Destra di Popolo.net

I RISCHI CHE SI NASCONDONO DIETRO IL CONTRATTO A TUTELE CRESCENTI

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

GOVERNO E SINDACATO BATTANO UN COLPO: LICENZIARE DOPO SEI MESI DIVENTEREBBE UN AFFARE PER LE IMPRESE

Non saranno le grandi manifestazioni, ma gli atti concreti, a sconfiggere il precariato. Per questo, è un bene che anche Renzi vada al di là  degli slogan e dica cosa vuol fare concretamente con la legge delega su cui è orientato a chiedere la fiducia anche alla Camera.
Paradossalmente sia i volantini della Cgil per la manifestazione di sabato che molti interventi alla Leopolda hanno perorato la causa del contratto a tutele crescenti che dovrebbe rappresentare l’asse portante delle politiche di stabilizzazione del precariato.
Ma, a quanto pare, tra Roma e Firenze si sono scontrate due concezioni molto diverse di questo contratto e di queste tutele crescenti.
Bene che gli italiani e non solo gli iscritti al Pd siano messi al corrente dei termini della tenzone e possano valutare cosa vuol fare il governo e cosa propone il sindacato maggioritario a riguardo.
Fondamentale fare in fretta in questa opera di “sdoganamento” perchè il tempo a disposizione è davvero molto poco: il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti dovrà  vedere la luce entro Natale per beneficiare dei potenti sgravi contributivi previsti dalla legge di Stabilità .
Se non godrà  di questi sgravi rischia di non decollare affatto perchè verrà  spiazzato dai contratti a tempo determinato, quelli che il decreto Poletti varato ai primi atti del governo Renzi, ha reso una specie di periodo di prova di tre anni.
Al tempo stesso, gli effetti della manovra sull’occupazione rischiano di venire fortemente ridimensionati da una mancata approvazione entro fine anno del Jobs Act. I datori di lavoro aspetteranno di sapere quanto avviene ai contratti di lavoro, prima di procedere a nuove assunzioni.
Presumibilmente stanno già  agendo in questo modo e avremo un calo delle assunzioni a novembre e dicembre e un picco a inizio anno, ma solo a Jobs Act approvato.
Le sorti della legge di Stabilità  e del cosiddetto Jobs Act sono perciò strettamente intrecciate, per certi aspetti indissolubili.
Eppure la discussione parlamentare dei due provvedimenti procederà  su binari separati, in diversi rami del Parlamento (il Jobs Act andrà  alla Camera, la legge di Stabilità  andrà  prima alla Camera e poi al Senato) e in commissioni distinte (Bilancio e Lavoro).
Fondamentale invece che il confronto parlamentare sui due provvedimenti proceda in modo coordinato alla luce dei chiarimenti che il governo deve dare circa le sue effettive intenzioni sul Jobs Act.
Paradossale se la Camera fosse chiamata a votare a occhi chiusi un testo ultragenerico quando in realtà  il governo avrà  già  predisposto un decreto attuativo con misure molto specifiche sulla materia più spinosa, quella che riguarda i costi dei licenziamenti dai contratti a tempo indeterminato.
Il coordinamento nell’iter parlamentare dei due provvedimenti è necessario non solo per una questione di metodo.
Il fatto è che, alla luce della legge di Stabilità , c’è un rischio non piccolo di rendere il nuovo contratto a tempo indeterminato una nuova forma di lavoro precario, anzichè una misura di stabilizzazione dei rapporti di lavoro.
Infatti la manovra introduce sgravi contributivi molto forti, tali da ridurre di circa un terzo il costo del lavoro per l’impresa.
Questi sgravi, a differenza del contratto che li sorregge, non sono a tempo indeterminato, ma scadono tutto d’un colpo, tre anni dopo l’avvio del contratto.
Il Jobs Act, invece, dovrebbe permettere alle imprese di licenziare un lavoratore pagando una somma stabilita per legge e gradualmente crescente nell’anzianità  aziendale, senza discontinuità .
Se il modo con cui questa tutela monetaria cresce all’aumentare dell’anzianità  aziendale dovesse essere inferiore agli sgravi contributivi, c’è un rischio non indifferente di alimentare un carosello di lavori temporanei sui contratti a tempo indeterminato.
Prendiamo il caso di un lavoratore assunto col nuovo contratto a tempo indeterminato e supponiamo che le tutele che il governo è intenzionato a introdurre comportino un mese di indennità  all’anno in caso di licenziamento, oppure due giorni e mezzo per ogni mese passato in azienda con quel contratto.
Al termine dei primi sei mesi, il datore di lavoro potrà  licenziare il dipendente pagando 15 giorni di retribuzione e assumere un altro lavoratore che costa due mesi di retribuzione in meno di chi se ne è andato (essendo che il conteggio dei tre anni parte 6 mesi più tardi).
In altre parole, se i costi crescenti dei licenziamenti dovessero essere di molto inferiori a un terzo della retribuzione sin lì ricevuta dal dipendente, il rischio di queste sostituzioni non è da escludere, soprattutto in mansioni che hanno un forte grado di stagionalità .
È perciò fondamentale affrontare i due provvedimenti in modo coordinato, magari rendendo gradualmente decrescente la decontribuzione oppure rafforzando il modo con cui le indennità  monetarie crescono al passare del tempo oppure ancora imponendo il requisito dell’addizionalità , vale a dire che l’azienda che utilizza gli sgravi debba aumentare l’occupazione anzichè sostituire chi era già  assunto.
Quel che è certo è che questi intricati dettagli (ci scusino i lettori!) non sono materie da piazze e da convegni. Ma sono maledettamente importanti.
Speriamo che tra chi ci governa e chi rappresenta i lavoratori prevalga perciò il senso di responsabilità  e la voglia di confrontarsi su questioni molto concrete.
Il tempo per le adunate dei sostenitori è scaduto questo fine settimana.

Tito Boeri
(da “La Repubblica”)

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MORETTI, PICIERNO, PAITA: LE DONNE CHE NON AIUTANO LE DONNE

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

L’INFORMATA DEL NUOVO POTERE PD: MA QUESTE DONNE FANNO DAVVERO BENE ALLE DONNE?

Ma queste donne fanno bene alle donne? Finalmente la politica non è più solo cosa da uomini. Nelle aule del potere dovrebbero trovare voce la sensibilità , la ricchezza emotiva e una visione della vita equilibrata, che gli uomini talvolta non hanno
Eppure viene il timore che le quote rosa si traducano spesso in poltrone rosa. Lasciamo perdere il centrodestra dove la selezione è stata talvolta guidata da manie e patologie dei capi.
Leggi le ultime notizie — l’infornata di governatrici o aspiranti tali del Pd — e il dubbio si alimenta.
Capocordata è stata Debora Serracchiani; abbandonato il piglio da pasionaria, Serracchiani ha occupato ogni poltrona libera sul suo cammino. A volte due per volta. Era parlamentare europea e ha mollato la carica per diventare governatrice del Friuli. Ora, come se non le bastasse, è anche nella segreteria Pd.
In fondo, c’è di peggio. Che dire di Alessandra Moretti, altra regina dei talk show? Nel 2013 approda alla Camera. Passa un anno e molla tutto per presentarsi alle europee. Ora si vuole candidare a Governatore del Veneto, quasi che i 230.188 voti per Bruxelles fossero carta straccia. Nel frattempo da bersaniana è diventata bandiera di Renzi. W la coerenza.
E Pina Picierno che alcuni nel Pd – forse lei stessa – vorrebbero alle regionali della Campania? Non importa che milioni di italiane abbiano un curriculum più ricco del suo. Che — altro fulgido esempio di coerenza — sia stata definita demitiana, franceschiniana, bersaniana, lettiana prima di ritrovarsi sul carro dei vincitori.
Non importa nemmeno che, pure lei, dovrebbe mollare l’impegno assunto a Bruxelles (224.003 voti). Una nuova Casta sostituisce la precedente.
Completa la carrellata Raffaella Paita, candidata unica del Pd alle regionali in Liguria. Paita è una politica di professione che non ha praticamente altro curriculum. In compenso vanta titoli che dovrebbero indurre molte cautele: assessore alla Protezione Civile nei giorni dell’alluvione, è scomparsa mentre Genova affondava nel fango.
Non solo: è moglie del presidente del Porto di Genova, due poltrone chiave sotto lo stesso tetto. E ancora: a sostenerla si è mosso quel che resta del potere scajoliano, soprattutto legato alla Curia genovese.
Il peggio che ha condotto la Liguria allo sfacelo. Ma non importa: Paita va candidata, per volere del Sultano (Burlando).
Sono le donne per prime che si devono indignare perchè queste signore non le rappresentano.
Non rappresentano le tante manager delle imprese; le madri che, senza poltrone garantite, si dividono tra famiglia e lavoro; le ricercatrici costrette a emigrare; le volontarie che in Africa combattono l’Ebola.
È una grave mancanza non avere donne in politica.
Ma non è molto meglio avere donne scelte dagli uomini.
E con i loro stessi difetti.

Ferruccio Sansa
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PURA RAZZA LEOPOLDA, LA LOTTIZZAZIONE NASCE QUI

Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile

NON SOLO EVENTO MEDIATICO: UN NETWORK CHE OCCUPA AZIENDE PUBBLICHE E MINISTERI CHE HA PRESO IL POSTO DEL MANUALE CENCELLI

Che cos’è la Leopolda?
Non esiste una Leopolda . Esistono tante Leopolde, almeno quant i sono i volti di Renzi: flessibile, liberista, solidale, socialista.
Non è un congresso di partito, non è un raduno di corrente, non è un workshop sul lago.
La Leopolda è una purissima rappresentazione mediatica, in cui anche un respiro rimbalza sulla rete e diventa immediatamente streaming, tweet, selfie, evento, Alessandro Baricco e Oscar Farinetti, ma è anche il momento in cui il popolo di Renzi si fa di carne e di sangue: volti, voci, mani che si toccano, aria viziata che si respira tutti insieme.
La Leopolda è, soprattutto, una classe dirigente che aspira a restare al vertice per decenni.
La sola cresciuta in Italia dopo l’epoca dei partiti di massa, i comitati civici della Dc e le Frattocchie del Pci, e la Seconda Repubblica della Publitalia di Silvio Berlusconi, ma tutta costruita in casa, in un vuoto di rappresentanza.
Razza Leopolda, la nuova razza padrona. Dall’assalto al cielo all’establishment.
Dalla rottamazione all’occupazione. Dalla lotta al governo, anzi, alla poltrona. Dall’uno contro tutti, come appariva Renzi appena due anni fa, al tutti per uno, com’è nel 2014, quando nella Roma dei palazzi è diventato impossibile trovare un emergente o un aspirante, o un consumato gattopardo, che non si dichiari preventivamente renziano.
Una rete di amicizie. Un gruppo di influencers passato in pochi mesi dalle web community riservate su whatsapp alla gestione di ministeri, enti pubblici, banche. Quello che non si vede, quel che resta nell’ombra mentre la Leopolda esalta il carisma comunicativo di Renzi.
Il premier che si fa chiamare Matteo (Matteo-uno-di-noi) predica e pratica la disintermediazione, ovvero l’annichilimento, o almeno il superamento, dei corpi intermedi, dai sindacati alla Confindustria ai giornali, il rapporto diretto tra il popolo e il leader, ma riempie lo spazio vuoto di nuovi mediatori: le lobby, sempre più sganciate dai tradizionali riferimenti politici, e la cordata che si è formata in quattro anni di Leopolde.
La modernità  dei mezzi, delle strategie di persuasione, coinvolgimento, partecipazione, consenso.
La velocità , l’informalità , la struttura a rete, che fa della Leopolda, ancora più del Movimento 5 Stelle, la versione politica di Facebook.
Un gigantesco social network, senza gerarchie, almeno in apparenza. Che negli ultimi otto mesi, da quando Renzi ha conquistato Palazzo Chigi, convive con l’antica materialità  del potere, da conquistare e da spartire secondo le regole di sempre.
La fedeltà  e l’obbedienza al Capo.
«Lo schema è molto semplice», spiega uno dei mediatori, alla frontiera tra la politica e l’economia, neppure tanto desideroso di auto-definirsi renziano «perchè tanto tutti giurano di esserlo».
«Basta vedere come sono stati composti i consigli di amministrazione nell’ultima infornata di nomine. La presidenza spetta a una donna, per simboleggiare la novità . In ogni cda c’è un uomo della Leopolda che deve fare da sentinella, uno vicinissimo al premier e un amministratore delegato che gli deve la promozione».
Una nuova forma di lottizzazione rispettata alla lettera. La regola aurea del nuovo potere. Non più il manuale Cencelli. Il manuale Leopolda.
All’Enel, infatti, sorveglia per conto del premier l’avvocato Alberto Bianchi, silenziosa eminenza grigia del renzismo, presidente della fondazione Open che organizza e cura la Leopolda e raccoglie i fondi per l’evento: il vertice del cerchio magico del premier, con il sottosegretario Luca Lotti, il ministro Maria Elena Boschi, la madrina dell’evento, fu qui che fece il suo esordio in pubblico nel 2011, l’amico di sempre Marco Carrai.
Nel cda di Finmeccanica c’è Fabrizio Landi, alla Leopolda tre anni fa parlava del crollo dei salari medi e bassi, di crescita disuguale e delle difficoltà  dei quarantenni ad aprire un’impresa, oggi affianca Mauro Moretti ai vertici dell’azienda.
In Eni nel cda c’è l’aretina Diva Moriani, che lavorava a Intek con Vincenzo Manes, finanziatore della fondazione Open, ma anche l’economista Luigi Zingales, che fu la star dell’edizione 2011 della Leopolda, applauditissimo con la sua requisitoria: «L’Italia è governata dai peggiori. L’80 per cento dei manager dichiara che la principale strada per arrivare al successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà  e obbedienza, la competenza arriva solo quinta».
Parole sante, chissà  che ne pensa Marco Seracini, inserito nel collegio sindacale dell’Eni, già  revisore dei conti nel comune di Rignano dell’Arno (dove vive la famiglia di Renzi) e presidente del collegio sindacale della srl Stazione Leopolda.
Una doppia garanzia che lo ha portato con Renzi sindaco di Firenze a presiedere l’azienda cittadina di servizi alla persona Montedomini.
Nel curriculum vanta anche l’associazione NoiLink, il prototipo di tutte le fondazioni renziane (Big Bang prima e Open poi).
Alle Poste il manuale Leopolda è doppiamente rispettato.
Nel cda c’è la fiorentina Elisabetta Fabri, amica del premier, presidente della catena alberghiera Star Hotels, ma il vero leopoldino della prima ora è Alberto Campo dall’Orto, autentico guru degli incontri renziani: «Chi sono le persone che ispirano i giovanissimi?», si chiedeva nel 2011.
«Le ricerche dicono: gli amici, il papà , la mamma». Non molto originale, ma pazienza, nella classifica mancava Renzi, l’amico influente che nei prossimi mesi potrebbe portarlo in viale Mazzini come direttore generale della Rai.
L’unica azienda che ancora non è stata travolta dal ciclone fiorentino, ancora per poco, si immagina
Nel cda delle Ferrovie c’è la romana Simonetta Giordani, lobbista di lungo corso come responsabile relazioni istituzionali della Società  Autostrade e poi sottosegretaria alla Cultura nel governo Letta, ma chissà  se questo curriculum sarebbe bastato per ottenere l’incarico.
Serviva anche un intervento alla Leopolda, edizione 2011: «Il motore del successo sono le persone, le donne», disse in quell’occasione, a Renzi piacque molto.
Nel cda delle Ferrovie è stato nominato anche l’avvocato fiorentino Federico Lovadina, consigliere delegato dell’azienda di trasporti urbani di Firenze Ataf, lui non si è mai esibito sul palco Leopolda, ma in compenso il suo studio legale è in via Scipione De’ Ricci a Firenze, dove ha sede anche l’avvocato Francesco Bonifazi, deputato renziano e tesoriere del Pd, l’uomo che deve far quadrare il fund raising del partito rimasto senza finanziamento pubblico.
Nomi sconosciuti al grande pubblico, al pari di Cosimo Pacciani, nell’account twitter si firma CosmayDamiano e si presenta «born in Florence. Londoner by destiny», dirigente della gestione rischi della Royal Bank of Scotland, oggi all’European Stability Mechanism (Esm), il fondo europeo salva-Stati.
Vive da sedici anni a Londra, non deve nulla a Renzi, anzi, è uno dei pochi che possono vantare un credito nei confronti del premier: fu lui, di quattro anni più grande, a spingere Matteo alla carriera politica fin dai tempi della scuola cedendogli il posto di rappresentante di istituto al liceo Dante.
È una carta coperta, fa parte del giro stretto che conta ma non appare mai. Unici interventi pubblici gli immancabili tweet («Qui un tempo era tutto un 101, poi è diventato tutto 40,8 per cento ed ora è al 2,9»: dai franchi tiratori di Romano Prodi al risultato di Renzi alle europee alla tentazione di sfondare i vincoli di bilancio europei) e, naturalmente, lo speech dal palco della Leopolda nel 2011: «La nostra classe dirigente non è credibile nel mondo. Dovremmo almeno essere governati da politici che parlano bene l’inglese».
E nessuno pensò all’epoca che potesse trattarsi di un attacco al futuro premier.
Geometrico quando si tratta di occupare gli spazi negli enti pubblici, il manuale Leopolda si fa più fumoso quando deve confrontarsi con i ministeri e con i palazzi romani.
Nella tre giorni dell’edizione 2014 i ministri del governo Renzi sfileranno e interverranno, «mi hanno garbatamente invitato a farlo», dice uno di loro, ma negli ultimi tempi il premier ha cominciato ad ammettere in privato che se oggi dovesse formare una nuova squadra molti di loro non sarebbero riconfermati.
Va riempita la casella degli Esteri lasciata libera da Federica Mogherini, per la Farnesina c’è l’ex diessina Marina Sereni, qualcuno vedeva bene nei giorni scorsi un nome a sorpresa, la deputata milanese Lia Quartapelle, 32 anni, ricercatrice dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).
Gli ultimi leopoldini al governo sono il piacentino Roberto Reggi, traslocato dal ministero dell’Istruzione all’agenzia del Demanio, e il napoletano Francesco Nicodemo, già  nella segreteria Pd, in arrivo nello staff di Renzi a Palazzo Chigi, leopoldino della prima ora, presente fin dalla prima edizione, novembre 2010, quando la kermesse doveva consacrare la leadership alla pari dei rottamatori Renzi e Pippo Civati.
«L’idea di Pippo per questo appuntamento è scrivere un vocabolario ideale…», aprì l’incontro l’allora sindaco di Firenze. Ma fu subito evidente che nel vocabolario renziano la leadership alla pari non esisteva, già  la prima sera Civati voleva mollare tutto. Matteo lo convinse a restare giurando che gli avrebbe lasciato fare l’intervento finale, invece prese la parola e parlò per più di un’ora, quando Civati concluse in molti avevano già  la valigia in mano.
Era lo stato nascente, ingenuo e disordinato.
I leopoldini erano in tutto simili ai ragazzi della loro età : un popolo di outsider, di non garantiti.
Si identificavano con Renzi che condivideva lo stesso problema: l’impossibilità  di essere preso sul serio da un mondo politico, economico e culturale immobile e sclerotizzato. Ora è il contrario, i ragazzi della Leopolda in dieci mesi hanno conquistato il Pd e poi il governo.
Sulle capacità  di Renzi nessuno scherza più. E la Leopolda sta facendo scuola, anche fuori dall’Italia, non solo nei partiti socialisti tradizionali.
A Madrid si è riunita l’assemblea di Podemos, il movimento che sta rottamando i dinosauri della politica spagnola.
Lo slogan era di Karl Marx («il cielo non si con ­qui ­sta con il con ­senso, ma con un assalto»), ma il resto sembrava copiato dal modello fiorentino, a partire dall’obiettivo: conquistare il centro. Della società , certo, perchè il centro politico è morto e sepolto.
La partita per i leopoldini sembra già  vinta, invece è solo all’inizio.
È in incubazione il grande contenitore, il Pd o come si chiamerà , in grado di inglobare sinistra e destra, annunciato dal premier con la modifica della legge elettorale, il premio di maggioranza da consegnare alla lista che arriva prima e non alla coalizione. Pronto all’uso in una tornata elettorale anticipata.
Ma la sfida è più ambiziosa: la costruzione di un nuovo partito-Stato, in grado di rappresentare la futura società  italiana.
La costruzione di un nuovo blocco sociale e di una classe dirigente che sogna di espandersi senza alternative.
Per i renziani vale lo slogan della Leopolda di qualche anno fa: «Il meglio deve ancora venire».
Un incubo per tutti gli altri.

Marco Damilano
(da “L’Espresso”)

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PICCOLI LEOPOLDI CRESCONO: ARRAMPICATORI E RAMPICANTI SONO TUTTI LI’

Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile

LE CONOSCENZE NON CONTANO PIU’, ORA CONTA SOLO LA CONOSCENZA: DI RENZI

Ciascuno nel tempo libero fa quel che gli pare, dunque nulla di male se Renzi passa un weekend a giocare alla Leopolda (i treni esercitano sempre un fascino speciale sui bimbiminkia) e a gingillarsi con garage, tavoli, slide e televendite varie.
Del resto si sa che è un bravo presentatore mancato: basta mettergli un microfono in mano e issarlo su un palco per trasformarlo in un teleimbonitore tipo Virgilio Degiovanni di Millionaire.
Semmai c’è da domandarsi che ci faccia su quel palco di corrente il bravo giudice Raffaele Cantone, commissario anticorruzione, invitato non come relatore di una conferenza o un dibattito sulle tangenti, ma come “testimonial” di non si sa che.
Quel che ci fa invece l’ex rifondatore comunista Gennaro Migliore, detto Jenny ‘o Brufolo, lo spiega lui stesso a Repubblica: lui ha “aderito” al corteo della Cgil, poi però gli è scappato di andare alla Leopolda perchè “in questa fase era giusto andare da Matteo”.
Non è neppure un caso di trasformismo o di opportunismo.
Il renzista convertito non deve manco aderire a un’idea (e quale?): solo parcheggiarsi per un po’.
Il disco orario indica la durata di questa fase. Poi, alla prossima, si sposta: sennò arriva il carro attrezzi. Alla Leopolda è tutto liquido, leggero, volatile.
Il pullman degli ex-post-comunisti fraternizza con i charter targati Cayman e Detroit. Renzi-Degiovanni chiama tutti per nome — Maria Elena, Graziano, Sergio (Chiamparino o Marchionne, è la stessa cosa), “vai Franchino!” — come Franca Valeri-Giulia Sofia in Totò a colori con gli esistenzialisti a Capri e l’orso bruno al guinzaglio.
E parla un po’ come B.: “Un milione in piazza con la Cgil? Io penso ai 60 milioni che stanno a casa”.
E un po’ come Gordon Gekko di Wall Street (con la differenza che Gekko finiva in galera): “Nel 2011 capii che l’Italia era un Paese scalabile”. Diciamo pure arrampicabile.
Arrampicatori e rampicanti sono tutti lì, spacciati dalla stampa sdraiata per “nuova classe dirigente”.
Diciamo pure vecchia cena di classe tra compagni di scuola, o di Leopolda.
L’alunno più cazzaro, quello che studia meno ma parla di più, impugna il microfono e presenta i filmini di tutto il meglio del quinquennio.
Con qualche pietosa bugia: tipo che “il Patto del Nazareno è un atto parlamentare” (ma in Parlamento nessuno l’ha mai visto), cosa buona e giusta perchè “Minzolini, Razzi e Scilipoti sono contrari” (il fatto che B., Verdini, Sallusti e Ferrara siano strafavorevoli è un titolo di merito).
E qualche penosa omissione: tipo il discorso di Luigi (nel senso del prof. Zingales) alla Leopolda 2011: “L’Italia è governata dai peggiori: l’80% dei manager dichiara che la prima strada per il successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà  e obbedienza, la competenza è solo quinta”.
Allora Matteo rincarò: “Noi vogliamo un’Italia fondata sul merito, sulla conoscenza e non sulle conoscenze”.
Infatti, come ricorda Marco Damilano sull’Espresso, ha piazzato all’Enel Alberto Bianchi, curatore delle Leopolde; a Finmeccanica Fabrizio Landi, leopoldista di tre anni fa; all’Eni Diva Moriani, braccio destro di un finanziatore della Leopolda, Marco Seracini, presidente del collegio sindacale di Stazione Leopolda srl e —ma tu guarda—Zingales (nel senso di Luigi); alle Poste Elisabetta Fabbri, albergatrice amica sua; alle Fs Simonetta Giordani, leopoldista annata 2011; al Demanio Roberto Reggi, amico suo; resta all’asciutto un altro leopoldiano doc, Sandro Campo Dall’Orto, ma si parla di lui come nuovo dg Rai.
Le conoscenze non contano più, adesso conta la conoscenza: di Renzi.
“E pensare che una volta, qui alla Leopolda, ci venivo in bici”, ricorda il commosso venditore. Ora ci torna in un tripudio di auto blu, super-scorte e unità  cinofile. Vengono in mente i versi con cui Ennio Flaiano canzonava Giovanni Russo: “Alle cinque della sera / sulla piazza di Matera / da una 1100 lusso / scende Giovannino Russo/ del Corriere della Sera. / Che carriera!”.
Sono soddisfazioni.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RENZI E IL MONDO CAPOVOLTO

Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile

LA SUA AZIONE PRODURRA’ EFFETTI OPPOSTI A QUELLI DA LUI IMMAGINATI

La capacità  di distinguere quello che ciascun individuo pretende di essere e ciò che realmente rappresenta è uno dei segni della raggiunta maturità  personale.
Cercherò di spiegare perchè Matteo Renzi ha una visione capovolta della sua stessa azione, con la conseguenza che questa produce e produrrà  effetti opposti rispetto a quelli positivi da lui immaginati, finendo con l’inguaiare tutti noi.
Un capovolgimento che è ben espresso anche dal tema della Leopolda che recita: “Il futuro è solo l’inizio”.
Cominciamo dall’esordio.
Matteo Renzi ha presentato se stesso sulla scena nazionale come un “rottamatore”. Questa figura allegorica è stata mutuata da una pratica mercantile in vigore negli anni passati, grazie alla quale chi aveva un’auto malandata poteva rivolgersi ai rivenditori facendosela valutare per un certo ammontare, che veniva poi scalato dal prezzo d’acquisto di una nuova.
Ne è in qualche modo scaturita la convinzione che il rottamare corrisponda a nient’altro che al sostituire un’auto vecchia con una nuova fiammante.
Ma questo è l’effetto di una distorsione dell’esperienza. In realtà  il rottamatore non è nè il concessionario che attua l’operazione di compravendita, nè il produttore dell’auto nuova che va a sostituire la vecchia.
Il rottamatore è colui che riceve il sottoprodotto dei comportamenti altrui, in quanto si limita a far rottami del veicolo scartato.
Dalle sue mani escono, pertanto, cose che non hanno più alcuna utilità .
Ora, è certo che Renzi fantasticava di essere in grado di mettere magicamente nelle mani della società  le chiavi di un futuro nuovo fiammante, ma nella realtà , come dimostra il disastro della fuga in massa degli iscritti dal Pd, si è limitato a smantellare quel poco di un organismo sociale con qualche residua capacità  orientativa, che cercava maldestramente di sopravvivere nella bufera.
Renzi, lungi dal convenire che la fuga in massa dei militanti costituisce un problema, ha sciorinato subito la “giustificazione”: sarà  pure sparito qualche centinaio di migliaia di militanti del suo partito, ma sono stati guadagnati alla sua causa milioni di elettori!
Questi rappresenterebbero la “macchina nuova” che lui consegnerebbe alla società .
Ma solo degli ignoranti possono considerare gli elettori come un qualcosa di equivalente ai membri di un organismo sociale come un partito, anche se le sue radici storiche si stavano rinsecchendo
La differenza che passa tra l’appartenenza a un organismo sociale come un partito e il votare qualcuno è, ai nostri giorni, la stessa che passa tra il convivere o lo sposarsi con una persona per costruire un progetto di vita e lo sfogarsi con una prostituta per un piacere occasionale.
Pertanto, quando Renzi e i suoi seguaci vantano i risultati delle elezioni europee, e minimizzano gli effetti devastanti delle loro iniziative sull’organismo del partito, ogni persona dotata di discernimento percepisce il millanta-mento e rifiuta di accodarsi alla processione dei consenzienti.
Un secondo indizio del procedere capovolto di Renzi sta nella sua presunzione di “sapere perfettamente (!) quello che c’è da fare”, cosicchè non dovrebbe confrontarsi con un problema, bensì imporre una soluzione che gli è nota.
Come molti “giovanotti” rampanti, Matteo Renzi pensa veramente che ciò che ha in mente abbia natura diversa dalle proposte e dagli interventi di quelli che l’hanno preceduto negli ultimi decenni.
Ma come recita un antico detto francese “plus à§a change, plus c’est la màªme chose”.
Se conoscesse un po’ di storia, Renzi saprebbe che nel 1929 dopo il crollo di Borsa, il presidente Hoover negli Usa abbattè le imposte per ridare fiato agli investimenti privati, ma non ottenne alcun effetto pratico; così come nel 1975 il premier Wilson in Inghilterra fece la stessa cosa, finendo a sua volta in un cul de sac che lo costrinse alle dimissioni. D’altra parte, il tagliare le tasse era lo slogan preferito di Reagan, della Thatcher e poi di Berlusconi.
È superfluo elencare qui gli altri mille indizi che testimoniano del fatto che ciò che Renzi cerca di presentare come novità  mai pensate sono in realtà  ferri vecchi culturali.
Ma uno di questi indizi è particolarmente chiarificatore.
Dopo cento anni di dibattito sul problema, la Costituzione italiana, come quelle di altri paesi europei, ha riconosciuto nel 1948 che “il lavoro è un diritto”.
Poichè la vita sociale è fondata sul lavoro deve essere garantita a tutti la certezza di poter lavorare. Ma Renzi non è convinto di tutto ciò e ha proclamato apertamente che “il lavoro non è un diritto, bensì un dovere”!
Da questo punto di vista la Costituzione ha le idee ben più chiare di Renzi, visto che non scinde affatto (art. 4) il diritto dal dovere.
È infatti proprio perchè la Repubblica è fondata sul lavoro, che da un lato riconosce ai cittadini un diritto al lavoro, dall’altro li chiama al dovere di svolgere un’attività  che arricchisca materialmente e culturalmente la società .
Che nessuno, nella direzione del Pd, sia scoppiato a ridere di fronte all’affermazione, la dice lunga sull’amnesia sociale che ha colpito quel partito.
E il fatto che Renzi abbia riscosso un successo elettorale nonostante i discorsi che fa ci dice che la società  tutta è stata colpita da una sorta di Alzheimer, che le ha fatto rimuovere la propria storia e la propria cultura, con la conseguenza di una disintegrazione della sua stessa identità 

Giovanni Mazzetti.
Docente di Economia Politica
Università  della Calabria

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RENZI-BABBO NATALE: NUOVO CANONE RAI, ESULTANO EVASORI E MEDIASET

Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile

CAMBIA LA TASSA PIÙ ODIATA, DA 113,5 EURO ALLA FASCIA 30-80… PALAZZO CHIGI INCHIODA L’AZIENDA A 1,7 MILIARDI IN 3 ANNI, MA RINUNCIA AI 500 MILIONI EVASI

Sarà  il gran colpo natalizio di Matteo Renzi, già  esibitosi in dispensatore di 80 euro in busta paga, in versione spadaccino, calciatore e ciclista.
Ora potrà  indossare la giacca di Babbo Natale e scampanellare: italiani, vi abbasso il vecchio e detestato canone Rai.
E non solo, vi assicuro: pagare tutti, pagare meno.
Addio tv statale che può (far) alzare il balzello per sanare gli sprechi. Addio, un attimo.
Perchè da gennaio il canone non sarà  il solito canone — 113,5 euro che possono aumentare con l’inflazione — ma una tassa generica, riscossa attraverso un’utenza e scaglionata rispetto al reddito dichiarato con l’Isee (l’indicatore della situazione economica equivalente).
Il governo ha pronte le simulazioni: il pensionato, se non proprio esentato, pagherà  30-35 euro; l’importo più elevato sarà  di 80.
Così Palazzo Chigi potrà  garantire a Viale Mazzini un gettito triennale, valutato in 5,1 miliardi di euro, cioè 1,7 a stagione, più o meno l’incasso di questi ultimi tre anni, ma l’azienda sarà  costretta a rinunciare ai circa 500 milioni di euro che sfuggono per l’evasione mostruosa, oltre il 27 per cento.
Il meccanismo ideato da Renzi &C. non sarà , però, una pessima notizia per chi elude il fisco.
Perchè il conto (seppur ribassato) sarà  inevitabile per i dipendenti pubblici e privati, e per il resto?
Come per i famosi ricconi di Cortina d’Ampezzo, nullatenenti per l’Erario, eppure proprietari occulti di ville e Suv: dal 2015 si evitano anche la tassa Rai o sganciano pochi spiccioli.
E l’Agenzia delle Entrate ha comunicato che non vuole essere coinvolta in una caccia al telespettatore “insolvente”.
Il governo si dovrà  rassegnare ai furbetti che risparmieranno l’abbonamento di Viale Mazzini o verseranno una cifra irrisoria, ma non si rassegna a sfruttare una misura a effetto, di grosso impatto e di immediata efficacia mediatica.
Il testo per un decreto legge, da licenziare in Consiglio dei ministri entro un paio di settimane,   giace al ministero per lo Sviluppo economico, depositario Antonello Giacomelli, il sottosegretario toscanissimo e fidatissimo di Matteo Renzi, come ha spiegato bene Paolo Bracalini (il Giornale).
Il governo non vuole scavallare un anno, e deve emanare il provvedimento prima che cominci la tradizionale raccolta di Viale Mazzini.
In Rai le (poche) informazioni provengono sempre da Giacomelli, l’unico rappresentante del governo che abbia un frequente rapporto con il direttore generale, Luigi Gubitosi.
A volte ci sono interferenze, un esempio è recente, ancora brucia. Nè Palazzo Chigi nè viale Mazzini erano a conoscenza di un’ennesima mazzata ai bilanci, inserita dai tecnici del Tesoro nella Stabilità  (ex legge finanziaria): dopo i 150 milioni di euro prelevati per coprire gli 80 euro di Renzi, il ministero di Pier Carlo Padoan ha imposto un taglio del 5%, che significa 86,8 milioni nel 2015, poi 87,5 e 88,4 nel biennio successivo.
I risultati finanziari di Gubitosi, in scadenza di mandato in primavera, dipendono da una non agevole quotazione di Rai Way, la controllata che gestisce le frequenze e che sarà  ceduta al mercato per il 49%: o entra denaro in abbondanza o i numeri diventano un disastro.
Viale Mazzini appare un serbatoio da cui il governo Renzi attinge volentieri e con insistenza: è popolare, parlare male o comportarsi male con la tv pubblica.
Il sottosegretario Giacomelli smentisce sempre, convinto che lo “stanziamento” triennale dei 5,1 miliardi di euro sia utile a programmare le innovazioni, a stilare un piano industriale: sono entrate certe, vero.
Ma perchè rinunciare a quei potenziali 2,2 miliardi di euro che, a sistema vigente, oggi potrebbe ottenere Viale Mazzini se fosse azzerata l’evasione?
Lavorare o investire con la Rai inchiodata ai 5,1 miliardi sino al 2018, sostenuti da un carente introito pubblicitario, sarà  un vantaggio per i concorrenti, per Sky e soprattutto per Mediaset.
Palazzo Chigi potrebbe rispondere che, a differenza dei ministri di Enrico Letta, questo governo non ha mai messo in discussione l’esistenza di Viale Mazzini come concessionaria di servizio pubblico: però, non è escluso che il fondo, creato con il nuovo canone, sia a disposizione anche degli operatori privati (locali in particolare) che vogliano accedere a un finanziamento statale.
La Rai sarà  condannata a non ricavare più risorse, una fetta di abbonati sarà  contenta e Renzi potrà  distribuire il suo regalo di Natale.
Per la prossima Pasqua o per le elezioni anticipate, ci sarà  tempo.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“BERLUSCONI SOSTENEVA RENZI GIA’ NEL 2009”: INTERVISTA A CATTANEO, L’EX SINDACO DI PAVIA

Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile

“MI MANDO’ VIA FAX IL SUO PROGRAMMA ELETTORALE, CONSIGLIANDOMI DI ATTENERMI A QUELLO”… I FAMOSI 100 PUNTI (DI CUI RENZI NE REALIZZO’ SOLO TRE)

“Non sbagliavano i giornali a chiamarmi il Renzi del centrodestra. Per tutta una lunga serie di motivi, ma anche perchè io e Matteo Renzi siamo diventati sindaci insieme e con un programma simile. Tutto merito di Silvio Berlusconi, che aveva avuto l’occhio più lungo degli altri”.
Parla Alessandro Cattaneo, già  alla guida del Comune di Pavia, travolto alle ultime elezioni dal disastro del centrodestra.
Il sindaco ragazzino di una città  con un robusto passato.
Ma perchè fa questo paragone con Renzi? Lui era centrosinistra, lei centrodestra, in un periodo storico senza larghe intese all’orizzonte.
Invece sbagliate.
Cioè? Vuol dire che Renzi e Berlusconi erano alleati dal 2009?
No. Ma posso raccontare un aneddoto che la dice lunga.
Su Renzi o Berlusconi?
Su tutti e due.
Allora vada pure: prendiamo appunti.
Nel 2009 vengo chiamato ad Arcore. Mancava poco alle elezioni, io ero già  indicato come candidato del Pdl. Sono cresciuto nel Pdl. Non sapevo neanche bene cosa volesse da me il presidente. Pensavo fosse incoraggiamento elettorale, il suo appoggio. Queste cose che allora esistevano.
E così non fu?
No, fu esattamente tutto questo. Con una cosa che aggiunse Berlusconi, di suo pugno. Un consiglio che doveva essere recepito come la strada da seguire per vincere. E il consiglio fu molto semplice.
Avanti, non ci tenga sulle spine…
Berlusconi disse: lei è una persona sulla quale contiamo, ha dimostrato capacità  da tempo. È entrato nel partito quando era un ragazzino. Ma le do un consiglio
Da fratello maggiore che le parla?
Sì, lui. E mi spiega: noi abbiamo messo gli occhi su un ragazzo, uno molto sveglio. Credo che a Firenze abbia presentato un programma perfetto, non perderà . Sta conducendo una campagna elettorale ottima. Io le mando il programma di questo Renzi, lei lo segua e vedrà  che abbiamo la vittoria assicurata.
L’antefatto dell’incontro tra Renzi e Berlusconi ad Arcore, quando poi Renzi ruppe con Civati.
Berlusconi aveva già  messo gli occhi su questo Renzi. Io presi il consiglio per quello che era e cercai di propormi agli elettori con un programma simile, molto chiaro, spiegato per punti molto brevi.
I famosi cento punti di Renzi?
Proprio quelli.
E divennero i cento punti di Cattaneo?
Non identici, io feci la mia campagna elettorale e con le specificità  che riguardavano Pavia. Ma seguii le indicazioni. E finì che sia io che Renzi vincemmo.
Era già  partito unico?
No, non esiste neanche ora il partito unico.
Ma secondo lei Berlusconi e Renzi si erano già  visti?
Non credo. Sicuramente Berlusconi, che ha occhio lungo e fiuto come nessun altro, si era accorto delle capacità  comunicative di questo aspirante sindaco di Firenze.
Berlusconi però non gli mise un avversario pronto a giocarsela: il candidato era Giovanni Galli, ottimo portiere, in passato, nulla di più.
Da quello che ho capito io sapevano bene Berlusconi e i suoi che Firenze sarebbe stata una battaglia persa. E cercarono solo di limitare i danni. Il centrodestra a Firenze, nel 2009, non avrebbe mai vinto.
Ci fu secondo lei lo zampino di Verdini?
Verdini è fiorentino, ma non so se ci fu un suo intervento. Non credo. Ripeto, rimasi stupito dell’entusiasmo col quale Berlusconi parlava di questo Renzi, fino a quel giorno per me sconosciuto. Poi tornai a casa e trovai il fax che Berlusconi mi aveva promesso.
Di quale fax parla?
Il fax del programma elettorale di Renzi, dei cento punti. Devo averlo da qualche parte, in testa il numero del mittente, e la scritta villa San Martino, Arcore.
Lei lo sa di quei 100 punti Renzi ne ha realizzati tre?
Non è un problema mio. Io sono all’opposizione di Renzi.
Non sembra.
Io ero sindaco a Pavia. Renzi a Firenze. L’ho incontrato molto tempo dopo. Ma riconosco che quel programma aveva degli spunti ottimi.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TAV, LA CORTE DEI CONTI FRANCESE DENUNCIA “TROPPO OTTIMISMO E ANALISI NON INDIPENDENTI”

Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile

SOTTO ACCUSA IL RAPPORTO COSTI-BENEFICI: SCONFESSATO IL PRIMO MINISTRO VALLS

Troppo ottimismo e analisi poco indipendenti.
Dalla Corte dei conti francese arrivano nuove critiche alle linee ad alta velocità  e pure alla Tav Torino-Lione.
I magistrati contabili hanno reso noto un rapporto sulle infrastrutture ferroviarie e, come già  fatto in passato, hanno ricordato i dubbi sul rapporto tra costo e utilità  della contestatissima linea tra Italia e Francia.
Tutto ciò succede a una settimana dalle dichiarazioni del primo ministro francese, il socialista Manuel Valls: “Questo progetto è senza dubbio indispensabile dal punto di vista economico”, aveva detto mercoledì scorso a Chambery, durante una visita alla sede della società  Lyon-Turin Ferroviaire (Ltf), incaricata dei lavori transfrontalieri.
I magistrati, nel loro rapporto, notano come la costruzione di linee ad alta velocità  spesso sia poco redditizia anche per via di alcune stime troppo ottimistiche sul traffico.
Eppure dal 2008 in Francia l’uso dei Tgv (treni ad alta velocità ) è in stagnazione per l’aumento dei costi e per la diminuzione dei clienti, che preferiscono altri trasporti più economici.
Quest’andamento ha messo in difficoltà  lo Stato e le società  pubbliche, la Sncf (l’equivalente di Trenitalia, che gestisce il servizio) e Rff (che gestisce le reti, come Rfi, società  con cui compone Ltf).
La rendita socio-economica “troppo debole” delle linee ad alta velocità  è “manifesta” sulla Torino-Lione, ricordano i magistrati nel rapporto, citando il loro lavoro del 2012.
I magistrati notano come la costruzione di linee simili spesso sia poco redditizia anche per via di stime troppo ottimistiche sul traffico
Come già  avvenuto per la linea transfrontaliera i magistrati raccomandano alle autorità  statali di non esagerare con le cifre ottimistiche e di sottoporre le analisi finanziari a organismi indipendenti. Il motivo è presto spiegato: lo Stato francese sovrastima il traffico e le entrate per far sì che Rff possa investire più soldi possibili.
“Ecco perchè queste ipotesi e, più in generale, il calcolo dei contributi di Rff per ogni progetto di alta velocità  dovrebbero essere oggetto di una contro-analisi veramente indipendente dal ministero dei Trasporti e da Rff allo scopo di informare l’insieme delle parti interessate alla validità  della valutazione finanziaria del progetto. Questo è quello che la Corte aveva già  raccomandato per il collegamento Lione-Torino”.
Contro la linea Torino-Lione anche la diminuzione delle risorse finanziarie a disposizione
Un altro problema riguarda la diminuzione delle risorse finanziarie a disposizione. Secondo lo “Schema nazionale delle infrastrutture dei trasporti”, presentato nel 2011, i progetti complessivi della Francia valevano 245 miliardi di euro, di cui 13 miliardi erano destinati a Ltf per il tratto italo-francese.
“Le fonti di finanziamento di questi progetti non era identificata”, sottolinea la Corte dei conti riferendosi alla cifra generale: una parte sarebbe stata messa dallo Stato; una parte dall’Agenzia di finanziamento delle infrastrutture dei trasporti (Afitf), il cui budget è diminuito nel 2014 per colpa della sospensione della ecotassa; e un’altra parte dagli enti locali, il cui apporto è stato “valutato in maniera troppo ottimista”.
Che dire allora dei fondi europei? Il 14 ottobre scorso l’eurodeputato tedesco dei Verdi Michael Cramer, presidente della commissione trasporti del Parlamento europeo, ha affermato che difficilmente l’Ue potrà  stanziare il 40 per cento della Torino-Lione.
Cosa ne sarà  della seconda fase dei lavori della linea? Il quotidiano di Lione “Le Progrès” riporta una sottigliezza: la Corte, in un passaggio del documento, ricorda che il “rapporto Mobilitè 21” ha già  detto no alla seconda fase della Torino-Lione e della linea Reno-Rodano.
La decisione però non può essere presa da loro, ma dai politici.

Andrea Giambartolomei

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INTERVISTA A FASSINA: “LA SCISSIONE E’ IN ATTO, LA ALIMENTA RENZI”

Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile

SULL’ART. 18 REPLICA: “ANCHE KIM-JONG-UN HA L’ULTIMO MODELLO DI IPHONE”… “LEZIONI DI DISCIPLINA DI PARTITO DA CHI HA FATTO SALTARE L’ELEZIONE DEL CAPO DELLO STATO NON NE PRENDO”

A un certo punto della conversazione Stefano Fassina nomina la parola scissione: “Una scissione molecolare è in atto. Ieri abbiamo incontrato molte persone che ci hanno detto che hanno lasciato il Pd. Oggi dico che la dovremmo evitare. Ma è il presidente del Consiglio che alimenta la contrapposizione, ricercando un nemico”.
Il discorso di Renzi alla Leopolda è appena finito.
Fassina, di ritorno con i figli dallo zoo, pare stupito dai toni aspri: “Mi colpisce la straordinaria capacità  che ha Renzi di evitare sistematicamente il merito. Mi sarei aspettato dal presidente del Consiglio alla sua prima uscita dopo l’approvazione della legge di stabilità  che spiegasse i punti importanti del disegno di legge. E invece purtroppo ho sentito il solito comizio teso alla ricerca sistematica di un nemico da dare in pasto all’opinione pubblica”.
Andiamo con ordine. Renzi dice che il precariato non si sblocca con cortei. E che dovete farvene una ragione: il posto fisso non c’è più.
Guardi, che il posto fisso non c’è più lo abbiamo capito da 30 anni a questa parte. Il punto è se vogliamo archiviare insieme al posto fisso il tema della dignità  della persona che lavora come un vecchio arnese del novecento.
Appunto, siamo sempre alla difesa dell’articolo 18. Lei, per dirla con Renzi, insiste a voler mettere il gettone nell’I Phone.
Se poi vogliamo fare le battute gli dico che anche il leader coreano Kim Jong-un, trentenne di successo, ha l’ultima versione dell’ i-Phone… Ma converremo tutti che non è un modello di progresso. Con rispetto farei notare a Renzi che innovazione non è scopiazzare i conservatori con 30 anni di ritardo. Però al fondo vedo una mistificazione.
Quale?
La piazza non era solo sull’articolo 18. La piazza ha chiesto e ha proposto una politica economica alternativa all’agenda liberista portata avanti da un presidente che non indossa più il loden ma uno smagliante giubbotto di pelle. Ed è su quella agenda che Renzi non vuole rispondere. Che sinistra è quella che dà  80 euro al mese a chi ha 90 mila euro di reddito annuo e non dà  nulla a chi è in povertà  assoluta o a una partita iva senza lavoro?
Non giriamoci attorno: voterà  il jobs act?
Non ci giro attorno. Senza correzioni significative, no. Così com’è la delega lavoro aggrava la precarietà  e la conferma arriva dalla legge di stabilità  che nonostante le promesse non ha risorse aggiuntive per ammortizzatori e precari. Questo è il merito su cui il presidente del Consiglio evita il confronto. La legge di stabilità  individua per il 2015 meno risorse per gli ammortizzatori di quante ce n’erano nel 2014 per la sola cassa in deroga. La legge dunque smentisce le promesse del premier. E i meriti che si attribuisce non sono novità . Vorrei ricordare che l’indennità  di maternità  universale fu introdotta da Livia Turco nel corso del primo governo Prodi nel ’97.
Scusi Fassina, torniamo al jobs act. Alla Leopolda sia Renzi sia Poletti hanno dichiarato che si introduce il contratto unico a tempo indeterminato.
Il contratto unico non c’è nella delega lavoro. Basta leggerla. Nella delega si va sulla piattaforma Sacconi-Ichino: si elimina l’articolo 18 ma senza disboscamento della giungla contrattuale. E, insisto, nella legge di stabilità  non vi sono risorse aggiuntive sugli ammortizzatori sociali. Le due cose configurano un clamoroso raggiro di tanti giovani che vivono condizioni di precarietà . Sono utilizzati come scudi umani per continuare a colpire le condizioni del lavoro.
Bene, se Renzi pone il voto di fiducia come al Senato?
Per quanto mi riguarda vale il merito. Se non cambia il merito significativamente non voto la delega lavoro.
Capisce però che in un partito ci deve essere un minimo di disciplina.
Non accetto lezioni di disciplina di partito da chi ad aprile 2013 di fronte a un passaggio decisivo per la legislatura come l’elezione del capo dello Stato non solo votò in maniera difforme dall’indicazione del suo gruppo ma si attivò per far saltare il tavolo.
Ricapitoliamo. Lei ha partecipato a un corteo contro il governo. Renzi alla Leopolda si è scagliato contro il corteo. Siamo alle prove di scissione?
Una scissione molecolare è in atto. Ieri abbiamo incontrato molte persone che ci hanno detto che hanno lasciato il Pd. Oggi dico che la dovremmo evitare. Ma il presidente del Consiglio alimenta la contrapposizione.
Sta dicendo che Renzi cerca di farvi uscire dal Pd?
Il discorso di oggi non è quello di chi vuole ascoltare ragioni diverse dalle sue. Il segretario del partito dovrebbe essere di tutto il partito, il primo interessato a costruire una mediazione.
Renzi ha rivendicato con orgoglio di interpretare una linea di sinistra?
Quando c’è qualcuno che propone di intervenite sul diritto di sciopero, che chiede provvedimenti per sostenere le banche e vuole l’iscrizione al Pd forse la nostra collocazione a sinistra va verificata.
Il caso Serra.
È l’indicazione che la collocazione del Pd va quantomeno verificata.
Se questa è la situazione che state a fare insieme? Scusi, ma perchè non ve ne andate?
Certamente ci sono visioni diverse. Ma resto convinto che dovremmo trovare una sintesi perchè quella che viene considerata una minoranza fuori dal Palazzo ha riferimenti sociali ed economici significativi, come si è visto dalla manifestazione.
Fassina, concludiamo così. Lei dice: “Io resto nel Pd fino a…”.
Resto nel Pd e chiedo al segretario di costruire le condizioni per una convivenza. Se non creare le condizioni per una convivenza finisce il Pd e diventa il partito dell’establishment.
Una “Forza Renzi”?
Buona questa.

(da “Huffingtonpost”)

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