Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
DUE ERANO GIA’ FUGGITI NEL CORSO DELL’ARRESTO DEL SUPER-RICERCATO… I DUE NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE I FRATELLI EL-BAKRAUOI
Caccia all’uomo senza sosta a Bruxelles, con le piste delle indagini post-Parigi e quelle degli attentati odierni nella capitale belga che si intrecciano, con nomi e volti che ritornano, identikit che si sommano, foto che circolano a velocità vertiginosa.
Cinque sono le persone sospettate dalla polizia di Bruxelles per le stragi all’aeroporto e del metrò. Due i fermi , ma di individui forse non coinvolti nell’attentato.
Sono stati bloccati a un paio di chilometri della stazione metro di Maelbeek, alla Gare du Nord della capitale belga.
Le indagini messe in campo dalle autorità belghe dopo lo sconvolgente risveglio di Bruxelles, devastata dalle esplosioni all’aeroporto di Zaventem e nella metropolitana, si sono concentrate su cinque individui.
E tutto parte dalle immagini delle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto. La polizia ha diffuso un fermo immagine di tre presunti attentatori.
Il procuratore federale Van Leeuw in conferenza stampa ha affermato che due dei tre soggetti ritratti, vestiti con abiti scuri, sono presumibilmente morti facendosi saltare in aeroporto.
E’ invece attivamente ricercato il terzo uomo, che nel fermo immagine indossa una giacca chiara e un cappello.
Il procuratore Van Leeuw ha dichiarato che testimoni lo hanno visto allontanarsi precipitosamente dall’aeroporto.
La polizia belga chiede l’aiuto della rete (“Lo riconoscete?”), perchè evidentemente non è stato possibile identificarlo. Ma è in corso, riferiscono i media locali, un’operazione delle forze speciali belghe nel quartiere di Schaerbeek, nord-est di Bruxelles, avanzando l’ipotesi che l’obiettivo sia proprio il terzo sospetto.
Nelle perquisizioni a Schaerbeek sono stati trovati un ordigno esplosivo con chiodi, prodotti chimici e una bandiera dell’Is, annuncia la procura federale.
Oltre all’uomo con la giacca bianca, gli altri quattro potrebbero essere già ricercati in qualità di complici e fiancheggiatori di Salah Abdeslam.
Due dei quali, a giudicare dalla somiglianza, potrebbero essere proprio i due sospetti vestiti di nero ritratti dalle telecamere dell’aeroporto di Zaventem.
Quindi, come ha spiegato il procuratore, potrebbero essere i due kamikaze di Zaventem.Si tratta dei fratelli Khalid e Ibrahim el-Bakraoui. Conosciuti per il notevole curriculum criminale ben prima della loro affiliazione al terrorismo jihadista, condannati più volte per violenze a mano armata, sono ritenuti aver soggiornato in diversi alloggi trasformati in nascondigli dalla rete di contatti di Abdeslam Salah.
In particolare, nell’appartamento in rue de Dries nel quartiere Forest di Bruxelles dove le forze dell’ordine erano entrate tre giorni prima dell’operazione in rue des Quatre Vents a Molenbeek che ha portato alla cattura del più noto super-ricercato.
Le loro foto segnaletiche sono state diffuse dal sito marocchino Rue20.com. Il confronto con i soggetti ripresi all’aeroporto evidenzia, almeno in un caso, una notevole corrispondenza.
Per il procuratore Van Leeuw, “è presto per collegare gli attentati di Bruxelles a quelli di Parigi”. Sarà presto, ma tra i ricercati figurano certamente Mohamed Abrimi e Najim Laachraoui, i due complici di Salah sfuggiti alla serie di operazioni di polizia che la settimana scorsa hanno portato all’arresto dell’unico sopravvissuto del commando jihadista autore degli attentati di Parigi del 13 novembre.
La caccia a Abrimi e Laachraoui, che impegnava già le polizie di tutta Europa dopo l’arresto di Salah, si è intensificata dopo l’attacco a Bruxelles.
Nei confronti di Abrini la polizia belga aveva già emesso un mandato di cattura internazionale lo scorso novembre.
Di nazionalità belga e marocchina, il 31enne Abrini era stato ripreso in compagnia di Abdeslam dalle telecamere di una stazione di servizio a nord della Francia, la loro auto era la Renault Clio utilizzata per gli attentati di Parigi.
Quanto a Laachraoui, 24 anni, gli investigatori ritengono che, partito per la Siria nel 2013, abbia assunto la falsa identità di Soufiane Kayal per recarsi in Ungheria insieme ad Abdeslam lo scorso settembre.
Sempre a nome di Kayal vennero condotte altre attività legate agli attacchi di Parigi e, secondo quanto riferito dalla stampa, tracce del suo dna sono state rinvenute su almeno due delle cinture esplosive usate dai kamikaze in quegli attentati.
La polizia era da mesi a conoscenza del fatto che Laachraoui facesse ricorso al falso nome di Kayal, ma la sua vera identità è stata resa nota solo questa settimana.
Paolo Gallori
(da “La Repubblica”)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
I DATI AGCOM: NESSUN PREMIER DAL 2009 HA AVUTO TANTO SPAZIO NEI TG RAI… E NEGLI ULTIMI MESI E’ PURE AUMENTATO
Qualche giorno fa l’Agcom ha pubblicato le tabelle di febbraio sul monitoraggio del pluralismo sociale e
politico-istituzionale delle tv nazionali.
Se il nostro è un paese che in molti pensano “intossicato” dalla politica, ebbene, il primo dato è di conferma. Al peggio.
I tiggì Rai dedicano alla politica e ai politici uno spazio abnorme: nel mese di febbraio i tg pubblici hanno dedicato il 73% delle notizie (l’80% Mediaset!) alla politica, ai suoi vari livelli (locale, nazionale, istituzionale, europeo), e ai suoi esponenti.
Tutto il resto (dal sociale alla cronaca, dalla cultura allo spettacolo e allo sport) ha occupato un posto marginale.
Una vera e propria patologia, e grave, se solo si considera che una ricerca dell’Osservatorio di Pavia di qualche anno fa certificava che, nei principali tiggì europei, lo spazio della politica non superava il 20%.
E in Italia il dato, rispetto a quella ricerca del 2008, è ulteriormente peggiorato.
Se poi ci chiediamo come si ripartisce questa torta gigantesca e sproporzionata di politica, constatiamo che a febbraio, in Rai, oltre il 26,5% è andato ai partiti di maggioranza (con un incremento del 5% rispetto a gennaio); il 22% a quelli di opposizione (con un decremento del 3,5%); il 20% è andato al premier (+ 4% rispetto a gennaio); il 13,5% al governo (-4,5%); il 6,5% al Presidente della Repubblica (+1,5%).
Tra i partiti, poi, il Pd cresce al 20,3% (+ 5 rispetto a gennaio), poi, a distanza, c’è il M5S al 7 (- 2,5 rispetto a gennaio), la Lega al 6 (+ 2), l’ Ndc al 5,7 (+2,5) Forza Italia al 5 (-1,5), Sel al 3 (-1,1); tutti gli altri sono sotto l’1%.
Insomma alla iperpoliticizzazione malata nei telegiornali si somma il dato, altrettanto patologico, dello spazio concesso all’opposizione che è ridotto al 20% e poco più. Tutto il resto va a maggioranza, governo, presidente del Consiglio, nonchè (ma poco) ai Presidenti della Repubblica, del Senato e della Camera.
Leggendo questi numeri ci è venuta voglia di andare a curiosare meglio e più a fondo tra le cifre fornite dall’Authority nel corso del tempo, analizzando questa volta una singola voce: cioè lo spazio di parola concesso dai tiggì della Rai ai premier in carica negli ultimi anni, partendo dal dato più recente di febbraio, che a Renzi riserva il 20% del tempo “politico”.
Naturalmente la prima cosa che ci premeva verificare era vedere se sia sempre stato così, anche con i suoi predecessori, con Letta, con Monti, con Berlusconi.
Ed ecco cosa abbiamo scoperto.
Ora Renzi è un tipo ciarliero, si sa, ma lo spazio che i telegiornali Rai gli hanno offerto e gli offrono va aldilà della pur gioviale, e spesso stucchevole, parlantina del premier.
La notizia, però, è che un Presidente del Consiglio non ha mai avuto tanto spazio, secondo i dati storici dell’Agcom, almeno dal 2009 fino ad oggi, e che questo spazio è aumentato nel corso degli ultimi mesi.
Vediamo il dettaglio.
Il premier Berlusconi tra la metà del 2009 e la fine del suo governo (ottobre 2011) ottiene circa il 12% del tempo di parola (con una punta di 21 a luglio 2009); Monti fa molto meglio, con quasi il 18% di media (e una punta del 24% a maggio 2012): con lui il feeling dei tiggì è molto alto, e la cosa contribuirà non poco al successo del suo raggruppamento alle elezioni del 2013; meno visibile ed “amato” dai tg invece è Enrico Letta, che totalizza il 14,5 dello share informativo sui telegiornali.
Ma è con Renzi che il quadro viene sovvertito: egli amplifica il dato che già a Monti aveva garantito visibilità (e voti), e nei suoi due anni di governo si attesta su una media di oltre il 18%.
Sono, però, le punte stratosferiche raggiunte in alcuni mesi (30% marzo del 2014 — ci stava, effetto slides, luna di miele, etc.- ma 34% lo scorso dicembre!) ad apparire inedite, mentre è del tutto sconcertante il dato degli ultimi otto mesi, che vede il premier occupare il 21,24% di media del tempo di parola concesso ai politici nei telegiornali Rai.
Il fatto risulta nuovo e senza precedenti, almeno nella storia dei tiggì dell’azienda pubblica degli ultimi anni, che ai vari Presidenti del Consiglio aveva concesso il microfono molto meno.
Tutto ciò senza contare le ripetute comparse del premier sia nei programmi leggeri, che in quelli informativi extra tg.
Quando De Gaulle occupava la tv francese, l’opinione pubblica d’oltralpe reagì coniando il termine “telecrazia”.
Qui non pare che la reazione sia altrettanto forte. Anzi, il silenzio è grande. Tramontati i tempi dei girotondi e la stella dell’ex Cavaliere, dalle forze politiche di opposizione (ma Berlusconi si consola con le percentuali bulgare sui ‘suoi’ telegiornali), dal mondo della cultura impegnata, dalle istituzioni di vigilanza, dai media arrivano, quando giungono, flebili parole di circostanza.
A proposito: a cosa serve la commissione presieduta dal grillino Roberto Fico e a che serve la stessa Agcom, se poi le sue tabelle restano lettera morta?
E Maggioni, Campo dall’Orto e Verdelli cosa ne pensano?
Giandomenico Crapis
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
LE COMICHE: ORA TUTTI NON SONO “MAI STATI FASCISTI”… DAL PASSO DELL’OCA A QUELLO DELLE OCHE
Una spina. Un prurito.Un’ossessione. Il lavacro di Fiuggi del ’95 non ha sradicato il passato in fondo al cuore.
Il peso di una storia mai smaltita che si fa sentire fino ad oggi.
«Io non sono mai stata fascista», dice di sè Giorgia Meloni rispondendo a Berlusconi che ha bollato con disprezzo usando l’epiteto (ancora?) infamante di «fascisti».
«Mai» è molto impegnativo.
Chissà perchè allora il Msi ha sentito il bisogno di non chiamarsi più così e di ribattezzarsi Alleanza Nazionale.
E perchè nelle tesi di Fiuggi si è addirittura scomodato l’antifascismo come momento storicamente necessario al ritorno della libertà in Italia.
E perchè Gianfranco Fini, con il parere entusiastico e unanime dei colonnelli che via via gli hanno voltato le spalle fino ad arrivare all’attuale irrilevanza collettiva, ha sentito il bisogno nel ’93 di andare in pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine, e poi ad Auschwitz, e poi in visita commossa allo Yad Vashem di Gerusalemme, faccia a faccia con il «male assoluto» della Shoah, mentre in Italia borbottavano per quella kippah in testa.
Il fascismo è stata una storia grande e tragica. Con la fine della Prima Repubblica, fondata sull’antifascismo costituzionale, quella storia sembrava essersi esaurita. Hanno chiuso le insegne del comunismo e del fascismo.
Restano i fantasmi, i residui, i ricordi che stregano le idee e le teste. E lo psicodramma che non si spegne mai
Con lo spettro del fascismo il centrodestra berlusconiano ha duellato sin dall’inizio. Quando Berlusconi disse di optare per Fini come sindaco di Roma (la storia comincia nei pressi del Campidoglio e qui sta volgendo alla fine, potenza dei simboli e dei ricorsi), gli avversari gli misero un fez in testa: il Cavaliere nero.
Bossi, alleato riluttante di governo, si mise in marcia sotto il diluvio nel 25 aprile milanese che sembrava rinato dal nulla, dopo anni di celebrazioni ufficiali stanche e sfibrate. Disse anche, con la sua prosa trattenuta e moderata, che i fascisti sarebbero stati inseguiti «casa per casa» e che con i fascisti mai più da nessuna parte.
Poi invece il «da nessuna parte» diventò Palazzo Chigi.
La sinistra impazziva per il «regime» in agguato. Ogni manifestazione del centrodestra nella Capitale diventava la «marcia su Roma».
Berlusconi faceva finta di non sentire: scherzava addirittura sulle isole del confino fascista dipinte come ameni luoghi di vacanza.
I missini smisero di essere tali: divennero aennini. Sparirono saluti romani e labari. Anzi, riapparvero in qualche funerale (che Fini e i suoi dovevano abbandonare prima che risuonasse lo stentoreo «Presente!» con braccio teso) e quando un gruppo di ex fascisti, o postfascisti, o fascisti salutarono con entusiasmo Gianni Alemanno che aveva vinto le elezioni a Roma.
Sempre al Campidoglio: quando si dice la fissazione dei luoghi.
Non erano più fascisti, fuori e dentro? Alessandro Giuli, che dedicò al gruppo dirigente di An uno sferzante pamphlet, scrisse che il passo delle oche aveva sostituito il passo dell’oca.
Chi voleva restare fascista aveva a disposizione da Fiuggi in poi la Rifondazione nera capeggiata da Pino Rauti. Gli altri si adagiarono sulla strada dello sdoganamento e addirittura confluirono disciplinatamente nel Pdl nato dal predellino di Berlusconi. Tranne Francesco Storace, che con Daniela Santanchè mise su «La Destra», in rotta con il Fini che a Gerusalemme si era spinto troppo oltre.
Una storia grande e tragica, quella del fascismo e anche quella del neofascismo.
La scommessa di una destra che finalmente all’aria aperta, finalmente non più ghettizzata, finalmente non più confinata nel reparto dei reprobi della Repubblica, avrebbe potuto dimostrare tutte le sue potenzialità , è stata una scommessa persa.
Quando Fini osò alzare il capo con Berlusconi, i colonnelli che erano stati di An e che erano cresciuti insieme nella palestra missina per disegnare «il fascismo del Duemila» sfilarono sul palco per condannare il refrattario e per giurare fedeltà imperitura al Capo.
Questa parola, «fascismo», ristagnava sullo sfondo, chiusa in un armadio, con la naftalina perchè non esalasse cattivi odori.
Ma i conti con il passato non sono mai stati fatti.
«Fascista»? Giammai, sembra dire Giorgia Meloni avanzando le prove dell’anagrafe. Il rimosso non se ne va. Il passato non passa.
Sotto il tappeto è già tutto pieno.
Pierluigi Battista
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“LA MELONI HA RINNEGATO LE SUE ORIGINI, OGNUNO DOVREBBE AMMETTERE IL PROPRIO PERCORSO DI VITA”… “NELLA MIA LISTA CIVICA MAGISTRATI, PREFETTI E UFFICIALI DEI CARABINIERI PER RIPRISTINARE LA LEGALITA'”
«Se ogni tanto magari nelle settimane passate ho avuto qualche tentennamento l’ho dovuto
immediatamente fugare perchè mi rendevo conto che Berlusconi ha investito su di me e io non posso certo deluderlo. Io sono leale, a differenza di altri».
Dopo aver incassato, ieri, l’ennesimo atto di fiducia dell’ex premier che ha respinto la richiesta di Giorgia Meloni di sacrificarlo sull’altare dell’unità (perduta) del centrodestra, Guido Bertolaso attacca avversari e gli alleati dell’altro ieri.
«Tirino fuori un contenuto, se mi dimostrano che non sono in grado di risolvere i problemi dei romani lo faccio subito un passo indietro. Altrimenti si diano da fare per costruirsi un’agenda e parlino dei problemi concreti».
Intanto promette: con me sindaco da Roma i topi spariranno nel giro dell’estate.
Ha sentito la Meloni: Bertolaso, ha detto, non scalda i cuori.
«Ma che le devo dire, qui ogni giorno se ne inventano una nuova. Chi è che gliel’ha detto che non scaldo i cuori, ha misurato la temperatura dei romani? Non scalderò i cuori però 45.000 persone sono andate ai gazebo una settimana fa a dire che erano d’accordo con il mio programma e con la mia candidatura. Mi sono un po’ stufato delle chiacchiere, tutte le battute di queste settimane su Bertolaso che non è del centrodestra, che non va contro i rom, sono solo una serie di affermazioni campate in aria che servono a giustificare le capriole che hanno fatto».
Lei non pensa al passo indietro?
«Io adesso sono un manager, di fatto un civico, che si candida con l’appoggio di Forza Italia ma senza neanche essere un componente di Forza Italia, per quello che mi riguarda è la situazione ideale perchè con quello che è capitato forse mi sono anche liberato di qualche viso eccessivamente ingombrante. Mi viene da ridere leggendo che qualcuno dice che io sono uno che divide, chi lo dice mente sapendo di mentire»
Di ingombrante c’è anche il passato fascista della Meloni citato da Berlusconi?
«Vedo che la Meloni ha rinnegato quelle che sono le sue origini, non è neanche carino secondo me far finta di non guardarsi indietro e riconoscere la propria storia, perchè ognuno dovrebbe avere almeno la responsabilità di ammettere il proprio percorso politico oltre che quello di vita».
Parliamo di Roma. La procura ha appena aperto un’inchiesta sullo scandalo ratti, il prefetto Tronca ha appena divulgato i dati vergognosi sui mancati affitti incassati dal Comune per gli immobili del centro.
«Per eliminare i topi mi basta il periodo estivo, con procedure di gara trasparenti ma rapidissime si può fare anche con il codice degli appalti. Ci sono anche aziende private che hanno una competenza straordinaria, lavorano all’estero ma hanno la loro base operativa a Roma. Poi il problema lo risolveremo alla radice quando inizieremo a fare una vera raccolta differenziata. Togliendo i cassonetti elimineremo quelle scene apocalittiche che oggi si vedono in giro per Roma, con i topi e i gabbiani che lottano per spartirsi il boccone».
E sugli immobili?
«A Tronca e Gabrielli credo che dovremmo fare un monumento, perchè tengono in piedi una barca che sta affondando. Mentre il Pd che loda il commissario con Giachetti ha una coda di paglia lunga fino a Ostia. Comunque il lavoro di Tronca è una base straordinaria di partenza per chi arriverà in Campidoglio, per incominciare anche lì a fare pulizia».
Chi farà parte della sua squadra? Finalmente può farci qualche nome?
«Nella lista civica ci saranno personaggi illustri e competenti, che hanno lavorato soprattutto nella pubblica amministrazione. Mi riferisco a magistrati, prefetti e ufficiali dell’Arma, della polizia e della Finanza in modo che anche sotto il profilo della legalità possa essere garantita la massima trasparenza».
Martino Villosio
(da “il Tempo”)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IL CANONE DI UN FACOLTOSO AVVOCATO ROMANO SCOPERTO DALLA TASK FORCE DI TRONCA
C’è il facoltoso avvocato che, nonostante guadagni la bellezza di 700mila euro l’anno, vive indisturbato in 95 metri quadri a due passi dal Colosseo pagando appena 220 euro al mese.
«Un canone paradossale, ridicolo, patetico», persino il commissario Francesco Paolo Tronca fatica a individuare l’aggettivo giusto per raccontare le dimensioni di uno scandalo, l’Affittopoli romana, che da decenni divora risorse pubbliche, drena investimenti, fa strame d’ogni regola.
Come il rinomato ristoratore di Trastevere, che fattura più d’un milione, ma per il suo ampio locale versa all’amministrazione 380 euro scarsi.
Oppure il pensionato che guarda dritto in faccia l’Anfiteatro Flavio per 300 euro, che tuttavia non deve avere mai sborsato: 78mila euro gli arretrati accumulati sino a oggi, pari a circa 22 anni di affitti ignorati.
E non è neanche il più moroso: c’è chi ne deve restituire addirittura 200mila. Un record.
A ogni modo, fossero solo questi casi, si potrebbe tutto sommato sostenere che il patrimonio disponibile del Comune – quello cioè deputato a produrre reddito – sia stato per anni gestito bene.
Senonchè la task force guidata dal prefetto che governa il Campidoglio ha scoperto che nel centro storico di Roma l’85 per cento degli abitanti e dei commercianti nei 289 immobili destinati sulla carta a locazioni di mercato, non solo spende poco, ma nemmeno paga.
Vive cioè gratis a spese di tutti.
Gente spesso abusiva, titolare di contratti intestati a persone residenti altrove o addirittura morte: in prevalenza stipulati tra il 1985 e il ’90. Inquilini per cui «il pagamento del canone è sempre stato un optional, anzichè un dovere».
Determinando 4,5 milioni di mancati introiti per l’amministrazione.
Che salgono a 10 considerando l’intero patrimonio pubblico, inclusi perciò gli alloggi popolari, disseminato nel cuore antico della capitale. Ma non solo lì.
La morosità storica complessiva sull’intero territorio cittadino supera infatti i 350 milioni di euro.
Dall’indagine avviata dal commissario Tronca incrociando le varie banche dati – di Comune, Agenzia delle entrate e Catasto, che finora non si erano mai “parlate” – è venuto fuori di tutto. E ovunque.
Immobili fantasma, ovvero regolarmente abitati ma sempre sfuggiti all’anagrafe capitolina: come i 218 metri quadri accanto al Policlinico Umberto I, affittati a un nullatenente.
Ancora: occupazioni senza titolo; subentri di fatto; contratti ereditati da parenti deceduti. Una sola la costante, i prezzi stracciati: 1,81 euro per una casa a due passi dalla stazione Termini, 4,17 euro nella prestigiosa piazza Mazzini, poco più di 5 euro vicino Campo de Fiori.
Ma sarebbe un errore addossare la colpa soltanto ai furbetti: nel 2015 il Campidoglio ha infatti chiesto canoni per 50 milioni, riscuotendone appena 25, giusto la metà . Facendo emergere responsabilità diffuse anche fra i funzionari comunali. Tant’è che ora il dossier verrà spedito alla Corte dei Conti, non solo in Procura.
«Abbiamo scoperto l’acqua calda? Possibile», conclude caustico Tronca. «Però quando si ha in mano l’acqua calda, si prende e si fa pulizia, lavando tutte le incrostazioni che rendono inefficace l’attività amministrativa»
Giovanna Vitale
(da “La Repubblica”)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IL LUMINARE DELL’UNIVERSITA’ DI LUOVAIN, FELICE DASSETTO: “E’ IL COLPO DI CODA DEL NETWORK JIHADISTA DEL BATACLAN, CI SONO ANCORA DIECI PERSONE CHE OGNI MESE SI ARRUOLANO NELL’ISIS”
Professor Felice Dassetto, cosa sta accadendo in queste ore a Bruxelles, è la versione belga della notte
parigina del Bataclan?
«Purtroppo c’era da aspettarselo. La cosa importante da capire è se si tratta di dell’ultimo colpo di coda della rete precedente, considerando che ci sono ancora due o tre persone a piede libero di quel commando e che per attentati come quelli di stamattina bastano effettivamente due o tre persone, oppure se si tratta di una nuova ondata di attentati jiahdisti»
Lei cosa pensa?
«Propendo per l’ultimo colpo di coda, perchè il network del Bataclan è tutto sommato molto locale, composto al massimo di 30 persone di cui 18 attivi, non era una grossa rete. Ma se si trattasse di una nuova ondata finora dormiente che si attiva in continuità con lo smantellamento di quello precedente e sempre sfruttando il filo doppio con la Siria sarebbe molto grave e allarmante».
Perchè il Belgio, un paese di cui lei segue la radicalizzazione in arrivo da anni?
«In realtà non è solo il Belgio, anche la Francia non è messa benissimo. Ma certamente considerando che questa sfida jihadista è molto legata al mondo marocchino-algerino e che in Belgio c’è una forte componente di musulmani di origine araba c’è qui un forte potenziale. In più ci sono altre due cose: la prima è il discorso salafista diffuso da almeno trent’anni nelle nostre moschee, un discorso per il quale vari gruppi tra cui anche i Fratelli Musulmani hanno preparato il terreno; la seconda è che il Belgio è una società molto liberale, sensibile ai diritti individuali e a quelli di associazione, una caratteristica che associata a uno Stato debole che ha orrore della repressione può aver favorito la lentezza con cui si sono prese le misure difensive contro questa nuova sfida. In Belgio anche la criminalità comune ha avuto a suo tempo una certa libertà di manovra e negli anni ’90 ci sono stati molti arresti legati agli algerini della seconda linea del GIA algerino. Ma la sicurezza belga negli anni passati ha anche lavorato bene, sventò un attentato qaedista alla base americana. Il punto è che oggi l’ampiezza del fenomeno Isis è senza misura, si parla di parecchie decine di persone che tornano dalla Siria approfittando dei flussi migratori».
Ci sono ancora molte partenze di volontari per l’Isis dal Belgio?
«La polizia parla di una decina di persone che partono ogni mese. Meno di prima ma partono ancora. Non sappiamo invece quanti sono quelli che tornano»
Il super-ricercato Salah Abdeslam ha mostrato di poter contare non solo su una nutrita rete di complici ma anche di copertura. Com’è stato possibile?
«Credo che per nascondersi abbia contato sulla sua rete precedente di micro-criminali legati al traffico di droga, una quindicina di persone. Era un piccolo trafficante. E a quanto pare le prigioni restano uno dei centri della radicalizzazione, ma non l’unico. Il Belgio ha appena finito il processo contro il commerciante marocchino che fu a suo tempo reclutatore di Abaaoud, la mente del Bataclan».
Come sta reagendo il Belgio?
«Non credo che vedremo più islamofobia di quel che c’era già . La gente è soprattutto spaesata, come nell’Italia delle Brigate Rosse, sente di non capire cosa accade. Ma è soprattutto tra i musulmani che vedo un cambiamento in corso, ora i musulmani ordinari reagiscono, ne vedo tanti disperati. Non che prima fossero complici, ma fino a un anno fa tacevano, disapprovavano passivamente, la maggioranza normale e pacifica non prendeva posizione, come avvenuto a Parigi dopo Charlie Hebdo. Ora invece c’è anche chi denuncia».
Che peso ha la zona grigia nella copertura, volontaria o involontaria, che i terroristi ricevono dalla comunità islamica?
«Lo Stato ormai ha capito che contro questo terrorismo va fatto il massimo, con costi enormi e ingaggiando la comunità musulmana. Tra i musulmani c’è un cambiamento, come dicevo, ma restano problemi seri nel pensiero islamico che ovunque deve fare una rivoluzione copernicana se vuole uscire da questo caos, deve riformarsi. L’ultimo numero della rivista di Isis, Dar al-Islam, era dedicato al Bataclan, parlava di via profetica al terrorismo e argomentava contro i falsi musulmani. Secondo me se non si riforma e non si rifonda il pensiero musulmano l’argomentazione teologica di Isis tiene, ha una coerenza con la tradizione musulmana».
Allo stato attuale, verrà nuovamente messa sotto accusa la sicurezza belga, ancora oggi “bucata”?
«Siamo in una specie di guerra-guerriglia, prevenire questi attacchi è molto complicato. C’è certamente alle spalle la guerra dichiarata dall’Isis all’occidente e all’Europa. Ma c’è poi anche l’azione diffusa dei terroristi seguaci delle teorie del jihad individuale di Abu Khalid al Suri, il nuovo tipo di terroristi, molto abili, molto più sfuggenti. Nella metro di Bruxelles da tempo hanno tolto i cestini della spazzatura e oltre alla polizia gira costantemente l’esercito, ma come può fermare quel che è successo oggi? Specialmente stazioni piccole come Maelbeek non sono presidiabili. Il problema è invece all’aeroporto di Bruxelles che era veramente sguarnito. Torno or ora dall’India e ho visto che a Dheli non si entra nello scalo senza biglietto e senza mostrare il passaporto, nessuno entra. E poi c’è un metal detector-scanner prima della hall, non si scappa. A Bruxelles Zaventem invece si entra senza controllo, le esplosioni di oggi sono avvenute vicino ai desk. Sapendo che questi terroristi cercano luoghi affollati e simbolici l’aeroporto così sguarnito non è comprensibile».
Francesca Paci
(da “La Stampa”)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IN SIRIA E IRAQ PERDE TERRENO E CONSENSI E CERCA LA RIVINCITA IN EUROPA… LA RETE DEGLI ATTACCHI ALL’ESTERO NON E’ STATA SMANTELLATA DAI RAID
Quindi non era solo una corsa contro il tempo per trovare Salah Abdeslam.
La caccia alla rete dell’Isis a Bruxelles doveva fermare gli attentatori suicidi pronti a ripetere nella capitale europea le stragi del 13 novembre a Parigi.
Le forze di sicurezza franco-belghe hanno smantellato una cellula, quella dell’algerino Mohammed Belkhaid ma la rete era più vasta e poco penetrabile.
Un’altra cellula, forse due, sono riuscite a colpire 48 ore dopo il blitz che ha portato alla cattura di Abdeslam. Attacchi evidentemente preparati molto prima.
La «divisione per gli attacchi all’estero» dell’Isis è ancora efficiente.
Lo Stato islamico in un anno ha perso un terzo dei territori che controllava in Siria e Iraq.
Centinaia di militanti stanno disertando a Raqqa e a Mosul. I raid della coalizione a guida Usa, e quelli russi, hanno semi-distrutto le sue infrastrutture e la sua capacità di importare armi e beni di consumo.
Il Califfato è sotto assedio, si restringe, fatica a mantenere un minimo di consenso.
La sua strategia è allora di espandersi all’estero.
Dirotta i foreign fighter in Libia, dove è meno sotto pressione. E invia kamikaze di ritorno in Europa. La divisione per gli attacchi all’estero è diretta da Abu Muhammad al-Shimali, vero nome Tirad Al-Jarba.
Al-Shimali è al vertice della struttura che organizza i viaggi dei foreign fighter, controlla i confini, registra gli ingressi ed è stata la mente dello spettacolare afflusso di combattenti stranieri nello Stato islamico.
Gli aspiranti suicidi sono selezionati e catalogati con cura. Una lista è stata trafugata a dicembre dagli archivi dell’Isis: fra i 122 nomi c’erano anche un cugino del kamikaze di Istanbul, Abu Mustafa Ozturk, e soprattutto l’algerino ucciso a Bruxelles, Mohammed Belkhaid.
Giordano Stabile
(da “La Stampa”)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
BELGIO ALZA ALLERTA AL MASSIMO, SCATTA “PIANO CATASTROFI”
Le autorità belghe hanno lanciato il “piano catastrofi” per fare fronte alle conseguenze delle due esplosioni
che hanno devastato l’area partenze dell’aeroporto Zaventem di Bruxelles.
Anche se non c’è ancora la certezza, la convinzione generale è che si tratti di un attentato terroristico.
Le autorità hanno innalzato il livello di allerta al livello 4, il massimo ed è stato convocato per stamattina un Consiglio nazionale di sicurezza.
Chiusa tutta la rete metropolitana di Bruxelles, evacuato completamente l’aeroporto e anche la Gare centrale, la stazione ferroviaria centrale.
Evacuate anche le scuole. Chiusi i tunnel che portano verso il centro della città . Chiuso il Palazzo Reale per un pacco sospetto.
Difficoltà anche sulle linee telefoniche, la raccomandazione è utilizzare sms per non sovraccaricare.
La fuga dopo l’esplosione
“Seguiamo la situazione minuto dopo minuto, la priorità assoluta va alle vittime e alle persone che si trovavano sul posto”.
Questo il tweet con cui il primo ministro belga Charles Michel è intervenuto pochi minuti fa sulle esplosioni a Zaventem. “Per il momento, chiediamo alla popolazione di evitare ogni spostamento. Chiamare il centro di crisi: 1771” scrive ancora il premier belga.
Il caos all’aeroporto dopo l’esplosione
Le autorità belghe temevano nuovi attentati dopo l’arresto venerdì scorso del super ricercato Salah Abdeslam, tanto che l’allerta terrorismo era rimasta a livello 3, un gradino sotto l’allerta massima a livello 4.
Già domenica il ministro degli Esteri belga, Didier Reynders, aveva dichiarato che Abdeslam “era pronto a rifare qualcosa a Bruxelles”.
“Abbiamo trovato molte armi, delle armi pesanti durante le prime indagini e abbiamo trovato una nuova rete attorno a lui a Bruxelles”, aveva aggiunto.
“Siamo lontani dall’aver risolto il puzzle”, aveva ammesso ieri il procuratore federale belga Frèdèric van Leeuw in una conferenza stampa a Bruxelles, assieme al procuratore di Parigi Francois Molins.
“Il fatto di aver trovato dei combattenti stranieri dotati di armi pesanti è naturalmente preoccupante – ha aggiunto – è evidente che non erano qui per un pic nic. L’inchiesta dovrà determinare se pianificavano degli attentati”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
VOLI SOSPESI, SCALO EVACUATO, ORDIGNO VICINO A SEDE UE
Bruxelles, il cuore dell’Europa, è sotto attacco.
Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno 13 persone e ne ha ferite 35.
Un’ora dopo due altre bombe sono esplose in centro, alle fermate di Metro Maelbeek e Schumann, vicino alle istituzioni europee.
Secondo i media belgi 10 persone hanno perso la vita, portando complessivamente il bilancio delle vittime a 23.
Un assedio che segue di tre giorni dall’arresto di Salah Abdeslam, il principale ricercato per gli attentati di Parigi del 13 novembre.
Due esplosioni a Zaventem.
Le esplosioni a Zaventem sono avvenute nella hall delle partenze, al terminal A, accanto al banco della American airlines e della Brusseles Airlines.
La polizia ha evacuato lo scalo, interrotto i voli e i collegamenti ferroviari. La rete pubblica belga Vrt lo ha definito “un attacco suicida” nel quale avrebbe agito almeno un kamikaze. Fonti governative parlano di un attentato. Prima delle due esplosioni, secondo l’agenzia di stampa Belga, si sarebbero sentiti urli in arabo e spari.
Colpita la stazione Metro.
Sotto attacco anche il centro della città e l’area dove si trovano gli uffici dell’Unione europea.
Erano le 9,15 quando si è sentita un’esplosione nella stazione di metropolitana Maelbeek a due passi dalle istituzioni europee.
I media parlano di una decina di morti. Alcuni testimoni avrebbero visto uscire persone insanguinate.
Testimoni parlano anche di un’altra esplosione alla Metro Schuman, sempre vicino alle istituzioni della Ue. I media parlano di feriti.
Tutte le stazioni della metropolitana della città sono state chiuse ed è stata evacuata la stazione centrale. La Commissione europea ha avvertito tutti i suoi dipendenti a restare a casa o all’interno dei loro uffici.
Il livello d’allerta.
La procura belga aveva lanciato l’allarme per nuovi attentati. Oggi il livello d’allerta in Belgio è stato elevato a livello 4 – il massimo – in tutto il paese e a livello provinciale è scattato ‘il piano catastrofi’. Bruxelles è una città isolata, paralizzata con metro e stazioni chiuse.
Le autorià hanno chiesto ai cittadini di evitare gli spostamenti. “Il piano di emergenza è stato attivato”, ha detto Rudi Vervoort, presidente della regione Bruxelles-Capitale.
Le testimonianze.
Sui media locali si vedono immagini che mostrano una colonna di fumo che proviene dall’aeroporto di Zaventem. Una terza bomba è stata ritrovata nell’area.
“Ero nella hall delle partenze, al Gate 10 quando ho sentito la prima esplosione, verso le 7 e 45. Molte persone si sono messe a correre verso l’uscita. Poi c’è stata una seconda esplosione fra il gate 8 e il 9. Dei pezzi del soffitto sono caduti. E’ scoppiato il panico. Ho visto feriti, ma non gravi”, ha detto Marie-Odile, una testimone al giornale La Libre Belgique.
“Ero in coda per la registrazione e ho sentito un’esplosione. Ho visto il fumo, ho visto gente correre in preda al panico verso l’uscita. C’è stata una seconda esplosione molto più vicina a me”, ha detto un testimone a Bel Rtl.
“Tutti hanno lasciato l’aeroporto in preda al panico, la maggior parte delle persone hanno lasciato il loro bagaglio. Le auto sono state evacuate”, ha riferito la fonte citata da Derniere heure. Numerosi agenti di polizia e ambulanze si sono recati sul posto. Lo scalo è stato chiuso, non ci sono nè voli che arrivano nè in partenza.
Bombe inesplose.
Un testimone riferisce alla stessa emittente di avere visto diversi feriti e persone svenute sul marciapiede dell’ingresso della hall delle partenze, davanti all’hotel Sheraton, a Zaventem. Al momento, fa sapere l’ambasciatore in Belgio, Vincenzo Grassi, non risultano vittime italiane negli attentati di Bruxelles.
Salvini: “Stavo per partire”.
“Sto rientrando in questo momento nei miei uffici a Bruxelles, la polizia mi ha bloccato a poca distanza dall’aeroporto, dove a minuti avrei preso un aereo per l’Italia”, ha detto Matteo Salvini, segretario della Lega Nord. Raggiunto al telefono, Salvini ha spiegato “stavo andando proprio alla sala partenze dell’aeroporto di Bruxelles per tornare in Italia quando sono stato bloccato e rimandato indietro dalla polizia. Qui intorno c’è un grande caos”.
Controlli negli aeroporti. Zaventem è blindata.
I voli sono sospesi e non è più possibile raggiungere l’aeroporto belga dalle stazioni. Sono stati sospesi tutti i voli diretti a Bruxelles dall’aeroporto di Fiumicino. La polizia federale della Germania ha rafforzato i controlli di sicurezza all’aeroporto di Francoforte e quella francese nello scalo di Parigi-Roissy.
(da agenzie)
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