Destra di Popolo.net

“IO SUPER PRECARIO, PIU’ DI VENTI CONTRATTI E QUINDICI MESTIERI, ORA LASCERO’ L’ITALIA”

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

UNA STORIA COME QUELLA DI TANTI GIOVANI IN MANO ALLA FLESSIBILITA’ TANTO CARA A RENZI

Ha guidato le ambulanze, ha fatto l’operaio metalmeccanico, distribuito i volantini dei supermercati nelle cassette della posta.
Ha cercato di convincere la gente a comprare una certa marca di surgelati, l’anno prima a stipulare una certa polizza assicurativa.
Ha fatto l’operatore sanitario in una Rsa e poi a domicilio da un pensionato.
La lista dei lavori è lunga e varia. L’ultimo impiego è quello di netturbino, il penultimo quello di scrutatore al seggio elettorale: tre giorni pagati, servono pure quelli.
Lo “zelig” dei precari, si chiama Stefano Giambastiani, vive a Borgo a Mozzano, un paesino in provincia di Lucca: a 33 anni può contare su una quindicina di mestieri e una ventina di contratti, tutti a tempo determinato, racconta lui.
Di un giorno, due mesi, di tre, un due più due e anche un tre più tre.
La matematica declina il lavoro negli orizzonti stretti della crisi: «A volte sembra di avere davanti un muro. Mandi il curriculum, rispondi agli annunci di lavoro e, niente. Il telefono non squilla, nessuno ti cerca, nessuno ti risponde, nemmeno via mail che è così poco. Ti viene l’ansia…».
Ad aprile scorso, quando è rimasto per qualche mese disoccupato ha scritto una lettera al Tirreno , rubrica “Sportello lavoro”: «comincio ad essere stanco di questa situazione…».
Stefano, cosa pensa uno come lei dell’articolo 18?
«Io non l’ho mai avuto e sinceramente ho perso la fiducia nella politica…».
Perchè?
«Perchè il problema di chi governa dovrebbe essere di mettere al centro di tutto l’occupazione, di mettere il Paese nelle condizioni di tornare a creare lavoro. Di cosa viviamo altrimenti?».
Lei sta sperimentando tutta la fatica di cercarlo, il lavoro.
«Io e tante altre persone. Perchè volete intervistare me? Non sono un caso isolato, siamo in tanti in questa situazione, guardatevi in giro».
Ora ha un lavoro a tempo determinato.
«Si, faccio l’operatore ecologico, ho un contratto in scadenza fra pochi giorni che potrebbe essere rinnovato, ma anche no, non so…».
E’ stato spesso così negli ultimi tempi?
«Ho avuto pure contratti di un giorno, mi hanno chiamato tre volte dall’agenzia interinale per andare a fare l’inventario in un supermercato. Tre contratti che cominciavano e finivano nella giornata. Ho un’amica che lavora in un supermercato e le fanno il contratto dal lunedì al sabato».
Stefano lei ha studiato? E’ diplomato?
«Sono perito aziendale, ho fatto ragioneria con l’indirizzo linguistico. Ma poi ho frequentato corsi per avere diverse qualifiche e aumentare le possibilità  di intercettare un lavoro: dall’assistente alla distribuzione in biblioteca, all’organizzatore di eventi turistici, all’operatore sociosanitario. Ho preso la patente C per guidare i camion più il Cqc merci, la patente per i taxi e pure quella per il muletto, non si sa mai. Mi do da fare, continuo a credere che prima o poi mi sistemerò ».
Quanti contratti a termine ha avuto?
«Non li ho contati, ma credo più di venti».
Come si sente ogni volta che arriva la scadenza del contratto?
«Guardi che oggi nella stragrande maggioranza dei casi funziona così: quando uno comincia, ti dicono che il tuo lavoro finisce il giorno x e tu sai che il giorno x sei fuori. Punto. Inutile coltivare delle speranze, ti danno subito delle certezze. Comunque io sono fra quelli fortunati perchè il lavoro in qualche modo lo trovo».
Le hanno mai offerto un contratto a tempo indeterminato?
«Mai, però spero di arrivarci. Mi sono dato una scadenza, se non ho un contratto almeno annuale entro il 2015 vado all’estero ».
Ci è mai stato all’estero?
«Sì, a Londra quando ero molto giovane e speravo di vivere con la musica. Lì ho fatto il promoter per dei locali e le pulizie in casa di una famiglia inglese».
E’ sposato? Ha figli?
«Sono fidanzato».
Vive da solo o convive con la sua fidanzata?
«Scherza? Non posso. Per fortuna ho una famiglia alle spalle che mi aiuta. Vivo con i miei genitori. Sono economicamente indipendente ma con vitto e alloggio pagato, così metto via qualche risparmio per il futuro».
Le pesa tutto questo?
«Coltivo il sogno di potermi permettere una casa in affitto. Le sembra un grande sogno? Per me lo è…».
E’ vero che ha fatto lavori molto diversi, dal carpentiere, all’operaio in una cartiera, all’aiuto infermiere?
«Sono flessibile, ci dobbiamo adattare al mercato che c’è altrimenti il rischio è di stare a casa sul divano. Ho fatto un calcolo».
Quale?
«L’altra volta che sono rimasto disoccupato per 4 mesi ho mandato in giro più di 400 curriculum, diventa un lavoro il cercare lavoro e quando ti chiamano, presentarsi al colloquio, chiedersi ogni volta “come sono andato?” e ogni volta pensare che ricominci da capo. E che comunque sei fortunato, perchè tu ricominci e altri no».

Laura Montanari
(da “La Repubblica”)

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HONG KONG, LA SFIDA DI OCCUPY CENTRAL: “GOVERNO SI DIMETTA O ASSALTEREMO I PALAZZI DEL POTERE”

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

LA RIVOLTA DEI GIOVANI CONTRO IL REGIME COMUNISTA…LA MOGHERINI? NON PERVENUTA

Ultimatum degli studenti di Hong Kong al capo del governo CY Leung.
Chiedono le dimissioni entro la mezzanotte di domani o minacciano nuove e aggressive forme di protesta.
Il messaggio a Chun-ying Leung   è stato lanciato dai portavoce delle due principali organizzazioni studentesche del territorio in una conferenza stampa tenuta ad Admirality, una delle aree del centro occupato dalla scorsa settimana dai manifestanti. Lester Shum della Federazione degli studenti di Hong Kong e Agnes Chow di Scholarism hanno aggiunto che se il “chief executive” non si dimetterà , i giovani occuperanno una serie di edifici pubblici. Leung ha dichiarato più volte di non avere alcuna intenzioni di lasciare la sua carica.
Più determinati che mai, i manifestanti di Hong Kong restano mobilitati per la giornata di oggi, festa nazionale cinese, sordi agli inviti del governatore e delle autorità  di Pechino ad abbandonare la protesta. Neanche una notte di piogge intense, con tanti ombrelli aperti stavolta non per ripararsi dal sole o dai gas urticanti ma dall’acqua, ha convinto gli studenti a lasciare le strade.
Dalla mattina i manifestanti si sono diretti verso la piazza Golden Bauhinia, un sito storico e simbolico dove poi si è svolta la cerimonia ufficiale per commemorare il 65esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, con un importante schieramento di polizia.
Alle celebrazioni hanno preso parte numerose autorità  del partito comunista e il capo dell’esecutivo di Hong Kong, Leung Chun-Ying. Al loro arrivo sono stati sommersi dai fischi e dalle grida degli studenti.
In Cina sono stati arrestati decine di sostenitori della protesta di Hong Kong.
Il partito comunista ha inasprito la censura sui social network per impedire ai cittadini cinesi di informarsi sulla protesta in corso nell’ex colonia britannica in vista delle elezioni del 2017.
Secondo quanto affermato dalla Ong China human rights defenders (Chrd) “un certo numero di cittadini cinesi sono stati vittima di rappresaglie” per aver esaltato la lotta degli studenti
Senza fare esplicito riferimento alle manifestazioni il governatore ha invitato gli abitanti dell’ex colonia britannica a “lavorare mano nella mano per realizzare il sogno cinese”.
“Ci auguriamo – ha continuato – che tutti i settori della società  lavorino con il governo in modo pacifico, legale, razionale e pragmatico”, per far avanzare il “nostro processo costituzionale”, ha continuato Leung prima di brindare in onore di Zhang Xiaoming, il rappresentante di Pechino a Hong Kong.
Intano il segretario di Stato americano John Kerry ha detto di voler discutere dell’attuale crisi politica a Hong Kong con il suo collega cinese Wang Yi, nel corso di un colloquio previsto per oggi al dipartimento di Stato.
Mentre anche i vescovi hanno annunciato che scenderanno in piazza. “Crediamo nel dialogo. Ma se il governo non ci sta, allora possiamo fare una richiesta più forte, occupando la parte centrale della città , disturbando gli affari di Hong Kong, lo sappiamo bene, purtroppo. E ci potrebbero essere delle perdite economiche. Ma forse a quel punto ci ascolteranno”, ha detto a Repubblica il cardinale Joseph Zen, 82 anni.
Le manifestazioni sono iniziate per protestare contro la riforma elettorale.
La Cina, alla quale il Regno Unito ha restituito Hong Kong nel 1997, ha annunciato che il futuro capo dell’esecutivo locale sarà  sì eletto a suffragio universale nel 2017, ma che solo due o tre candidati, selezionati da un comitato, potranno presentarsi alle elezioni.
Quale sia il punto di vista del governo italiano non è dato sapere: come sempre il pensiero della Mogherini non è pervenuto.

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VIOLENTATE NEL SILENZIO DEI CAMPI A RAGUSA: IL NUOVO ORRORE DELLE SCHIAVE RUMENE

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

CINQUEMILA DONNE LAVORANO NELLE SERRE DELLA PROVINCIA SICILIANA, VIVONO SEGREGATE IN CAMPAGNA E SUBISCONO OGNI GENERE DI VIOLENZA SESSUALE…UNA REALTA’ FATTA DI ABORTI, FESTINI E IPOCRISIE: TUTTI SANNO, MA NESSUNO INTERVIENE

«Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima no. Quella non possono toccarmela». Alina mi indica un locale in mezzo alla campagna. «Lì dentro succede tutte cose possibili».
È uno dei pochi edifici che interrompe la serie infinita di serre. Il bianco dei teli di plastica va da Acate a Santa Croce Camerina. Siamo a Sud di Tunisi, terra rossa e mare azzurro che guarda l’Africa.
Siamo nella “città  delle primizie”, uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia. Il centro di un sistema produttivo che esporta in tutta Europa annullando il tempo e le stagioni.
Gli ortaggi che altrove maturano a giugno qui sono pronti a gennaio. Un miracolo chimico che ha ancora bisogno di braccia.
I tunisini arrivarono già  negli anni ’80, a frontiere aperte. Le dune di sabbia, il clima rovente, le case cubiche più o meno incomplete ricordavano la nazione di provenienza.
Hanno contribuito al miracolo economico della provincia — l’oro verde – e poi sono stati sostituiti senza un grazie.
Dal 2007 arrivano nuovi migranti che lavorano per metà  salario. I rumeni. E soprattutto le rumene. Nell’isolamento della campagna sono una presenza gradita. Così è nato il distretto del doppio sfruttamento: agricolo e sessuale.
Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”.
«Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».
La solidarietà  è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà  tra i rumeni, e la loro mentalità  omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».
«Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura si bloccherebbe», dice all’Espresso Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria.
«C’è una buona integrazione, ma la violenza sulle donne è un peso sulla coscienza di tutti. Un fenomeno disgustoso, anche se in regressione».
Giuseppe Scifo della Flai Cgil spiega che allo sfruttamento lavorativo si aggiunge la segregazione. Per questo è stato avviato il progetto “Solidal Transfert”, un pulmino che permette di spostarsi senza dipendere dai padroni. «Ho conosciuto rumeni che non erano mai stati in paese», dice.
Uno squillo
«Se sei abituato dalla Romania, qui non è tanto più pesante», spiega Adriana con un sorriso. Non è facile crederci ascoltando la storia di Luana, quaranta anni. I due figli l’hanno raggiunta dopo il suicidio del marito in Romania. Lavora in una serra sperduta nelle campagne di Vittoria, vive in un casolare fatiscente nei pressi. La scuola è difficile da raggiungere a piedi. Il tragitto è lungo e pericoloso per due bambini soli. Il padrone è un signore di Vittoria. Si offre generosamente: «Li accompagno io». La sua non è una richiesta disinteressata.
In piena notte la chiama. Chiede se i bambini si sono addormentati. Le dice di raggiungerlo sotto un albero. Anche il padrone vive lì, a due passi. Con la moglie e un figlio. Luana teme soprattutto le minacce dell’uomo, ha paura per i bambini. A volte si nega. Lui subito minaccia. «Non li porto più a scuola. Niente acqua da bere. Neanche a te. Qui c’è caldo e l’acqua che diamo alle serre è avvelenata. Vuoi andare al supermercato? È molto lontano».
Luana sopporta tutto. Persino quando lui perde la testa e la minaccia con la pistola. Ma quando dice che non porterà  più i bambini a scuola, condannandoli all’isolamento più assoluto, pensa che può bastare. Decide di fuggire.
Di notte prepara la valigia, prende i bambini per mano. Luana è stata accolta e protetta nel centro di accoglienza dell’associazione “Proxima”.
È inserita nei programmi destinati alle vittima di tratta. Come se fosse una storia di prostituzione. Si tratta invece di lavoratrici che producono ortaggi. Quelli che tutti compriamo al supermercato. Dopo un mese ha deciso di andare via. Ora lavora nuovamente nelle serre. Sfruttamento estremo significa anche mancanza di alternative.
Lontano da Seva
La storia di Luana è stata raccolta da Alessandra Sciurba, ricercatrice dell’Università  di Palermo.
Perchè le donne accettano queste condizioni? «In genere sono consapevoli di quello che le aspetta. Ma lo fanno per tenere unita la famiglia». Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio quindi fare la contadina che la badante. Per questo ci sono nelle serre tante mamme rumene coi bambini. «Possiamo parlare di un estremo esercizio del diritto all’unità  familiare».
Le rumene vengono da Botosani, una delle zone più povere del paese. Anche lì lavoravano in campagna. «Non potevo stare lontana da Seva, sono troppo attaccata», dice Adriana.
Sciurba spiega che le rumene possono essere definite bread winner. Sono le prime a partire. I mariti, se arrivano, arrivano dopo.
Intanto gli italiani diventano padroni della loro vita e della loro morte. Sono padroni in tutti i sensi. Le rumene hanno una “considerazione inferiorizzata” di tutti gli uomini: tunisini, rumeni, italiani. «Qualunque cosa possono farci, loro sono niente», conferma Adriana.
Un’altra storia raccolta da Sciurba è quella di Cornelia e Marco.
Cercavano una situazione tranquilla. Una serra dove portare la bambina e un padrone che tiene le mani a posto. Hanno trovato un lavoro vicino Gela. Dieci ore al giorno, pochi soldi e in nero. La “casa” è una stanza spoglia nel magazzino. «Ma non devi guardare mia moglie», ha chiarito Mario al padrone.
Va bene, ha risposto lui. Anche perchè c’è un’altra rumena, sposata, che assecondava le sue voglie. Il marito fa finta di niente per non perdere il lavoro.
Nella serra ci sono cani da guardia molto aggressivi. Sono addestrati per sorvegliare e controllare i lavoratori. Un giorno un dobermann azzanna Cornelia e la bimba, ferendo gravemente alla coscia la piccola. «Ci sono voluti quasi 100 punti», dice mostrando la gambetta della bimba. «Io la tenevo in braccio e ho cercato di proteggerla ma è stato impossibile fermare il cane».
Arrivano i carabinieri, il padrone dice che l’animale passava per caso. Intanto il dobermann viene nascosto. La rumena che ha una relazione col padrone conferma. Cornelia e Marco devono ricevere ancora 5000 euro. Denunciano l’uomo. La bambina dovrà  essere sottoposta a intervento chirurgico per fare in modo che il muscolo possa svilupparsi correttamente.
Almeno i due non pagavano l’affitto. C’è anche chi chiede fino a 300 euro al mese per un rudere. «Ci sono abitazioni piccole e senza infissi», rivela una ricerca condotta dall’“Associazione per i diritti umani”. «I buchi nel soffitto fanno passare l’acqua piovana. Le mura sono erose dall’umidità . Proliferano i miceti, con conseguenti patologie come l’asma in soggetti, soprattutto in tenera età , prima perfettamente sani. Il tutto nel totale disinteresse del locatario».
Nella zona sono intervenuti sia Emergency che Medici Senza Frontiere.
Come fosse una zona di guerra e non un distretto produttivo. Spesso gli operatori affermano che certe cose (letti di cartoni, cucine col fornelletto a gas, magazzini adattati ad abitazione) non le hanno viste nemmeno in Africa.
L’anima non me la toccano
È il più spaventoso dei metodi contraccettivi. Vittoria è il primo comune in Italia per estensione delle coltivazioni plastificate e per numero di aborti in proporzione al numero di abitanti. Va avanti così da anni.
Spesso le rumene sono giovanissime. Arrivano in ambulatorio accompagnate da uomini, in genere italiani ma a volte anche tunisini e albanesi. «Restano sedute con lo sguardo fisso a terra e gli uomini parlano al posto loro», racconta un’operatrice dell’Asl.
«Anni fa un tunisino mi ha portato tre ragazze rumene, tutte incinta, per farle abortire. Parlavano poco. Quando sono rimasta sola con loro mi hanno detto di lavorare nelle serre di cui lui era proprietario».
«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poichè tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”.
Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge.
Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».
L’uomo cacciatore
Per le vittoriesi la colpa è delle rumene. Sono loro a tentare il maschio siciliano, per sua natura focoso. C’è una fortissima rivalità  tra donne. L’“uomo cacciatore”, ovviamente, è orgoglioso delle “conquiste”. Vantarsi di queste cose dentro le serre è normale. Molto complessa la figura del marito rumeno, a volte presente anche lui in serra. Sa e non sa, vede e non vede. Se non accetta la situazione, è il primo a essere cacciato.
Di fronte a certi orrori lo sfruttamento sul lavoro passa quasi in secondo piano.
Anche se significa salari da dieci euro al giorno, temperature di fuoco sotto i teloni, veleno che può rovinare i polmoni, la pelle, gli occhi. Per non parlare delle “fumarole”. Quando di notte bruciano piante secche e fili di nylon, di mattina si soffoca.
Così si produce l’ortofrutta che troviamo in tutti i supermercati.
«Abbiamo circa 3000 aziende agricole di piccola e media dimensione», spiega il sindaco Nicosia.
«È la più grossa espressione dell’ortofrutta meridionale, oltre che il mercato è il più importante d’Italia di prodotto con confezionato».
Nel 2011 risultavano regolarmente registrati 11845 migranti, una stima di quelli che lavorano nelle serre oscilla tra 15mila e 20mila.
Migliaia di schiavi che ci permettono di mangiare ortaggi fuori stagione.

Antonella Mangano
(da “l’Espresso”)

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TFR IN BUSTA PAGA, SERVE SOLO ALLO STATO PER INCASSARE PIU’ TASSE E A RENZI PER SPACCIARSI DA BENEFATTORE

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

RENZI PROMETTE I SOLDI DEGLI ALTRI, DUBBI SU TASSE E SOSTENIBILITA’… PER L’INPS UN BUCO DA TRE MILIARDI

Per il premier Matteo Renzi è deciso. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan frena, a dir poco, spiegando che “è un tema in discussione, siamo soltanto a questo livello”.
Certo è che l’ipotesi di mettere nelle buste paga dei lavoratori dipendenti del settore privato il 50% del Tfr maturato, con il risultato di appesantirle di 50-100 euro al mese a seconda dello stipendio lordo iniziale, suscita più di un interrogativo.
A parte i dubbi sulla natura dell’intervento (“Sono soldi dei lavoratori, nessuno racconti che siamo di fronte a degli aumenti salariali”, ammonisce la leader Cgil Susanna Camusso) e sulla sua lungimiranza (riassunti dalla efficace metafora del giuslavorista ex Pdl e oggi Ncd Giuliano Cazzola, secondo il quale ”sarebbe come usare delle banconote da 100 euro al posto della carta igienica“) e le proteste delle imprese, che dovrebbero dire addio a risorse preziose con cui oggi finanziano investimenti, le perplessità  riguardano soprattutto la sostenibilità  della trovata per il sistema della previdenza pubblica e privata e il trattamento fiscale.
L’ostacolo dei conti Inps
Sul primo fronte, come ricorda un editoriale di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti sul Corriere della Sera, “mettendo il Tfr in busta paga all’Inps verrebbero a mancare tre miliardi l’anno”.
Ovvero la metà  dei 6 miliardi che l’istituto incassa ogni anno sotto forma di flussi di Tfr dei dipendenti privati.
In più “i fondi pensione potrebbero contare su meno risorse e la previdenza integrativa continuerebbe ad avere vita stentata”.
Infatti altri 5,2 miliardi finiscono proprio nelle casse dei fondi (mentre circa 14 si fermano nelle casse delle piccole e medie imprese).
Tradotto: le pensioni, sia quelle garantite dal sistema pubblico sia quelle complementari, il famoso “secondo pilastro”, sarebbero a rischio.
L’ipotesi di un intervento delle banche
A meno che, come propone l’economista Stefano Patriarca su lavoce.info, non intervengano le banche a finanziare l’anticipo.
Renzi ha ipotizzato che ”l’Abi, l’associazione delle banche, possa dare i soldi che arrivano dall’Europa, quelli che chiamiamo i soldi di Draghi, alle piccole imprese per garantire liquidità “ (ma la sola ipotesi di dover ricorrere al credito ha già  fatto insorgere le pmi).
Secondo Patriarca, che evidenzia anche l’opportunità  di rendere facoltativa la scelta se ricevere o meno l’anticipo, un meccanismo simile si potrebbe mettere in campo per evitare il “buco” nei conti dell’istituto di previdenza: “L’anticipo verrebbe operato dal soggetto finanziario e nulla muterebbe per l’Inps”.
Tutto però si fonda sull’ipotesi che gli istituti siano disponibili a concedere prestiti a un tasso di interesse calmierato, pur senza rischi perchè la potenziale insolvenza dei destinatari sarebbe coperta da un apposito fondo assicurativo presso l’Inps.
Il nodo del fisco e le entrate aggiuntive per lo Stato
Ma passiamo al fisco. Quando viene erogato alla cessazione del rapporto di lavoro, come avviene normalmente, il Tfr è soggetto a tassazione separata e agevolata.
Se quei soldi verranno dati subito, anzichè alla fine del percorso professionale, a quale aliquota saranno soggetti?
Cumularli con il resto dello stipendio equivale a dire che il lavoratore dovrà  versare al fisco l’aliquota Irpef corrispondente al suo scaglione di reddito.
Superiore alla tassa agevolata. Ma su questo aspetto basterebbe un intervento tecnico che stabilisca lo scorporo della quota.
Che potrebbe arrivare in tasca al lavoratore anche in un’unica tranche annuale, come una specie di quattordicesima, tassata di meno rispetto alla normale busta paga.
Quel che è sicuro, in ogni caso, è che il risultato sarà  un aumento immediato delle entrate per lo Stato, che incasserà  subito le imposte sul Tfr anzichè dover attendere che i dipendenti, di anno in anno, concludano i loro rapporti di lavoro.
“Nell’ipotesi di un’adesione all’anticipo in busta paga del 50 per cento dei lavoratori il gettito sarebbe di quasi 3 miliardi”, scrive Patriarca. (Non) pochi, maledetti e subito. Anche qui, tutta questione di lungimiranza.
La beffa del bonus
Ultimo appunto: chi ha un reddito annuo poco sotto i 26mila euro, attuale tetto massimo per ricevere il bonus Irpef di 80 euro introdotto dal governo lo scorso aprile, sommando anche il Tfr rischia di superare la soglia e ricevere solo l’anticipo ma non più il bonus.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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TAGLI AL PARLAMENTO? PURE IL QUESTORE DICE CHE SONO FINTI

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

SCAGLIONATO SU QUATTRO ANNI, IL TETTO DEI 240.000 EURO IN REALTA’ SI RIFERISCE ALLO STIPENDIO NETTO, NON AL LORDO… RIMANE L’AUMENTO AUTOMATICO DEL 2,5% ANNUO

All’annuncio nel luglio scorso i dipendenti della Camera avevano protestato con forza, tanto da suscitare l’ira di Laura Boldrini.
Ieri il famoso taglio degli stipendi, con l’adeguamento al tetto dei 240 mila euro come per tutti i dipendenti pubblici, è finalmente arrivato.
Il vento della spending review soffia anche sul Palazzo.
Ma per alcuni si tratta di una bufala. Soldi che escono dalla porta per rientrare dalla finestra.
Il nuovo tetto delle retribuzioni di Montecitorio sarà  di 240 mila euro per i consiglieri; 166 mila per documentaristi, ragionieri e tecnici; 115 mila per i segretari; 106 mila per collaboratori tecnici; 99 mila per collaboratori e assistenti.
Un’operazione che, secondo la Boldrini, porterà  a un risparmio in quattro anni di 60,15 milioni a Montecitorio e 36,76 a Palazzo Madama per un totale di 97 milioni di euro.
“Abbiamo preso una decisione senza precedenti”, esulta il presidente della Camera. Le retribuzioni del Palazzo, infatti, sono altissime.
Basti pensare che un semplice barbiere a Montecitorio può guadagnare 120 mila euro, mentre il segretario generale arriva a 480 mila.
Ma anche in questa riforma c’è l’inghippo.
Il tetto dei 240 mila, infatti, non tiene conto degli oneri previdenziali e delle indennità  di funzione. Netto invece che lordo, quindi.
Se invece vengono compresi, ecco che la cifra sale a 360 mila.
I tagli inoltre saranno scaglionati su quattro anni, quindi la riforma avrà  piena applicazione nel 2018.
Non cambia, infine, l’aumento del 2,5 per cento annuo automatico, che non ha pari in nessun’altra categoria professionale.
“I tagli sono modesti. La situazione emergenziale del Paese avrebbe richiesto più coraggio. Peccato, perchè era una buona occasione per accorciare la distanza siderale tra il Paese reale e le istituzioni”, afferma Stefano Dambruoso, deputato questore di Scelta civica, che si è astenuto. Ma Dambruoso ha fatto di più.
Calcolatrice alla mano, ha dimostrato come un consigliere parlamentare con questi tagli nel 2015 avrà  una retribuzione di 360 mila euro.
Anche i grillini protestano. “È una riforma truffaldina, il taglio è un falso, un’illusione ottica”.

Gianluca Roselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SALLUSTI, FORMIGONI E I “RENZIANI” DELL’ALTRA SPONDA

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

UN CONTRAPPASSO SPIETATO, NON C’E’ PIU’ UNA SINISTRA, MA DUE CENTRODESTRA: E ORA CON CHI PRENDERSELA?

Un fantasma si aggira per gli studi televisivi: si chiama Alessandro Sallusti e somiglia all’uomo che ricordavamo, ma non sembra più lui.
È stanco e spento. Per nulla convinto di quello che dice.
Per carità , gli capitava anche prima, ma la passione nel difendere posizioni improponibili era — se non proprio autentica — vibrante.
Ora che si trova non più a supportare Berlusconi ma a incensare Renzi, come un Menichini qualsiasi, ne soffre. Comprensibilmente.
Lo si è visto giovedì a Servizio Pubblico e lunedì a Piazzapulita.
Quando gli dicono che è ormai più renziano dei renziani, non prova neanche più a difendersi: prende, incarta e porta a casa, da persona (quando vuole) intelligente e arguta qual è.
Lunedì sera, ospite di Corrado Formigli, ha implorato gli elettori di votare Forza Italia, non perchè ci sia ancora qualcuno che creda in Berlusconi (neanche Sallusti arriva a tanto) ma per un imprecisato “bisogno di rendere il centrodestra abbastanza forte da condizionare Renzi e liberarlo dal ricatto dei D’Alema”.
Sallusti è il primo a sapere che la realtà  è esattamente opposta, sia perchè D’Alema ormai non conta nulla (anzi: più attacca Renzi, più lo rafforza) e sia perchè il Pd è pressochè perfettamente coincidente con il centrodestra.
Berlusconi o Verdini non hanno bisogno di “condizionarlo”, perchè la sintonia è totale o quasi.
Siamo ben dentro i Sepolcri: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi”. Berlusconi è Renzi e Renzi è Berlusconi.
Infiniti i punti di contatto, dal programma (legge elettorale, riforma del lavoro, non-riforma della giustizia, distruzione della Costituzione) alla tecnica elettorale (slogan, promesse, bugie, circondarsi di yesmen e vestali, insistere sul “quasi 41 percento che ci ha votato”).
Sallusti è conscio che, al momento, di lui non c’è bisogno. E ne soffre.
Sempre a Piazzapulita , il sindaco di Firenze Nardella ha sostenuto che, finora, la sinistra italiana ha avuto una grande colpa: quella di essere stata troppo di sinistra. Doppio delirio, perchè la sinistra questo dovrebbe fare e perchè in Italia non lo ha fatto quasi mai.
Mentre Nardella parlava, esponenti di Forza Italia e imprenditori ieri berlusconiani e oggi renziani ribadivano che “la rivoluzione culturale di Renzi” (stessa immagine usata nel ’94 con Berlusconi) è stata quella di appropriarsi di quasi tutto il programma del centrodestra.
Ecco perchè non c’è più bisogno di Berlusconi: perchè ce n’è già  uno più   efficace e giovane di lui.
I renziani fanno bene a rivendicare la capacità  attrattiva che esercitano sull’elettorato altrui: il problema non è calamitare i voti degli ex berlusconiani, ma come li si calamita.
Se si è disposti a copiarne il programma, ci si trova davanti al paradosso attuale: non la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, ma la coincidenza di due centrodestra.
E — come unica alternativa — un movimento di opposizione che combatte battaglie giuste ma non sa comunicare quello che fa (M5S).
Ormai i più grandi sostenitori di Renzi sono i Sallusti e i Formigoni, e c’è da capirli: Renzi, godendo dei favori di quasi tutta l’informazione italiana perchè non indossa la maglia dei “cattivi” ma dei “buoni”, può ottenere tutto quello che non ha ottenuto Berlusconi.
Nanni Moretti gridò che “con questa classe dirigente non vinceremo mai”: ora che ha vinto, sarebbe bello domandargli come si sente (e se ne è valsa la pena).
L’ulteriore paradosso è che questa “sinistra” più a destra della destra, al punto che ormai la Fornero in confronto pare il subcomandante Marcos, imbarazza più i berlusconiani dei piddini.
I secondi, al di là  di qualche bizza irrilevante civatiana, tutto ingoiano. Di contro i primi, se per certi versi godono, avvertono comunque il loro essere periferici.
Il Capo è all’angolo e i sondaggi piangono: i berluscones si trovano così costretti ad accucciarsi ai piedi dei renziani, scodinzolando a comando delle Picierno.
Un contrappasso spietato, che non si augura a nessuno.
Gli siamo vicini.

Andrea Scanzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RENZI PROMETTE CENTO EURO (NON SUOI) E VA ALLA PIAZZA CONTRO PIAZZA

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

IL 25 OTTOBRE, CON I SINDACATI A SAN GIOVANNI, PRESIDIA LA LEOPOLDA A FIRENZE

“Ci hanno anche risolto il problema di chi ci fa la manifestazione contro mentre facciamo la Leopolda”. Così Matteo Renzi che si fa intervistare da Ballarò nel cortile di Palazzo Chigi, il giorno dopo la direzione del Pd.
E va al frontale con Susanna Camusso. Un’altra promessa: “Cento euro in busta paga dal recupero del Tfr”.
E la leader Cgil derubrica “un altro annuncio roboante”. Mentre promette un autunno caldo: “Non è finita qui”, dice.
E giura al Jobs act “una strada costellata dalla mobilitazione”.
La contrapposizione fisica oltre che ideologica è in programma per il 25 ottobre: manifestazione sindacale a Roma a San Giovanni, a Firenze la Leopolda renziana.
Un po’ l’altro partito, l’altra direzione, l’altro popolo. E via di questo passo. “Ho grande rispetto per i sindacati. Ma dov’erano negli anni in cui si creava il precariato e i diritti dei ragazzi venivano cancellati? Tornano in piazza ora? Bene! Viva! Che bello! Ma io nel frattempo non mollo”.
C’è da giurare che le esclamazioni di giubilo del presidente del Consiglio siano sincere.
Ieri, Confindustria attraverso il Sole24 ore, gli ha fatto qualche rilievo sulle modifiche votate in direzione all’articolo 18: il reintegro previsto per motivi disciplinari produrrebbe una riforma “annacquata” per gli elementi di incertezza introdotti alle imprese.
“Se D’Alema non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Tutte le volte che parla guadagno un punto nei sondaggi”, dice, non a caso, Renzi.
E in effetti, senza l’attacco in direzione del Lìder Maximo e di Bersani alla fine sarebbe risultato evidente che il premier una mediazione comunque l’ha fatta, mentre invece è passato esattamente il messaggio che lui voleva trasmettere: l’asfaltamento dell’articolo 18.
I nemici a Renzi non dispiacciono. Ma è anche alla ricerca di amici: tant’è vero che sabato va ad Assisi, per le celebrazioni di San Francesco, con tanto di discorso alla nazione. La Chiesa è meglio non averla contro.
La Camusso comunque tiene aperto un fronte caldo, proprio il giorno dopo le divisioni di una minoranza dem, che stenta a trovare una linea politica.
E che a Palazzo Madama, dove il jobs act è alla prova dell’aula, avrebbe pure i numeri per contare.
Non per niente, l’inizio delle votazioni è slittato da oggi alla settimana prossima: si cerca una mediazione.
Ma poi, Renzi vuole chiudere per mercoledì notte. E la fiducia è un’ipotesi che sale.
Il governo sulla Carta ha 167 voti. Ma l’incognita sono 30-40 senatori del Pd.
In 38 hanno firmato degli emendamenti (Magda Zanoni, dei “giovani turchi” ritirerà  la firma).
Al netto di questi, ci sono circa 25 bersaniani e una decina tra civatiani (Ricchiuti, Albano, Casson, Mineo, Lo Giudice, Tocci) e dissidenti spuri (come Corsini e Dirindin). Che faranno?
Ieri mattina in Senato c’è stata la riunione del gruppo dem.
Nessun voto, mentre il capogruppo Zanda annunciava un “possibile emendamento del governo” alla legge delega. Toni bassi.
“A nessuno gliene importa niente del merito”, racconta chi c’era. Ognuno cerca di capire come si metterà .
Non a caso sia Vannino Chiti (il portabandiera dell’opposizione alla riforma costituzionale), che il bersaniano Gotor o Casson parlano di aperture positive e di ricerca di una mediazione.
La palla comunque è al governo. “Terremo conto di tutta la nostra ampia maggioranza”, spiega il vice segretario Pd, Guerini.
Perchè Ncd non è proprio contenta di come la direzione ha indicato la strada.
E poi, il governo vuole evitare che il licenziamento disciplinare diventi una variabile troppo ampia: dunque, bisognerà  capire come scriverlo.
La strada più semplice per trattare con la minoranza, ovvero recepire alcuni emendamenti, potrebbe non essere quella da percorrere.
Se la mediazione è troppo complicata il governo metterà  la fiducia. Con la promessa di modificare qualcosa alla Camera e tenendosi le mani libere per inserire le cose vere nei decreti attuativi.
Il più ribelle di tutti, Civati: “Allora servirà  una valutazione politica. Perchè far cadere il governo potrebbe essere disastroso. Ma sia chiaro che mettere la fiducia è una sconfitta di Renzi”.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BERLUSCONI SPEGNE LA RIVOLTA DENTRO IL PARTITO: «SE MATTEO AVRÀ BISOGNO DI NOI CI SAREMO»

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

“POTREMMO ESSERE DETERMINANTI A COSTO DI SPACCARE IL PARTITO”

«Se Matteo avrà  bisogno di noi, ci saremo, inutile girarci intorno».
Per tutto il giorno Silvio Berlusconi catechizza deputati e senatori che lo vanno a trovare a Palazzo Grazioli, al suo rientro a Roma.
Gli chiedono lumi, c’è chi vorrebbe trascinarlo sulle barricate. E a leggere le bordate che fin dal mattino lo stato maggiore spara contro Renzi e la sua apparente «retromarcia » sul Jobs Act (l’apertura al reintegro in caso di ingiusto licenziamento per ragioni disciplinari) sembra che la linea di Forza Italia sia cambiata.
Che il partito si prepari a votare no in aula la prossima settimana.
Giovanni Toti via tweet: «Riforma del lavoro, tanto rumore per nulla? E intanto i giovani disoccupati aumentano».
Mentre il capogruppo al Senato, Paolo Romani, avverte: «Se il testo sarà  snaturato saremo costretti a desistere». E poi Brunetta: «Diremo no alle prese in giro». E Fitto: «Renzi annacqua il Jobs Act».
Ma le apparenze ingannano. Berlusconi non la pensa così. Complice il lavorio ai fianchi per tutto il giorno di Gianni Letta e Denis Verdini, la linea tiene.
«Se il pd dovesse compattarsi al suo interno e i nostri voti dovessero semplicemente aggiungersi ai loro, a quel punto non avremmo alcun interesse » è stato il ragionamento in privato dell’ex Cavaliere.
Ma se il quadro dovesse cambiare, se Forza Italia dovesse risultare decisiva anche per un solo voto, allora la situazione si capovolgerebbe.
«A quel punto, noi ci saremo, a costo di spaccare il partito» dice sicuro Berlusconi.
E infatti, in serata, a Porta a Porta, il ragionamento del capogruppo Romani vira su posizioni concilianti: «Noi non siamo tornati indietro, se l’iter seguirà  i termini che noi ci auguriamo, continueremo a esserci».
Berlusconi, in visita alla Biennale dell’antiquariato a Palazzo Venezia, non ne vuol parlare. Su tanto altro invece, tra una scultura e un quadro, va a briglia sciolta.
Come quando saluta Gianni Alemanno tra gli espositori e gli sussurra all’orecchio: «So che hai avuto in Consiglio comunale qualche casino per quella storia di Francesca Pascale (il registro dei diritti civili, ndr), ecco, tu lasciala perdere» ammicca sorridendo, salutandolo con una pacca sulla spalla.
Il leader forzista ne ha anche per l’amico premier turco Erdogan: «Sta facendo passi indietro terribili, dal laicismo spinto all’islamismo», racconta a un espositore in partenza per la Turchia.
A chi gli mostra un quadro con figure femminili Berlusconi si ritrae: «Basta, io donne non più».

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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L’ASINERIA AL POTERE E I RENZINI RICICLATI

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

“NULLA E’ PIU’ TERRIBILE DELL’IGNORANZA ATTIVA DI CHI VUOLE DIMOSTRARE OGNI GIORNO DI ESSERE GIOVANE E NUOVO”

Per dire come siamo ridotti, ci tocca pure dar ragione a D’Alema: Renzi parla di cose che non conosce, confidando nel fatto che non le conosca nessuno, grazie alla collaborazione straordinaria dei tg e dei giornali.
Sulla giustizia dice che in “20 anni di derby ideologico fra berlusconiani e antiberlusconiani” non s’è fatta una sola riforma: invece se ne sono fatte 120, con i bei risultati a tutti noti; e lui prepara la 121esima, degno coronamento delle altre 120. Sull’abolizione delle elezioni per il Senato dice che “se ne parla da trent’anni”, mentre nessuno — a parte Gelli nel Piano di Rinascita del 1976 — ne aveva mai parlato nè sentito il bisogno.
Sulle Province dice “le abbiamo abolite”, invece s’è limitato a cambiare loro il nome, ad abolire le elezioni e a moltiplicare le poltrone.
Sull’articolo 18 dice che è “vecchio di 44 anni”: invece è stato riformato due anni fa, quando lui era contrario.
Dice pure che “D’Alema ha avuto la fortuna di governare quando c’era la crescita: è allora che bisognava riformare il mercato del lavoro”.
Infatti fu riformato con la legge Treu del 1997, con la Maroni-Sacconi del 2003 e con la Fornero del 2012: col risultato di moltiplicare i precari e i disoccupati che lui, perseverando sulla stessa strada, vorrebbe ridurre.
La cialtroneria, il pressappochismo, l’ignoranza crassa e la menzogna sistematica per nascondere le tracce sono i tratti distintivi di questa “nuova” classe politica che dà  lezioni alla “vecchia guardia”.
E, come diceva Goethe, “nulla è più terribile dell’ignoranza attiva” tipica di chi vuol dimostrare ogni giorno di essere giovane e nuovo.
Per dirne una: lo sapevano e lo scrivevano tutti che l’avvocatessa Teresa Bene non aveva i titoli per entrare al Csm: non è docente ordinario e non ha 15 anni di professione forense.
Ma l’han votata lo stesso: ieri è stata cacciata perchè ineleggibile. Un figurone.
Renzi, almeno, conserva un punto a suo favore: quando la vecchia guardia faceva danni, lui non c’era.
Ma i nove decimi dei suoi renzini, riciclati dell’ultima o penultima ora, c’erano e facevano danni anche loro.
Eppure fanno i bulli con la stessa sua protervia nuovista, manco fossero nati ieri.
Sentite questa: “Non credo che un dirigente del Pd dovrebbe provare imbarazzo a stare vicino a metalmeccanici che difendono il proprio lavoro e i propri diritti solo perchè qualche estremista passa di lì”. È di Matteo Orfini quand’era ancora dalemiano e spiegava “perchè sarò in piazza con la Fiom”.
Era il 22 febbraio 2012 e la Fornero si accingeva a una riforma dell’art. 18 molto più blanda di quella annunciata da Renzi col consenso di Orfini (ma non della Fornero, che li scavalca entrambi a sinistra).
Oggi Orfini annuncia: “Se ci sarà  una manifestazione della Cgil, la guarderò in tv, il sindacato ha la colpa di essersi voltato dall’altra parte”.
Lui invece ha cambiato verso, ma soprattutto poltrona: presiede il Pd renziano.
Nel 2002 Cofferati portò 3 milioni di lavoratori al Circo Massimo contro B. che voleva levare l’articolo 18.
E a spellarsi le mani c’era Piero Fassino: “Sull’articolo 18 il governo ha fatto una sciocchezza” urlava, eccitatissimo per la “manifestazione serena e compatta di un grande movimento di opposizione”.
Per Paolo Gentiloni, “la straordinaria manifestazione di Roma non è in contrasto col nuovo riformismo”.
Non poteva mancare Enrico Morando, ora viceministro dell’Economia e gran tifoso di Renzi contro l’articolo 18, come pure Gentiloni e Fassino.
Ieri Roberto Giachetti contava quanti giorni han governato Bersani, D’Alema, Bindi e altri antirenziani, dimenticando quanti giorni han governato i neorenziani: “Sono stati al governo migliaia di giorni e ancora pontificano e propongono soluzioni miracolose come se non avessero mai potuto mettere alla prova i loro messaggi salvifici”.
Vuoi vedere che Giachetti è appena atterrato da Marte?
Può essere, semprechè sia solo omonimo del Giachetti che dal ’93 al 2001 fu il braccio destro di Rutelli al Comune di Roma, poi 13 anni fa entrò alla Camera per non uscirne più: prima Margherita, poi Ulivo, infine Pd. E ancora pontifica.
Perchè Renzi è come il Dash: lava più bianco.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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