Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
QUALCHE MESE FA LA DAVANO TUTTI PER SPACCIATA, ORA E’ L’UNICA STATISTA EUROPEA CHE VA VERSO IL QUARTO MANDATO
Martin Schulz ha rimediato tre sconfitte in tre elezioni e la CDU si allontana sempre di più. L’ultima,
quella in Nord Reno Vestfalia, è la più dolorosa per l’ex presidente dell’Europarlamento. Il Land con capitale Dà¼sseldorf è il suo seggio elettorale, quello dove è iniziata la sua carriera politica oltre ad essere considerato, con i suoi 13 milioni di elettori, un test importante in vista delle elezioni per il Bundestag del 24 settembre. Vittoria netta per la CDU che raggiunge il 33% delle preferenze, riuscendo a recuperare 14 punti percentuali in sole due settimane, e per FDP, il partito liberale che da tutti veniva considerato scomparso e che ha raggiunto il 12,6% dei consensi.
Il tre poteva essere il numero perfetto per iniziare la corsa alle elezioni generali di settembre con il massimo consenso e con la sicurezza di avere una base elettorale su cui puntare e invece quest’ultima debacle, sommandosi a quelle in Schleswig Holstein e Saarland, apre una crisi nel partito socialdemocratico tedesco, che si ferma al 31,4% (-7,7%) e cala al 27% nei sondaggi nazionali.
Oltre ad essere lo stato più popoloso, la Nord Reno Vestfalia (NRW), è considerata un feudo “rosso”, grazie a 46 anni di governo SPD, interrotti solamente tra il 2005 e il 2010 da una coalizione CDU-FDP.
Il Land più ad occidente è quello che ha vissuto maggiormente il processo di de-industrializzazione tedesca e conta ancora tassi di disoccupazione superiori alla media federale e indici di povertà piuttosto alti.
Ma non sono stati certo questi i temi della campagna elettorale, incentrata maggiormente sul tema sicurezza. Infatti, Colonia fu teatro di molestie sessuali durante la notte di capodanno del 2015 e la polizia del Land è sotto accusa per diversi fatti di cronaca, come per le indagini su Anis Amri, l’attentatore di Berlino, e per quelle sull’attentato al bus del Borussia Dortmund.
Armin Lauschet, lo Spitzenkandidat di CDU, ha saputo sfruttare questo senso di insicurezza, tanto da essere chiamato lo “sceriffo”, ed è riuscito a battere Hannelore Kraft, alla guida del Land in coalizione con i verdi dal 2010. Kraft che ha subito annunciato le proprie dimissioni sia dalla leadership regionale sia dalla vice-presidenza del partito.
FDP è tornato
Ma la vera sorpresa di queste elezioni è il partito liberale, FDP, che è riuscito a raddoppiare i consensi e ad arrivare al 12,6% delle preferenze dopo il successo nello Schleswig Holstein (10,8%).
Grazie al nuovo segretario federale e candidato in NRW, Christian Lindner, il partito si è rinnovato e ha puntato su una nuova ricetta fatta di istruzione, digitalizzazione e economia sociale di mercato.
Il risultato dimostra che i liberali possono avere una posizione autonoma e non dover vivere di voti sottratti ad Angela Merkel e che è possibile una coalizione con CDU nel parlamento di Dà¼sseldorf, scongiurando una GroàŸe Koalition tra socialdemocratici e democristiani.
Il treno Schulz si è fermato
Il nuovo anno aveva visto l’investitura di Martin Schulz come candidato cancelliere e la conseguenza fu un immediato aumento degli iscritti al partito e una notevole campagna mediatica che aveva portato l’ex presidente del Parlamento Europeo ad essere considerato una star, grazie al sorpasso di Spd su Cdu, almeno nei sondaggi. Ma i sondaggi non sono la realtà e dopo tre elezioni regionali si può definire concluso il cosiddetto “effetto Schulz”.
Il politico di Aquisgrana ha dichiarato che cambierà e sicuramente dovrà cercare di puntare più sulle idee che sulla propria immagine. Anche se le elezioni in NRW erano incentrate molto su temi locali, sembra strano che il partito socialdemocratico abbia perso quasi l’8%.
Questa sconfitta segna forse un nuovo inizio per Schulz, che non è riuscito ad intercettare nemmeno il voto degli elettori sotto ai 30 anni, proprio coloro che furono sostenitori della prima ora, ma è soprattuto un campanello di allarme per un politico che non si era mai confrontato sul proprio territorio nazionale.
In settimana, alla presentazione del programma politico del partito, ci sarà , molto probabilmente, un cambio di strategia mirato a fornire risposte concrete piuttosto che un’immagine “cool”.
Effetto Merkel
Se l’effetto Schulz non c’è si potrebbe dire che è iniziato l’effetto Merkel. La cancelliera gode di un alto consenso in patria e, superata la crisi dei migranti, ha riportato il proprio partito in testa ai sondaggi con il 37% delle preferenze.
Consensi che provengono da un cambio di strategia politica, in particolare nelle relazioni con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e con quello russo Vladimir Putin.
Inoltre, la Germania continua ad essere lo stato più ricco in Europa e gli ultimi dati parlano di un costante aumento dell’occupazione.
Sembra, quindi, sempre più probabile una riconferma a settembre, che la porterebbe a guidare il paese fino al 2021.
AFD in crisi
AFD è un partito in forte crisi, che ha visto la propria leader messa da parte a causa di dissapori tra la fazione più “centrista” e quella più a destra con simpatie neonaziste. Con il 7,3% in NRW è rimasto ben lontano dai risultati ottenuti in Meclemburgo Pomerania, quando nell’aprile del 2016, con il 20,8% superò il partito di Angela Merkel proprio nel suo collegio elettorale.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
UOMO FIDATO DI JUPPE’, IL SINDACO DI LE HAVRE HA UN PROFILO POLITICO CHE SI SPOSA BENE CON LA FILOSOFIA NE’ DI DESTRA NE’ DI SINISTRA
Emmanuel Macron ha nominato come primo ministro il repubblicano Edouard Philippe, sindaco di Le Havre ed esponente della destra moderata vicina all’ex candidato alle primarie Alain Juppè.
Il nuovo presidente della Repubblica francese, a poche ore dal passaggio di poteri con l’uscente socialista Franà§ois Hollande, ha scelto il politico di 46 anni per guidare l’esecutivo: un volto vicino ai conservatori, ma anche rappresentativo di una nuova generazione di politici che da tempo cerca di prendere le distanze dai partiti tradizionali.
La decisione è stata presa con gli occhi già rivolti alle elezioni legislative di giugno prossimo, quando Macron dovrà cercare di ottenere la maggioranza assoluta oppure pensare a formare una coalizione.
La sua nomina spacca inoltre molti degli equilibri a destra: Philippe è considerata una scelta “consensuale”, che aprirebbe la strada all’investitura con l’etichetta “La Rèpublique en Marche” di decine di candidati Republicains con l’etichetta della maggioranza presidenziale.
La nomina, sulla quale erano già circolate numerose indiscrezioni, riguarda un politico che Macron stima e conosce bene dal 2011, quando si incontrarono a una cena, ed ha anche lo scopo di scompaginare la destra Republicains.
Il nome di Philippe, braccio destro di Juppè, circolava da giorni perchè esponente della destra moderata ma molto stimato anche a sinistra.
Philippe, studi prestigiosi all’à‰cole nationale d’administration (Ena), militanza nel Partito socialista di Michel Rocard prima di trasferirsi nella destra neogollista.
E’ stato segretario generale dei Republicains quando il partito si chiamava Ump.
Nel 2007 ha fatto parte del gabinetto di Juppè, come ministro dell’Ecologia sotto la presidenza Sarkozy.
Nel 2010 Philippe è stato eletto sindaco di Le Havre, al posto di Rufenacht.
Nel 2014 ha promesso che in caso di riunificazione della Normandia, nel quadro della riduzione del numero delle regioni in Francia voluta da Francois Hollande, avrebbe percorso a nuoto il bacino del commercio di Le Havre e ha mantenuto la promessa.
L’annuncio del segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler, è durato appena cinque secondi ed è arrivato con tre ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Contemporaneamente all’annuncio Macron ha lasciato il palazzo presidenziale per raggiungere l’aeroporto militare di Villacoublay da dove decollerà l’aereo per Berlino, dove è atteso poco dopo le 17 per incontrare la cancelliera tedesca Angela Merkel. Subito dopo l’annuncio della nomina a primo ministro francese, Philippe si è recato nella sede del governo di palazzo Matignon per il passaggio dei poteri con il suo predecessore Bernard Cazeneuve.
Intanto la portavoce del presidente Emmanuel Macron, Laurence Haim, ha annunciato su Twitter che la lista dei ministri sarà resa nota domani a fine giornata.
Il presidente e il primo ministro, ha spiegato, si parleranno stasera al telefono e si vedranno domani mattina all’Eliseo per decidere la composizione del governo.
Haim ha precisato che Macron aveva scelto da qualche giorno Philippe e che i due si sono incontrati diverse volte nelle ultime settimane.
Durante il passaggio di poteri a palazzo Matignon, il primo ministro uscente ha rivendicato il suo essere di sinistra, il suo successore ha fatto altrettanto con il suo essere di destra.
“Lei ha detto di essere un uomo di sinistra, non ne dubitavo — ha detto Philippe — si dà il caso che io sia un uomo di destra. E tuttavia, abbiamo stima l’uno dell’altro e sappiamo che è l’interesse generale a dover guidare l’impegno di chi viene eletto. Lei è stato un esempio, un esempio di carattere”.
Nel ringraziare Cazeneuve, Philippe ha lodato la sua onesta, serietà , il suo senso dello Stato. E come lui ha sottolineato la comune origine in Normandia.
“I normanni sono ‘violentemente moderati’ — ha detto riprendo una frase del suo predecessore — ma a volte sono anche conquistatori. E lei è totalmente normanno. E io pure”.
Se Cazeneuve ha ricordato l’eredità di statisti francesi del passato di sinistra come Jean Jaures e Leon Blum, Philippe ha fatto altrettanto a destra con Charles De Gaulle e Georges Clemenceau.
Il passaggio dei poteri è terminato con un abbraccio fra i due leader politici.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
“QUESTE PRIMARIE SONO FASULLE, AVEVANO GIA’ BUTTATO FUORI MIGLIAIA DI ISCRITTI”…”SALVINI E’ COME RENZI, PENSA SOLO AL SUO CULO”… “DELL’IMMIGRAZIONE NON HA CAPITO NULLA”
Umberto Bossi non vedeva l’ora di un congresso federale che mettesse in discussione la leadership di
Salvini, a cui non le ha mai mandate a dire. E visto che è stato accontentato, il fondatore del Carroccio, dopo aver votato per Fava, va giù ancora più pesante del solito: «Salvini è la brutta copia di Renzi, anche per lui prima il mio culo. La Lega è finita».
Bossi, e lei allora che fa?
«Valuterò la situazione. Ci sono migliaia di fuoriusciti dalla Lega, espulsi, che hanno messo assieme un partito a Milano. È abbastanza grande, sono in migliaia. Io potrei valutare la situazione, certo non lascerò che la richiesta di libertà del Nord finisca nel nulla. Sappiamo che la questione settentrionale alla fine vincerà , è una causa che va servita fino alla fine».
Un’altra Lega indipendentista?
«Stanno attorno a Bernardelli adesso, il proprietario dell’Hotel Cavalieri (Roberto Bernardelli, imprenditore, ex consigliere comunale, regionale e deputato della Lega, ndr). Gente che non è disposta ad abbandonare gli ideali per una sedia e per un posto».
Salvini ha fatto crescere la Lega però.
«Non è vero, è calata, io pigliavo 4 milioni di voti, ad ogni elezione il minimo era 4 milioni. I suoi sono sondaggi, i voti sono molti meno».
Il segretario non vuole tornare alla Lega partitino al servizio di altri, intesi come Berlusconi.
«Stupidaggini, non sa quello che dice. Lui pensa di guadagnare consensi sull’immigrazione, ma non ha capito niente».
Non è un problema l’immigrazione?
«Non è come pensa lui. Io ho cercato di capire il suo programma, secondo me non ne ha uno. Comunque mi ha risposto: io vado al Sud, parlo un po’ di immigrazione e mi danno milioni di voti. Gli ho fatto notare che al Sud non frega niente degli immigrati, perchè sbarcano lì ma poi vengono qui al Nord. Il problema del Sud è sempre lo stesso, lo sviluppo industriale che è stato mancato, e quindi i soldi che servono per lo sviluppo. Ma ormai il Nord non li può più dare, non è più come in passato. Il Nord si è impoverito con la crisi, non ha più una lira da regalare. E in più ha anche il problema dell’immigrazione. Perciò la strategia di parlare di immigrazione al Sud è completamente sbagliata».
Quindi va a sbattere?
«Sì, per forza. L’anno scorso c’è stato il record di fallimenti delle aziende. Mentre Renzi parlava di posti di lavoro, sono fallite 100mila aziende, quasi tutte al Nord».
Non è colpa dell’euro?
«No, l’euro non è nato per sviluppare l’economia. È nato, e l’Italia aveva partecipato spinta dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli, perchè l’Europa sapesse mettere freno alle spese pazze dei vari governi italiani, una disciplina di bilancio pubblico».
Quindi anche la battaglia contro l’euro e la Ue è sbagliata?
«Certo, senza l’Europa il fallimento dell’Italia arriverebbe prima. L’Europa l’ha voluta soprattutto l’Italia. Se non ci fosse l’Europa a frenare, Roma prima di fallire si mangia il Nord. Carli aveva una visione sul futuro molto più lunga di Salvini».
Meglio allearsi con Berlusconi o con la Le Pen?
«Eh, Berlusconi. Anche lui vuole l’Europa come potere esterno. Non si unirebbe mai con Salvini nella guerra contro l’Europa. Quelli della Le Pen sono fascisti, sono stati fascisti non all’acqua di rose. Questi andavano a scoperchiare le tombe degli ebrei nei cimiteri. Io vengo da una famiglia antifascista. Mia nonna i fascisti l’hanno anche torturata».
Si aspettava più o meno voti per Salvini alle primarie?
«Queste elezioni sono falsate dal fatto che hanno buttato fuori un sacco di persone dalla Lega. C’era Fava, si è presentato lui, quello che c’era abbiamo preso, abbiamo fatto di necessità virtù. Bisogna vedere cosa succede nel consiglio federale. L’altra volta hanno fatto fuori soprattutto i membri del consiglio federale, così le scelte le faceva solo Salvini. Una cosa che non era mai successa nella Lega».
Paolo Bracalini
(da “il Giornale”)
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Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
“MIA FIGLIA HA PERSO CONSENSO DOPO IL DIBATTITO IN TV: NON E’ CAPACE DI IMPRIMERE AL FN L’IMPULSO NECESSARIO”… “INFLUENZA NEGATIVA DEL SUO VICE PHILIPPOT”
Jean-Marie Le Pen, 89 anni tra un mese, ha fondato il Front National nel 1972 ispirandosi al Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Anche nel simbolo, una fiamma tricolore con il blu al posto del verde, i riferimenti erano precisi.
Sparita in Italia, la fiamma è rimasta – seppur più moderna e stilizzata – nel simbolo del Fn francese.
Ma Le Pen senior, da quel partito, è stato espulso due anni fa, proprio dalla figlia che lui stesso aveva designato come erede. E adesso parla a ruota libera.
Nel 2002 lei è arrivato al secondo turno come sua figlia quest’anno. Nel suo discorso subito dopo il primo turno lei disse: “Un uomo del popolo io sarò sempre, dalla parte di chi soffre.” Sua figlia ha detto: “Io sono il candidato del popolo”. Sembra che poco sia cambiato nel Front National.
«Per il Front National si conferma la correttezza dell’approccio che è stato il mio nel 2002 e che, in fondo, è anche quello di Marine Le Pen. Lei è costretta a parlare come me quando accenna ai problemi demografici globali, alle migrazioni di massa, all’insicurezza, alla disoccupazione. Non possiamo sfuggire alla realtà . Macron non parla di nulla. Ha delle parole: democrazia, coraggio, volontà . Ma gli toccherà occuparsi della realtà . E le realtà possono essere crudeli»
Quali realtà ?
«Tutte. L’Italia e la Spagna hanno già un tasso di fertilità sotto 1,3 figli per donna. Non possono alzarlo. Poichè sono i paesi in prima linea rispetto all’immigrazione di massa africana, saranno sopraffatti. È drammatico, ma è così. È quindi evidente che io, da vecchio uomo di mare, capisco il tempo molto meglio dei giovani marinai, come Macron»
Nel 2002, lei si era recato nel sobborgo di Argenteuil, quest’anno sua figlia è andata a incontrare i lavoratori della Whirlpool. È la stessa cosa?
«No, non è la stessa cosa. Argenteuil è una cittadina quasi musulmana, mentre alla Whirlpool ci sono degli scioperanti. Quando io arrivai ad Argenteuil, sono venuti fuori i servi del comune, gli arabi finanziati dal comune socialista».
I servi?
«Sì, è un termine un po’ dispregiativo per parlare del personale di servizio».
Sì, ma lei ha aggiunto “arabo”.
«Insomma, senta, in Francia, non si può più dire nulla. Mi hanno perseguitato perchè avevo detto che gli omosessuali non mi danno fastidio tranne che quando volavano in squadrone. Hanno paura delle parole, sono stato condannato anche due volte per aver parlato dei rom. Quando si è in una Repubblica, in una democrazia e, soprattutto nel mio caso, dopo 60 anni di vita pubblica e 50 da parlamentare, pensavo che si potesse esprimere un’idea. Ma in Francia ci sono argomenti tabù».
Che cosa ha pensato della performance di sua figlia nel dibattito televisivo tra i due turni?
«Penso che abbia perso molti consensi quella sera. Non credo che sia stato un buon dibattito. Se io fossi stato il candidato non avrei coinvolto dei giornalisti. Sarebbe stato meglio un giornalista per controllare i tempi degli interventi e un faccia a faccia tra i due candidati per farci entrare nello spirito di una elezione presidenziale. Invece sembrava un dibattito per le elezioni parlamentari».
Quella sera che cosa ha pensato di sua figlia?
«Mi ha fatto pietà ».
È il padre o il politico che ha avuto pietà ?
«Tutti e due. Lei sa che come padre ne ho subite di tutti i colori: sono persino stato estromesso dal partito da me fondato».
Sì, ma si tratta di sua figlia, le vorrà sempre bene?
«Più o meno».
Che cosa pensa del comportamento politico di Marine Le Pen e del suo collaboratore Florian Philippot, durante la campagna?
«Philippot ha un suo ruolo nel Front National, ma è di estrema sinistra. È un tecnocrate. È un signorotto della Repubblica. Non è che gli manchi talento, ma non mi piace la sua influenza. Credo che alla signora Le Pen manchi uno stato maggiore. E che lei non sia stata in grado di imprimere al movimento l’impulso emotivo necessario per la lotta. Essere un leader vuol dire sa per trascinare le persone. Lei ha talento, una presenza, ma non ha creato quello che speravo per il Front National».
Non pensa di aver minato la campagna di sua figlia con certi suoi commenti?
«No, niente affatto. Quando c’è stato l’omaggio solenne al poliziotto ucciso da un terrorista, per la prima volta un uomo della famiglia ha parlato e, inoltre, era un omosessuale. Non lo aveva mai fatto nessuno. È stato un colpo politico. Il fatto è che per me l’unico legame che conta è quello della carne e del sangue. Quindi l’ho detto. E ribadisco quello che ho detto su Macron: secondo me non può parlare di figli perchè lui non ne ha mai avuti».
(da “L’Espresso”)
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Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO SINDACO NON INVITA IL COORDINATORE DI FDI ALLA PRESENTAZIONE DELLE LISTE DEI MUNICIPI E SCOPPIA LA POLEMICA… IL “GRANDE PROBLEMA POLITICO” SI RISOLVE CON LE SCUSE DI TOTI E BUCCI: IL TAVOLO FORSE ERA TROPPO STRETTO PER I COMMENSALI
Altro che caso Etruria, il grosso problema politico della giornata politica non è a Roma, ma a Genova
dove è accaduto un atto intollerabile di discriminazione, vittime i fratellini d’Italia rappresentati dal coordinatore Matteo Rosso, noto per essere sotto processo per peculato (insieme a a un assessore leghista e al presidente leghista del Consiglio regionale) nell’ambito delle spese pazze.
Rosso in una nota si dice “fortemente amareggiato” per il fatto che alla conferenza stampa convocata da Bucci per presentare i candidati in Municipio sono stati invitati soltanto il governatore Giovanni Toti e l’assessore Rixi, rispettivamente esponenti di FI e Lega Nord “dando inevitabilmente un segnale di divisione ai nostri elettori” .
“Avevo inteso che il candidato sindaco Marco Bucci — dice ancora il consigliere regionale — fosse l’espressione di un’ ampia coalizione o almeno la fotografia della maggioranza regionale e spero ancora di non sbagliarmi perchè sarebbe assurdo sprecare questa grande occasione che abbiamo di vincere per cambiare Genova”.
L’uomo dei poteri forti Bucci, imposto dalla Lega come candidato sindaco della coalizione a Genova, a quel punto si precipita a scusarsi con Rosso, vista la dimestichezza di entrambi con i prodotti farmaceutici (il primo per essere legato a una multinazionale del farmaco, il secondo per averli indicati in nota spesa alla Regione).
Bucci si parla di “stupore” per la nota di Rosso anche perchè solo due giorni fa il capolista di FdI aveva presentato il suo programma proprio dal point di Marco Bucci.
Forse era solo un problema di “aggiungere un posto a tavola”, forse il destino che incombe sui gregari.
Rosso accetta il chiarimento e la polemica per oggi si chiude: mercoledi arriva a Genova la Meloni, speriamo gli trovino uno strapuntino.
Ps Se la portate in giro, cercate di non farle apporre corone di fiori nel posto sbagliato, come avete fatto per Goffredo Mameli, spacciando la sua casa natale come inagibile perchè “occupata dai centri sociali”.
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Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
IN REALTA’ LE DUE POVERETTE STAVANO FACENDO LA RACCOLTA DIFFERENZIATA
Le magliette gialle del Partito Democratico ieri hanno fatto a gara con l’AMA per ripulire Roma. Nel frattempo Beppe Grillo scopriva l’acqua calda e spiegava ai romani che per risolvere il problema dei rifiuti avrebbero dovuto utilizzare “i separatori dell’immondizia” che a Roma ci sono già .
Come per ogni evento sportivo che si rispetti anche la battaglia dell’immondizia è stata passata alla moviola per scoprire gli errori degli avversari.
L’onorevole del M5S Carla Ruocco — già membro del Direttorio — pubblicava ieri pomeriggio un video del Fatto Quotidiano dove si vedono alcune volontarie delle magliette gialle togliere l’immondizia da un cestino per metterla in uno dei loro sacconi.
La Ruocco commenta con ironia facendo notare che i rifiuti nei cestini non sono un’emergenza. L’emergenza sarebbe eventualmente se i rifiuti fossero per terra o per le strade.
Proprio come è accaduto nei giorni scorsi quando il MoVimento — sindaca Raggi e asssessora Montanari in testa — negavano che a Roma ci fosse un’emergenza rifiuti.
Il video pubblicato dalla Ruocco è preso da un pezzo del Fatto Quotidiano a sua volta estratto da un filmato girato da un attivista del M5S che ha “monitorato” l’attività delle magliette gialle.
Nei commenti compare anche il senatore Maurizio Buccarella che per primo fa notare come una delle volontarie stia tirando fuori (o dovremmo dire rubando?) la monnezza per metterla nel suo sacco.
Anche la senatrice pentastellata Paola Taverna utilizza il video per spiegare che quella delle magliette gialle è un’operazione di propaganda e che i volontari sono stati costretti a raccogliere l’immondizia da dentro i cassonetti. In realtà però quello è un cestino.
Per i portavoce e gli attivisti del MoVimento questa è la prova provata dell’esistenza di un complotto per far sembrare Roma sporca.
Perchè quelli del PD vanno a rovistare nei secchi dell’immondizia? Secondo alcuni commentatori sulla pagina della Ruocco “stanno facendo quello che fanno gli zingari”. Ovvero raccogliere e buttare tutto fuori.
Mentre è abbastanza evidente che le due signore stanno semplicemente differenziando l’immondizia separando i materiali riciclabili dal resto.
Vale a dire stanno facendo quello che Grillo vorrebbe facessero gli impianti AMA.
Ma per i 5 Stelle non è così: le due volontarie sono state reclutate dal PD per togliere i rifiuti dai cesti e buttarli a terra. Il complotto paventato la sera prima della manifestazione del Partito Democratico ha trovato conferma.
C’è addirittura chi ricorda che “è un reato rovistare tra i rifiuti” e chi chiede l’intervento della magistratura.
A proposito, vi ricordate quando Beppe Grillo chiedeva ai romani di diventare “sindaci dei propri dieci metri quadri” per tenere pulita la città ?
È proprio quello che hanno fatto le magliette gialle.
(da “NextQuotidiano“)
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Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DISCUSSO TRA RENZI ED OBAMA… SUCCEDERA’ ANCHE A NOI, ORMAI E’ UNA PRASSI, HANNO PROVATO A DANNEGGIARE ANCHE MACRON
Durante il colloquio durato un’ora al Park Hyatt Hotel, all’inizio della visita di Barack Obama a Milano,
l’ex presidente degli Stati Uniti e l’ex presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, hanno discusso anche di un tema sensibile, la Russia.
Una settimana fa era trapelata solo la coda di quest’incontro – l’idea di Renzi di telefonare, tutti e due insieme, al neoeletto presidente francese Emmanuel Macron – ma i temi toccati prima erano stati forse più interessanti.
I due hanno parlato della crescita del Movimento cinque stelle in Italia, e delle preoccupazioni di diversi ambienti per un’interferenza di Mosca nel voto italiano. Non siamo in grado di dire se vi sia stato un riferimento anche al fatto che già la campagna elettorale per lo scorso referendum istituzionale è stata segnata da momenti di tensione diplomatica con Mosca (relativi a diversi dossier di disinformazione, e a rapporti russi con le opposizioni in Italia).
Il dettaglio del colloquio non è passato inosservato al New York Times.
Non è argomento neutro, ed è significativo che i due ne siano tornati a parlare. Soprattutto quando uno dei due – l’americano – ha chiuso la sua presidenza con atti molto duri contro Mosca, come l’espulsione di 35 diplomatici russi come conseguenza del ruolo che l’amministrazione è sicura abbia giocato Mosca negli hackeraggi (e nei leaks) ai danni dei democratici Usa.
Nell’amministrazione italiana, in tutti gli ultimi mesi, è stato possibile cogliere una doppia sensibilità su Mosca: da una parte il fastidio per tentativi di interferenza sempre più individuabili da parte di uomini o organizzazioni vicine a Putin; dall’altra una gestione assai realistica della partnership, anche economica, con Mosca.
A metà ottobre, quando Renzi volò alla Casa Bianca per l’incontro con l’allora presidente Usa – l’ultimo della sua amministrazione – il tema non fu approfondito. L’atteggiamento dei Paesi europei, tra i quali l’Italia, verso Mosca era giudicato troppo morbido da Washington, ma Obama riservò tutta la critica solo a Putin: «Nel mio mandato ho cercato di instaurare una relazione costruttiva anche con il presidente russo. Ma poi Putin ha occupato l’Ucraina, ha appoggiato Bashar Assad in Siria. La Russia è un grande Paese con una forza militare seconda solo alla nostra. Dovrebbe essere parte delle soluzioni, non dei problemi».
Poco tempo dopo, a fine novembre, l’andamento del vertice di Berlino – ultimo tour europeo di Obama – aveva confermato la sensazione di un qualche «doppio» binario italiano sul dossier Russia.
I cinque al tavolo (Merkel, Renzi, Rajoy, Hollande e May) avevano concordato sulla richiesta di cessate immediato degli attacchi di Assad e i suoi alleati (Mosca e Teheran) sui civili in Siria; ma nel precedente Consiglio europeo la volontà di Merkel di inserire un riferimento alle sanzioni a Mosca nel comunicato finale era rimasta frustrata anche per la cautela italiana.
L’hackeraggio russo a Macron è venuto dopo. Nel frattempo, alla Casa Bianca, non c’era più Obama.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
ALL’ASSESSORE DEL MUNICIPIO NON LA SI FA E DENUNCIA IL COMPLOTTO
Con colpevole ritardo visto che la foto è stata pubblicata sabato, registriamo l’ultima indagine che coinvolge il MoVimento 5 Stelle sulla monnezza a Roma.
A muoversi su Facebook è l’ispettore-assessore al V Municipio Dario Pulcini, a cui, sia chiaro, non la si fa così facilmente:
Via Del Pigneto 185: tipico esempio del boicottaggio che sta avvenendo. Una postazione pulita ieri, oggi piena di sacchi neri da 110 litri, certo non dalle case limitrofa, in un tratto con pochissimi locali. Le postazioni vicine tutte prive di rifiuti a terra. Non riapriremo mai la discarica, non faremo mai inceneritori. Non ci arrenderemo mai.
C’è quindi chiaramente complotto in via del Pigneto: quella spazzatura è stata messa lì alla vigilia della manifestazione delle magliette gialle PD con il chiaro intento di inventarsi un’emergenza che non c’è, anche se sono stati spesi milioni di euro in straordinari dell’AMA per pulire la città .
Ma la risposta del M5S è trasparente: mai la discarica a Roma (ad Aprilia se ne può parlare, anzi è proprio una bell’idea secondo Raggi) e in ogni caso è un problema della Regione (come spiegava qualche giorno fa Manlio Di Stefano).
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 15th, 2017 Riccardo Fucile
IL MANAGER EX UNICREDIT TIRATO IN BALLO SUL CASO BOSCHI RIFIUTA IL RUOLO DI ARBITRO: “SE IL GOVERNO REGGE NON PUO’ DIPENDERE DA ME”
“Se mi convocheranno parlerò alla commissione d’inchiesta: in Parlamento, non sui giornali,
risponderò ovviamente a tutte le domande che mi faranno”.
Il muro del no comment regge, ma un forellino per guardarci attraverso si nota. Federico Ghizzoni, il banchiere più inseguito d’Italia, dribbla i tanti giornalisti venuti ad aspettarlo sotto la casa di campagna.
Ma a chi insiste di più fa capire meglio il suo stato d’animo, la sua voglia di togliersi quello che è diventato un peso. Quando il campo sarà sgombro dalle strumentalizzazioni mediatiche, che a ore alterne lo vogliono ariete dell’opposizione o parafulmine del governo, darà il suo contributo di cittadino perchè si chiariscano i rapporti tra la maggioranza, la sua icona Maria Elena Boschi e la Banca dell’Etruria, saltata nel 2015 mentre il padre e il fratello dell’allora ministra operavano ai piani alti. “Adesso non parlo, perchè non si può mettere in mano a un privato cittadino la responsabilità della tenuta di un governo – si è sfogato Ghizzoni dopo il pranzo domenicale, consumato prudenzialmente in casa -. E’ un caso della politica, sarebbe dovere e responsabilità della politica risolverlo “.
Il manager ha cercato di santificare le feste. È andato a messa come ogni domenica nella frazione dove abitavano i genitori sui colli del fiume Trebbia.
Poi ha avuto l’idea “normale” di andare far la spesa per il pranzo: e s’è accorto, dalla schiera di cronisti che l’aspettava in paese per interrogarlo, di dover reggere suo malgrado le sorti del renzismo redivivo, ruolo cui l’ha chiamato Ferruccio de Bortoli nel libro Poteri forti ( o quasi).
Sono bastate 13 righe, dove si legge che a inizio 2015, quand’era amministratore delegato di Unicredit, avrebbe valutato su diretta richiesta di Maria Elena Boschi l’acquisizione di Banca Etruria, in dissesto e prossima al commissariamento.
La linea di Ghizzoni non è cambiata: volare basso, lontano da riflettori e polemiche. “Qualsiasi cosa dicessi ora, sarebbe strumentalizzata da una parte politica contro l’altra, e contro di me – si limita a dire ai giornalisti che saliti in collina -. Oltre poi al fatto che quando studiavo da banchiere mi hanno insegnato che la riservatezza è una virtù”.
L’orientamento di fondo emerso da giorni non va tuttavia scambiato per reticenza, o disinteresse verso i temi di primo piano: Ghizzoni lo ha chiaro in testa, e non lo nasconde agli intimi. “Anche se sono una persona emotiva, e in questi giorni la pressione mediatica su me e la mia famiglia è notevole, mi sento assolutamente sereno – ha confidato il banchiere che guidò Unicredit dal 2010 al 2016 -. Se mi convocheranno sono disposto a rispondere a tutte le domande della commissione d’inchiesta parlamentare: ho letto che partirà presto, mi auguro sia vero”.
Non ha nessuna voglia, il figlio del grande latinista emiliano Flaminio, di strumentalizzazioni usate per secondi fini.
Vorrebbe tanto, Ghizzoni, che il pallino tornasse nelle mani delle istituzioni, mentre lui aspetta defilato che la polvere si posi, studia agende e carte passate con il legale di fiducia (anche se finora delle querele annunciate da Boschi ci sono solo gli annunci), e soprattutto si tuffa con entusiasmo nei nuovi incarichi, molto operativi e pieni di viaggi e rapporti con i clienti, nel fondo Clessidra e nella banca d’affari Rothschild.
Tuttavia nella prima settimana del caso “la politica” è sembrata curarsi più degli effetti mediatici che di ricostruire ruoli e responsabilità degli attori nel crac di Banca Etruria. Finora non sembra che i politici abbiano imitato i giornalisti, nel chiamare Ghizzoni per chiedergli se abbia ricevuto richieste dirette da Maria Elena Boschi in quei giorni, quando la ministra stava in pena per il padre vicepresidente della “banca dell’oro”; o per sapere se è vero che affidò il dossier Etruria alla dirigente di Unicredit Marina Natale, e come l’ipotesi di rilevarla venne rapidamente accantonata a inizio 2015.
Ai giornali Ghizzoni ribatte con una fila di “no comment”, senz’altri dettagli: anche se le mezze parole e le mancate smentite di questi giorni fanno supporre che qualche scambio di idee con la ministra Boschi sul dossier ci sia stato davvero. “E’ normale che politici e banchieri si parlino, specie nelle situazioni di crisi”, è un’altra frase che Ghizzoni ripete questi giorni.
La Commissione d’inchiesta sul credito può rivelarsi dunque una macchina della verità preziosa. Anche se la cornice – tra Renzi che invoca chiarezza, Boschi che smentisce e annuncia querele, de Bortoli che conferma la versione e non le teme, Ghizzoni prudente in attesa di testimoniare in Parlamento – fa somigliare sempre più il caso Etruria a un poker dove qualcuno sta bluffando.
(da “La Repubblica“)
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