Ottobre 29th, 2016 Riccardo Fucile
GRAZIE AL PROGETTO “COLOUR IN FAITH” NOVE LUOGHI DI CULTO SONO STATI DIPINTI, AGGREGANDO LE COMUNITA’ DI ENTRAMBE LE RELIGIONI”… SIMBOLI DI UNITA’ E PLURALISMO
Chiese e moschee colorate di giallo per accendere il dialogo interreligioso nel Kenya a maggioranza cristiano, ma dove l’infiltrazione jihadista ad opera dei guerriglieri somali di Al-Shabaab sta rendendo sempre più insicuro professare la propria fede.
Si chiama «Colour in Faith» il progetto coordinato dall’artista colombiano Yazmani Arboleda e da Nabila Alibhai fondatori del gruppo civico inCOMMONS con sede a Nairobi, capitale del Kenya.
In totale nove luoghi di culto (cinque chiese e quattro moschee) sono stati dipinti in tutto il Paese aggregando le comunità di entrambe le religioni. Musulmani che hanno verniciato le pareti delle chiese e cristiani che lo hanno fatto con le tradizionali moschee bianco-verdi dello Stato africano.
«Il nostro obbiettivo è trasformare questi luoghi sacri in simbolo di unità e pluralismo — ha detto Arboleda a Quartz — abbiamo cercato di approfondire queste due religioni e trovare dei punti in comune per creare uno spazio di riflessione». «Il Kenya ha una storia alle spalle di pluralismo e convivenza religiosa, ma negli ultimi dieci anni le cose sono peggiorate e ci troviamo di fronte ad uno snodo cruciale» – afferma Nabila Alhibai, una delle ideatrici del progetto -. Non è stato facile cambiare le tradizioni degli imam locali, in un primo momento contrari all’idea di vedere ridipinte di giallo le loro moschee».
Il prossimo anno il Kenya andrà alle urne e sarà uno dei momenti più attesi in Africa soprattutto dopo i violenti scontri che hanno caratterizzato le presidenziali nell’ultima tornata elettorale. In aggiunta l’estremismo islamico minaccia di lasciare il segno. Progetti come inCOMMONS che abbracciano le comunità in tutto il Paese sono cruciali per cercare di garantire pace e dialogo nel Corno d’Africa.
Lorenzo Simoncelli
(da “La Stampa”)
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Ottobre 29th, 2016 Riccardo Fucile
A TOR PIGNATTARA TRA I GARAGE ADATTATI A LUOGHI DI CULTO
Il profumo di kurkuma, curry e coriandolo sovrasta quello della Margherita appena sfornata dalle
piccole pizzerie al taglio.
Donne con lo hijab e le buste della spesa camminano accanto a ragazze in jeans a vita bassa che svelano colorati tatuaggi.
Uomini che abbassano la saracinesca di macellerie e frutterie, e poi si tolgono le scarpe prima di entrare a pregare in moschea.
Camminando per le strade di Tor Pignattara, periferia est di Roma, è evidente che la definizione di «quartiere più multietnico della capitale» è riduttivo.
Quella che un tempo era nota per essere «la borgata degli sfrattati» è oggi il cuore islamico della capitale, con il 40 per cento di immigrati.
Su 15 mila residenti, 6 mila sono extracomunitari, originari prevalentemente del Bangladesh e del Pakistan.
Seguono srilankesi e cinesi, ma la cifra di quest’angolo di Roma è decisamente musulmana.
Cinque le moschee ufficiali. Numero che, tuttavia, triplica se si considera la decina di garage adattati a luogo di culto.
La maggior parte lavora nel quartiere e abita principalmente in via Marranella – un tempo tristemente famosa per le bande criminali alleate a quella della Magliana – via Casilina e via di Tor Pignattara.
Sono arrivati qui grazie al passaparola tra parenti o amici stretti. E vivono compatti, vicini gli uni agli altri.
«Ma non definitici ghetto o banlieu, siamo in tanti e abbiamo le nostre abitudini ma rispettiamo quelle degli italiani», sbotta Nure Allam Siddique, più conosciuto come Batchu, bengalese di Dakka, 52 anni, oltre la metà vissuti in Italia, presidente dell’associazione Dhuumcatu.
Un centro che si occupa di tutto, dalle pratiche sindacali dei lavoratori alla ricerca di un posto in ospedale per chi ne ha bisogno.
Ma la concezione di «rispetto» di Batchu è a dir poco singolare.
A sentire lui infatti «la chiusura delle cinque moschee per ragioni igienico sanitarie o di abusivismo edilizio è stata una mossa esagerata da parte della polizia municipale. Per due ragioni.
Primo, perchè Roma è piena di case con abusi edilizi e nessuno le tocca, stanno ancora tutte in piedi. Secondo, perchè non si può togliere il diritto a un musulmano di andare in moschea. Per questo io, venerdì scorso sono andato a pregare per protesta davanti al Colosseo».
Carisma ed eloquio accattivante non mancano di certo a Batchu che parla circondato da altri bengalesi incantati dalle sue affermazioni.
E fanno cenni di assenso con il capo anche mentre lo sentono affermare che «il terrorismo islamico non esiste. I terroristi sono manovrati dall’occidente che ha interessi economici da difendere. Anche l’Isis è finanziata da ebrei e americani. L’Islam predica la pace, non la guerra». Poi mi stringe la mano e mi congeda.
Non mi sfiora neanche invece – «la mia religione mi consente di toccare la mano solo a mia moglie e a mia madre» – Sheikh Hossain, 40 anni, da 12 a Roma.
Ma la sua posizione è chiaramente più moderata rispetto a quella di Batchu.
«Per essere accettati nel vostro Paese dobbiamo accettare la vostra legge, e quindi se una moschea non è in regola è giusto che venga chiusa. Si può pregare anche in casa, anche se alla moschea è meglio. A certe usanze della mia terra però non rinuncio. Come vede ho la barba lunga e non mi vesto all’occidentale. Per questo motivo sono stato licenziato da un ristorante vicino piazza Navona. Dicevano che spaventavo i clienti perchè sembravo uno dell’Isis. Ma io sono molto onesto, la barba non me la sono tagliata e ora lavoro in un piccolo ristorante qui a Tor Pignattara».
Vive e veste all’occidentale, come i coetanei italiani, Miazi Shahadat, bengalese, 26 anni, da 12 nel nostro Paese, commesso in un negozio di telefonia.
«Per un po’ sono stato a Bologna e ad Arezzo ma c’era poco lavoro e quindi mi sono trasferito a Roma dove stanno i miei parenti. Mi trovo bene, anche se penso che le cose potrebbero migliorare. Le moschee ad esempio: è giusto chiuderle se non sono in regola, se no bisogna tenerle aperte perchè per noi sono importanti. I terroristi islamici, invece, quelli vanno fermati e puniti come qualsiasi altro terrorista».
Parla in modo pacato e gentile Miazi, e quando mi saluta si rimette le cuffiette per sentire una canzone dei Red Hot Chili Peppers.
Grazia Longo
(da “La Stampa”)
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Ottobre 29th, 2016 Riccardo Fucile
CONTROLLI SISMICI, LISTE D’ATTESA, PREFABBRICATI: LAVORO AZZERATO… DIFFICILE RISPETTARE LA SCADENZA DI 7 MESI
Il commissario straordinario al terremoto e alla ricostruzione, Vasco Errani, in questi giorni sembra una trottola. S
ale e scende da un pullmino nero con Fabrizio Curcio, il capo della Protezione civile. Prima e dopo ogni conciliabolo con i sindaci, fuma nervosamente una sigaretta da solo, davanti al portellone, e poi via.
Ma sembra che a ogni tappa gli si incurvino di più le spalle. Si va rendendo conto che l’emergenza sta montando a velocità esponenziale.
«A questo punto non è più un terremoto – si sfoga in un vicolo buio di Castelsantangelo sul Nera – ma sono due. Anzi, abbiamo a che fare con un secondo terremoto che s’è innestato sul primo».
Sembra filosofia, invece è un discorso terribilmente concreto. Gli hanno appena spiegato, infatti, che laddove occorrevano 11 casette temporanee, come appunto a Castelsantangelo, ce ne vorranno il triplo o il quadruplo. E così in tutti i 64 comuni del cratere senza considerare che ci sono centinaia di sfollati pure fuori dall’area più colpita. E se prima era già difficile accontentare tutti, ora occorre un miracolo.
Tutto da rifare
Un esempio: i controlli effettuati dai tecnici finora – erano state redatte faticosamente 24mila schede, con liste di attesa lunghissime – si buttano nel cestino e si ricomincia da zero. Ogni edificio visitato va riesaminato di nuovo.
Nel frattempo le richieste sono aumentate in maniera pazzesca. Per sistemare le casette, poi, che sono prefabbricate in legno o in acciaio, i Comuni terremotati devono individuare le aree da urbanizzare, le Regioni devono fare le gare per individuare le ditte e procedere ai lavori, la Protezione civile ci installa i prefabbricati…
Farcela nei fatidici sette mesi prima di mercoledì era una difficile gara contro il tempo. Ora è un impegno ciclopico (per non parlare dei costi). Dramma nel dramma, tanti abitanti dei Sibillini che in questi due mesi avevano trovato alloggio nella casa del vicino, e ricevevano dalla Protezione civile il «contributo di autonoma sistemazione», ora sono di nuovo senza un tetto.
E stavolta non c’è più nemmeno una casa da affittare nelle vicinanze. A Ussita, il sindaco con un’ordinanza ha dichiarato inagibili tutti gli edifici. L’intero centro di Castelsantangelo è zona rossa. Lo stesso dicasi per Visso.
Tempistiche da rivedere
Sul rispetto dei tempi, insomma, non scommette più nessuno. Possiamo già dirlo che si allungheranno i tempi, allora? Errani ha un sussulto.
«Noi – reagisce – i tempi li abbiamo parametrati su un terremoto. Se però i terremoti diventano due a distanza di sessanta giorni uno dall’altro, non è colpa di nessuno. Certo non è colpa del governo. Ma è evidente che i tempi tecnici non possono non risentirne».
Allontanare le persone
Con il freddo alle porte, l’urgenza è sistemare tutta questa gente in albergo e non in tenda. Per fortuna la costa è vicina e di camere libere ce ne sono a iosa. Ma la gente di qui deve essere convinta a spostarsi.
Ed è anche per questo che Errani sta facendo personalmente il giro dei centri terremotati, senza tralasciare anche quelli un po’ più distanti dall’epicentro. Lo sforzo, ora, con l’aiuto dei sindaci, è convincere i più riottosi a mollare.
Errani capisce che occorre usare parole flautate. «Tutte queste nuove terribili scosse – dice – producono, come è pienamente comprensibile, grande preoccupazione e paura tra la popolazione. Ma devono sapere tutti che noi garantiamo la piena ricostruzione, prime o seconde case che siano. Mi pare che sia una bella premessa, no?».
La paura aumenta
Sembra però che la seconda botta abbia fatto venire giù, prima ancora che i muri, le certezze. Errani sospira: «Guardi, purtroppo io sono diventato un esperto di terremoti doppi.
A Finale Emilia la seconda botta arrivò una settimana dopo la prima e ho sperimentato di persona l’effetto psicologico che produce sulle persone. So benissimo quanto sia profonda l’inquietudine. Tuttavia vado ripetendo alle comunità che l’unico modo per affrontare lo sciame sismico è darsi una grande spinta di reazione tutti assieme».
Intanto la sigaretta è finita, una stretta di mano e via verso un altro appuntamento, un altro sindaco che ha mille guai da illustrare.
Francesco Grignetti
(da “La Stampa”)
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Ottobre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SOSPETTI DEM: “FAVORE AI REPUBBLICANI”
E’ “imperativo” che l’Fbi renda pubblici “tutti i fatti”. 
Hillary Clinton appare sorridente, composta, mentre da Des Moines, Iowa, reagisce alla notizia della riapertura del caso delle email.
Fa notare che “siamo a soltanto undici giorni dalle elezioni nazionali forse più importanti della nostra vita. Il voto è già in corso. Il popolo americano ha il diritto conoscere immediatamente i fatti”.
Clinton si dice sicura che anche questa nuova indagine si concluderà con un nulla di fatto, come la precedente chiusa a luglio. E, del resto, “persino il direttore Comey afferma che queste nuove informazioni possono non essere significative”. Clinton conclude spiegando di essere fiduciosa: “Non aspetto altro che concentrarmi sulle sfide che stanno dinanzi agli americani, per vincere l’8 novembre e lavorare con tutti gli americani e costruire un futuro migliore”.
Hillary Clinton va dunque all’attacco.
Sfida in modo esplicito James Comey, il direttore dell’Fbi che ha riaperto l’inchiesta sulle mail che Clinton inviò dal suo account privato quand’era segretario di stato (le nuove mail sarebbero state trovate sui un portatile condiviso da Huma Abedin e dall’ex marito Anthony Wiener, sotto inchiesta per una serie di messaggi erotici scambiati con una quindicenne).
Clinton chiede di fare chiarezza subito e dice di non avere nulla da nascondere. In realtà , questa storia si abbatte sulla sua candidatura con una violenza in grado di deragliare l’intera campagna.
L’October surprise, la sorpresa d’ottobre, è alla fine davvero arrivata.
Sorpresa e stupore sono proprio i sentimenti più diffusi nel team Clinton. La notizia ha raggiunto la candidata mentre stava viaggiando verso l’Iowa, per due tappe della campagna, con la fidata Huma Abedin citata nell’inchiesta e con la migliore amica d’infanzia, Betsy Ebeling.
Sull’aereo che la portava a Cedar Rapids, Clinton aveva posato per un servizio fotografico di Annie Leibovitz. Le cose parevano mettersi bene anche quanto a mappa elettorale, con Barack Obama, Bill Clinton, Michelle Obama, Joe Biden, Jennifer Lopez, Jay Z dislocati negli Stati che contano: Florida, Ohio, Colorado, Arizona, North Carolina.
La rabbia dei Democratici
Poi, appunto, il colpo. La riapertura delle indagini. “Siamo scioccati” dice, chiedendo l’anonimato, un collaboratore di Clinton. Il campo democratico non è però soltanto sorpreso e scioccato. E’ anche arrabbiato.
La rabbia emerge con chiarezza dalla dichiarazione che John Podesta, chair della campagna Clinton, ha immediatamente fatto circolare tra i giornalisti (e che pare ancora più esplicita della dichiarazione di Clinton).
“Il direttore dell’Fbi James Comey deve immediatamente fornire più informazioni al pubblico americano rispetto a quelle che ha mandato al Congresso… E’ incredibile assistere a qualcosa di questo tipo a soli undici giorni dalle elezioni… Siamo fiduciosi che quest’indagine non arriverà a nulla di diverso rispetto a quella chiusa dall’Fbi in luglio”.
I democratici sono furiosi con Comey.
Non si è mai visto, dicono, un direttore dell’Fbi informare i membri del Congresso su email che non ha esaminato e di cui egli stesso dice di non sapere “se possono portare a qualcosa di significativo”.
Il compito dell’Fbi, spiegano i democratici, è quello di indagare e di fornire i risultati delle proprie indagini al braccio giudiziario del Dipartimento alla Giustizia, in modo che questi decida se ci sono gli estremi per l’incriminazione. Il sospetto è soprattutto uno: che Comey abbia voluto fare un favore ai repubblicani che lo scorso luglio l’hanno accusato di aver insabbiato l’inchiesta sulle email di Clinton.
Confondere la questione delle email con uno scandalo a sfondo sessuale non farebbe che aumentare il clima di sospetto e di attenzione morbosa attorno a tutta la vicenda.
Oltre allo stupore e alla rabbia, nel campo democratico c’è però soprattutto un altro sentimento: lo scoramento.
Quello che è chiaro è che l’indagine non potrà infatti concludersi prima dell’8 novembre. Clinton arriverà al giorno delle elezioni quotidianamente massacrata dai repubblicani e messa in croce dalla stampa.
E anche se, come fa notare un democratico, l’ex governatore della Pennsylvania Ed Rendell, “questa è la donna più investigata della storia americana, senza che nessuno abbia mai trovato qualcosa”, la questione non cambia.
Sospetti, scandali, illazioni, accuse, veleni, misteri — pane quotidiano dei Clinton da quando è iniziata la loro storia politica — sono qui per restare.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL NUOVO REGOLAMENTO M5S NON HA RAGGIUNTO NEMMENO LA MAGGIORANZA ASSOLUTA DEGLI AVENTI DIRITTO, NON SOLO IL QUORUM
L’avvocato Lorenzo Borrè, legale degli espulsi di Roma e Milano, non perde tempo e commenta a caldo il flop della consultazione on line del M5S sul non statuto.
Il nuovo regolamento del M5S votato dagli attivisti non solo non centra l’obiettivo del 75% dei votanti — che secondo il codice civile andava raggiunte — ma non raggiunge nemmeno la maggioranza assoluta degli aventi diritti al voto.
Il blog del leader 5 Stelle invitava infatti la Rete a scegliere tra due opzioni di Regolamento: uno con espulsioni, l’altro con sospensione ‘a vita’ nei casi più gravi. “Nessuno dei due regolamenti — fa notare all’Adnkronos Borrè — ha ottenuto il voto favorevole della maggioranza degli iscritti: siamo a 61.071 per uno e 21.535 per l’altro, a fronte di 135.023 aventi diritto. Quindi il regolamento più votato ha ottenuto un quorum inferiore al 50% e, di conseguenza, certamente inidoneo a modificare lo Statuto”.
Cosa intende dire l’avvocato?
Beppe Grillo ha annunciato che 87mila sono stati i partecipanti al voto e che il 70% di essi ha votato per una delle due opzioni di modifica. Ovvero circa 61mila persone.
Il voto del 50% +1 degli iscritti ammonta a 67511. Non si arriva quindi al 50% + 1. Borrè racconta poi di essere pronto a rappresentare alcuni iscritti in un’azione collettiva contro il regolamento votato oggi: una sorta di ‘class action’ per la quale “si stanno già raccogliendo fondi“.
Un ricorso, spiega, può essere intentato subito: “Non è necessario aspettare di essere espulsi o sospesi per ricorrere: il nuovo Non Statuto si potrebbe impugnare già domani. Alcuni miei assistiti mi hanno già chiamato e stanno valutando il da farsi: il ricorso giudiziario resta l’extrema ratio per far valere i propri diritti visto che la mediazione di una convocazione assembleare per discutere e varare un nuovo Statuto e Regolamento a norma di legge è stata negata”.
Per l’avvocato, infatti, “al di là del quorum il vizio di procedura resta” e quello più evidente è quello che attiene “al merito della questione: sono state fatte votare, come la società di controllo conferma, due diverse versioni di regolamento e, contemporaneamente, la modifica al Non Statuto che doveva recepire una delle due versioni di regolamento, non sapendo però quale sarebbe stata votata”.
In pratica sul voto al Non Statuto si tratterebbe del classico caso di un voto su un documento con “una norma in bianco”.
In secondo luogo “resta il connubio storico e illegittimo tra le due diverse associazioni M5s: il regolamento approvato, ad esempio, prevede che i componenti del comitato di appello siano determinati da un consiglio direttivo che non è previsto dall’associazione del 2009 (quella che ha come soci gli attivisti iscritti) ma da quella del 2012” composta da tre persone: Grillo, suo nipote e il notaio.
“A mio modo di vedere non è possibile che un’associazione indichi quali debbano essere i componenti di un organismo ad un’altra associazione. Capisco che può sembrare esagerato ma è come se il Pd dicesse a Forza Italia come deve nominare i suoi organismi” spiega il legale.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile
LA MAIL INTERNA DOVE SI INVITAVA AL SILENZIO STAMPA … E IN RETE LE IMMAGINI DELLE FIRME RACCOLTE AL CIRCO MASSIMO A ROMA E UTILIZZATE PER LE REGIONALI IN EMILIA ROMAGNA
Ieri il consigliere comunale di Bologna Massimo Bugani (M5S) intervistato a proposito della questione
delle presunte irregolarità durante la raccolta delle firme per la presentazione della lista del Cinque Stelle alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna del 2014 ribadiva la sua fiducia nell’operato della magistratura e dichiarava di essere a disposizione degli inquirenti per eventuali chiarimenti sulla vicenda. Bugani inoltre adombrava l’ipotesi di un complotto, a suo dire ordito ai suoi danni da alcuni amici dell’ex consigliere regionale pentastellato Andrea Defranceschi che non era stato ricandidato ed era stato espulso dal partito di Beppe Grillo.
Ma dopo due anni di indagini condotte dalla Pm Michela Guidi e partite in seguito ad un esposto depositato da due attivisti del MoVimento di Monzuno, Stefano Adani e Paolo Pasquino la Procura di Bologna sembra avere in mano sufficienti elementi per procedere — al momento contro ignoti — per il reato di violazione di un articolo della legge elettorale che riguarda chi forma falsamente liste di elettori o di candidati.
Nel frattempo un articolo di Caterina Giusberti pubblicato oggi sull’edizione locale di Repubblica porta alla luce un altro aspetto della vicenda: si tratta dell’indicazione a non commentare sia online che con la stampa la notizia dell’esposto.
L’ordine, diffuso via mail nell’autunno 2014, è riportato in una serie di email circolate ad inizio novembre di quell’anno dopo la diffusione della notizia riguardo l’esposto presentato da Adani e Pasquino.
In una prima mail, inviata l’1 novembre si invita a NON rispondere ad alcun tipo di domanda o commento sull’argomento dell’esposto “per non contribuire a nostra volta a dare visibilità ad un evento che si vuole strumentalizzare, invece che lasciare che trovi soluzione seguendo il naturale percorso istituzionale“.
Insomma, poco più che un invito — in vista delle elezioni — stare allineati e coperti per evitare il fuoco nemico.
Una delle risposte a questa email, che pare sia circolata non tra gli attivisti ma tra le “alte sfere” del MoVimento in Emilia Romagna qualcuno rispose aggiungendo una considerazione circa il trattamento da riservare ai due attivisti di Monzuno: per quanto se lo meriterebbero sarebbe molto più saggio NON espellerli fino alla data delle elezioni, per non trasformarli da vigliacchi ad eroi.
Per inciso i due attivisti, minacciati di querela da Bugani (querela che non è mai stata depositata) non sono mai stati espulsi dal MoVimento.
A proposito della vicenda delle email Stefano Adani ha scritto poco fa un post su Facebook
Oggi leggo su Repubblica di una mail che mi riguarda. Premesso che non mi sentirò mai un vigliacco per aver denunciato quello che secondo me era un reato, poi sarà la magistratura a decidere se in effetti lo era o meno ( anche se indiscrezioni di stampa di questi giorni fanno supporre che avessi visto bene) Premesso che i controlli in occasioni delle raccolte firme eravamo noi del M5S a farli agli altri, primi a puntare il dito e urlare quando verificavamo irregolarità . Premesso che le censure, richieste di silenzio, richieste di oblio mi hanno sempre fatto schifo e ogni volta che mi sono arrivate…ho urlato più forte! Premesso che non è stato necessario espellermi ” dopo le elezioni” ( per non turbare la campagna elettorale) me ne sono andato io prima.
Saluti omertosi a tutti i grillini che leggeranno questo mio post.
Uno degli episodi contestati è la raccolta firme per le regionali dell’Emilia Romagna avvenuta a Roma durante l’evento al Circo Massimo si svolse il 10, 11 e 12 ottobre 2014.
In quell’occasione in alcuni banchetti allestiti dagli attivisti dell’Emilia Romagna vennero raccolte le firme per le candidature; firme irregolari dal momento che sono state raccolte al di fuori del territorio di riferimento.
Una delle prove è l’immagine dove si vede un’attivista del M5S confermare di essere a Roma (presumibilmente all’interno di uno dei gazebo della sezione regionale del MoVimento) a raccogliere le firme.
Un’altra prova invece è uno screenshot di uno scambio avvenuto proprio sulla bacheca di Massimo Bugani in un post che invitava a recarsi a firmare per la presentazione della lista alle regionali.
Sotto al post di Bugani un attivista commenta annunciando con entusiasmo di aver firmato già al Circo Massimo, commento al quale anche lo stesso Bugani ha messo il “mi piace”.
(da “NetxQuotidiano”)
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Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARTITO DATO VINCITORE NEL VOTO DI DOMANI: LOTTA ALLA CORRUZIONE E TRASPARENZA… OLTRE LA DESTRA E LA SINISTRA, IN CINQUE ANNI DAL 5% A OLTRE IL 20%
«L’altra notte ho sognato che stavo tuffandomi in politica e che sarei stata la prima donna eletta premier in Islanda: un vero incubo, voglio dire, se entri fra le poltrone del potere del cosa ti accadrà ». Birgitta Jà³nsdà³ttir, 49 anni, frangetta da battaglia, poetessa e un tempo portavoce di WikiLeaks, attivista laicissima che elenca fra i suoi personaggi favoriti «Papa Francesco, una rockstar», non dovrà aspettare molto per avere una risposta a questa riflessione, pubblicata qualche mese fa sulla sua pagina web.
Fra poche ore, domani sera, il suo Partito pirata si affermerà molto probabilmente nelle elezioni politiche in Islanda.
Lei, che i suoi fedeli chiamano «La capitana», non sarà magari subito premier, perchè «noi pirati non abbiamo leader».
Ma il suo partito, fra i seggi del potere, dovrebbe entrarci, eccome.
Primo o secondo, poco importa: importa che Birgitta lo fondò con altri compagni neppure 5 anni fa, che raggranellava nel 2013 appena il 5% dei voti, e che oggi li avrebbe quadruplicati: i sondaggi delle ultime ore lo danno infatti oltre il 20% dei suffragi totali, e a votarlo così sarebbero in maggioranza elettori sotto i 40 anni
Temi principali della sua campagna elettorale: lotta alla corruzione, «trasparenza», disgusto per il «sistema», dopo il crollo delle banche islandesi nel 2008 e lo scandalo dei Panama Papers che nello scorso aprile ha travolto il primo ministro Sigmundur Gunnlaugsson.
Per due volte, in pochi anni, l’Islanda ordinata di un tempo è finita in un pozzo, la piccola casa di vetro è andata in frantumi.
Lo choc è ancora qui: e il voto promesso ai Pirati appare come una richiesta di vaccino.
La «capitana» Birgitta l’ha colta al volo, sfuggendo a etichette di destra o di sinistra.
E ha indovinato la presa. Così domani si ritroverà addosso gli sguardi di mezza Europa.
Perchè quello che si reca alle urne è un piccolo Paese, poco più di 300 mila abitanti, per loro volontà fuori dall’Ue. Ma i partiti che si autodefiniscono «pirati» sono ormai 50-60 in tutta l’Unione.
Molti sventolano il vessillo dell’antieuropeismo, e hanno esultato per la Brexit. I corsari di Birgitta sembrano più pragmatici: intanto, però, prendono il timone di casa propria.
Secondo gli ultimi sondaggi, il 17% degli islandesi non ha più fiducia nel proprio Parlamento; e quello è il Parlamento più antico d’Europa, si riunì per la prima volta quasi 1.100 anni fa.
I Pirati propongono agli elettori una nuova Costituzione, «E-democrazia diretta del web», «libertà di informazione» e così via.
Il nuovo governo, dicono, offrirà asilo e cittadinanza onoraria a Edward Snowden, l’ex talpa della Cia divenuto l’idolo mondiale degli hacker.
E ogni proposta sostenuta sul web da un numero di firme pari almeno al 2% della popolazione verrà discussa in Parlamento.
Sempre dal programma del partito, testuale: «Il sistema di voto on-line è il metodo attraverso cui i Pirati risolvono i contrasti e raggiungono il consenso sulle proposte politiche».
Parentele con i grillini italiani? Niente risposte ufficiali, ma la primogenitura dell’idea spetterebbe in questo caso al Movimento 5 Stelle, fondato tre anni prima dei Pirati islandesi
Ieri sera è stato raggiunto un accordo per il dopo voto di Reykjavik: coalizione fra i Pirati e i tre partiti di minoranza finora rimasti all’opposizione.
E non sarà l’«incubo» sognato qualche mese fa dalla «capitana».
Luigi Offeddu
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile
A HILLARY IL VOTO DEI MILLENNIALS
È una generazione che non ha mai amato Hillary Clinton. Eppure questa volta appare pronta a
sostenere in massa il candidato democratico alla Casa Bianca il prossimo 8 novembre.
I Millennials, l’ex generazione Y cresciuta agli albori del nuovo secolo, favoriscono Clinton al 49% contro il 21% di Donald Trump, che tra i giovani viene più che doppiato dalla rivale.
Un vantaggio che neppure Barack Obama, eroe di questa generazione, aveva ottenuto tanto. E che se mantenuto potrebbe rivelarsi determinante per una vittoria con i sondaggi nazionali che mostrano ancora un insolito grado di volatilità .
Il responso sui Millennials arriva da uno studio dell’Institute of Politics dell’università di Harvard tra i probabili elettori di età compresa tra i 18 e i 29 anni.
Un’analisi che trova i candidati minori, abitualmente amati dai giovani, fuori corsa: il libertario Gary Johnson vanta un rispettabile 14% — ma ben il 17% di questo 14% dice che potrebbe cambiare opinione — e la verde Jill Stein deve accontentarsi di un 5 per cento.
E a chi andrebbero le preferenze dei sostenitori dei candidati “altri” è altrettanto chiaro. In uno scontro limitato ai due principali sfidanti il successo di Clinton diventa ancora più netto: vince con il 59% contro il 25% dell’avversario
Chi pensasse che questo elettorato conta poco sbaglia.
I Millennials sono ormai la generazione più numerosa in assoluto, avendo superato i baby boomers, i nati all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, nei calcoli del censimento: i 18-34enni nel 2015, definizione formale di questa generazione, erano 75,4 milioni negli Stati Uniti rispetto ai 74,9 milioni di baby boomers tra i 51 e i 69 anni di età .
Una crescita rafforzata da una fascia particolarmente ostile a Trump, i giovani immigrati. Il loro peso nell’elettorato è ormai superiore al 31 per cento
La grande incognita, per l’esito delle elezioni, resta la loro partecipazione al voto, tradizionalmente inferiore a quella degli elettori più anziani.
Il picco lo raggiunsero nel 2008, la prima elezione di Obama, quando ben metà dei Millennials si recò alle urne.
Comunque anche allora meno del 61% dei loro immediati predecessori, la Generazione X dei 36-51 anni di oggi.
Risultato: otto anni or sono erano il 18% dell’elettorato potenziale e furono solo il 14% dei reali votanti. Quattro anni dopo, alla rielezione di Obama, risentirono di un calo di partecipazione, con il 46% che si recò ai seggi
La loro rapida crescita demografica fece tuttavia sì che in quell’occasione, il 2012, rappresentassero il 19% dell’elettorato.
A novembre, se andranno a votare, la loro influenza potrebbe farsi sentire ancora di più: secondo i sondaggi dichiarano una propensione al voto del 49 per cento, vicina a quella effettiva del 2008.
Un loro affollamento delle urne andrebbe a vantaggio di Clinton.
A un esame più approfondito, la portabandiera democratica si dimostra irraggiungibile per Trump in questo elettorato.
Tra le giovani donne e tra i giovani bianchi ha un appoggio nettamente superiore a quello di Obama nel 2012.
Tra le ragazze Clinton fa meglio di 14 punti, tra i bianchi di 2 punti e tra chi è senza una laurea — teoricamente un bacino di voti più sensibile a Trump — di ben 10 punti. Trump, al contempo, fa peggio del suo predecessore Mitt Romney persino in una constituency fedele quale quella dei giovani repubblicani, dove soffre di una voragine di 17 punti, oltre a indurli a una maggior probabilità (salita del 9%) di astensione.
Simili esiti appaiono ormai in una buona parte cementati: solo il 6% dei sostenitori di Hillary e il 5% dei seguaci di Trump afferma che potrebbe cambiare idea entro l’8 novembre.
Per Hillary un ruolo cruciale lo ha svolto il supporto che le ha garantito nelle ultime settimane l’ex rivale alle primarie, il “socialdemocratico” senatore del Vermont Bernie Sanders, che era stato capace di mobilitare le platee giovani e raccogliere la maggioranza dei loro consensi con proposte di college gratuito, aumenti del salario minimo e trasparenza.
«Dopo otto anni di una complicata relazione con i Millennials, negli ultimi giorni della campagna elettorale Hillary Clinton se li sta aggiudicando in modo convincente», ha commentato John Della Volpe, responsabile dei sondaggi dell’Istituto di Harvard.
«Il suo tasso di popolarità nella fascia dei probabili elettori tra i 18 e i 29 anni è aumentato significativamente dall’estate e la combinazione delle sue performance solide nei dibattiti presidenziali e dell’incapacità , sia di Trump che degli altri rivali, di espandere la loro base le da’ un vantaggio di 28 punti».
I Millennials vedono oggi Clinton e non Trump, nonostante il suo populismo ribelle, come il candidato meglio attrezzato per rispondere alle loro inquietudini.
E inquieti lo sono, eccome, davanti a un’economia in lenta ripresa che fatica a creare opportunità per le nuove generazioni.
Un dato esemplare su tutti: la creazione di startup, fucina di innovazione e nuovo lavoro nel Paese, oggi gira ai ritmi più deboli della storia recente.
Le imprese con meno di un anno di età sono scivolate all’8% rispetto al 12% degli anni 80. Nello stesso periodo gli impieghi nelle startup sono diminuiti dal 4% al 2% del totale.
La frenata investe anche l’hi-tech: su oltre mille nuove società tecnologiche che hanno ricevuto fondi nel 2009 e 2010, ha rilevato CB Insight, solo nove, neppure l’1%, hanno raggiunto il miliardo di valore, simbolo di successo consolidato.
Se gli Stati Uniti creassero nuove imprese al ritmo di 40 anni fa, ogni anno comparirebbero altre 200mila aziende e quasi due milioni di posti di lavoro.
Non sorprende così che il 51% della Generazione Y guardi con “apprensione” al futuro nello studio di Harvard e che soltanto il 20% mostri speranza e ottimismo.
Le ragazze bianche hanno espresso la maggior ansia, condivisa dal 60% delle interpellate. In discussione, per tutti, è anzitutto la possibilità di realizzare il “Sogno americano”, con soltanto il 33% delle giovani bianche che crede di poter fare meglio dei genitori sotto il profilo finanziario e un numero di poco superiore, il 36%, di ragazzi convinti di essere in grado di raggiungere un tale traguardo. Un sogno incrinato che i Millennials vorrebbero affidare alle cure del primo presidente donna nella storia del Paese.
Marco Valsania
(da “il Sole24Ore”)
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Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO LA SCARSA PARTECIPAZIONE ALLE PROTESTE A MONTECITORIO E AL VOTO SUL NON STATUTO, IL M5S TEME LA DISAFFEZIONE DELLA BASE
La partecipazione grillina non raggiunge quota 100mila, cioè il 75% degli iscritti. E il flop nel voto per il ‘Non statuto M5S’ diventa subito presso i big e i vertici pentastellati una sorta di psicodramma.
Ormai da giorni il traffico telefonico Milano-Roma è intensissimo e molto agitato. Non a caso è stato chiesto a tutti i parlamentari di mettere online video e appelli per invitare al voto.
Lo stesso Davide Casaleggio è sceso in campo in prima persona per provare a portare l’asticella più in alto possibile. Oggi ognuno, nello studio Casaleggio, in quello che un tempo era il Direttorio, nella villa genovese di Beppe Grillo e negli uffici romani di deputati e senatori, ha la sua spiegazione e fa il suo ragionamento.
La morale però è una sola: “In piazza martedì contro il PD che non ha voluto tagliarsi gli stipendi c’erano non più di 150 persone, e adesso anche le votazioni sul blog sono andate al di sotto delle aspettative”, dice chi in questi giorni è stato in stretto contatto con Milano. “Abbiamo litigato troppo tra di noi e i nostri attivisti si sono allontanati?”, si chiedono negli uffici del Movimento a Montecitorio.
Il leader 5Stelle, ufficialmente, prova a infondere entusiasmo per stoppare quello che nei 5Stelle è già un caso, cioè la forte astensione, che si era registrata anche alle comunarie ma che adesso pesa molto più trattandosi del voto sulle regole, quindi sulla struttura stessa, sull’anima del Movimento.
“Record mondiale di partecipanti. Il Movimento 5 Stelle – scrive Grillo – è sempre stato contrario alla logica del quorum. Per noi chi partecipa e si attiva conta e ha il diritto di prendere decisioni”. Lo stesso ragionamento lo fa Roberta Lombardi che ricorda: “Noi 5Stelle abbiamo anche presentato un emendamento per abolire il quorum, conta chi ha voglia di partecipare”.
Non tutti però tra i 5Stelle la pensano così.
La piazza di martedì è stato un campanello d’allarme: “Stiamo perdendo attivisti, quindi la base”, teme un deputato deluso soprattutto dalla piazza vuota di martedì.
La paura è quella di raccogliere solo il voto di protesta, che un giorno c’è è quello dopo può non esserci più.
Vengono citati i casi delle comunarie, cioè le selezioni online per la scelta dei candidati alle amministrative.
Ad esempio Roma: 3.862 votanti su circa 9500 iscritti. “Alle votazioni sul blog ha partecipato molto meno della metà degli iscritti eppure Virginia ha stravinto le elezioni”, fa notare un deputato romano: “In pratica abbiamo una base debole ma molte molte persone che credono in noi. Almeno per ora”.
A Milano quando si è trattato di confermare Gianluca Corrado come candidato sindaco hanno votato 876 iscritti. Napoli è andata peggio delle altre: 574 votanti su oltre 5mila iscritti.
Tuttavia c’è anche un altro problema, che in tanti sottolineano: “Molto iscritti in realtà non hanno mai votato nè mai partecipato. Di sono iscritti molti anni fa ma non possono considerarsi attivisti”.
Ed è per questo che i vertici 5Stelle stanno ragionando da giorni se e come cancellare dal blog chi nei fatti fa salire il numero dei censiti ma è come se non ci fosse.
Un modo per uscire dall’angolo e far partire una nuova campagna di iscrizioni in vista delle politiche.
(da “Huffingtonpost”)
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