Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
AVREBBE COMPIUTO 84 ANNI A MAGGIO… NEL 1980 FU GAMBIZZATO DAGLI UOMINI DI CUTOLO
E’ deceduto questa notte all’ospedale Cardarelli di Napoli, dove era ricoverato da alcuni giorni,
Luigi Necco, noto giornalista napoletano e volto storico per 15 anni di 90′ minuto della Rai negli anni degli scudetti del Napoli di Maradona.
Un pezzo di storia del giornalismo partenopeo. Era esperto anche di archeologia: un programma che ha seguito per anni e amava molto era “L’occhio del Faraone”.
Ha diretto l’Ente provinciale per il turismo e, negli ultimi anni, curava una trasmissione dal titolo L’emigrante sull’emittente Canale 9.
Necco è stato per cinque anni anche consigliere comunale a Napoli, per il Pds. E negli ultimi anni si dedicava ai progetti di legalità per le scuole con la Prefettura di Napoli e l’ordine dei giornalisti della Campania.
Avrebbe compiuto 84 anni a maggio. E’ morto a causa di una grave insufficienza respiratoria. Alle 10 di questa mattina Necco viene commenmorato dai giornalisti napoletani all’Università Federico II, in via Cortese, durante un corso di formazione su “Sport e informazione”.
Una vita intensa e non priva di pericolo. Nell’ottobre del 1980, Necco al 90esimo minuto raccontò che l’allora presidente dell’Avellino, Antonio Sibilia, era andato, accompagnato dall’allora calciatore brasiliano Juary, a una delle tante udienze del processo in cui era imputato Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata e che durante una pausa Sibilla aveva salutato il boss con tre baci sulla guancia e gli aveva consegnato, tramite Juary, una medaglia d’oro con dedica («A Raffaele Cutolo dall’Avellino calcio»).
Pochi giorni dopo, il 29 novembre 1981 il giornalista venne gambizzato in un ristorante di Avellino per mano di tre uomini inviati da Vincenzo Casillo detto ‘O Nirone, luogotenente di Cutolo fuori dal carcere.
“Con Luigi Necco muore un maestro del giornalismo napoletano. Giornalista d’inchiesta, sempre da pungolo per tutti. Con Lui ho avuto un rapporto autentico, di stima e di affetto reciproci, gli ho sempre voluto bene anche quando capitava che non ne condividevo le analisi sulla Città . Un forte abbraccio personale alla famiglia ed al mondo dei giornalisti ai quali anche Necco, da pensatore libero, non risparmiava critiche. Ci resterà il ricordo della sua arguzia, della sua ironia e della sua straordinaria competenza sportiva ed archeologica” è il messaggio di cordoglio del Sindaco Luigi de Magistris.
Il caporedattore centrale del Tgr Campania, Antonello Perillo, gli dedica un tweet: “Addio al grande Luigi Necco. Per sempre nel cuore della famiglia Rai e di milioni di telespettatori che non lo dimenticheranno mai”.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
NATA NEL 2012 NEL CUORE DELLA TERRA DEI FUOCHI E DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA IN UNA VILLETTA SEQUESTRATA AL CLAN DEI CASALESI
«L’etichetta? Va stesa con delicatezza sul barattolo. Non deve avere rialzi, altrimenti va staccata e riattaccata. Aiutati con la mano, accompagnala».
Il tono di Carmela è dolce. Angelica è arrivata da poco a ‘Casa Lorena’, sta imparando a confezionare marmellate come le altre donne di questo centro antiviolenza nato nel 2012 a Casal di Principe nel cuore della terra di Fuochi e della criminalità organizzata in una villetta sequestrata al clan dei Casalesi. E’ la scommessa sul futuro di chi ha avuto il coraggio di mettere da una parte un passato di violenze e abusi.
Angelica ascolta le parole di Carmela, stacca l’etichetta e la pone con cura sul barattolo. «Ora va meglio», la incoraggia la sua compagna. Ora va meglio davvero per Angelica e le altre donne di Casa Lorena. Una ha un figlio di pochi mesi ed è in partenza per un’altra struttura, un’altra vive lì da cinque anni per sfuggire alle violenze del padre e del nonno.
Altre tre arrivano la mattina presto e vanno via nel pomeriggio. Si occupano del laboratorio di marmellate, hanno uno stipendio, muovono i primi passi nel mondo da sole, senza i mariti-padroni che per anni le hanno obbligate a subire ogni forma di violenza secondo una personale interpretazione delle formule ‘nella buona e nella cattiva sorte’ e del ‘finchè morte non ci separi’ pronunciate durante il matrimonio.
Le loro storie sembrano ambientate in chissà quale epoca lontana impregnate come sono di una cultura di sottomissione che a volte diventa quasi schiavitù. Invece quando chiedi le date dei processi, delle cause di separazione, emerge una realtà ancora più triste: i sorprusi erano in atto fino a poche settimane fa e potrebbero continuare se solo ad un certo punto queste donne non avessero deciso di aprire gli occhi e di andare.
Mena Delle Curti ha impiegato 38 anni per capire. «Volevo che i miei figli crescessero», spiega. Ora di anni ne ha 59, un terzo dei quali trascorsi tra schiaffi, insulti, minacce, colpita con un fucile a proiettili di sale, chiusa nel bagno, nei pozzi, fuori casa per lasciare campo libero al marito che doveva stare con altre donne. Quante volte ha pensato di andare via? E quante volte è rimasta?
§Il suo racconto e quello delle altre donne è una lunga serie di «sono andata da mia mamma, mi è venuto a prendere, mi ha promesso di smettere, dopo un po’ ha ricominciato a picchiarmi».
E’ un giro senza fine di violenze che si può interrompere in pochi modi. Mena ha provato a andare sui binari della ferrovia e aspettare un treno. L’ha salvata una donna che la conosceva. Allora ha deciso di provare l’altra strada, denunciare e diventare una donna in fuga.
«Non voglio più tornare a casa», ha chiarito alle forze dell’ordine. Sono le parole che fanno aprire i centri. Le donne vengono accolte con i figli, se li hanno. Restano alcuni mesi, il tempo di ritrovare sè stesse, una casa e un lavoro, i requisiti necessari per affrontare quello che accadrà quando saranno di nuovo fuori: i pedinamenti, gli agguati, l’angoscia a ogni istante.
Il marito di Mena ancora la insegue, prova a tenerla sotto controllo con strani congegni infilati sotto l’auto, le da il tormento facendole credere di volerla investire. «Quando sono in strada ho paura», ammette lei che con le marmellate di casa Lorena riesce ormai a pagare una casa in affitto, ha acquistato un’auto e per la prima volta in quasi sessant’anni di vita si sente padrona della sua vita.
§Alla nipote che le chiede perchè non trova un nuovo compagno risponde: «No, grazie, voglio stare da sola». Chissà se riuscirà mai a essere davvero da sola, Mena. Per il momento ha avviato la separazione e attende il giudizio nella causa penale contro l’ex marito.
Sonia Salemme, ha 32 anni, cinque figli, quasi metà della vita tra abusi e violenze. E’ rimasta da sola per la prima volta quattro anni fa quando il marito fu arrestato per spaccio. “Ho capito allora che la sua presenza non mi serviva affatto. Avevo un lavoro, una casa, crescevo i miei figli, ero libera. Non avevo più un uomo che mi picchiava, che mi umiliava, ho capito che dovevo fare qualcosa”.
Invece ha aiutato il marito a uscire e di nuovo è tornata a tenere in piedi l’idea di una famiglia. Sono passati altri due anni e mezzo di violenze prima di decidere davvero. Pochi giorni prima del Natale 2016, dopo l’ennesima lite e un tentativo di suicidio, ha preso i figli e se n’è andata.
Anche per lei le ex stanze dei boss della criminalità di Casal di Principe sono state il rifugio e anche qualcosa di più. “Qui dentro è iniziata la mia rinascita”. Ora torna a ‘Casa Lorena’ ogni giorno per lavorare ma vive con i genitori. La settimana scorsa ha avviato la causa di separazione. Nel frattempo l’uomo da cui sta fuggendo è tornato in carcere. “Penso ogni giorno al momento in cui tornerà fuori. Ho paura ma devo affrontarla, non voglio passare la mia vita a nascondermi”.
La vita di una donna in fuga, la condanna di troppe donne che riescono a trovare il coraggio di denunciare.
(da “La Stampa”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
J’ACCUSE DEI GENITORI DEL RAGAZZO MORTO LANCIANDOSI DAL PONTE …ENNESIMO DRAMMA DI SITUAZIONI CHE SI VENGONO A CONOSCERE SEMPRE DOPO
«Mio figlio è stato vittima per tanto tempo di episodi di bullismo, in seguito alla malattia che ha
contratto dopo un vaccino fatto a sei mesi. Se mio figlio non avesse avuto problemi di salute, sarebbe ancora qui».
Parole di Maria Catrambone Raso, la mamma di Michele Ruffino, il diciassettenne che il 23 febbraio scorso si è ucciso gettandosi dal ponte di Alpignano.
E dopo giorni di dolore, assieme al marito Aldo Ruffino, ha deciso di dire tutto, di raccontare quello che suo figlio ha passato in 17 anni di vita: «Una sentenza ha stabilito che Michele ha subito un danno da vaccino. Non riusciva a muoversi con naturalezza, anche se con gli anni eravamo riusciti a superare i suoi problemi. I suoi compagni di classe invece lo deridevano. Voleva solo una pacca sulla spalla, una parola amica. Invece oggi siamo qui: disperati. Non vogliamo vendetta, ma se c’è qualcuno che ha sbagliato deve pagare».
La madre ha sporto denuncia ai carabinieri e portato il computer agli investigatori. Michele «era un appassionato di internet e andava molto spesso sui canali Youtube dove aveva allacciato rapporti con vari coetanei. A loro aveva confidato la voglia di farla finita».
(da “La Stampa“)
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