Ottobre 26th, 2016 Riccardo Fucile
LA GIUNTA PER LE IMMUNITA’ E L’AIUTINO ALL’EX SINDACO DI MILANO: “COMPORTAMENTO INSINDACABILE IN QUANTO SENATORE ANCHE SE NON LO ERA ANCORA”
“Insindacabile”, anche se quando ha accusato il magistrato Alfredo Robledo l’ex sindaco di Milano
Gabriele Albertini non era ancora senatore.
Alla fine l’ha spuntata proprio lui, l’esponente alfaniano, che alla maggioranza ha posto un aut aut: “O mi date l’insindacabilità oppure io non voto più con voi”
Nella Giunta per le autorizzazioni di palazzo Madama, alle otto di sera, va in scena il voto che salva Albertini, già condannato a Brescia per calunnia, e che realizza una singolare alleanza tra Pd e centrodestra.
Il comportamento dell’ex sindaco non era “sindacabile” in quanto senatore, anche se senatore in effetti non era, visto che i fatti sono del 2012 e lui è entrato a palazzo Madama l’anno dopo.
Lo teorizza la relatrice del Pd Rosanna Filippin, che ipotizza per Albertini una sorta di scudo perenne, in quanto da senatore ha ripetuto molte volte le sue accuse contro l’ex procuratore aggiunto di Milano Robledo, accusato sostanzialmente di perseguitare con varie inchieste giudiziarie la sua giunta.
Alla fine votano assieme il centrodestra, Forza Italia, Lega, Ncd e il socialista Buemi, ma anche tutto il Pd presente.
Si oppongono M5S e il senatore Felice Casson. Due assenti tra i Dem, l’ex relatore Giorgio Pagliari, che invece era contrario all’insindacabilità e per questo ha dovuto farsi da parte, e Doris Lo Moro.
Casson lascia la seduta visibilmente furibondo: “Stasera la Giunta per le autorizzazioni ha raggiunto il livello più basso immaginabile, e mai raggiunto prima. Con il voto su Albertini e la concessione dell’insindacabilità è stato clamorosamente disapplicato l’articolo 68 della Costituzione (che regola appunto la protezione per i parlamentari, ndr.). All’ex sindaco è stata garantita una copertura nonostante i fatti e le carte giudiziarie parlino chiaro, visto che il capo di imputazione per Albertini chiarisce che le accuse rivolte al magistrato milanese risalgono al 2012, quando non era ancora parlamentare”.
Inutilmente Casson ha chiesto alla Giunta e alla relatrice Filippin di acquisire la documentazione giudiziaria sulla querelle Albertini-Robledo.
Lo stesso Robledo, difeso dall’avvocato milanese Caterina Malavenda, ha inviato documenti alla Giunta, che però sono stati respinti
Ha prevalso un nuovo teorema in materia di concessione dell’insindacabilità .
Una sorta di scudo perenne. A costruirlo proprio il Pd che si è trovato alle strette per le rimostranze di Albertini, in una situazione politica, come quella del Senato, in cui notoriamente i numeri in aula sono sempre in bilico per la maggioranza.
Per questo, sul caso Albertini, il Pd improvvisamente cambia fronte.
Il primo relatore Pagliari si pronuncia contro l’insindacabilità , forte anche del no del Parlamento europeo che, mentre Albertini era a Strasburgo, gli aveva già negato lo scudo proprio in quanto la sua polemica con Robledo era legata alla sua attività di sindaco, e non a quella di parlamentare.
Albertini protesta e fa capire che voterà contro la maggioranza. A questo punto il Pd cambia idea. Pagliari è costretto a lasciare, gli subentra Filippin, che invece teorizza lo scudo totale.
In Giunta si arriva al paradosso che Forza Italia, con Bruno Alicata, accusa i senatori Democratici di comportarsi in modo ondivago, a seconda dell’interesse politico.
“Pur in presenza di comportamenti simili, voi salvate quelli che stanno dalla vostra parte come Albertini e che vi fa comodo salvare, mentre date l’autorizzazione per gli altri, com’è accaduto per Giovanardi”.
Niente da fare, le accuse forziste non fanno breccia, il Pd va avanti e vota. Albertini è salvo grazie al cartello Pd, Fi, Ncd, la leghista Stefani, il socialista Buemi.
Il presidente della Giunta Dario Stefà no, com’è prassi, non ha votato. Contro Casson e M5S. Adesso tutto passa in aula dove, col voto segreto, sicuramente Albertini conquisterà definitivamente lo scudo.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 26th, 2016 Riccardo Fucile
LO SCOOP DEL GUARDIAN: ECCO COSA DICEVA LA MAY UN MESE PRIMA DEL VOTO
“Lasciare l’Unione Europea è un rischio per la Gran Bretagna. Fare parte di un blocco commerciale di 500 milioni di persone è un vantaggio per Londra. Il Regno Unito dovrebbe assumere la leadership dell’Europa, invece che restarne ai margini. E guardare al futuro invece che cercare di “ricreare il passato”.
Chi l’ha detto? Theresa May, la premier britannica che ora afferma “Brexit significa Brexit” e vuole portare il proprio paese fuori dalla Ue per realizzare pienamente il mandato del referendum del giugno scorso.
Eppure, un mese prima del referendum, quando era ancora ministra degli Interni, May affermava una posizione molto diversa in un discorso tenuto privatamente ai banchieri della sede londinese della Goldman Sachs.
Pubblicato in prima pagina dal Guardian, che ne ha ottenuta una registrazione da una fonte interna, l’intervento della leader conservatrice imbarazza Downing street. Dimostrando che la premier cambia posizioni con disinvoltura su questioni di storica importanza oppure non dice quello che pensa veramente.
“Penso che le argomentazioni economiche siano evidenti”, dichiarava May il 26 maggio scorso nell’incontro con la Goldman Sachs.
“Credo che fare parte di un blocco commerciale di 500 milioni di persone sia significativo per noi. Penso che un sacco di gente investa in Gran Bretagna perchè la Gran Bretagna è in Europa. Se non fossimo in Europa, penso che aziende e imprese si chiederebbero: dovremmo avere una base sul continente europeo anzichè una base britannica? Per cui sono convinta che ci siano decisamente benefici per noi in termini economici” (sottinteso: nel restare nella Ue).
Ufficialmente schierata come il premier David Cameron per “Remain” nel referendum, cioè per rimanere nell’Unione Europea, ma accusata di non prendere abbastanza posizione in pubblico sulla questione durante la campagna referendaria, l’allora ministra degli Interni assume una posizione molto più apertamente filo-Ue nel suo “briefing” ai banchieri della Goldman.
“Ci sono assolutamente cose che possiamo fare come membri dell’Unione Europea che rendono il nostro paese più sicuro”, dice a proposito di terrorismo, criminalità e sicurezza. Quindi loda Cameron per come ha negoziato con Bruxelles, sostenendo che il primo ministro ha ottenuto importanti concessioni dalla Ue. E in generale parla come un’autentica europeista.
“Quel che penso è che la Gran Bretagna deve avere un ruolo di leadership in Europa”, afferma nel discorso alla Goldmans Sachs. “Penso che in passato la Gran Bretagna ha guardato alla Ue come a qualcosa che ci viene imposto, prendendo una posizione di retroguardia, invece penso che dovremmo prendere l’iniziativa e guidare, e che possiamo realizzare cose. Dobbiamo assumere la leadership”.
E conclude: “Il mio messaggio sul referendum è che non dobbiamo votare per ricreare il passato, dobbiamo votare per ciò che è giusto per il futuro”.
Commenta il deputato laburista pro-Ue Phil Wilson: “Fa piacere che privatamente Theresa May pensi quello che tanti di noi dicono in pubblico, cioè che uscire dal mercato comune sarebbe un danno per il business e per l’economia nazionale”. Concorda un altro parlamentare laburista, Chuka Umunna: “Adesso che è primo ministro, Theresa May è nella posizione ideale per realizzare quello che pensa e per mettere la permanenza nel mercato comune al centro delle sue ambizioni”.
Ma un portavoce di Downing street, richiesto di un parere sulle rivelazioni del Guardian, si limita a dire: “La Gran Bretagna ha fatto una chiara scelta di votare per uscire dall’Unione Europea e il governo è determinato a trasformare in successo le nuove opportunità che questo rappresenta”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 26th, 2016 Riccardo Fucile
“ERA UN GENIO, CI SIAMO VOLUTI BENE”
Bernardo Caprotti ha lasciato alla moglie l’azienda e un dipinto con un mazzo di rose bianche di Fatin
Latour, e alla segretaria “signora Germana Chiodi “, un assegno da 75 milioni e due quadri di fiori colorati di Mario Nuzzi: “Il Dottore mi aveva anticipato che mi avrebbe ricordato nelle sue ultime volontà e io gli avevo detto che avrei fatto lo stesso nel mio testamento con alcune delle tante attività benefiche che lui aveva sempre sostenuto; facendolo nel silenzio perchè ripeteva sempre che la beneficenza non va pubblicizzata”.
Germana Chiodi entra in Esselunga nel’68 non ancora ventenne come impiegata di contabilità . E dopo qualche anno viene promossa assistente nella segreteria di direzione.
Ma Germana di nome e di fatto, lavora duro 9-10 ore al giorno, e spesso anche al sabato, dedicando 48 anni della sua vita a Caprotti e all’Esselunga.
Chiunque l’abbia conosciuta dice di lei che non è mai stata solo la segretaria del Dottore, ma qualcosa di più, il suo braccio destro, la donna di fiducia, una lavoratrice indefessa tanto che ancora ieri fino a tarda sera, era a Limito di Pioltello a lavorare come consulente, nonostante sia in pensione da anni.
“Quando ho maturato la pensione Bernardo mi ha chiesto di rimanere a lavorare finchè c’era lui e io sono rimasta, ma ora senza di lui c’è il vuoto, anche in azienda si sente tanto la sua mancanza. Adesso non so che farò, rimarrò solo se la famiglia mi chiederà di restare ancora per un po’”.
Per la signora Germana, come per altri dipendenti della vecchia squadra, l’Esselunga è stata una scuola, una squadra di appartenenza.
Qualcuno racconta che lei aspettasse Caprotti prima di prendere l’ascensore per andare a casa. È così? “Facevo come le commesse, me ne andavo dall’ufficio un secondo dopo che era uscito lui. Caprotti era un genio anche a 80 anni, aveva la capacità di riempire le stanze di trascinare le persone. Mi piaceva stare con lui, ci stavo più tempo possibile, mi impegnavo e cercavo di dargli il più possibile. Gli ho voluto bene e lui ne ha voluto a me”.
E Caprotti che la fedeltà dei suoi dipendenti l’ha sempre premiata, ha scelto solo la Chiodi, tra i 22mila impiegati di Esselunga, per il suo testamento.
Del resto il nome della carta punti inventata e introdotta su spinta della figlia Violetta Caprotti, nasce da un’idea della Chiodi che la battezza “fidaty”. “Non solo il nome della fidaty. Sono stata ascoltata, dopo varie discussioni, su tante idee che ho avuto per Esselunga “.
Se Germana Chiodi è l’unica non Caprotti a essere menzionata nel testamento, nessun Caprotti lavora in Esselunga, dove invece sono impegnate quattro delle sue nipoti, (Cecilia e Nicoletta Gozzi e Alessandra e Cristina Bagnariol), e due dei loro mariti che però si sarebbero conosciuti lavorando in azienda (Luca Sorichetti e Livio Roncalli).
“È vero, ma non vedo cosa ci sia di male. Ho segnalato alcune mie nipoti perchè sono brave persone e hanno voglia di lavorare e hanno cominciato anni fa, partendo dalla gavetta. Così come ho segnalato tante altre persone in Esselunga anche se non sono mai stata presente a nessun colloquio, nè era una mia competenza selezionare il personale”.
In molti sostengono che avendo una grande influenza su Caprotti sia stata anche la responsabile di tanti licenziamenti in azienda. Celebre il caso del capo del personale, Barbara Adami Lami, assunta per sole 4 ore e mezzo.
“Il Dottore mi chiedeva la mia opinione sulle persone che lavoravano in Esselunga, mi chiedeva cosa pensavo a livello professionale e io rispondevo sinceramente. Quando invece avevo dei dubbi, perchè non avevo idea di chi fossero o di come lavorassero, non mi sono espressa”.
Nel 1984 il settimanale Espansione esce con un articolo intitolato Esselunga: “Non si muove foglia che Bernardo non voglia, e subito il vice presidente del gruppo, Ferdinando Schiavoni lo riadatta alla situazione: “Non si muove foglia che Germana non voglia”. “Si l’ho sentita questa cosa, ma non è così. Il Dottore era un genio, aveva sempre mille idee in anticipo su tutto, non solo sulla grande distribuzione, era un carattere forte un trascinatore, anche negli ultimi anni aveva una forza eccezionale.”
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 26th, 2016 Riccardo Fucile
COLPITI DALLE ORDINANZE DIRIGENTI COCIV E IMPRENDITORI
Appalti truccati da Nord a Sud, dall’alta velocità ferroviaria alle autostrade. Un’operazione congiunta di Carabinieri e Guardia di Finanza torna a dipingere un’Italia in cui il sottobosco della corruzione affianca tutte le grandi opere.
Le persone coinvolte sono almeno 21 in varie regioni, con accuse che vanno – a vario titolo – dalla corruzione alla tentata estorsione, fino all’associazione a delinquere.
Gli investigatori ipotizzano “condotte corruttive per ottenere contratti di subappalto” nei lavori di una tratta della Tav Milano-Genova, del 6° Macrolotto dell’A3 Salerno-Reggio Calabria e della People Mover di Pisa, l’impianto a fune che mette in collegamento l’aeroporto Galileo Galilei con la stazione centrale della città .
L’attività investigativa, denominata “Amalgama”, ha fatto scattare arresti nel Lazio, Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana, Abruzzo, Umbria e Calabria.
L’indagine – spiegano fonti degli inquirenti – ha ricostruito presunte condotte illecite di un gruppo di persone costituito, organizzato e promosso dall’ingegnere Giampiero De Michelis, fino al 2015 direttore dei lavori nell’ambito delle tre opere pubbliche interessate e dal suo socio di fatto, Domenico Gallo, imprenditore calabrese considerato da tempo un nome noto delle costruzioni stradali.
Insieme a loro, lavoravano per il medesimo obiettivo, altre 9 persone, fra cui alcuni funzionari del consorzio Cociv.
Secondo quanto emerso, in alcuni casi, era De Michelis a obbligare le ditte vincitrici della commessa a spezzettare i lavori in diversi subappalti, da assegnare a ditte da lui indicate, pena un certosino lavoro di verifiche e controlli, sinonimo di costi aggiuntivi, ritardi e penali.
In altri casi invece, l’opera di corruzione avveniva a monte, durante le gare bandite dal general contractor.
Le opere coinvolte. La tav Genova-Milano è un’opera che vale 6,2 miliardi e ha l’obiettivo di potenziare i collegamenti del sistema portuale della Liguria con le principali linee ferroviarie del nord Italia e il resto d’Europa.
Si sviluppa lungo 53 chilometri, di cui 37 in galleria. Il Cipe ha fissato un limite di spesa di 6,2 miliardi per il consorzio Cociv – un colosso di cui fanno parte Salini Impregilo, Condotte e Civ – che dovrà realizzare i sei lotti.
Il VI Macrolotto dell’A3 Salerno-Reggio Calabria riguardava il tratto compreso tra lo svincolo di Scilla e lo svincolo di Campo Calabro, in cui erano presenti 32 tra ponti e viadotti (per una lunghezza complessiva di 3 chilometri), otto gallerie naturali e 1 galleria artificiale (Scilla) di 155 metri. Inoltre i lavori riguardavano anche l`ammodernamento di quattro svincoli (Scilla, Santa Trada, Villa San Giovanni e Campo Calabro).
Le indagini.
Il fronte genovese dell’indagine, condotto dal Gico del nucleo di polizia tributaria di Genova e coordinate dalla procura genovese, ha ricostruito episodi di corruzione, concussione e di turbativa d’asta su commesse per un valore complessivo di oltre 324 milioni di euro.
In particolare, spiegano gli inquirenti, “è emerso che in occasione dello svolgimento delle gare indette dal General Contractor, alcuni dirigenti preposti allo svolgimento delle stesse, per pilotare l’assegnazione dei lotti ad alcune società ed escluderne altre, hanno fatto in modo, in alcuni casi, che offerte ‘anomale’ divenissero regolari in violazione ai principi della par condicio e, in altri, si sono avvalsi della compiacenza di concorrenti di comodo, in realtà non interessati all’aggiudicazione della gara, per indirizzare direttamente l’assegnazione all’unico concorrente interessato. In una circostanza la turbativa veniva accompagnata dal pagamento di una somma di denaro”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 25th, 2016 Riccardo Fucile
IL “NON POSSIAMO CERTO MANGANELLARLI” NON VALE A BOLOGNA… L’IMPUNITA’ PER CHI DELINQUE E’ PERMESSA SOLO A GORO
Ora lo sappiamo: il principio esposto stamane dal prefetto di Ferrara secondo cui, di fronte a reati quali
violenza privata, interruzione di pubblico servizio e blocco stradale (reati punibili fino a 5 anni e con multe fino a 10.000 euro), non si interviene con la forza perchè “non potevamo mica prenderli a manganellate per liberare la strada” vale solo nella repubblica autonoma di Gorino.
Poche ore dopo, a Bologna, non vale più. Qua una quarantina di studenti universitari di un collettivo protestano per il caro mensa all’Alma Mater.
Il collettivo, ironia della sorte, è il Link, lo stesso frequentato qualche anno fa dalla candidata sindaca leghista Borgonzoni, denominata la “sindachessa della fattanza” (lasciamo all’intelligenza del lettore comprenderne la ragione).
Un pasto costa 6 euro. Dopo essere stata presa di mira più volte dalle proteste di studenti e collettivi, la mensa universitaria di piazza Puntoni, gestita da Elior, ha ridotto la cifra a 5,80 euro, gli studenti insistono per ottenere 3 euro.
Quando sono arrivati davanti alla mensa gli studenti hanno trovato un cordone di polizia e carabinieri in tenuta antisommossa e quando il collettivo ha cercato di avvicinarsi con lo striscione ci sono state due cariche in rapida successione. A quanto risulta ci sono stati almeno sei-sette feriti tra i manifestanti.
Non abbiamo particolare simpatia per i centri sociali frequentati da ex leghisti, ma rimane il fatto che non era stato commesso, a differenza di Goro, alcun reato.
Diciamo che la polizia ha caricato e distribuito manganellate come “misura preventiva”?
Strano che non usi lo stesso metro nei casi in cui la somma dei reati è evidente.
Strano che nessuno sia stato identificato e denunciato all’autorità giudiziaria a Goro.
Strano che i manganelli roteino sulle teste di chi chiede un “pasto a prezzo politico” e non su quelle dei razzisti che si vergognano ad ammettere di esserlo.
Strano Paese quello in cui un segretario di partito viene invitato alla pizza sociale di un sindacato di polizia a pochi chilometri da dove le forze dell’ordine permettono che vinca l’llegalità .
Strano Paese quello in cui dal ministero dell’Interno escono voci severe sugli “ignobili fatti di Goro”, ma nessuno rimuove prefetto e questore che non hanno difeso le leggi dello Stato.
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Ottobre 25th, 2016 Riccardo Fucile
RINVIATA IN COMMISSIONE LA PROPOSTA M5S TAGLIA STIPENDI… GRILLO ORDINA SERIETA’ IN AULA PER CONQUISTARE IL VOTO DEI MODERATI… L’INTERVISTA DI VIRGINIA CREA MAL DI PANCIA
Istituzionali in Aula e un po’ di calore fuori anche se gli attivisti M5S in piazza, secondo le adesioni registrate, sarebbero dovuti essere molti di più.
E la potenza di fuoco è assai lontana dai tempi di “Ro-do-tà -tà -tà “.
Beppe Grillo si siede in tribuna alla Camera quando nell’emiciclo di Montecitorio è appena iniziata la seduta che per la maggioranza ha come unico obiettivo quello di rinviare in commissione il prima possibile la proposta di legge 5Stelle sul taglio degli stipendi dei parlamentari.
Il leader pentastellato, giacca obbligatoria alla Camera ma niente cravatta, dice che l’ora della “sobrietà “. Che tradotto significa: niente striscioni e niente schiamazzi.
Poi ai cronisti dice pacatamente: “Oggi è il pace e bene day. Questa non è una legge per tagliare, tagliare è una parola violenta. È un atto di buona volontà che faranno i parlamentari e io li ringrazierò, li accarezzerò e li abbraccerò uno per uno, anche quelli del Pd. Anche la Chiesa è contenta, figurati il Papa come sarebbe felice”.
Per il leader pentastellato, in questa circostanza, bisogna dare l’idea di voler vincere forti delle proprie ragioni per conquistare così gli italiani moderati.
Quindi non trattare in Aula l’argomento stipendi in maniera protestataria e agitatoria, ed evitare che l’aspetto spettacolare e guerresco finisca per sovrastare il merito della battaglia. E infatti non ci sono urla da stadio, nè cartelli o occupazione dei banchi del governo, a maggior ragione perchè la presidenza dell’Aula è toccata a Luigi Di Maio. Era stato anche preparato uno striscione che tuttavia viene srotolato soltanto in piazza, davanti a un centinaio di attivisti, quando Alessandro Di Battista inizia a urlare: “Lì dentro sono ignobili, il Pd è gentaglia pericolosa”.
Parlano in tanti, parla tutto il Direttorio, ci sono anche i senatori, come ha chiesto Grillo, che invece non si fa vedere per lasciare a loro la scena: “Adesso andiamo a vincere il referendum”, si sente tra gli urli: “Onestà , onestà , onestà ”.
In Aula i toni sono diversi ma si registra comunque qualche colpo di scena e qualche battibecco qua e là . Il Pd chiede l’inversione dell’ordine del giorno, cioè chiede che venga discussa prima la proposta di Roberta Lombardi sui costi della politica e poi l’altro argomento in programma.
Perchè? Due motivi di fondo. Il primo è perchè l’inversione dell’odg lo avrebbe chiesto il Movimento 5 Stelle e un “no” da parte della maggioranza avrebbe aizzato le prime proteste.
E il secondo riguarda il rischio di far slittare il provvedimento a mercoledì e ciò si sarebbe tradotto in un altro giorno di manifestazioni pentastellate contro i costi della politica.
Quindi, la parola d’ordine dei dem sembra essere: “Fare presto per disinnescare il protagonismo M5S”.
Così si inizia a discutere della proposta pentastellata e Lorenzo Dellai, capogruppo di Centro democratico, chiede di rinviare il provvedimento in commissione: “Votare ciò alla vigilia di un referendum che potrebbe modificare radicalmente l’assetto delle camere non ha molto senso”, dice.
Ma immediatamente replica Roberta Lombardi, prima firmataria della proposta: “Adesso capiamo fino in fondo l’osceno giochetto visto in comitato dei nove dove la maggioranza ha votato per non votare i pareri sugli emendamenti e poi ha mandato il sottopanza della maggioranza e del Governo a fare il lavoro sporco al posto del Pd”. Poi è il momento di Ettore Rosato, capogruppo dem, che tira in ballo Grillo invitandolo a recarsi in Campidoglio, e non solo nell’Aula di Montecitorio, “a controllare le auto blu”.
Parole che dagli scranni M5S sono accolte con un applauso ironico mentre Grillo, dal loggione, applaude e urla sarcastico: “Bravo, bravo!”. Anche in questo caso niente urla, come richiesto dal leader.
“Il rischio — più di un deputato grillino la legge così — era quello di finire sotto attacco del Pd sul caso Roma e di spostare l’attenzione sulla Capitale. Qualcuno ha anche citato Paola Muraro, meglio lasciar perdere…e poi proprio oggi, meglio di no”.
La giornata in casa 5Stelle è infatti iniziata male.
L’intervista di Virginia Raggi è stata per molti parlamentari un boccone indigesto a colazione, non solo per la gaffe sui frigoriferi ma anche perchè l’attenzione di oggi doveva essere tutta sulla proposta di legge targata M5S e invece così non è stato.
Per il Pd la proposta sul taglio degli stipendi è un capitolo chiuso ma per i 5Stelle no. Adesso sarà chiesto di calendarizzare la proposto sul taglio degli stipendi durante la sessione di bilancio trattandosi di risparmi per lo Stato.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 25th, 2016 Riccardo Fucile
MEGLIO TARDI CHE MAI: CI SONO PAESI CHE GRAZIE AI CONTRIBUTI UE COPRONO UN TERZO DEL PIL NAZIONALE E POI RIFIUTANO LA SOLIDARIETA’
L’Italia è pronta a mettere il veto sul bilancio Ue se i paesi dell’Est non accoglieranno i migranti:
“Assolutamente sì”, dice il premier Matteo Renzi rispondendo ad una domanda durante la registrazione di ‘Porta a Porta’.
“Vorrei che tutti insieme, maggioranza e opposizione, senza dividerci, dicessimo a questi paesi che il meccanismo è finito. Vorrei che tutti dicessero che la posizione del governo è la posizione dell’Italia”, ha aggiunto Renzi.
“Il governo Monti ha stabilito che diamo 20 miliardi e ne riceviamo 12, ma se Ungheria e Slovacchia ci fanno la morale sui nostri soldi e poi non ci danno una mano sui migranti non va bene”.
E ringrazia Marina e Guardia Costiera: “Sono orgoglioso delle nostre forze armate e sono orgoglioso della Marina, della Guardia costiera e di tutti coloro che si prodigano per salvare vite. L’Ue dovrebbe fare un monumento a questa gente, altro che discorsi. Prima o poi il premio Nobel della Pace lo dovrebbero dare a loro”.
Ma per il premier il flusso di migranti va bloccato prima possibile. “Ora siamo in grado di gestirlo, arriva l’inverno, le condizioni del mare peggiorano, ma abbiamo tempo sei mesi massimo. Bisogna bloccarli in partenza. O blocchiamo il flusso entro il 2017 o l’Italia non riesce a reggere un altro anno come quello passato”.
E su questo “chiedo che tutti gli italiani stiano con noi, che non ci si divida”.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2016 Riccardo Fucile
FINIRA’ COME QUANDO E’ ANDATO A PIAGNUCOLARE CON GLI ZINGARI PER EVITARE UNA CONDANNA SEVERA, OFFRENDOSI PER I SERVIZI SOCIALI
“Un membro del Parlamento Europeo che manifesta disprezzo e odio in ragione del colore della mia pelle, non ha offeso solo me, ma i valori delle Istituzioni Europee e di tutti coloro che non riconoscono differenze e discriminano tra le persone per motivi di razza, religione o sesso”.
Lo ha detto l’eurodeputata Cècile Kyenge (S&D-PD) oggi a Strasburgo, dove il Parlamento Europeo riunito in sessione plenaria ha deciso di non difendere i privilegi e le immunità di Mario Borghezio, accusato di aver propagandato, nel corso del programma di Radio 24, La Zanzara, il 29 aprile 2013, idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale o etnico, nei confronti dell’ex-ministro per l’integrazione Cècile Kyenge, commentando la sua nomina a ministro.
Incompatibile con il compito di rappresentanza.
“Ogni espressione razzista e di incitamento all’odio è per sua natura incompatibile e oltraggiosa dell’alto compito di rappresentanza democratica che siamo chiamati ad assolvere come parlamentari europei”, ha sottolineato Kyenge che ha poi concluso: ”Il processo davanti al tribunale di Milano era attualmente sospeso in attesa della decisione del Parlamento europeo. Per questo, la decisione del Parlamento europeo oggi dà un segnale importante che va ben oltre la mia persona: il razzismo non può essere mai strumento di lotta politica, chi vi fa ricorso disonora le istituzioni e non ha diritto ad alcuna immunità ”.
Ora a Borghezio non resta che replicare la sceneggiata di quando, per evitare una condanna severa per frasi contro i rom, piagnucolò che non era sua intenzione offenderli e offrendosi di svolgere servizi sociali presso i campi rom.
Neanche le palle di andare in galera per coerenza.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2016 Riccardo Fucile
LA CRISI VALUTARIA NON PERMETTE DI ACQUISTARE SUI MERCATI MONDIALI…SI AVVICINA LA RESA DEI CONTI ANCHE PER GLI ASSASSINI DI REGENI
La crisi economica egiziana inizia ad avvitarsi in maniera pericolosa per il governo del generale Abdel
Fatah al Sisi.
Il regime negli ultimi giorni ha dato ordine ai militari di sequestrare tonnellate di zucchero nelle fabbriche dolciarie e nei depositi dei distributori alimentari.
Questo perchè il primo fra gli alimenti sovvenzionati che inizia a scarseggiare nel paese è proprio lo zucchero.
La crisi valutaria che sta paralizzando le finanze dello Stato egiziano non permette di acquistare con velocità sui mercati mondiali i quantitativi necessari al fabbisogno del paese.
Ieri sera il primo ministro Sherif Ismail si è dovuto presentare in televisione per confermare che l’esercito ha fatto razzia di zucchero in fabbriche e nei depositi privati. Il premier ha detto che “gli interventi nelle fabbriche sono stati necessari ma saranno limitati, ora abbiamo zucchero per tre mesi”.
Una delle fabbriche in cui i militari hanno fatto irruzione è uno stabilimento di produzione della Pepsi Cola. Un’altra è una delle quattro sedi della Edita, principale produttore di cioccolata e dolci vari del paese, a cui sono state sequestrate duemila tonnellate di zucchero.
Da settimane in tutti i negozi e supermercati del paese lo zucchero ormai è scomparso, mentre iniziano a verificarsi fenomeni di accaparramento anche di farina e olio per friggere.
Sono tutti beni di prima necessità sovvenzionati dallo Stato, che però ormai non ha più fondi sufficienti in dollari per rifornirsi liberamente sui mercati internazionali e soprattutto ha iniziato ad alzare i prezzi su richiesta del Fondo monetario internazionale.
Un grossista privato di alimentari, Abdel Abdou, intervistato dalla Associated Press, conferma che l’esercito è stato anche nei suoi depositi: “Ci hanno sequestrato 45 tonnellate di zucchero, mi hanno trattato come un trafficante di droga”.
“Stanno perdendo la testa” ha dichiarato ieri Hani Berzi il presidente della Edita, “se il governo aveva un problema doveva venire da noi e negoziare una soluzione, ma venire qui, sequestrare lo zucchero e trattarci come contrabbandieri è vergognoso”.
Molti analisti ritengono che il governo Sisi sia entrato in una fase di vero e proprio panico: per avere un prestito di 12 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale, il governo si è impegnato a tagliare i sussidi ai beni alimentari, che dissanguano le casse dello Stato.
Ma prima che i tagli iniziassero è iniziato l’accaparramento, a cui hanno fatto seguito le prime proteste, soprattutto su Internet, come quella del tassista di “tuk tuk” del Cairo che per giorni ha monopolizzato l’attenzione nel paese.
A questo si aggiunge il fatto che sfruttando l’ondata di proteste contro il governo per la situazione economica, per l’11 novembre è stata organizzata una giornata di mobilitazione nazionale.
Una protesta che secondo il governo viene sobillata dai Fratelli Musulmani, dichiarati fuorilegge dal colpo di Stato militare del 2013.
La crisi dello zucchero è soltanto l’ultimo episodio del disastro economico che sta facendo crollare l’Egitto del generale Sisi: l’inflazione è al 14 per cento, il massimo da 7 anni.
Il cambio in dollari è stato contingentato, per cui la lira egiziana da un cambio ufficiale di 1 dollaro per 8,8 viene venduta al mercato nero a 1 dollaro per 15,5 lire.
In questo contesto la polizia ha già iniziato a fare arresti in vista della manifestazione dell’11 novembre. Almeno 70 persone sono finite in carcere, quasi tutte accusate di legami con i Fratelli Musulmani che vengono definiti dal governo militare semplicemente “terroristi”.
(da “La Repubblica”)
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