Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
RINVIATO A GIUDIZIO PER CALUNNIA: HA COSTRUITO PROVE FALSE PER ACCUSARE UN CITTADINO NIGERIANO
La procura di Roma ha ottenuto il rinvio a giudizio di un carabiniere con l’accusa di calunnia perchè questi avrebbe fabbricato prove false per formulare un’accusa di aggressione e resistenza a pubblico ufficiale nei confronti di un cittadino nigeriano.
La storia la racconta oggi Repubblica Roma:
In pratica l’appuntato avrebbe fermato l’uomo, in qualità di testimone di una rissa. Il nigeriano avrebbe rifiutato ogni collaborazione con le forze dell’ordine. Da qui sarebbe nato un diverbio degenerato in un’aggressione del migrante contro l’uomo in divisa. Per confermare le botte subite, il militare sarebbe poi andato in un pronto soccorso per farsi medicare e refertare le ferite alla mano sinistra. L’appuntato avrebbe esibito il certificato medico per irrobustire l’accusa nei confronti del ragazzo africano.
Il nigeriano, invece, dopo aver passato una notte in cella è finito in aula, a processo per direttissima.
A questo punto, però, viene fuori un’altra verità . Si viene, infatti, a sapere che il carabiniere, un paio di giorni prima dell’arresto del migrante, era andato in ospedale per farsi bendare una ferita alla mano.
In pratica l’appuntato avrebbe addebitato ingiustamente una lesione alla (presunta) aggressione del ragazzo africano. La procura, perciò, decide di andare a fondo. Sente l’uomo e poi stabilisce di formulare l’accusa.
Il pubblico ministero Maurizio Arcuri, infatti, ha pochi dubbi e nel capo d’imputazione scrive che è stato eseguito un arresto “in violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione di appuntato scelto”.
E ancora: il carabiniere avrebbe “redatto un verbale in cui attestava falsamente” che l’immigrato “aveva posto in essere condotte corrispondenti ai delitti di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale”.
Infine, l’accusa più pesante, l’avrebbe incolpato “sapendolo innocente”.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
TRIA NON SI FA INTIMIDIRE E CHIAMA CONTE: “SE IL PROBLEMA SONO IO, PRONTO A LASCIARE”
«Presidente, se il problema sono io, allora vorrei fosse chiaro che sono pronto a fare un passo
indietro anche subito»: secondo Repubblica sarebbero queste le parole pronunciate da Giovanni Tria davanti a Giuseppe Conte all’ora di pranzo, dopo una lettura dei giornali e delle agenzie evidentemente non molto serena da parte dell’inquilino di via XX Settembre.
Vero o falso che sia l’aneddoto, è un fatto che ieri per tutta la giornata si sono rincorse le voci di malumori da parte del MoVimento 5 Stelle nei confronti del ministro dell’Economia in attesa del DEF e della Legge di Bilancio.
Malumori testimoniati dal lancio di agenzia ANSA che all’ora di pranzo sembra cominciare a chiudere l’esperienza di Tria al ministero: «In manovra ci aspettiamo 10 miliardi per il reddito di cittadinanza o chiederemo le dimissioni del ministro Tria», scrive l’agenzia attribuendo la frase a “fonti qualificate M5S”; passano pochi minuti e arriva la smentita: “Risulta infondata la notizia secondo cui il M5s avrebbe esercitato pressioni sul ministro Tria, anche in riferimento a sue possibili dimissioni”, scrive l’ufficio stampa. Ma la smentita non viene passata proprio dall’agenzia di stampa ANSA, evidentemente sicura al 100% delle sue fonti.
Dietro lo scontro, che viene successivamente fermato da Di Maio il quale tiene la barra delle richieste del M5S ma esclude l’ipotesi di dimissioni del ministro, c’è la guerra interna con la Lega e quello che i grillini vedono come un tentativo di frenare l’avvio dell’assegno (780 euro a cinque milioni di poveri) il prossimo anno, per spuntare le armi M5s nella campagna elettorale per le europee.
Anche la Lega rinuncerebbe a far partire subito la flat tax (se non per partite Iva e piccole aziende) ma punta sull’introduzione di quota 100 (a partire dai 62 anni di età ) per le pensioni.
Per questo il M5S alza la posta. Anche perchè il calendario gli sarà ostile: la sottosegretaria all’Economia senza deleghe Laura Castelli aveva annunciato il reddito di cittadinanza per il primo gennaio 2019, poi pian piano si è capito che non sarebbe stato così perchè mancano i tempi tecnici.
E allora ecco la richiesta di soldi per la riforma dei centri per l’impiego in vista della partenza del reddito per maggio, proprio il mese delle elezioni europee.
Ma anche qui l’oste ha fatto conti diversi e ha dato settembre come data più realistica per quello che potrebbe essere un primo aiuto ma non i 780 euro pattuiti dalla soglia di povertà relativa.
Il costo — secondo i calcoli pentastellati — sarebbe di 5-6 miliardi per gli otto mesi del 2019.
Il problema non di poco conto è che tenendo, com’è orientato a fare Tria in accordo con l’Ue, il deficit-pil all’1,6%, per le misure M5s-Lega ci sarebbero 10 miliardi in tutto, da ripartire in parti uguali.
Fonti leghiste sostengono che nel vertice di maggioranza della prima settimana di settembre così si era deciso. E alla fine il punto di caduta, confermano dal M5s, potrebbe essere in effetti di 5 miliardi per il reddito di cittadinanza.
Ma è proprio il numero del rapporto deficit-pil a far svegliare dai sogni di gloria la maggioranza.
Con l’1,6% si possono disarmare le clausole di salvaguardia dell’IVA e poco più.
Il resto? Se il costo annuale del reddito di cittadinanza (limitato nella platea dei percettori) è intorno ai 9 miliardi, prevederlo da luglio dimezza le stime del costo fino alla fine del 2019: in più ci sono i 2,6 miliardi del reddito di inclusione da aggiungere al conto: il resto della cifra è molto più basso delle prime stime, è possibile trovarlo, ragionano i grillini.
Dall’altra parte della barricata c’è il ministro Tria, che più che nervoso sembra essere consapevole dell’importanza del suo ruolo all’interno del governo e dell’effetto benefico sullo spread che hanno avuto le sue iniziative diplomatiche (anche con l’aiuto di Draghi) nei confronti di Salvini e Di Maio, improvvisamente scopertisi vincolati all’Europa come non mai.
Se va a casa lui, è il ragionamento di via XX Settembre, potrebbe trascinarsi dietro l’intero governo.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
IL GRILLINO PARLA DI “UN AMAZON PER IL MADE IN ITALY” SENZA SAPERE CHE ESISTE GIA’
Anche se non è nel contratto di governo con la Lega il ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio tira dritto, la legge sulle aperture domenicali si farà entro l’anno. Di Maio ha spiegato che ci sarà un meccanismo di turnazione «resta aperto il 25% e l’altra parte chiude e turno, ci sarà sempre un negozio sotto casa per fare spesa». Il ministro dell’agricoltura Gian Marco Centinaio però ha precisato che la proposta, sostenuta anche dalla Lega, prevede «di non bloccare le aperture nelle città turistiche».
Mentre sindacati e associazioni di categoria discutono su cosa succederà con lo stop alle aperture domenicali il vicepremier rilancia e propone di portare l’Italia nel mondo con un Amazon per il Made in Italy che nelle intenzioni del ministro dovrebbe essere «un portale di e-commerce multilingua, in cui le aziende italiane possano non solo esporre, ma vendere, i propri prodotti».
Peccato che una cosa del genere esista, già , e che si trovi proprio su Amazon.
Nella vetrina del made in Italy sul popolare portale di e-commerce multilingua è possibile acquistare prodotti d’eccellenza, come vini, olio e formaggi, ma anche borse e gioielli.
Il tutto è in molti casi venduto e spedito da aziende italiane, in altri venduto da aziende italiane e spedito da Amazon ed in altri ancora venduto e spedito direttamente da Amazon.
C’è però un problema in questa nuova e grandiosa proposta a 5 Stelle.
L’e-commerce sarà sottoposto ai vincoli sulle chiusure domenicali?
In altri termini: se non posso andare al centro commerciale la domenica (perchè è il turno di chiusura) potrò fare acquisti via Internet?
Generalmente chi acquista online non lo faccia perchè il suo negozio preferito è chiuso ma perchè — oltre al prezzo che a volte è più conveniente — è più comodo, non deve prendere l’auto, parcheggiare. Addirittura si possono fare acquisti online anche dopo l’orario di chiusura dei negozi.
C’è chi paventa il rischio che con lo stop alle aperture domenicali si avvantaggerà il commercio online a discapito della GDO e dei piccoli negoziati che invece dovranno rispettare la legge il turno di chiusura domenicale.
Tra le nuove norme del settore redatte dai pentastellati però c’è anche la proposta di istituire forme speciali di vendita al dettaglio e legate all’e-commerce.
Vale a dire che «nei giorni festivi il consumatore potrà continuare a collegarsi ai siti di e-commerce, scegliere e completare l’ordine di un prodotto, ma dovrà essere chiaro che l’attività commerciale in questione, se si svolge in Italia, non sarà esercitata in alcune delle sue fasi»
Amazon però, giusto per citare il principale player del mercato, non è un’azienda italiana.
I server sui quali si svolgono le transazioni non sono in Italia, la maggior parte della “filiera” degli acquisti online sfuggirebbe così ai tentativi di controllo e di limitazione da parte del legislatore. È vero, Amazon opera in Italia e ha dei dipendenti. Ma quei dipendenti lavorano nei magazzini di spedizione, e sono inquadrati all’interno del comparto della logistica e non di quello della grande distribuzione e del commercio. Dal punto di vista dei contratti collettivi nazionali si tratta di due ambiti diversi che non possono essere equiparati.
Anche solo per il fatto che le ditte che riforniscono i negozi che aprono il lunedì devono poter lavorare (anche, ma non solo) la domenica.
In poche parole i dipendenti Amazon continueranno a lavorare alla domenica, inscatolando e spedendo gli acquisti fatto sul sito. Certo, ci sono anche negozi online (non affiliati ad Amazon) che vendono su altre piattaforme o direttamente sui loro siti (ad esempio la Coop fornisce il servizio di spesa a domicilio EasyCoop che però già ora la domenica non è disponibile). Ma una norma del genere finirebbe unicamente per avvantaggiare le attività commerciali come Amazon a discapito di quelle italiane.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
L’ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE CONDANNA L’AGGRESSIONE RAZZISTA DI SASSARI: “POLITICI LEGITTIMANO ATTI DI VIOLENZA CON IL LORO LINGUAGGIO”
Amnesty International torna nuovamente a condannare il razzismo. 
Lo ha fatto dopo l’aggressione di Sassari, la sera del 10 settembre, nei confronti di un giovane ragazzo della Guinea. Il migrante, di 22 anni, è stato pestato a sangue da un branco di cinque razzisti che gli urlavano “tornatene a casa tua” minacciandolo e insultandolo
“Un fatto grave – ha affermato Amnesty international – che si aggiunge ad altri episodi di violenza, fortunatamente limitati, come l’incendio avvenuto presso l’ex scuola di polizia penitenziaria di Monastir che sarebbe dovuta essere trasformata in un centro per la prima accoglienza di migranti a novembre 2016 o le scritte minacciose nei confronti dei sindaci di Ozieri e Tula per aver aderito al bando Sprar e per aver permesso di ospitare a Tula un corso per formare migranti nel marzo 2018”.
“Questi episodi – ha sottolineato Amnesty – paiono fomentati da un clima di intolleranza e spesso di confusione, ingenerata anche da comunicazioni avventate e inopportune da parte di rappresentanti politici”.
“Utilizzare linguaggi inappropriati – ha concluso Amnesty – ed evitare di condannare in modo netto atti di violenza come quello sopra richiamato non può che fomentare e in qualche modo legittimare certi episodi di violenza”.
(da Globalist)
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Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
E’ UN DELINQUENTE RAZZISTA ITALIANO DI 20 ANNI CON PRECEDENTI PENALI
È un italiano di 20 anni con precedenti penali uno dei tre aggressori di un 22enne della Nuova Guinea, titolare di protezione internazionale e residente a Sassari da oltre 6 anni, picchiato in Corso Cossiga nella tarda serata di due giorni fa.
La Polizia Municipale è certa di aver ricostruito integralmente quanto accaduto e identificato una persona: le immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza presenti nell’area, le testimonianze rese dalle persone accorse per soccorre il ragazzo e gli ulteriori elementi di prova raccolti hanno permesso di identificare con certezza l’aggressore più violento. I vigili confidano di identificare presto l’intera banda costituita da tre persone.
L’extracomunitario, nella ricostruzione dei fatti della Municipale, era diretto in piazza d’Italia dove si sarebbe dovuto incontrare con un amico.
Mentre attendeva che scattasse il verde al semaforo un gruppetto di coetanei ha attraversato la strada in direzione opposta e ha raggiunto il 22enne: a questo punto, riferisce la Municipale, è scattata l’aggressione.
Un giovane ha colpito con una violenta gomitata al fianco l’extracomunitario. Poi, sempre stando alla ricostruzione dei vigili, il 22enne è stato colpito in pieno volto da un pugno sferrato dalla stessa persona che gli aveva inferto la gomitata ed immobilizzato da un secondo giovane che gli ha cinto un braccio intorno al collo, mentre un terzo uomo gli ha sferrato un secondo violento pugno in pieno viso.
Lo straniero è caduto a terra e, a questo punto, tutti e tre gli aggressori lo hanno colpito con calci su tutto il corpo e al volto.
Solo le urla di una coppia di anziani che hanno assistito al fatto e l’arrivo di altri passanti ha fatto desistere i tre uomini, che sono scappati.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
L’IMBARAZZO DI CONTE, CHE DEVE TROVARE UNA POSIZIONE UNITARIA IN CONSIGLIO UE… LA VERGOGNA DI FORZA ITALIA, SERVI DELLA LEGA
Ancora lei: Angela Merkel. C’è la cancelliera dietro il voto che oggi a Strasburgo ha condannato il
Governo ungherese guidato da Viktor Orban per gravi violazioni dei diritti fondamentali dell’Ue.
I sì sono stati tanti: 448, contro 197 no e 28 astenuti. A dispetto delle previsioni della vigilia, il Ppe, il gruppo che incredibilmente tiene insieme due opposti come Merkel e Orban, ha votato in maniera quasi compatta contro il premier ungherese, insieme ai socialisti, ai liberali e anche al M5s.
Tra i Popolari, sono ‘sfuggiti’ al richiamo della Merkel solo gli italiani di Forza Italia, schierati per Orban insieme ai leghisti di Matteo Salvini, i polacchi, gli ungheresi. Poca roba.
Il voto di oggi sfila i Popolari dall’abbraccio sovranista e costruisce i presupposti per un nuova alleanza tra Ppe, socialisti e liberali dopo le elezioni di maggio 2019. Shock. Ma come ci è arrivati?
E Giuseppe Conte, a capo di un governo spaccato su Orban, cosa racconterà in Consiglio Europeo quando (e se) arriverà il momento di rendere operative le indicazioni dell’europarlamento?
Raccontano dal Ppe che dall’ultimo incontro di Angela Merkel con Emmanuel Macron si era capito come andava a finire. Si sono visti a Marsiglia il 7 settembre scorso. Da lì la cancelliera e il presidente francese hanno rilanciato un imperituro asse franco-tedesco in chiave anti-populista, guardando alle Europee dell’anno prossimo.
Il voto del Parlamento europeo su Orban è stata la prima occasione per dare un segnale: si fa sul serio, basta con l’inquinamento sovranista nel Ppe.
Anche il capogruppo a Strasburgo Manfred Weber è stato richiamato all’ordine. Proprio lui che in un’intervista a La Stampa aveva parlato della necessità di un “compromesso con i sovranisti”. Bene, su Orban niente compromessi.
Il Ppe vota compatto tranne poche eccezioni, quella italiana soprattutto, e l’astensione dei conservatori spagnoli e francesi (questi ultimi per distinguersi da Macron, avversario di ‘En Marche’ in Francia).
Ora, Weber resta comunque in lizza per la candidatura a presidente della Commissione (‘spitzenkandidaten’) alle prossime Europee: quel posto sarà suo con maggioranza qualificata al congresso del Ppe a Helsinki il 7 e 8 novembre, scommettono nella sua area.
Del resto si è riposizionato sulla nuova linea della Merkel, quella che ha risolto i tentennamenti estivi di una Cancelliera che comunque si ritrova a dover mediare al governo con l’alleato populista Horst Seehofer.
Ma Merkel alla fine non tentenna. Oltre all’asse con Macron, c’è un altro dato che l’ha portata a decidere di fare senza i populisti: le politiche di domenica scorsa in Svezia.
I sovranisti svedesi di Jimmie Akesson (‘Democratici svedesi’) non hanno sfondato: il loro 17 per cento segnala un aumento nei consensi, ma non è la porta di ingresso per il governo del paese.
E soprattutto dopo il voto su Orban, una loro eventuale trattativa di governo con i Popolari svedesi appare in salita.
Bene, il voto in Svezia ha convinto Merkel e la parte moderata del Ppe che alla fine il caso italiano, di un governo a guida populista, può rimanere un’eccezione in Europa. O meglio: un caso da isolare.
Da qui l’accelerazione per votare la relazione dell’eurodeputata olandese Judith Sargentini che condanna Orban per violazioni dello stato di diritto nel campo dell’indipendenza della magistratura e dei media, della libertà accademica, della libertà religiosa, della protezione delle minoranze e della possibilità di operare per le Ong e la società civile, nonchè casi di corruzione, appalti irregolari e frode nell’uso dei fondi Ue.
Meglio fare senza Orban, senza Salvini, senza i sovranisti: Merkel sterza, il Ppe segue e ora punta a conseguire un buon risultato alle Europee di maggio per cercare ancora – in caso di non autosufficienza – una maggioranza con i liberali e i socialisti dopo il voto invece che con i sovranisti.
A margine, resta una matassa tutta italiana che rischia di restare residuale.
Benchè piazzati bene nei sondaggi, i sovranisti non hanno chance di influenzare il Parlamento europeo senza un’alleanza con il Ppe.
Salvini infatti non fa mistero di questo obiettivo per “allontanare la sinistra dal malgoverno europeo”. Ora invece gli resta Orban, isolato nel Ppe, e Silvio Berlusconi, che lo ha seguito in questa avventura: è come restare a piedi. A meno di sfondare davvero alle prossime elezioni. Si vedrà .
Nel frattempo resta il solco di un governo italiano spaccato su Orban. Che non è poca cosa, visto che la scelta del Parlamento Europeo deve essere approvata dal Consiglio europeo per diventare operativa.
Cosa dirà Conte? I cinquestelle eletti a Strasburgo sono convinti che il premier terrà conto della “nostra scelta di votare la condanna di Orban”.
Ma Conte è anche premier della parte leghista al governo, benchè espressione del M5s. “Sarebbe bene che il Parlamento italiano convocasse il presidente Conte per spiegare quale sarà la sua posizione nel Consiglio europeo. L’Italia non può rischiare l’isolamento”, attacca David Sassoli del Pd, vicepresidente del Parlamento Europeo.
La buona notizia per Palazzo Chigi è che potrebbero passare dei mesi prima che il Consiglio europeo venga chiamato a discutere dell’attivazione dell’articolo 7 dei Trattati contro Orban.
Nella versione più severa, può significare sanzioni e la sospensione del diritto di voto dell’Ungheria in Consiglio, ma serve l’unanimità dei 27 Stati.
Complicato nei tempi e nei modi. Il voto del Parlamento rischia quindi di restare lettera morta: un monito che serve a indirizzare le alleanze per le prossime europee ma nulla di operativo.
Ad ogni modo, il Consiglio europeo si riunisce il prossimo 18 ottobre e poi a metà dicembre: difficile che il nodo Orban arrivi al pettine per allora.
Ma la prossima settimana a Salisburgo, i capi di stato e di governo si incontreranno per un vertice informale: potrà essere l’occasione per un chiarimento a margine sul caso Ungheria, un caso che invece che spaccare il Ppe, ha costruito un argine tra i Popolari e i sovranisti, un muro tra l’Ue e il pensiero “illiberale” di cui Orban si vanta.
“Ecco, Merkel ha sterzato verso un’alleanza liberale — ci dice una fonte moderata del Ppe — l’Europa ha conosciuto Hitler e Mussolini, entrambi avevano il consenso, come Orban: il che non significa che puoi fare come vuoi. Ci sono delle regole e appartengono alla democrazia liberale. Illiberale vuol dire regime”.
E la Cancelliera ha deciso di combatterlo prima che sia troppo tardi, “un po’ come Churchill contro i nazisti”, azzarda qualcuno.
Fosse anche la sua ultima crociata da leader.
(da “Huffingtonpost”)
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