Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
MA IL SENATO POTREBBE SALVARE IL LEGHISTA, NEGANDO L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE … VEDREMO SE CUOR DI LEONE RINUNCERA’ ALL’IMMUNITA’
La Procura di Palermo ha impiegato una settimana, anzichè le due concesse dalla legge, a
studiare le carte del «caso Diciotti» e trasmettere il fascicolo al Tribunale dei ministri. Difficile procedere più in fretta.
Le indagini erano precluse, e per questo i magistrati si sono limitati a valutare ciò che era arrivato dalla Procura di Agrigento e indicare ai tre giudici della sezione speciale gli atti da acquisire e le persone da interrogare.
Tra cui compare l’unico indagato del procedimento: il ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Ora spetta al Tribunale decidere se e quando ascoltare il titolare del Viminale, ma secondo la Procura il suo esame è necessario insieme a quello di diversi testimoni: il capo di gabinetto Matteo Piantedosi (che non è stato inquisito, a differenza di ciò che aveva ritenuto il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio); il capo e vicecapo del dipartimento delle Libertà civili, Gerarda Pantalone e Bruno Corda, già ascoltati nel corso dell’inchiesta agrigentina; i militari della Capitaneria di porto e altri ancora.
Salvini potrà così spiegare le sue ragionie fornire la propria versione dei fatti.
E l’intera attività istruttoria proposta dalla Procura dovrebbe servire a chiarire quello che è accaduto sulla nave Diciotti dal momento del salvataggio dei migranti, il 15 agosto, fino al momento dello sbarco, dieci giorni più tardi, che ha posto fine al presunto sequestro di 150 persone (27 minorenni erano già scesi).
Prima però, il tribunale sarò chiamato a stabilire se è competente a indagare su questa vicenda o se deve a sua volta trasmettere gli atti a Catania, e anche per prendere questa decisione sono necessari – secondo i pubblici ministeri – ulteriori accertamenti che i pm da soli non potevano svolgere.
Il procuratore Francesco Lo Voi e l’aggiunto Marzia Sabella – titolari di numerose inchieste sul traffico di migranti che hanno ottenuto risultati giudicanti importanti anche dalle Nazioni Unite – ritengono di aver agito con correttezza e celerità .
Nella consapevolezza che il loro è solo il primo atto di un’indagine dagli evidenti risvolti politici, che alla fine passerà comunque al vaglio di un organismo politico, cioè il Parlamento. Come prevede la legge.
Di fronte a 177 aspiranti profughi già in territorio italiano (la Diciotti) e bloccati senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria o amministrativa, era impossibile fare finta di niente e pressochè inevitabile ipotizzare un reato a carico di chi, impedendo lo sbarco, di fatto li ha «privati della libertà personale».
Di qui l’indagine a carico di Salvini, per accertare l’eventuale sequestro di persona. Dopodichè i magistrati (il Tribunale dei ministri, ma pure la Procura che potrà partecipare all’istruttoria e interloquire con i giudici inquirenti) sanno bene che nel caso in cui ritenessero sussistente il reato e quindi non volessero archiviare il fascicolo, prima di avviare un processo si deve passare dal Senato, di cui Salvini è componente.
Se infatti si dovesse arrivare a una richiesta di rinvio a giudizio del ministro, l’assemblea di palazzo Madama potrebbe comunque negare l’autorizzazione a procedere, con un voto a maggioranza assoluta, «ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo».
Così recita la legge costituzionale numero 1 del 1989, e questo Salvini potrà chiedere, se si dovesse arrivare a quel punto.
Tutto insomma tornerebbe nelle mani del Parlamento: un organo elettivo, a differenza di pm e giudici della cui mancata rappresentatività popolare il leader leghista si lamentava nel video Facebook dell’altra sera.
Ma prima bisogna fare l’indagine, che spetta al Tribunale dei ministri.
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
L’ECONOMIA ITALIANA NON E’ IN GRADO DI SOSTENERE SCHERMAGLIE CON I MERCATI FINANZIARI
Chissà se gli è venuta fuori spontanea, oppure era preparata per sembrare tale.
Ma Matteo Salvini ieri mattina a Cernobbio ha pronunciato una battuta che suonava distante anni luce dalla precedente incarnazione del leader leghista, quando a febbraio scorso nell’aula di Strasburgo accusava l’Unione europea di essere un «Titanic». Ormai vicepremier da cento giorni, ieri al Forum Ambrosetti Salvini invece ha tenuto a ripetere che il suo governo farà di tutto per rispettare le regole europee sul deficit. «Ormai mi alzo la mattina e guardo lo spread invece di telefonare ai miei figli».
La ragione specifica di questa conversione, ammette lo stesso Salvini, è l’esplosione dei rendimenti dei titoli di Stato da quando a maggio scorso uscì la prima versione del «contratto» di governo (con l’ipotesi di referendum di uscita dall’euro e default verso la Banca centrale europea).
Dev’esserci però anche una ragione più generale, nei tentativi di rassicurare di Salvini e degli altri leader di governo.
Perchè di solito le sfide le si lanciano quando ci si sente forti. Invece più o meno da quando questo governo si è affacciato alla ribalta e si è messo al lavoro, l’economia italiana dà segni di una debolezza sempre maggiore.
Quasi al punto da riavvicinarsi, magari provvisoriamente e per pochi mesi, allo stadio della crescita zero. Tutt’altro che nelle condizioni di sostenere una schermaglia con la Commissione Ue o con i mercati finanziari.
Da qualche tempo in effetti le spie rosse hanno iniziato ad accendersi e non solo quelle, molto visibili, attivate dagli investitori.
Target 2, il sistema di pagamenti della Banca centrale europea, ha accumulato per l’Italia un rosso di 45 miliardi di euro fra inizio maggio a fine luglio: segno che molti capitali hanno iniziato a lasciare il Paese.
Anche nell’economia reale però le spie hanno stanno girando al rosso più intenso.
Nei primi due mesi di governo, giugno e luglio, si sono persi in Italia 90 mila posti di lavoro a tempo indeterminato secondo l’istituto statistico Istat (solo in piccola parte compensati da 24 mila nuovi contratti precari netti).
Il ritmo al quale l’economia ha bruciato posti estate è stato dunque di 1.131 impieghi al giorno: un netto cambio di stagione da quando, fino a cinque o sei mesi fa, ogni giorno se ne creavano 900 netti in più. In realtà era dall’inizio della ripresa nel 2014 che l’occupazione nel Paese non diminuiva per tre mesi di seguito, come nell’ultimo trimestre. E neppure durante le ultime tre recessioni (governo Amato nel ’92, quarto governo Berlusconi nel 2001, governo Monti nel 2011-2013) il ritmo di distruzione di posti è stato tanto rapido.
Va detto che il periodo sotto esame del governo legastellato è più breve e provvisorio. Ma che qualcosa stia andando storto in questi mesi lo segnala anche la cassa integrazione, che ha ripreso a crescere dopo una lunga fase discendente.
Ancora a maggio scorso le ore autorizzate erano 50 mila in meno rispetto a anno prima, secondo i dati dell’Inps; a luglio erano già 878 mila più del luglio del 2017. Sono tutti segni che le imprese hanno rallentato e rinviato gli investimenti. L’indice Pmi della fiducia dei manager dell’industria è sceso in agosto alla soglia sotto la quale c’è contrazione dell’attività . In parte c’è stato un (piccolo) rallentamento europeo.
Ma certo l’incertezza seminata dai governanti di M5S e Lega, sull’euro o sui conti, ha congelato i piani delle imprese.
Non stupisce che ora Salvini e colleghi cerchino di rassicurare, prima che l’Italia faccia un altro passo di troppo verso il fantasma della crescita zero.
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
LA SCOSSA FLAT TAX NON CI SARA’, CON BUONA PACE DI SALVINI… PAROLA CHIAVE: GRADUALITA’
L’ultima domanda dell’edizione 2018 del Forum Ambrosetti spetta a Renato Brunetta. Il deputato
forzista la fa in extremis, quasi strappandola con le unghie al moderatore Guido Gentili, direttore del Sole, che già aveva chiuso la lista delle domande.
Siamo nella fase riservata e chiusa al pubblico delle domande e risposte fra i partecipanti di Cernobbio e il ministro dell’Economia, appena dopo la conclusione del discorso ufficiale tenuto da Giovanni Tria.
Ed è un quesito insidioso, fatto peraltro da uno che lo conosce bene, visto che Brunetta e Tria hanno una consuetudine accademica e politica antica.
Fino a qualche minuto prima il ministro ha disseminato il suo intervento sulla prossima manovra economica con termini come “transizione”, “prudenza”, “attenzione” e soprattutto “gradualità “.
Lo ha concluso augurandosi pubblicamente che il messaggio rassicurante rivolto a investitori e mercati alla fine passi. Il segnale video si spegne.
Microfono alla platea. Brunetta incalza: “Non sarebbe meglio uno shock fiscale, con la flat tax che era stata immaginata nel Contratto di governo?”.
Tria risponde, tradendo un attimo di esitazione: “Uno shock fiscale potrebbe portare a problemi di instabilità sociale e a non creare quel clima favorevole, friendly, per le imprese e gli investimenti”.
Un’indicazione che smorza i sogni di gloria gialloverdi, soprattutto quelli leghisti. Sarà una manovra lenta. Non ci sarà nessuna scossa.
Con eccezione degli investimenti – su cui Tria nutre progetti ambiziosi pari a 150 miliardi in 15 anni – il disegno a cui sta lavorando il governo per confezionare la legge di bilancio è tutto improntato alla gradualità .
Non è un caso che Tria usi questo termine in modo costante quando passa in rassegna tutti i temi che impattano sull’economia italiana, dallo spread alle misure che gli azionisti di governo vogliono inserire nella manovra cioè flat tax, reddito di cittadinanza e riforma della legge Fornero.
Se il tempo dell’agenda di governo si dilata, instradandosi verso un orizzonte auspicato di cinque anni, anche il metodo, indicato dallo stesso titolare del dicastero di via XX settembre, sarà prudente e misurato.
Dice Tria: “Procederemo con gradualità nell’ambito dei vincoli di bilancio, bisogna lavorare all’interno del grande bilancio dello Stato per trovare quelle risorse da spostare sulle riforme”.
Una sorta di caccia al tesoro, tra le pieghe del bilancio, dall’esito tutt’altro che scontato. Immagine efficace, che serve a Tria per giustificare l’impossibilità di procedere al disegno massimalista immaginato da Salvini e Di Maio nel Contratto di governo.
Anche la strategia della richiesta a Bruxelles di maggior deficit per avere più risorse da collocare sul reddito di cittadinanza piuttosto che sulla flat tax non convince affatto il ministro: “Inutile – sottolinea – trovare 2-3 miliardi di più sul deficit se poi ne perdiamo quattro con il rialzo dei tassi di interesse”.
Come non suscitare, allora, l’ira del Carroccio e dei 5 Stelle, riproponendo le ruggini dei mesi scorsi, quando Tria era accusato di annacquare il programma di governo?
La risposta la dà lo stesso ministro: il limite sarà rappresentato dalle coperture che si riusciranno a trovare e dai “limiti degli obiettivi di bilancio che sto discutendo con la Commissione europea”.
Nessun diniego sulla carta, quindi, ma il bagno di realismo impone un ragionamento diverso: le risorse per il reddito di cittadinanza piuttosto che la flat tax saranno quelle che si troveranno e comunque senza eccessi sul fronte di impatto sul deficit e zavorra sul debito.
Tanto più – insiste Tria – che la riduzione del debito pubblico resta un obiettivo del governo perchè ci sono i mercati pronti a esplodere di continuo e gli investitori sempre in odore di fuga.
Nessuno sfascio dei conti e molta prudenza anche sull’indicatore che misurerà maggiormente lo spazio che il governo riuscirà a costruirsi intorno: l’indebitamento netto. Tria si tiene ben lontano dal rivelare se alla fine il rapporto deficit/Pil si attesterà – come trapela – all’1,6%, e per farlo lancia quella che lui stesso definisce una piccola provocazione.
“Se iniziassi il mio intervento dicendo che l’obiettivo del governo è l’1,6% cosa pensereste molti di voi? Molti di voi pensereste che sto parlando dell’indebitamento netto. Questo automatismo rappresenta una deviazione cognitiva che impoverisce il Paese in termini di divisione e prospettive. Vorrei parlare dell’obiettivo di una crescita dell’1,6%, che è un obiettivo vincolato ad alcune condizioni di bilancio che bisogna rispettare”.
L’auspicio di Tria, tuttavia, è ben lontano dalle ultime previsioni della Commissione europea e lo stesso ministro lo riconosce quando ricorda le stime recenti: Pil +1,3% nel 2018 e +1,1% nel 2019. Ma è la prospettiva che il ministro vuole provare a ribaltare, partendo appunto dalla necessità di concentrarsi su come far ritornare l’Italia a crescere a ritmi sostenuti.
In questa cornice non c’è spazio per strappi imponenti. Ancora gradualità : “I possibili correttivi alla legge di Fornero, che allarma molti per i riflessi sul contenimento dei costi, deve essere visto e designato in base ai problemi di transizione”.
La strategia è ribadita più volte. “Stiamo cercando di bilanciare l’uso delle risorse e l’attuazione graduale delle riforme, non tanto per un equilibrio di natura politica ma cercando di dare un senso alla manovra che per i problemi di crescita che abbiamo di fronte devono vedere questi interventi in modo bilanciato”.
Il governo del cambiamento esce da Cernobbio con la bilancia in mano.
Gli imprenditori tirano un sospiro di sollievo in attesa di leggere il testo della manovra e capire se Tria riuscirà a tenere a bada definitivamente gli istinti massimalisti di Salvini e Di Maio.
(da “Huffingtonpost”)
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