Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
MA LA MANAGER NON SI E’ ANCORA DIMESSA PERCHE’ MANCA LA BUONUSCITA… ALTRI SOLDI BUTTATI, SIAMO AL QUARTO CAMBIO IN UNDICI MESI
Era stata individuata nel novembre scorso per sostituire Alessandro Solidoro al vertice dell’AMA e
doveva restare in carica per tre anni. Antonella Giglio è invece in uscita dall’azienda municipalizzata dei rifiuti romani e a quanto pare a darle il benservito è stata la sindaca Virginia Raggi.
Ma c’è un problema: la buonuscita.
La Giglio, arrivata in carica in quella che sembra un’era geologica fa, ovvero quando al vertice dell’assessorato c’era ancora Paola Muraro, viene considerata tra i responsabili dell’emergenza rifiuti che ha coinvolto anche AMA e le si imputa anche una scorretta gestione della vicenda della discarica di Colleferro.
Ma a quanto pare il lungo addio di Antonella Giglio all’AMA avrà strascichi. Giovedì scorso, durante l’assemblea, la Giglio aveva fatto mettere a verbale la sua intenzione di dimettersi, senza però la formale accettazione dei soci.
Poi, racconta il Messaggero, è successo il patatrac:
Poi, dopo aver capito che non avrebbe ricevuto l’attesa buonuscita, ha inviato una mail sulla casella di posta elettronica certificata dell’azienda per ritirare le sue dimissioni. Palazzo Senatorio vuole comunque proseguire sulla sua strada. Così nella prossima assemblea, convocata per lunedì alle 15,tenterà di forzare la mano: accettando il passo indietro inizialmente annunciato (e scritto sul verbale) da Giglio e nominando contestualmente i tre membri del nuovo consiglio di amministrazione.
Un’accelerazione che, a meno che non si trovi un’intesa tra le parti, porterà verosimilmente a un’azione legale da parte della numero uno uscente di via Calderon de la Barca, che tenterà di far valere la sua formale comunicazione di ritiro delle dimissioni, inviata prima che l’assemblea formalizzasse il cambio al vertice della municipalizzata.
Quello che sembra prevedibile è che si andrà quindi alle carte giudiziarie per la buonuscita. Oppure a un accordo extragiudiziale che comunque costerà tanto ai cittadini romani.
E in ogni caso ciò che spaventa è la capacità della sindaca di essere una mangia-manager senza pietà .
Da quando Virginia Raggi è arrivata al Campidoglio prima non è stata capace di trovare un’intesa con i manager che ha trovato (ai quali aveva promesso comunque la possibilità di chiudere il mandato), come Daniele Fortini il quale aveva chiesto all’amministrazione di attivarsi per spingere a commissariare il Colari nel giugno scorso.
La sindaca e il suo “staff” rifiutarono: nell’aprile scorso sono stati costretti a farlo lo stesso per fronteggiare l’emergenza rifiuti che intanto scoppiava.
Poi sono arrivati Solidoro e Bina, che hanno salutato nel frattempo. Adesso, e siamo a 11 mesi di amministrazione da parte della Raggi, tocca alla Giglio fare le valigie.
Le consigliere del Pd capitolino Valeria Baglio e Ilaria Piccolo chiosano: «O c’è una sorta di maledizione oscura che tormenta l’azienda o M5S non sa scegliere i propri manager. Molto piu’ probabile la seconda ipotesi se messa in relazione alla farsa dei 140 curricula che avrebbero dovuto essere esaminati dalla commissione ambiente per la scelta del nuovo CdA dell’azienda capitolina. Quando si tratta di poltrone, M5S somiglia sempre più alla vecchia partitocrazia dilaniata da guerre intestine tra correnti e condita da tanta incapacità quanto arroganza. Purtroppo come nell’emergenza rifiuti di questi giorni è la città a pagare il prezzo più caro. La coincidenza tra il caos rifiuti e la ‘sarabanda manageriale’ in Ama non e’ casuale, ma è l’inevitabile conseguenza di un’amministrazione pasticciona e inadeguata che rende più costosa e discontinua la gestione dei servizi ambientali (con il ricorso, come in queste ore, alla predisposizione di Task force) e la stessa direzione aziendale. Ai continui cambi di vertici seguono, infatti, pesanti ripercussioni economiche dovute alle buone uscite contrattuali dei manager. Alcune domande sorgono spontanee: Quanto costerà all’Ama l’uscita di scena della dr.ssa Giglio? E quanto costera’ l’insediamento del nuovo CdA? A quanto ammontano i costi complessivi delle rimozioni dei manager di Ama effettuati in questi 10 mesi?»
(da “NextQuotidiano“)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
“HO DETTO DUE VOLTE NO ALLA PRESIDENZA DI VIALE MAZZINI”
Il dopo primarie e il dopo Francia. Il governo Gentiloni e il governo Grillo. L’europeismo possibile e il rapporto con Sergio Mattarella.
La partita a scacchi sulla legge elettorale e ovviamente il caso Ferruccio de Bortoli-Maria Elena Boschi.
A due settimane dalla vittoria alle primarie del Partito democratico, Matteo Renzi, intervistato dal Foglio, nella sua prima intervista da neo segretario, parla a ruota libera:
“Il Pd è l’unico partito già pronto alle elezioni – dice -. Ma siccome siamo persone serie ci va benissimo votare nella primavera del 2018, non abbiamo fretta. Quindi lasciamo lavorare il governo, assicurando il massimo sostegno possibile”. “Prima – sottolinea Renzi – erano tutti contro l’Italicum, ora sono tutti a favore”.
“Noi siamo pronti a votare l’Italicum ma chi sostiene questo tipo di riforma in realtà sogna il Cespugliellum”. Alla domanda se crede che il Pd possa tornare al 40%, risponde: “Io penso di sì.
Il Pd è l’unico grande partito di governo che esiste in Italia”. Secondo Renzi, “la scissione ha lasciato una traccia emotiva vera e profonda nei cuori di qualche militante ma a livello elettorale non ci ha danneggiato”.
Poi, in merito alla vicenda Banca Etruria e alla ricostruzione di Ferruccio de Bortoli nel suo libro, dice: “Ha fatto il direttore dei principali quotidiani italiani per quasi vent’anni e ora spiega che i poteri forti in Italia risiedono a Laterina? Chi ci crede è bravo. Ma voglio dire di più. Ferruccio de Bortoli ha una ossessione personale per me che stupisce anche i suoi amici. Quando vado a Milano mi chiedono ‘ma che gli hai fatto?’. Boh. Non lo so. Forse perchè non mi conosce. Forse dà a me la colpa perchè non ha avuto i voti per entrare nel cda Rai e lo capisco: essere bocciato da una commissione parlamentare non è piacevole. Ma può succedere. Non mi pare la fine del mondo”.
Secondo Renzi, poi, “che Unicredit studiasse il dossier Etruria è il segreto di Pulcinella. Praticamente tutte le banche d’Italia hanno visto il dossier Etruria in quella fase”, aggiunge il segretario Pd, certo che “arriverà un giorno in cui si chiariranno le responsabilità a vari livelli”.
La replica
A stretto giro è arrivata pronta la replica di De Bortoli. Sul corriere.it l’ex direttore spiega.
Il segretario del Pd sostiene che io avrei nei suoi confronti un’ossessione personale. «Forse perchè dà a me la colpa per non aver avuto i voti necessari per entrare a far parte del consiglio d’amministrazione della Rai. Essere bocciati da una commissione parlamentare non è piacevole, lo capisco».
Segnalo all’ex premier che avendo detto due volte no alla proposta di fare il presidente, non era tra le mie ambizioni essere eletto nel cda della Rai. Visto quello che sta accadendo, ringrazio di cuore per non avermi votato. Non avrei potuto comunque accettare avendo firmato un patto di non concorrenza”
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
“NULLA DA NASCONDERE, MI SONO OCCUPATO DELLA BANCA COME DI ILVA E DI ALITALIA, E’ NEI MIEI COMPITI QUANDO CI SONO IMPATTI OCCUPAZIONALI”
«Sono Graziano Delrio. Le volevo dire che sono io l’autore della telefonata alla Popolare dell’Emilia
Romagna».
L’attuale ministro delle Infrastrutture rivendica il suo interesse per la vicenda di Etruria. «Non ho nulla da nascondere. Mi sono occupato di Banca Etruria come mi sono occupato di Ilva, di Alitalia e tante altre crisi che rischiavano di avere impatti occupazionali, industriali o, come nel caso di Etruria, per i risparmiatori», spiega al telefono.
Riavvolgiamo il nastro.
Siamo nelle settimane a cavallo tra il 2014 e il 2015 e il tema delle crisi bancarie non è ancora deflagrato in tutta la sua ampiezza. Banca Etruria però è uno di quegli istituti da tempo in difficoltà : nel 2013 Bankitalia aveva chiesto un rafforzamento patrimoniale, nel 2014 il ricambio del consiglio e una aggregazione con un soggetto «di elevato standing», ovvero un’altra banca solida e credibile.
Delrio è il sottosegretario alla presidenza del consiglio e, in questa veste, il primo dell’anno del 2015 chiama Ettore Caselli, allora presidente della Popolare dell’Emilia Romagna, per chiedere informazioni sulla possibile acquisizione di Etruria da parte della banca che ha sede a Modena.
È andata così ministro, è corretto?
«Sono certamente uno di quelli che aveva sul tavolo tutte le crisi aziendali. Il mio ruolo all’epoca, come sottosegretario alla presidenza del consiglio, era quello di accompagnare i ministri competenti nella gestione di queste crisi. In questa veste, ho chiamato Caselli e ho chiesto informazioni sulle intenzioni di Bper per Etruria. La risposta fu che era stata esaminata ma Bper aveva deciso di non andare avanti. Tutto qua. Per questo credo di essere io quello al quale si fa riferimento nell’articolo di ieri. Io certamente la telefonata l’ho fatta anche se è possibile che anche altri nel governo se ne siano interessati».
No, le confermo che è proprio lei quello del quale parla l’articolo. Rientrava nella sua attività istituzionale? Non ci fu nessuna pressione?
«Nessuna pressione, come del resto le ha già detto Caselli, ma una semplice richiesta d’informazioni. Come ho già spiegato il sottosegretario alla presidenza ha un ruolo di accompagnamento dei ministri competenti. Ho fatto quella telefonata come ne ho fatte tante altri per altri casi di crisi».
Etruria però non è Ilva nè Alcoa. In quei giorni era solo una piccola banca territoriale in difficoltà e in cerca di un compratore. Verrà commissariata solo un mese e mezzo dopo. Rientrava comunque tra i suoi compiti occuparsene?
«Sì. Le ricordo tra l’altro che il governo in quei giorni stava preparando il decreto sulle popolari (verrà varato il 20 gennaio successivo, ndr.). C’erano già stati vari incontri a Palazzo Chigi e Bankitalia aveva segnalato più volte al governo i problemi di alcune popolari. Problemi che poi, come abbiamo visto, sarebbero esplosi con effetti pesanti per i risparmiatori. Il governo se n’era occupato per questo, senza ossessioni particolari per Etruria».
La differenza però è che in quel governo c’era un ministro, Maria Elena Boschi, che proprio su Banca Etruria aveva un conflitto d’interesse dato dalla presenza del padre nel consiglio della banca. Tutto normale?
«Lo ripeto ancora una volta: mi sono occupato del problema con i ministri competenti e la Boschi non era tra i ministri competenti. Per quanto mi riguarda, non mi vergogno di essermi occupato di questa vicenda come non mi vergogno di essermi occupato di tutte le altre crisi che ho esaminato in quel periodo».
Sta di fatto che ne stiamo ancora parlando proprio per il ruolo della Boschi, allora ministro delle riforme e oggi nel posto che occupava lei, sottosegretaria alla presidenza del consiglio. Nessun conflitto d’interessi?
«Credo che su questo abbia già risposto la Boschi. Per quanto mi riguarda questo è quanto accaduto. In quel periodo per 24 ore al giorno mi occupavo di crisi aziendali, ben più grandi di questa. Non c’è niente da nascondere».
(da “La Stampa”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
MANCINI ERA GIA’ AGLI ARRESTI DOMICILIARI, RESTA SOLO L’OBBLIGO DI FIRMA, ALLA FINE HA SCONTATO IN CARCERE SOLO 4 MESI
Torna libero Amedeo Mancini, l’ultrà della Fermana accusato per la morte di Emmanuel Chidi Nnamdi, il migrante nigeriano deceduto a Fermo dopo una violenta lite per strada il 5 luglio dello scorso anno, scoppiata perchè Mancini aveva gridato ‘scimmia’ alla compagna di Emmanuel, Chyniere.
Il Gip del tribunale di Fermo Maria Grazia Leopardi ha revocato gli arresti domiciliari e rimesso in libertà Mancini, 40enne, che lo scorso 18 gennaio ha patteggiato la pena di 4 anni davanti al gip di Fermo Maria Grazia Leopardi.
L’uomo era stato arrestato nel luglio 2016 con l’accusa di omicidio. Per Mancini resta solo l’obbligo di firma giornaliera presso i carabinieri.
Delle tre aggravanti contestate a Mancini era stata ritenuta insussistente quella dei motivi abietti e futili, mentre è stata mantenuta quella razziale, anche se con una rilevanza concreta “poco più che simbolica” (tesi giuridica originale).
“Pur potendo comportare un aumento di pena fino a cinque anni – avevano spiegato infatti i legali – l’incremento concordato era stato di soli tre mesi”.
Riconosciuta a Mancini l’attenuante della provocazione, per la quale “è stata applicata – avevano reso noto ancora i difensori – la riduzione della pena nella massima estensione possibile, pari a tre anni e cinque mesi”.
La provocazione quindi sarebbe stata non quella di aver insultato la moglie di Emmanuel, ma la reazione della vittima.
Mancini aveva trascorso in carcere il periodo successivo all’arresto, fino ad ottobre e vi era rimasto anche diversi giorni dopo che gli erano stati concessi gli arresti domiciliari, perchè non si riusciva a trovare un braccialetto elettronico.
Godeva del permesso di recarsi al lavoro nei campi. Il gip, tenendo conto del buon comportamento tenuto dall’uomo in carcere e dopo, ha ritenuto maturi i tempi per il rilascio.
“Amedeo Mancini attenderà da libero il 28 novembre il verdetto della Cassazione, che dirà se l’aggravante ‘razziale’ sia compatibile o meno con la riconosciuta attenuante della provocazione”, hanno spiegato gli avvocati Francesco De Minicis e Savino Piattoni, commentando la revoca degli arresti domiciliari.
“Qualunque sia la decisione, essa comunque non determinerà alcuna diminuzione della pena patteggiata a quattro anni”, sottolineano i legali.
“Potrà però avere importanza sul piano generico e giuridico, alla luce della motivazione con cui la sentenza del giudice concordò con il riconoscimento della provocazione, con la massima diminuzione di pena possibile”.
Dopo la decisione della Cassazione Mancini si rivolgerà al Tribunale di Sorveglianza che, “se lo riterrà meritevole, potrà consentirgli di scontare la pena residua sotto forma di affidamento in prova ai servizi sociali”.
Viene così sancito che si può insultare una donna e, qualora il marito reagisca, ammazzarlo a pugni. Con 4 mesi di carcere e 6 di arresti domiciliari con possibilità di recarvi al lavoro, ve la cavate.
A una condizione: che la vittima sia un profugo e che voi siate razzisti.
Questa è la giustizia italiana.
(da agenzie)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI EUROPOL… TELEGRAPH: “VIRUS RUBATO DA RUSSI”
Un attacco hacker mondiale “senza precedenti”. È l’Europol a definire così il cyberattacco
internazionale che ieri ha mandato in tilt i sistemi informatici di 99 Paesi in tutto il mondo.
Parole di grande preoccupazione, quelle dell’Europol, che si dice convinto che sarà necessaria “un’indagine internazionale complessa per identificarne i responsabili”.
La società di sicurezza informatica Avast parla di circa 75mila casi di siti infestati in tutto il mondo da ‘WannaCry’, come è stata chiamata l’azione di pirateria.
Il virus è entrato in azione attraverso l’attivazione di un malware inviato per e-mail. Il ransomware (virus del riscatto) è entrato nei pc e ha bloccato l’accesso ai dati. Lo sblocco era possibile solo mediante il pagamento di un riscatto in bitcoin.
Per il quotidiano britannico Telegraph potrebbe essere stato un gruppo di hacker con collegamenti con la Russia il ‘motore’ all’origine del’attacco.
Il gruppo, noto con il nome di Shadow Brokers, avrebbe rubato il virus agli 007 americani all’indomani del raid aereo statunitense in Siria, forse come rappresaglia per il bombardamento ordinato dal presidente Donald Trump nella base aerea siriana.
Ad aprile, Shadow Brokers ha reso noto di aver rubato un’arma digitale da un’agenzia di spionaggio americana, un’arma che dava un accesso senza precedenti a tutti i computer che usano Microsoft Windows, il sistema operativo più diffuso al mondo.
Eternal Blue, il tool rubato da Shadow Brokers, era stato messo a punto dalla Nsa, che lo aveva progettato per intrufolarsi nei computer di terroristi e Stati nemici.
Ma proprio quello strumento inaspettatamente gli fu rubato. I pirati scaricarono il virus su un oscuro sito web il 14 aprile, appena una settimana dopo che Trump aveva ordinato il bombardamento della base siriana, da cui erano partiti i raid con l’attacco chimico nella provincia di Idlib. Secondo gli esperti, questa tempistica è significativa e indica che Shadow Brokers ha legami con il governo russo.
Il virus, intanto, continua a far paura. Per evitare la propagazione del virus informatico diffuso dal cyberattacco delle ultime ore in tutto il mondo, il primo costruttore automobilistico di Francia, Renault, è stato costretto a fermare alcuni impianti di produzione in Francia.
Fra questi, secondo quanto si apprende, la fabbrica di Sandouville, in Normandia, che riaprirà lunedì.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
NE EMERGE IL RITRATTO DI UN POLITICO AUDACE, DURO CON GLI AVVERSARI E TENERO CON LA MOGLIE… “MASSIMA LIBERTA’, NON HA NEANCHE VOLUTO VEDERLO IN ANTICIPO”
Il nuovo presidente francese è una figura politica su cui ci sono ancora molte cose da scoprire ma il documentario “Emmanuel Macron, dietro le quinte di una vittoria” conferma la sua abilità nella comunicazione.
Oltre ad avere portato con se una fotografa personale, Soazig de la Moissonnière, Macron ha autorizzato il regista Yann L’Hènoret a seguirlo con una troupe per la campagna elettorale. “Ero quasi sorpreso quando ha accettato”, spiega L’Hènoret, “embedded” con il candidato centrista e il suo staff per quasi duecento giorni.
Macron è stato ripreso nei momenti più intimi, in una sorta di commedia epica sul potere, a metà tra ‘West Wing’ e ‘House of Cards’.
“Les coulisses d’une victoire”, in onda sabato sera su Sky Tg24 e Sky Atlantic, e poi disponibile su Sky On Demand, è stato molto commentato in Francia perchè svela alcuni retroscena politici come le accuse di Macron a Manuel Valls, considerato come “il vero traditore di Hollande”, frase più che mai attuale.
Oppure la sua complicità , quasi dipendenza dalla moglie Brigitte. “Dimmi come sono andato, chèrie?” le chiede dopo un comizio. “Ne parliamo dopo in privato”, risponde lei.
E ancora lui che la bacia lungamente sul collo quando viene annunciata la vittoria.
Ci sono momenti di tensione con i giovani dello staff che lui chiama “enfants”, bambini, o di normalità : Macron che mangia in un autogrill.
E scene più dure: il duello in televisione con Marine Le Pen (“Lei è davvero insopportabile”), il confronto con gli operai della fabbrica Whirpool in cui il candidato non ascolta i suoi bodyguard. “Se ci preoccupiamo della security – avverte – siamo morti, diventiamo come Hollande”.
Dopo aver raccolto oltre 150 ore di girato, L’Hènoret ha preparato un’ora e mezza di montaggio serrato senza commento.
“Non sono un giornalista, ma un regista. Ognuno può farsi la sua opinione” spiega L’Hènoret che prima di Macron aveva fatto un documentario in immersione sul campione di judo Teddy Riner.
Il film è un esercizio riuscito di trasparenza, una sorta di Grande Fratello sulla politica.
“Macron non ha voluto vedere il documentario prima”, assicura il regista che ha ricevuto un sms l’indomani della messa in onda in Francia. “Non mi ha fatto nessun complimento – precisa L’Hènoret – ma ha riconosciuto che ho dato un’immagine giusta della sua campagna elettorale”.
(da “La Repubblica”)
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