Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
ITALICUM CORRETTO O SISTEMA TEDESCO: VANTAGGI E SVANTAGGI DELLE DUE RIFORME ELETTORALI IN CAMPO
Due sistemi di voto assai diversi, sostenuti da due blocchi parlamentari trasversali: così si gioca il risiko della legge elettorale in queste ore.
Tedesco o Italicum corretto, ecco è il dilemma, che si traduce nella sfida finale tra proporzionale o maggioritario.
Con un’avvertenza: il campo è fluido ed è chiaro che un patto tra Pd e Lega è fragile almeno quanto quello tra Movimento cinque stelle e Forza Italia.
Arrivare a una riforma, insomma, resta un’impresa.
Di seguito, i due meccanismi elettorali a confronto, quali forze favoriscono e chi li sostiene
Il sistema tedesco e l’asse Renzi-Verdini-Salvini
Il modello che guarda a Berlino punta a mantenere un’impronta maggioritaria attraverso i collegi uninominali, con i quali si sceglie il 50% dei seggi.
Cosa significa? Che l’elettore, come con il Mattarellum, potrà scegliere nel proprio collegio il candidato unico messo in lista dai partito.
Una spinta, appunto, maggioritaria, che favorisce di norma le due forze o i due schieramenti più consistenti (Pd e M5S, allo stato), ma anche i partiti “regionali” radicati in alcune zone del Paese (ad esempio la Lega che, non a caso, sostiene questo schema).
Sfavorite, invece, le forze intermedie, che difficilmente ottengono seggi, pur racimolando consensi a doppia cifra (Forza Italia infatti è ferocemente ostile).
Proprio questi partiti “medi”, però, potranno ottenere seggi attraverso la quota dedicata alla ripartizione proporzionale degli scranni: nel Mattarellum era il 25%, con questo “Verdinellum” in salsa tedesca si passa al 50%.
Il meccanismo prevede anche alleanze pre-elettorali per chi preferisce correre in coalizione (conviene, soprattutto alle forze meno consistenti) e soglie di sbarramento di media entità , difficilmente superiori al 5%. Non è stato chiarito se il sistema tedesco introduca anche un premio di governabilità .
Il sistema dell’Italicum corretto e l’asse M5S-FI-piccoli partiti
E’ il percorso apparentemente più semplice, ed è stato proposto dal presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Andrea Mazziotti.
Non gode del consenso del Pd, ma di quello di Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Prevede di esportare il sistema elettorale della Camera — così come è stato corretto dalla Corte costituzionale — anche al Senato: si tratta di un proporzionale senza ballottaggio e con un premio di maggioranza alla lista fissato al 40%.
E’ più o meno lo stesso sistema proposto dai cinquestelle, il cosiddetto Legalicum, che infatti lo sponsorizzano. Se nessuno raggiunge quella soglia, la ripartizione dei seggi è totalmente proporzionale, con una soglia di sbarramento al 3%, o fissata comunque a metà strada tra il 3% della Camera e l’attuale 8% del Senato. Quest’ultimo aspetto, oltre all’impianto fortemente proporzionale (difficile immaginare in un quadro tripolare o quadripolare che una forza possa raggiungere da sola il 40% dei consensi) attira il sostegno dei piccoli partiti (Ncd e centristi, ma anche la galassia alla sinistra del Pd).
L’intero territorio è ripartito in 100 maxi collegi alla Camera, con capilista bloccati (meccanismo che piace “storicamente” a Silvio Berlusconi, contrario invece alle preferenze), e in collegi ancora più grandi al Senato.
L’Italicum corretto è gradito ai grillini perchè assicura alla forza che si classifica prima di ottenere dal Colle l’incarico a cercare alleanze parlamentari e a formare un governo.
Esecutivo che, con ogni probabilità , sarà appunto di coalizione o addirittura frutto di larghe intese post elettorali.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
LA RIFORMA HA CANCELLATO LE CONSEGUENZE PENALI PER LE IMPRESE… FALSE COOP CHE INQUADRANO I DIPENDENTI COME SOCI E CON STIPENDI DA 6 EURO L’ORA
“Vuoi risparmiare fino al 40% sul costo del lavoro? Rivolgiti a noi”. 
Di fronte a un annuncio del genere, qualsiasi imprenditore cadrebbe in tentazione. Il problema è che spesso offerte come questa suggeriscono un semplice trucco: esternalizzare in maniera irregolare la manodopera.
Creare una sorta di appalto fittizio, incaricando una ditta che, attraverso sotterfugi, paga meno i suoi dipendenti. È una pratica che, dopo aver vissuto una rapida crescita, è esplosa nell’ultimo anno.
Dall’inizio del 2016, quando il Parlamento ha depenalizzato la somministrazione abusiva, oltre ai distacchi e agli appalti illeciti, l’aumento di questo genere di violazioni è stato del 39%. Un’escalation che è testimoniata dalla relazione annuale dell’Ispettorato del Lavoro.
Questi numeri, inoltre, hanno fatto scattare già da tempo l’allarme al Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, che sta concentrando i suoi sforzi per denunciare e combattere questi illeciti. L’ordine professionale chiede che tornino a costituire reati, con pene più severe di quelle previste fino a fine 2015, troppo blande, le quali non erano riuscite ad arginare il fenomeno.
Questa frammentazione nel mondo del lavoro è una diretta conseguenza della crisi economica: le aziende hanno iniziato a portare sempre più verso l’esterno i processi produttivi, a volte senza rispettare le leggi e con l’unico obiettivo di farsi la “cresta” sui contratti di operai e impiegati.
Un metodo ben collaudato è quello delle cooperative multiservizi che, inquadrando i dipendenti come “soci lavoratori”, arrivano a pagare stipendi di soli 6 euro all’ora.
Cifre distanti dai minimi previsti dalla contrattazione collettiva di settore.
Per molti datori, alle prese con spese di personale che possono raggiungere il 70% di quelle totali, è un buon motivo per mettere da parte l’etica, soprattutto in tempi di magra.
I radar dei consulenti del lavoro hanno permesso di segnalare circa 200 casi. “Ma è solo la punta dell’iceberg — avverte Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi di categoria — Non è facile intercettarli tutti. I nostri iscritti stanno facendo di tutto, perchè siamo per la regolarità , e questi comportamenti, oltre a essere vietati, sono reati sociali, compiuti a danno di chi vive in stato di bisogno”.
Qualche volta si rischia di sconfinare nel vero e proprio caporalato, con severe punizioni previste dalla riforma approvata a novembre 2016.
Quando però i metodi utilizzati sono più subdoli, rispetto all’intermediazione illecita, non c’è più la possibilità di perseguirli penalmente.
Un esempio è la somministrazione di lavoro: la manodopera “in affitto” che la legge Biagi ha introdotto, nel 2003, assieme a norme che servivano appunto a evitarne l’uso distorto. Una società (somministratore) fornisce personale a un’altra impresa, che utilizza questi lavoratori.
Per svolgere questo ruolo di tramite, bisogna essere autorizzati; altrimenti, si compie una somministrazione abusiva.
Fraudolenta quando c’è il chiaro obiettivo di aggirare norme e contratti. Come detto, era un reato fino a febbraio 2016, senza pene detentive ma con ammenda di 50 euro — maggiorata in caso di dolo — per ogni lavoratore e per ogni giornata di utilizzazione. Poi, la politica ha rimosso la conseguenza penale, che resta solo quando vengono pure sfruttati dei minorenni, portando da 5mila a 50mila la sanzione pecuniaria.
Lo stesso discorso è stato fatto per i casi illeciti di appalto, subappalto e distacco.
Parliamo di quest’ultimo caso quando un datore di lavoro mette i suoi dipendenti a disposizione di un altro soggetto per un determinato periodo.
Chi pone in essere queste forme di esternalizzazione al di fuori dei parametri fissati dalla legge rischia il verbale minimo di 5mila euro ma non subisce un processo penale perchè anche questa violazione è stata trasformata in illecito amministrativo. L’obiettivo era quello di puntare esclusivamente su alte sanzioni economiche per disincentivare queste pratiche: per il momento, i risultati dicono che non sono affatto diminuite, anzi sono aumentate e di parecchio.
È stato lo stesso capo dell’Ispettorato Paolo Pennesi a ipotizzare che le depenalizzazioni possano aver “attenuato la deterrenza”.
Perchè mentre tra il 2014 e il 2015 le violazioni a seguito dei controlli sono passate da 8.320 a 9.620 (+16%), nel 2016 sono arrivate a 13.416 (+39%).
Il settore più colpito è quello del trasporto e magazzinaggio: qui le ipotesi di violazione riscontrate sono 3.327, più che raddoppiate rispetto al 2015.
Subito dopo c’è quello di noleggio, agenzie di viaggio e supporto alle imprese con 2.228 casi, seguito dal manifatturiero con 1.546.
Significativo anche il contributo dei servizi di informazione e comunicazione (1.341) e delle costruzioni (1.213).
I territori maggiormente interessati da questi fenomeni sono in ordine Lombardia, Lazio, Veneto, Abruzzo ed Emilia Romagna. Per completezza, a questo incremento ha contribuito anche “l’affinamento delle tecniche di accertamento dei comportamenti elusivi”, si legge nella relazione. Ciò che preoccupa maggiormente, però, è appunto la “professionalità ” che mette in mostra chi compie questi illeciti. “Gli annunci si trovano con siti web — ha detto Pennesi a Labitalia — che propongono veri e propri raggiri delle norme. Rispetto al passato, sono più brutali”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
MA NON ERA LA “DEMOCRAZIA DIRETTA” DEI CITTADINI?… QUEI GRILLINI CHE HANNO ORMAI PERSO IL CONTATTO CON LA REALTA’
Tappami è un’associazione di volontariato che si occupa di riempire le tante buche che dominano le strade di Roma.
Mercoledì scorso i volontari erano al lavoro a Piazza Sempione quando sono stati fermati dai vigili su iniziativa della presidente del III Municipio Roberta Capoccioni.
La storia la racconta Cecilia Gentile su Repubblica:
«Una situazione surreale – racconta Raffaele Scamardì, uno dei volontari dell’associazione “Tappami” – Erano passate da poco le 20. Stavamo provando un sigillante che ci era stato proposto dalla ditta che lo produce. Questo materiale sigilla le ragnatele del manto stradale, che sono l’ultima fase prima della buca vera e propria. Ci trovavamo davanti alla sede del municipio. All’improvviso sono scesi la presidente Capoccioni, l’assessore all’Ambiente Mimmo D’Orazione e tre, quattro consiglieri municipali.
All’inizio erano divertiti e incuriositi. Ma quando hanno visto sulla nostra Vespa gli adesivi dell’associazione, si sono straniti.
La presidente ha sostenuto che si trattava di un’azione politica e per questo ha voluto chiamare gli agenti, che ci hanno chiesto i documenti per identificarci.Poi abbiamo ultimato la riparazione delle crepe, che, secondo il parere dei vigili urbani presenti, è stata fatta molto bene».
È bene ricordare che Tappami “si dedica al recupero e al decoro urbano con particolare riguardo alla riqualificazione delle strade e delle vie di Roma Capitale”.
«La scelta del posto, piazza Sempione, non era mirata, nè provocatoria – assicura il presidente dell’associazione ”Tappami”, Cristiano Davoli – Anzi, all’inizio la prova doveva avvenire a Bravetta, ma è stato lo stesso rappresentante della ditta a chiederci di avvicinarci, perchè lui alloggiava in un albergo vicino, sulla Nomentana. Così ci siamo spostati a piazza Sempione».
Tutto si aspettavano i volontari, ma non di scatenare la chiamata di vigili urbani e carabinieri per azioni che svolgono ormai da un anno e mezzo.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
CHIEDE ALLA LORENZIN DI RENDERE GRATUITE LE VACCINAZIONI, NON SA NEANCHE CHE GIA’ LO SONO
Ormai tutti sanno che dire che il MoVimento 5 Stelle è contro i vaccini “è una sciocchezza”. Ora che
Beppe Grillo ha cambiato idea sui vaccini (come scrisse Elena Fattori) il M5S si è affidato ad uno scienziato vero ed è a favore del raggiungimento della massima copertura vaccinale.
Ma ad Alessandro Di Battista questa proposta evidentemente pare insufficiente: lui vuole i vaccini gratis. E quando li vuole? Subito.
Di Battista ieri era ospite di Corrado Formigli a Piazza Pulita e ci ha spiegato qual è la sua posizione, anzi quella del MoVimento 5 Stelle. È noto che alcune Regioni hanno varato provvedimenti per rendere obbligatorie le vaccinazioni per l’accesso agli asili nido. In quelle Regioni il M5S si è opposto all’obbligatorietà spiegando che invece “serve più informazione”.
I 5 Stelle di ogni ordine e grado infatti sostengono che i vaccini obbligatori siano “un regalo a Big Pharma”.
Alessandro Di Battista ieri però si è fatto prendere dall’ansia di essere contro a prescindere.
La tattica del 5 Stelle è chiara: mai rispondere nel merito ma giocare al rilancio parlando d’altro. Il Governo vuole introdurre l’obbligo di vaccinazione per l’iscrizione alle scuole? La proposta del Dibba è differente: “perchè non li rendono gratuiti?”.
Di Battista lo dice chiaro e tondo: “la nostra proposta è vaccini gratuiti”. Formigli azzarda a chiedere “ma obbligatori?” e il Dibba parte a macchinetta con la sua favolosa controproposta: “se vuoi ampliare la fascia delle persone che si vaccinano quindi per contrastare delle malattie la gratuità del vaccino è più importante dell’obbligatorietà del vaccino stesso. Quindi vogliamo il vaccino gratuito.”
Quindi per evitare a Big Pharma di fare soldi sulla pelle dei cittadini Di Battista propone che lo Stato — ovvero i cittadini — acquisti e metta a disposizione gratuitamente i vaccini.
Ma i vaccini in Italia sono già gratuiti
Alessandro Di Battista è considerato da molti un politico molto preparato, uno che studia, che si informa. Ieri sera ha dato prova che non è così.
Durante la diretta infatti la ministro Beatrice Lorenzin ha twittato per ricordare dal Dibba che i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) prevedono che i vaccini siano gratuiti.
Le nuove vaccinazioni gratuite e senza ticket per il bambino e per gli adulti sono: vaccino per il Meningococco B e per il Rotavirus per i bambini con meno di un anno di vita, due dosi di vaccino per la varicella, quello per l’HPV nei maschi undicenni e il Meningococco tetravalente, cioè per i ceppi ACWY135 sempre negli adolescenti, e infine Pneumococco e Zoster negli anziani.
Restano a carico del SSN le “vecchie” vaccinazioni obbligatorie. Il costo dell’operazione, una volta a regime è stimato in 186 milioni di euro. Al momento non tutte le Regioni hanno stanziato risorse sufficienti per potersi adeguare ai criteri del nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019.
Certo, se ci fosse stato un giornalista in studio a farglielo notare magari le cose sarebbero andate diversamente.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
DAL SENEGAL ALL’ELISEO, LA NUMERO UNO DELLA COMUNICAZIONE… L’ANEDOTTO: MACRON VOLLE ANDARE TRA GLI OPERAI DELLA WHIRLPOOL CONTRO IL PARERE DELLA SICUREZZA: “ME NE FREGO, BISOGNA SAPER RISCHIARE, ALTRIMENTI SI FINISCE COME HOLLANDE: IN SICUREZZA, MA MORTO”
A curare la comunicazione del candidato e poi presidente Emmanuel Macron c’è, assieme a Sylvain Fort, una donna che è diventata francese solamente l’estate scorsa. Sibeth Ndiaye, 37 anni, nata a Dakar in Senegal, è nota da mesi ai giornalisti per l’efficienza e la sorridente fermezza, ma sta vivendo ora un momento di celebrità nazionale da quando il primo canale tv Tf1 ha trasmesso «Emmanuel Macron, les coulisses d’une victoire», il documentario di Yann L’Hènoret sui retroscena di sei mesi di campagna presidenziale.
Il film di L’Hènoret sembra l’episodio pilota di una serie tv, una specie di «The West Wing» dove al posto della Casa Bianca c’è l’Eliseo, e la bionda press secretary C.J. Cregg viene sostituita da Sibeth Ndiaye con le sue trecce africane.
Altri la paragonano al personaggio di Olivia Pope che in «Scandal» gestisce le numerose crisi che turbano Washington DC.
Nella squadra di giovani sotto i quarant’anni che sono i più stretti collaboratori di Macron, Sibeth Ndiaye spicca per energia e determinazione.
Quando un settimanale titola in modo un po’ troppo sbrigativo il delicato passaggio sulle manifestazioni contro le nozze gay in un’intervista di Macron, lei non esita a chiamare con grande calma l’autore, spiegare le sue ragioni, e concludere con un «Questo non è un lavoro da giornalisti ma da mascalzoni».
La sua franchezza non sfocia in arroganza o intimidazione, ed è questa l’arte della comunicatrice.
È cresciuta nel centro di Dakar in una famiglia benestante, ultima di quattro sorelle che hanno tutte studiato grazie al padre, che è stato un esponente di spicco del partito del presidente Abdoulaye Wade, e alla madre con origini della Germania e del Togo, che è stata presidente del Consiglio costituzionale del Senegal.
Dopo le scuole medie Sibeth Ndiaye ha lasciato Dakar per trasferirsi a Parigi e frequentare il liceo Montaigne. All’università si è diplomata in Economia della Sanità , e subito dopo ha cominciato a frequentare la politica entrando nell’ufficio stampa del futuro presidente socialista dell’Assemblea, Claude Bartolone.
Diventa militante più convinta nel 2002, quando Jean-Marie Le Pen si qualifica per il secondo turno della presidenziale, e la Francia conosce un sussulto che non si è ripetuto stavolta per la figlia Marine.
Dieci anni dopo entra nel gabinetto del ministro dell’Economia Arnaud Montebourg, e ci resta anche quando Emmanuel Macron prende il suo posto.
«La prima volta che Emmanuel ha riunito il suo staff – ha confidato Ndiaye a Jeune Afrique – ci ha avvertiti: “Non venite mai a dirmi che non si può fare una cosa perchè non è mai stata fatta prima”».
In campagna elettorale Sibeth Ndiaye segue e organizza tutte le trasferte del futuro presidente, e incassa bene anche uno dei rari colpi di collera di Macron.
Lui vorrebbe andare a incontrare gli operai di Whirlpool, «gli uomini della sicurezza non vogliono», spiega lei, e Macron sbotta: «Non importa, bisogna sapere prendere dei rischi. Altrimenti si finisce come Hollande: in sicurezza, forse, ma morto».
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
TRUMP RINUNCIA ALLA VISITA ALLA SEDE DELL’FBI: “NON SAREBBE BEN ACCOLTO”
Temperatura bollente al dipartimento di giustizia americano. Non accenna a spegnersi l’incendio
mediatico scatenato dall’improvviso licenziamento del capo Fbi James Comey da parte del presidente Donald Trump.
Il leader della maggioranza repubblicana al Senato Usa, Mitch McConnell, ha infatti concordato con il leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, di invitare il numero due del dipartimento di Giustizia, Rod Rosenstein, a parlare in aula davanti ai senatori del licenziamento del direttore dell’agenzia. Ad annunciarlo è stato lo stesso Schumer al Senato.
La notizia arriva all’indomani della decisione, sempre da parte del Senato di inviare un mandato di comparizione all’ex consigliere per la Sicurezza Mike Flynn.
Rod Rosenstein è il protagonista di questi giorni per aver firmato il memo consegnato al presidente Donald Trump contenente le valutazioni e le raccomandazioni del dipartimento di Giustizia per procedere con la rimozione di Comey e che era stato indicato dalla Casa Bianca in una prima ricostruzione dei fatti, come il suggeritore del clamoroso licenziamento.
La versione di Rosestein.
Il vice alla Giustizia anche se ha negato di aver minacciato le dimissioni, ha smentito la versione fornita dalla Casa Bianca secondo la quale Trump avrebbe cacciato Comey solo per seguire il suggerimento contenuto nel memorandum. È stato lo stesso Trump a scavalcare l’ufficio stampa della Casa Bianca e a dire che lui aveva già deciso da solo di far fuori Comey, “a prescindere” dalle raccomandazioni di Rosenstein.
La cena di Comey alla Casa Bianca.
Ma proprio oggi il New York Times ha scritto, citando fonti informative riservate, che sette giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca il presidente Donald Trump invitò a cena il direttore dell’Fbi James Comey. La risposta fu una garanzie di “onestà “, ma Comey declinò la promessa di lealtà , affermando di non poter essere “affidabile” nel senso politico convenzionale.
Comey ritiene adesso quella circostanza sia la causa di quanto accaduto nei giorni scorsi. La Casa Bianca contesta la ricostruzione riferita dal Nyt: “Non crediamo sia accurata”, ha detto la vice portavoce Sarah Sanders, affermando che il presidente Trump “non lascerebbe mai intendere di aspettarsi lealtà personale, soltanto lealtà verso il nostro Paese”.
La versione di Trump.
Ricostruendo in un’intervista alla Nbc il percorso che lo ha portato a licenziare Comey, Trump ha ammesso che ha pesato anche l’indagine in corso sui contatti da membri della sua campagna e rappresentanti dell’intelligence russa.
“Di fatto, quando ho deciso su questa cosa mi sono detto: questa cosa russa con Trump e la Russia è una cosa inventata, è una scusa dei democratici” ha dichiarato il presidente all’intervistatore Lester Holt.
Inoltre Trump ha negato anche la versione iniziale data dalla Casa Bianca che il licenziamento sia stato legato alla gestione di Comey dell’indagine sulle email di Hillary Clinton. Sul Russiagate Trump ha comunque detto di volerer un’inchiesta “assolutamente corretta”. “Voglio che sia ben fatta, che vada fino in fondo. Se la Russia ha hackerato, se la Russia ha avuto a che fare in qualche modo con le nostre elezioni, voglio saperlo”
Le indagini su Russiagate.
Intanto i ministri della Giustizia di 20 Stati americani su 50 hanno scritto allo stesso viceministro per chiedergli di nominare un procuratore speciale (un inquirente indipendente dall’amministrazione Trump e non un funzionario del governo) affinchè indaghi sul cosiddetto Russiagate (le ingerenze di Mosca nelle presidenziali ed i contatti di alcuni consiglieri con funzionari russi).
Secondo quanto riferisce la rete Abc, che cita l’agenzia statunitense Associated Press, a scrivere la lettera è stato un gruppo di responsabili della Giustizia guidato dal ministro democratico del Massachusetts, Maura Healey, che ha definito il licenziamento di Comey “una violazione della fiducia dell’opinione pubblica”
La lettera.
Il gruppo sostiene nella lettera inviata a Rosesnstein (che ha il potere di nominare un procuratore speciale, visto che il suo capo, il ministro Jeff Session si è dovuto astenere dalle indagini sul Russiagate perchè potenzialmente coinvolto), che questa è l’unica strada per ristabilire la fiducia del pubblico nel sistema.
La Casa Bianca ha sostenuto che la nomina di un procuratore speciale non è necessaria. La lettera è stata firmata, oltre che da Healey del Massachusetts, dai ministri della Giustizia di California, Connecticut, Delaware, District of Columbia, Hawaii, Iowa, Illinois, Maine, Maryland, Minnesota, New Mexico, New York, North Cariluina, Oregon, Pennsylvania, Rhode ISland, Virginia, Vermont e Washington.
Trump rinuncia a visita a Fbi.
Sembra che il presidente abbia abbandonato l’idea di visitare il quartier generale dell’Fbi. Secondo Nbc, che cita fonti interne all’amministrazione, sarebbero stati gli agenti dello stesso Bureau a far cambiare idea alla Casa Bianca, spiegando che il presidente non avrebbe ricevuto un caloroso benvenuto.
La notizia che Trump stesse considerando una tappa nella sede dell’Fbi era stata anticipata dalla portavoce Sarah Huckabee Sanders. Lo shock e lo stordimento seguito alla rimozione di Comey, molto popolare tra i suoi agenti, è ancora vivo. Alcuni di loro avrebbero confidato che, nonostante abbiano votato per lui a novembre, questa volta non sarebbe stato accolto con applausi e sorrisi. “Penso che si sentano ancora fedeli a Comey”, ha detto un fonte citata ancora dalla Nbc
Molti agenti Fbi cambiano profilo Fb.
Gli agenti dell’Fbi sono arrabbiati per il licenziamento in tronco di Comey. Tanto che in molti hanno deciso di cambiare temporaneamente il loro profilo privato Facebook con una foto in cui compare Comey, un gesto solitamente riservato ai colleghi che muoiono in servizio.
“Tutti si sentono come se avessero avuto un lutto in famiglia”, ha scritto il Daily Beast, raccogliendo la testimonianza di uno di loro al Bureau.
Giovedì, di fronte alla commissione Intelligence del Senato, il direttore ad interim Andrew McCabe, ha sostenuto che Comey “godeva dell’ampio sostegno del Bureau, così come ancora oggi”.
Si respira quindi una brutta atmosfera all’interno del quartiere generale. “Ci sarà diffidenza nei confronti del nuovo direttore”, ha aggiunto un altro agente al Daily. Chiunque sarà scelto solleverà “sospetti perchè il presidente è impopolare”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
REGGIO CALABRIA: TRA LE ACCUSE ANCHE LESIONI PERSONALI E PORTO ILLEGALE DI PISTOLA
È stato arrestato a Reggio Calabria per associazione mafiosa Michele Panetta, già candidato nel 2014 per il M5S per un posto da consigliere comunale.
Secondo gli inquirenti, Panetta sarebbe uno dei luogotenenti di Domenico Nucera, uno dei capi dei cosiddetti buttafuori della movida estiva reggina, per conto del clan Condello.
Panetta è finito in carcere anche con l’accusa di lesioni personali, porto illegale di pistola e altri reati. Insieme a lui sono finiti agli arresti altre 14 persone, accusate di traffico di droga, estorsioni, traffico d’armi e corse clandestine di cavalli, tra cui alcuni esponenti della comunità rom di Arghillà .
Panetta, sul suo profilo Facebook aveva caricato post e video di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, con condivisioni del senatore Nicola Morra.
E poi appelli a scendere in piazza, «bruciare i palazzi del potere», «creare il panico» e «mettere a soqquadro le città », addirittura la minaccia di andare alle urne elettorali con il kalashnikov anzichè con la matita.
In vista delle elezioni comunali di tre anni fa, Panetta aveva ottenuto il via libera, certificato con tanto di bollino blu da parte della Casaleggio e associati, in una lista che ha fatto l’intera campagna elettorale al grido di «onestà ».
Come riferito dal Corriere della Calabria, al Movimento Panetta aveva presentato il casellario giudiziale e il certificato dei carichi pendenti, ma non la certificazione delle iscrizioni nel registro delle notizie di reato (per vedere se uno è indagato).
Ora i Cinquestelle si difendono dicendo che «all’epoca non potevamo sapere che sarebbe stato arrestato», sottolineando che Panetta avesse trovato posto solo come “tappabuchi” nella lista del candidato sindaco Vincenzo Giordano, in prossimità delle comunarie.
L’accusa: «Attuava ritorsioni violente»
Per i pm Stefano Musolino, Giovanni Gullo, Sara Amerio e Walter Ignazitto, e per il gip Massimo Minniti, che ha convalidato l’ordine di custodia cautelare: «L’aspirante consigliere, in qualità di partecipe dell’associazione, svolgeva compiti operativi ed esecutivi, coordinando e partecipando alle attività dei ‘buttafuori’, attuando ritorsioni violente contro coloro che mettevano in dubbio la forza e l’attuale operatività del sodalizio, costringendo al silenzio le persone informate sui fatti, cedendo sostanza stupefacente per conto della cosca e ponendosi stabilmente a disposizione di Nucera Domenico».
Il tutto «con condotta permanente sino al settembre 2016».
In altri termini, presumibilmente incluso nel periodo in cui tentava di approdare in consiglio comunale sotto le bandiere dei Cinquestelle.
Ma il M5S non se ne sarebbe accorto, ovvio.
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
ESCE ALLO SCOPERTO ANCHE IL GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA IN VISTA DEL CONGRESSO: “OCCORRE TORNARE ALLE ORIGINI, LA LEGA NON E’ NE’ DI DESTRA NE’ DI SINISTRA”
Comincia con Roberto Maroni che in un’intervista al Corriere della Sera dice “la parentesi lepenista si
possa considerare conclusa” la giornata della Lega lanciata verso la scadenza della primarie di domenica prossima.
Un affondo nei confronti della linea sovranista di Matteo Salvini, che è stato sponsor della candidata frontista francese.
E una dichiarazione che, seppur senza essere un endorsement da parte del governatore leghista lombardo, avrà fatto piacere al competitor di Salvini alle primarie del Carroccio, Gianni Fava, esponente dell’area autonomista e sostenuto da Bossi.
Maroni con un certo distacco sottolinea che “chi vince ha il dovere di fare il segretario, ma non è che puoi farlo soltanto se annienti chi la pensa in modo diverso”. Per Maroni occorre “tornare alle nostre origini di movimento post ideologico, nè di destra nè di sinistra.”.
Lo sfidante di Salvini alle primarie Fava plaude all’intervista del governatore lombardo. “Lo dico da un pezzo – posta su Facebook Fava, assessore di Maroni -. Forse non è mai nemmeno cominciata la fase lepenista, se non nella testa di qualche dirigente in cerca di facili scorciatoie. La Lega faccia la Lega. Lottiamo per la questione settentrionale”.
Se Maroni ha deciso di uscire allo scoperto in vista del congresso della Lega è evidente che Salvini è all’angolo ed è ormai un segretario dimezzato.
La linea sovranista, sconfitta in tutta Europa, non può rappresentare un modello, se ne stanno accorgendo anche nel Carroccio.
Salvini verrà confermato segretario in attesa che le amminsirative gli diano la botta finale.
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE COMUNALE DI AOSTA SCAMBIA PER PROFUGO UN CITTADINO ITALIANO DA ANNI, SPOSATO E CON UN FIGLIO … POI FA SPARIRE IL POST
Ha definito “risorsa boldriniana” un uomo di colore che è cittadino italiano da anni, sposato e con un bambino, pubblicando la sua foto di spalle mentre guida un overboard (una sorta di skateboard elettrico) che invece tanti valdostani non “si possono permettere”.
Il consigliere comunale della Lega Nord ad Aosta Andrea Manfrin, in un post su facebook, con tanto di foto, scrive:
“Sapete quanto costa un overboard? Quello che questa risorsa boldriniana usa per andare a spasso vicino alla Cogne (o per scappare dalla guerra)? Anche usato viene tra i 200 e i 500 euro. Quanti cittadini valdostani se lo possono permettere?”.
L’uomo è stato riconosciuto dalla cognata e il post è stato cancellato.
Ma, sul social network, lo screenshot in 15 ore ha già raggiunto oltre 200 condivisioni di critica, tra le quali quelle del sindaco di Aosta, Fulvio Centoz (Pd).
Una figura di m….
(da agenzie)
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