le Province”.
Eppure Grasso, come già ricostruito dall’Unità , aveva già parlato con il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi. Ma dall’altra parte niente, il silenzio.
“Avevo parlato con il ministro di queste mie perplessità — racconta il presidente del Senato — Non ho difficoltà a confermarlo. Ho prospettato quelle che sono le mie idee. Si dice è una bozza e ‘accettiamo dei contributi’ ma vedo che questo non è avvenuto. Non ho avuto nessun ritorno”.
Dopo l’intervista a Repubblica, insiste, “ho sentito tanti senatori che mi hanno detto ‘finalmente qualcuno che osa dire le cose’”.
Grasso: “Accelerare iter legislativo senza indebolire la democrazia”
E forse non è un caso che Grasso abbia lanciato il primo messaggio attraverso un’intervista a Repubblica e, con un retroscena, dall’Unità , entrambi giornali vicini alle posizioni del Pd.
Tuttavia le sue opinioni sono divenute note oggi al pubblico, ma sono conosciute da qualche tempo da Renzi e dal ministro per le Riforme Maria Elena Boschi.
Proprio a lei Grasso ha illustrato nei giorni scorsi la sua idea. E cioè: una quota di senatori deve continuare ad essere eletta direttamente dai cittadini e deve avere piene funzioni da “sentinelle” su alcune materie come il bilancio, le riforme costituzionali, i temi etici.
“Aldilà delle semplificazioni mediatiche — dice Grasso — nessuno parla di abolire il Senato, ma di superare il bicameralismo attuale. L’urgenza è prima istituzionale che economica: dobbiamo accelerare il processo legislativo, senza indebolire la democrazia”.
Et voilà : smontato il progetto di punta del presidente del Consiglio sulle riforme istituzionali. “Da fuori — spiega il presidente del Senato a Repubblica – mi vedono come l’ultimo imperatore, io mi sento l’ultimo dei mohicani”.
Afferma di non voler rinunciare alla parola Senato, ma lo vorrebbe “composto da rappresentanti delle autonomie e componenti eletti dai cittadini”, un Senato “composto da senatori eletti contestualmente alle elezioni dei consigli regionali, e una quota di partecipazione dei consiglieri regionali eletti all’interno degli stessi consigli. Per rendere più stretto il coordinamento tra il Senato così composto e le autonomie locali, prevederei la possibilità di partecipazione, senza diritto di voto, dei presidenti delle Regioni e dei sindaci delle aree metropolitane”.
Le differenze tra il progetto di Renzi e il piano di Grasso
Ma sotto il profilo tecnico quali sono le differenze con il progetto di Renzi pubblicato un paio di settimane fa sul sito del governo?
Il ddl pensato dal segretario del Pd e dalla sua responsabile delle riforme Boschi è puntellato su tre elementi principali: una sola Camera dà la fiducia, stop alle leggi che fanno la “navicella” (tra Camera e Senato), Senato con elezione di secondo grado (cioè indicati dai consigli regionali e non dagli elettori) con conseguente taglio di 315 indennità .
Nel piano di Grasso resta il fatto che il Senato non darà la fiducia, ci sarà un tempo di 60 giorni per approvare i disegni di legge del governo (al bando tagliole e ghigliottine, ma anche ostruzionismi vari), ma appunto una quota di un centinaio di senatori eletti direttamente.
Il perchè eccolo: “Ritengo che per una vera rappresentatività sia indispensabile che almeno una parte sia eletta dai cittadini, come espressione diretta del territorio e con una vera parità di genere. Una nomina esclusivamente di secondo grado comporterebbe una accentuazione del peso dei partiti piuttosto che di quello degli elettori”.
Gli equilibri del Senato
Ma non ci si può dimenticare quanto pesano su questo dibattito le forze in gioco. Perchè se all’interno del Pd tutto sembra essere filato liscio (in direzione nazionale è finita 93 a 12 per la relazione di Renzi), gli emendamenti democratici sono ancora lì e molti vanno nella direzione di Grasso.
Rispunta, per esempio, Giuseppe Lauricella, già autore delle “performance” con l’Italicum: suo l’emendamento poi approvato per far valere la nuova legge elettorale solo per la Camera e non per il Senato.
Lauricella propone — come Grasso — una quota di eletti con un sistema proporzionale e una quota di rappresentanti delle professioni.
Un’impostazione non lontana da quella degli altri partiti di maggioranza, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica, per esempio.
Dall’altra parte c’è Forza Italia – il “grande alleato” — che lascia partire sbuffi come il Vesuvio. I berlusconiani hanno la luna girata perchè Renzi ha anticipato la discussione sulla riforma del Senato mettendo a data da destinarsi il dibattito sulla riforma elettorale.
In più sono d’accordo sull’elezione diretta di una parte dei senatori e soprattutto sostengono la tesi del “premierato forte”. Tutti all’arrembaggio, dunque.
Cosa rimarrà . Difficile da capire, ma quello di Grasso appare un avvertimento: “Non penso che si possa riformare la Costituzione con un maxi-emendamento e senza alcun contributo delle opposizioni”.
Monti: “L’urgenza non si trasformi in precipitazione”
Dopo l’appello di Libertà e giustizia perchè “Renzi non stavolga la costituzione e non delegittimi il Parlamento” si moltiplicano le voci che raccomandano prudenza. L’urgenza non si trasformi in “precipitazione e scarsa ponderazione. Questo sarebbe pericoloso, soprattutto nelle riforme costituzionali — scrive l’ex presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Monti in una lettera inviata al Corriere della sera – Vedo questo rischio, grave, nel provvedimento per il superamento del bicameralismo paritario e per la riforma del Senato, che sarà domani sul tavolo del Consiglio dei ministri”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
CONTESTA LA RIFORMA DI RENZI: “RESTI UN’ASSEMBLEA DI ELETTI: NON DIA LA FIDUCIA, MA SI OCCUPI DI LEGGI COSTITUZIONALI ED ETICHE”
«Certamente la gente pensa, a ragione, che quasi mille parlamentari siano troppi, che la politica
costi molto e produca poco, che sia venuto il momento di dare una sterzata. Ma avverto anche la forte preoccupazione di mantenere, su alcuni temi, la garanzia di scelte condivise. Con un sistema fortemente maggioritario, con un ampio premio di maggioranza e una sola Camera politica, il rischio è che possano saltare gli equilibri costituzionali e ridursi gli spazi di democrazia diretta».
E sarebbe ?
«Affidare a una sola Camera anche le scelte sui diritti e sui temi etici potrebbe portare a leggi intermittenti, che cambiano ad ogni legislatura, su scelte che toccano profondamente la vita dei cittadini e che hanno bisogno di essere esaminate anche in una camera di riflessione, come ritengo debba essere il Senato»
Quindi il suo Senato ideale come si chiama e com’è fatto ?
«Non rinuncerei mai a una parola italiana che viene usata in tutto il mondo. Lascerei il nome di Senato, e dovrebbe essere composto da rappresentanti delle autonomie e componenti eletti dai cittadini…»
Che fa, la stessa proposta del capogruppo di Forza Italia Romani? Ancora un Senato di eletti? Ma così crolla il progetto Renzi…
«Non è la stessa proposta, perchè io immagino un Senato composto da senatori eletti dai cittadini contestualmente alle elezioni dei consigli regionali, e una quota di partecipazione dei consiglieri regionali eletti all’interno degli stessi consigli. Per rendere più stretto il coordinamento tra il Senato così composto e le autonomie locali, prevederei la possibilità di partecipazione, senza diritto di voto, dei presidenti delle Regioni e dei sindaci delle aree metropolitane »
Renzi vuole come senatori sindaci e governatori regionali, lei perchè è contrario?
«Perchè ritengo che per una vera rappresentatività sia indispensabile che almeno una parte sia eletta dai cittadini, come espressione diretta del territorio e con una vera parità di genere. Una nomina esclusivamente di secondo grado comporterebbe una accentuazione del peso dei partiti piuttosto che di quello degli elettori ».
Quindi un fifty-fifty?
«Non si tratta di percentuali, su quelle vedremo. Credo sia utile la presenza di rappresentanti delle Assemblee regionali, proprio per rafforzare la vocazione territoriale del Senato, estendendo la funzione legislativa regionale a livello nazionale. Ma sindaci e presidenti di Giunte regionali, che esercitano una funzione amministrativa sul territorio, a mio avviso non possono esercitare contemporaneamente una funzione legislativa nazionale, ma soltanto consultiva e di impulso»
Altro che Senato delle autonomie, il suo assomiglia a quello di adesso, solo con meno poteri e competenze.
«Niente affatto. Il Senato che immagino io, anche in parallelo con la riforma del Titolo V, è un luogo di decisione e di coordinamento degli interessi locali fra di loro e in una visione nazionale, e in questo senso dovrebbe sostituire la Conferenza Stato-Regioni».
E come la mette con i soldi? Questo suo Senato, sicuramente, avrà un costo maggiore rispetto a uno di sindaci e governatori perchè gli eletti dovranno necessariamente essere retribuiti. Quindi, con questo sistema, dove va a finire il risparmio previsto da Renzi?
«Possiamo ottenere risparmi maggiori diminuendo il numero complessivo dei parlamentari e riducendo le indennità , solo per iniziare. Poi mi faccia dire che non si può incidere sulla forma dello Stato solo con la calcolatrice in mano».
Questo suo Senato rispetto alla fiducia al governo che fa?
«Non dà la fiducia, non si occupa di leggi attuative del programma di governo, nè di leggi finanziarie e di bilancio. Il rapporto col governo su questi punti deve restare solo e soltanto alla Camera».
Di quali leggi dovrebbe occuparsi?
«Oltre a tutte le questioni di interesse territoriale, delle leggi costituzionali o di revisione costituzionale, di legge elettorale, ratifica dei trattati internazionali, di leggi che riguardano i diritti fondamentali della persona»
Solo questo?
«Io immagino che una Camera prettamente ed esclusivamente politica debba essere bilanciata da un Senato di garanzia, con funzioni ispettive, di inchiesta e di controllo, anche sull’attuazione delle leggi. Chiaramente il Senato dovrà partecipare, in materia determinante, ai processi decisionali dell’Unione Europea, sia in fase preventiva che attuativa. L’apporto di grandi personalità del mondo della cultura, della scienza, della ricerca, dell’impegno sociale non può che essere utile. In che modo e in che forma sarà da vedere».
Due questioni calde, la tagliola sulle leggi del governo che vanno a rilento e i poteri “di vita e di morte” del premier sui ministri. Progetto ammissibile e condivisibile?
«Un termine chiaro entro cui discutere le proposte del governo, in un sistema più snello, non può che accelerare e semplificare l’iter legislativo. La ritengo una buona proposta. La seconda ipotesi non mi sembra sia prioritaria in questo momento».
Praticabilità politica. Dopo il caos del voto sulle province, finito con la fiducia, che prevede per il voto su questa riforma?
«Se si vuole un’accelerazione e una maggioranza di due terzi non si deve procedere mostrando i muscoli, ma cercando proposte più possibili condivise e aperte alla riflessione parlamentare. I senatori non sono tacchini che temono il Natale, e sono pronti a contribuire al disegno di riforma del Senato».
Ne è davvero convinto o s’illude?
«Hanno compreso, credo, le aspettative dei cittadini: partecipazione democratica, efficienza delle istituzioni, diminuzione del numero di deputati e senatori, taglio radicale ai costi della politica. Diminuendo di un terzo il numero dei parlamentari tra Camera e Senato, e riducendo le indennità , si otterrebbe un risparmio ben superiore a quello che risulterebbe, bilancio alla mano, dalla sostituzione dei senatori con amministratori dei comuni, delle aree metropolitane e delle regioni»
Un prossimo voto di fiducia di questo Senato sul futuro Senato è ipotizzabile?
«Non penso che si possa riformare la Costituzione con un maxi-emendamento e senza alcun contributo delle opposizioni».
Il timing di Renzi prevede prima la riforma del Senato, poi quella elettorale, il famoso Italicum. Forza Italia dice già di no e vuole il contrario. Lei che tempistica prevede?
«Dal momento che la legge elettorale riguarda solo la Camera approviamo prima la riforma del Senato, per poi passare immediatamente all’Italicum».
Lei sta già riorganizzando gli uffici di questo Senato. Perchè? Per mantenere lo status quo o in vista della riforma?
«Sto lavorando per proporre al Consiglio di presidenza una riorganizzazione che risponda ad alcune esigenze attese da anni. Questo non ostacola le riforme, anzi le anticipa: razionalizzando le strutture, eliminando quelle non necessarie, valorizzando la prospettiva regionale ed europea del Senato, tagliando dal 30 al 50% le posizioni apicali e andando a ricoprire i posti restanti con nomine a costo zero, senza alcun aumento in busta paga per nessuno. Inoltre è già stato deliberato l’accorpamento di molti servizi con quelli corrispettivi della Camera, e si va verso l’unificazione dei ruoli del personale di Camera e Senato. Voglio che il nuovo Senato parta già nella sua piena efficienza».
Politica e mafia. La polemica sul 416-ter. La sua proposta, appena eletto, è agli atti. Adesso? È d’accordo sull’ipotesi del decreto legge cambiando il testo uscito dal Senato?
«Come ho detto, la mia proposta è agli atti. L’ho presentata il primo giorno, ho ancora il braccialetto bianco al polso e spero che si faccia presto e bene».
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
DAL 2009 AL 2011 IL SINDACO RISIEDEVA NELLO STORICO PALAZZO MALENCHINI…. PER LE FAMIGLIE DEI MARCHESI, PROPRIETARI DELL’APPARTAMENTO, LE “CORTESIE” DI COMUNE E PROVINCIA… E LA CORTE DEI CONTI CONTESTA A RENZI ALTRI DANNI ERARIALI
Se non fosse stato per la marchesa Cornaro, nominata assessore in Provincia nel 2004, Matteo Renzi non avrebbe trovato la sua prima casa fiorentina, in via Malenchini 1, dove da sindaco ha registrato la residenza dal 13 novembre 2009 al 13 marzo 2011, prima di trasferirsi nell’appartamento di via degli Alfani 8, pagato dall’amico Marco Carrai.
Fu la marchesa Giovanna Folonari Cornaro a presentare l’allora giovane ed esuberante presidente della Provincia alle famiglie nobili di Firenze tra cui il marchese Luigi Malenchini, proprietario dell’abitazione di 80 metri quadri poi affittata al sindaco.
Che il cognome sia uguale al nome della via non è un caso: il palazzo è uno dei più antichi di Firenze.
Costruito nel 1348, è incastrato a 300 metri da Palazzo Vecchio, gli Uffizi, Santa Maria alle Grazie, Ponte Vecchio. Insomma nel cuore della città .
Renzi paga al mese 900 euro d’affitto per una mansarda. Luigi è proprietario di tutti gli immobili e risiede nel palazzo di via Vincenzo Malenchini 1. Qui vive anche sua moglie, Livia Frescobaldi.
Mentre Luigi in quegli anni opera nel ramo agricolo, proprietario dell’azienda Agri Carignano e consigliere tra l’altro della Marchesi Ginori Lisci, Livia si dedica alla cultura, pur essendo azionista della Compagnia Frescobaldi Spa, azienda di famiglia che gestisce ben cinque tenute, in particolare nelle zone Chianti Rufina e Montalcino, e produce alcuni dei vini toscani più noti e diffusi al mondo, uno su tutti il Nipozzano.
Due mondi simmetrici dunque, quello di Renzi e quello della coppia Malenchini Frescobaldi. Che però inconsapevolmente si incontrano già nel 2008. Quando la Provincia di Firenze, guidata dall’attuale premier, organizza e finanzia il Genio Fiorentino.
Alle casse dell’ente l’iniziativa costa 881 mila euro, parte dei quali espressamente dedicati a organizzazioni di eventi e mostre finalizzate alla promozione e sviluppo dei vini toscani.
Con esattezza, 141 mila euro di eventi, nella manifestazione GeniDiVini: a farla da padrone (indiscusso) proprio il Castello di Nipozzano-Marchesi de’ Frescobaldi.
Una casualità ? Senz’altro. I dettagli delle fatture sono però nelle mani della Corte dei conti che sta indagando con l’ipotesi di danno erariale per 9 milioni di euro a carico della giunta guidata da Renzi.
Una casualità , senz’altro, perchè le cronache cittadine fanno risalire l’amicizia tra il premier e la coppia a inizio 2009, alla cena elettorale organizzata a sostegno dell’allora candidato sindaco da Ambrogio Folonari e signora, Giovanna Folonari Cornaro.
C’erano tutti i blasoni che contano, dai marchesi Mazzei ai Bini Smaghi.
Le famiglie patrizie iniziarono così, come mai prima, a mischiarsi con la politica cittadina.
Tanto che per sostenere Renzi, i nobili toscani negli ultimi anni hanno persino varcato i circoli Arci e le storiche case del Popolo.
Sponsorizzato da Giovanna Folonari che Renzi, con un colpo a sorpresa nel 2004 nominò assessore al Turismo e alla Cultura della Provincia da lui guidata. Lei è rimasta talmente entusiasta dell’esperienza da voler divulgare orgogliosamente il suo curriculum.
Dieci righe: nome, cognome, data di nascita, esperienza lavorativa da assessore e firma. Punto. Non stupisce che nel 2011 la Corte dei conti abbia poi condannato Renzi e altri per danno erariale nei confronti della Provincia di oltre 2 milioni di euro per aver assunto persone non qualificate. Tra cui proprio la nobildonna.
A cui Renzi prestò, gentilmente, l’avvocato di fiducia: Alberto Bianchi.
Nel 2010, intanto, a Livia Frescobaldi, moglie del proprietario di casa in cui abitava, il Comune guidato da Renzi affida la cura della mostra “Il Risorgimento della maiolica italiana”, patrocinata da Palazzo Vecchio e sostenuta , tra gli altri, dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze guidata dall’amico Marco Carrai.
L’anno successivo Livia Frescobaldi fa il suo ingresso, nominata sempre dal Comune, nel Gabinetto scientifico letterario Vieusseux.
A conferma che la nobiltà sostiene apertamente Renzi, c’è anche il contributo versato dalla Frescobaldi alla fondazione Big Bang per finanziare la campagna di Renzi per le primarie a segretario del Pd.
Un contributo simbolico, per carità , 250 euro.
Un po’ come quell’affitto da 900 euro per una mansarda immersa nel cuore di Firenze.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
STELLA CADENTE: PER IL TOUR DEL SANTONE ANCORA DISPONIBILI MOLTI BIGLIETTI… A CATANIA SPETTACOLO SPOSTATO A UN TEATRO PIU’ PICCOLO
Mentre il Beppe Grillo «politico» lancia bordate di fuoco contro la presidente della Camera
Laura Boldrini, rea di aver applicato l’ormai celebre «tagliola», prosegue, come comico, ad essere protagonista di spettacoli.
Certo, la formula «dal palcoscenico alle urne» non è nuova, come non è nuovo lo sfruttare in politica una notorietà acquisita altrove.
Ma di certo lo scapigliato genovese sta dando una versione tutta sua di questa formula.
Con alterne fortune: al suo tour per l’Italia, ormai alle porte, non mancano certo gli spettatori, ma, al momento, Beppe Grillo è ben lontano da quel «sold out» sogno di tutti i big dello spettacolo.
Il tour ha un nome antico e celebre: «Te la do io l’Europa» e ricalca il titolo di un programma televisivo condotto dal giovane Beppe Grillo, andato in onda su Raiuno da marzo ad aprile del 1981: «Te la do io l’America», seguito, un paio di anni dopo, da «Te lo do io il Brasile».
Altri tempi, quando Grillo frequentava Enzo Trapani invece di Casaleggio.
Il nuovo «Te la do io l’Europa» è sulla rampa di lancio, con l’esordio fissato per martedì primo aprile a Catania.
E proprio in Sicilia è arrivato il primo inciampo. infatti lo spettacolo, in un primo momento annunciato al Palacatania, una struttura imponente in grado di ospitare cinquemila persone, è stato spostato nel più piccolo Teatro Metropolitan, con una capacità di 1780 posti e dove, ieri sera, erano ancora disponibili diversi biglietti.
Un avviso sui siti di acquisto online avvertiva gli spettatori: «A causa di esigenze tecniche lo spettacolo è stato spostato al Teatro Metropolitan. I biglietti già acquistati in prevendita restano validi e non sono rimborsabili; potranno essere ritirati con la nuova assegnazione direttamente presentandosi al botteghino il giorno dello spettacolo, da un’ora prima dell’inizio».
I prezzi non sono popolarissimi… poltronissima I Settore euro 33, II Settore euro 26, III Settore euro 20. Ma, diciamolo, nemmeno inavvicinabili.
Il tour prosegue a il tre aprile al Palapartenope di Napoli, il cinque al Palarossini di Ancona e via via attraverso Milano, Bologna, Padova, Firenze fino al «gran finale» di Roma, il 14 aprile, al Palalottomatica.
I biglietti, per il momento, non sembrano essere un problema, tranne a Milano, dove, al Linear4ciack, non ci sono posti disponibili, ma si invita a riprovare.
La presentazione del tour parla di un mostro che si aggira per l’Europa…
«Si chiama euro. Chi lo ha frequentato è finito spesso in miseria. Interi Stati sono diventati debitori di una banca, la Bce. Se non paghi, al posto del mafioso, arriva la Troika, che è molto peggio».
E ancora: «L’Europa politica si è trasformata in un incubo finanziario. Le nostre vite, dal mutuo della casa, alla caccia al cormorano, sono decise altrove da funzionari sconosciuti. Un’Europa surreale, comica, insostenibile che nessuno ha mai raccontato».
E che naturalmente racconterà Beppe Grillo, a trenta euro a biglietto.
Ma qualche ammiratore del Beppe nazionale alza le spalle e dichiara che non andrà allo spettacolo: «È un comizio a pagamento».
Antonio Angeli
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
E FORZA ITALIA VA IN PROFONDO ROSSO
Se tollera ormai pochissimo dirigenti e parlamentari forzisti, è anche perchè li considera sanguisughe attaccate ai suoi conti bancari personali.
Ma adesso basta, tuona Silvio Berlusconi anche in questi giorni.
«Io per le Europee non firmo più un assegno – è sbottato – Hanno passato il tempo a litigare tra loro anzichè impegnarsi a trovare quattrini».
Uno sfogo che prende spunto dal nuovo regime che archivia il finanziamento pubblico. E l’emergenza è dietro l’angolo, come gli ha fatto notare Denis Verdini, dato che per una buona campagna per le Europee occorrerebbe 20-30 milioni di euro. Chi metterà mano al portafogli?
Forza Italia è rinata con la kermesse del 16 novembre 2013 e risulta già zavorrata da 72 milioni di disavanzo ereditato dai bilanci precedenti e dall’eredità Pdl.
Per coprire quei rossi l’ex Cavaliere ha già firmato fideiussioni per 87 milioni di euro. Una storia che si ripete.
Ancora nel 2013, per saldare i debiti del “fu” Pdl, staccava assegni per 14,8 milioni. Ecco perchè ha perso le staffe quando Sandro Bondi, amministratore forzista, Gregorio Fontana, responsabile tesseramento, e l’uomo dei conti Rocco Crimi gli hanno portato l’elenco dei parlamentari che da tempo non versano più la quota da 800 euro mensili.
Praticamente tutti i deputati e senatori.
Un buco che solo nell’anno della legislatura appena iniziata ammonterebbe già a 1 milioni di euro.
E pochissimi hanno versato i 25 mila euro che sulla carta erano necessari per potersi candidare alle Politiche 2013.
Sono partite quindi in batteria decine di lettere di “recupero credito” in stile Equitalia per recuperare in alcuni casi fino a 50 mila euro.
«Caro amico/ a – è l’incipit della missiva a firma Bondi – dalla verifica effettuata risulta che il credito nei Tuoi confronti ammonta ad Euro…»
Si ricorda il «dovere morale» verso il movimento, quindi si prega «di voler provvedere al più presto al saldo residuo dei Tuoi versamenti».
Stavolta i 68 deputati e 60 senatori forzisti non avranno scampo, archiviati i tempi in cui la “Tv della libertà ” gestita da Michela Vittoria Brambilla poteva accumulare un buco da 800 mila euro (coperti dalle casse di Forza Italia) che poi ne ha determinato la chiusura a fine 2012.
«Conto di chiudere il bilancio Pdl in pareggio, quando a luglio ci arriverà l’ultima tranche di finanziamento pubblico, benchè dimezzata, da 5-6 milioni» spiega Maurizio Bianconi, tesoriere del partito sciolto.
«Resta il problema dei dipendenti, ridotti da 80 a una trentina, speriamo di risolvere in maniera indolore ».
È la crisi che bussa anche alle porte del Palazzo, ammette il tesoriere, «perchè noi partiti produrremo pure merda, ma siamo a tutti gli effetti aziende».
Berlusconi non sente più ragioni, vuole che i suoi si diano da fare, ora che la nuova legge, oltre a cancellare il finanziamento pubblico, fissa anche un tetto a quello privato da 100 mila euro.
Due le strade studiate a Palazzo Grazioli in molteplici riunioni avute in queste settimane.
La prima porta al tesseramento. Gregorio Fontana ne è il responsabile nazionale: «Quindici giorni fa il presidente ha lanciato con una lettera sul sito l’operazione. Iscriversi al Pdl costava 10 euro, noi pensiamo che l’adesione a Fi non possa essere svilito da una somma così irrisoria, vogliamo persone che ci credano e si impegnino. Avremo tre categorie di iscritti: il volontario azzurro che contribuirà con un minimo di 50 euro, il socio sostenitore, da 100 a 500 euro, e il benemerito, da 500 in su. Subito dopo – continua il deputato lombardo – saranno convocati i congressi locali per eleggere i coordinatori».
Partito leggero ma soldi veri.
E i club? «Anche i presidenti e i loro direttivi avranno l’obbligo di iscriversi al partito – conclude Fontana – ed è la conferma che non vi è alcuna divaricazione tra noi e loro ».
E poi c’è la seconda via, che passa per il rastrellamento di finanziamenti privati.
La responsabile Fundraising è Daniela Santanchè.
«Ho appena consegnato il progetto nelle mani di Berlusconi – racconta – Abbiamo fatto un gran lavoro con Antonio Palmieri, responsabile Internet: a giorni partirà il sito dedicato alla raccolta fondi, ci ispiriamo al modello Obama, con varie tipologie di contribuzione ».
Poi, ogni eletto nazionale o locale avrà un budget ideale da raccogliere, spetterà a lui darsi da fare.
In cantiere, anche aste su Ebay per inviti a cena con politici forzisti.
La buona riuscita, coi venti di antipolitica che imperversano, sarà tutta da dimostrare.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
LA STORIA DI ANA DAMIAN, LA MIGLIOR VENDITRICE DI ASPIRAPOLVERI
Questa è una storia di aspiranti, di aspirazioni, di aspirapolvere. 
E’ la storia di Ana Damian, che nel 2012 ha venduto 1.510 apparecchi: sposata, con due figlie, vive a Parma ed è stata incoronata regina del porta a porta durante la «Festa nazionale della vendita», l’evento che la Folletto dedica ogni anno ai migliori agenti, svoltasi ad aprile del 2013 a Lisbona.
Sere fa, a palazzo Grazioli, davanti ai coordinatori marchigiani di Forza Italia, Silvio Berlusconi racconta di aver sentito parlare di Miss Folletto, una ragazza arrivata dalla Moldavia, diventata la miglior venditrice italiana di aspirapolvere dopo mille difficoltà .
La storia è vera, non è tratta da Sole a catinelle, il film di Checco Zalone.
Sì perchè anche Checco è un grande venditore di aspirapolvere. Rifila elettrodomestici a tutto il suo parentado: con i soldi delle commissioni compra a rate oggetti lussuosi e conduce una vita oltre le proprie possibilità . Ma il parentado finisce e cominciano i guai.
Non per Ana che passa di casa in casa, prende appuntamenti, piazza la merce.
E poi quel nome: Miss Folletto. Come Miss Muretto, come Miss Corsetto.
A Silvio sono venuti in mente gli anni della gioventù, gli anni da venditore, gli anni dei grandi colpi.
I suoi nemici quando vogliono schernirlo dicono di lui: è il più grande piazzista d’Italia, i club Forza Silvio ricalcano il modello delle vendite porta a porta.
Silvio vede la foto di Miss Folletto sull’iPad del sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo. Cribbio, è anche bella! Chiamarla? Farla entrare nelle fila di Forza Italia per togliere un po’ di polvere al partito? Invitarla a palazzo Grazioli?
Berlusconi ha un attimo di tentennamento, quel tanto che gli permette di inserire la retromarcia: è una bella figliola ma non posso contattarla perchè chi mi sta accanto non me lo permetterebbe mai.
Chi mi sta accanto si chiama Francesca Pascale, gelosa custode del corpo del capo.
La Pascale dev’essere di quelle che per togliere la polvere sotto i mobili antichi usano il robot, come nel film di Zalone, e il vecchio aspirapolvere lo sistemano nella galleria d’arte contemporanea.
La favola insegna che i folli e i folletti sono straordinarie specie quando aspirano, a qualcosa.
Aldo Grasso
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Marzo 29th, 2014 Riccardo Fucile
UN GRUPPO DI EX AN CHIEDE L’IMMEDIATA SOSPENSIONE DELLA DELIBERA CON CUI LA FONDAZIONE HA DATO IN AFFITTO IL SIMBOLO ALLA MELONI
Fermate quel simbolo. Cinque esponenti dell’allora Alleanza nazionale hanno presentato un ricorso al tribunale ordinario di Roma per chiedere l’immediata sospensione della delibera con cui la fondazione An ha affidato l’uso del logo del partito sciolto cinque anni fa a Fratelli d’Italia.
Si tratta di cinque esponenti pugliesi della formazione politica e tutti e cinque fanno riferimento a quell’area politica che fu di Pinuccio Tatarella.
E fa un certo effetto perchè Tatarella di certo non avrebbe fatto salti di gioia nel vedere le diatribe a cui sono arrivati i big (e non solo) della (fu) destra.
Se ne occuperà la storia, la cronaca ora se la vede con un atto presentato dall’avvocato Roberto Ruocco, consigliere regionale Pdl-Fi, e con lui dagli altri consiglieri pugliesi berlusconiani Nicola Marmo e Pietro Lospinuso e dagli esponenti locali Domenico Damascelli e Dario Damiani.
L’atto si poggia su due elementi fondamentali.
Il primo ricorda che dopo lo scioglimento del partito, tutti i beni confluirono in una fondazione e che «la decisione di costituire una fondazione scaturiva dall’esigenza di non aprire in futuro controversie sull’eredità politica e sull’uso del nome e del simbolo da parte di minoranze eventualmente dissidenti».
Si ricorda che le finalità della fondazione An «sono la conservazione, tutela e promozione del patrimonio politico e di cultura storica e sociale che è stato proprio, fino alla sua odierna evoluzione, della storia della destra italiana, e, segnatamente, del partito politico Alleanza nazionale, oltre che dei movimenti ed aggregazioni politiche e sociali, che ad essa hanno dato causa o contributo ideale».
«Consegue, quindi – si legge ancora nel ricorso -, che la cessione, se pur limitata nel tempo, da parte della fondazione del simbolo e della denominazione del “partito politico Alleanza nazionale”, ad essa conferiti per il raggiungimento delle finalità , ad altri soggetti perchè se ne servano nel contingente politico ed elettorale, da cui, sciogliendosi e costituendo una fondazione, An si è voluta sottrarre, costituisce, oltre che un depauperamento di suoi elementi identificativi, una palese violazione delle finalità di “conservazione, tutela e promozione del patrimonio politico e di cultura storica” di Alleanza nazionale».
A riprova del rischio depauperamento si portano alcuni numeri.
Il partito allora guidato da Fini alle ultime elezioni in cui si presentò con il suo simbolo, le politiche 2006, raccolse il 12,34%, mentre Fratelli d’Italia alle politiche 2013 ha toccato l’1,95%.
«Il che – scrivono i ricorrenti – significa che oltre l’85% dell’elettorato che fu di Alleanza nazionale non si riconosce nel FdI (che, peraltro, conta nella sua esigua base anche aree di provenienza diversa)».
Il secondo elemento fondamentale riguarda la votazione dell’assemblea della fondazione An del 14 dicembre scorso, quando venne approvata la mozione Meloni-La Russa-Alemanno con cui appunto vene ceduto il logo del partito ormai defunto a Fratelli d’Italia.
Anzitutto, rilevano i ricorrenti, non era stata iscritta all’ordine del giorno visto che in quella sede si discusse del “piano generale delle attività e dei risultati della gestione e della conduzione amministrativa della fondazione, nonchè gli obiettivi che la stessa si propone di conseguire, i relativi strumenti e tempi di attuazione”.
«Inoltre – è scritto nel ricorso – è stata approvata alla presenza di soli 292 partecipanti su 1.206 aventi diritto».
Nell’atto vengono annotati altri aspetti che tuttavia possono essere considerati accessori. Per esempio il fatto l’assegnazione riguardava il simbolo e non anche la scritta Alleanza nazionale.
Oppure il fatto che sono stati ascoltati, dall’ufficio di presidenza, un numero esiguo di dirigenti.
«Basta leggere il verbale delle audizioni dell’inventato ufficio di presidenza “allargato” per verificare che nessuna indagine (necessaria, secondo la mozione, prima di concedere il simbolo) di quelle previste è stata seriamente svolta.
Va evidenziato, a tal proposito, che sono stati “auditi” (solo) 21 ex dirigenti di An, di cui solo parte favorevoli (vicini od in avvicinamento a Fratelli d’Italia) a concedere a FdI il simbolo.
Alcuni altri, a nome del Comitato promotore del “Movimento per Alleanza nazionale” addirittura hanno diffidato gli organi della Fondazione a concedere il simbolo.
Il rappresentante di Fli (il partito fondato da Gianfranco Fini che all’elezioni politiche ha raccolto quasi la metà dei voti raccolti da FdI) si è espresso negativamente».
Anche qui, a supporto di questa tesi (ovvero della scarsa rappresentanza dei dirigenti ascoltati) si portano numeri: «Di fronte a quei 21 “auditi”, in parte favorevoli ed in parte contrari, va ricordato che Alleanza nazionale, però, contava (dati 2005) ben 188.000 iscritti, oltre 500 dirigenti nazionali (congresso 2002) e migliaia di dirigenti locali. Per Alleanza nazionale hanno votato nel 2006 ben 4.706.654 elettori».
Del caso se ne occuperà il tribunale.
Quel che è sicuro è che il mondo dell’ex An continua a non trovare pace.
Fabrizio dell’Orefice
(da “il Tempo“)
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