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GRAZIE AL M5S SI AVVICINA IL RITORNO DEI TREDICINE A PIAZZA NAVONA

Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

IL SISTEMA DEGLI AMBULANTI STIGMATIZZATO DA MAFIA CAPITALE TORNA IN AUGE CON LA GIUNTA RAGGI

Il grande ritorno dei Tredicine a Piazza Navona per la Festa della Befana si avvicina sempre di più.
A certificarlo è il presidente della Commissione Commercio Andrea Coia, che ribadisce che in assemblea verrà  presentata e approvata una mozione per impegnare la Giunta a trovare una maniera per rifare la fiera.
Coia ha proposto e fatto votare in commissione la proposta di una mozione affinchè la giunta capitolina si adoperi per fare in modo che il Dipartimento di via dei Cerchi elabori un bando per l’istituzione della festa tradizionale, preservando criteri di decoro e di qualità , in vista del prossimo Natale.
Tornerà  quindi in auge la fotografia di Luigi Di Maio con i sindacalisti degli ambulanti: il leader pentastellato dichiarava qualche tempo fa: «Due membri della famiglia Tredicine si sono fatti una foto con me mentre camminavo in mezzo a centinaia di manifestanti. Ma, anche se mi rubassero 100 foto, i Tredicine rimarrebbero sempre i Tredicine e la loro storia non cambierebbe: sappiamo bene chi sono e il sistema che rappresentano a Roma, come emerso da Mafia capitale».
E invece, nonostante i richiami di Di Maio a Giordano Tredicine e Mafia Capitale, l’idea del M5S è presentare una richiesta formale al Dipartimento commercio per verificare se ci sono i margini per predisporre una festa temporanea per quest’anno, con un avviso pubblico fatto direttamente dal Comune in virtù dei poteri sostituivi che la normativa gli riconosce visto che i 90 di giorni necessari per il bando sono ormai ampiamente scaduti, come ricordato tempo fa dall’assessore al commercio Adriano Meloni.
Così verrebbero accontentate le decine di ambulanti che continuano a pressare il Campidoglio, ricorda Il Fatto.
Anche se lo stesso Segretariato Generale, nel parere espresso su richiesta della Commissione, parla di un bando “difficile da realizzarsi per mancanza dei tempi necessari”.
La Giunta Raggi andrà  allo scontro con il I Municipio. «Ho parlato con Meloni- ha detto Coia — sulla necessità  di fare un bando, non ha detto nulla, a mio avviso è favorevole».
In realtà , scrive Il Messaggero, l’assessore,a margine della commissione, ha confermato per voce del suo ufficio stampa la posizione espressa due mesi fa.

(da “NexrQuotidiano”)

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CORRUZIONE, ARRESTATO SINDACALISTA DEL SAP: “PERMESSI DI SOGGIORNO IN CAMBIO DI REGALI”

Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

UN ISPETTORE DELL’UFFICIO IMMIGRAZIONE IN DISTACCO SINDACALE INCASTRATO DAI SUOI COLLEGHI DELLA QUESTURA DI MILANO

“Avrebbe venduto permessi di soggiorno in cambio di regali”. Questa l’accusa contestata a un dirigente sindacale della polizia, Giuseppe Falcone, 56 anni, segretario lombardo del Sap (Sindacato autonomo di Polizia). L’uomo è stato arrestato a Milano per corruzione.
A presentarsi dal poliziotto, un ispettore dell’Ufficio immigrazione in distacco sindacale, sono stati i suoi stessi colleghi della questura di Milano. Per l’indagato il giudice per le indagini preliminari ha disposto gli arresti domiciliari.
“Quando abbiamo appreso dell’arresto del collega abbiamo provveduto a comunicare al Questore di Milano di averlo sospeso dall’incarico di sub-commissario del sindacato” spiega Giorgio De Biasi, storico sindacalista e commissario straordinario del Sap (Sindacato autonomo di Polizia) alla notizia dell’arresto di Falcone, dirigente dell’organizzazione milanese ed ex presidente dell’Api (Associazione Poliziotti Italiani), per “più episodi corruttivi” che sarebbero avvenuti, secondo le accuse, prima del giugno 2015, data del commissariamento del Sap milanese.
“Il collega si difenderà  nelle sedi opportune — ha aggiunto De Biasi — noi rimaniamo fiduciosi nell’operato della magistratura”.

(da agenzie)

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CASCIO (NCD) CONDANNATO PER CORRUZIONE: “LAVORI IN VILLA IN CAMBIO DI FONDI UE AL RESORT”

Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

CONDANNA A 2 ANNI E 8 MESI, SOSPESO DA DEPUTATO REGIONALE PER 18 MESI…MA ALFANO GLI RIBADISCE LA SUA STIMA

Aveva favorito due imprenditori che avevano chiesto l’erogazione di alcuni finanziamenti europei: sei milioni di euro utilizzati per realizzare un resort con campo da golf sulle Madonie.
In cambio aveva ottenuto la sistemazione gratuita della sua villetta a Collesano, proprio nei pressi della lussuosa struttura turistica costruita grazie al denaro ottenuto da Bruxelles.
Per questo motivo il gup del tribunale di Palermo Guglielmo Nicastro ha condannato a due anni e otto mesi di carcere Francesco Cascio, coordinatore e deputato regionale del Nuovo Centrodestra, ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana.
L’esponente del partito di Angelino Alfano era accusato di corruzione ed è stato colto da un malore subito dopo che il gup ha letto la sentenza di condanna nei suoi confronti.
Poco male, perchè subito dopo si è precipitato il ministro dell’Interno a garantire di persona la sua innocenza, nonostante la condanna appena incassata: una situazione ai limiti dell’ossimoro.
“Ho sentito l’onorevole Francesco Cascio per ribadirgli amicizia, stima e fiducia nella sua persona e nella sua innocenza che sono convinto riuscirà  a provare in appello. L’articolo 27 della Costituzione è tuttora in vigore e ci consente, e al tempo stesso impone, di considerarlo innocente”, ha detto Alfano, annunciando di aver “convintamente respinto” le dimissioni del deputato siciliano da coordinatore regionale di Ncd.
Secondo il procuratore aggiunto di Palermo Dino Petralia e i sostituti Gery Ferrara, Paolo Guido e Gaspare Spedale, Cascio si è fatto corrompere ai tempi in cui era l’assessore al turismo del governo di Salvatore Cuffaro: è tra il 2001 e il 2004, infatti, che gli imprenditori Giuseppe e Gianluigi Lapis, avevano chiesto e ottenuto l’erogazione di quei contributi comunitari per realizzare il golf resort sulle Madonie.
In cambio del suo interessamento l’ex esponente di Forza Italia aveva incassato quello che il pm Guido ha definito un segno di “ringraziamento” per i servizi resi: la sistemazione della sua villa di Collesano.
Quei lavori edili, tra l’altro, iniziarono negli anni successivi al 2003 e durarono almeno fino al 2010: è per questo che il reato imputato a Cascio non si è prescritto.
Secondo l’accusa l’ex presidente dell’Ars ha agito con la collaborazione di due dirigenti regionali, Agostino Porretto e Aldo Greco, rinviati a giudizio dal giudice Nicastro, dato che hanno scelto di farsi processare con il rito ordinario: il loro procedimento comincerà  il 6 marzo mentre le posizioni degli imprenditori Giuseppe e Gianluigi Lapis sono state stralciate.
“Attendiamo la lettura delle motivazioni della sentenza e poi presenteremo appello”, ha detto l’avvocato Enrico Sanseverino, legale di Cascio, che dopo la condanna di oggi sarà  sospeso dall’Assemblea regionale siciliana per 18 mesi, come prescrive la legge Severino: il deputato di Ncd, dunque, non farà  in tempo a tornare a Palazzo dei Normanni dato che la legislatura scadrà  nell’ottobre 2017, prima della fine della sua sospensione.
Al suo posto, invece, s’insedierà  Giuseppe Di Maggio, secondo dei non eletti nella lista del Pdl alle regionali del 2012: il primo era Pietro Alongi, ma è già  diventato deputato nel 2013 al posto di Salvino Caputo, condannato in via definitiva per abuso d’ufficio.
Punta di diamante di Forza Italia nella Sicilia iperberlusconiana, dopo il tracollo del centrodestra sull’isola Cascio non ha ridimensionato le sue aspettative politiche.
Nel 2013 è stato designato tra i grandi elettori spediti a Roma per eleggere — anzi in quel caso si trattò di rieleggere Giorgio Napolitano — il presidente della Repubblica, nonostante la Corte dei conti lo avesse appena condannato a risarcire la Regione Siciliana con 12 milioni di euro — insieme a 16 altri politici — per l’inutile assunzione di 512 autisti di ambulanza.
Poi, dopo aver seguito Alfano nella creazione di Ncd, ha cominciato a dialogare con i renziani del Pd, nel frattempo usciti vincitori dal congresso.
E infatti, qualche mese fa, il suo nome era stato indicato come possibile candidato sindaco di Palermo che il Pd e i centristi avrebbero volentieri appoggiato per provare a interrompere il regno di Leoluca Orlando.
Ipotesi che, dopo la condanna di oggi, è probabilmente da archiviare.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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BERSANI: “IL PD DI RENZI È FINITO, IL PARTITO DEL 40% NON ESISTE PIU'”

Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

“IL NO AL REFERENDUM? MEGLIO STARE CON GRILLO CHE CON VERDINI”

“Il film delle europee e del 40% è finito. Quella era solo un’amichevole e i voti di destra sono arrivati per questo. La Ditta per me è il centrosinistra, di cui il Pd deve essere la principale infrastruttura. Dobbiamo fertilizzare quello che sta attorno a noi, promuovere associazioni che stanno un po’ dentro e un po’ fuori”.
Lo afferma l’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, in un’intervista a Repubblica in cui propone di “far eleggere il segretario del Pd dagli iscritti e lasciare le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier”.
“Per fare un congresso in modo serio avremmo dovuto partire almeno sei mesi fa. A Roma dopo la sconfitta non si è fatta neanche una riunione e non si è dimesso nessuno. In mezza Italia siamo troppo permeabili a fenomeni che come minimo chiamerei di trasformismo. Prima del congresso – sottolinea Bersani – ci vuole un appuntamento nazionale per cambiare lo statuto: una volta si chiamava conferenza di organizzazione, se adesso vogliono trovare un nome inglese a me va bene anche chiamarlo Leopold”.
Sulla legge elettorale, “non pensino di dire a me cose tipo stai sereno. La verità  è che definiscono l’Italicum una legge ottima e la maestra mi ha insegnato che meglio dell’ottimo non c’è nulla”, commenta Bersani.
Quanto al referendum, “a domanda secca, tra Grillo e Verdini io scelgo il primo. Noi non dobbiamo demonizzare, ma essere sfidanti e competitivi – prosegue – con le ragioni di quell’elettorato. E aggiungo: con quello che sta accadendo nel mondo a destra, il M5S ha dato una mano tenere il sistema in equilibrio, portando l’insofferenza sul terreno parlamentare”

(da “Huffingtonpost”)

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IL GOVERNO FA RETROMARCIA, SALTA LA SANATORIA SUL CONTANTE

Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

ANCORA IL ALTO MARE IL DECRETO FISCALE, DUBBI SULLA PRIVATIZZAZIONE DELLE POSTE

Dopo essersi fatto rosolare per tre giorni sulla graticola, soprattutto dalla minoranza pd e dai grillini, il governo fa dietrofront sulla sanatoria del contanti.
Dalla legge di bilancio, il cui testo peraltro non ha ancora visto la luce, sparisce infatti la flat tax del 35% per chi decideva di dichiarare al Fisco le somme detenute illegalmente in Italia.
E’ la famigerata norma “salva-Corona” come l’ha ribattezza l’ex segretario del Pd Bersani, secondo il quale in questo modo si sarebbe fatto un regalo alla Mafia.
“Scelta sacrosanta. Ma ormai siamo al day by day”, commenta laconico il presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia, che da subito si era schierato contro questa sanatoria annunciando che in Parlamento una misura del genere non sarebbe mai passata.
Il cambio di passo
A decidere sarebbe stato Renzi in persona, «dopo un lavoro sui testi fatto assieme da Mef e presidenza del Consiglio».
E così la versione definitiva del decreto fiscale, a sua volta oggetto di vari rimaneggiamenti, ripristinerà  la versione originale della voluntary disclosure che già  prevedeva la sanatoria sui contanti, ma assoggettata al normale calcolo progressivo dell’Irpef.
Dunque molto più oneroso, al punto che quasi nessuno l’anno passato aveva fatto emergere denaro contante.
Nonostante le precisazioni di Renzi («faremo solo modifiche minimali») la manovra sta cambiando. Eccome.
E questo spiega anche il ritardo con cui marcia. Solamente nel passaggio tra il consiglio dei ministri di sabato scorso e l’invio a Bruxelles del Documento programmatico di bilancio l’importo totale è sceso da 27 a 26,3 miliardi, gli incassi legati alla rottamazione delle cartelle di Equitalia sono invece franati da 4 a 2,6 miliardi e ieri si è appreso anche che la privatizzazione della seconda tranche delle Poste prevista per il 2017 è scomparsa dai radar e che il fondo a sostegno degli esuberi delle banche anzichè 100 milioni di euro l’anno ne varrà  ben 600 in un quinquennio.
E così, ad una settimana dall’approvazione formale, proprio a causa dei tanti ritocchi e delle tante modifiche, la legge di bilancio non ha ancora visto la luce.
Colpa soprattutto delle tante misure messe e tolte dal decreto fiscale, che è poi lo strumento deputato ad assicurare una parte importante di coperture, per quanto molte di queste siano certamente ballerine.
I pasticci burocratici
Il governo non solo ha “bucato” la scadenza del 20 ottobre per trasmettere la legge di bilancio alle Camere, ma ha mandato in ritardo a Bruxelles la sua sintesi sotto forma di Documento programmatico di bilancio (Dpb). In questo caso la scadenza era il 15 ottobre ma l’Italia, con la scusa del fine settimana, ha aspettato lunedì 17 per trasmetterla. L’invio è avvenuto così tardi che sul sito della Commissione il nostro documento è apparso solo il 18 mattina.
E come se non bastasse il 19 l’abbiamo pure corretto perchè 5 tabelle erano sbagliate. L’errore più evidente l’ha segnalato ieri via Twitter Riccardo Puglisi, professore associato di economia a Pavia: c’erano infatti ben 42 miliardi di consumi intermedi in più (2,5% del Pil) e 44 miliardi di euro di “pensioni e altro” in meno, un altro 2,6% di Pil. Non certo “bruscolini”.
Dunque, se era in ritardo di un paio di giorni il Dpb ora, spiegano alcune fonti, è “naturale” che lo sia pure la legge di Bilancio.
«In realtà  ci troviamo di fronte ad un fatto grave, perchè se chiediamo ai cittadini di rispettare tutte le scadenze il governo deve fare altrettanto. E pensare che con la riforma avevamo accordato al governo cinque giorni in più di tempo per fare le cose per bene», protesta Boccia.
Pare che ora la legge sia incagliata negli uffici del ministro per i Rapporti col Parlamento cui spetta anche curarne la trasmissione al Quirinale.
Per palazzo Chigi non c’è “nessun giallo”, «bisogna solo sistemare gli ultimi tasselli». Data prevista per la pubblicazione? Genericamente «la prossima settimana».
Lunedì? No, più probabile martedì.

Paolo Baroni
(da “La Stampa”)

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UNIVERSITA’ DI BOLOGNA, AGGREDITI GLI “STUDENTI PER IL SI'”

Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

CAMPAGNA REFERENDARIA AL VELENO

Sul referendum sale la tensione all’Università  di Bologna tra i sostenitori del Sì e del No.
Al punto che ieri gli universitari del comitato “Stavolta sì – studenti Unibo” hanno denunciato di essere stati intimiditi e aggrediti alle Scuderie di piazza Verdi da una decina di coetanei.
«Eravamo al bar per una riunione organizzativa – raccontano -. All’improvviso siamo stati interrotti, ci hanno insultato ripetutamente e strappato alcuni fogli sul tavolo. Come conseguenza, incomprensibile, il responsabile del locale ci ha obbligati a uscire, sebbene fossimo noi le vittime. Noi comunque continueremo la campagna, non ci facciamo intimidire».
Mentre arriva la solidarietà  agli studenti dei parlamentari Pd Andrea De Maria («fatti come questo non vanno sottovalutati») e Francesca Puglisi, emerge un altro episodio contro i sostenitori della riforma.
È lo storico Alberto De Bernardi, presidente del comitato “Sigalvanizza!”, ad esprimere «amarezza per l’ennesimo atto vandalico» nei confronti della sede del Pd in via Orfeo: prima è stata strappata l’insegna del circolo, poi il nuovo cartello è stato tappezzato di adesivi. «Esistono ancora persone che non accettano il confronto democratico», commenta lo storico.

(da agenzie)

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SONDAGGI REFERENDUM: SI’ IN RIMONTA, NO ANCORA IN TESTA

Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

SI VOTA PIU’ SUL GOVERNO CHE SULLA COSTITUZIONE…EQUITALIA PESA PIU’ DI OBAMA… VITTORIA SARA’ SUL FILO DI LANA

Conta di più un selfie con Obama o la ghigliottina calata su Equitalia?
Vale tutto, nella battaglia referendaria di Matteo Renzi. E tutto sposta voti, anche se non può bastare una cena alla Casa Bianca per issare la bandiera del governo sulla montagna del No.
Certo, il trend indica un’inversione di tendenza a favore della riforma, ma un solo istituto registra per adesso il controsorpasso del Sì.
“La verità  – spiega Alessandra Ghisleri (Euromedia Research) – è che non vale solo “quello” che fai per ottenere consenso, ma “quando” lo fai e “cosa” accade nel frattempo. Un vertice con il presidente degli Stati Uniti non deve pesare oggi, ma il 4 dicembre…”.
Tutto nasce da un sondaggio di Demopolis.
Per la prima volta da mesi, segnala il Sì oltre la soglia del 50%. Un 51% frutto dell’impatto mediatico di alcune misure annunciate dal governo, assicura il direttore Pietro Vento.
Il reset di Equitalia, ad esempio, oltre agli interventi sulle pensioni e alle le missioni internazionali del premier. “Il trend è certamente quello di un recupero del Sì – premette Antonio Noto a nome di Ipr – ma è per lo più precedente rispetto a questi eventi. E il No, comunque, è ancora al 51,5%”.
Ma se qualcosa si è mosso, è davvero merito del brindisi con Barack? “Gli endorsement dei leader internazionali spostano nulla – chiarisce Noto – semmai possono incidere quelli negativi, generando una reazione “difensiva” nell’elettorato. Altro discorso è Equitalia: muove qualcosa, soprattutto se il messaggio si sedimenta a ridosso del voto”.
Ecco il punto, il “quando”: “Lo sa che il 15% decide l’ultima settimana, il 4% addirittura nella cabina elettorale? Insomma, annunci del genere hanno presa sulla fetta di elettorato “emotivo”. Un po’ come fece Berlusconi l’ultimo giorno di campagna elettorale con l’Ici sulle prime case, ricorda?”.
Il portafogli più che la diplomazia internazionale, sembra di capire.
Lo sostiene anche il sondaggista Alessandro Amadori, che stima il No ancora in vantaggio al 52%. “Obama non c’entra proprio nulla – distingue – mentre Equitalia può incidere indirettamente a favore di Renzi. Il voto è come un investimento”.
Metafora suggestiva, che dimostra come in gioco ci sia l’esistenza stessa dell’esecutivo: “Noi lo paragoniamo al Rot, cioè alla capacità  del capitale investito di trasformarsi in ricavi di vendita: ecco, misure fiscali di questo tipo posso creare nell’elettore un atteggiamento favorevole alla permanenza di questo governo”.
Neanche Nicola Piepoli pensa che la rimonta del Sì sia completata, nè considera certo che mai si concretizzerà .
“Eppure penso che il 54% che attribuisco oggi al No non sia l’unico dato da tenere in considerazione. Conta pure la psicologia di massa. Cosa ci dice? Che la partita è aperta per la forte volontà  di Renzi di vincere: il Sì ha un significato naturalmente positivo, creativo. E questo ha presa nella gente”.
Portafoglio e psiche, insomma. “E poi anche l’incontro con Obama, perchè no? Spostasse anche l’1%, servirebbe comunque: i referendum si vincono con un voto in più. E, come è noto, per un voto Martin perse la cappa…”.
Su tutto, naturalmente, pesa l’immensa incognita degli indecisi.
“Il No è tra il 52 e il 53%, al momento – informa Ghisleri – La soglia di “non ritorno” statistico è al 54%, ma comunque oggi non varrebbe a causa dell’alto numero di elettori che non sa cosa votare”.
Molto, insomma, può cambiare. “Negli Stati Uniti si vota l’8 novembre – ricorda ancora la sondaggista – dunque prima del nostro referendum. Ci si può chiedere quanto valga l’appoggio di Obama, visto che il 4 dicembre ci sarà  già  un nuovo presidente. O quanto invece peserebbe una vittoria di Trump: farebbe percepire come più apprezzabile il sostegno dell’ex presidente Usa?”.
È tutto molto più complicato di un selfie.

(da “La Repubblica“)

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LA LOMBARDI ATTACCA “I PARLAMENTARI DI ROMA CHE METTONO L’AFFITTO NEL RENDICONTO”

Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile

A CHI SI RIFERIVA?… GUARDANDO SU “TI RENDICONTO” SI TROVANO INTERESSANTI INCONGRUENZE, ECCO I CASI

Oggi Repubblica pubblica un’intervista alla deputata del MoVimento 5 Stelle Roberta Lombardi sulla sua proposta di legge, arrivata in questi giorni in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, sul taglio delle indennità  dei parlamentari.
Si tratta per la precisione di un taglio delle indennità  dei parlamentari che secondo il disegno di legge presentato dalla Lombardi e da altri portavoce pentastellati verrebbe abbassata da 10.435 euro lordi (cinque mila euro netti) a cinquemila euro lordi mensili (all’incirca 3.200 euro netti).
Un altro punto della proposta di legge è l’obbligo di rendicontazione “al centesimo” delle spese fatte utilizzando le risorse pubbliche che i parlamentari ricevono per l’esercizio del loro mandato (diaria e rimborsi) per i quali nemmeno per i Cinque Stelle c’è limite di spesa perchè l’importante è rendicontare.
A tal proposito segnaliamo che sull’apposito sito grillino Ti Rendiconto la pubblicazione dei dati riguardante i rendiconti della maggior parte dei portavoce eletti è ferma a maggio 2016 (siamo a fine ottobre) con alcuni come Sorial, Sarti, Fattori e Morra fermi ancora tra febbraio e marzo.
Del resto lo dice la stessa Lombardi: «I soldi della diaria e delle spese connesse all’esercizio del mandato servono. Chi viene da fuori è giusto che abbia le spese coperte». Siamo qui dalle parti della polemica per i centomila euro spesi da Di Maio per gli eventi sul territorio ed è evidente il tentativo della Lombardi di ridimensionare la faccenda.
Ma a quel punto Annalisa Cuzzocrea le chiede se anche i deputati e i senatori romani devono avere diritto al rimborso per le spese dell’alloggio.
Lombardi su quel punto è irremovibile: “Chi vive a Roma no. Io non mi sogno di mettere l’affitto nel mio rendiconto. Chi lo fa ne risponderà  ai cittadini, che se ne ricorderanno al momento del voto”
Rimborsi spese poco trasparenti
Ed in effetti è vero, sia la Lombardi che Alessandro Di Battista e Massimiliano Bernini non hanno chiesto rimborsi per le spese di alloggio a Roma.
Altri parlamentari residenti nella Capitale come Stefano Vignaroli, Federica Daga e Paola Taverna hanno speso qualcosina: stiamo parlando di cifre che mediamente si aggirano tra i 150 e i 200 euro al mese, sicuramente non il costo di un affitto.
Ma allora con chi ce l’ha Roberta Lombardi quando dice che quei parlamentari romani che chiedono il rimborso spese per l’alloggio “ne risponderanno ai cittadini”?
Ma forse   la Lombardi c’è l’ha con Paola Taverna per quella vecchia storia dell’agosto 2015 (i dati per quest’anno non sono ancora pubblicati) di quando chiese un rimborso spese pari a 785,58 € (e a settembre 2015 altri 580 euro) rendicontati alla voce “Alberghi e simili a Roma”?
Tutti sanno che la Taverna è romana de Roma (del Quarticciolo come spesso ama ricordare) e c’è anche da dire che ad agosto i lavori del Senato sono sospesi per le ferie estive e all’epoca la cosa destò parecchio scalpore.
C’è poi il caso di Marta Grande, che nel 2013 fece notizia per aver rendicontato 12 mila euro per due mesi di affitto, che pur essendo di Civitavecchia (ad un’ora di regionale da Roma) spende 1.800 euro al mese di affitto (più 270 euro di spese per manutenzione e utenze).
Mediamente i parlamentari del MoVimento spendono intorno ai 1.500 euro al mese, che anche per una città  come Roma sono decisamente alti.
C’è chi spende addirittura di più però,
Il Dubbio ad esempio ha scoperto che il senatore Morra (che non è di Roma) spende 2.155 di affitto al mese (più le spese per utente etc.)
Addirittura la deputata padovana Silvia Benedetti ha speso a maggio 2.600 euro di affitto mentre c’è chi come Nicola Cappelletti ha dovuto pure “ristrutturare” l’appartamento avendo speso 1.500 euro di affitto e 1.400 euro di spese di manutenzione.
Insomma, a ben guardare il livello dei rendiconti qualche dubbio sull’utilizzo dei soldi pubblici c’è e il metodo a Cinque Stelle non è poi così trasparente, ad esempio come ha fatto Paola Taverna a spendere, nel luglio del 2015 1.531 euro (e la stessa cifra nel luglio del 2014) per la ZTL di Roma quando il prezzo annuale del permesso per la ZTL in Centro Storico si aggira attorno ai duecento euro e un permesso per cinque anni costa più o meno mille euro?
Sarebbe interessante vedere i dati relativi a Luglio 2016 ma non sono ancora stati caricati sul sito.
Forse la Lombardi prima di chiedere completa trasparenza agli altri partiti dovrebbe preoccuparsi di verificare l’effettivo funzionamento di quella a Cinque Stelle.

(da “NextQuotidiano”)

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PAOLO PUTTI, UN GRILLINO TROPPO PERBENE, NON SI CANDIDA A SINDACO DI GENOVA: “NON SONO ENTRATO NEL M5S PER CERCARE IL POTERE, NON AMO CAPI E CAPETTI”

Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile

DURA REQUISITORIA IN ASSEMBLEA CONTRO I VERTICI LOCALI: “NON VOGLIO ALLEVARE CONSUMATORI DI VOTI, NEL M5S SI RINCORRONO VISIBILITA’ E SELFIE A SCAPITO DELLA SERIETA’ E DEI PROGRAMMI”

Paolo Putti, consigliere comunale a Genova ed ex candidato sindaco del MoVimento 5 Stelle del capoluogo ligure, ha annunciato ieri che non tenterà  di candidarsi di nuovo sindaco alle prossime elezioni.
«Non ho paura di capi e capetti, ma ho deciso di non candidarmi a sindaco di Genova», ha detto ieri in un luogo inusuale per certi pentastellati, ovvero in un’assemblea del MoVimento a Genova, spiegando di avere tre motivi per non farlo.
Il primo è che Putti non sente di avere le competenze necessarie per tutto quello che serve alla sua città .
Il secondo motivo è quello della mancata paura di capi e capetti, e il riferimento è chiaro come l’acqua: Putti ce l’ha con Alice Salvatore, considerata l’astro nascente dopo la candidatura alle Regionali — Putti voleva qualcun altro — e al netto di enormi figure non proprio edificanti.
«Ero entrato qui perchè mi avevano detto che non importava quanti voti prendevamo, ma dovevamo rendere la gente consapevole. Se domani un venditore più bravo di me gli vende una roba che non mi piace, cosa faccio? E io non voglio allevare consumatori di voti, non mi interessa. Questa è la grave difficoltà  che io ho avuto col MoVimento», ha detto Putti in assemblea.
«Io ho degli amici, una famiglia, un lavoro: posso permettermi di scegliere. Se scelgo il MoVimento è perchè mi piace, non perchè mi piace il potere. A me non interessa sostituire un potere di qualcuno con un potere inconsapevole di molti», ha aggiunto.
E la fine del suo intervento è stata accolta da applausi per un minuto buono da parte degli 85 presenti nella sala del Cap di via Albertazzi.
Con il suo no, chiaro e netto nelle motivazioni, il MoVimento perde uno dei leader trainanti della prima ora e più rappresentativi in città , che alle elezioni del 2012 era riuscito ad ottenere quasi il 14% dei voti, superando la lista di centrodestra.
Ora sarà  l’assemblea del Movimento a decidere, insieme ai meet up sul web, chi presentare alle elezioni amministrative della primavera 2017.
E sarebbe incompleto raccontare la storia di una rinuncia effettuata con parole così nobili senza parlare della sua ultima polemica in ordine di tempo.
Non tanto per capire lui, quanto per comprendere appieno le motivazioni della sua rinuncia.
Qualche giorno fa quel gran genio della Salvatore in un’interrogazione alla Giunta chiedeva se, in virtù dell’alto contributo all’inquinamento atmosferico del porto dato dalle Riparazioni Cantieri Navali di Genova non fosse il caso di trasferire quell’attività  lontano dalla zona.
Un’«ideona» che ha scatenato la protesta del lavoratori navali, che hanno ovviamente scioperato e si sono presentati in Consiglio Regionale per contestare, fischiare e interrompere l’intervento della Salvatore.
La contestazione ha provocato due velocissimi dietrofront in seno ai 5 Stelle: quello della Salvatore, che ha detto che “L’M5S da sempre si schiera a fianco lavoratori da parte nostra non c’è stata nessuna richiesta formale di spostare i cantieri a 5 km, solo un’interrogazione per chiedere alla giunta Toti se si sta muovendo per trovare una soluzione all’inquinamento atmosferico evitando la contrapposizione tra lavoro e salute dei cittadini e dei lavoratori stessi”.
E poi quello del collega Francesco Battistini, che ha osato addirittura dire che : “Io sono della Spezia e non conosco bene la situazione delle riparazioni navali genovesi, ma evidentemente abbiamo sbagliato interrogazione — ha detto Battistini — perchè non esiste salute senza lavoro. Sono qui per chiedere scusa a tutti voi, uno per uno”.
Storie di ordinario M5S, insomma, come quella volta della Parmalat, quando la stessa Salvatore fu costretta a dichiarare:
«Siamo molto sconcertati — scrive Salvatore — per le notizie svianti che sono circolate in merito al cosiddetto scandalo del latte in Liguria. Non è esatto dire, come purtroppo noi stessi siamo stati indotti a dichiarare, che il latte fresco del colosso Lactalis non è di provenienza italiano. Il latte fresco dei prodotti Parmalat e Oro risulta essere al 100% di origine italiana».
«C’è di più: al contrario di altre multinazionali del latte, Parmalat ha promosso negli ultimi tempi una politica aziendale volta al mantenimento delle lavorazioni sul suolo italiano. Pare che in molti siamo finiti in un tourbillon di notizie fabbricate ad arte per screditare questa produzione»
Sì, avete letto bene: nel giro di parole della prima frase la Salvatore sta davvero dichiarandosi sconcertata da qualcosa che in seguito ammette di aver detto lei.
Cosa aveva fatto? Nell’ambito della guerra del latte scoppiata in Liguria Parmalat aveva deciso di non rinnovare il contratto di approvvigionamento con la Cooperativa Val Polcevera lasciando a piedi un centinaio di allevatori.
La Salvatore ed altri dichiararono che la Parmalat usava latte non di provenienza italiana. Da qui il bailamme e le scuse
Alice Salvatore, capi e capetti
Ma torniamo ai cantieri navali da spostare. Subito dopo la contestazione dei lavoratori Putti era andato giù durissimo: “Quando si rincorre troppo la visibilità  e l’annuncio a discapito dell’informazione, dell’acquisizione di dati e della proposta di azioni concrete che analizzino il bisogno in tutte le sue componenti complesse questi sono i rischi in cui si incorre”, aveva detto il capogruppo in consiglio comunale.
“Andrebbero ascoltate tutte le parti: i comitati del centro storico, la storia che si portano dietro i cantieri navali, i lavoratori, i sindacati, l’autorità  portuale e le imprese che lì lavorano perchè magari si scopre che potrebbero essere disponibili a determinati percorsi in cambio però magari di un’attenzione rispetto ad esigenze che potrebbero facilitare in altri campi il loro lavoro. E’ chiaro che questo tipo di percorso non contempla selfie o tweet di effetto immediato ma consente di affrontare il problema e vedere se si riesce a trovare una soluzione. Essere sempre alla ricerca della visibilità  e dell’annuncio shock porta a questi risultati che poco giovano alla popolazione e poco anche al movimento”. Mentre talebani e istituzionali si fanno la guerra per finta a Roma, discutendo dei centomila euro di spese di Di Maio senza domandarsi se sia credibile come candidato premier o no, da Genova i segnali sono molto diversi.
E la Salvatore? Ieri all’assemblea si dovevano raccogliere le candidature per la corsa a sindaco.
L’assemblea plenaria di ieri sera era stata decisa senza l’assenso della Salvatore. Lei non era presente perchè impegnata in un dibattito contro un candidato PD per il referendum. Ma, scrive Italia Oggi, non è un mistero che lei, con l’ok di Grillo e Casaleggio, vorrebbe candidare sindaco l’attivista Luca Pirondini, attivista e artista, maestro di musica al Carlo Felice.

(da “NextQuotidiano”)

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