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LA CORTE DEI MIRACOLATI LEGHISTI IN MARCIA SU ROMA LADRONA

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

DAL CAPO ULTRAS DELL’ATALANTA ALL’EX ATTIVISTA DEI CENTRI SOCIALI, DAI SOTTO PROCESSO PER PECULATO AI TRASFORMISTI DEL SUD, DA CHI HA FATTO ASSUMERE IN REGIONE LA COMPAGNA DI SALVINI AD ASPIRANTI PISTOLERI, DA EX DI CUFFARO A CHI HA UN SUOCERO IN GALERA PER ‘NDRANGHETA

Chi sono i nuovi compagni di viaggio di Salvini?
Scorrendo l’elenco degli eletti fra uninominale e proporzionale s’intravede la ricetta, con tanto di ingredienti e dosi: un tot di fedelissimi, un po’ di amministratori ever green, sfondatori al limite dell’impresentabile
Resiste qualche vecchio arnese e avanza il pool dei teorici.
Al sud si stagliano ombre sull’avanzata della ruspa tra continuità  e patti con notabili discussi ed eterni trasformisti.
Ecco nomi, volti e storie dei nuovi parlamentari del partito più vecchio dell’intero panorama politico italiano, nato nella Prima Repubblica
ESTABLISHMENT E FEDELISSIMI
L’upgrade leghista di fatto comporta lo svuotamento di mezza Regione Lombardia e di via Bellerio. Tra gli altri, il segretario regionale Paolo Grimoldi, gli assessori regionali Claudia Terzi e Simona Bordonali, il vicepresidente del Consiglio regionale Fabrizio Cecchetti. Da Milano arriva il capogruppo comunale Alessandro Morelli, responsabile comunicazione del partito che è diventato l’alter ego di Salvini nella sua Milano, come capogruppo in Comune e direttore di Radio Padania e del ‘Populista. Da Bologna arriva Carlo Piastra, altro componente della segretaria federale di Salvini. Eletto a Montecitorio Daniele Belotti, la voce del pratone di Pontida: segretario provinciale di Bergamo, ultras dell’Atalanta, uno che nella Lega c’è sempre stato e da duro e puro ora fa il “salviniano”. Sbarca alla Camera anche l’altro segretario provinciale del partito di Varese, Matteo Bianchi.
Per Roma partono anche i   i responsabili della segreteria del leader a Milano e Bruxelles, Eugenio Zoffili e Andrea Crippa. Il potentissimo Giancarlo Giorgetti, già  sindaco di Cazzago Brabbia nel Varesotto, commercialista con ottimi rapporti e solide amicizie nel mondo economico e bancario.
Ha già  staccato il biglietto per la Capitale anche l’altro vice. Lorenzo Fontana, veronese, 37 anni già  eurodeputato e vicesindaco scaligero, è l’altro vicesegretario ed è l’uomo che ha ispirato la svolta identitaria della Lega.
Da altre regioni calano vice segretari vicari, segretari piccole sezioni   come Alessandro Giglio Vigna che giubila perchè Ingra, paesino montano del Canavese da cui viene, “con il 60% dei consensi è il Comune più leghista d’Italia”.
Viene eletto senatore Emanuele Pellegrini, consigliere comunale di Carnate e segretario provinciale della Lega.
Dalla Brianza al Sud la storia non cambia. Giuseppe Bellachioma, ad esempio, è segretario abruzzese della Lega. In Puglia passa il coordinatore regionale di “Noi con Salvini” Rossano Sasso, in Campania il suo omologo campano Gianluca Cantalamessa. Molti eletti in realtà  arrivano da destra, come la pigliatutto Barbara Saltamartini, deputata uscente ex An e Pdl che ha stravinto nel Lazio.
AMMINISTRATORI
Visibile, ma meno del previsto, l’innesto di amministratori locali, gente di esperienza da premiare e usare come grimaldello per rianimare gli elettori al Nord e penetrare al centro-sud usando il refrain del buongoverno.
Un nome per tutti è Edoardo Rixi, già  vice di Salvini e assessore allo sviluppo economico in Liguria , sotto processo per peculato, Simona Pergreffi, sindaco di Alzano San Paolo eletta nel collegio di Treviglio con 140mila voti.
Tra i sindaci spicca lo sheriffo Bitonci, quello dei muri contro i migranti e della linea dura contro elemosina e bivacchi e della lotta al gender nella sua città . Anche lui torna in Parlamento.
C’è poi la neodeputata Angela Colmellere, sindaco di Miane (Treviso), che armeggiando una pistola ha attirato su di sè moltissime attenzioni.
Altro incoronato da Roma ladrona è Filippo Maturi, il consigliere bolzanino paracadutato nel Lazio per essere eletto alla Camera che ha scelto per la sua campagna un’immagine destinata a colpire: elmetto in testa di fronte ad una parete crivellata di colpi di pistola.
C’è poi il sindaco di Arona (No) Alberto Luigi Gusmeroli, il vicesindaco di Como Alessandra Locatelli, l’assessore all’urbanistica di Asti Andrea Giaccone.
I MOLTO TEORICI
E qui gli eletti sono Giulia Bongiorno, avvocato siciliano che Salvini vorrebbe come ministro della Giustizia, gli economisti Claudio Borghi o Alberto Bagnai che si definisce “no euro ma pro Europa”.
C’è anche Guglielmo Picchi, eletto in Toscana, che ha fatto tre legislature con Forza Italia ma poi ha messo la sua “rete” di conoscenze   a disposizione di Salvini.
E’ lui, professionista della finanza con forti legami con la City, ad aver attirato sulla Lega e sulla spinta populista le attenzioni di Steve Bannon, il regista della campagna di Trump. Fino all’endorsement per Salvini.
Della partita anche Armando Siri, ideologo italiano della flat tax al 15% da tre anni responsabile economico e della formazione di “Noi conSalvini”.
RUSPE E TESTE D’ARIETE
C’è poi una prima linea che Salvini ha messo in campo e l’elettorato ha apprezzato composta di teste d’ariete come il segretario del Sap Gianni Tonelli eletto a Bologna nel listino plurinominale.
A Roma torna anche Lucia Borgonzoni , ex centro sociale Link, che fu la prima a tentare l’impresa nella rossa Emilia, per Salvini è quel che la Boschi è per Renzi: l’icona femminile che frutta in termini di immagine.
Versione coi tacchi e pelle chiara di quel che è in queste ore Toni Iwobi, il primo senatore di colore eletto proprio grazie alla Lega che cerca di scrollarsi di dosso la patente razzista incappato nelle ire di Balotelli. L’idea di farne un simbolo nella camera alta risponde alla logica di temperare le punte xenofobe in vista di un ruolo governativo. Altro record è quello di Alberto Stefani, 25 anni e 3 mesi: il più giovane deputato della storia, eletto nell’uninominale di Vigonza.
IMPRESENTABILI E POLTRONISTI
Non poteva mancare la speciale categoria. Alcuni esempi. Viene eletto il pretoriano di Salvini Fabrizio Cecchetti, già  presidente del Consiglio di Regione Lombardia che ha in parte spolpato rimediando una condanna della Corte dei Conti per “spese pazze” (ha ridato 49mila euro).
A Roma va anche l’ex assessore regionale alla famiglia, già  direttrice di molte Asl e ora dirigente del Pio Albergo Trivulzio Maria Cristina Cantù. Segni particolari: come raccontato dal Fatto nel 2014, fece assumere al Pirellone l’allora compagna di Salvini. Alcuni eletti sono letteralmente sradicati da un precedente impegno.
E’ il caso di Arianna Lazzarini, ex assessore provinciale a Padova che alle amministrative di giugno 2017 viene eletta sindaco di Pozzonovo, sette mesi dopo fa la valigia per andare a Montecitorio. Non si contano poi singoli episodi di xenofobia e omofobia, le contiguità  con Casapound di diversi neoeletti.
Morelli che diceva: “Vendola gay e pedofilo”. Provocò il ministro Kyenge per farsi stringere la mano. Iezzi che a Milano difendeva la candidatura in municipio 8 del neofascista Stefano Pavesi, simpatizzante di Lealtà  e azione.
OMBRE SULLA “PADANIZZAZIONE” DEL SUD
Ma è al Sud che questa linea di sfondamento rischia di presentare il conto a Salvini. Nel Mezzogiorno la sua Lega ha raccolto oltre un milione di voti conquistando ben 23 seggi arrivando in Sicilia (tre), Calabria (2), Campania (3), Puglia (2) e Sardegna (1). Alcune biografie restituiscono un quadro piuttosto cupo dei “patti” cui è dovuto scendere Salvini per ottenere la “padanizzazione” del Sud: ha pescato tra politici navigati   al centro, tra gli autonomisti siciliani, e a destra in Calabria e Campania.
Ha dovuto mettere da parte il nuovo per l’usato sicuro con Angelo Attaguiele, leghista scudocrociato figlio del tre volete senatore e ministro Dc Gioacchino Attiguele e dell’ex sindaco di Catania Francesco. Un suocero in carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Militava con gli autonomisti e nel 2013 veniva eletto alla Camera grazie a un posto sicuro in quota Lombardo nelle fila del Pdl, due settimane dopo migra nel gruppo Lega Nord-Autonomie.
Altro esempio? Dai suoi concittadini di San Cataldo, provincia di Caltanissetta, ora è soprannominato “Il Padano” ma Alessandro Pagano è un berlusconiano della prima ora ultra-tradizionalista della congrega Alleanza cattolica.
E’ un trasformista doc che passa da Cuffaro ad Alfano per poi giurare amore eterno a Salvini. Il suo percorso non è poi diverso da quello di Pina Castiello da Afragola eletta in Campania: era partita con An, passata per il Pdl e quindi Fi e dunque Salvini.
Oltre all’usato altrui, la nuova Lega ha il proprio. Sono i Bossi e i Calderoli che in ogni caso un seggio lo strappano.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’AUTISTA CHE NON SI FERMA PER NON FAR SALIRE UN GRUPPO DI PROFUGHI CHE ASPETTA IL BUS

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

IL VIDEO PUBBLICATO DA “IL TRENTINO” INCASTRA IL CONDUCENTE… E SUL WEB I RIFIUTI DELL’UMANITA’ MOSTRANO IL MEGLIO DI SE’

Il giornale Trentino ha pubblicato su Facebook due video che testimoniano che un autista della Trentino Trasporti non si è fermato a una fermata dove un gruppo di profughi aspettava l’autobus.
L’azienda dei trasporti ha avviato un procedimento disciplinare e ha segnalato il caso in procura. L’uomo rischia il licenziamento.
Nei commenti sulla pagina facebook del quotidiano c’è comunque chi lo giustifica: “Piena solidarietà  all’autista. Ma purtroppo credo finirà  per essere licenziato”; ” Io sto dalla parte dell autista!!!!vorrei vedere se nn ti pagano il biglietto se dici ancora cosi”; “Fatemi capire, la persona che filma era già  li pronta con la telecamera del telefonino accesa sapendo che l’autista non si sarebbe fermato!? A me sa di montatura eh”.
La fogna razzista non poteva perdere l’occasione per latrare.

(da agenzie)

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IL 35% DI CHI NEL 1987 VOTO’ PCI OGGI SCEGLIE M5S

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

TRA CHI SCELSE LA DC PREVALE OGGI FORZA ITALIA … TRA CHI VOTO’ FORZA ITALIA VINCE ANCORA BERLUSCONI

La metamorfosi è stata lenta, inesorabile e ora anche provata.
Gli elettori che nel 1987 hanno votato Partito Comunista, alle scorse elezioni hanno eletto in buona parte il Movimento Cinque Stelle, il 35% degli elettori ha voluto così.
Il 32% è rimasto fedele al Partito Democratico. A votare Liberi e Uguali è stato un più piccolo 10%, la Lega è stata scelta dal 9 per cento, Potere al Popolo dal 5% e il restante 9% si è sparpagliato fra altri partiti.
A mettere in evidenza e rivelare il dato è un’indagine di Swg sondaggi che prende in considerazione anche un altro partito storico, ossia la Democrazia cristiana.
Secondo Swg chi nel 1987 votava scudo crociato, il 4 marzo scorso ha messo la croce su Forza Italia per il 29%, ha votato Lega per il 20%, Pd per il 18%, sempre per il 18% Movimento Cinque Stelle. Il restante 15% ha messo la croce su altri partiti.
Diversa ancora la situazione di Forza Italia.
Chi nel 1996 aveva dato il voto al partito di Silvio Berlusconi, nel 2018 non ha propriamente cambiato sponda. Nostalgico e deciso per il 41% è tornato sugli stessi passi e ha rivotato Fi.
Il 29% è passato invece alla Lega, nutrito da un’idea di coalizione, il 20% però ha scelto il cambiamento ed è passato ai 5Stelle, il 4% ha proprio subito l’estrema mutazione e votato il Pd,   mentre 6% si è diviso nella costellazione degli altri partiti.
Il sondaggio ha anche considerato e contato il voto delle donne alla Camera nelle elezioni 2018.
La coalizione del centrodestra è stata la più votata, con il 38,9% delle preferenze femminili (più degli uomini quindi considerando il dato nazionale del 37%) e nell’ambito dell’alleanza le donne hanno votato soprattutto la Lega (18,9%), più che Forza Italia (14,6%), Fratelli d’Italia (4,3%) e Noi con l’Italia- Udc (1,1%).
A scegliere Movimento 5 Stelle il 31,1% delle donne (contro una media nazionale del 32,2%) mentre la coalizione di centrosinistra è stata votata dal 23,3% delle donne (Pd solo col 19,1%).
Tra gli alleati, i maggiori consensi sono andati alla Lista Insieme con Verdi e socialisti (2,6%); solo lo 0,6% delle donne ha scelto invece Civica popolare Lorenzin e +Europa di Emma Bonino e una percentuale ancora più bassa (0,45%) Svp.
Per quanto riguarda lo schieramento a sinistra del Pd, il 3% delle donne ha votato per Liberi e Uguali, l’1,2% per Potere al popolo.

(da “La Repubblica”)

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DA GIACHETTI ALLA MELONI: LA PATTUGLIA BIPARTISAN DEL DOPPIO INCARICO

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

ALMENO QUATTRO GLI ESPONENTI CHE SI AVVIANO A TENERE LA DOPPIA POLTRONA, C”E’ ANCHE MICHELA DI BIASE

Mandato part-time in vista per almeno quattro consiglieri capitolini neo-eletti in Parlamento e alla Regione Lazio. Il doppio incarico piace a destra e a sinistra, le relative poltrone anche.
Ad iniziare da Roberto Giachetti, Giorgia Meloni e Stefano Fassina — rispettivamente neo-deputati rieletti di Pd, Fratelli d’Italia e Leu.
Lo farà  anche Michela Di Biase, approdata in Consiglio regionale grazie alle sue quasi 12.000 preferenze, la quale ha annunciato le sue dimissioni solo da capogruppo, ma non da membro dell’Assemblea.
L’unico dei neo eletti pronto a fare una scelta a breve è Fabrizio Ghera, leader del gruppo di Fdi in Campidoglio ed eletto alla Pisana: lui non ha ancora sciolto la riserva, ma dal partito si apprende che “entro l’estate” il consigliere meloniano lascerà  l’Aula Giulio Cesare in favore della collega di partito Lavinia Mennuni con cui ha condiviso la campagna elettorale.
Insomma, un’uscita “indolore”, che però ha bisogno del “tempo di portare a termine alcune battaglie già  iniziate”. Stiamo a vedere.
Nel Partito Democratico la questione si era posta già  a gennaio, in sede di definizione delle candidature.
Già  da luglio 2016, infatti, Giachetti ha coniugato il suo lavoro di vicepresidente della Camera con quello di consigliere comunali, in barba allo statuto Dem che, ad esempio, nel 2013 costrinse Ignazio Marino e Marta Leonori a rinunciare rispettivamente agli scranni di Palazzo Madama e Montecitorio.
Ad oggi Giachetti sembra avere tutta l’intenzione di continuare.
L’esempio verrà  seguito anche da Di Biase, moglie del ministro Dario Franceschini, la quale — come confermato in un’intervista al Corriere della Sera — imiterà  l’andirivieni fra Campidoglio e Pisana di Francesco Storace nel triennio 2010-2013.
“Cercasi consiglieri comunali part-time per opposizione a tempo pieno”, scrive ironicamente Giammarco Palmieri, ex minisindaco del Municipio V, mentre il suo ex collega al Municipio IV, Emiliano Sciascia, rincara affermando che “quando si milita in un partito se ne rispettano le regole e gli statuti”.
Anche Marco Simoni, consigliere economico del premier uscente Paolo Gentiloni, attacca dicendo che “il lavoro per assicurarsi che la bella vittoria di Zingaretti sia proprio l’ultima-ultima è ben cominciato”.
La direzione del Pd Roma, ancora in fase di analisi dopo la batosta nazionale, affronterà  probabilmente l’argomento la prossima settimana — serve il nome del nuovo capogruppo, in pole Antongiulio Pelonzi — anche sono in tanti a pensare che debba essere lasciato spazio ai giovani Giovanni Zannola e Erica Battaglia.
Non la pensa così Luciano Nobili, neo-deputato “turborenziano”, che su Facebook, rivolgendosi a Simoni, scrive: “Pensi davvero che faremo un’opposizione più incisiva senza il candidato sindaco e senza la più votata dai romani in consiglio comunale? Io no. E soprattutto, di fronte ad una crisi così profonda della nostra comunità  politica, ti sembra questo il problema da porre?”.
Quadro totalmente diverso — per quanto il risultato sia simile — in Fratelli d’Italia. Sebbene Giorgia Meloni aspiri anche a un ruolo da ministro o comunque da protagonista in un ipotetico governo di centrodestra, la presidente di Fdi ci tiene a mantenere il suo ruolo in Assemblea Capitolina.
Come mai? Il primo dei non eletti nella coalizione che la sosteneva nel 2016 risulta essere Antonio D’Apolito, candidato in Noi Con Salvini ma da qualche mese passato a Forza Italia. Della serie: non si molla niente.
E, probabilmente, è anche lo stesso sentimento che spinge Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia nel governo Letta, molto più deciso a fondare il gruppo di Liberi e Uguali in Campidoglio che a far entrare al suo posto Sandro Medici, fra i principali leader della sinistra radicale a Roma nonchè ispiratore di Potere al Popolo.
Il problema è che il “doppio lavoro” spesso non porta parità  di rendimento. Almeno in termini di presenza e “presidio”.
Numeri alla mano, nel secondo semestre del 2017 Meloni ha fatto registrare 5 presenze in Assemblea Capitolina e 5 in Commissione, mentre Giachetti e Fassina si sono impegnati un po’ di più arrivando rispettivamente a quota 28 e 32 consigli comunali e 40 e 44 commissioni.
“Ma spesso si tratta di presenze di pochi minuti a fronte di sedute che durano ore”, dice il capogruppo M5S, Paolo Ferrara.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL LEGHISTA BORGHEZIO SI VANTA DI ESSERE STATO CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE E SI LAMENTA CON IL CORRIERE PERCHE’ NON HA PUBBLICATO LA NOTIZIA

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

PECCATO NON RICORDI QUANDO IN TRIBUNALE CHIESE SCUSA PIAGNUCOLANDO AI ROM E PER EVITARE LA GALERA SI ERA PERSINO OFFERTO PER I SERVIZI SOCIALI AL CAMPO ROM

Un paio di giorni fa Mario Borghezio, eurodeputato della Lega Nord, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook uno status in cui si lamenta perchè i giornali — e segnatamente il Corriere della Sera — non hanno dato spazio a una condanna per diffamazione ricevuta dalla Corte di Appello di Milano:
Illustre Direttore,
sul “Corriere” di oggi 7/03/2018 non vedo riportata, nemmeno in un angolino, la notizia della sentenza con cui ieri la Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna per diffamazione, in relazione ad alcune battute ironiche sui nomadi, pronunciata in primo grado nei miei confronti dal Tribunale di Milano circa un anno fa. Eppure era presente l’attentissimo cronista della giudiziaria del suo giornale. Ciò mi ha colpito anche per il fatto che, finora, ogni e qualsiasi notiziola circa i numerosi processi politici a me intentati aveva avuto sul Corriere amplissimi spazi. Effetto elezioni, forse…Rivendico il diritto di poter continuare a ricevere un adeguato rilievo sul suo giornale per queste ed altre ipotizzabili eventuali condanne politiche. Sono infatti convinto che il popolo le valuti, esattamente come me, medaglie al merito per coraggio delle proprie opinioni, coerenza politica, impermeabilità  all’ipocrisia e menefreghismo totale verso il politicamente corretto.

La vicenda dovrebbe essere quella che riguarda un suo intervento alla Zanzara in cui l’europarlamentare aveva definito i rom “feccia della società ”.
Per quella frase Borghezio chiese scusa in tribunale piagnucolando e offrendosi per i servizi sociali al campo rom, in quanto rischiava la galera,   e poi raggiunse un accordo economico con il querelante, la comunità  rom milanese.
Uomo notoriamente tutto di un pezzo.

(da agenzie)

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LA GUERRA DEI SONDAGGI PER IL GOVERNO: M5S-PD O M5S-LEGA ?

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

PER “IL FATTO” LA BASE DEL PD VUOLE UN’ALLEANZA CON IL M5S, SECONDO “LA STAMPA” INVECE LIEVE PREFERENZA DELLA BASE GRILLINA PER ACCORDO CON LA LEGA

Colpo di scena! Il Fatto Quotidiano pubblica oggi i risultati di un sondaggio dal quale si “scopre” che la realtà  è “diversa dai tweet”: l’istituto Noto ha infatti effettuato una rilevazione il 7 marzo su un campione di ben MILLE ELETTORI (non elettori PD, tutti gli elettori) con risultati che arrivano proprio a fagiuolo, come si direbbe.
L’articolo di Tommaso Rodano racconta infatti che quasi sei elettori del PD su 10 sono favorevoli a un governo con il MoVimento 5 Stelle: «Numeri che smentiscono la campagna Twitter #senzadime, con cui i dem stanno riempiendo i social network di messaggi per esprimere la propria contrarietà  all’“inciucio” post elettorale», scrive il Fatto riferendosi all’hashtag che nei giorni scorsi ha spopolato sui social network.
Ma c’è di più: secondo lo stesso istituto è il MoVimento 5 Stelle ad essere invece contrario all’alleanza con il Partito Democratico:
“Il 59% degli intervistati, tra coloro che hanno votato per il Partito democratico, si è dichiarato favorevole a un accordo con il Movimento, in un’alleanza che comprenderebbe anche ipochi parlamentari di Leu. Stiamo parlando di elettori semplici; ovvero di coloro che compongono il bacino elettorale del Pd, non degli iscritti nè tanto meno degli eletti. Questo significa che c’è una certa differenza di vedute tra i dirigenti del Partito democratico e i loro elettori. Una divergenza che si è manifestata ampiamente nei risultati usciti dalle urne”.
Ma non finisce qui. Perchè nel frattempo La Stampa di Torino apre con un’altra rilevazione che dice invece tutt’altro.
Mentre c’è chi spinge per l’alleanza con il PD, infatti, nel M5S le convergenze parallele sono molto più chiare di quello che sostiene Il Fatto.
Avendo evidentemente compreso che ci sono più vicinanze tra il programma del MoVimento 5 Stelle e quello della Lega rispetto a quello del Partito Democratico, un sondaggio interno ai grillini spinge per l’alleanza con il Carroccio.
Il sondaggio, commissionato dai vertici del M5S, rivela un elettorato spaccato quasi a metà , ma pare leggermente più propenso ad allearsi con la Lega di Matteo Salvini che con il Pd, anche senza Matteo Renzi, spiega Ilario Lombardo:
Avere pronto un sondaggio che spinge il M5S verso la Lega, da tirar fuori al momento opportuno, può rivelarsi molto funzionale alla politica dei due forni che i grillini stanno conducendo
Se sarà  con il Pd, bene. Altrimenti il M5S cercherà  di chiudere con Salvini. Una strada che non è certo semplice, considerando che il leghista ha lanciato un’Opa sul centrodestra e non può permettersi di essere fagocitato in un governo dove sarebbe comunque il socio di minoranza.
Non solo: sondaggio per sondaggio, uno di Index Research per Piazzapulita dice l’esatto contrario di quello di Antonio Noto.
Ma siccome c’è ancora chi nel paese conserva un pochino di memoria storica, tutto questo racconto dà  un certo senso di dèjà -vu.
Nel 2013, quando Pierluigi Bersani offrì la famosa alleanza-non-alleanza con il MoVimento 5 Stelle un sondaggio di Lapolis pubblicato da Repubblica diceva che gli elettori del M5S erano favorevoli a un accordo con il PD per la formazione del governo. Ironia della sorte, le percentuali erano molto simili a quelle di oggi.
Cosa successe all’epoca? Successe che giustamente Beppe Grillo disse che i sondaggi non contano niente, specialmente se hanno campioni così ridotti (1000 per quello di Noto, 1528 per quello di Lapolis dell’epoca) e dell’alleanza con Bersani non se ne fece nulla.

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA A VAROUFAKIS: “I GRILLINI SONO CENTRISTI, NON DI SINISTRA. PRONTI AD ABBRACCIARE IL SISTEMA”!

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO GRECO: “IL MIO PARTITO CORRERA’ ANCHE IN ITALIA”

Yanis Varoufakis, 56 anni, è stato ministro delle Finanze nel primo governo Tsipras (2015), incarico dal quale si è dimesso per favorire la trattativa con l’eurogruppo. Oggi è professore di teoria economica all’università  di Atene e cofondatore del movimento europeo DiEM25
A tre anni dalla sua fugace esperienza come ministro greco delle Finanze, dal braccio di ferro con l’eurogruppo, dal referendum vinto e dalla rottura con il premier Tsipras, l’economista Yanis Varoufakis rilancia il suo impegno politico, proiettato sulle elezioni europee del 2019. A suo giudizio, anche la situazione italiana conferma che «una cosa è chiara: dalla sconfitta deve emergere una nuova forza progressista, radicale, europeista».
Qual è il suo giudizio sulle elezioni italiane?  
«Hanno portato a una triste impasse. Gli unici beneficiari reali sono coloro che hanno investito in xenofobia e paura. Le urne hanno rafforzato le forze anti-europeiste esattamente come in ogni altro Paese europeo dove le istituzioni hanno insistito con fallimentari politiche basate sull’austerità , fingendo che fossero la soluzione della crisi sistemica».
Nel voto italiano anti-establishment vede analogie con quello del 2015 in Grecia?  
«Nessuna. Syriza era un partito filo-europeo che ha cavalcato un’ondata di speranza e positività . La Lega, Berlusconi e i partiti minori della destra italiana hanno ricevuto voti basati su paura e pessimismo. L’unico legame tra i nostri due Paesi è che ci troviamo entrambi nella morsa di una crisi a livello europeo che però l’istituzione europea rifiuta di riconoscere come sistemica».
Qual è il suo punto di vista sul Movimento Cinque Stelle? Populismo o nuova sinistra?  
«Nessun partito che investe nel timore del migrante, dello straniero, del rifugiato può definirsi di sinistra. Il termine “populista” è stato ampiamente abusato».
E in politica economica?
«Il Movimento 5 Stelle sta chiaramente cercando di riposizionarsi come un partito centrista di cui le istituzioni possano fidarsi. Cerca di mantenere quello che molti percepiscono come radicalismo prendendo di mira la vecchia e corrotta classe politica, evitando però di sfidare il “sistema” stesso».
Serve ad arrivare al governo?  
«Quando un sistema fallisce – come sta accadendo in Italia e in Europa – il tentativo di abbracciarlo criticandone i funzionari mi sembra destinato alla rovina».
Che cosa pensa del reddito di cittadinanza?  
«Quello che propone il Movimento 5 Stelle è in realtà  un salario minimo condizionato alla ricerca di un lavoro. Una misura standard in diversi Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Molti italiani lo vedono come un barlume di speranza, quindi non va criticato a priori. Purchè non sia finanziato con tagli ad altri servizi sociali».
M5S e Lega vogliono forzare le regole europee, criticano l’euro e il fiscal compact: quali saranno gli effetti?  
«Ci ha già  provato Renzi. Il suo grossolano errore è stato quello di pretendere, come un bambino viziato, il diritto dell’Italia di piegare le regole del fiscal compact senza però richiedere un nuovo dibattito in Europa – come presidente del Consiglio aveva il dovere di farlo – per ridisegnarne le regole. Per me è chiaro che, in mancanza di proposte serie su come ridisegnare la zona euro, il M5S e la Lega sono destinati a ripetere lo stesso errore».
Questi partiti, una volta al governo, si ripiegheranno nel sistema come fece Tsipras?  
«Proprio come Tsipras e Renzi, è il destino di qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la zona euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte quando la proposta viene respinta».
Instabilità  politica e tensioni sui mercati finanziari possono creare in Italia una situazione come in Grecia nel 2015?  
«No. Nè un governo a guida M5S nè uno a guida Lega andrebbero direttamente contro Bruxelles, Berlino e Francoforte come facemmo noi. Al massimo potrebbero piegare le regole dietro le quinte».
Con quali esiti?  
«L’Italia non è la Grecia, e minacciarla di cacciarla dall’eurozona significherebbe dichiarare la fine dell’euro. E poi la Merkel è più debole di tre anni fa».
L’euro è irreversibile come dice Draghi?  
«Niente su questo pianeta è irreversibile, figuriamoci una moneta insostenibile. Naturalmente il presidente della Banca centrale ha il dovere di continuare a insistere sull’irreversibilità  dell’euro».
Come giudica l’attivismo di Macron?
«Un bello show privo di qualsiasi fondamento. Le proposte di Macron, se adottate, si rivelerebbero insignificanti dal punto di vista macroeconomico. Ma non saranno adottate, poichè Berlino troverà  un modo per respingere qualsiasi cosa vada oltre la semplice “mano di bianco”».
Qual è la situazione della Grecia rispetto a quando ha rassegnato le dimissioni da ministro?
«Nonostante la rimarchevole propaganda, ogni giorno è peggiore di quello precedente. In tre anni 170 mila giovani laureati sono andati all’estero e altri 1,2 milioni di persone sono sotto la soglia di povertà . E potrei citare molti altri dati dello stesso tenore».
Come intende rilanciare il suo progetto politico?
«Questo fine settimana il DiEM25 si riunisce a Napoli, ospitato dal sindaco de Magistris, con molti partiti politici provenienti da tutta Europa. Il nostro obiettivo è quello di annunciare la formazione della prima lista di partiti transnazionali per le elezioni del Parlamento europeo previste a maggio 2019».
Con chi?  
«Vogliamo lavorare con molte altre forze, sarà  un processo aperto. Entro aprile, DiEM25 Italia organizzerà  assemblee in tutte le regioni. L’obiettivo è creare presto un nuovo partito nazionale italiano appartenente alla lista di partiti transnazionali europei».

(da “La Stampa”)

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TRA GLI ELETTI M5S SONO GIA’ OTTO GLI ESPULSI

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

DA CHI SI RIFIUTA DI DIMETTERSI A CHI PROMETTE APPOGGIO ESTERNO

Espulsi per il Movimento 5 stelle, eletti in Parlamento nonostante il ripudio.
Sono otto i parlamentari che hanno strappato un posto tra Camera e Senato, nonostante fossero stati cacciati da Luigi Di Maio.
Cosa succederà  a loro? Fonti del M5s assicurano che si agirà  come annunciato: non potranno sedere sui banchi con il Movimento e dovranno procedere con la richiesta di dimissioni per evitare che venga fatta contro di loro una causa per danno d’immagine. A loro era stato chiesto di depositare in Corte d’appello la rinuncia all’elezione, ma non tutti hanno accettato.
Quelli che sicuramente continuano per la loro strada sono: Emanuele Dessì, Carlo Martelli, Maurizio Buccarella per il Senato; Andrea Cecconi, Lello Catello, Silvia Benedetti, Antonio Tasso e Salvatore Caiata per la Camera.
Un caso a parte è quello della deputata Giulia Sarti: eletta nel collegio uninominale di Rimini, si era autosospesa dal Movimento dopo aver denunciato l’ex fidanzato e collaboratore per aver truccato i rimborsi.
I probiviri, come confermato dal fedelissimo e consigliere comunale M5s Massimo Bugani nelle scorse ore, stanno valutando le carte e “molto probabilmente sarà  reintegrata”.
CAMERA
Andrea Cecconi — Deputato uscente espulso per il caso rimborsopoli, è stato eletto nelle Marche dove ha battuto addirittura l’ex ministro dell’Interno Pd Marco Minniti. Dopo essere scomparso per tutta la campagna elettorale, dopo l’elezione ha rilasciato un’intervista al Resto del Carlino dove ha ribadito di essere pronto a chiedere al Parlamento di votare le sue dimissioni. Ha anche detto che sosterrà  il Movimento “da esterno” finchè siederà  alla Camera.
Catello Vitiello — E’ l’unico candidato con un passato nella massoneria in lista con i 5 stelle ad essere stato eletto, nonostante fosse stato espulso: ha infatti vinto nel collegio uninominale di Castellammare di Stabia dove ha ottenuto il 46,58% dei voti. Per il momento ha dichiarato all’Adnkronos di voler ricucire con i vertici M5s: “Sono in attesa”, ha dichiarato dopo l’elezione, “di capire che posizione assumeranno i 5 Stelle nei miei confronti, vorrei tanto ricucire con loro. In Parlamento dovrò fare una scelta, che potrebbe essere quella del gruppo Misto. Faccio presente però che ad oggi non mi è stato notificato alcun provvedimento di espulsione. La mia esclusione è avvenuta a mezzo stampa”. Secondo Vitiello, il suo è un “malinteso” e assicura, almeno per ora, che non si presterà  al “mercato delle vacche” in Parlamento: “Ogni mia scelta politica sarà  orientata al bene del mio territorio”.
Silvia Benedetti — Deputata uscente espulsa per il caso rimborsopoli, ha sempre negato di aver truccato le ricevute. Eletta nonostante la cacciata dal Movimento, continua con il silenzio stampa. I vertici non hanno più avuto sue notizie e dubitano che sia pronta a dimettersi.
Antonio Tasso — E’ stato cacciato dal Movimento perchè condannato in primo grado, poi prescritto, nel 2007 per aver masterizzato dei Cd. Il giudice gli aveva concesso la non menzione nel casellario giudiziario e per questo motivo lui non lo aveva segnalato allo staff M5s. Una volta scoperto è stato espulso. Nonostante le pressioni, ha già  detto prima delle elezioni che si sarebbe rifiutato di dimettersi. Da dopo il 4 marzo non risultano sue dichiarazioni.
Salvatore Caiata — Il presidente del Potenza Calcio, dopo essere stato presentato come uno dei “volti” e nomi di punta in corsa per i collegi uninominali addirittura da Luigi Di Maio, è stato espulso perchè indagato per riciclaggio a Siena. E’ stato eletto a Potenza con 60.706 preferenze (42,7% dei voti). Nei giorni scorsi ha detto di non voler rinunciare al posto: “Ho fiducia affinchè la cosa si possa ricomporre velocemente in modo che possa tornare all’interno del Movimento”, ha detto. “Io non ho un’indagine in corso, l’ho avuta, ora è finita”. Caiata sogna di poter risolvere la situazione prima dell’insediamento del Parlamento: “Mi impegnerò a fare quanto ho detto a prescindere dal banco in cui mi siederò, ora non so dire cosa farò”.
SENATO
Carlo Martelli — Capolista in Piemonte, è stato eletto anche se era stato espulso per il caso rimborsopoli. Se ai tempi delle polemiche aveva detto di essere pronto a fare un passo indietro, nei giorni scorsi a la Stampa ha dichiarato: “Le dimissioni? Non so ancora cosa farò. È troppo presto e non escludo nessuna soluzione. Ho appena ricevuto l’ufficialità  della nomina, quindi mi prenderò del tempo per valutare e decidere: questa è l’unica certezza”.
Emanuele Dessì — Eletto nel collegio di Latina, l’imprenditore è finito al centro delle polemiche per la casa popolare in affitto a 7 euro e per il video che lo ritrae con Domenico Spada. Dopo che il suo caso era finito su tutti i giornali, aveva accettato di firmare un atto in cui si impegna a rinunciare alla elezione. Poi però c’è stato il voto. “Che bellissima nottata”, ha commentato dopo l’elezione. Ancora non è noto come si comporterà  una volta in Parlamento.
Maurizio Buccarella — Senatore uscente, è stato rieletto a Palazzo Madama per la Puglia. Cacciato per il caso rimborsopoli, ora dice che la sua richiesta di rinuncia alla candidatura è stata rifiutata dalla Corte d’appello: “Ho già  firmato due settimane fa una dichiarazione di rinuncia alla proclamazione e all’elezione che Di Maio richiedeva a fronte del l’intenzione di fare causa per danno all’immagine del M5s e l’ho consegnata alla referente territoriale del M5s che l’ha depositata all’ufficio elettorale centrale della corte d’Appello di Bari la quale, evidentemente, non l’ha ritenuta applicabile”. Ha anche detto di voler sostenere il Movimento: “Adesso entro in Senato e non voglio iscrivermi in gruppi diversi dal M5s e pertanto verrò assegnato al gruppo Misto. La mia intenzione è di continuare il lavoro fin qui fatto in Parlamento e sostenere l’azione politica del M5S. Le mie eventuali dimissioni (qualora ritenessi di presentarle) credo non avrebbero comunque senso poichè nella mia circoscrizione non ci sarebbero sostituti che potrebbero subentrare al mio posto perchè già  tutti eletti”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA VERA STORIA DELLE FILE AI CAF PER IL REDDITO DI CITTADINANZA

Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile

NON E’ UNA FAKE NEWS, NON C’E’ STATO ALCUN “ASSALTO”, MA PARECCHIE PERSONE HANNO CHIESTO INFORMAZIONI IN DIVERSE CITTA’… LA VERA FAKE NEWS E’ IL REDDITO DI CITTADINANZA

Ieri la Gazzetta del Mezzogiorno ha dato la notizia che in alcuni CAF pugliesi molti cittadini si erano recati agli sportelli per chiedere informazioni su come avere accesso al reddito di cittadinanza.
È una fake news? Una bufala? Il MoVimento 5 Stelle pugliese ritiene di sì ed ha pubblicato sul Blog delle Stelle una “smentita” dove racconta che in seguito ad un sopralluogo non solo non hanno trovato file ma addirittura i corridoi dei CAF erano vuoti.
Secondo il M5S quindi nessuno è andato ai CAF a chiedere informazioni sul reddito di cittadinanza perchè quando sono andati a verificare — dopo che è uscita la notizia — non hanno trovato nessuno.
Insomma secondo il MoVimento 5 Stelle la storia delle file ai CAF sarebbe una bufala. Ad esempio a Porta Futuro di Bari si sono sentiti rispondere da alcuni addetti non meglio identificati che “in realtà  noi non abbiamo visto quasi nessuno, questa notizia ha lasciato di stucco anche noi”.
A differenza della Gazzetta del Mezzogiorno che invece ha fatto nomi e cognomi degli impiegati dei CAF.
Ad esempio a Giovinazzo, comune di 20mila abitanti in provincia di Bari, Valeria Andriano, referente locale della Uil si è detta “sorpresa” dal fatto che dopo la tornata elettorale diversi utenti, molto giovani, con un titolo di studio medio “che fanno fatica a mettere assieme il pranzo con la cena” si siano presentati allo sportello.
In un’intervista a Radio Capital la Andriano riferisce che al suo CAF si sono presentate “poco meno di una cinquantina di persone“.
Non certo un assalto ma per un piccolo comune come Giovinazzo 50 persone non sono certo un numero trascurabile.
La Gazzetta del Mezzogiorno fa anche il nome di Francesco Lacarra, il responsabile di Porta Futuro, il centro per l’impiego di Bari, che ha raccontato che “sono una cinquantina le persone che tra ieri e oggi hanno chiesto i moduli per ottenere il reddito di cittadinanza, si tratta soprattutto di giovani”. Per dimostrare che invece la notizia “è una bufala” i 5 Stelle linkano il chiarimento “Porta Futuro” il centro per l’impiego di Bari sottolineando che Lacarra è “il fratello del neoeletto deputato renziano MARCO LACARRA (PD)”
Dovrebbe essere una smentita della notizia, ma in realtà  è una conferma.
La notizia non è “l’assalto”, quella è un’esagerazione giornalistica come se ne sono viste parecchie (anche sul Blog delle Stelle).
La notizia è “diverse persone sono andate al CAF a chiedere il reddito di cittadinanza“.
Se quindi ci chiediamo se la notizia è vera o falsa la risposta è che è vera. Non è quindi nè una bufala nè una fake news.
Ora che hanno vinto i 5 Stelle sembra scontato per alcuni che prima o poi la misura di sostegno al reddito diventi realtà . I cittadini vanno al CAF per chiedere del reddito di cittadinanza così come fino a ieri sono andati a chiedere del Reddito d’Inclusione (REI) o del Reddito di Dignità  pugliese (RED).
La vera fake news? Il reddito di cittadinanza
Non sorprende quindi che ci siano persone, magari ingenue — come le definisce la responsabile pugliese — che credono che il giorno dopo le elezioni le promesse elettorali diventino realtà .
Alcune di loro hanno confuso il reddito di cittadinanza con il reddito d’inclusione ed è stato loro spiegato come fare ad ottenerlo. Del resto se per mesi i politici vanno in giro a raccontare che “dal 4 marzo cambia tutto” è plausibile pensare che ci sia chi ingenuamente pensa che accada davvero il giorno dopo le elezioni.
Siamo pur sempre il Paese dove per anni i politici del MoVimento 5 Stelle hanno raccontato la panzana del “governo non eletto dal popolo” e da giorni il M5S va raccontando di aver vinto le elezioni, di essere il primo partito in tutto il Paese.
È a queste persone che il M5S dovrebbe spiegare quando e se arriverà  il reddito di cittadinanza, invece che preoccuparsi di andare a caccia di fake news o bufale nei titoli dei giornali.
Tanto più che di situazioni simili a quella pugliese se ne sono registrate anche altrove. A Palermo, dove Totò Barone ha detto che «sono venute 60 persone in due giorni per fare il reddito di cittadinanza».
A Potenza dove Antonio Deoregi, della segreteria regionale Uil, ha confermato che «anche in Basilicata stiamo ricevendo queste richieste presso i nostri uffici da parte di cittadini che chiedono come funziona il reddito di cittadinanza».
Casi isolati, probabilmente, ma si tratta in ogni caso di persone in difficoltà  che in buona fede magari hanno creduto alle notizie (quelle sì bufale) sull’esistenza di moduli per fare richiesta del Reddito di cittadinanza che circolano sui social. Il M5S pugliese potrebbe, ad esempio, spiegare che per il reddito di cittadinanza “ci vorranno anni” come ha detto Luigi Di Maio qualche giorno fa a Porta a Porta.
Quelli che ancora aspettano il rimborso IMU di Berlusconi

C’è da stupirsi che qualcuno ci creda? No.
Così come dire che la misura del M5S è il “reddito di cittadinanza” non lo rende tale, visto che lo universal basic income è cosa ben diversa dal sussidio di disoccupazione proposto dal MoVimento 5 Stelle. E volendo fare le cose per bene si potrebbe anche parlare delle coperture finanziare e del fatto che per il MoVimento basterebbero 15-17 miliardi di euro quando tutti i calcoli fatti fin’ora parlano di almeno 29-30 miliardi.
Nel 2013, qualcuno forse lo ricorderà , Berlusconi fece recapitare un messaggio elettorale per la restituzione dell’IMU.
Si trattava di un finto avviso fiscale che spiegava come ottenere il rimborso della tassa sulla prima casa relativo al 2012. Molte persone credettero che si trattasse di un vero messaggio dell’Agenzia delle Entrate e andarono ai CAF a chiedere il famoso rimborso.
Il Fatto Quotidiano parlò all’epoca di “file ai CAF” così come lo fanno i giornali di questi giorni.
Addirittura la notizia venne ripresa sul blog del MoVimento 5 Stelle di Siena. Evidentemente all’epoca nessuno sentiva il bisogno di parlare di notizia bufala, di dipendenti CAF che sono iscritti al PD o di esagerazione giornalistica semplicemente perchè faceva comodo dal punto di vista della campagna elettorale.

(da “NextQuotidiano”)

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