Destra di Popolo.net

“APPENDINO SENZA RISPETTO, ME NE VADO. AUGURI A TORINO, NE HA BISOGNO”: CLAMOROSE DIMISSIONI DELLA PRESIDENTE DEI MUSEI TORINESI

Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile

IN TRE ANNI HA AUMENTATO IL NUMERO DEI VISITATORI DEL 105%… PATRIZIA ASPONI SPARA A ZERO SULLA SINDACA: “LA MOSTRA DI MANET NON C’ENTRA”

“Non è lei che mi caccia, non potrebbe neppure farlo. Sono io che mi dimetto”. Da una parte la sindaca di Torino Chiara Appendino. Dall’altra Patrizia Asproni, presidente a titolo gratuito della Fondazione Torino Musei.
“Non ci vado, non ce n’è bisogno. Tolgo il disturbo. È un problema di mancato rispetto, delle competenze e del lavoro svolto. E ormai anche di profonda sfiducia in questa amministrazione”.
Tutto era cominciato una settimana fa, con un articolo in cui si affermava che forse la mostra di Manet non si sarebbe fatta.
La reazione della sindaca Chiara Appendino era la richiesta di dimissioni della presidente Asproni, arrivata nel 2013, e titolare di numeri importanti, più 42 per cento di visitatori totali nel 2014, più 31% nel 2015, più 32% al 30 settembre 2016. L’accusa: non essere stata informata, se non a mezzo stampa.
“Il caso Manet non esiste. Quella mostra era un’ipotesi, non calendarizzata. Il mio ruolo è prevedere stanziamenti, attuare modalità  di gestione. Non faccio ingerenze, io. Attendo che mi venga presentato un progetto. Sul resto decidono i direttori dei quattro musei con i quali ho avuto l’onore di lavorare”
Le dimissioni hanno altre ragioni,spiega Asproni.
“Nonostante le mie incessanti richieste, non ho mai avuto un contatto diretto con la sindaca. Il problema è politico”.[…] “Il giorno della sua elezione le mandai un messaggio di felicitazioni con la richiesta di un incontro. Un altro il 19 luglio. Poi un altro, e un altro ancora. Nessuna risposta. Invitiamo Appendino alla presentazione del bilancio semestrale. La sindaca sarà  presente, ci dicono. Ottimo. Chiamano per dire che ha un impegno. Spostiamo la data per permetterle di esserci. Alla fine ci fa sapere che non viene ma ci sarà  Francesca Leon, assessore alla Cultura. Non si presenta neppure lei. Sconcertante”.[…] “Forse ero vissuta come un residuo del passato recente”.
Ed ancora, contro Chiara Appendino.
“La reazione della sindaca risponde più alla tutela della sua immagine che non a quella della città ” […] “Torino risponde bene agli eventi, è molto orgogliosa di essere diventata anche con la cultura un modello riconosciuto da tutti. Al momento la sindaca gode di un consenso ampio e mediatico che le permette di dire un giorno una cosa e subito dopo il suo contrario. Mi chiedo per quanto tempo la città  possa rimanere senza conoscere le sue linee guida. Basta poco per tornare indietro”. […] “Avrei voluto incontrarla. Sarebbe stato tutto più semplice. Nei miei confronti c’è stato un pregiudizio che prescinde anche dai risultati ottenuti. Ho la mia dignità . Buon lavoro alla sindaca e tanti auguri a Torino. Ne ha bisogno”.

(da “Huffingtonpost”)

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DUE EX COLLABORATORI DI TRUMP SPIE RUSSE

Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile

LAVORAVANO PER PROGRAMMI SPIA IN GRADO DI RINTRACCIARE “CHI ERA SOTTO OSSERVAZIONE”… LO STAFF AMMETTE: “SIAMO INDIETRO”

Dopo le ennesime accuse di molestie sessuali rivolte a Donald Trump “siamo indietro anche se non è ancora finita”, ha confessato la responsabile della campagna elettorale del candidato repubblicano, Kellyanne Conway che ha inoltre rivelato le intenzioni del magnate di investire soprattutto negli Stati che si considerano ‘chiave’ per vincere le elezioni, tra cui Florida, Ohio, Iowa, Carolina del Nord e Nevada.
“Sappiamo che possiamo sempre farcela”, ha aggiunto. Intanto i sondaggi parlano di un distacco notevole di Clinton, che sarebbe in vantaggio di 12 punti su Trump, 50% a 38%.
Due degli ex collaboratori più stretti di Donald Trump, Paul Manafort e Rick Gates, hanno legami finanziari con una società  che ha cercato di aiutare il governo russo a spiare i propri cittadini.
Lo riporta il New York Post citando alcune fonti, secondo le quali la società  EyeLock ha fatto lobby sul presidente russo Vladimir Putin nel tentativo di ampliare il programma di spionaggio del Paese.
Mosca puntava a usare la tecnologia per la lettura dell’iride nella metropolitana per rintracciare chi era ”sotto osservazione”. EyeLock ha cercato di aggiudicarsi il contratto per ‘nascondere i dispositivi per la lettura dell’iride nella metropolitana, ma senza successo.
I legami fra Trump e Putin tramite Manafort e Gates sollevano dubbi sul potenziale conflitto di interessi.
Il tycoon continua però ad attaccare sul piano della paura degli americani per il terrorismo: ”Con me il terrorismo islamico resterà  fuori dal Paese”: è la promessa di Donald Trump, che assicura una stretta sull’immigrazione, anche con la costruzione del muro al confine con il Messico.
Trump in Florida, dove secondo gli ultimi sondaggi è indietro di tre punti rispetto a Hillary Clinton, attacca l’ex segretario di Stato e John Podesta, il responsabile della sua campagna, definendolo un ‘nasty guy’, un ragazzo cattivo facendo eco all’espressione ‘nasty woman’ usata per la Clinton nell’ultimo dibattito.
E Donald Trump cita anche la first lady Michelle Obama per attaccare Hillary Clinton. E critica il presidente Barack Obama: è un ”incompetente”
Al miliardario newyorkese risponde direttamente il presidente degli Stati Uniti: ”Non possiamo permetterci” Donald Trump alla Casa Bianca, ”non possiamo farlo. Non è uno scherzo”.
Lo afferma Barack Obama nel corso di un comizio a Las Vegas, dove è impegnato a fare campagna per Hillary Clinton. ”Se ci tenete a creare posti di lavoro e se volete che la riforma dell’immigrazione sia approvata, allora volete Hillary Clinton presidente”, mette in evidenza Obama, invitando anche a votare per i democratici in Congresso.
“Donald Trump e Vladimir Putin ”hanno una storia d’amore”. Lo afferma scherzando il presidente americano Barack Obama, nel corso del comizio elettorale per Hillary Clinton. Trump quando parla di elezioni di truccate ”significa che sta perdendo”, aggiunge Obama.

(da “La Repubblica”)

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DOPO SECOLI DI SFRUTTAMENTO, L’EUROPA CHIUDE LE PORTE ALL’AFRICA

Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile

LE POTENZE COLONIALI HANNO DEPREDATO L’INTERO CONTINENTE… ECCO PERCHE’ MILIONI DI PERSONE OGGI RISCHIANO LA VITA

Da tempo l’Italia sollecita solidarietà  in Europa per condividere l’onere dell’immigrazione. La richiesta, senza successo, è motivata da comunanza d’interessi di fronte a violenza e povertà  in Africa.
In effetti, l’esodo attraverso il Mediterraneo non è solo il risultato di miserie attuali.
È conseguenza del più grande crimine nella storia dell’umanità : un delitto perpetrato a Londra, Parigi e Bruxelles — e che ora continua con il concorso di Pechino.
Un crimine che ha causato, dice l’ex-capo Onu Kofi Annan, oltre 250 milioni di morti (neri): per farsi un’idea, il doppio dei morti (bianchi) nelle due guerre mondiali.
Storia e giustizia motivano la richiesta italiana, non solo solidarietà .
Una parola sintetizza la tragedia africana: sfruttamento.
La razzia incessante delle risorse — umane, minerarie, agricole — inizia nel XV secolo, quando i portoghesi mappano coste e sviluppano affari.
Poi Spagna, Inghilterra e Francia trafficano spezie e, in maniera crescente, esseri umani. Per tre secoli gli europei non penetrano all’interno del continente: contano sugli arabi che assalgono i villaggi e organizzano interminabili carovane di prigionieri fino al mare — trasportati a oriente verso il Golfo e l’Asia, e a occidente verso le Americhe.
SCHIAVI TRE SU QUATTRO  
Nel ‘600 tre africani su quattro sono intrappolati in una qualche forma di servitù. Inglesi e francesi si distinguono per un lucroso commercio triangolare: trasportano cargo umano nelle Americhe, dove usano le acque fredde del Nord per disinfettare navi purulente di sangue e infestazioni.
Poi caricano zucchero, cotone e caffè che trasportano in Europa (a Liverpool e Nantes). Quindi riempiono le stive di manufatti, alcool, armi e polvere da sparo che barattano in Africa con altre vittime.
La razzia accelera quando, come risultato della guerra di successione spagnola (i trattati di Utrecht del 1713), Londra ottiene il quasi monopolio del traffico di schiavi attraverso l’Atlantico. Il picco è raggiunto alla fine del ‘700 per un totale di 100 milioni di vittime (stima incerta, ma realistica).
All’inizio del ‘800 due mutamenti storici convergono.
Dopo decenni di lotta, il movimento anti-schiavista prevale: nel 1807 il Regno Unito decreta la fine del traffico internazionale di esseri umani; l’anno successivo aderiscono gli Usa. (Non e’ la fine della schiavitù, ma la fine del trasporto nell’Atlantico).
Al contempo, e per recuperare reddito, inizia l’esplorazione del cuore dell’Africa: David Livingstone, H.M. Stanley e più avanti Richard Burton, mappano i fiumi del Congo, scoprono i grandi laghi e trovano le sorgenti del Nilo.
Lo spirito d’avventura anima gli esploratori. La ricchezza delle risorse africane motiva i loro governi, afflitti da problemi economici: una lunga depressione in Francia e Germania (1873-96), un continuo disavanzo commerciale in Inghilterra. L’Africa è ritenuta la soluzione della crisi, grazie alle sue grandiose risorse: rame, diamanti, oro, stagno nel sottosuolo; cotone, gomma, tè e cocco in superficie.
L’OCCUPAZIONE
Entrano anche in gioco interessi individuali — anzi, personali. L’inglese Cecil Rhodes chiama Rhodesia (oggi Zimbabwe) il Paese del quale s’impossessa.
Il re del Belgio Leopoldo II dichiara il Congo proprietà  personale e passa dal furto delle risorse umane all’esproprio di quelle naturali.
«Quando, dopo 200 anni, traffici umani, mutilazioni e mattanze terminano, inizia la razzia di avorio e caucciù», scrive Stephen Hoschchild, biografo di Leopoldo. In una storia di avidità  e terrore, l’African Company (di proprietà  del re) causa 10 milioni di morti ed espropria risorse per decine di miliardi attuali. Venti-trentamila elefanti sono abbattuti annualmente. E il Belgio emerge come il Paese più ricco in Europa.
Inevitabilmente la corsa a derubare l’Africa diventa ragione di scontro tra le potenze coloniali. Intimorito, il Kaiser Guglielmo II convoca la conferenza di Berlino (1884), durante la quale le potenze europee si spartiscono il continente: un accordo che dura fino al 1914.
La demarcazione dei confini coloniali decisa a Berlino violenta le realtà  africane: racchiude etnie, religioni e lingue in confini artificiali, al solo fine di perpetuare il saccheggio delle risorse. In breve, i confini tracciati dagli europei allora pongono le basi per la violenza e la povertà  di ora.
LA II GUERRA MONDIALE  
Dopo la seconda guerra mondiale l’Africa diventa indipendente, con risultati non meno devastanti. In vari Paesi il potere passa nelle mani della maggiore etnia, che raramente coincide con la maggioranza della gente: chi è fuori dal clan è oppresso, spesso fisicamente.
Imitando gli oppressori coloniali, i nuovi despoti gestiscono le risorse come proprietà  personale. Rubano quanto possibile. Il resto finisce nelle tasche di amministratori corrotti, finanzia milizie a sostegno del potere e, soprattutto, compra la correità  degli investitori esteri — inglesi, francesi e belgi.
Nel primo mezzo secolo d’indipendenza africana gli interessi economico-finanziari europei (a volte americani) mantengono al potere dittatori sanguinari in nazioni artificiali. Rivolte e fame hanno un costo umanitario drammatico.
Una seconda liberazione si delinea dopo il 1990.
Grandi despoti scompaiono, e con essi gli immensi patrimoni da loro saccheggiati. Il comunista Mengistu fugge dall’Etiopia, Mobutu muore in Congo, il nigeriano Abacha spira nelle braccia di una prostituta: questi due ultimi accusati di aver rubato almeno 5 miliardi di dollari a testa.
Soldi impossibili da recuperare: all’Onu ho identificato parte dei fondi di Abacha in banche anglo-svizzere, che gli avvocati dei figli del dittatore hanno subito congelato. Inevitabilmente le risorse rubate ai cittadini africani finiscono con l’arricchire le banche di New York, Londra e Lussemburgo.
LA SITUAZIONE OGGI
Oggigiorno, a distanza di un quarto di secolo, furti e violenza continuano, dal Sudan di Al-Bashir (2 milioni tra morti e rifugiati), al Congo di Kabila (6 milioni di morti); da Zimbabwe di Mugabe, al Sud Africa di Zuma.
In Guinea equatoriale il presidente Obiang, al potere da 35 anni, nomina vice-presidente il figlio Mangue — un vizioso che colleziona auto di lusso, tra esse una Bugatti da 350 mila dollari che raggiunge i 300km/h in 12 sec.
Il settimanale inglese The Economist elenca 7 Paesi africani su 48 come liberi e democratici: tra essi Botswana, Namibia, Senegal, Gambia e Benin.
Altrove gli autocrati perpetuano il potere modificando la costituzione (in 18 Paesi), oppure ignorandola (Congo). Il vincitore «piglia tutto», dice Paul Collier di Oxford: ruba per ripartire le spoglie con quanti l’aiutano a preservare il potere.
Nulla sfugge al suo controllo: parlamento, banca centrale, commissione elettorale e media.
A tutt’oggi, i Paesi europei che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati africani continuano a depredare le materie prime dell’Africa. Non solo oro e petrolio, disponibili altrove. Sono soprattutto i minerali rari che interessano: uranio, coltano, niobium, tantalum e casserite, necessari nell’elettronica dei cellulari e in missilistica. Allo sfruttamento ora partecipa attivamente anche la Cina, prediletta dai despoti africani perchè non condiziona prestiti e investimenti a clausole per proteggere democrazia e ambiente. Insomma, una catena d’interessi stranieri mantiene il continente nella disperazione: parlamenti e amministrazioni sono corrotti; strade, energia elettrica e ferrovie inesistenti.
FUGA VERSO L’OCCIDENTE  
A questo punto la gente africana ha una misera scelta: morire di violenza e povertà  in patria, oppure rischiare la vita nel Mediterraneo, in un esodo dalle dimensioni bibliche — decine di migliaia di persone negli ultimi mesi, decine di milioni negli anni a venire. Papa Francesco parla di carità . Il governo italiano di solidarietà . Certamente. Soprattutto il mondo riconosca che Londra, Parigi e Bruxelles hanno causato il dramma africano, derubando dignità  e risorse a gente già  povera. È tempo di risarcimento — com’è avvenuto dopo la prima guerra mondiale, dopo l’olocausto, e a seguito di disastri naturali. Risarcimento in termini di assistenza allo sviluppo (per fermare la migrazione) e in termini d’integrazione (per assistere gli immigrati). L’Italia, con le sue minime colpe coloniali, ha poco da risarcire e tanto da insegnare ai Paesi che ora erigono barriere contro le vittime della violenza europea.

Antonio Maria Costa
(da “La Stampa”)

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I CATTIVI MAESTRI FANNO SCUOLA: RAID SULL’AUTO DEL PRETE CHE ACCOGLIE I PROFUGHI

Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile

PRIMA DI ACCOGLIERE I PROFUGHI SAREBBE MEGLIO CHE LO STATO INIZIASSE AD ACCOGLIERE IN CARCERE LA FOGNA RAZZISTA, APPLICANDO LA LEGGE VIGENTE

“Ritengo una azione barbara, vigliacca e testimone di profonda immaturità  umana quella di chi ha ben pensato questa mattina, probabilmente mentre celebravo Messa, di manifestare il suo dissenso verso l’avviata iniziativa emergenziale di accoglienza di profughi danneggiando la mia vettura. Sono segnali intimidatori che fanno scaturire dal mio cuore una preghiera perchè si abbassino i toni e ci si riappropri di un guizzo di civiltà “.
La denuncia arriva via Facebook da don Paolo Iannaccone, ex parroco della chiesa di via Manzoni a Trieste e da qualche tempo parroco di San Benedetto Abate, ad Aquilinia.
L’auto di don Paolo ha subìto nelle scorse ore un atto vandalico, un gesto che a detta del prete ha una chiara matrice: il dissenso per l’apertura dell’ex asilo delle suore canossiane di Aquilinia ai profughi.
“C’è tanta delusione – ha commentato ancora ieri don Paolo -, onestamente non mi era mai capitato prima un fatto del genere, però non mi fermo: si va avanti”.
Pochi giorni fa un gruppo di residenti aveva dato vita ad una petizione per dire “no” ai profughi ad Aquilinia. La petizione, che verrà  indirizzata al prefetto Porzio, al sindaco di Muggia Laura Marzi, alla Diocesi di Trieste e al Consiglio comunale di Muggia, critica la scelta di utilizzare l’ex asilo delle canossiane, collocato “in un centro con forte densità  abitativa, immediatamente vicino alla scuola Loreti, alle strutture sportive e alla chiesa, strutture frequentate da bambini dai sei anni in su”.
Sebbene sia riconosciuto che la struttura in questione risulti di proprietà  privata, nello specifico della Diocesi di Trieste, per i firmatari la struttura è inserita in un ambito di “forte interesse pubblico e quindi di particolare impatto sull’abitato”
Nella petizione si legge che i “bambini e minori sono i soggetti meno indicati da esporre a situazioni di turbativa della loro tranquillità , anche se solo potenziali. Nella zona risiedono inoltre molte famiglie di anziani verso i quali la preoccupazione sarebbe la stessa”.
I firmatari chiedono dunque “alle amministrazioni locali, alle istituzioni, alla Diocesi e al prefetto di Trieste di rivedere questa scelta e di trovar luoghi più idonei dove ospitare tali soggetti lontani da centri abitati e da luoghi frequentati da bambini e minori”.
Inosmma, la solita storia che i profughi devono restare invisibili per non turbare la vista dei soliti quattri razzisti di provincia.
Pronta la replica del sindaco muggesano Laura Marzi: “Il Comune è stato informato dal prefetto su una decisione già  presa su una struttura privata. Io a mia volta ho informato immediatamente i cittadini, come da accordi, attraverso il web. Fermo restando che questa amministrazione comunale è favorevole al concetto di accoglienza diffusa, ribadiamo che quella di Aquilinia sarà  una accoglienza temporanea e prettamente notturna, quindi, pressochè a impatto zero sui residenti”.
Su quanto accaduto a don Iannaccone, Marzi ha espresso la sua solidarietà  al prete: “Arrivare a questo genere di intimidazioni significa aver toccato il livello più basso nemmeno concepibile. Sono vicina a don Paolo”.

(da “La Repubblica“)

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IL PD DICE ADDIO ALLA STORICA SEDE IN VIA DEI GIUBBONARI

Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile

LO SFRATTO A META’ NOVEMBRE

Alla fine il Partito Democratico si arrende e dice addio alla sede di via del Giubbonari.
Dopo l’avviso di sfratto e le minacce M5S in consiglio comunale arriva l’epilogo di una lunga vicenda, conclusa nel peggiore dei modi: una sentenza del Consiglio di Stato che, il 22 settembre, non ha riconosciuto al Pd il titolo a occupare quei locali di proprietà  comunale.
In attuazione, per paradosso, di una delibera varata nel 2015 da un’amministrazione di sinistra: fu infatti la giunta Marino, animata dalla pur lodevole intenzione di disboscare la giungla di affitti e concessioni irregolari, a innescare il contenzioso che ha fatto calare il sipario.
Spiega Repubblica Roma:
Processo poi accelerato dal commissario Tronca e chiuso dalla Raggi. Lo sfratto esecutivo, già  notificato ai primi di ottobre, verrà  eseguito a inizio novembre. Mercoledì, all’ultima assemblea degli iscritti con il commissario romano Matteo Orfini e la subcommissaria Elisa Simoni, si discuterà  della nuova sede e la strategia per non disperdere il patrimonio di idee coltivate in via dei Giubbonari per quasi settant’anni. Poi si prepareranno gli scatoloni. E si restituiranno le chiavi. Cercando anche di capire come fare per tornare. Se esiste margine per un accordo sugli oltre 100mila euro di debiti che il Campidoglio rivendica (insieme alla Corte dei Conti) ma il Pd ha sempre contestato.
Frutto di una vecchissima lite sul canone da pagare: le 320 lire mensili stabilite nel 1946 per la locazione, una somma simbolica già  allora, nel 1986 sono state infatti rivalutate in 12mila lire, per poi schizzare nel 2010 (con la giunta Alemanno) a 1.200 euro, in base a un complicato calcolo di adeguamento dell’importo iniziale.
Troppi, per i vari segretari di circolo e del partito che si sono avvicendati.
Di certo, una spesa insostenibile per una sola sede di partito. E perciò auto-ridotta, con comunicazione scritta al Campidoglio, a soli 102 euro al mese, «corrispondenti all’originario canone di concessione senza però rivalutazione», spiega Giulia Urso. Risultato?
La morosità  già  accumulata negli anni si è impennata alla cifra monstre di 170mila euro: a quanto cioè ammonta il totale degli affitti arretrati

(da “Huffingtonpost“)

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