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LA GIUNTA RAGGI E LA SOLITA MARCHETTA AI TREDICINE: ROMA IN MANO AI PORCHETTARI

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL NUOVO REGOLAMENTO SULL’ATTIVITA’ DI AMBULANTI E CAMION-BAR RIESCE A SCONTENTARE SIA I CITTADINI CHE I NEGOZIANTI

La Commissione commercio del Comune di Roma ha approvato il nuovo regolamento per il commercio ambulante. Il Presidente della Commissione, Andrea Coia (M5S). ne dà  annuncio sulla sua pagina Facebook, spiegando che il nuovo Regolamento del Commercio su Aree Pubbliche è il frutto di un percorso partecipato che al tempo stesso garantirà  maggiore decoro e salva i posti di lavoro
Un regolamento che crea nuovi problemi invece che risolvere quelli vecchi
Il nuovo regolamento, che dovrà  essere approvato entro 90 giorni dall’Assemblea Capitolina, va a riformare la delibera numero 35 del 2006 che attualmente regolamenta le attività  del commercio ambulante.
Il nuovo regolamento annunciato con così tanta enfasi risolve davvero pochi problemi e peggiora le cose.
Un esempio? I titolari delle concessioni potranno vendere merci diverse da quelle previste dall’autorizzazione e inoltre — altra cosa che invece oggi non è consentita — potranno appendere prodotti alle pensiline. Alla faccia del decoro.
Riguardo invece alla questione della pacifica convivenza il regolamento prevede il via libera alla vendita di cibi e bevande tra i banchi dei mercati rionali fino alle 23.30.
In pratica i mercati diventeranno dei luoghi di ritrovo per turisti, con buona pace dei residenti e dei cittadini romani.
Non viene invece risolta la questione dell’anzianità  che favorisce i soliti noti (vedi alla voce Tredicine). La scelta è quella di tutelare gli ambulanti dall’applicazione della famigerata direttiva Bolkestein contrastata anche a livello nazionale dal M5S.
Il nuovo regolamento prevede infatti un premio per l’anzianità  su piazza.
Anche la questione delle sanzioni per gli abusivi è una delle dolenti note del nuovo regolamento: invece che inasprirle vengono “ridotte”.
È vero, il regolamento pone un limite al numero di licenze (5 alimentari + 5 non alimentari) che una famiglia può detenere. Ma è anche vero che questo limite è facilmente aggirabile — come è stato fino ad ora — grazie al ricorso ai prestanome. Un’inchiesta di Repubblica di qualche anno fa rivelava che nel 2012 dei 68 posti disponibili per i venditori ambulanti nel centro di Roma 42 erano di proprietà  dei Tredicine. Il Tempo invece sostiene che delle 70 licenze del centro storico “almeno la metà  sono riconducibili direttamente o indirettamente a Tredicine“.
In pratica i Tredicine continueranno a fare il bello e cattivo tempo.
L’aspetto delle tariffe invece non viene affrontato nel testo perchè la definizione del tariffario spetta alla Commissione Bilancio. Il Fatto Quotidiano fa però notare che attualmente il Comune ricava appena 1,5 milioni di euro l’anno dalle concessioni per gli oltre undicimila postazioni.
Coia ha rivendicato con orgoglio il fatto che il nuovo regolamento è frutto del lavoro di ascolto con associazioni di categoria e cittadini. In particolare la Commissione ha valutato “quali di queste potranno essere accolte nella nostra proposta politica tramite emendamenti”.
Peccato però che Apre Confesercenti a Confimpre abbiano dichiarato di aver sì preso parte alle riunioni di Commissione ma che queste non erano “specifiche sull’argomento del nuovo regolamento”.
Il Tempo invece riferisce che Anva Confesercenti ha abbandonato la commissione quando il presidente Coia ha detto che non avrebbe concesso la possibilità  di parola alle rappresentanti sindacali.
I romani invece hanno manifestato il loro dissenso al nuovo regolamento direttamente “in Rete” andando a commentare sulla pagina Facebook del consigliere Coia.
È diffuso il sentimento di essere stati “traditi” proprio da chi aveva promesso di cambiare le cose e soprattutto dare una svolta alla città .
Si lamentano anche gli esercenti e i commercianti titolari di negozi.
C’è chi parla di un provvedimento “surreale” mentre chi paventa il rischio di trovarsi “mutandari e kebbabari ambulanti” fino alle 11 di sera.
Il problema principale, spiegano i numerosi commentatori infuriati, è l’incompetenza di questa amministrazione comunale che non sembra in grado di risolvere i problemi di Roma ma solo di crearne di nuovi.
Il Municipio I protesta invece contro una “sanatoria” per gli ambulanti anomali che consentirebbe loro di continuare l’attività  in centro storico.
Insomma, il nuovo regolamento piace solo al M5S e ad Andrea Coia.

(da “NextQuotidiano”)

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GRILLO BLOCCA LE AMBIZIONI NAZIONALI DELLA APPENDINO: “I SINDACI ESCLUSI DALLE CANDIDATURE PREMIER”

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

NON SIA MAI CHE QUALCUNO METTA IN DISCUSSIONE LA LEADERSHIP DEL COCCO FUORICORSO

“Ci tengo a ribadire che nel M5S vige una regola chiara e semplice: ogni portavoce eletto porta a termine il suo mandato e durante il suo svolgimento non può candidarsi a svolgere altre cariche”.
Lo scrive, in un post scriptum ad un suo post sul blog, Beppe Grillo.
“Le votazioni per il candidato premier e per i candidati in Parlamento escluderanno, come da regolamento, tutti i portavoce M5S che stanno svolgendo un altro mandato. Chi ha iniziato a fare il sindaco nel 2016 continuerà  a farlo fino al 2021”, aggiunge.
Molti hanno colto in questa precisazione non richiesta la volontà  di mettere fine alle voci che vorrebbero il sindaco di Torino, Chiara Appendino, come possibile rivale di Luigi di Maio alla guida del Movimento alle prossime elezioni politiche.
Il richiamo al regolamento fa sorridere, visto che in più di una occasione (Genova insegna) il regolamento è stato disatteso e calpestato dai vertici.
Evidentemente nessuno deve fare ombra al triste fuoricorso di Pomigliano.

(da agenzie)

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COSI’ IL M5S HA NASCOSTO IL CONFLITTO DI INTERESSI DEL LORO CONSIGLIERE A ROMA

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL MUNICIPIO XII DA DIECI MESI E’ INCOMPATIBILE E INELEGGIBILE PERCHE’ DETENEVA QUOTE DI UNA SOCIETA’ CHE OPERA IN CONVENZIONE CON IL COMUNE, MA IL PARTITO AVEVA SEMPRE NEGATO… ORA PER MANTENERE LA POLTRONA HA CEDUTO LE QUOTE

Il MoVimento 5 Stelle si fonda su due principi: onestà  e trasparenza.
A fare da corollario una rigorosa selezione della classe dirigente, fatta dai cittadini stessi che vagliano i curricula dei candidati.
Ma un conto   sono i principi un conto è la pratica. Perchè spesso e volentieri il M5S applica un’altra regola: quella della trasparenza e onestà  quannocepare.
Prendiamo ad esempio il caso di Massimo Di Camillo, presidente del consiglio del Municipio XII, eletto anche se ineleggibile perchè in palese conflitto d’interessi.
La storia è emblematica del modo di fare dei 5 Stelle.
Di Camillo è stato eletto dieci mesi fa consigliere municipale e successivamente presidente del consiglio del Municipio retto da Silvia Crescimanno.
Ma non avrebbe potuto farlo perchè socio al 50% di una società  titolare di un asilo nido in convenzione con il Comune di Roma.
Durante questi dieci mesi curiosamente Di Camillo ha anche espresso parere contrario all’apertura di un altro nido nella zona costato 1,2 milioni di euro e frutto di un accordo tra il Comune e il consorzio Solari.
Il consigliere 5 Stelle spiegava che «Nella zona abbiamo un altro asilo che attualmente non è occupato. Questo fa venire dei dubbi su facoltà  o legittimità  di aprire un nuovo asilo. Aspettiamo il nuovo bando e vediamo quante richieste ci saranno». L’altro asilo era l’Only Kids di proprietà  della società    RO.MA.Srl della quale fino al 27 settembre 2016 Di Camillo era anche amministratore.
Quando venne denunciata l’incompatibilità  del consigliere il gruppo consiliare del M5S disse che non c’era alcuna irregolarità .
L’onesto Di Camillo del MoVimento degli onesti era nel giusto. Ma nel frattempo il presidente del consiglio municipale si sbarazza delle quote di sua proprietà . Questo avviene il 6 aprile 2017.
Che bisogno c’era di farlo se non c’era nessuna incompatibilità ? Di Camillo spiegò di   “non voler mettere in difficoltà  tanti consiglieri”.
Uno degli altri motivo che hanno spinto Di Camillo a cedere le quote della società  che ha un contratto con il Comune fino a fine luglio 2017 è il fatto che intanto era stato richiesto un parere all’Avvocatura capitolina.
Il parere dell’Avvocatura certifica che il consigliere era incompatibile e ineleggibile. Lo è stato dal giorno della sua elezione fino ad aprile.
Dimostrando un tenace attaccamento alla poltrona più che ai principi del M5S Di Camillo ha rimosso la causa dell’incompatibilità  appena prima di essere dichiarato incompatibile.
Successivamente Di Camillo dichiarò che il parere dell’Avvocatura non contava più. Il consigliere infatti aveva rimosso le cause di incompatibilità .
Il MoVimento 5 Stelle, Presidente del Municipio in testa, lo ha sempre difeso sostenendo non ci fosse alcuna incompatibilità . Roma Today però rivela che il Segretariato in data 6 aprile aveva protocollato il parere con cui dichiarava l’incompatibilità  del consigliere.
Parere che Crescimanno ha sempre detto di non aver mai ricevuto.
Curiosamente proprio la stessa data in cui Di Camillo ha ceduto le quote societarie. Forse è un caso ma anche Silvia Crescimanno è stata protagonista di una divertente storia di onestà  e trasparenza à  la 5 Stelle.

(da “NextQuotidiano”)

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IL JOBS ACT E’ SERVITO SOLO ALLE IMPRESE PER INCASSARE I CONTRIBUTI STATALI: IN DUE ANNI I NUOVI POSTI DI LAVORO FISSI REALI SONO STATI APPENA 17.000

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

I DATI INPS: CONSIDERANDO ANCHE QUELLI A TERMINE SI ARRIVA A MALEAPENA A 322.000… TUTTO COME PREVISTO: FINITI GLI SGRAVI FISCALI, FINITE LE ASSUNZIONI

Saldo positivo tra assunzioni e licenziamenti nei primi tre mesi dell’anno, ma con i contratti a termine che si confermano sempre più determinanti a fronte di una inchiodata di quelli stabili, che ormai dalla fine del 2015 non godono più dell’incentivo della piena decontribuzione.
Secondo i dati dell’Inps, vonsiderando   le cessazioni di contratti stabili nello stesso periodo,, il saldo dei “nuovi” posti fissi è in attivo per sole 17.537 unità .
E’ un risultato magro se confrontato al saldo positivo di 41.731 dei primi tre mesi 2016 e del boom di 214.765 contratti dei primi tre mesi 2015, quando erano previsti sgravi contributivi totali.
L’aggiornamento dell’Istituto della previdenza permette anche di tracciare un saldo annualizzato, ovvero la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi: nel complesso di tutti i contratti, alla fine del primo trimestre del 2017 risulta positivo per 379.000 unità .
Anche questo numero si può scomporre e conferma la dinamica dei mesi scorsi: da quando è finita la decontribuzione per le nuove assunzioni – valida nel 2015 a pieno regime, poi calata – l’attenzione degli imprenditori è tornata a spostarsi sui contratti a termine.
Sempre nell’ambito del tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti del trimestre è stato di 143.200, in leggero aumento rispetto al dato di gennaio-marzo 2016 (+2,9%); significativa la contrazione delle dimissioni: -3,5% rispetto a gennaio-marzo 2016.
Sulla distribuzione delle cause di cessazione tra licenziamenti e dimissioni, ha significativamente inciso l’obbligo della presentazione on line delle dimissioni, introdotto a marzo 2016, dice l’Inps.
Quanto infine alla composizione dei nuovi rapporti di lavoro in base alla retribuzione mensile, si registra, per le assunzioni a tempo indeterminato intervenute a gennaio-marzo 2017, una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.500 euro (32,7% contro 35,4% di gennaio-marzo 2016).

(da agenzie)

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TRUMP NOMINO’ FLYNN NONOSTANTE FOSSE STATO INFORMATO CHE ERA INDAGATO

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

18 CONTATTI CON LA RUSSIA IN CAMPAGNA ELETTORALE NEL MIRINO DELL’FBI

L’ex-capo dell’Fbi sotto George W. Bush, Robert Mueller, prenderà  in mano l’indagine sul Russiagate.
Con una mossa a sorpresa che ha spiazzato sia il mondo politico che i media, il Dipartimento di Giustizia nomina Mueller nel ruolo di “special counselor”, una sorta di super-procuratore indipendente, per portare avanti l’indagine sulle connessioni tra l’entourage del presidente e il governo di Vladiimir Putin.
Formalmente la nomina dello “special counselor” può essere un passaggio preliminare alla procedura dell’impeachment.
Nel caso della nomina di Mueller non è sotto inchiesta il presidente, almeno per ora. Si tratta invece di dare un marchio di credibilità  e di indipendenza alla gestione di un’inchiesta che è stata destabilizzata e politicizzata dalle ultime polemiche.
Trump non sarebbe stato neppure informato di questa nomina; la paternità  è del viceministro della Giustizia poichè il ministro Jeff Sessions è sfiorato anche lui dai sospetti sul Russiagate e si è dovuto ricusare da tutta la vicenda.
Dunque in un certo senso è la “tecno-struttura” del Dipartimento di Giustizia a firmare questo atto molto impegnativo, senza che ci siano direttive dalla Casa Bianca.
Il presidente degli Stati Uniti ha fatto comunque buon viso a cattivo gioco, affermando che la nomina di Mueller non potrà  che confermare la correttezza dei rapporti avuti con l’entourage di Putin.
Mueller si guadagnò un ampio rispetto bipartisan quando guidava l’Fbi durante l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle. Al punto che alla scadenza del suo mandato decennale, Barack Obama fece la mossa inusuale di chiedergli un prolungamento di altri due anni.
Così Mueller, che oggi ha 72 anni, divenne il capo della Cia più longevo dopo il mitico Edgar Hoover.
Su una cosa non ci si deve illudere, però: i tempi di lavoro di uno “special counselor” sono lunghi, questa vicenda si dipanerà  per molti mesi, forse potrebbe arrivare fino alle elezioni di mid-term del 2018.
Ma come se non bastasse il Russiagate, per Trump continuano a piovere tegole.
Il New York Times rivela che Michael Flynn aveva avvertito il team dell’allora candidato presidente che era indagato per il suo lavoro di lobbista per la Turchia durante la campagna elettorale.
E lo ha fatto settimane prima dell’insediamento del tycoon alla Casa Bianca. Nonostante questo il presidente lo nominò consigliere per la sicurezza nazionale, dandogli così accesso alle informazioni più segrete degli 007 americani.
Il quotidiano newyorkese spiega che Flynn parlò della sua situazione a un esponente del transition team, Donald McGahn, oggi consulente legale della Casa Bianca.
In ogni caso Flynn e altri consulenti della squadra elettorale di Trump, di contatti con funzionari russi e Cremlino ne avrebbero avuti 18, tra   telefonate e mail, e tutti durante gli ultimi mesi della campagna per le presidenziali del 2016.
Secondo quanto riferiscono a Reuters funzionari Usa ben informati.
Sei dei 18 contatti finora non rivelati di cui Reuters ha appreso sono state telefonate fra l’ambasciatore russo negli Usa, Sergei Kislyak, e consulenti di Trump, compreso Flynn.
Le conversazioni tra Flynn e Kislyak si sono intensificate dopo le elezioni presidenziali dell’8 novembre e i due, secondo quattro fonti ufficiali Usa, hanno discusso dell’istituzione di un canale alternativo per la comunicazione fra Trump e Putin, che potesse bypassare la burocrazia della sicurezza nazionale Usa, considerata da entrambi ostile al miglioramento delle relazioni.
Oltre alle sei chiamate che coinvolgono Kislyak, le comunicazioni descritte a Reuters coinvolgevano altre 12 telefonate ed mail, o sms, fra rappresentanti russi o persone considerate vicine a Putin e consulenti della campagna di Trump.
Uno di questi contatti sarebbe partito da Viktor Medvedchuk, oligarca ucraino e politico: secondo le fonti non è chiaro con chi abbia parlato della campagna di Trump, ma avrebbe parlato di temi fra cui la cooperazione Usa-Russia.
Putin è il padrino della figlia di Medvedchuk, il quale ha negato di avere avuto contatti con membri della campagna di Trump.
Oltre a Medvedchuk e Kislyak, le identità  degli altri partecipanti ai contatti legati a Putin restano riservate, come pure i nomi dei consulenti di Trump coinvolti a parte Flynn. Le autorità  potrebbero richiederne la rivelazione per motivi di intelligence.
A gennaio la Casa Bianca di Trump aveva inizialmente negato ogni contatto con le autorità  russe durante la campagna del 2016.

(da “La Repubblica”)

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“TRUMP PAGATO DA PUTIN”: L’ACCUSA DEL REPUBBLICANO MCCARTHY IN UN AUDIO DIFFUSO DAL “WASHINGTON POST”

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

UNA CONVERSAZIONE AVVENUTA IL 15 GIUGNO SCORSO, IN PIENA CAMPAGNA ELETTORALE, TRA IL LEADER REPUBBLICANO E ALCUNI PARLAMENTARI… COSTRETTO AD AMMETTERE, ORA DICE: “E’ STATA UNA BATTUTA DI CATTIVO GUSTO”… MA IL TONO NON ERA SCHERZOSO

Un mese prima che Donald Trump vincesse la nomina repubblicana, Kevin McCarthy, leader della maggioranza e uno dei suoi alleati più vicini al Congresso, fece un’asserzione politicamente esplosiva in una conversazione privata a Capitol Hill con alcuni parlamentari repubblicani e di cui esisterebbe una registrazione ascoltata e verificata dal Washington Post: “Penso che Putin paghi Trump”.
McCarthy pronunciò la frase lo scorso 15 giugno, in piena campagna elettorale.
Secondo quanto riporta il quotidiano della capitale, disse più precisamente: “Ci sono due persone che penso Putin paghi: Rohrabacher e Trump”. Dana Rohrabacher è un repubblicano californiano conosciuto nel Congresso come fervente difensore di Putin e della Russia.
Lo speaker della Camera Paul D. Ryan, intervenne immediatamente fermando la conversazione, bloccando ulteriori affermazioni di McCarthy e ordinando ai repubblicani presenti di non farne parola.
Prima della conversazione, McCarthy e Ryan avevano tenuto due colloqui separati con il primo ministro ucraino Vladimir Groysman, che aveva descritto come tattica usuale del Cremlino quella di finanzianziare politici populisti per controllare, danneggiare e indebolire le istituzioni democratiche in Europa, soprattutto nei Paesi dell’Europa dell’est.
Al commento di McCarthy qualcuno dei presenti aveva tuttavia riso, ma lui aveva aggiunto: “Giuro su Dio”.
Ryan aveva poi detto: “Non diciamo niente, è così che si comporta una famiglia”.
Le osservazioni sono rimaste segrete per quasi un anno. E oggi, puntuale, McCarthy ha replicato su Twitter: “È stato un tentativo di umorismo andato male”.
Le rivelazioni del Washington Post sono nuove tegole in una giornata già  complessa per il presidente Usa, dopo che il dipartimento di Giustizia ha affidato l’inchiesta sull’interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali e sui possibili legami tra la sua campagna elettorale e funzionari russi, a un procuratore speciale, l’ex capo dell’Fbi Robert Mueller.

(da agenzie)

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SONDAGGIO LEGISLATIVE FRANCIA: MACRON STRONCA REPUBBLICANI E FRONT NATIONAL

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

EN MARCHE BOOM AL 32% (+6%), CROLLANO I PARTITI DI FILLON E MARINE LE PEN AL 19% (-3%)…. MELENCHON SCENDE AL 15%, I SOCIALISTI AL 6%

En Marche! otterrebbe il 32% dei voti alle elezioni politiche di giugno, staccando nettamente la destra Republicains alleata ai centristi UDI e il Front National, entrambe al 19%.
Lo rivela un sondaggio Harris Interactive per France Televisions.
Dalla sera del ballottaggio delle presidenziali, i candidati della maggioranza presidenziale hanno progredito di 6 punti mentre quelli dei Republicains e del Front National hanno in entrambi i casi arretrato di 3 punti ciascuno.
Il 15% è orientato a votare per La France insoumise e il 6% per il Partito socialista.
Secondo una rilevazione Elabe per BFMTV poi il 61% dei francesi si considera soddisfatto della composizione del primo governo della presidenza di Emmanuel Macron.
Il 65% ritiene che la squadra guidata dal premier Edouard Philippe incarni un rinnovamento, contro il 33% che si dichiara di parere diverso e il 2% che non si pronuncia.

(da agenzie)

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ROSATELLUM, IL MAGGIORITARIO ALLA RENZI SENZA NUMERI AL SENATO

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

COLLEGI PER ALFANO MA ANCHE PER PISAPIA A PATTO CHE NON CANDIDI GLI EX PD… RENZI PUNTA ALL’APPROVAZIONE ENTRO L’ESTATE

Si chiama Rosatellum, prende il nome dal capogruppo Dem alla Camera Ettore Rosato ed è la proposta di legge elettorale che consente al Pd di tornare a dettare le carte sugli altri partiti, soprattutto sui piccoli, a destra e a sinistra, raccogliendo come può e siglando alleanze anche a macchia di leopardo.
Un po’ come faceva Forza Italia con il vecchio Mattarellum: con la Lega al nord, con An al sud.
Ma passando all’attualità , il modello è oltralpe: Emmanuel Macron in Francia, il neoeletto presidente francese che con sistema elettorale del tutto diverso — certo — sta formando il governo prendendo a destra come a sinistra e puntando a spaccare i partiti tradizionali per avere una maggioranza alle legislative di giugno.
Di questi tempi più francofilo che mai, Matteo Renzi ci prova e conta sull’ok del Parlamento entro l’estate. Ma come al solito c’è l’incognita della maggioranza in Senato.
Eccolo su Facebook: “Dopo mesi di rinvii, la Camera ha deciso di andare in aula il 29 maggio. Questo permetterà  – per regolamento – di avere tempi contingentati e di approvare la nuova legge nei primi giorni di giugno. Come Partito Democratico lanciamo un appello a tutti gli altri: per favore, non perdete altro tempo. Diteci dei no o dei sì, fate emendamenti, avanzate controproposte. Ma non rinviate ancora la data del 29 maggio. Sono passati ormai quasi sei mesi dal referendum: per favore, non prendete in giro i cittadini. Il Pd offre serietà  ma chiede rispetto per gli italiani”.
Chi la osserva da fuori Pd, come Arturo Scotto di Mdp, dice in Transatlantico che il Rosatellum è un meccanismo “con il massimo della torsione maggioritaria e il minimo di governabilità . Una sorta di pesca a strascico…”.
Certo, il 50 per cento di maggioritario con il 50 per cento di proporzionale la governabilità  non è assicurata, ma la soglia di sbarramento al 5 per cento ‘strozza’ i piccoli partiti.
Scotto effettivamente sente puzza di bruciato. E non ha torto. L’idea che ispira il Rosatellum è di siglare alleanze a livello di collegio e a seconda del territorio, distribuire collegi di elezione sicura ad Alfano ma anche a Mdp, a patto che i candidati non siano ex Pd: da Bersani a D’Alema a Speranza.
Altrimenti provino a superare il 5 per cento da soli, dicono dal Nazareno in una giornata caldissima, forse decisiva sul fronte della legge elettorale.
Il meccanismo è simile a quello per l’elezione del sindaco e dei consigli comunali.
C’è un candidato di collegio per la quota maggioritaria e ci sono delle liste bloccate a lui collegate per la quota proporzionale, liste corte, ognuna con quattro candidati. L’elettore può scegliere se votare il candidato di collegio e una lista a lui collegata oppure uno dei due.
Se vota solo il candidato di collegio, vota solo per la quota maggioritaria. Se vota una delle liste collegate, automaticamente il suo voto va anche al candidato di collegio. Proprio come per i sindaci.
Unica differenza è che il Rosatellum non permette il voto disgiunto: tra lista e candidato di collegio. E rispetto al Mattarellum (75 per cento maggioritario, 25 per cento proporzionale), prevede una scheda unica per il Senato e una per la Camera.
“Per l’assegnazione dei seggi il sistema favorisce la creazione di una maggioranza – dice il costituzionalista Stefano Ceccanti – Nei collegi è eletto il candidato che arriva primo. Nella parte relativa alle liste si entra con la proporzionale solo superando il 5%. Il 50% di collegi uninominali e la significativa soglia di sbarramento favoriscono la crazione di una maggioranza anche se non la garantiscono. Tuttavia a differenza del vigente sistema alla Camera il testo è più flessibile perchè con quello di oggi o la va (qualcuno arriva al 40% e prende il premio) o la spacca (se nessun ci arriva c’è la proporzionale quasi pura con sbarramento al 3%). Qui invece una sovrarappresentazione di chi arriva primo c’è in tutti i casi. Con i vincoli dati, dopo il referendum e la sentenza della Corte, è un sistema migliorativo sia per la formazione di una maggioranza sia perchè evita le preferenze che nel voto politico sono la scelta più devastante”.
Stavolta si fa sul serio? E’ questo l’input che arriva dal Nazareno ai gruppi Pd in Parlamento.
Alla Camera il presidente della prima commissione Andrea Mazziotti, relatore del testo base ritirato per via del no del Pd, cede il testimone al Dem Emanuele Fiano. Sarà  lui il relatore del Rosatellum. Inizialmente al quartier generale di Renzi la prendono come una ‘croce’: avrebbero preferito non avere la responsabilità  diretta del coordinamento sulla legge elettorale. Ma il Rosatellum sembrerebbe aver rotto gli indugi, nella stessa giornata di oggi.
I Dem contano di approvarlo alla Camera entro le prime due settimane di giugno con i voti della Lega, Ala, Autonomie, che si sommerebbero ai 282 deputati del Pd.
Anche se non sfugge che Forza Italia punti ad allungare i tempi. “Potrebbero slittare. Chiederemo tutto il tempo che serve…”, avverte Paolo Sisto.
Ma il partito di Berlusconi invia segnali contrastanti al Nazareno: come spesso succede, dal gruppo del Senato sono più disponibili.
Anche se Palazzo Madama resta il suk della maggioranza: un tunnel buio che non assicura nulla, nè voti e nè che il testo di legge esca così come è entrato.
Comunque, al Senato i Dem contano di avere 148 voti circa sul Rosatellum, cioè la somma di Pd, Lega, Autonomie e Ala. “Ma un’altra dozzina dovrebbe arrivare da Forza Italia o da Mdp…”, segnala una fonte Dem.
A Palazzo Madama circolano voci sulla nascita di un nuovo gruppo parlamentare di centrodestra in appoggio alla legge elettorale del Pd. Ne parla apertamente il fittiano ed ex forzista Rocco Palese: “Ci sono voci consistenti sulla nascita di un nuovo gruppo al Senato a sostegno della legge elettorale”.
Gaetano Quagliariello di ‘Idea’ dice di non avere “alcuna intenzione di fare un nuovo gruppo per accordarmi col Pd”. Lo stesso Rosato declassa il tema a “bufala”.
Ad ogni modo, il senatore renzianissimo Andrea Marcucci è certo che “in Senato la legge elettorale proposta dal Pd si farà  strada.
È l’unica alternativa praticabile alle sentenze della Consulta o alla palude da Prima Repubblica vagheggiata dal M5s. L’obiettivo è avere un nuovo sistema entro l’estate, una legge Elettorale che tenga insieme governabilità  e rappresentatività . Sono certo che i gruppi a Palazzo Madama non si faranno scappare l’ultima possibilità  di avere voce in capitolo sul tema”.
Ma i Dem non escludono che fino alla fine i voti possano arrivare anche da Articolo 1- Movimento democratici e progressisti, il nuovo gruppo nato dalla fusione degli ex Pd con gli ex di Sinistra e libertà .
“Potrebbero spaccarsi sul Rosatellum”, prevede una fonte Dem. “In quanto dovranno scegliere se accettare qualche candidatura di collegio oppure se andare da soli e provare a superare il 5 per cento…”.
Va da sè che l’offerta Dem non vale per gli ex Pd, ma si rivolge a Giuliano Pisapia e i suoi, come tra l’altro ha detto in chiaro Renzi due settimane fa. Scotto intanto chiude: “Primo: non ci piacciono le liste bloccate, anche se corte. Secondo: noi in un’alleanza con Alfano non ci stiamo”.
E Alfano ci sta col Pd? Al Nazareno contano di superare le perplessità  del ministro degli Esteri offrendo anche a lui alcuni collegi di elezioni sicura. “Se poi vuole aprire una crisi di governo perchè non gli piace la soglia del 5 per cento, faccia pure — dice una fonte Dem — Tanto siamo a fine legislatura”.
E in questo caso si andrebbe al voto in autunno, appena approvata la legge elettorale prima dell’estate: sogno di Renzi, convinto che il M5s in realtà  non voglia andare al voto anticipato. “Ma Alfano non aprirà  alcuna crisi…”, sono certi al quartier generale del Pd.
Da stasera via al nuovo round in commissione Affari Costituzionali di Montecitorio.

(da “Huffingtonpost”)

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LA STRANA STORIA DIETRO L’INTERCETTAZIONE DI TIZIANO RENZI

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL REATO PER CUI E’ INDAGATO IL PADRE DI MATTEO NON PREVEDE LE INTERCETTAZIONI… LA PROCURA DI ROMA NEGO’ LA RICHIESTA DI ASCOLTO, QUELLA DI NAPOLI INVECE…

C’è una strana storia dietro l’intercettazione della telefonata tra Tiziano e Matteo Renzi. E riguarda le modalità  con cui è stato acquisito il permesso di effettuare intercettazioni sul telefono del padre del segretario del Partito Democratico.
Il reato per il quale Tiziano è indagato infatti non prevede l’uso delle intercettazioni ma prima del 2 marzo, quando l’inchiesta su Renzi è già  stata trasferita a Roma, i carabinieri del NOE chiedono stesso, in vista dell’interrogatorio, di mettere il suo telefono in ascolto.
La procura di Roma però a quanto pare dice di no sostenendo che non ci sia bisogno del provvedimento.
Allora i carabinieri del NOE chiedono la stessa cosa alla procura di Napoli, che invece dice sì.
Il GIP autorizza ed ecco come è arrivata la telefonata nei brogliacci delle procure.
Una vicenda quantomeno curiosa. E che si va ad intrecciare con quella del capitano Scafarto, di cui oggi si scopre che ha condiviso l’impostazione delle indagini su CONSIP con Woodcock.
E riusciamo a saperlo grazie…a un’intercettazione, non a caso effettuata dopo la comunicazione delle indagini nei confronti del capitano del NOE.
Racconta Francesco Grignetti sulla Stampa:
«L’omissione contestata è una scelta investigativa precisa che ho condiviso anche con Woodcock», dice il capitano del Noe, braccio destro dei pm napoletani. Scafarto si riferisce alla principale delle contestazioni cui deve rispondere, ossia di avere prospettato alla procura di Roma che c’erano degli 007 a seguirli nelle attività  di polizia, e non, come ormai era loro chiaro, un cittadino qualsiasi che si era trovato nella strada dove l’imprenditore Alfredo Romeo ha gli uffici e che banalmente cercava parcheggio.
Nell’intercettazione, però, il capitano Scafarto dice molto di più. Viene fuori la paura di finire stritolato in un gioco più grande di lui.
Riferisce di «pagare il conto per tanti». E fa nomi pesanti: il pm John Henry Woodcock, l’ex suo comandante Sergio De Caprio (al secolo Capitano Ultimo, ovvero il mitico ufficiale che arrestò Totò Riina e che nel frattempo è approdato al Noe), il generale dei carabinieri Vincenzo Paticchio (attuale comandante della legione Calabria).
Intanto di intercettazioni di Tiziano Renzi ne viene svelata un’altra.
Sempre tratta da Di padre in figlio di Marco Lillo in uscita oggi.
Risale al 2014 e il padre di Matteo parla un po’ di sè ma anche dei figli. In particolare di uno. “Io ero con Galloni, De Mita, Donat Cattin, sono stato un comunista per i democristiani e un democristiano per i comunisti : l’ho sempre preso nel… cuore. Ma sono felice di questo”, dice, riferendosi alla sua posizione di democristiano in terra di comunisti.
Poi c’è qualche parola per Matteo: “Mio figlio non è detto che duri molto a far politica. Lui fa di tutto per arrivare ma niente per restare. Non è Giulio Andreotti, non ha la sua caratura. Io Andreotti non l’ho mai votato ma di fronte alla sua politica estera bisogna levarsi il cappello”
E infine ce n’è per l’altro figlio che se ne è volato in Svizzera e in Canada per non fare “il fratello di Renzi. Samuele è il migliore di tutti”.

(da “NextQuotidiano”)

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